Novecento, il “secolo ateo” colmo di magia e spiritualismo

magia novecentoDurante il XX secolo (il cosiddetto “secolo ateo”), rinascono spiritualismi, superstizioni ed esplode la teosofia. O Dio o gli idoli, più la fede cristiana si indeboliva e più cresceva l’attenzione verso la sacralità pagana.

 

Nella sua Storia dell’ateismo (Ed. Riuniti 2000), lo storico francese Georges Minois scrive giustamente che «il XX° è il secolo della morte di Dio: iniziatosi con la scristianizzazione rivoluzionaria, con l’irruzione dell’ateismo popolare (non solo in Francia), con la diffusione dell’ateismo pratico a tutti i livelli, l’Ottocento era finito – in Europa e in America – col trionfo del positivismo scientifico e con le ideologie dette appunto della “morte di Dio”, dal nichilismo a Nietzsche».

 

Il “secolo ateo” fu anche il secolo dei martiri cristiani.

Il Novecento vede le prime dittature ufficialmente atee (Unione Sovietica, Cuba, Cambogia, Albania ecc.), l’ateismo scientifico è obbligatorio nelle università degli Stati sottomessi all’Unione Sovietica. E’ anche il «secolo dei martiri», come ha scritto il prof. Marco Impagliazzo, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre, «un secolo che ha mostrato anche attraverso la vicenda delle persecuzioni contro i cristiani, il suo volto inumano, violento, intollerante, terribile. L’umanità cristiana ha sofferto violenza per la fede, ma ha resistito mite, umile, non violenta, ma allo stesso tempo forte. La grande realtà del cristianesimo del Novecento è stata proprio questa “forza umile” dei martiri».

 

L’assenza di Dio sfociò in esoterismo e spiritualismo.

Curiosamente, al di là della pretesa “scientificità” del naturalismo ateo, il XX secolo è stato anche un pullulare di miscredenza mista alla rinascita di filosofie spiritualiste, magiche. Uno specialista del comunismo anarchico italiano, Roberto Gremmo, ha scavato nell’Archivio centrale dello stato di Roma scoprendo il caravanserraglio esoterico che affollò i primi quarant’anni del 1900 e coinvolse anche il fascismo. «Dalla massoneria ai teosofi, dalla Fratellanza dei Rosacroce agli occultisti-satanisti». Il ricercatore Gremmo ricorda che a Napoli nacque l’Associazione Spiritualistica Italiana, presidente Ernesto Bozzano e venne data alle stampe la rivista “Mondo Occulto”.

E’ noto che i genitori dell’astrofisica vegetariana Margherita Hack furono i pionieri della Teosofia in Italia, negli anni ’60 il padre Roberto giunse anche al ruolo di Segretario Generale della Società Teosofica Italiana. Spostandoci verso fine ‘800, anche l’anticlericale Garibaldi era un noto massone e spiritista, e la fondatrice della Società Teosofica di New York, Helena Petrovna Blavatsky, ebbe stretti contatti anche con Giuseppe Mazzini. Maria Montessori visse nella sede teosofica di Madras durante la seconda guerra mondiale, mentre nel 1907 nasce, a causa di uno scisma, la Lega Teosofica Indipendente e pubblica la rivista “Ultra”, sulla quale scrivono il massone Arturo Reghini, il fascista Julius Evola, l’antifascista Adriano Tilgher ed il padre dell’Orientalistica italiana, Giuseppe Tucci.

Lo scrittore Roberto Dal Bosco ha fatto notare, ancora, che la famosa attivista del femminismo e dell’agnosticismo razionalista, Annie Besant, oratrice della National Secular Society e compagna del noto propagandista dell’ateismo britannico, Charles Bradlaugh, viene nominata nel 1907 come successore della Blavatsky alla guida della Società Teosofica. La teosofia si mischiò sempre più allo spiritualismo induista e buddhista dopo la guida di Alice Bailey, che si dedicò ampiamente all’astrologia e suo, marito, il massone Foster Bailey, dal 1919 divenne segretario nazionale della Società Teosofica degli Stati Uniti.

Nel suo Magia e superstizione in Europa dall’antichità ai giorni nostri (Lindau, 2008), lo storico Michael D. Bailey, docente presso la Iowa State University, si è soffermato sullo spiritualismo, le società magiche e occulte, i movimenti neopagani che caratterizzano il Novecento. Manifestazioni del magico «nuove rispetto alle forme del passato eppure, al contempo, tanto legate a queste». E’ il caso dell’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata o degli stregoni, chiamati wiccani, ormai più numerosi di alcune denominazioni cristiane.

 

L’eclissi del cristianesimo fece rifiorire il paganesimo.

L’eminente filosofo francese Philippe Nemo, direttore del Centro di ricerche in Filosofia economica presso la ESCP Europe, ha scritto: «Man mano che la fede cristiana e la pratica religiosa classica s’indebolivano, durante i secoli XIX e XX, cresceva l’attrazione per la sacralità pagana, sia nelle sue forme precristiane, sia in quelle delle religioni non europee» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, p. 12).

Nel settembre 2008 venne pubblicata una delle indagini più vaste mai condotte sugli atteggiamenti degli americani verso la religione, la quale rilevò che la religione cristiana diminuisce notevolmente la superstizione e la credulità, misurata in termini di convinzioni in sogni, Bigfoot, UFO, case infestate, comunicazione con i morti e l’astrologia. Il Wall Street Journal riprese l’indagine sociologica pubblicando un articolo con il titolo: “Guarda chi è irrazionale ora”. O Dio, o gli idoli.

La redazione

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L’Arcigay cambia idea: «le peggiori violenze? Interne alla comunità Lgbt»

omofobiaAntonello Sannino (Arcigay Napoli) rivela che la violenza è insita all’interno del mondo arcobaleno, smentendo la bufala dell'”Italia omofoba”. Affermazioni che confermano quanto ha scritto l’attivista Lgbt Paolo Hutter: “Discriminazioni? Non esistono”. Perché allora alcuni la spacciano come emergenza nazionale?

 

Fino a qualche anno fa l’omofobia era la patologia più distintiva dell’Italia, per mesi i quotidiani ripresero pseudo-statistiche arcobaleno sulle violenze antigay fino all’iniziativa di Ivan Scalfarotto di un ddl apposito, fortunatamente presto archiviato senza alcun problema. Sia per l’insussistenza degli argomenti a sostegni (l’assenza di necessità ed emergenza), sia perché, come spiegato dai giuristi, avrebbe pericolosamente introdotto il reato d’opinione.

 

L’Espresso ci prova: “L’italia è omofoba”. Ma sono solo racconti delle presunte vittime.

Di “emergenza sociale” parlava la comunità Lgbt, e ci ha provato recentemente l’attivista gay Simone Alliva, cronista de L’Espresso, firmando un'”inchiesta” intitolata Caccia all’omo. L’Italia 2019 è omofoba. Come al solito, Alliva ha semplicemente raccolto auto-denunce di persone omosessuali che dicono di essere state picchiate selvaggiamente “in quanto gay”, ma non si riporta alcun dato statistico ufficiale, nessuna condanna ai presunti aggressori, nessun sondaggio. Solo racconti delle presunte vittime, chiaramente interessate a far passare la tesi dell’articolista, senza però alcun riscontro oggettivo esterno.

Il nostro apposito dossier, al contrario, ha raccolto soprattutto studi sociologici che hanno ampiamente smentito il fenomeno omofobia, al di là di singoli episodi purtroppo subiti da tutte le minoranze. In esso abbiamo ripreso anche varie dichiarazioni di noti esponenti omosessuali che per primi smentivano l’esistenza di un odio generalizzato nei loro confronti.

