Attivista Lgbt aggredisce vescovo con acido, i media nascondono la notizia

Violenza lgbt. Il vescovo di Managua (Nicaragua) attaccato da una militante lesbica pro-aborto mentre stava confessando. Mons. Guevara ha riportato gravi ustioni ma per i media la notizia non c’è o non è rilevante.

 

La Chiesa cattolica in Nicaragua è oggettivamente sotto assedio. La Conferenza episcopale ha assunto un ruolo centrale, promuovendo e mediando i negoziati nella guerra civile tra il governo ed i suoi oppositori e ne ha pagato dure conseguenze, tanto che i vescovi più volte sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente dai seguaci del presidente Ortega.

Ma mercoledì scorso, 5 dicembre, fa è avvenuta un’altra aggressione, apparentemente estranea alla crisi politica che sta attraversando il Paese centroamericano. Una femminista, lesbica e pro-aborto, ha infatti aggredito don Mario Guevara, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Managua, mentre stava confessando in chiesa. La donna lo ha assalito lanciandogli addosso dell’acido solforico ed è stata fermata dai fedeli presenti prima che l’agguato finisse in tragedia.

Elis Leonidovna Gonn è stata arrestata dalla polizia, mentre il vescovo e alcuni fedeli sono stati ricoverati: mons. Guevara ha riportato gravi ustioni sul viso e sul corpo ma le sue condizioni paiono stabili. Al momento dell’aggressione, la donna indossava una maglietta con l’immagine di un bambino nel ventre materno che alza il dito anulare, usata spesso ironicamente dalle femministe radicali.

Un attacco, purtroppo, ordinario da parte dei militanti pro-aborto, come tanti ne avvengono ogni settimana in tutto il mondo. Ricordiamo solo i più recenti: in ottobre, l’attivista Lgbt e pro-aborto Jordan Hunt ha violentemente colpito una mamma pro-life (qui il video), mentre un mese prima la giornalista di Fox News, Denise McAllister, è finita sotto scorta per aver ricevuto valanghe di minacce di morte dopo l’essersi dichiarata pro-life. Così va avanti, ogni mese, da decenni, nel più totale silenzio dei principali quotidiani.

Anche nel caso dell’aggressione al vescovo nicaraguense, i quotidiani e le agenzie di stampa sono rimasti silenti, come se non fosse una notizia rilevante. Soltanto TGcom24, tra i media “laici”, ha informato del fatto ben guardandosi, però, dal riportare i motivi dell’attacco ed il profilo ideologico della donna, cosa che invece si fa abitualmente per qualunque altro tipo di aggressione. Sopratutto quando si tratta di “insulti omofobi”, la stampa si scatena in perfetta sincronia, trasformando perfino una scritta su uno scontrino in un caso di emergenza nazionale.

Un altro esempio sintomatico è stata l’omissione da parte dei grandi quotidiani su un particolare scomodo del dottore pedofilo arrestato a Castel Volturno (Caserta), accusato di aver abusato di un bimbo di 9 anni. L’hanno chiamata “dottoressa”, censurando un dettaglio noto a tutti: era un transessuale, informazione messa invece in evidenza dalla stampa locale. La femminista del Corriere della SeraMonica Ricci Sargentini, si è detta “senza parole” riguardo la volontaria e sospetta omissione della grande stampa.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Cosa dà valore all’uomo? Un filosofo, un teologo e uno scienziato non sanno rispondere

Valore dell’uomo e della vita. Tre rappresentanti del pensiero umano non hanno risposte, basterebbe leggere i profondi giudizi di don Luigi Giussani per riemergere dalla nebbia dell’esistenza e della mancanza di risposte.

 

Ci lamentiamo spesso del relativismo assoluto in cui vivono i giovani. Eppure, come dare loro torto quando si legge un lungo dialogo tra tre rappresentati del pensiero umano che riflettono sul “valore dell’uomo” senza che si cavi un ragno dal buco? Se questi sono gli adulti, poi non stupiamoci.

Qual è l’unità di misura dell’umanità? E chi — o che cosa — definisce l’uomo? Su questo si sono confrontati il frate domenicano Peter Hunter, docente al collegio di Blackfriars a Oxford, il fisico Guido Tonelli, docente alla Normale di Pisa e l’antropologo Silvano Petrosino dell’Università Cattolica di Milano. Ci mancherebbe, qualche spunto interessante è emerso: «spesso ci convinciamo che la misura dell’uomo sia, per esempio, il godimento. O il potere. Ma è un inganno», ha introdotto Petrosino, «l’uomo resta irrimediabilmente abitato da una misura che non riesce a misurare». Nonostante il promettente inizio, la conversazione si è rivelata sterile anzi, controproducente, almeno quando Tonelli ha affermato che bisogna «capire che il valore dell’uomo non è stabilito dal suo denaro o dal successo, ma dalle sue azioni nei confronti delle comunità, siano esse locali o globali, dalle soluzioni che trova ai problemi, dalle sue scoperte e visioni».

Ecco ricomparire l’utilitarismo: hai valore se sei utile, se produci azioni, se trovi soluzioni, se scopri, se sogni. L’uomo avrebbe valore solo in quanto partecipa al flusso della realtà, così come il dito ha valore solo perché è parte del corpo e solo se è capace di muoversi o indicare.

