Peter Singer, guru della bioetica laica: «i disabili? Ok allo stupro, non comprendono»

Non sono pochi i teorizzatori di una bioetica laica, la quale disconosce una legge morale insita nell’uomo. La perdita di assoluti è la prima conseguenza, il relativismo la seconda, una cui variante si chiama utilitarismo. Ne è teorizzatore, da anni, Peter Singerdocente della Princeton University, vegano ed antispecista, tornato recentemente a far discutere.

In Italia, l’esperimento più riuscito di etica laica è quello della Consulta di Bioetica, diretta da Maurizio Mori. Nel 2012 è finita sulla prima pagina di tutti i quotidiani in quanto due membri del direttivo, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, hanno apertamente giustificato l’infanticidio. Nonostante l’indignazione internazionale, lo stesso Mori ha appoggiato la tesi dei suoi ricercatori.

Ma il vero leader della bioetica laica internazionale è, come già detto, Peter Singer. Anch’egli è autore di tesi simili: «Né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente così negativo come uccidere una persona». «Anche se il bambino potrà avere una vita senza eccessiva sofferenza, come nel caso della sindrome di Down, ma i genitori pensano che sia un peso eccessivo per loro e vogliono averne un altro, questa può essere una ragione per ucciderlo» (Ripensare alla vita, Il Saggiatore 1996, pag. 20). L’associazione Disabled Peoples’ International lo ha definito uno «uno spaventoso Mengele».

In un editoriale sul New York Times, qualche tempo fa ha commentato il caso di Anna Stubblefield, condannata per aver aggredito sessualmente un suo alunno affetto da paralisi cerebrale grave. La donna agiva come tutor nei suoi confronti, si è convinta della nascita di una intesa romantica con il disabile, arrivando alla sessualità fisica e venendo denunciata dalla famiglia. Il bioeticista di Princeton ha difeso la donna:

«Se supponiamo che il disabile in questione fosse profondamente compromesso dal punto di vista cognitivo, dovremmo ammettere che non può comprendere il normale significato delle relazioni sessuali tra persone o il significato della violenza sessuale. In tal caso, il disabile non sarebbe stato in grado di concedere o rifiutare il consenso informato alle relazioni sessuali; in effetti, può del tutto mancare il concetto di consenso in lui. Ciò non esclude la possibilità che sia stato intimamente offeso da Stubblefield, ma rende meno chiara quale potrebbe essere la natura dell’errore. Sembra ragionevole presumere che l’esperienza sia stata piacevole per lui […]. Partendo dal presupposto che il disabile era profondamente compromesso dal punto di vista cognitivo, se Stubblefield lo ha danneggiato, deve essere stato in un modo che è il disabile era incapace di comprendere e che ha influenzato la sua esperienza solo in modo piacevole».

Il sociologo dell’Harvard University, Nathan J. Robinson, ha sostenuto che Singer abbia elaborato «una difesa filosofica dello stupro delle persone disabili». Da più parti si sono levate simili accuse, tuttavia le cose non stanno così. Il filosofo non ha sostenuto che la Stubblefield non avrebbe dovuto essere condannata se il disabile non era in grado di dare il consenso all’atto sessuale e non ha direttamente legittimato lo stupro dei disabili.

Tutto il problema nasce dal principio morale guida del laicissimo Peter Singer, cioè l’utilitarismo: un’azione è moralmente buona solo se produce felicità, soddisfazione o piacere (e viceversa). Questa visione preclude l’esistenza di un Bene o un Male morali assoluti e basa la valutazione sulle mere conseguenze: il problema è che esistono gravi torti (o ottimi meriti) anche se non viene causata sofferenza. Tradire il proprio partner, a sua insaputa, è comunque un’atto immorale; rubare è un grave torto, anche se nessuno se ne accorge. Se il bene è la maggior felicità del maggior numero -secondo la classica formula dell’utilitarismo- e se il maggior numero è cannibale, il cannibalismo diventa automaticamente un bene.

Nel caso in questione, Singer sta supponendo che il disabile non sia nemmeno in grado di concepire la nozione di consenso o di violazione di sé, allora non si può dire che la donna lo abbia violato. Gli unici motivi per giudicare l’errore della sua azione, sostiene il filosofo utilitarista, sono i motivi legati alla sofferenza: ma non ci sono prove che il disabile abbia sofferto. Anzi, ha concluso: è molto probabile che abbia provato piacere.

Se non c’è un orientamento morale assoluto (trascendente), allora non c’è nulla che ci tiri fuori da noi stessi, così il piacere è l’unico metro di giudizio di moralità. Il filosofo ha semplicemente applicato ai disabili gravi quel che sostiene da anni rispetto agli animali: avere rapporti sessuali con le bestie è moralmente accettabile poiché noi stessi siamo animali e, secondo, noi proviamo piacere mentre non si può provare che loro sperimentino disagio o dolore. E lo stesso ha detto per la necrofilia: non c’è danno ma c’è piacere, dunque «nessun problema morale».

La redazione

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Incontro mondiale famiglie, respinti i gruppi progressisti e Lgbt

Ad un’organizzazione che dice di rappresentare i cattolici LGBT in tutto il mondo è stato negato il permesso di allestire uno stand propagandistico durante il World Meeting of Families 2018 (il IX Incontro mondiale delle famiglie) che inizierà tra pochi giorni a a Dublino,

Gli organizzatori hanno così dato un segnale chiaro, il Global Network of Rainbow Catholics (GNRC), che rappresenta 60 organizzazioni, è infatti noto per contraddire l’insegnamento della Chiesa, essere favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso e aspira a cambiare la dottrina cattolica in merito. Ruby Almeida, co-presidente di GNRC, ha parlato di contraddizione per una Chiesa che dice di «essere accogliente verso le persone e le organizzazioni LGBT». Nessuna contraddizione, nella Chiesa c’è posto per tutti a parte coloro che nella Chiesa non vogliono stare, rinnegandone l’insegnamento.

Anche il gruppo progressista We Are Church (in Italia, Noi siamo Chiesa, movimento vicino al teologo Vito Mancuso) aveva chiesto di poter partecipare all’evento ma nessuna risposta è arrivata da parte degli organizzatori. D’altra parte, i fondatori, Martha Heizer e il marito Gert, sono stati scomunicati da Papa Francesco nel 2014.