 

L’Arcigay: “Le peggiori violenze sono interne al mondo Lgbt”

Ad esse bisognerebbe aggiungere le dichiarazioni di qualche tempo fa addirittura del presidente di Arcigay Napoli, Antonello Sannino. Ecco cosa ha affermato:

«La storia purtroppo ci insegna che le più violente azioni contro le persone lgbt, sono nate in seno alla comunità lgbt stessa».

Così, l’Arcigay non solo conferma che l’omofobia degli italiani è una bufala mediatica, ma rivela addirittura che le violenze peggiori sarebbero interne allo stesso mondo arcobaleno. E Sannino potrebbe anche avvalersi di numerosi studi sull’ampio fenomeno della violenza domestica tra partner omosessuali, secondo le ricerche anche più elevata statisticamente rispetto a quella tra partner etero. Un esempio tra i tanti: una meta-analisi del 2014 ha rilevato che il 51% delle coppie omosessuali vive rapporti violenti tra loro.

 

La conferma dell’attivista Paolo Hutter: “non esistono discriminazioni”

Le sorprendenti dichiarazioni del presidente di Arcigay Napoli, trovano riscontro con quanto ha scrisse qualche tempo prima il giornalista omosessuale Paolo Hutter, storico attivista Lgbt. In un articolo ha infatti ammesso: «Credo che l’omofobia, per quanto non sia estirpata, rappresenti solo una minoranza della società, soprattutto nel tessuto urbano. E lo dimostra il fatto che non sia più sensato nascondersi, visto che non esistono praticamente più discriminazioni sul lavoro».

La redazione

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Derideva i cattolici su Facebook, a Lourdes la conversione

apparizioni lourdesLa conversione a Lourdes della produttrice televisiva francese Maryel Devera. Avvenne nel 2013 dopo una vita passata a deridere i cattolici sui social network, poi la chiamata della Vergine. Oggi ha creato un gruppo di evangelizzazione a cui partecipano professionisti della televisione francese.

 

“Bellicosa anticlericale”, così si è descritta Maryel Devera. Una donna francese di 45 anni, una delle principali produttrici televisive di reality per la televisione in Francia, in particolare sul canale TF1.

Molto famosa e apprezzata nel suo settore, ma con il vizio di deridere la fede dei cattolici, i loro dogmi, la loro “scarsa intelligenza”. “Hai visto la Vergine oggi?”, chiedeva ai suoi colleghi e amici credenti, ironizzando sui pellegrinaggi al santuario di Lourdes.

Li riteneva “pazzi” a credere a queste “assurdità”, ma d’improvviso divenne “pazza” a sua volta. Nel 2013, per la precisione. Decise di unirsi ad un viaggio a Lourdes organizzato da alcuni amici, giusto per ricordare loro la stupidità del cattolicesimo. «Sono incapaci di pensare, sono imbevuti di una setta chiamata la Chiesa», diceva allora.

 

Produttrice televisiva con il vizio di deridere i cattolici.

Attraverso i social network, in particolare, si accaniva verso di loro. Appena arrivata a Lourdes scrisse un post su Facebook titolando il suo selfie così: “Live from Las Lourdes”. Un gioco di parole con Las Vegas, un’ironia probabilmente verso i mercatini di oggettistica che costeggiano il santuario mariano, spesso scandalo -non si capiscono bene le ragioni profonde, però- per molti anticlericali.

Per Mayrel, Lourdes era un inferno, la storia della veggente Bernadette era per lei qualcosa di infantile. Annoiata da tutto decise di fare una passeggiata in solitaria ma, passando accanto alla grotta di Massabielle -luogo dell’apparizione della Vergine- ha raccontato di aver percepito un urgente bisogno di sedersi lì di fronte. Venne invasa da un flusso di domande esistenziali che mai avevano scalfito la sua maschera di agnosticismo e balenò in lei un’idea di creare un gruppo di fede all’interno dei media. Una cosa impensabile per una donna che da sempre aveva respinto con derisione la fede. «Mi vergognai di pensarlo», racconta oggi.

 

La conversione: la denigratrice diventa evangelizzatrice nel mondo mediatico.

Ma qualcosa quel giorno accadde, per mesi -una volta rientrata a casa- studiò le apparizioni della Vergine a Lourdes, ma anche a Fatima e in altre parti del mondo. Dopo un anno di lotta spirituale, Maryel Devera finì per cedere, si sciolsero tutte le resistenze verso Dio e verso la Chiesa cattolica. Iniziò a partecipare alla Messa e a pregare, lasciò il suo lavoro e iniziò a produrre programmi televisivi che comunicassero bellezza e la positività della vita.

Nel 2018 ha pubblicato un libro sulla sua conversione, intitolato Téléréalité, Lourdes, Marie et moi (Mediaspaul 2018). Non ha dimenticato quell’invito della Vergine alla grotta di Lourdes e ha effettivamente creato un gruppo di preghiera e di riflessione spirituale, promuovendo ritiri ed incontri in un monastero cattolico a Parigi. Vi partecipano almeno 70 professionisti dei media (presentatori, editori, tecnici del suono, cameraman ecc.). Qualche mese fa il gruppo ha incontrato Papa Francesco, chiedendogli di pregare per i media perché è un “mondo difficile”. Così, l’anticlericale e la denigratrice è diventata evangelizzatrice nei media. Questo è il potere della Vergine.

La redazione

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New York, uccide donna incinta ma con la nuova legge il bambino non esiste

new york cuomoUn uomo ha ucciso una donna incinta e il suo bambino di 14 settimane a New York, inizialmente viene accusato anche di aborto di secondo grado ma il procuratore generale rimuove l’accusa in quanto la nuova legge ha tolto l’aborto dal codice penale.

 

A fine gennaio 2019 il governatore “cattolico” di New York, Andrew M. Cuomo, ha firmato una delle leggi più permissive sull’aborto nella storia degli Stati Uniti. Il Reproductive Health Act (RHA) permette infatti l’interruzione di gravidanza fino all’ultimo giorno prima della nascita, una notizia che ha fatto il giro del mondo nonostante alcuni giornalisti, come Enrico Mentana, si siano affrettati -con scarsi risultati- a definirla una “bufala”.

 

L’uomo uccide donna incinta, prima accusato anche di aborto poi scagionato grazie al RHA.

Una notizia inquietante dimostra che non c’è alcuna bufala e la nuova legge avrà conseguenze tragicamente imprevedibili. Il 3 febbraio scorso nel borgo Queens, a New York, Anthony Hobson ha ucciso con un coltello la sua ex fidanzata Jennifer, incinta alla 14° settimana. L’aggressione ha causato la morte sia della donna che del bambino non ancora nato, per questo l’uomo è stato inizialmente accusato anche di aborto di secondo grado.

Lo ha annunciato il procuratore distrettuale del Queens, Richard A. Brown, in un comunicato stampa. L’accusa però è stata incredibilmente rimossa dopo che alcuni giornalisti e membri della stampa hanno sottolineato che l’aborto non è più considerato un crimine a New York dopo la recente legge, il RHA, la quale consente di interrompere la nascita in qualsiasi momento, rimuovendo l’aborto dal codice penale dello Stato.

 

Uccidere una donna incinta significa due omicidi, ma non a New York.

In un editoriale per il New York Daily News, antecedente all’assassinio della giovane donna newyorchese, Charles Camosy aveva predetto che la rimozione dell’aborto dal codice penale avrebbe eliminato la possibilità di accusare gli uomini che attaccano le donne incinte del crimine di uccidere i bambini non ancora nati. Eppure, «le persone intellettualmente oneste sanno che quando una donna incinta viene uccisa, accade qualcosa di diverso rispetto a quando viene uccisa una donna non incinta», scrisse Camosy. «Entrambe le situazioni sono incredibilmente tragiche, ma nella prima situazione, due esseri umani vengono uccisi, non uno».