Eppure il prof. Petrosino aveva aperto la strada alla risposta: l’uomo trova dentro sé una misura. Un altro docente della Cattolica di Milano, un teologo di nome Luigi Giussani, se avesse partecipato al dibattito sicuramente si sarebbe inserito affermando: «La scelta dell’uomo è: o concepirsi libero da tutto l’universo o schiavo di ogni circostanza». E’ questa scelta che determina il valore umano, di ogni uomo: che sia utile o non utile alla società, non importa. Per concepirsi libero, non riducibile all’ingranaggio universale, c’è solo un modo: «La superiorità dell’io si fonda sulla dipendenza diretta dal principio che gli dà origine e dà origine a tutto, cioè da Dio. La grandezza e la libertà dell’uomo derivano dalla dipendenza diretta da Dio, condizione per cui l’uomo realizzi e affermi sé».

L’uomo è definito, inizia a dire io quando si percepisce in rapporto con l’Eterno, in grado di vedere se stesso all’interno di un significato, di un disegno. Un essere voluto e amato, così inizia l’affermazione di sé. Come il bambino, che non si può affermare o concepire senza la madre. «Ciò significa», proseguì Giussani, «che senza quel rapporto il singolo uomo non ha possibilità di avere un volto suo, indistruttibile, d’eterna durata; non ha cioè possibilità d’essere persona, di rappresentare quindi un ruolo inconfondibile nel cammino del mondo, d’essere protagonista nel disegno totale».

Questo è anche uno dei grandi insegnamenti di Gesù agli uomini: ha educato il loro senso religioso. Infatti, «la religiosità cristiana non sorge come gusto filosofico, ma dall’accanita insistenza di Gesù Cristo che vedeva nel rapporto col Padre l’unica possibilità di salvaguardare il valore della singola persona. La religiosità cristiana sorge come unica condizione dell’umano» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli 2013).

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Il fondamento biblico dell’Immacolata Concezione

Il dogma dell’Immacolata Concezione ha un fondamento biblico? La festa cristiana dell’8 dicembre rende omaggio alla nascita di Maria di Nazareth immune dal peccato originale, dogma fissato nel 1854 e fondato su un brano del Libro della Genesi.

 

Oggi, 8 dicembre, si festeggia l’Immacolata Concezione. Non molti italiani ne conosco il significato e in un’indagine di qualche anno fa si mostrava che i pochi che si avventuravano in una risposta la confondevano con il parto virginale di Gesù Cristo. Non c’entra nulla: per immacolata concezione ci si riferisce a Maria, la madre di Gesù, nata priva del “peccato originale” a motivo della missione alla quale da sempre Dio l’ha destinata: essere la Madre di colui che ha riempito di un senso eterno l’esistenza degli uomini.

Questa convinzione, da sempre presente nel popolo cristiano, è stata fissata in “dogma” -cioè in “verità di fede”- l’8 dicembre 1854, con la bolla Ineffabilis Deus di Pio IX. Ma, nel farlo, si è partiti da presupposti legittimi, ovvero ricorrendo alla Scrittura? Ovvero, il dogma dell’Immacolata Concezione ha un fondamento biblico?

La risposta è affermativa, ovviamente, seppur il riferimento non sia immediato ma acquista significato pieno alla luce della Tradizione della Chiesa. Il primo fondamento è quello contenuto nel Libro della Genesi, in particolare nel dialogo tra Dio e il serpente (simbolo del Male), che ha appena ingannato Eva porgendole la mela. «Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,15). Fin dalla fine del I secolo, la tradizione cristiana (ma anche quella giudaica) vi ha riconosciuto all’unanimità una profezia nel Messia: il Creatore si riferiva a Maria di Nazareth e alla “sua stirpe”, cioè Gesù.

Il problema, ha ben spiegato il teologo padre Angelo Bellon, è che tra ebraico, greco e latino non è chiaro se “questa ti schiaccerà la testa” si riferisca alla “donna” o alla “sua stirpe” ma si ritiene, ormai, che nel testo originale il pronome si riferisse alla stirpe della “donna”. Tuttavia, Pio IX concentrerà l’attenzione sulla “donna”, su Maria, «che, tutta bella e immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, ed ha portato la salvezza al mondo».

Pio IX si sbagliò? No, il suo riferimento a Genesi non fu inesatto perché la “stirpe” di Maria, cioè il Messia, Cristo, è legato in modo inscindibile a quella “donna”. La salvezza degli uomini introdotta da Gesù nel mondo, infatti, prescinde dal sì di Maria all’essere sua madre. Giovanni Paolo II ha affermato: «Questa versione non corrisponde al testo ebraico, nel quale non è la donna, bensì la sua stirpe, il suo discendente, a calpestare la testa del serpente. Tale testo attribuisce quindi, non a Maria, ma a suo Figlio la vittoria su Satana. Tuttavia, poiché la concezione biblica pone una profonda solidarietà tra il genitore e la sua discendenza, è coerente con il senso originale del passo la rappresentazione dell’Immacolata che schiaccia il serpente, non per virtù propria ma della grazia del Figlio».

Ma cosa c’entra l’immunità della Madonna dal peccato originale con questa diatriba tra “donna” e “stirpe”? Ben poco, infatti il dogma dell’Immacolata Concezione è basato molto più sulla parte iniziale del versetto: “Porrò inimicizia fra te e la donna”, cioè la “donna” sarà l’antitesi del peccato (in quel caso rappresentato dal serpente). «Si tratta di un’ostilità espressamente stabilita da Dio, che assume un rilievo singolare se consideriamo il problema della santità personale della Vergine», ha commentato Papa Wojtyla. «Per essere l’inconciliabile nemica del serpente e della sua stirpe, Maria doveva essere esente da ogni dominio del peccato. E questo fin dal primo momento della sua esistenza».