Restano i timori di molti per la partecipazione di padre James Martin, gesuita che corre sul filo del rasoio, seppur pare non abbia detto nulla di oggettivamente contrario al Catechismo in tema di omosessualità, anche se non condivide alcuni giudizi, ritenendoli troppo forti e potenzialmente causa di ferite (come la definizione di “inclinazione oggettivamente disordinata”). L’impressione, tuttavia, è che stia andando un po’ oltre al benemerito ponte di incontro tra Chiesa e cattolici omosessuali, anche se recentemente ha chiarito: «Possiamo avere dei problemi col matrimonio omosessuale, ma non dobbiamo mai punire i più piccoli o tenerli lontano dai sacramenti». Siamo abituati a ragionare sui fatti e non è da noi urlare a noiosi imminenti catastrofismi, anche perché i soliti profeti di sventure ecclesiali non ci hanno mai preso, finora. Vedremo cosa avrà da dire padre Martin e poi giudicheremo, sperando che l’evento internazionale non si riduca mediaticamente al suo intervento e non venga da esso offuscato.

Il card. Kevin Farrell ha annunciato che l’obiettivo di fondo del prossimo partecipatissimo Incontro delle famiglie sarà «principalmente lo sviluppo della pastorale famigliare ampiamente disegnata dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia». Un’ottima notizia dato che l’esortazione di Papa Francesco è chiarissima, riportiamo alcuni passi:

Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità. Dobbiamo riconoscere la grande varietà di situazioni familiari che possono offrire una certa regola di vita, ma le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, per esempio, non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio. Nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro della società (punto 52).

Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo» (punto 56).

Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società. Altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo (punto 292).

La redazione

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Quei musulmani che gioiscono per la tragedia del ponte Morandi

40 morti, tra cui diversi bambini, decine di feriti e centinaia di sfollati. Una tragedia. Ma c’è chi davanti alle macerie del ponte Morandi, crollato martedì mattina nel capoluogo ligure, esulta e vi vede la giusta vendetta di Dio per un popolo cristiano che si ostina a rifiutare la “verità” del Corano.

Non sono terroristi o affiliati all’Isis, ma semplici musulmani che commentano sui social network le disgrazie del mondo, gioendo e ringraziando Allah. «Gloria ad Allah!», scrive uno, che ha come immagine del profilo il tetto di una moschea e una colomba con porta un ramoscello d’ulivo. «Vietano la costruzione delle moschee e Dio fa cadere i loro ponti sopra le loro teste», risponde un altro. In molti sono convinti che quello crollato sia un ponte che collega l’Italia alla Francia e questo sarebbe «il motivo principale per cui è caduto».

Alcuni esprimono condoglianze, a cui altri rispondono: «Leccare il culo non ti farà andare in paradiso». In generale appare un manifesto e disumano odio, difficile da spiegare: «Maometto ha colpito il ponte e ha gettato giù le auto». E ancora: «Questo dopo aver deciso di fermare la costruzione di moschee in Italia». C’è chi pubblica gattini sorridenti, chi, invece, ballerine di tango. E’ tutta una gran festa, un ringraziamento: «Dio può tutto», «Amen», «Che Dio sia lodato».

Anche in “casa nostra” ci sono i fondamentalisti. Ricordiamo quando lo storico tradizionalista Roberto De Mattei sostenne che la Provvidenza si sarebbe servita dei barbari per distruggere l’impero romano infestato dagli “invertiti”. Ma, da qui ad esultare e ringraziare Dio per la morte altrui e per le tragedie umane, ce ne corre. E’ profondamente contrario ai valori del Vangelo, è profondamente coerente con i valori espressi da una parte (non tutta) del Corano.

Questa è l’anima oscura dell’Islam, anche se la generalizzazione è comunque sbagliata. Esistono tanti musulmani che non sono così, come coloro che pochi giorni fa hanno salvato 300 cristiani in Nigeria, che stanno aiutando la famiglia di Asia Bibi, la cristiana incarcerata e falsamente accusata di blasfemia, che fanno la coda per donare il sangue ai cristiani.

Per questo ha ancora più valore l’appello a loro rivolto da parte di Papa Francesco: «Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, leader religiosi o leader accademici – parlino chiaramente e condannino quegli atti, perché questo aiuterà la maggioranza del popolo islamico a dire “no”. Noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale, anche da parte degli islamici, che hanno quella identità e che dicano: “Noi non siamo quelli. Il Corano non è questo”». Il celebre islamologo gesuita, padre Samir Khalil Samir, ha infatti spiegato che «nel Corano, come nel comportamento di Maometto, troviamo sia un atteggiamento pacifico che un atteggiamento violento. Quando non aveva ancora potere, Maometto entrò alla Mecca in modo pacifico. Nella seconda fase della sua vita, a Medina, ha fatto la guerra e organizzato razzie». E anche Benedetto XVI puntò sull’aiuto dei moderati, per isolare i violenti.

E forse è proprio questa la soluzione, smetterla con il buonismo verso la religione islamica ma evitare anche l’accusa generalizzata, andando cristianamente incontro ai tanti musulmani di buona volontà. E chiedendo loro una reazione, aiutandoli a prendere coraggio. «Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro» (Benedetto XVI)

La redazione

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Lutero e l’antisemitismo: la parola a uno storico luterano.

Pochi mesi fa è stata pubblicata in italiano, per i tipi della Claudiana, la traduzione dell’opera Gli Ebrei di Lutero, dello storico luterano tedesco Thomas Kaufmann (219 pagine, € 19,50), con prefazione di Daniele Garrone. Il testo supplisce a una notevole carenza attinente il panorama librario italiano, descrivendo in maniera esaustiva e completa il rapporto tra il padre della Riforma, la religione e il popolo ebraico.

La tesi che emerge dallo studio, argomentata in maniera esaustiva e convincente, può essere sintetizzata in maniera estremamente semplice e concisa: nei primi scritti Lutero appare benevolo nei confronti degli Ebrei, con la speranza della loro conversione; negli ultimi scritti invece Lutero appare estremamente aggressivo e polemico, anche con punte di volgarità ed espliciti inviti alla violenza, fino ad arrivare a consigliare ai governanti persecuzioni ed espulsioni degli Ebrei.

Il primo Lutero emerge con la massima chiarezza nel testo Gesù Cristo è nato ebreo (1523), scritto pochi anni dopo l’inizio della Riforma (convenzionalmente fissata al 1517). Nel testo Lutero mostra ammirazione e quasi una sorta di invidia per il popolo ebraico, primo interlocutore destinatario dell’alleanza con Dio, come anche per la lingua ebraica che racchiude e codifica tale alleanza. Si fa portavoce di un’incondizionata tolleranza religiosa nei confronti degli Ebrei, atteggiamento che lo fa positivamente spiccare nel suo secolo e quelli precedenti. La speranza di Lutero era che la sua Riforma potesse finalmente attrarre molti Ebrei ad accogliere il messaggio e la figura di Gesù. Tra le altre cose, rifiuta l’accusa (mito ricorrente nel medioevo) secondo la quale gli Ebrei compivano sacrifici rituali di bambini cristiani.