Mentre per 38 stati americani e per il governo federale uccidere un bambino non ancora nato, contro i desideri della madre, è un crimine, a New York si resta impuniti. L’utero materno è il luogo più pericoloso per i bambini newyorkesi, che possono essere uccisi da chiunque e in qualunque momento senza che nessuno si alzi in loro difesa, nemmeno la legge. E’ possibile anche sottolineare che la decisione di assolvere l’uomo dall’omicidio del bambino non ancora nato è un autogol clamoroso: dimostra che effettuare un’interruzione di gravidanza in una clinica medica non è poi così diverso dall’infilzare con un coltello l’addome di una donna, il bambino viene comunque ucciso e la nuova legge newyorchese non condannerà in nessuno dei due casi.

 

Il governatore Cuomo ha difeso la sua fede cattolica, ma l’aborto è un problema laico.

Il governatore di New York, Andrew Cuomo, si è difeso sul New York Times proclamando la sua identità cattolica ma spiegando che «non credo che i valori religiosi debbano guidare posizioni politiche». Peccato che finga di ignorare che il motivo per cui sempre più persone si oppongono all’aborto (il 75% degli americani, tra cui il 60% dei Democratici, secondo un recente sondaggio), non è dovuto a causa della religione ma perché è un atto che oggettivamente pone fine alla vita di una persona umana completamente distinta dalla madre.

Ed infatti esiste un’associazione chiamata Secular for life che riunisce centinaia di atei americani, i quali sognano «un mondo in cui l’aborto sia impensabile, per le persone di ogni fede e non fede». Papa Francesco ha chiaramente spiegato: «Perché la Chiesa si oppone all’aborto? E’ un problema religioso? Filosofico? No, è un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. Nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola “uccidere” ha lo stesso significato!».

La redazione

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Il caso Galileo convertì lo storico della scienza agnostico F. S. Taylor

caso galileoSolitamente si cita il caso Galileo come l’emblema del conflitto tra scienza e fede ed invece è un fatto storico che, quando è studiato seriamente, porta a giudizi diametralmente opposti. E’ capitato allo storico della scienza inglese Frank Sherwood Taylor.

 

Se ci si reca sulla pagina Wikipedia dedicata a Frank Sherwood Taylor, si può apprezzare il suo importante ruolo come storico e filosofo della scienza nell’Inghilterra tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso. Docente di Chimica al Queen Mary College di Londra, direttore del Museo di Storia della scienza a Oxford dal 1950 fino alla sua morte nel 1956. Fu anche presidente dell’Accademia inglese di Storia della scienza (il biologo Sydney Brenner, premio Nobel nel 2002, raccontò di aver iniziato la sua carriera leggendo The Young Chemist, scritto proprio da Sherwood Taylor nel 1934).

Non si legge nulla però sulla sua vita personale, a meno di scorgere alla fine dell’elenco dei suoi libri, il titolo Man and Matter – Essays Scientific & Christian (1951). Si scopre così che il suo ultimo lavoro riguardò proprio i rapporti tra scienza e fede, una serie di saggi scientifici nei quali si armonizzano le conoscenze scientifiche alla visione cristiana e cattolica dell’esistenza. Si accenna anche che F.S. Taylor, invitato a tenere una conferenza su Galileo Galilei, indagò talmente a fondo che divenne un esperto dell’argomento e arrivò alla conclusione che «la storia di Galileo era piena di deliberate distorsioni attuate da scrittori anti-cattolici e razionalisti. Questo gli fece capire che la scienza è colpevole di tutti i reati solitamente assegnati alla Chiesa: è malata, malvagia, ingannevole e superstiziosa». Da quel momento in poi, «Sherwood Taylor iniziò a vedere il cristianesimo come la più pura e più intelligibile delle religioni, capace di offrire soluzioni a innumerevoli problemi della vita».

 

Agnostico ed imbevuto di positivismo illuminista.

Nonostante la precaria attendibilità di Wikipedia, sopratutto su questo tipo di argomenti, occorre ammettere che i fatti raccontati sono veri. Potremmo dire che se il caso Galileo viene solitamente addotto per minare la credibilità della Chiesa, nel caso Taylor è accaduto esattamente l’opposto: uno storico della scienza affermato e autorevole ha studiato la vicenda talmente a fondo, superando la superficie leggendaria restituita dai libri scolastici, trovando ragioni tali da introdurlo da chiedere di poter entrare a far parte della Chiesa cattolica.

F.S. Taylor, figlio di un padre agnostico e di madre anglicana, non aveva alcuna preoccupazione esistenziale prima del suo studio sulla condanna a Galileo. «La mia educazione religiosa fu quasi inutile, la vita della mia famiglia non era regolata in riferimento a Dio, ma alle regole sociali prevalenti nel primo periodo edoardiano», scrisse in Man and Matter. Un periodo dominato dal materialismo e dal positivismo, che lo affascinò pur non completando alcuni dubbi che scalfivano talvolta il suo agnosticismo: «Non riuscivo a vedere come dall’aggiungere un atomo ad un altro si potesse ottenere la vita e il pensiero». Anche il tema della bellezza lo colpiva, perché un fiore selvatico che serve solo come deposito di nettare per un’ape, è talmente bello? «Quale posto occupa la bellezza nello schema evolutivo?».

 

Il caso Galilei e la stima per la posizione della Chiesa.

Nel pieno della sua carriera scientifica, racconterà che nel 1937 ebbe «il mio primo contatto con la Chiesa cattolica, attraverso la più improbabile delle provvidenze». La Rationalist Associated Press lo invitò a tenere una conferenza sul razionalismo nella storia della scienza, la sua specialità, applicandolo però alla fatidica abiura di Galileo Galilei. «Non conoscevo bene l’argomento ma decisi di accettare ed iniziai a studiare per poter anche scrivere un libro sulla vita di Galileo. Mentre studiavo i documenti e la sua storia in dettaglio, tuttavia, mi resi conto che la leggenda comunemente accettata su Galileo era piena di deliberate distorsioni introdotte dagli scrittori anti-cattolici e razionalisti».

Nel 1938, come si era promesso, pubblicò realmente un libro intitolato Galileo and the freedom of thought (Galileo e la libertà di pensiero). In esso dimostrò che l’astronomo pisano mai dimostrò la tesi della rotazione terrestre attorno al sole e, anzi, l’argomento delle maree che usò a suo sostegno si dimostrò errato in pochi mesi. E nemmeno riuscì a smentire con convinzione le “prove” con le quali gli scienziati e filosofi del tempo supportavano il modello geocentrico. La Chiesa, così, si dimostrò esigente nel richiedere a Galileo più “scientificità” prima di annullare di colpo la visione della realtà dominante all’epoca che, oltretutto, pareva conciliare con il racconto biblico. Inoltre, fece notare l’eminente storico della scienza britannico, ci si dimentica delle tante sfumature che contribuirono enormemente all’intervento dell’Inquisizione. Ad esempio lo “scontro di personalità”, considerando la “penna sarcastica” di Galileo nel deridere Papa Paolo V e, inoltre, il fatto che gli eventi accaddero nel mezzo di una tempesta europea con il protestantesimo proprio sull’interpretazione delle Scritture. Infine, si dimentica anche che Copernico (come lo stesso Galileo), venne onorato e sostenuto da papi, vescovi e cardinali quando presento la sua teoria eliocentrica nei giardini vaticani.

Sherwood Taylor, sulla scia di altri studiosi, concluse che nonostante il suo giudizio finale, chiaramente errato dal punto di vista scientifico, la Chiesa si era limitata ad essere cauta in un contesto di confronto virulento su chi avesse il potere di determinare ciò che dice la Bibbia. Pur comprendendo che il Sant’Uffizio agì «goffamente», lo storico della scienza ricordò che Galileo non fu mai torturato, ma rimase agli arresti domiciliari per tutta la vita nella sua villa, dove visse con una pensione pagata dal Papa trascorrendo il suo tempo continuando i suoi studi e ricevendo discepoli da ogni parte del mondo. Mai pronunciò la frase “eppur si muove” e morì da un buon cattolico, come sempre lo fu, dopo aver ricevuto i sacramenti in compagnia della figlia, che scelse di diventare monaca.