Come già disse Pio XII, se la Vergine Maria fosse stata “contaminata” nel suo concepimento dalla macchia ereditaria del peccato, non avrebbe potuto esserci quell’eterna inimicizia tra lei ed il peccato stesso. «L’assoluta ostilità stabilita da Dio tra la donna e il demonio», dirà ancora Giovanni Paolo II, «postula quindi in Maria l’Immacolata Concezione, cioè una assenza totale di peccato, sin dall’inizio della vita». Benedetto XVI ricordò anche un passo evangelico su cui fondare il dogma dell’Immacolata Concezione, riguardante per l’appunto l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria di Nazareth: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). “Piena di grazie”, disse Papa Ratzinger, «è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, “l’amore incarnato di Dio”».

Quindi sì, il dogma dell’Immacolata Concezione ha un fondamento biblico. Per un approfondimento ulteriore consigliamo la lettura dedicata al tema presente su Cathopedia, l’enciclopedia cattolica. Buona festa dell’Immacolata!

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Babe Ruth, il miglior giocatore di baseball ha preferito la fede alla gloria del mondo

Babe Ruth, baseball e fede. La storia della leggendaria stella del baseball, il cui record è ancora imbattuto. Sedotto dai piaceri del mondo ha poi scelto la croce cristiana ed è morto in letizia.

 

Il miglior giocatore di baseball di tutti i tempi è tuttora George Herman “Babe” Ruth, nato nel 1895 a Baltimora, morto a New York nel 1948. Il suo record di colpi vincenti non è ancora stato battuto da alcun giocatore. Ha giocato nei Boston Red Sox e nei mitici New York Yankees ed il suo mito è vivo come sempre.

Una vita altalenante fra le glorie della fama e la fede cattolica che, fra vicende alterne, lo accompagnava fin da ragazzo. La sua vita, però, iniziò col… lancio sbagliato: a soli sette anni finì in una casa di correzione. I genitori gestivano un locale non particolarmente ben frequentato e, a dire dello stesso Babe, proprio là imparò il lato peggiore della vita. La casa di correzione era gestita da religiosi che non nutrivano particolari speranze per il suo futuro, ma una persona che contava su di lui c’era ed era suo fratello Matthias, devoto cattolico e fiducioso nella sua rinascita. Lo stesso giovane atleta parlava del fratello come del “miglior uomo che io abbia mai incontrato nella vita”. Nel periodo vissuto nel riformatorio ricevette i Sacramenti e visse la fede in maniera molto profonda.

Una volta uscito e messe in luce le sue eclatanti qualità di giocatore di baseball, tuttavia, la sua fede scolorì. Babe iniziò a giocare nei campionati delle varie serie nazionali ed a scalare rapidamente tutti i gradini del successo, fino a diventare un mito inarrivabile. La gloria sportiva lo portò lontano dalla vita precedente e proprio in quel periodo si allontanò completamente dalla Chiesa. Egli stesso raccontava di come i piaceri del mondo lo avessero travolto, abbacinato… ma descriveva anche il “suo altare”, una grande finestra che dava sulla città di New York, che era il luogo dove si inginocchiava a pregare.

Si ritirò dalle scene e tutto pareva annunciare una vecchiaia illuminata dai fasti della gloria mondana. Ma la diagnosi di un cancro cambiò i programmi e la leggendaria stella del baseball racconta in una lettera di come Cristo e Sua Madre entrarono nuovamente nella sua vita, con tutta la Loro forza amorevole e rinnovatrice. «Per la prima volta», raccontava, «mi resi conto che la morte mi era vicina e chiamai un Sacerdote per confessarmi di tutta la mia intera vita». Il Sacerdote lo confessò e gli diede appuntamento per il giorno dopo per somministrargli la Santissima Eucaristia, dispensandolo però dal digiuno. Tuttavia, Babe Ruth digiunò ugualmente e stette sveglio tutta la notte. Una notte luminosa, evidentemente, che descriveva piena di calma e di serenità nonostante la malattia devastante, «poiché avevo consegnato la preoccupazione e le mie paure a Dio, che mi guardava con la Sua immensa misericordia».

La sua conversione definitiva avvenne quella notte, in cui l’attesa del Signore nella Santissima Eucaristia e dell’incontro definitivo con Lui non permisero di dormire a quell’uomo che aveva conosciuto tutte le seduzioni del mondo, i suoi piaceri ma che aveva ritrovato Dio nella sofferenza, in quella sofferenza che mai avrebbe immaginato lo avrebbe ricondotto dal Padre. Durante uno dei lunghi periodi passati in ospedale, Babe ricevette la lettera di un bambino di dodici anni, che gli inviava il più bel regalo che avrebbe mai ricevuto nella sua vita: la Medaglia Miracolosa. La lettera diceva: “Caro Babe, tutta la mia classe prega per te, preghiamo tutti per te. Ti invio una medaglia, indossala e tienila sempre con te. Mike Quinlan”. L’uomo indossò la Medaglia e rispose a Mike, ringraziandolo ed assicurandogli che avrebbe portato con sé quel regalo prezioso fin nella tomba. Cosa che infatti fece.

Della sua malattia e del suo ritorno al Padre, il celebre giocatore parlò ampiamente in un epistolario, quasi completamente sconosciuto ai suoi fans.