Queste considerazioni sono state variamente riprese dai riformati successivi, rimarcate in particolare dal movimento pietista e in epoca contemporanea dal martire protestante del nazismo Dietrich Bonhoeffer (La chiesa di fronte alla questione ebraica, 1933).

È però soprattutto il pensiero del secondo Lutero, inequivocabilmente e profondamente antisemita, oltre che fuori da qualunque ottica evangelica e filantropica, che lo fa spiccare in senso negativo nel contesto dell’epoca e che ha lasciato nefasti strascichi nei secoli successivi fino alla shoah nazista. Paradigmatico è lo scritto Degli ebrei e delle loro menzogne (1543), come anche le coeve prediche e i “discorsi a tavola” (cioè discussioni e spiegazioni che avvenivano a livello informale con discepoli in seguito a pasti) dove compaiono con maggiore frequenza e veemenza accenni antisemiti.

Alcuni esempi tra i molti accenni possibili (il virgolettato è d’obbligo). Commentando l’episodio evangelico di Malco (nome che deriva da “re” in ebraico), al quale Pietro mozza un orecchio nel tentativo di difendere Gesù dall’arresto, Lutero vi vede un’allegoria del popolo ebraico al quale è stato negato il regno terreno per la sua incapacità di ascoltare la parola di salvezza: “Al regno è stato reciso l’orecchio”. Ancora, commentando la (a suo dire) scarsa considerazione che gli Ebrei avevano di Gesù e Maria, che li portava al rifiuto della rivelazione cristiana, Lutero parla di “menzogne”, “bugie tanto empie e velenose”, che mostrerebbero come essi siano colpiti da “follia, cecità e confusione mentale”. E diversamente dagli scritti precedenti, ribadisce l’accusa che gli Ebrei si fossero macchiati della colpa degli omicidi di bambini cristiani.

In conclusione, anche se “non li si deve uccidere”, il Lutero antisemita invita i governanti a perseguitare e scacciare gli Ebrei. Si brucino le loro sinagoghe, li si costringa a lavorare, ci si comporti con loro senza alcuna misericordia, come fece Mosè nel deserto quando ne uccise tremila, perché non si corrompesse l’intero popolo”. Si dovevano togliere agli Ebrei “tutti i loro libri, i libri di preghiere, i testi talmudici, e anche l’intera Bibbia”, senza lasciare loro “neanche una pagina”. Si dovevano demolire le abitazioni, e i precedenti inquilini potevano essere sistemati “sotto una tettoia o una stalla”. Si dovevano vietare i culti ebraici “sotto pena di morte”. A loro non sarebbe stato più concesso di esercitare attività e funzioniin qualità di signori, funzionari civili e mercanti”. Si doveva togliere “tutto ciò che possiedono in contante e in gioielli d’argento e d’oro”, cioè ciò che ci hanno estorto con l’usura. “Perciò, in ogni caso, che vadano via!”, nei territori di “i Turchi e altri pagani”, dove a suo dire “queste serpi velenose e piccoli diavoli, “figli del diavolo”, non avrebbero potuto nuocere al popolo cristiano.

Questi pesantissimi e infondati insulti fanno comprendere come mai molta parte della storiografia abbia scorto un filo diretto tra l’antisemitismo del secondo Lutero e quello del regime nazista. Come esempio paradigmatico viene citato l’opuscolo dello studioso inglese Wiener, dal provocatorio titolo “Martin Lutero, l’antenato spirituale di Hitler” (1945), e soprattutto la difesa del nazista Julius Streicher durante il processo di Norimberga, secondo il quale Lutero, e non lui, avrebbe dovuto sedere al suo posto sul banco degli imputati.

Il Lutero antisemita è stato dunque comprensibilmente sovraesposto dalla storiografia contemporanea con decine di monografie e centinaia di articoli, e innegabile pregio del libro di Kaufmann è l’adeguata contestualizzazione delle affermazioni del padre della Riforma. A livello personale, la morte della figlia di Lutero nel 1542 lo gettò in un periodo di depressione e pessimismo che perdurò fino alla morte nel 1546, periodo nel quale si trovano le più pesanti invettive antisemite. Inoltre, precisa Kaufmann, Lutero “ha criticato e demonizzato gli ebrei come ha fatto anche con i cattolici papisti e i turchi.

A livello diacronico, lo studioso evidenzia anche come l’antigiudaismo fosse presente da secoli a livello popolare e teologico, ed ebbe sanguinose recrudescenze durante la peste del ’300, quando in tutta Europa gli Ebrei furono superstiziosamente e falsamente accusati di esserne gli untori.

Roberto Reggi

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Il Papa riscrive il Padre nostro? No, la modifica sulla “tentazione” risale al 2008

«Il “Padre nostro” non è quello di Papa Benedetto XVI. Dio non ci induce in tentazione!! Benedetto XV si è fatto ingannare dal diavolo». Così si leggeva nel novembre 2007 sui siti web tradizionalisti, quando Jorge Mario Bergoglio era un “semplice” arcivescovo argentino.

Ma, allora, tali personaggi erano una voce sparuta, priva -al contrario di oggi- del supporto mediatico della destra religiosa (anzi, “divina”, come la chiama Camillo Langone). La quale, sta incolpando Francesco di voler cambiare il Pater noster ignorando che la forma “non abbandonarci alla tentazione” venne introdotta nel 2008.

E’ compito dei teologi, non tocca a noi la questione della opportunità o meno di una migliore traduzione della preghiera insegnata da Gesù, nei Vangeli. Semplicemente mostriamo come i sedicenti ratzingeriani che hanno come missione esistenziale la guerra all’attuale Pontefice -su qualunque argomento-, si trovano a combattere lo stesso Benedetto XVI. «Il Padre nostro sarà modificato e zuccherato», ha denunciato recentemente, ad esempio, il giornalista Marco Tosatti, leader della “resistenza anti-bergogliana”. «Con quale improntitudine si osa manomettere un testo vecchio di duemila anni? In Germania, contro la nuova traduzione, sostenuta da Bergoglio, hanno obiettato pure gli atei». Ma non il Papa emerito, sotto il quale è nata ed è stata approvata.