 

La conversione dello studioso, grazie anche a Sant’Agostino.

Alla luce di tutti questi fatti, Sherwood Taylor fece un ragionamento illuminante: «Se le affermazioni sull’opposizione della Chiesa alla scienza sono così debolmente fondate, lo stesso potrebbe accadere rispetto a tutte quelle storie sul male, sulla frode e la superstizione che le mie letture protestanti e razionaliste mi avevano messo in mente ai danni del cattolicesimo, ancora non credevo ma ero aperto a credere». La conversione vera e propria maturò grazie all’incontro con due cattolici di cui non rivelò mai il nome, ma che li descrisse come «caritatevoli, umili e inflessibili nella fede, che irradiavano santità. Un esempio di cristianesimo in azione per tutti».

Grazie all’amore sbocciato verso Sant’Agostino, inoltre, aprì gli occhi sul suo ingenuo ottimismo scientista e sull’ideologia del dio Progresso. Capì che la scienza non rende il mondo migliore e non fa l’uomo felice: «Quello che il mondo ha bisogno non è più conoscenza, ma persone migliori. La crudeltà scandalosa e l’oppressione economica del XIX secolo si verificarono a causa della malvagità degli uomini più che all’ignoranza sulla natura. Non potrei vedere un’altra fonte di etica altruistica che nel credere in Dio».

Nel 1938 pubblicò il suo studio sul caso Galileo come parte di un processo di riflessione che lo portò ad essere accolto nella Chiesa cattolica il 15 novembre 1941, all’età di 44 anni, quando già era un scienziato di grande prestigio. Divenne un punto di riferimento sull’argomento e si specializzò in seguito sul pensiero degli alchimisti greci e medievali e sulla compatibilità tra scienza e fede, divenne direttore del Science Museum di Londra.

 

Anche il filosofo Paul Feyerabend: “la Chiesa si attenne più alla ragione di Galileo”.

Un caso, quello di Frank Sherwood Taylor, che ricorda molto quello di un altro celebre studioso, il filosofo della scienza Paul Feyerabend. Anche lui rigorosamente laico -e tale rimase, al contrario di Sherwood Taylor-, approfondì l’abiura di Galilei concludendo a sua volta con la celebre frase: «La Chiesa all’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana».

Abbiamo pubblicato l’intera riflessione di Feyerabend, basata anche sulle lettere del così tanto diffamato card. Bellarmino. Molto interessante in particolare il passaggio in cui riconosce:

«la Chiesa non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l’interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa. Molti passi biblici sembrano suggerire che la Terra sia piatta, tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica. Dall’altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c’era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità».

La redazione

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“Il card. Burke è gay”, il quotidiano La Verità sponsor del libro diffamatorio

belpietro viganòLa Verità (Maurizio Belpietro) sponsorizza con due articoli in prima pagina l’inchiesta che smentisce l’ex nunzio Viganò e diffama vescovi e cardinali tradizionalisti, accusandoli di omosessualità latente (tra essi il card. Burke). Il libro si chiama “Sodoma”, scritto da Frédéric Martel, e pone Papa Francesco contro la lobby gay vaticana.

 

Si chiama “Sodoma” (che fantasia!) l’ultimo attacco alla Chiesa cattolica, scritto dall’attivista gay francese Frédéric Martel, diffuso in 20 Paesi e tradotto in 7 lingue diverse. L’accusa è la solita, il Vaticano è pieno di omosessuali (l’80% di chi ci vive) e l’autore l’avrebbe scoperto intervistando i presunti amanti dei cardinali. Robaccia alla Augias & Fittipaldi, scandalismo di bassa lega se non fosse per l’enorme campagna pubblicitaria.

Mentre gli altri quotidiani ne hanno dato semplicemente notizia -si noti il sobrio articolo de Il Corriere posto in 25° pagina, sottolineando la «mancanza di prove e di solidi indizi statistici»– il quotidiano La Verità si è affrettato a sponsorizzare a tal punto l’inchiesta piazzandola in prima pagina. E anche questa mattina, ancora una volta in prima pagina si avvalorano le conclusioni dell’inchiesta, concentrandosi sulle dimissioni di Benedetto XVI.

Una scelta sorprendente in quanto, come vedremo, l’inchiesta di Martel smentisce il memoriale dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, paradosso vuole diffuso tra i primi proprio da La Verità, avendone intuito l’operazione politica (fallita) per tentare l’impeachment a Papa Francesco. Anche grazie all’attivismo del vaticanista Lorenzo Bertocchi (fedelissimo di Riccardo Cascioli, direttore de La Bussola), ogni settimana Belpietro ripubblica le peggiori notizie anticlericali raccolte in rete.

 

L’attacco a Giovanni Paolo II e la fantasia sugli agenti segreti gay cileni.

Secondo il libro di Martel, l’esistenza della lobby gay vaticana giustificherebbe -lo si legge sul quotidiano di Belpietro-, «il rifiuto del preservativo e l’obbligo del celibato sacerdotale». Mentre l’arcivescovo Viganò cercò di “salvare” Giovanni Paolo II, mentendo sul fatto che quando creò cardinale Theodore McCarrick «era già molto malato», la nuova inchiesta -promosso, lo ricordiamo, da La Verità– non ha pietà per il Papa polacco e va a colpire «diversi sacerdoti e monsignori molto vicini a Giovanni Paolo II».

Altri nomi di attivisti omosessuali sarebbero Pio Laghi e sopratutto Angelo Sodano, il nemico numero uno dell’ex nunzio Viganò, che il saggio di Martel lo accusa di avere avuto «un intensissimo rapporto con il dittatore Augusto Pinochet», tanto che permise l’introduzione in Vaticano di agenti segreti cileni omosessuali che ricevettero grande accoglienza. La fantasia è sfrenata e arriva alle dimissioni di Benedetto XVI, chiaramente anch’esse motivate da questa lobby gay.

Accuse, quelle del “Vaticano omosessuale”, smentite tuttavia proprio da un ex sacerdote gay che lavorò in Segreteria di Stato, tra i protagonisti dell’inchiesta. Si chiama Francesco Lepore e oggi è un giornalista, ricorda di essere entrato in seminario già omosessuale e, dopo una carriera locale, di essere giunto in Vaticano nel 2003, appena iniziò a manifestare la sua tendenza, racconta, «le voci sulla mia omosessualità furono così ingigantite che i superiori della Segreteria di Stato obbligarono il mio vescovo a richiamarmi in diocesi per affidarmi un incarico di rilievo. Intervenne Mario Agnes, l’allora direttore de L’Osservatore Romano, presso Stanisław Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II, e si giunse a una soluzione di compromesso: non era possibile per me restare più in Segreteria di Stato ma era disposto il trasferimento alla contigua Biblioteca Apostolica Vaticana». Dal racconto di Lepore è evidente come vi sia stato un immediato intervento per allontanarlo dal Vaticano appena si è saputo della sua omosessualità, senza alcuna complicità.

 

La Verità (Belpietro) contro il card. Burke: “si fa chiamare strega cattiva, vive in un’alcova gay”.

Qui la vicenda prende una piega sorprendente perché il saggio scandalistico di Frédéric Martel descrive Papa Francesco come oppositore di questa corrente omosessuale in Vaticano, tanto che (secondo La Verità), il Pontefice «non avrebbe ostacolato» l’uscita dell’inchiesta perché potrebbe «contribuire ad accelerare quel cambiamento» di pulizia «troppe volte annunciato, ma mai vissuto».