Carla Vanni

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Una scuola vieta tutto: Gesù, l’albero, i canti, Babbo Natale, il rosso e i bastoncini di zucchero

Natale censurato. La preside di una scuola elementare del Nebraska ha censurato qualunque richiamo cristiano nella festa natalizia, stilando un elenco delle attività pericolose per l'”inclusione” e la “laicità”, ammettendo solo i pupazzi di neve e l’omino pan di zenzero. Una “situazione orwelliana” secondo i legali che sono già intervenuti per ripristinare il buon senso.

 

A parte qualche caso sporadico, di cui abbiamo parlato pochi giorni fa, sembra che quest’anno l’intolleranza al Natale cristiano, in Italia, sia meno pronunciata rispetto al passato.

Il tema è diventato molto sensibile e famiglie e cittadini sono allertati immediatamente appena qualche apologeta del laicismo si inventa qualche censura in nome del fantomatico “rispetto”. Molto hanno anche pesato le dichiarazioni dell’attuale Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti: «Crocifisso e presepe sono simboli dei nostri valori, della nostra cultura, delle nostre tradizioni e della nostra identità. Non vedo che fastidio diano a scuola. Chi pensa che l’inclusione si faccia nascondendoli, è fuori strada».

Tuttavia, all’estero, le cose non sono così rosee. Il caso più eclatante di cui abbiamo notizia è avvenuto qualche giorno fa in Nebraska (Stati Uniti), dove Jennifer Sinclair, preside della Manchester Elementary School, ha vietato praticamente “tutto”. Ha censurato completamente il Natale, manco fosse una scuola dell’Unione Sovietica, quando nemmeno era considerato giorno festivo. Qualunque festeggiamento che anche lontanamente possa ricordare la cristianità è stato bandito, contato di elenco di oggetti proibiti:

– La figura di Gesù in qualunque suo aspetto.
– Babbo Natale o oggetti natalizi che lo rappresentino.
– Gli alberi di Natale.
– Gli elfi sugli scaffali.
– Canti natalizi/religiosi.
– Musica natalizia.
– Libri scolastici legati al Natale.
– Scambiarsi regali con ornamenti natalizi.
– Bastoncini di zucchero.
– Articoli di colore rosso o verde.
– Immagini delle renne.
– Video e filmati di Natale o personaggi dei film di Natale.

Stentavamo a crederci ma la notizia purtroppo è vera. Nelle attività “ammesse” dai bambini vi sono invece: pupazzi di neve, l’omino di pan di zenzero, lo slittino, la cioccolata calda, gli orsi polari.

Gesù a parte, cosa c’entra Babbo Natale? La preside evidentemente sa che Santa Claus deriva principalmente da San Nicola, vescovo di Myra, così, a scanso di equivoci, è stato anche lui bandito. Sia mai che un bambino troppo curioso possa interessarsi della storia! Ed assieme a lui, via anche elfi e renne che, pur non avendo nessun collegamento diretto con la cristianità, possono comunque richiamare Babbo Natale, quindi San Nicola e poi non si sa dove si va a finire. Divieto anche di libri, musiche, recite e film natalizi, realtà pericolose che rischiano di aprire uno spiraglio alla tradizione cristiana.

Ma la vera domanda è: cos’hanno fatto di “male” i bastoncini di zucchero?? Ci siamo informati, scoprendo che questi dolci (si chiamano Candy Cane) hanno la forma a lettera “J” per richiamare l’iniziale di Jesus (“Gesù”). La preside Jennifer Sinclair è una che non si fa fregare, per questo ha proibito agli alunni di mangiare anche quei pericolosi dolcetti. E cosa dire del divieto al colore rosso? In questo caso lo ha spiegato la stessa direttrice scolastica: «Il rosso è per il sangue di Cristo e il bianco è un simbolo della sua risurrezione. Questo include anche i colori dei bastoncini di zucchero». Motivo in più per bandirli.

La donna, al suo primo anno come preside della scuola, si è giustificata scrivendo che proviene «da un posto nel quale Natale e simili non sono ammessi nelle scuole e come scuola pubblica, la Manchester Elementary cercherà di essere inclusiva e culturalmente sensibile a tutti i nostri studenti». Inclusiva con tutti, meno che con la tradizione cristiana sulla quale hanno messo radice gli Stati Uniti (e non solo). Ad osservare il polverone che si sta scatenando dubitiamo che la signora Sinclair avrà molto futuro come dirigente scolastica, anche perché è già intervenuto il Liberty Counsel, un gruppo legale specializzato in questioni relative al Primo Emendamento della Costituzione americana, che ha affermato: «Il divieto scolastico viola la Costituzione degli Stati Uniti mostrando ostilità verso il cristianesimo». La preside, hanno continuato i legali, «sembra aver confuso i propri valori e le proprie preferenze con la legge. Il primo emendamento della Costituzione non richiede l’eliminazione dei simboli natalizi – religiosi e laici – in un tentativo errato di essere “inclusivi”, oltretutto parte di una festa riconosciuta dallo Stato. Lo sforzo di eliminare completamente i simboli natalizi è orwelliano». Sarà anche un caso unico nel suo genere, ma è esemplare di quanto schizofrenico sia l’odio per il cristianesimo nascosto dietro la maschera dell”inclusione”.

Al di là dello schieramento politico, non si possono non condividere le parole dell’ex ministro Giorgia Meloni: «Care maestre, se dite che il Natale è offensivo allora siate coerenti: il 24 e il 25 dicembre andate a lavorare.

 

 
La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Le bugie di Renato Farina contro Lourdes: che problema hanno a Libero?