In queste critiche -condivise da molti altri e non esclusive dell’amico Tosatti-, emerge una grave impreparazione giornalistica e una poca familiarità con la lettura dei Vangeli. Infatti, è dalla traduzione della Conferenza Episcopale Italiana pubblicata nel 2008 dalla Libreria Editrice Vaticana, con il placet di Benedetto XVI, che venne autorizzata la tanto discussa modifica della Scrittura : «La scelta del Consiglio permanente è stata quella di intervenire solo dove fosse assolutamente necessario per la correttezza della traduzione», spiegò mons. Giuseppe Betori, l’allora segretario della Cei. «Nel caso del Padre nostro si è affermata l’idea che fosse ormai urgente correggere il “non indurre” inteso ormai comunemente in italiano come “non costringere”. L’inducere latino (o l’eisfèrein greco) infatti non indica “costringere”, ma “guidare verso”, “guidare in”, “introdurre dentro” e non ha quella connotazione di obbligatorietà e di costrizione che invece ha assunto nel parlare italiano il verbo “indurre”, proiettandolo all’interno dell’attuale formulazione del Padre nostro e dando a Dio una responsabilità – nel “costringerci” alla tentazione – che non è teologicamente fondata. Ecco allora che si è scelta la traduzione “non abbandonarci alla” che ha una doppia valenza: “non lasciare che noi entriamo dentro la tentazione” ma anche “non lasciarci soli quando siamo dentro la tentazione”».

Eravamo nel maggio 2008. Dieci anni dopo, l’attuale Pontefice introduce la stessa modifica anche nella liturgia. Pochi giorni fa, Francesco ha infatti ripreso il concetto: «Nella preghiera del Padre Nostro (cfr Mt 6,13) c’è una richiesta: “Non ci indurre in tentazione”. Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: “Non abbandonarci alla tentazione”.

Apriti cielo, le sedicenti “bussole” cattoliche, silenti quando avvenne la modifica ai tempi di Ratzinger, hanno trovato il nuovo appiglio per condannare nuovamente il Papa all’eresia: Bergoglio osa cambiare la parola di Gesù. Sorpresa invece sul Secolo d’Italia: «Il Papa e il Padre Nostro: ma le correzioni le aveva già fatte la Cei al tempo di Ratzinger».

La redazione

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Malcolm Muggeridge, il giornalista che si convertì difendendo Humanae Vitae

Malcolm Muggeridge è stato un famoso giornalista inglese, nato nel 1903 e morto nel 1990: amante della satira e delle donne. Ha vissuto quasi fino alla morte da ateo dichiarato, fino alla sorprendente conversione. Avvenuta anche grazie all’enciclica Humanae Vitaedi cui si festeggiano i cinquant’anni proprio in questo periodo.

Disse che il suo sguardo verso la fede era quello di un gargoyle: dall’alto di una guglia, dalla cima di una cattedrale sghignazzava dei comportamenti ridicoli e degli sforzi sprecati dall’umanità credente. Ma questo sprezzante osservatore nel 1969 e nel 1982, alla soglia degli 80 anni, divenne cattolico assieme alla moglie Kitty. Il primo sprone pare sia partito da Santa Teresa di Calcutta.

Il giornalista si recò in India per documentare le attività delle Suore Missionarie della Carità, e trascorse molto tempo con Madre Teresa: vedendola assistere gli ultimi degli ultimi, in seguito la definì una “luce che non potrebbe mai essere estinta” e ne raccontò l’esperienza nel suo libro “Something Beautiful for God” (Qualcosa di meraviglioso per Dio) edito nel 1972 . Scrisse di lei come di una “conversione vivente”, che non la si poteva osservare con i suoi assistiti senza già essere in qualche modo convertito: la sua adorazione per Cristo, trattare chiunque come fosse il Signore in persona ebbero più effetto su di lui che qualunque altra cosa. A contatto con quella infaticabile paladina della vita, Muggeridge disse di aver percepito il valore inestimabile dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

In seguito il giornalista iniziò anche lo studio degli scritti di Sant’Agostino, curò e produsse una serie televisiva per la BBC in cui analizzò il pensiero e le opere dello stesso Vescovo di Ippona, di Blaise Pascal, William Blake, Søren Kierkegaard, Fyodor Dostoevsky, Leo Tolstoy e Dietrich Bonhoeffer. Si convinse che la vita umana era sacra, predicendo i danni incontenibili della contraccezione nel deterioramento delle relazioni interpersonali.  Coerentemente con le sue affermazioni, si dimise da rettore dell’Università di Edimburgo per protestare contro la campagna studentesca che chiedeva la disponibilità di pillole contraccettive presso il Centro di salute dell’Università. Le sue dimissioni furono preannunciate in un sermone nella cattedrale di St. Giles, pubblicato successivamente col titolo “Un altro re”.

Il 25 luglio 1968, quando fu rilasciata Humanae Vitae, Muggeridge ribadì il suo personale apprezzamento della Chiesa Cattolica. Dieci anni dopo, in occasione di un simposio all’Università di San Francisco, già convertito al Cristianesimo ma non ancora al Cattolicesimo, pronunciò un discorso:

«Mi trovo in una posizione molto difficile…. Dopotutto, non sono Cattolico. Non ho quella grande fede di cui godono tanti Cattolici. Allo stesso tempo, ho un grande amore per la Chiesa Cattolica e ho avuto fin dall’inizio un sentimento, più forte di quello che riesco a spiegare, per questo documento “Humanae Vitae” che è stato criticato così selvaggiamente, a volte anche da membri della Chiesa Cattolica, ma che ha un’importanza enorme e fondamentale e che rimarrà nella storia tremendamente importante. E vorrei poter esprimere la profonda ammirazione che ho; questa sensibilità profonda che tocca una questione di fondamentale importanza e che sarà, nella storia, qualcosa a cui si farà riferimento sia per la sua dignità che per la sua perspicacia».

Muggeridge proseguì la sua difesa appassionata di Humanae Vitae fino 1978. Quattro anni più tardi, fra lo stupore generale dei suoi colleghi e dei media, assieme alla moglie abbracciò la fede Cattolica. Nel 1988 il suo ultimo libro, dedicato al cambiamento di vita, intitolato The Spiritual Journey of a Twentyeth Century Pilgrim (Il viaggio spirituale di un pellegrino del ventesimo secolo). Morì due anni dopo, nel novembre del 1990: il mostro in cima alla guglia era sceso ed entrato finalmente nella Casa di Dio.

Carla Vanni

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«Il ritorno di Dio? Inevitabile, l’uomo ha in sé un richiamo trascendente»

 
 
di Claudio Risé*
*psicoterapeuta junghiano
 
da La Verità, 05/08/18
 

Sulla religiosità oggi, e su chi abbia a no diritto di parola su simboli e riti religiosi, c’è grande confusione in Italia dovuta anche a disinformazione. Lo stereotipo corrente, più volte ripetuto dai grandi media, è che la religione e i suoi simboli non interessano quasi più nessuno. Ci viene spiegato fino alla noia che il mondo sviluppato si occupa d’altro: soldi, divertimento, status, insomma le cose che “contano”. Il resto è bigottismo in via di scomparsa.