La Verità e Frédéric Martel arrivano così ad accanirsi inizialmente sul compianto card. Carlo Caffarra, il quale avrebbe vissuto «in un ardore omofobo» dopo aver percepito il pericolo che emergesse la sua presunta «doppia vita». Ma le accuse più velenose sono rivolte al card. Raymond Leo Burke, il prelato conservatore leader (suo malgrado) della fronda antipapista cattolica che al di là di qualche infelice uscita ha tuttavia mantenuto un atteggiamento di obbedienza, seppur critica, verso il Papa. Il card. Burke vivrebbe «in una casa lussuosa con il bagno che pare ritagliato da qualche spa da mille e una notte», scrive Gianluigi Nuzzi, e sarebbe soprannominato “la strega cattiva del Midwest”. Il card. Burke un altro omosessuale? Per La Verità è tutto vero, perché «il linguaggio al femminile ogni tanto preferito dal porporato, il nomignolo che ricorda altri della piccola comunità vaticana (Jessica, la Vipera, la Beddazza e ancora e ancora), la descrizione di una casa che pare un’alcova, impone una riflessione più ampia. Il libro di Martel spalanca una finestra che si è tenuta a lungo murata. Dopo questo saggio, le ipocrisie issate come stendardo dovranno cadere».

 

L’inchiesta smentisce l’ex nunzio Viganò e pone Francesco contro la lobby gay.

E’ paradossale che lo stesso organo di stampa (La Verità), lo stesso direttore (Maurizio Belpietro) che ha dato più voce e credibilità all’ex nunzio Vigano, oggi dà voce e sponsorizza il libro che diffama gli “alleati” di Viganò, cioè innumerevoli vescovi e cardinali “conservatori” e “tradizionalisti” alla cui “omofobia” viene collegata un’omosessualità latente o praticata. E, cosa ben più importante, smentisce platealmente l’ex nunzio Carlo Maria Viganò, sia perché individua l’omosessualità nei prelati tradizionalisti contrari a Francesco, sia perché pone Papa Bergoglio come nemico della lobby gay vaticana, svelando che il suo continuo rimproveri ai prelati “ipocriti” e dalla “doppia vita” sarebbero rivolti proprio a questi monsignori gay.

Ma questi “particolari” vengono taciuti da La Verità, che nel titolo della sua prima pagina ha il coraggio di scrivere che invece l’inchiesta «conferma le accuse di Viganò». E’ evidente che questi organi di stampa e giornalisti “conservatori” (rigorosamente non praticanti) non vogliono difendere alcuna dottrina, ma portano avanti una guerra aperta contro la Chiesa e i suoi pastori (di qualunque “fazione”), da una parte sfruttando le pedine al momento più comode -i Viganò, i vaticanisti e i blogger dissidenti (raccogliendo consensi negli ingenui tradizionalisti)-, e dall’altra sponsorizzando inchieste che li smentiscono. Non importa, tutto fa brodo per colpire i Papi, delegittimare moralmente moralmente la Chiesa, sgonfiare la sua scomoda dottrina morale.

La redazione

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1000 scienziati vs Darwin: selezione naturale non spiega complessità della vita

darwin dayDarwin Day 2019: 1000 scienziati si schierano contro Darwin, contro la selezione naturale ed il gradualismo. Una critica scientifica di importanti evoluzionisti al meccanicismo biologico affermato dal neodarwinsimo, superato dalla scienza moderna e incapace di spiegare la complessità della vita. Nessuna adesione al creazionismo.

 

210 anni fa, il 12 febbraio 1809, nasceva Charles Darwin. Il celebre naturalista che teorizzò, contemporaneamente (o meglio, successivamente) ad Alfred Wallace, la teoria della selezione naturale.

In questi giorni lo si celebra tramite i Darwin Dayorganizzati con evidente strumentalizzazione da militanti ateisti che credono ciecamente che il darwinismo possa realmente essere una prova scientifica contro l’esistenza di un Creatore.

Un’idea sciocca, come ci ha spiegato il biologo de La Sapienza di Roma, Mariano Bizzarri, alla pari di quella dei creazionisti, convinti che sia tutto falso, che la Terra sia stata creata solo qualche millennio fa e le specie che la abitano non abbiano subito alcuna evoluzione ma siano apparse così come le conosciamo.

 

Mille scienziati contro Darwin: un dissenso scientifico alla selezione naturale.

I mille scienziati che hanno firmato l’appello intitolato A scientific dissent from darwnism la pensano in questo modo e hanno manifestato il loro scetticismo circa la teoria popolare sullo sviluppo della vita. In particolare, scrivono, «siamo scettici nei confronti delle affermazioni sulla capacità della mutazione casuale e della selezione naturale di spiegare la complessità della vita».

A firmare il manifesto sono autorevoli scienziati evoluzionisti, come Philip Skell, padre della chimica del carbene e professore emerito alla Pennsylvania State University; Lyle H. Jensen, professore emerito di Biologia dell’Università di Washington; Lev Beloussov, docente di Biologia alla Moscow State University; Stanley Salthe, professore emerito di Zoologia all’Università di New York; Yvonne Boldt, docente di Microbiologia all’Università del Minnesota; Israel Hanukoglu, ordinario di Biochimica e Biologia molecolare all’Ariel University; Henry F. Schaefer, docente e direttore del Centro per la Chimica Computazionale presso l’Università della Georgia (nonché uno dei chimici più citati al mondo, con un Thomson Reuters H-Index di 113); Dean H. Kenyon, professore emerito di Biologia alla San Francisco State University; Ralph Seelke, professore emerito di Biologia all’Università del Wisconsin ecc.

L’iniziativa inizialmente è partita dal Discovery Institute, il principale ente promotore del cosiddetto Intelligent Design, ma nel tempo è stata condivisa anche da scienziati lontani dalle tesi promosse dai sostenitori del Disegno Intelligente. I firmatari, infatti, precisano che «stanno semplicemente accettando la dichiarazione scritta, non indicano il loro accordo o disaccordo verso altre teorie scientifiche (come l’auto-organizzazione, lo strutturalismo o la progettazione intelligente)».

La necessità di questo manifesto è importante in quanto, come viene giustamente scritto, «negli ultimi anni c’è stato uno sforzo da parte di alcuni sostenitori della moderna teoria darwiniana per negare l’esistenza di critici scientifici al neodarwinismo e scoraggiare la discussione delle prove scientifiche a favore e contro il neodarwinismo». Si parla addirittura di “dogma scientifico”, quello che ha impedito una sana discussione scientifica sul libro Gli errori di Darwin (Feltrinelli 2011), pubblicato da Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini e ampiamente sostenuto dal genetista e biologo di fama internazionale, Richard Lewontin (Harvard University).

 

Neodarwinismo e gradualismo superati dall’evoluzione direzionale.

La selezione naturale è risultata perfettamente capace di spiegare la “micro-evoluzione” (variazione entro limiti stabiliti di complessità, variazione quantitativa di organi o di strutture già esistenti ecc.), mentre risulta completamente inadeguata a livello di “macro-evoluzione” (innovazione su larga scala, comparsa di nuovi organi, strutture, apparati corporei, materiale genetico ecc.). Anche il gradualismo, tipico della visione ottocentesca del darwinismo, è ormai ampiamente messo in discussione dalla scienza moderna, la quale è orientata verso un modello saltazionistico. Uno dei più importanti paleontologi americani, Steven M. Stanley, ha infatti scritto: «I reperti fossili conosciuti non riescono a documentare un solo esempio di evoluzione filetica (graduale). Dunque non c’è alcuna prova del fatto che il modello gradualistico possa essere valido» (S. Stanley, Macroevolution, Pattern and Process, W. H. Freeman & Co. 1980, p. 39). Ian Tattersall, antropologo dell’American Museum of Natural History di New York, ha concluso che «noi esseri umani non siamo le creature che siamo grazie a una selezione naturale protrattasi per intere ere».