Coppie gay benedette a Lourdes. Il Santuario mariano smentisce la bufala di Renato Farina (Libero) e promette azioni legali, prosegue tuttavia la campagna di falsità anticlericali da parte della destra conservatrice.

 

Ad attaccare quotidianamente la Chiesa, oggi, la sinistra laicista si alterna felicemente alla cosiddetta destra conservatrice. Tocca a Renato Farina, collega e amico di Antonio Socci ed uno dei tanti giornalisti di area cristiana che pare aver perso la bussola negli ultimi decenni. A Don Giussani, ha preferito definitivamente la coppia Feltri&Belpietro e l’anno scorso si è pure iscritto al Partito Radicale, per amore a Marco Pannella.

In un trafiletto apparso su Le Figaro, Farina ha letto di un’opportunità apertasi il 14 febbraio prossimo, giorno di San Valentino, che il Santuario di Lourdes avrebbe dato alle coppie omosessuali riguardo ad una benedizione e, quindi, di un ufficiale riconoscimento ecclesiale. «L’autorevole quotidiano conservatore non ci fa il titolo», ha premesso Renato Farina, «forse spaventa la portata abbastanza eversiva dell’iniziativa». Ma il giornalista di Libero non ha paura di nulla ed il titolo lo ha fatto lui, piazzando in seconda pagina l’annuncio: “Per riempire le casse Lourdes benedice le coppie gay”, con l’approvazione della «Chiesa post-moderna e post-dogmatica».

Fa tutto parte della retorica antipapista e complottista sulla Chiesa sottomessa al mondo, a braccetto con massoneria, satanismo e omosessualismo. Farina ha fiutato il vento e ha cercato “di fare cassa” ma, com’era prevedibile, ha calpestato una ennesima fake news di cui Libero è noto e goloso collezionista.

«Nessun invito è stato inviato alle coppie gay per San Valentino nel 2019» e «l’articolo pubblicato dalla redazione di Libero Quotidiano, che riprende quanto riportato da quello di Le Figaro, è quindi assolutamente privo di fondamento». Così è arrivata repentina la smentita dal Santuario, luogo delle apparizioni di Maria a santa Bernadette, accompagnata dall’annuncio «di adire alle vie legali per ristabilire la verità». La Grotta di Lourdes, conclude il comunicato ripreso da Avvenire, «rimane un Santuario cattolico. Il suo ministero pastorale pertanto è in pieno accordo con il magistero della Chiesa». Tutti sono accolti, omosessuali e non, ma la benedizione delle coppie gay non è prevista ed è una falsità.

Sul passato del giornalista Renato Farina pesano varie condanne e la sospensione dall’Ordine dei giornalisti per aver scritto falsità a comando, e non è nuovo a questi attacchi anticlericali. «La Chiesa si converte», scriveva ironico qualche mese fa sempre su Libero. «Per la prima volta i vescovi italiani dicono che i migranti vanno aiutati innanzitutto a non abbandonare la loro terra». Così, la Chiesa mette da parte «l’utopia adatta ai super-buoni». Farina faceva riferimento ad un documento della CEI, intitolato Comunità accoglienti, uscire dalla paura, sul drammatico fenomeno migratorio. L’intenzione del giornalista era prorogare la bufala dell’immigrazionismo selvaggio benedetto dal Vaticano, eppure il testo dei vescovi italiani da lui richiamato ribadiva la solita posizione, già espressa in tante altre occasioni: accoglienza cristiana ma nei limiti del possibile e della legalità.

Soltanto un anno fa il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Gualtiero Bassetti, spiegava: «Abbiamo assistito nel Mediterraneo alla morte dei nostri fratelli, cose che non vorremmo vedere. La gente non deve essere costretta a partire. Dobbiamo promuovere la mentalità per cui si creino condizioni per cui essi possano restare». Sempre nel 2017, il segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, ha affermato che «il discorso dell'”Autiamoli a casa loro” è un discorso valido, nel senso che dobbiamo aiutare veramente questi Paesi nello sviluppo». Don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana, ha aggiunto: «permettere a chi soffre di restare nella propria terra significa puntare su uno sviluppo umano integrale, rimuovendo le cause degli squilibri, spesso all’origine del cammino e della fuga dei migranti». Mentre don Gianni De Robertis, direttore generale di Migrantes, ha citato le parole di papa Francesco e Benedetto XVI: «la prima libertà deve essere quella di non essere costretti a lasciare il proprio Paese».

La CEI ha anche avviato una campagna intitolata Liberi di partire, liberi di restare, investendo concretamente denaro per finanziare progetti nei Paesi di provenienza, di transito e di accoglienza dei migranti, anche per aiutare a «far rientrare le persone e trasformare la loro esperienza in ricchezza» per i loro Paesi. Papa Francesco, in prima persona, si è attivato per trasferire un centinaio di extracomunitari dall’Italia all’Argentina, dando il buon esempio alla politica e, lui stesso, è intervenuto chiarendo che se non ci sono le possibilità, «meglio non accogliere».

Se la verità non interessa alla “sinistra laicista”, tanto meno potrà interessare alla “destra conservatrice”.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Giappone, il cristianesimo perseguitato si preservò grazie al Rosario: la scoperta di un rotolo

Cristianesimo in Giappone. E’ stato scoperto un rotolo relativo al periodo della persecuzione in cui compaiono immagini della vita di Cristo contemplate durante la recita del Rosario, l’unico strumento che trasmise la fede tra le generazioni di cristiani clandestini.