È la tesi della “secolarizzazione”. Il mondo ha ormai imparato a fare a meno di Dio, e va avanti, più o meno tranquillamente, per conto suo. Un’ipotesi proposta ormai da più di 230 anni, quando la Rivoluzione francese fece abbattere le statue sacre per sostituirle con quelle della dea Ragione, ed è ormai smentita, come vedremo, da dati internazionalmente noti e accettati. Tanto che il filosofo ufficiale della postmodernità, Jürgen Habermas, ha chiesto di parlare ormai di post secolarizzazione  […].

L’essere umano ha bisogno d’altro, oltre ai soldi e a consumi più o meno splendenti. In particolare ha bisogno di amare e di sentirsi amato da un Altro che lo ricambi da una dimensione più alta ed eterna, e che tutte le culture del mondo chiamano Dio, in forme diverse. È il provvidenziale aspetto della psiche umana che in occidente si è sempre chiamato “anima” (senza ascoltare la quale anche il corpo non sta tanto bene) a cercare instancabilmente Dio e la sua forza. Ed è alla ricerca dell’anima che Orfeo suonava il suo flauto per i boschi della Grecia, non ancora amministrata dalla troika, ma già testimone della nascita della poesia, della cultura e della bellezza di questa parte del mondo. Sì: è da quelle parti che si trovano anche le nostre radici, bibliche, greche, cristiane di cui ci parlò sapientemente Benedetto XVI. Ritrovarle ci fa bene, anche se nella modesta Carta dell’Unione europea non se ne parla affatto (ma non importa).

Il ritorno di Dio che pose fine alla secolarizzazione non avvenne di colpo. Era già per un bisogno religioso che verso la metà degli anni Sessanta (assai prima del 1968), migliaia di giovani occidentali lasciarono le case dei loro indaffarati genitori per una ricerca più alta (senza troppa paura del basso) attraverso la meditazione, la ricerca di sé e quella del sacro. Era l’epoca del Concilio Vaticano II e l’interesse delle chiese cristiane andava alle «verità orizzontali», come le chiamò il teologo Jean Guitton: la pace, i diritti, le libertà, la scienza. Molti di quei giovani intuivano però che da nessuna di quelle categorie pratiche sarebbe scaturito il cambiamento di rotta di cui essi sentivano l’esigenza: mancava l’asse verticale della croce, quello diretta verso l’alto. Lo cercarono (di solito senza trovarlo) nei conventi fra le vette dell’Himalaya, nelle meditazioni, anche tra santoni a volte variopinti; almeno ci provarono. Come già riconobbe lo storico Augusto del Noce, la stessa contestazione giovanile nacque più tardi «dal riconoscimento che la società opulenta porta l’alienazione al suo grado massimo» (L’epoca della secolarizzazione, edizioni Aragno) e dal tentativo di superarla.

Il bisogno rimasto insoddisfatto fu poi di lì a qualche anno riproposto con ostentata superficialità dalla pubblicità, più versatile e a suo modo profonda delle diverse chiese. I «trend setter», gli osservatori di tendenze, molto più informati con i loro sondaggi della fumosa teoria illuminista della secolarizzazione (presa sul serio anche da alcune chiese cristiane), sapevano infatti perfettamente che per moltissimi giovani Gesù era più interessante di qualsiasi altro «brand» e che in fondo avrebbero davvero voluto seguirlo. Così lanciarono, nella primavera del 1973, i jeans Jesus con stampato sul sedere: «Chi ama mi segua». L’Osservatore Romano ci fece un corsivo indignato. Anche Pier Paolo Pasolini sembrò caderci con uno «scritto corsaro» sul Corriere della Sera. In cui peraltro acutamente annunciava che da quel manifesto il capitalismo «forniva agli uomini una visione totale e unica della vita», dal corpo al consumo a Dio, e non avrebbe più saputo che farsene della Chiesa. Come più o meno avvenne. Però siccome PPP oltre ai toni profetici un po’ profeta lo era (come i veri poeti), riconobbe anche che forse questa storia ci parlava del futuro. Forse chiamando i calzoni Jesus e stampandoci sopra «Chi mi ama mi segua», il capitalismo intuiva anche che la sequela di Cristo sarebbe passata da lì, dalla sazietà del consumo, più che dai discorsi sui diritti o sulla scienza fatti dal Concilio. E lo stesso PPP vide in ciò la punizione, la «nemesi della Chiesa per il suo patto col Diavolo»: il consumismo materialista.

Fatto sta che i popoli tornarono davvero a seguire Dio, e non solo nel mondo cristiano. Di lì a pochi anni, in Iran il regime occidentalizzato dello Scià di Persia fu rovesciato dall’ajatollah Khomeini, che lo sostituì con uno Stato teocratico, tutt’ora al potere. Negli Usa si diffusero, anche tra i giovani cristiani libertari, movimenti come i Promise keepers, i mantenitori della promessa, che si sposavano solo dopo aver fatto una solenne e pubblica promessa di mantenere il vincolo matrimoniale rinunciando alla possibilità del divorzio, arrivando a ottenere che in molti Stati federali questa venisse registrata ufficialmente. Insomma contro il «vogliamo tutto» si chiedevano vincoli, per ricostruire identità. Un processo che continua oggi, nel mondo e anche in tutto l’Occidente, rinnovando continuamente la ricerca di nuovi modi di affermazione. Inoltre i Paesi non occidentali avevano dimostrato che la secolarizzazione non era indispensabile allo sviluppo economico e alla modernizzazione, che si verificavano a ritmi molto elevati anche in società prevalentemente religiose come l’India, o Singapore dove anzi la religiosità si intensificava con lo sviluppo. Credere in Dio non significava affatto restare poveri e affamati.

Fu però dopo la caduta del muro di Berlino e dell’Unione sovietica che la secolarizzazione entrò in crisi in tutto il mondo. Il «ritorno di Dio» era ormai evidente, e riconosciuto dalla sociologia religiosa, dai sondaggi condotti ovunque per verificarla, e dalla scienza politica. Il fenomeno non fece piacere alla maggior parte dei vecchi politici, formati fin dall’inizio del secolo scorso sull’ipotesi di un graduale e inarrestabile sviluppo dell’ateismo. Il ritorno di Dio non deve però sorprendere: l’osservazione psicologica mostra con precisa evidenza (in Carl Gustav Jung, Edmund Husserl, Karl Jaspers e tanti altri), che l’uomo ha in sé un forte richiamo trascendente, che si esprime ad esempio nei suoi ideali. Quando non lo ascolta (o viene impedito di farlo) soffre e si ammala. Inoltre ha bisogno di appartenenze più significative e interessanti della tessera del supermercato, che lo aiutino a riconoscere la sua identità e il senso della sua esistenza. Tra questi aspetti identitari quello religioso è fra i più potenti, e ne trascina con sé molti altri. Non è un caso, ad esempio, che alla fine del Novecento, quando dopo la prima ubriacatura di globalizzazione secolarizzata si ricostituirono le antiche nazioni inglobate dall’ex Jugoslavia comunista, il criterio principale nello stabilire i confini fu subito quello dell’appartenenza religiosa. Come ha scritto Marco Rizzi, in quell’occasione: «la religione maggioritaria ha determinato i confini degli Stati» (La secolarizzazione debole, edizioni Il Mulino). Anche in Europa, alla fine del secolo scorso, nazioni e identità religiose stavano già rinascendo.

La Russia post sovietica per prima cominciò presto a ritrovare dopo 70 anni di comunismo ateo gli aspetti religiosi e trascendenti della propria identità, assieme con la propria storia, i propri confini e i propri simboli. In quel Paese ciò ha enormemente rafforzato sia la partecipazione religiosa, che la Chiesa cristiana ortodossa e lo Stato. La Cina, con i suoi attuali dirigenti, se è impegnata nella riproposizione del pensiero taoista, e della visione morale e religiosa di Confucio e dei sui allievi. Non tutti, però, furono contenti della fine della secolarizzazione. In Occidente le più sconcertate furono appunto le due autorità che dall’epoca della «morte di Dio» in poi avevano amministrato l’intera questione religiosa: lo Stato con i suoi partiti tradizionali, e le chiese «sbilanciate a favore del secolarismo», come ha sottolineato il filosofo Marcello Pera in un’intervista a questo giornale (del 5 aprile 2018). Oggi, se la maggioranza degli intervistati da Pew research e tanti altri dichiara tranquillamente di credere in Dio, e moltissimi assicurano di sentirsi rafforzati da un rapporto personale forte con il sacro, la meditazione e la preghiera, significa che la religione è ormai uscita da quell’angolo riservato in cui l’avevano confinata gli accordi tra le diplomazie degli Stati secolarizzati e le burocrazie ecclesiastiche. Ciò però scompagina vecchie abitudini, tradizionali pigrizie e recenti comodità. È più facile far funzionare la Chiesa come una onlus che stare al passo con uno spirito santo che, come dice il Vangelo di Giovanni: «nessuno sa dove viene e dove va», ma è proprio ciò che i fedeli cercano.

Spesso però i sacerdoti non hanno più una relazione diretta né con le lingue in cui la parola biblica e evangelica è stata trasmessa, né con le tradizioni rituali e mistiche che possono sopperire a una sua vacillante interpretazione. Come lamentano molti fedeli: si comportano come assistenti sociali. Ciò però non c’entra con il cristianesimo, dove fin dall’inizio Gesù ammoniva Giuda, l’amministratore-traditore, che protestava per il dispendio dell’olio versato sul suo corpo prima della Passione: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non avrete più me» (Marco 14, 1-11). Povertà e ricchezza riguardano la libertà umana; ma è nel rapporto personale con Cristo che si gioca il destino dell’uomo. Come aveva intuito Jean Guitton, le «verità orizzontali» pace, diritti, scienza e «le cose come stanno» hanno disabituato i ministri della fede alla fatica di frequentare l’altro, difficile, asse della croce, quello verticale, con (ad esempio) le sue tensioni in alto verso il futuro (personale e collettivo), e, in basso verso il profondo, il passato e la tradizione. La straordinaria dinamicità del cristianesimo sta invece da sempre nel coniugare le due direzioni, orizzontale e verticale, al centro delle quali sta l’uomo.

Il risveglio della fede come sentimento diffuso e popolare non ha in sé nulla di necessariamente divisivo. Come hanno dimostrato gli studi sulla guerra, al contrario di quanto spesso si sostiene, solo meno del 10% dei principali conflitti è stato provocato da motivazioni religiose. È un fatto però che questa fede ritrovata ed esigente è più complicata da amministrare di consuetudini opportunistiche o devozioni superficiali. Nel cristianesimo in particolare il ritorno di Dio fa invece appello a quella «creatività» non convenzionale cui richiamava Benedetto XVI. Certo è che le ideologie universalistiche del 1700 e le loro fantasie onnipotenti di sostituire Dio e le sue tradizioni nazionali con una «dea Ragione» buona per tutti hanno fatto il loro tempo. Sul piano esistenziale, in modi di vita orientati sempre di più dall’invadenza dell’economia e dalla tecnica, le credenze religiose rappresentano per gruppi sempre più numerosi l’alternativa possibile alle logiche spersonalizzanti dei mercati e disumanizzanti delle tecniche; a cominciare da quelle per la riproduzione artificiale.

Sul piano antropologico riemergono le antiche realtà dei popoli, i territori, le nazioni, le loro culture; e il loro Dio, che può convivere con tutti a patto di venire rispettato. Il nostro è l’uomo-Dio morto sulla croce. L’unico a essere risorto.

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Roger Penrose sulla coscienza: «la sua comprensione al di là della fisica»

Se il biologo determinista E.O. Wilson crede che, prima o poi, si scoprirà la base fisica della coscienza, altri paiono più realisti e ammettono che «esistono cose che non possono essere provate». Ci riferiamo al celebre matematico Roger Penrose, emerito dell’Università di Oxford e vincitore del Premio Wolf assieme al suo amico e collaboratore Stephen Hawking.

Recentemente, in occasione di un convegno a Milano intitolato “Intelligenza Artificiale vs Intelligenza Naturale, Penrose ha spiegato in semplici parole perché non potrà mai esistere una Intelligenza Artificiale: «Il termine è improprio poiché nessuno di questi dispositivi comprende ciò che sta facendo. La volontà richiede comprensione e la comprensione richiede consapevolezza, cioè coscienza che le macchine non hanno». L’intelligenza, necessita della coscienza.

Si usa spesso l’espressione AI (Artificial Intelligence) per definire computer avanzati o programmi che giocano a scacchi. Ad esempio, è noto che una certa posizione degli scacchi metta in difficoltà i computer: «è una nota posizione di pareggio conosciuta da qualsiasi giocatore che domini i rudimenti del gioco degli scacchi; invece Fritz, il principale programma di scacchi, regolato sul livello grande maestro, fraintende completamente la posizione e dopo un certo numero di mosse fa un errore stupido e perde la partita. Non sono affatto un buon giocatore», ha spiegato Penrose, «ma ho una certa comprensione di ciò che i pezzi possono fare e cosa no. Fritz invece non comprende niente, nemmeno quello che i pezzi degli scacchi possono fare. Semplicemente segue in modo inconsapevole alcuni algoritmi specifici, senza capire quello che sta facendo».