Selezione naturale e gradualismo sono le colonne portanti del neodarwinismo, che vuole imporre alla biologia un approccio meccanicistico. Una visione superata, come ha spiegato il celebre chimico e filosofo Michael Polanyi, in quanto gli organismi biologici non sono comprensibili tramite le leggi della meccanica poiché hanno dentro di sé una propensione individuale a vivere. C’è un fondamentale aspetto teleologico gravemente trascurato dai neodarwinisti, quello ben descritto dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine: «la Vita avanza dappertutto a tentoni ma, nell’apparente caos dei suoi dinamismi, essa segue delle linee preferenziali di sviluppo che la conducono sino all’autocoscienza presente nell’uomo» (I. Prigogine, Le leggi del caos, Laterza 1993, p.3). L’eminente biologo statunitense Stuart Kauffman ha spiegato che il ruolo della selezione naturale è fortemente ridimensionato dall’evidenza che i sistemi naturali sono portatori di una predisposizione intrinseca all’auto-organizzazione, una tendenza verso un fine ordinato e l’ordine biologico è spesso emerso a prescindere dalla selezione naturale e talvolta malgrado la sua presenza (S. Kauffman, The Origins of Order, Oxford University Press 1993).

Un’evoluzione direzionale, dunque? Il teologo Hans Küng ha sapientemente scritto: «la vera alternativa non è tra evoluzione e creazione, bensì tra visione del mondo in evoluzione, dipendente da Dio trascendente e creatore, secondo un suo disegno, e visione di un mondo in evoluzione, autosufficiente, capace di crearsi e trasformarsi, per una sorta di potenza e intelligenza immanente; la vera alternativa è tra visione atea e materialista e visione religiosa di tutta la realtà aperta al trascendente» (Kung, Dio esiste?, Fazi Editori 2012, p. 830).

La redazione

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Eluana Englaro, uccisa secondo i piani per la causa dell’eutanasia

morte eluanaLucia Bellaspiga fu l’ultima a visitare Eluana, racconta come la sua morte fu progettata e studiata per anni come grimaldello per «affermare una nuova concezione di vita e di morte», secondo le parole di Maurizio Mori (bioetica laica). Con la complicità dell’apparato mediatico, tanto che ancora oggi si crede fosse attaccata a macchine e tubi.
 
di Lucia Bellaspiga
da Avvenire, 08/02/19

 

Costava fatica entrare nella stanza di Eluana e trovarsi faccia a faccia con lei per la prima volta. Mesi di dichiarazioni e articoli a senso unico preparavano al peggio: Eluana «morta 17 anni fa», si scriveva, Eluana inguardabile, Eluana violata da tubi e macchinari, Eluana “attaccata” a una spina, Eluana costretta a sofferenze…

Per questo si aveva paura, e ci sembrò strano il sorriso incoraggiante di suor Rosangela il giorno in cui, dieci anni fa, con il permesso del padre Beppino ci introdusse in quella stanza della clinica “Beato Talamoni” di Lecco e ci indicò un letto: «Ecco la nostra Eluana».

Nessun macchinario, niente tubi, nemmeno sinistri bip bip né numeri scanditi sui monitor: solo una normale stanzetta in penombra, il vetro un poco sollevato nonostante l’autunno inoltrato per far entrare aria pulita, un letto uguale ai nostri, due peluche appesi alla testata, un comodino con pacchi di lettere «Alla signorina Eluana», e di lato la poltrona di suor Rosangela, la Misericordina che le viveva accanto da 15 anni.

 

Il 40% degli stati vegetativi ha una coscienza e comunica.

Tutta Italia da mesi parlava di lei, ma che cosa si sapeva? Gli italiani la “conoscevano” dalle tante foto scattate a vent’anni, sulla neve o mentre scherzava dietro la tenda della doccia, capelli lunghi e sorriso radioso. Poi quei giorni felici erano stati bruscamente interrotti da un fatale incidente d’auto che nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1992 l’aveva condotta in fin di vita: cinque giorni di coma profondo, la battaglia dei medici per rianimarla e la tracheotomia, ma anche una condizione dalla quale non si era più svegliata, entrando in quello che all’epoca si chiamava solo stato “vegetativo”. Un totale mistero allora e un mistero ancora oggi, anche se negli ultimi anni la neuroscienza ha fatto passi da gigante dimostrando che nel 40% dei casi le diagnosi di “stato vegetativo” erano errate e dentro quei cervelli apparentemente spenti può vivere una coscienza, che lancia segnali, che percepisce il mondo esterno, che a volte persino “comunica”.

 

Le menzogne della stampa sui tubi. Per Saviano, Eluana aveva “la bava alla bocca”.

«Per me Eluana è morta il 18 gennaio 1992, da quel giorno non l’abbiamo più percepita e non esiste più come persona», ci spiegava Englaro, scegliendo di restare in corridoio ad aspettare la fine della visita. Gli articoli dei quotidiani descrivevano agli italiani una Eluana, ormai 37enne, scarnificata e costretta a vivere in una condizione di estrema sofferenza (tra gennaio e febbraio 2009 assistemmo a un crescendo disumanizzante, tra chi la diceva «completamente calva» e chi con «la faccia rinsecchita come il resto del corpo», il viso piagato «da quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena», «ridotta a meno di 40 chili». Concludeva la danza macabra Roberto Saviano, che mai l’aveva vista: «Le orecchie divenute callose e la bava che cola…»).

E le foto a corredo degli articoli mostravano sempre macchinari, tubi, monitor. Per questo rimanemmo stupiti scoprendo che Eluana era una disabile, non una malata terminale, soprattutto che respirava autonomamente e viveva di vita propria. Le suore curavano anche la sua femminilità, idratando ogni giorno con creme la sua pelle intatta, di porcellana, che traspariva da una corta camicia da notte. A volte se il tempo lo permetteva veniva seduta su una sedia a rotelle e portata in giardino. E come tutti noi, la sera si addormentava, la mattina apriva gli occhi e si svegliava. In buona fede, eravamo convinti che bastasse spegnere una macchina per far morire Eluana, ma l’unica spina nella stanza era quella della radio che a volte suor Rosangela sintonizzava sulla musica. Che spina si voleva staccare? Con quale tecnica si poteva pensare di ucciderla?

Occorre fare un passo indietro, all’11 ottobre 2008. Mentre fuori infuriavano la battaglia ideologica e quella legale per la sua eutanasia, Eluana fu a un passo dal morire naturalmente, a causa di una forte emorragia dovuta a un ciclo mestruale anomalo. Il suo medico curante, Carlo Alberto Defanti, amico di Englaro, a noi giornalisti spiegò che l’evento non era legato al suo stato, che sarebbe potuto capitare a ogni donna, ma che Eluana non ce l’avrebbe fatta perché nessuno le avrebbe praticato le trasfusioni garantite a qualsiasi altra paziente. Invece a sera ci annunciò l’inimmaginabile: l’emorragia si era improvvisamente fermata, Eluana migliorava di ora in ora e lottava per vivere. Com’era possibile?, chiedevano i giornalisti assiepati da ore. «Eluana è una donna forte e sana – spiegava lo stesso Defanti –, curata in modo eccezionale dalle suore Misericordine, in tanti anni non ha mai preso un antibiotico».

 

Una morte simbolica studiata da anni: “per sovvertire la millenaria idea di vita e di morte”.

Brutto dirlo, ma tutti si sperava che Eluana morisse così, naturalmente, mettendo fine al tragico teatro che si svolgeva sulla sua vita. Pochi sanno che il copione era consapevolmente studiato molti anni prima, addirittura 14, quando il gruppetto di persone che lavorano per condurre l’Italia a legalizzare l’eutanasia venne a sapere di quella ragazza, allora giovanissima e da poco ricoverata. La vicenda di Eluana, se ben gestita, sarebbe stata utilissima.