 

Il museo Sawada Miki Kinenkan di Oiso (Giappone), ha reso noto un documento che potrebbe far luce sulla storia del cristianesimo nel paese asiatico. Secondo gli esperti, il documento risale al cosiddetto periodo Azuchi-Momoyama, che corrisponde grosso modo alla fine del 16° secolo, quando i cristiani erano vittime di persecuzione.

Si tratta di un rotolo di carta sul quale compare una serie di disegni ad inchiostro che rappresentano i misteri gioiosi, dolorosi e gloriosi che si contemplano nella preghiera del Rosario. I personaggi dipinti indossano abiti tradizionali hakama, i pantaloni tradizionali giapponesi dell’epoca. I test effettuati con il metodo del radiocarbonio hanno confermato la data che compare scritta: “1592 anni dalla sua nascita”, in riferimento alla natività di Cristo.

Siamo nel periodo della persecuzione cristiana giapponese. La storia cristiana in Giappone è iniziata con San Francesco Saverio e i suoi fratelli gesuiti nel 1549, i quali evangelizzarono i popoli che incontrarono e diedero avvio alla prima comunità cristiana. Si stima che verso la fine del 1500 vi fossero oltre 200mila cristiani in Giappone, tra cui diversi daymios, i signori feudali giapponesi.

Con l’ascesa al potere di Toyotomi Hideyoshi, tuttavia, iniziò la persecuzione. Con la scusa di combattere l’influenza delle nazioni europee, Hideyoshi vietò l’evangelizzazione e nel 1587 emise un ordine per espellere i cristiani. Cinque anni dopo la creazione del rotolo, i primi 26 martiri cattolici del Giappone vennero crocifissi proprio per ordine di Hideyoshi. Il successivo imperatore, Tokugawa, bandì la religione ed intensificò la persecuzione tanto che nel 1632 altri 55 cattolici subirono il martirio. Alcuni anni dopo, cinque gesuiti entrarono segretamente in Giappone ma furono scoperti e giustiziati.

Da quel momento in poi il cattolicesimo giapponese sopravvisse clandestinamente e senza sacerdoti per quasi tre secoli. Nella seconda metà del XIX secolo, dopo la riapertura del Giappone al resto del mondo, venne concessa anche la libertà di religione e i cattolici vennero alla luce provocando notevole stupore negli europei e negli stessi giapponesi, i quali erano convinti che il dominio imperiale avesse estinto la fede cattolica. Il rotolo recentemente scoperto mostra che quel che mantenne viva la fede nei clandestini fu proprio la devozione alla Vergine. Senza sacerdoti e senza sacramenti, la recita comunitaria o personale del Santo Rosario divenne uno dei punti focali della devozione e la meditazione dei misteri, in cui si contemplano alcuni momenti della vita di Gesù Cristo, furono per molti l’unica forma di educazione religiosa e lo strumento di trasmissione della fede.

All’interno del museo si possono osservare molti reperti risalenti agli anni della persecuzione cristiana nel Sol Levante. In un’apertura laterale di una statua del Buddha, ad esempio, è stato ritrovato nascosto un crocifisso in avorio ed immagini che, a prima vista, potevano essere scambiate per una delle tante divinità femminili giapponesi ma che in realtà rappresentavano la Vergine Maria. Colpiscono anche delle spade di samurai su cui si osservano piccole croci nel manico, altre immagini invece risultano sfigurate in quanto provengono dai persecutori giapponesi che costrinsero i contadini sospettati a calpestare immagini della Vergine e crocifissi, nel tentativo di scoprire se si trattava di cristiani in clandestinità.

Il film Silence, diretto da Martin Scorsese, racconta in modo esemplare la vita clandestina dei cristiani in Giappone attraverso gli occhi di due gesuiti che nel 1638 arrivano in Giappone in ricerca del loro maestro spirituale e, con grandissima sorpresa, trovano una comunità cristiana che vive nel nascondimento. Ma con una devozione più sentita rispetto a quella delle società occidentali e, grazie al recente ritrovamento, oggi sappiamo che ciò che ha mantenuto salde nella fede generazioni di cristiani clandestini fu la recita del Rosario.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

Michelle Obama e la sua autobiografia: ammette che i non nati sono bambini

L’autobiografia di Michelle Obama: “Becoming. La mia storia”. L’ex first lady racconta della sua gravidanza e riconosce la personalità della bambina non ancora nata, minando la concezione della vita rappresentata e promossa dalla politica abortista del marito Barack. Il quale, rivela Michelle, «mi ha lasciato sola a manipolare il mio sistema riproduttivo».

 

Dallo scorso mese chiunque sia entrato in una libreria non ha potuto non notare, sponsorizzato più di altri, il libro di Michelle Obama, intitolato Becoming. La mia storia (Garzanti 2018).

Un bestseller negli Stati Uniti che nelle prime settimane ha venduto oltre un milione di copie. Seppur l’ex first lady racconti del suo periodo alla Casa Bianca, seppur lei lo abbia negato, per molti opinionisti altro non sarebbe che l’iniziale discesa in campo politico di una donna che ha raccolto molti consensi (più del marito), futura avversaria del travolgente Donald Trump.

Uno dei paragrafi più interessanti di questa autobiografia, caratterizzata da intensi toni femministi e progressisti, è l’esperienza della seconda gravidanza della signora Obama, descritta come «il mio più grande privilegio, il dono di essere una donna».