L’attacco di Penrose è rivolto al determinismo ed al materialismo ancora imperante nell’ambiente scientifico ed, in particolare, nelle neuroscienze, che credono di poter riprodurre il pensiero umano in un computer: «Ho le mie ragioni per non credere a questo. Alcune azioni del pensiero umano possono certamente essere simulate computazionalmente. Per esempio la somma di due numeri o anche le operazioni aritmetiche o algebriche più complicate. Ma il pensiero umano va al di là di queste cose quando diventa importante comprendere il significato di ciò in cui si è coinvolti».

In un’altra occasione, lo stesso Penrose ha detto: «Qualunque cosa faccia la mente cosciente, non è qualcosa che possa essere messa in un computer: essa agisce in modo diverso da quello computazionale». Lo scoglio del determinismo è sempre stata la consapevolezza, e nemmeno la teoria quantistica «per come la comprendiamo oggi, possa spiegarla». Lo stesso Paul Dirac, uno dei padri della quantistica, «lo ammise: la meccanica quantistica non è l’ultima parola. C’è qualcos’altro, che ci sfugge». Qualunque computer o robot è programmato da una mente umana, potrà fare calcoli più rapidi ma senza essere consapevole di farli: «perché funzionino a monte ci deve essere la comprensione consapevole dei programmatori umani che li ideano».

Il celebre fisico di Oxford ha compreso che non si può pensare di ridurre l’uomo ad un oggetto puramente fisico. E’ vero, il substrato è chimico e biologico, anche quello del cervello, ma «dico che bisogna andare oltre». Nel 2004 Penrose propose una visione di un universo composto da tre mondi indipendentemente esistenti: la matematica, il mondo materiale e la coscienza umana. Un enigma completo, per lui, su come i tre interagissero tra loro al di fuori della capacità di qualsiasi modello scientifico: come possono gli atomi e le molecole fisiche, ad esempio, creare qualcosa che esiste in un dominio separato che non ha un’esistenza fisica, come la coscienza umana? Essa non è fisicamente misurabile eppure guida misteriosamente le azioni dei nostri corpi fisici. Come ha scritto il biologo Fiorenzo Facchini, emerito dell’Università di Bologna, «le capacità cognitive dell’uomo sono segnate dall’intelligenza astrattiva e dalla libertà, sono radicate nella base biologica, ma vanno oltre, nel senso che si sviluppano in una sfera diversa, extrabiologica, che correttamente può definirsi spirituale» (F. Facchini, Evoluzione. Cinque questioni nel dibattito attuale, Jaca Book 2012, p. 11).

Riconoscendo di non poter conciliare il proprio materialismo scientifico con l’esistenza di un mondo non fisico come la coscienza umana, il noto filosofo ateo Daniel Dennett è arrivato radicalmente a negare l’esistenza della coscienza stessa. Nel 2012, invece, il filosofo Thomas Nagel ha invece negato il materialismo proprio riconoscendo il carattere “irriducibile” della coscienza umana e scientificamente inesplicabile: «dovremmo abbandonare completamente il materialismo scientifico, incapace di offrire una base completa per comprendere il mondo dell’esistenza umana» (T. Nagel, Mente e cosmo. Perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa, Cortina Editore 2015).

Così, la coscienza rimane un mistero o, per dirla con il filosofo laico Colin McGinn, è un “miracolo”. «Noi non sappiamo come la coscienza abbia potuto emergere dai processi naturali dalle cose materiali antecedentemente esistenti. Si è tentati, anche se con riluttanza, di chiamare in causa l’assistenza divina: solo una specie di miracolo avrebbe potuto estrarre questo da quello. Ci vorrebbe un mago soprannaturale per estrarre la coscienza dalla materia. La coscienza sembra introdurre una rottura netta nell’ordine naturale ed è un punto in cui il naturalismo scientifico fallisce» (C. McGinn, The Problem of Consciousness, Basil Blackwell 1991, p. 45).

La redazione

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“Migranti? I preti li portino a casa loro!”. Già lo fanno, accolti dal 60% delle diocesi

 

di Paolo Lambruschi
da Avvenire, 12/07/18

Ecco in scena il popolo dei leoni da tastiera, che parte unito con il refrain : “li portino a casa loro”. Ma lo fanno già. Vediamo quanta strada è stata fatta da quando il Papa nel 2015, anno del boom di arrivi sulla rotta balcanica, lanciò l’appello alle comunità cristiane ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia.

Stando all’ultimo monitoraggio della Cei, che risale alla primavera del 2017, erano state accolte circa 25 mila persone in 136 diocesi sulle 220 esistenti, vale a dire circa il 60%. Perlopiù l’accoglienza cattolica finora ha supportato il sistema dei Cas, i prefettizi Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale con i Comuni. Le strutture utilizzate sono in genere canoniche, seminari, strutture ecclesiali, ma anche episcopi. Le accoglienze effettuate da enti, promossi da parrocchie e diocesi in convenzione con le prefetture e i Comuni, vengono pagate a norma di legge. È il concetto di sussidiarietà, che si trova nell’art. 118 della Costituzione. I fondi, i famosi 35 euro al giorno, servono a coprire i costi del vitto e dell’alloggio e a pagare il personale non volontario, perlopiù italiano, che gestisce i servizi di assistenza nei centri.

Inoltre, oltre 2.700 persone in parrocchia –più o meno l’equivalente di quanti stanno nello Sprar – e 500 in famiglia risultavano accolte fuori dal sistema pubblico. Ossia con tutti i crismi della legalità, ma con fondi ecclesiali. Il monitoraggio 2018 è in corso e i dati verranno divulgati in autunno.

Da aggiungere al numero delle persone accolte, i circa 2.000 profughi giunti in tre anni con i corridoi umanitari ideati dalla Comunità di Sant’Egidio, in accordo col Governo. Una iniziativa ecumenica. Prima si sono sviluppati quelli dal Medio Oriente assicurati assieme alla Federazione delle Chiese evangeliche e alla Chiesa valdese con la collaborazione di diverse Diocesi cattoliche, e usati da profughi siriani vulnerabili in Libano. Poi quelli con la Cei dal Corno d’Africa per fare arrivare centinaia e centinaia di eritrei e somali dai campi etiopici. Oltre a loro, sempre assieme alla Cei, tra dicembre 2017 e febbraio 2018 sono stati evacuati in collaborazione con Governo e Acnur 300 profughi detenuti nelle galere libiche, accolti a loro volta dalle Caritas diocesane.

Per quanto riguarda i corridoi umanitari, la formula scelta da Caritas italiana e Migrantes, i due organismi Cei coinvolti, è quella dell’accoglienza diffusa, vale a dire famiglie o singoli accolti in case della diocesi e di organizzazioni cattoliche e seguiti da volontari con una famiglia tutor. I costi sono a carico della Chiesa. Il progetto dura un anno durante il quale ai profughi viene garantito vitto alloggio e vestiario in cambio della frequenza scolastica per i minori e di corsi di lingua e formazione professionale per gli adulti. I profughi arrivati, finora, hanno presentato tutti domanda di asilo.

Come diceva il vescovo Domenico Sigalini a Piazzapulita, dopo aver visto il filmato nel 2015 con i “no” dei religiosi al sedicente profugo: l’accoglienza e l’integrazione vanno fatte bene e alla generosità occorre affiancare l’organizzazione. Questa almeno è la scelta di quella parte del nostro Paese che preferisce i fatti concreti agli insulti e agli schiamazzi.

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Per Saviano, il moralizzatore, arriva la terza condanna: violatore di diritti.

Noi cattolici prendiamo lezioni da chiunque, ci mancherebbe. Certo, non ci sembra corretto che a mettersi in cattedra, ergendosi a maestro di morale e “difensore dei diritti”, sia proprio Roberto Saviano, un pluri-condannato per diffamazione e plagio (immoralità “laica”?). Ieri la terza condanna, mentre si attende la quarta se verrà confermato il reato di diffamazione verso Salvini, ministro dell’Interno.

Secondo Saviano, «i cattolici non possono influenzare o boicottare nuove leggi. Questo è profondamente ingiusto». Quindi, scordiamoci di entrare in politica o esporre le nostre idee: sarebbe ingiusto, non ci è concesso. Anzi, per lo scrittore è «forte violenza culturale» qualunque manifestazione -ad esempio- in difesa della famiglia naturale (cioè, la unica prevista dalla Costituzione, come ha stabilito la sentenza n.138/2010 della Corte Costituzionale). Nessuno, ci dice Saviano, può permettersi di «fermare il diritto a sognare di avere una famiglia e dei figli, nonostante la propria omosessualità». Questo Paese, ha concluso, «può ripartire solo dai diritti».

Saviano, come si evince, si occupa continuamente di “diritti”, è considerato un maestro, un eroe. Ma, contemporaneamente ai suoi appelli moralizzatori, lo scrittore pratica «un’illecita riproduzione» di articoli altrui, come ha affermato il Tribunale d’Appello di Napoli il giorno della condanna per plagio (confermata nel 2016). La seconda sezione civile della Corte di appello di Milano, invece, ha confermato che Saviano ha violato anche i diritti di Vincenzo Boccolato, esponendolo al pubblico ludibrio nel suo libro Gomorra come affiliato alla camorra. Grave diffamazione, hanno sentenziato i giudici, chiedendo allo scrittore un risarcimento di 30mila euro. Il “maestro di morale”, non contento, ha fatto comunque ripubblicare il suo bestseller senza eliminare il riferimento a Boccolato, ripresentandolo quindi come camorrista. Ieri è arrivata, perciò, un’altra condanna, per «nuovo illecito diffamatorio».

Per vedere l’effetto che fa, nel 2013 Saviano ha tentato di passare per una volta dalla parte della vittima, denunciando per diffamazione il giornalista di Liberazione, Paolo Persichetti. Un clamoroso autogol. Quest’ultimo, infatti, scoprì che lo scrittore si era completamente inventato -per chiari intenti autocelebrativi-, di aver ricevuto telefonate di stima dalla madre di Peppino Impastato (giornalista ucciso dalla mafia), vantandosene nel suo libro La bellezza e l’inferno e raccontando una collaborazione con la donna, di nome Felicia. Peccato che la madre di Impastato era deceduta da tempo e i parenti hanno smentito qualunque rapporto di Felicia con Saviano, la quale -tra l’altro- non possedeva nemmeno il telefono. Persichetti svelò la menzogna dell’autore di Gomorra, il quale per ripicca lo querelò. Ma i giudici diedero ragione al giornalista, oltretutto acquisendo un’ulteriore testimonianza contro Saviano, quella di Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione “G.Impastato”.

Come se non bastasse, pochi giorni fa l’ex parroco di Scampia, don Aniello Manganiello, ha distrutto l’aura di “eroe contro la mafia” che Saviano si è faticosamente costruito negli anni. Il sacerdote è noto per combattere in prima linea a favore del recupero dalla strada dei ragazzi, spesso figli dei camorristi, delle periferie di Napoli. «Anch’io sono stato minacciato di morte dai Lo Russo», ha raccontato, «ma ho sempre rifiutato la scorta per stare in mezzo alla mia gente. Saviano deve sapere che il suo gioco è ormai scoperto: non ha trascorso nemmeno una intera giornata a Scampia, altrimenti ci saremmo incontrati o almeno i miei parrocchiani me lo avrebbero riferito». L’impegno mediatico dello scrittore è «interessante sul piano narrativo, ma sul piano pratico, oltre a gonfiare a dismisura a dismisura il suo portafoglio, non salverà una sola vita. Quando i camorristi mi chiedono di organizzare il futuro dei figli per evitare che facciano la loro fine, io non mando quei ragazzi ai cortei anticamorra con una bandiera e un megafono in mano e non propongo loro i sermoni di Saviano. No. Io devo trovare le soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze vadano ad abortire, per comprare i pannolini e pagare le bollette. Ma è difficile far soldi per gli ultimi, il quartiere è povero, non c’è borghesia e il denaro sono costretto a cercarlo fuori».

E dal milionario Saviano -definito “falce e cachemire”-, mai è arrivata una moneta per i ragazzi di Scampia. «Il fatto è», ha proseguito don Manganiello, «che lo scrittore simbolo dell’anticamorra a Scampia lo hanno visto soltanto in tv. Si può scrivere di camorra senza conoscere concretamente il fenomeno: bastano le carte passate da avvocati e magistrati da cui ricavare storie per editori modaioli e reti tv in cerca di nuovi mercati. Solo così si spiega il fenomeno perché, a dirla tutta, Saviano mi sembra un modesto scrittore. Se lo invitiamo a Scampia non risponde nemmeno. Alla Municipalità hanno tentato più volte. A lui non interessa la realtà, è uomo di fiction».

Dunque, tirando le fila, scopriamo quel che sul Gruppo L’Espresso non si leggerà mai. Il maestrino di Repubblica, eroe dei “diritti”, per la giustizia italiana è: un plagiatore, un doppiamente diffamatore ed un bugiardo. Per gli eroi anti-mafia, invece, è un pupazzotto televisivo che usa la camorra per vendere libri e pagarsi il suo attico a New York. L’ultimo, cioè, a potersi avventurare in sermoni etici. Di falsi maestri è già pieno il mondo. Di professorini di morale pluri-condannati, pure.

La redazione

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