Leggiamo direttamente le parole di uno di loro, il bioeticista dell’università di Torino, Maurizio Mori: «Più che di per sé», visto che «di persone ne muoiono tante anche in situazioni ben peggiori, il caso di Eluana è importante per il suo significato simbolico», scrisse in un libro. Proprio «come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi», sospendere cibo e acqua a Eluana e riuscire a farla morire per sentenza, in modo “legale”, avrebbe significato «abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria per affermarne una nuova». Ovvero per segnare «la fine del vitalismo ippocratico e gettare le basi di un controllo della vita da parte delle persone».

Di Englaro, incontrato tre lustri prima della morte di Eluana, Defanti riferì a Mori che era la persona giusta per la loro battaglia ideologica: «Di solide convinzioni», sarebbe stato in grado di «portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan o di Tony Bland» (celebri battaglie legali per l’eutanasia, la prima negli Usa nel 1990, la seconda nel Regno Unito nel 1993, ndr): «Valuteremo se ci sono le condizioni per procedere… Ma sono persone serie, che vanno seguite». Quattordici anni dopo, a cose fatte, lo stesso Mori scriverà soddisfatto: «Oggi è dissolta la sacralità della vita».

Andammo a trovarla di nuovo a poche ore dal Natale 2008, senza sapere che sarebbe stata l’ultima visita, sempre con Beppino Englaro che ce lo consentiva. Quel giorno successe un fatto che impressionò profondamente noi, ma normale per suor Rosangela (abituata alle reazioni di Eluana) e ancor più per i neuroscienziati (nelle persone in stato di minima coscienza sono eventi consueti): con una battuta di spirito chi era nella stanza scoppiò a ridere, e quel suono così strano, non sentito forse per anni, accese sul viso della giovane donna un sorriso aperto, evidente, scioccante. Eluana in qualche modo c’era, reagiva, ansimava di spavento se sentiva discutere della sua prossima morte. Le promettemmo che saremmo tornati per San Valentino, ma il padre intervenne deciso: «Non ci sarà più». Lo incontrammo di nuovo la notte tra il 2 e il 3 febbraio 2009 davanti alla clinica di Lecco, lo sguardo fisso mentre, seduto al volante, si muoveva dietro all’ambulanza che portava via sua figlia, tra vento e nevischio, per condurla a Udine, a morire.

 

Eluana respirava da sola, apriva gli occhi al mattino, capì che l’avrebbero uccisa.

Si concludeva la sua lunga battaglia legale, e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana si sarebbe tolta la vita a una persona disabile, non malata terminale, che respirava autonomamente, nutrita e dissetata attraverso un sondino naso-gastrico, come sempre si fa per praticità e sicurezza con questi pazienti, anche quando sono in grado di deglutire. All’una di notte le sole finestre illuminate nella clinica Talamoni di Lecco erano quelle della sua stanza, tra le righe delle tapparelle il via vai angosciato delle suore che invano avevano pregato «lasciatela a noi, non abbiamo mai chiesto nulla per accudirla», e che ora chiudevano in una borsa le poche cose da portare via quando si va a morire.

Avevano sempre taciuto, le suore, ostinate anche con noi giornalisti, fedeli al mandato del silenzio dato da Englaro, che 15 anni prima le aveva supplicate di tenerla loro, perché era lì che nel 1970 era nata. Ma dopo la partenza di Eluana per Udine, la madre generale, suor Annalisa Nava, finalmente parlò: «Eluana ha capito tutto. Era agitata, le ho detto di stare calma, che l’avrebbero portata in un’altra clinica più bella e più comoda. Ho letto sui giornali che è morta 17 anni fa: no, Eluana è viva, anche esteticamente ha un aspetto florido, sano. Mi piacerebbe che chi scrive certi articoli potesse vederla da vicino per stabilire chi ha ragione. Dire a una persona “tu per me sei morto” significa radiarlo dalla sfera umana… È la frase che ci fa tornare indietro in umanità, regredire a tempi molto bui».

Eluana fu ricoverata alla “Quiete” di Udine, naturalmente non con una prescrizione eutanasica ma con un’autorizzazione della Asl che parlava di «recupero funzionale e promozione sociale dell’assistita». Insomma, ufficialmente per essere curata. Ma alla “Quiete” Eluana è tra mani estranee, non ci sono più quelle di suor Rosangela sempre pronte a fare la cosa giusta. Così si agita, tossisce fino a strozzarsi, rischia persino di morire, cerca aria, solleva le spalle ma non ci riesce. La salvano. Poi il protocollo ha inizio, insieme alla sedazione per attutire le sofferenze. Medici e infermieri tengono un diario aggiornato ogni mezz’ora, registrano i peggioramenti, i gemiti, i tentativi di dare sollievo alla pelle che si spacca quando il sondino non porta più l’acqua ed Eluana si secca come una mela al sole.

Il rantolo si fa continuo, i reni si bloccano, gli spasmi si fanno frequenti, la “combustione” delle cellule neuronali del cervello dovuta all’assenza di sudorazione innalza la febbre a 42. Così la troverà il medico legale al momento dell’autopsia, con i segni delle sue stesse unghie nei palmi delle mani strette in quei giorni. E nella stessa autopsia finalmente la verità: morta per arresto cardiaco causato dalla sete, dopo quattro giorni senza cibo e acqua pesava ben 53 chili, il fisico era sano e florido, nessuna traccia di piaghe da decubito… «Quando è uscita da qui era bella», avevano giurato le suore, ma contro di loro si era mossa la grande macchina mediatica e ancora oggi la gran parte degli italiani è convinta che Eluana vegetasse attaccata a una macchina. E che sia morta di morte naturale perché fu staccata una spina dal muro.

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Venezuela, anche Guaidò si appella al Papa. Ma la Chiesa non era ormai ininfluente?

guaido maduroSi tenta di risolvere la crisi venezuelana con l’intervento della Santa Sede, un appello che smentisce le accuse alla Chiesa da parte di George Weigel e del mondo conservatore di aver perso il suo peso istituzionale.

 

In precedenza era stato il presidente (o ex presidente) venezuelano Nicolas Maduro a richiedere la mediazione del Pontefice per sbrogliare l’enorme crisi governativa del paese sudamericano. Ma anche il presidente autoproclamato del Venezuela, Juan Guaidò, si è appellato al Papa e lunedì la Segreteria di Stato del Vaticano ha ricevuto una sua delegazione. «Faccio appello a tutti quelli che possono aiutarci, come il Santo Padre, per collaborare alla fine dell’usurpazione, per un governo di transizione, per portare a elezioni veramente libere, al più presto», ha dichiarato Guaidò in un’intervista. «Sarei felice di ricevere il Papa nel nostro Paese».

Secondo un’esclusiva del Corriere della Sera di oggi, Francesco avrebbe inviato una lettera a Maduro lamentandosi degli “accordi disattesi” e chiamandolo “signore” e non “presidente”. L’arcivescovo di Mérida, il card. Baltazar Porras, ha ben chiarito la posizione della Chiesa.

 

George Weigel e i conservatori: “dal 2013 la Chiesa ha perso peso istituzionale”.

Questa gara a richiedere l’intervento di Papa Francesco porta alla mente un articolo del 23 gennaio scorso scritto da George Weigel, intellettuale cattolico americano noto per aver scritto una biografia su Giovanni Paolo II, oggi opinionista e consigliere del Discovery Institute, il portale del creazionismo biologico cristiano. Weigel negli ultimi anni ha maturato, come tanti giornalisti conservatori, un forte rancore verso l’attuale Pontefice e si fa spesso scudo del suo essere stato vicino a Papa Wojtyla (ma d’altra parte lo era anche il filosofo italiano Rocco Buttiglione, che invece ha un giudizio nettamente opposto sul pontificato bergogliano).