Sorprendentemente, Michelle Obama descrive la bambina non ancora nata in questo modo:

«Avevamo le nostre vite esteriori, ma ora qualcosa stava accadendo all’interno, una bambina cresceva, una bebè […] questa piccola vita nascente che ora mi dava una gomitata e ora premeva la mia vescica con il suo tallone. Non ero mai sola né mi sentivo sola. Lei era lì, sempre, mentre io andavo al lavoro in macchina o tagliavo le verdure per fare un’insalata, o stavo sdraiata di notte a letto, leggendo, per l’ennesima volta, il libro “What to Expect When You’re Expecting”».

C’è dunque un chiaro riconoscimento che i bambini non (ancora) nati sono proprio quello che gli attivisti pro-aborto, ampiamente sostenuti dall’ex first lady, non vogliono riconoscere: dei bambini! Quell’essere umano che Michelle Obama racconta è una “lei”, seppur sia ancora all’interno del periodo in cui la legge statunitense permette l’interruzione di gravidanza. E’ impossibile non percepire il contrasto tra le affermazioni della signora Obama e la politica, sua e di suo marito, a favore del “diritto” a porre fine alla vita nascente.

Barack Obama è forse stato il presidente più favorevole all’aborto nella storia degli Stati Uniti, ha allegramente ricompensato le lobby Lgbt e pro-choice che hanno finanziato la sua campagna elettorale (come NARAL Pro-Choice America, Planned Parenthood ecc.). La stessa Michelle Obama, nelle sue apparizioni pubbliche, si è sempre mostrata favorevole all’aborto libero, alla “libertà di scelta delle donne” giustificandosi con il fatto che il governo non «dovrebbe interferire sul fatto che una donna accetti o meno la sacra responsabilità della maternità». Un’enorme bugia perché l’attuale legge statunitense (come tutte le leggi a favore dell’interruzione di gravidanza) non ammette l’aborto libero ma prevede un limite massimo in cui concedere l’interruzione di gravidanza, oltre il quale lo Stato già interferisce, obbligando di fatto la donna a partorire.

Così, leggendo l’autobiografia della signora Obama, si rileva che l’unico modo per rifiutare questa “sacra responsabilità della maternità” sarebbe eliminare il bambino che vive nel grembo materno, lo stesso di cui Michelle racconta e descrive come una persona, una figlia, un “privilegio dell’esser donna”. Così, se ne deduce, se la madre accetta il bambino esso si “trasforma” in un figlio, in caso contrario si tratta solamente di un grumo di cellule di cui liberarsi.

C’è un’altra rivelazione dell’ex first lady che mette molta tristezza. E’ quando Michelle racconta che dopo l’aborto naturale, le due figlie sono state concepite mediante fecondazione in vitro, una tecnica che di solito comporta la rimozione di una moltitudine di embrioni in soprannumero. Il suo «dolce, attento marito», si legge nell’autobiografia, era impegnato in politica ma ciò è stato un bene perché «mi ha lasciato in gran parte da sola a manipolare il mio sistema riproduttivo». Agli occhi di persone normali si tratta, da parte di Barack, di un disinteresse verso sua moglie, abbandonata a se stessa, mentre Michelle usa parole di gratitudine per questo, imbevuta del motto femminista “l’utero è mio e decido io”, dove l’inutile maschio è relegato a collaboratore iniziale o, come nel caso della fecondazione artificiale, ad un inutile e superflua presenza.

Mentre il racconto della gravidanza mina sostanzialmente gli argomenti “pro-choice” sulla “non personalità dell’embrione”, queste ultime fredde e disumane parole di Michelle Obama rappresentano perfettamente la concezione della vita e della famiglia che gli Obama -e i Clinton, prima di loro- hanno tentato (riuscendoci) di diffondere negli Stati Uniti e, quindi, nel mondo. Se la si legge con questo sguardo, l’autobiografia della signora Obama può risultare effettivamente interessante e formativa.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

«Amare la Tradizione significa unità con il Papa». La FSSP si distanzia dalla Fraternità San Pio X

Fraternità San Pio X. Il nuovo superiore generale, don Davide Pagliarani ha respinto l’unità con la Chiesa in nome degli “errori conciliari”, ma la Fraternità Sacerdotale di San Pietro (FSSP) ne ha preso le distanze.

 

«Non c’è possibilità di andare in Paradiso senza essere uniti al Papa». Così ha affermato padre Andrzej Komorowski, il Superiore Generale recentemente eletto della Fraternità Sacerdotale di San Pietro (FSSP). E’ una Società di vita apostolica di diritto pontificio che mantiene la celebrazione della Messa tridentina e intende far capire che seguire la Tradizione non significa essere “tradizionalisti” e, men che meno, può autorizzare a staccarsi dall’unità con la Chiesa.

Le parole di padre Andrzej sono importanti in quanto manifestano la netta presa di distanze della FSSP da quella frangia tradizionalista che accarezza lo scisma dal cattolicesimo e combatte apertamente Papa Francesco. I leader di questa cordata sono i membri della Fraternità San Pio X (SSPX), della quale è stato eletto da poco il nuovo Superiore generale, don Davide Pagliarani. Una scelta poco saggia, tanto che il nuovo Superiore ha subito annullato tutti i passi di riavvicinamento compiuti in questi anni con la Santa Sede, respingendo il braccio teso della Congregazione per la Dottrina della fede in nome degli “errori dottrinali” commessi dalla Chiesa di Roma dopo il Concilio Vaticano II.