Nel suo ultimo attacco a Papa Bergoglio, Weigel lo ha indicato come responsabile della presunta perdita di autorevolezza morale da parte della Chiesa. Un’accusa che effettivamente mancava nella faretra dell’antipapismo. «Nel 2013 l’influenza morale della Chiesa negli affari mondiali era al suo apogeo moderno», ha scritto il giornalista. Ha raccontato dell’importante ruolo avuto da Giovanni Paolo II contro il comunismo e dei discorsi di Benedetto XVI al Collège des Bernardins di Parigi, alla Westminster Hall di Londra e nel Bundestag in Berlino. Papa Bergoglio invece, com’era immaginabile, un vero disastro: non ha risolto il problema della Siria, non ha contrastato la guerra di Vladimir Putin in Crimea e ha stipulato un accordo compiacente con la dittatura cinese.

 

L’azione diplomatica e mediatrice della Chiesa dal 2013.

Una ricostruzione azzardata e traballante. «Non si danno mai tregua i blog in dissenso dal magistero del Papa», ha scritto questa mattina Guido Morcellin. Ironia della sorte, Papa Francesco è stato criticato per motivi diametralmente opposti a quelli di Weigel, ovvero per essersi schierato contro Assad (Siria) e contro Putin (Russia). Ci si metta d’accordo, dunque. La verità è che più volte il Papa ha incontrato il presidente russo Putin intimando uno sforzo per la pace in Ucraina, e lo stesso ha fatto con il ministro ucraino degli esteri, Pavel Klimkin, e con l’arcivescovo maggiore di Kiev e primate dell’Ucraina, Sviatoslav Shevchuk. Per quanto riguarda la Siria, anche i questo caso numerosi sforzi sono stati fatti, sia intervenendo diplomaticamente presso Bashar al-Assad, sia incontrando l’opposizione, nella persona di Nasr Al Hariri, in un tentativo di mediazioni tra posizioni difficilmente conciliabili. Capitolo a parte per il delicato patto tra Santa Sede e Cina, criticato dal vescovo emerito di Hong Kong, Joseph Zen ma molto apprezzato dai vescovi clandestini cinesi e da vari missionari.

 

Critiche riciclate e poco convincenti, non c’è amore alla verità.

Proprio il recente caso Venezuela è lì a dimostrare quanto la Chiesa non abbia mai perso il suo peso istituzionale a livello internazionale, ritenuta la «bussola morale» nella quale Weigel non crede più. Il fine diplomatico card. Piero Parolin, segretario di Stato Vaticano, ha risposto a Maduro e a Guainò spiegando che «l’atteggiamento della Santa Sede è quello di una neutralità positiva, non è l’atteggiamento di chi si mette alla finestra a guardare che cosa succede quasi indifferente. È l’atteggiamento di chi cerca di essere sopra le parti per superare la conflittualità. Sono le parti che a questo punto devono muoversi, come del resto è successo quando la Santa Sede accettò di diventare parte del dialogo. Resta quello che ha detto il Papa: “Ci deve essere la volontà delle parti”. Il nostro impegno, come ha detto il Papa, è sempre quello di cercare soluzioni pacifiche e istituzionali della crisi in atto».

Certamente nessuno è al di sopra delle critiche e Papa Francesco (come i suoi predecessori e come capiterà ai suoi successori) non ha gestito perfettamente ogni problema. Ma, quelle di George Weigel e del mondo conservatore, sembrano sempre critiche posticce, abborracciate. Lo si deduce anche dal poco approfondimento e dalla volontà di giungere in fretta alla condanna pubblica del Papa, senza alcuna prudenza e senza soppesare i pro e i contro, indicando e persistendo solo su questi ultimi.

La redazione

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Centinaia di abusi nella Chiesa battista: crolla il legame celibato-pedofilia

abusi protestantiQuasi 400 pastori sposati della Southern Baptist Convention, la chiesa battista più grande degli USA, accusati di abusi sessuali. Il celibato non può dunque essere il colpevole della pedofilia di alcuni preti cattolici.

 

Il voto di castità sarebbe «insostenibile» considerando i numerosi abusi commessi da preti cattolici. Questa un’idea diffusa e razionalizzata dalla voce del teologo di Repubblica, Vito Mancuso. I peccati del celibato, titolava qualche mese fa il New York Post.

 

Quasi 400 pastori battisti sposati accusati di pedofilia.

Se non bastassero tutte le ricerche sociologiche sull’argomento, di cui abbiamo già parlato, a confutare -si spera definitivamente- il nesso pedofilia/celibato è una tragica notizia: quasi 400 pastori protestanti della Southern Baptist Convention, la più grande denominazione protestante in Texas (e degli Stati Uniti), sono stati accusati di una quantità indefinita di abusi sessuali. Si parla di oltre 700 vittime in 20 anni.

Sono numeri davvero imponenti per un fenomeno, quello della pedofilia, che sembra ormai essere diventato una piaga internazionale dalla fine degli anni ’60. E’ noto a tutti che i pastori protestanti, compresi i ministri della Chiesa battista, non solo sono sposati e con figli ma ritengono anche che «se rimangono single, devono capire che ci sarà un limite significativo alla loro capacità di servizio come pastore».

 

Sei miti sulla pedofilia nel clero cattolico.

L’eminente Thomas G. Plante, docente di Psicologia all’Università di Santa Clara, di Psichiatria del comportamento alla Stanford University School of Medicine e autorità sul tema degli abusi sessuali, ha analizzato sei miti persistenti sulla pedofilia all’interno della Chiesa cattolica.

1) Nella Chiesa cattolica meno abusi che nella società. Innanzitutto ha smentito che il clero cattolico ha più probabilità di praticare abusi su minori rispetto a pastori di altre confessioni o uomini in generale: «Secondo i migliori dati disponibili il 4% dei preti cattolici negli Stati Uniti ha vittimizzato sessualmente dei minorenni durante gli ultimi 50 anni, percentuale inferiore a quella degli insegnanti nello stesso arco temporale e, certamente, inferiore a quella degli uomini nella popolazione generale.

2) Il celibato non è il colpevole. «Non avere rapporti sessuali non rende i bambini oggetto del proprio desiderio», ha spiegato lo psichiatra americano. Inoltre, la maggior parte degli autori di reati sessuali non pratica il celibato, ma è sposato o vive in coppia.

3) La causa non è nell’omosessualità. Secondo lo psichiatra, nemmeno l’omosessualità è la causa principale degli abusi sessuali nel clero cattolico. Seppur ammetta che l’80% delle vittime sono di sesso maschile tuttavia, scrive, «non esistono prove che suggeriscano che l’orientamento sessuale, in sé e per sé, rende qualcuno a rischio nel commettere crimini sessuali». Il dato statistico, tuttavia, è davvero troppo alto per poter essere così sicuri da escludere una non causalità.

4) Un clero maschile non è più a rischio di commettere abusi. Thomas G. Plante precisa anche che «un clero di soli maschi non può essere incolpato perché avere donne del clero non impedisce ai trasgressori sessuali di praticare abusi».

5) Gli abusi risalgono a oltre vent’anni fa. Come già avevamo avuto modo di segnalare, «quasi tutti i casi di abuso sessuale del clero nella Chiesa cattolica di cui sentiamo parlare risalgono a decenni fa (di solito negli anni ’60 e ’70)». Non si tratta quasi mai di aggressioni sessuali accadute dopo gli anni ’80, sopratutto dopo i 2002 questi fatti sono davvero molto rari.

6) Non si tratta di pedofilia. Un altro elemento che emerge dai dati è che l’80% dei criminali nel clero cattolico abusano adolescenti e non bambini. Ciò non mitiga la gravità ma semplicemente rende improprio il termine “preti pedofili”.

La redazione

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