Se dunque don Pagliarani, nelle vesti di Martin Lutero, vorrebbe riformare la Chiesa correggendo gli “errori conciliari”, dall’altra parte è giunta la voce della Fraternità Sacerdotale di San Pietro: «Il Papa è il volto visibile del nostro Signore. L’unità con lui è molto importante se vuoi essere nella Chiesa. C’è una sola chiesa fondata dal Signore e il Papa è il Suo vicario visibile». Così, di fatto, il “tradizionalista” padre Andrzej Komorowski ha risposto alla tradizionalista Fraternità San Pio X nel modo più cattolico che ci potrebbe essere. Anche se, ha precisato padre Gerstle, membro della Fraternità, «non mi piace affatto il termine “tradizionalista”. Noi non siamo “tradizionalisti” ma semplicemente cattolici. E come cattolici apprezziamo la Tradizione».

Padre Komorowski ha ricordato anche che «questo non significa che l’esercizio dell’autorità papale sia sempre giusto, ma non è un motivo o una giustificazione per fare ciò che si vuole», ha proseguito il Superiore Generale della FSSP. La quale, oltretutto, ha origine proprio nella Fraternità San Pio X, fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, sospeso a divinis da Paolo VI e caduto nel sedevacantismo. I membri fondatori della FSSP si sono separati da Lefebvre dopo che ordinò quattro vescovi nel 1988, contro la volontà di Giovanni Paolo II, evento che portò alla sua scomunica (nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica dei quattro vescovi).

Negli ultimi 30 anni, la FSSP ha creato un seminario nel Nebraska ed uno in Germania, mentre la sua Casa generalizia è a Friburgo. E’ riuscita a formare una comunità in unità con il Pontefice, mantenendo legittimamente la liturgia tridentina. «Prego molto per i miei vecchi, buoni amici della FSSPX perché si uniscano alla Chiesa», ha detto padre Joseph Bisig, co-fondatore della FSSP, «devono entrare senza porre condizioni, accettando l’autorità del magistero vivente».

In Francia, ne parlavamo qualche tempo fa, sono aumentati i seminaristi della Fraternità Sacerdotale di San Pietro, la quale insegna che l’amore e la fedeltà per la Tradizione (la traditio fidei) la si vive soltanto nell’umile adesione alla Santa Madre Chiesa (senza porre condizioni, come spiega padre Bisig) e non alla propria personale, relativista ed egoistica interpretazione dei contenuti del depositum fidei.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

«Il Vaticano già paga l’Imu» dice il governo, e teme la contrarietà popolare a “tassare la Chiesa”

Imu e Vaticano. Il Ministero dell’Economica interviene spiegando che la Chiesa già paga l’Imu sugli immobili, mentre è esente (come altri) per attività solidali. Si parla anche di percentuali bulgare sulla contrarietà degli italiani nel tassare le parrocchie, per questo la vicenda verrà congelata.

 

La notizia è partita ieri sera dall’agenzia Adnkronos, in contatto con «autorevoli fonti di governo». Le quali hanno annunciato che la questione “Imu-Chiesa” è congelata e sarà forse riaperta in futuro perché, viene spiegato, una serie di sondaggi provano che gli italiani sono in realtà contrarissimi a “tassare la Chiesa”. «Percentuali bulgare», si legge, «dimostrano che una decisione in questa direzione si trasformerebbe in un vero e proprio boomerang» per il governo giallo verde.

Ma c’è un secondo motivo per cui il governo non ha alcuna intenzione di riaprire il capitolo Imu, ed è molto semplice. Ecco quanto riportano fonti del Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef): «Il Vaticano già paga l’Imu sugli immobili con finalità commerciali, ma è esentato, come tanti altri organismi ed enti laici, solo per le attività solidali ed educative. Tassare tutte le proprietà vorrebbe dire costringere la Chiesa a chiudere oratori e altre realtà che “salvano i ragazzi dalla strada”».

La questione era stata riaperta un mese fa, quando la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sentenziato che l’Italia ha facoltà di recuperare l’Ici non versato da tutti quegli enti non commerciali che ospitavano attività commerciali al loro interno nel periodo 2007-2011 e che allora si riteneva impossibile riscuotere. In nessun passaggio della sentenza si parlava di “chiesa” o di “Vaticano”, ma i media tradussero la notizia con: “L’UE impone all’Italia di riscuotere l’IMU al Vaticano”.

Una fake news, come avevamo ben spiegato, ma che diede avvio al delirio di Radicali & Anticlericali che la tradussero come una “vittoria della laicità sul clericalismo”. Peccato che siano coinvolte migliaia di associazione sportive, associazioni culturali, le sedi di Emergency, le Camere di commercio, i musei, la comunità ebraica di Roma, la comunità valdese e tutti gli enti no-profit che ospitano o gestiscono una pur minima attività commerciale.

In ogni caso, i media da allora si sono concentrati solo sulla Chiesa cattolica ed oggi il governo ha, di fatto, risposto, descrivendo la realtà attuale. L’Imu viene già regolarmente pagato dai vescovi e tassare anche le realtà caritatevoli ed educative -pur di recuperare gli importi del passato- significherebbe penalizzare gravemente l’opera sociale delle parrocchie che sono, in moltissimi casi, l’unico punto di riferimento per migliaia di persone, nel giro di diversi chilometri. Anche questo rende ragione di quelle statistiche “bulgare” così temute dal Ministero dell’Economica (Mef), le quali rivelano la contrarietà dei cittadini italiani (credenti e non) nel veder messe in difficoltà le strutture ecclesiali che offrono loro un servizio sociale enorme, quasi sempre gratuitamente.

La redazione

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace