La furba Chiara Lalli: «silenzio sul dolore dell’aborto, se no vincono i Pro-vita!»

Le donne non devono più pentirsi di aver interrotto la gravidanza, ed è meglio che non raccontino più di aver provato dolore fisico o psicologico. Lo pretende la bioeticista tuttologa Chiara Lalli, per almeno due motivi: il primo, il suo libro sulla bellezza dell’aborto cadrebbe definitivamente nell’oblio, il secondo «si fa il gioco dei ProVita».

Docente di Bioetica e Storia della medicina alla Sapienza di Roma, la Lalli è una nostra vecchia conoscenza. Con la stessa sorniona baldanza passa dall’affermare che l’istinto materno non è una naturale, che l’anima non esiste (beccandosi un “dai, riprovaci un’altra volta” da parte di Fortunato Tito Arecchi, emerito di Fisica all’Università di Firenze), sostiene il regalo di neonati tramite utero in affitto ed afferma che abortire è facile e divertente come bere un biccher d’acqua. Così, bonariamente, “tuttologa”.

Non è certo una sprovveduta, la Lalli. Parlare dell’interruzione di gravidanza come un atto doloroso, traumatico -come ammettono anche i ginecologi che lo praticano- significa di fatto ammettere un atto grave, pesante, come l’uccisione di un essere umano. Perché soffrire o pentirsi, infatti, se si stesse estirpando un semplice grumo di cellule, come la bioeticista ritiene sia l’embrione umano («Durante un aborto non si uccidono i bambini!», urla). Ed infatti, chiede di negare la realtà per non portare acqua al mulino degli oppositori.

Tuttavia, i suoi sforzi letterari non hanno presa. Esiste ormai una corposa letteratura scientifica sulla cosiddetta PAS, Sindrome Post Aborto, raccolta puntualmente nel nostro apposito dossier. Tanto che nel 2013, ad esempio, è stata ufficialmente riconosciuta dalla Corte Suprema di Spagna. Il più importante e recente studio è del dicembre 2011, pubblicato sul British Journal of Psychiatry: analizzando 22 studi e 877.181 soggetti, è stato concluso che le donne che hanno praticato un aborto indotto presentano un rischio maggiore dell’81% di avere problemi di salute mentale, e quasi il 10% di incidenza di problemi di salute mentale ha dimostrato di essere direttamente attribuibile all’evento (si parla di utilizzo di sostanze stupefacenti e suicidi).

I ricercatori si sono augurati che queste informazioni vengano fornite alle donne in procinto di abortire, poiché esiste «un rischio da moderato a molto elevato di problemi di salute mentale dopo l’aborto». Nel 2008, anche il Royal College of Psychiatrists ha messo in guardia sul fatto che «le donne possono essere a rischio di problemi di salute mentale se hanno aborti», e che «non dovrebbe essere consentito di avere un aborto fino a quando non vengono valutati i possibili rischi per la loro salute mentale». Cara Lalli, tutti a fare il gioco dei Provita, eh?!

La redazione

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Błaszczykowski, il capitano della Polonia ci mette la faccia: «io non mi vergogno di Gesù»

Il Mondiale di calcio è iniziato, lasciando a casa la nostra Nazionale. Oggi la selezione polacca sfida il Senegal e a guidare la Polonia è il difensore Jakub Błaszczykowski. Nome impronunciabile, poco conosciuto da noi (nonostante una parentesi nella Fiorentina), ma famoso in Germania e considerato eroe nazionale in patria.

Il suo personaggio va oltre all’ambito sportivo. Originario di Częstochowa, il più importante luogo mariano per i polacchi, all’età di 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e lei gli morì tra le braccia. Assieme al fratello Dawid è cresciuto con la nonna, Felicja Brzeczeck, una devota cattolica che trasmise a loro la fede, accompagnandoli a Messa ed instillando in loro l’abitudine della preghiera e della lettura del Vangelo, cosa che il calciatore rivela di fare ancora oggi.

E’ grazie alla fede che è emerso dal dolore per quanto accadutogli. La vicenda è divenuta nota nel 2012 quando, poco prima dell’inizio del campionato europeo, Jakub si assentò per ragioni personali. Scoprì infatti che il padre -che non vedeva dal giorno dell’omicidio- stava per morire e volle incontrarlo, per perdonarlo. «Quello che mi è successo da bambino ha dato una svolta di 180 gradi alla mia vita», ha confessato. «Non capirò mai cosa è successo o perché è successo, ma quel ricordo mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Darei tutto per vedere mia madre viva».

Błaszczykowski è oggi molto coinvolto nelle opere caritatevoli della Chiesa cattolica ed è un testimonial della Caritas polacca. Organizza feste tra sacerdoti ed atleti d’élite per raccogliere fondi da destinare ai bisognosi ed ogni anno dona magliette sportive ed altri oggetti firmati alle organizzazioni cattoliche, che a loro volta li mettono all’asta. Il capitano polacco ha anche partecipato ad iniziative di evangelizzazione come il National Reading Day. E’ sposato e padre di una figlia.

Nel 2011 ha partecipato alla campagna “Non mi vergogno di Gesù”, organizzata dal mondo cattolico polacco in risposta all’azione di alcuni studenti che hanno chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole superiori. In un video ha affermato: «Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

All’iniziativa ha partecipato anche il suo collega e amico polacco, Robert Lewandowski (che si dice in dirittura d’arrivo alla Juventus). Abbiamo già parlato di lui in un precedente articolo: «No, non mi vergogno di Gesù o della mia fede», ha dichiarato l’attuale attaccante del Bayer Monaco. «So che Dio è con me. Quando si parla di fede, sappiamo che nella vita moderna e nel mondo tutto sta andando molto velocemente, spesso dimentichiamo i nostri valori e ciò che è veramente più importante per noi. Per quanto mi riguarda, questa fede mi aiuta sul campo, ma anche al di fuori di esso, aiutandomi ad essere un brav’uomo e fare meno errori possibili».

 

Qui sotto, Blaszczykowski difende la sua fede cattolica (in lingua polacca)

 

La redazione

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Dio, proiezione psicologica del padre? Una tesi debole e già confutata

Recentemente abbiamo apprezzato un passaggio della riflessione della filosofa morale americana Susan Neiman, attuale direttrice del Forum di Einstein a Potsdam (Germania), in cui avanza alcune obiezioni all’ipotesi psicogenetica della fede formulata principalmente da Sigmund Freud.

La tesi afferma -così come la divulgano navigati catechisti dell’ateismo- che l’immagine che abbiamo di Dio sarebbe una mera proiezione dell’immagine dei nostri genitori, del padre in particolare: «Dio è un sostituto del padre», scrive Freud, «o più precisamente un padre che è stato innalzato, oppure, ancora, è una copia del padre, così come il padre è stato visto e vissuto nell’infanzia» (S. Freud, L’Io e l’Es e altri scritti/Una nevrosi demoniaca nel secolo decimosettimo, 1922). Non viene negata l’esistenza di Dio, ma si attacca la rappresentazione che ne hanno i credenti. «Se versi di nuovo il latte sul pavimento, ti toglierò la tazza», minacciano i genitori ai bambini. Essi, una volta adulti, proietteranno questo schema su Dio: dal buon comportamento deriva il biscotto o l’abbraccio di mamma e papà (cioè, la bontà di Dio), in caso contrario una sculacciata o una sgridata (cioè, un evento avverso)

La raffigurazione di Dio, dunque, sarebbe una rielaborazione delle figure genitoriali. Ma tutto questo, ha spiegato la filosofa Neiman, viene definito dalla filosofia “errore genetico”: «anche se descriviamo la presunta origine di certe aspettative di giustizia, questo non le rende di per sé invalide». Ovvero, il fatto che potremmo avere buone spiegazioni psicologiche su come -ad esempio- il bisogno di giustizia si sviluppa in noi, non significa affatto che sia una mera proiezione psicologica. Allo stesso modo, spiegare psicologicamente/biologicamente come si origini il senso della fame, non rende irreale il cibo o la necessità che abbiamo di esso. Anzi, tornando al senso di una Giustizia ultima, «credo che tutte le nostre reazioni morali più profonde e immediate presuppongano proprio questo bisogno», ha spiegato la Neiman.

Inoltre, ha giustamente aggiunto, pochi o forse nessuno dei teisti pensanti si rapportano con Dio come un essere premiante e/o castigante, secondo lo schema citato sopra. «Aspettarsi che Dio fornisca connessioni istantanee o chiare tra comportamento e ricompensa sarebbe semplicemente sciocco». Sarebbe una fede immatura ed infantile, ogni credente sa bene che i modi di Dio di condurre la Storia sono misteriosi, «nessun buon teista usa la semplice nozione di ricompensa e punizione». Questo è il solito errore degli anti-teisti di professione di combattere idee e comportamenti che sono caricature della realtà.

Un’altra buona replica alla tesi psicogenetica della fede è stata discussa dal gesuita Giovanni Cucci, docente di Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Innanzitutto, osserva Cucci, tale obiezione conferma che nell’ipotetica proiezione freudiana genitori-Dio, non c’è nulla di «deterministico, in quanto la base non è genetica o meramente biologica, ma appunto culturale, relazionale e affettiva, sempre offerta alla libera scelta del soggetto». Inoltre, se valutiamo le ricerche sulla rappresentazione di Dio nei bambini, «osserviamo che Dio presenta tratti specifici come la verità e l’eternità che si mantengono nel corso del tempo, indipendentemente dall’educazione ricevuta e dalle caratteristiche dei genitori». Infatti, «la fede in Dio nasce essenzialmente in un contesto di relazione e non di “spiegazione causale”» (G. Cucci, Esperienza religiosa e psicologia, La Civiltà Cattolica 2009, pp. 123-132).

Si potrebbe poi utilizzare l’argomento di Freud contro i suoi stessi divulgatori, e lo ha effettivamente fatto lo psicologo americano Paul C. Vitz, professore emerito di Psicologia alla New York University (il suo libro è intitolato Faith of the Fatherless. The Psychology of Atheism, Ignatius Press 2013). Il loro ateismo, si potrebbe infatti sostenere, non è reale, né razionale, ma emozionalmente generato da una proiezione psicologica del cattivo rapporto (o dal mancato rapporto) con il proprio padre. La storia mostra, infatti, che molti dei famosi non credenti ebbero esperienze negative con la figura paterna: il premuroso padre di Nietzsche morì quando lui aveva 5 anni, quello di Bertrand Russell quando lui ne aveva 4, lo stesso dicasi per il padre di Richard Carlyle e di Robert Taylor (aveva 7 anni). Lo psicologo ateo Albert Ellis raccontò spesso l’abbandono e la negligenza del padre, Madalyn Murray O’Hair cercò di ucciderlo con un coltello, Samuel Butler considerava i propri genitori “brutali e stupidi di natura”, riportando di suo padre: «Non gli sono mai piaciuto, né lui a me; dai primissimi ricordi che posso richiamare alla mente, non c’è stata una volta in cui io non l’abbia temuto o detestato…non un giorno è passato in cui io non abbia pensato a lui più di una volta come all’uomo che di certo era contro di me». Freud stesso disprezzava il padre considerandolo un pervertito sessuale, un debole ed un incapace a provvedere alla famiglia.

Tornando all’argomento centrale, il problema maggiore dell’obiezione freudiana è che taglia completamente fuori la rivelazione di Dio da parte di Gesù. I cristiani, infatti, concepiscono il Padre così come Cristo lo ha insegnato e comunicato, la matrice comune delle caratteristiche di Dio -si potrebbe dire- è il Vangelo e non i genitori. Esattamente l’opposto di una proiezione: una risposta concreta alle speculazioni dell’uomo su come sia Dio o se Egli esista, rimpiazzando il bisogno di false immaginazioni.

L’antropologo Scott Atran, direttore del Centro di antropologia di Parigi e docente presso l’Università del Michigan e di Oxford, ha a sua volta replicato: «Il bambino apprende alcuni specifici aspetti di Dio prima di apprendere le caratteristiche e i limiti dei suoi genitori. La rappresentazione di Dio non viene né generalizzata dalla rappresentazione genitoriale e nemmeno associata in modo particolare ad essa» (S. Atran, In Gods We Trust: The Evolutionary Landscape of Religion, Oxford University Press 2002, p. 187).

La redazione

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Il Papa: «famiglia solo tra uomo e donna». Ecco come reagiranno polemisti e falsi adulatori…

Ora non avranno più alibi. O forse, si? I contestatori del Papa, che lo accusano di parlare solo di immigrati e non occuparsi di altre tematiche care ai cristiani, ed i falsi adulatori, che usano il suo nome per giustificare pratiche contrarie al suo pensiero (la “cattolica” Michela Marzano è una specialista) come reagiranno alle parole di ieri? «Oggi si parla di diversi tipi di famiglia», ha detto Francesco, «ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola».

Per chi segue i discorsi del Santo Padre non c’è nulla di nuovo, le stesse cose le ha ripetute ovviamente molte volte (si veda immagini più sotto). La vera novità è che questa volta tutti i principali quotidiani hanno ripreso, fin dal titolo, le sue parole: Il Fatto Quotidiano, Il CorriereRepubblica, L’Huffington Post (da notare quanto sia infastidita Lucia Annunziata, che riempie l’articolo con immagini di coppie gay) e perfino Libero.

Incontrando il Forum delle Associazioni Familiari, il Pontefice ha riflettuto sull’immagine della famiglia, osservando che oggi «la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica». Ma «la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano».

Quindi no, nemmeno per Papa Francesco (come per la Costituzione ed il codice civile italiano) esistono le sedicenti “famiglie Arcobaleno”, secondo la famosa ed impeccabile affermazione del ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana. Il Manifesto ha avuto l’onore di riconoscerlo, titolando: “Il papa pro life che parla come il ministro Fontana”. L’autore è il catto-progressista Luca Kocci -amico di don Gallo e delle inesistenti comunità di base-, scrive mordendosi le mani.

In un altro passaggio, Papa Bergoglio si è soffermato sull’aborto dei bambini disabili: «Ho sentito dire che è di moda, o almeno è abituale che quando nei primi mesi di gravidanza si fanno gli studi per vedere se il bambino non sta bene o viene con qualcosa, la prima offerta è: “lo mandiamo via”. L’omicidio dei bambini: per risolvere la vita tranquilla si fa fuori un innocente. Da ragazzo», ha aggiunto Francesco, «la maestra che faceva storia ci diceva della rupe, per buttarli giù, per salvaguardare la purezza dei bambini. Una atrocità, ma noi facciamo lo stesso». Raramente si vedono disabili per strada, «perché il protocollo di tanti medici dice: viene male, mandiamolo via. Il secolo scorso tutto il mondo si è scandalizzato per quello che facevano i nazisti. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi».

Un incisivo doppio passo (famiglia, aborto), che -questa volta- ha fatto presto il giro del mondo. Ma polemisti e falsi adulatori già stanno reagendo (basta leggere gli imbarazzati Camillo Langone e Marcello Veneziani), sostenendo che è la prima volta che ne parla, che si è “finalmente svegliato”, che “ora è il nostro Papa” (la fede cattolica si riduce al “no” alle nozze gay??), che è stata un’eccezione ecc. Ma nel nostro apposito dossier abbiamo raccolto tutti i suoi discorsi, tra cui quelli su aborto e famiglia, mostrando che anche tali affermazioni sono una costante nel suo pontificato.

Qui sotto alcuni esempi di come non ci sia alcuna novità nelle parole di Francesco. Quindi no, tradizionalisti e progressisti non hanno più alibi. In realtà, non ne hanno mai avuti.

 


 

AGGIORNAMENTO 19/06/18
Il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, ha giustamente ironizzato sullo stupore del mondo progressista: «Il Papa ha fatto il Papa e ha detto quel che aveva già detto in tante altre circostanze, spesso nel silenzio dell’amplificatore mediatico così pronto invece a segnalare ogni gesto o parola che possano sembrare dirompenti, pop, nuovi rispetto alla cosiddetta “arretratezza della Chiesa”».

La redazione

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Che Guevara: come lo spietato stalinista divenne un’icona pop

Ricorre in questi giorni il novantennale di Ernesto Guevara, detto “Che”. Un santino laico, un simbolo di pace, un difensore degli ultimi. Non c’è manifestazione in cui non compaiano ancora oggi magliette e poster con il suo volto.

Ma la realtà è molto diversa: «I fatti dimostrano che era un totalitarista con vene messianiche, che voleva apertamente imporre la tirannia maoista nel mondo», ha commentato uno dei principali sociologi sudafricani, Lucien van der Walt.

«Era così fanatico che nel momento più caldo della Guerra Fredda, implorò persino l’Unione Sovietica di attaccare New York, Washington o Los Angeles con la bomba nucleare e portare alla fine del mondo». Secondo van der Walt, «il culto del Che è ancora oggi usato per oscurare la vera natura della Cuba di Fidel Castro, uno degli ultimi bastioni dello stalinismo». Stalinismo? «Ho giurato davanti a una fotografia del vecchio e compianto compagno Stalin che non avrò riposo fino a che non vedrò annientate queste piovre capitaliste», disse Che Guevara nel 1959 a proposito degli Stati Uniti. Il “male assoluto”, per lui.

Contro gli USA fondò, assieme a Castro, il Movimento del 26 luglio (J26M), dimostrandosi «il più autoritario e brutale dei leader della guerriglia». Chiese la pena di morte per informatori, insubordinati, malintenzionati e disertori. «Lui stesso», ha proseguito va der Walt, «ha eseguito personalmente le esecuzioni. In un’altra occasione progettò di sparare ad un gruppo di guerriglieri che avevano fatto lo sciopero della fame a causa del cibo cattivo. Fidel intervenne per fermarlo. «Per farla breve», si legge, «Che Guevara era uno psicopatico la cui sadica brama di sangue non si estingueva facilmente. Uccise per puro piacere».

Con la vittoria castrista del 1959, il Che fu incaricato di istituire il controllo di stato. Purgò l’esercito con 550 omicidi (in pochi mesi) dei sostenitori di Fulgencio Batista. «Queste uccisioni contro i sostenitori del vecchio regime furono estese nel 1960 ai sostenitori del movimento operaio che criticava il regime di Castro. Il Che ha chiuso la stampa e le scuole libere, ha creato una polizia segreta (il C-2) e ha avuto un ruolo chiave nella creazione dei Comitati per la difesa della rivoluzione, cioè enti locali per spiare e controllare la popolazione». Tra i suoi nemici, è stato osservato recentemente, vi furono anche neri ed omosessuali.

Il guerrigliero cubano era l’anello di congiunzione tra Cuba e l’URSS, facendo sfiorare la guerra nucleare nel 1962 contro gli Stati Uniti. Quando Krusciov indietreggiò, salvando letteralmente il mondo, il Che parlò furioso di “tradimento”. Capì che lo stalinismo sovietico non aveva futuro, ed abbracciò quello cinese e nordcoreano. Fallì in Congo con l’esercito di liberazione e anche in Bolivia, dove non riuscì a creare un’insurrezione armata tra i contadini. Nell’aprile 1966, nel Message to the Tricontinental Conference de L’Avana, Che Guevara disse: «L’odio è l’elemento centrale della nostra lotta! L’odio è intransigente, è così violento che spinge un essere umano oltre i suoi limiti naturali, rendendolo violento e assassino. Rifiutiamo ogni approccio pacifico. La violenza è inevitabile. Per il socialismo devono fluire fiumi di sangue! Il nemico imperialista deve sentirsi come un animale braccato, ovunque si muova. Così lo distruggeremo! Queste iene sono adatte solo allo sterminio. Dobbiamo mantenere vivo il nostro odio e appassionarlo al parossismo! La vittoria del socialismo merita milioni di vittime atomiche!».

Il giornalista britannico dell’Independent, Johann Hari, ha scritto: «Il suo unico obiettivo era l’imposizione del comunismo autoritario con la forza, ovunque. Ha scelto di non vedere che questo sistema, ovunque sia stato provato, ha reso ancora più povere le persone, diffondendo invariabilmente carestie, fame e terrore». L’amico che aveva viaggiato con lui nei famosi viaggi in motocicletta, David Mitrani, rimase scioccato quando si incontrarono nuovamente a l’Avana dopo la rivoluzione. Non riusciva a capacitarsi come il Che potesse essere diventato una «macchina per uccidere, efficace, violenta, selettiva e fredda».

La morte di Che Guevara come “martire” lo ha infine rapidamente trasformato in un’icona internazionale. Il bell’aspetto e il coraggio che comunque dimostrò hanno camuffato ciò che realmente era: uno spietato autoritario stalinista.

La redazione

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No al suicidio assistito, così l’American Medical Association e il Consiglio Medici Spagnoli

Al punto 5 delle nostre dieci ragioni laiche contro eutanasia e suicidio assistito abbiamo citato la forte opposizione delle principali associazioni mediche internazionali. Giustappunto, l’American Medical Association (AMA) ha recentemente rifiutato non solo di rivedere la sua contrarietà al suicidio assistito, ma anche di assumere semplicemente una posizione neutrale.

Nella relazione 5-A-18, infatti, l’AMA ha anche respinto la richiesta dei fautori della dolce morte di modificare la terminologia per descrivere l’eutanasia, così da renderla più appetibile.

Fu George Orwell che per primo articolò l’importanza del linguaggio per chi tenta di manipolare o cambiare la mentalità della massa. «Secondo il Consiglio etico» dell’American Medical Association (AMA), invece, «malgrado le sue connotazioni negative il termine “suicidio assistito da parte del medico” descrive la pratica con la massima precisione. Soprattutto, la distingue chiaramente dall’eutanasia. I termini “aiuto alla morte” o “morte dignitosa” potrebbero essere usati ma questo grado di ambiguità è inaccettabile». Nessuna ingegneria linguistica, quindi.

Quasi contemporaneamente è intervenuto il Consiglio Generale dei Medici Spagnoli, ovvero l’equivalente dell’AMA in Spagna. Ha rifiutato eutanasia e suicidio assistito ricordando che il codice deontologico della professione medica afferma che «mai il medico potrà provocare intenzionalmente la morte di un paziente». Il presidente, Serafín Romero, ha affermato: «l’eutanasia non è un problema medica ed è totalmente contro all’essere medici. Ci preoccupa quando si parla di questo e contemporaneamente non siamo capaci di ottenere una legge sulle cure palliative». All’intento di depenalizzare il suicidio assistito si è aggiunta la contrarietà dell’Associazione Spagnola contro il Cancro.

Allo stesso modo si sono espresse anche la World Medical Association, la American Psychiatric Association, la British Medical Association, la Association for Palliative Medicine, la British Geriatric Society, la German Medical Association, l’Australian Medical Association, la New Zealand Medical Association ecc.

Pochi hanno riferito la notizia, sia in Spagna che in America, probabilmente perché non c’è alcun cambiamento di visione da parte dei due enti. Da parte nostra riteniamo invece importante la posizione di queste ed altre associazioni mediche, le quali stanno avvertendo così chiaramente che la morte di Stato mina le basi stesse della medicina. «Il suicidio assistito è pericoloso, non necessario e danneggerà in modo permanente l’integrità e la fiducia dei pazienti verso le professioni sanitarie ed il sistema sanitario», ha riferito il dott. Joseph E. Marine, membro dell’AMA e professore di Medicina alla Johns Hopkins University.

 

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La distruzione dei templi pagani, più fantasia che storia

«La storia in gran parte sconosciuta e profondamente scioccante di come il cristianesimo violento, spietato ed intollerante estinse il mondo classico». Prosegue la saga del “libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere”, questa volta a cura della critica d’arte (ma priva di titoli in ambito storico) Catherine Nixey: The Darkening Age: The Christian Destruction of the Classical World è il titolo del suo (primo) libro. Una collezione di falsità, seppur ampiamente celebrata dalla stampa inglese.

L’autrice, una sorta di Corrado Augias in gonnella, è consapevole che «la storia delle buone opere del cristianesimo è stata raccontata tante volte», per questo ha deciso di smascherare le presunte malefatte. Peccato che la storica Dame Averil Cameron, docente emerito di Antichità e Storia Bizantina presso l’Università di Oxford abbia liquidato come “parodia, esagerata e squilibrata” la fatica di Nixey, sottolineandone peraltro la poca originalità. Già nel ‘700 il polemista anticristiano Edward Gibbon, tentò di incolpare i cristiani non solo di aver ucciso la civiltà classica, ma anche di essersi meritata la persecuzione da parte dei Romani. «Avevamo immaginato di aver fatto qualche progresso nel ribaltare definitivamente il modello gibboniano dopo oltre due secoli. Ed invece no», ha commentato amareggiata la Cameron.

Il blogger agnostico Tim O’Neill ha realizzato un’esauriente recensione critica, notando come la retorica dell’autrice tradisca un’avversione ideologica, definendo i cristiani come “stupidi” ed “ignoranti”. Ecco un passaggio del libro: «Gli intellettuali pagani guardavano disperati mentre volumi di libri non cristiani -spesso testi sulle arti liberali- andavano in fiamme. Gli amanti dell’arte osservavano con orrore come alcune delle più grandi sculture del mondo antico venivano distrutte da persone troppo stupide per apprezzarle e certamente troppo stupide per ricrearle. I cristiani non sapevano nemmeno distruggerle efficacemente: molte statue in cima ai templi si salvarono semplicemente in virtù del fatto che erano troppo alte per loro, con le loro primitive scale e martelli» (p. 34). Evidentemente, quando i cristiani costruirono la basilica di Santa Sofia (55 metri di altezza) utilizzarono scale e martelli iper-tecnologici rubati ai pagani…

Entriamo nel merito della tesi di Catherine Nixey. Il suo intento è valorizzare la cultura greco-romana contrapponendola alla barbarie cristiana. Così ha dovuto innanzitutto minimizzare il bilancio delle vittime nella persecuzione dei cristiani da parte dei “tolleranti” Romani, mettendo in dubbio l’esistenza dei martiri ed episodi di violenza come quello provocato da Nerone. Le sue fonti sono lo scrittore Henry Dodwell (1684) ed il già citato Edward Gibbon (1776), l’unico studioso moderno citato è William Hugh Clifford Frend, secondo il quale i martiri cristiani sarebbero stati «centinaia, non migliaia» (p. 76). Ma lo storico inglese si stava riferendo alle sole vittime dell’imperatore Decio nel 250 d.C. e non al totale dei martiri cristiani. Anche perché è lui stesso a ricordare, ad esempio, che le vittime della persecuzione di Diocleziano furono «un totale complessivo di 3.000-3.500» (Martyrdom and Persecution in the Early Church, p. 357).

E’ stucchevole come l’autrice tenti di rappresentare i governatori romani, responsabili delle persecuzioni cristiane, come validi amministratori urbani (e su questo non ci piove), persone perfettamente ragionevoli, pluralisti, razionali ed intellettuali tolleranti, che dovettero sopportare quei cristiani parassiti, buoni solamente per offrirsi volontari per essere uccisi. Gli stessi testi dei Romani, tuttavia, dicono il contrario. I culti erano tollerati finché si conformavano, più o meno, alla concezione romana. «Non dovresti solo adorare il divino ovunque ed in ogni modo in accordo con le nostre tradizioni ancestrali», scrisse ad esempio il senatore Cassio Dione, «ma anche obbligare tutti gli altri ad onorarlo. Coloro che tentano di distorcere la nostra religione con strani riti vanno odiati e puniti, e non solo per il bene degli dei» (Dio Cassius, Hist. Rom. LII.36.1-2). Ed i Romani hanno “odiato e punito” tante volte e non soltanto i cristiani: dai culti di Cibele e Attis a quello dei druidi celtici, passando dalla setta dei Baccanali.

Così, eccoci all’accusa ai rozzi cristiani di aver abbattuto violentemente la civiltà classica. Una tesi sostenuta in Italia, ad esempio, da Umberto Galimberti che si definisce “greco o pre-cristiano”. La lunga descrizione di Catherine Nixey dell’orgia distruttiva termina con l’infausta affermazione che «il “trionfo” del cristianesimo era iniziato». (pp. 19-21). Siti antichi profanati, statue decapitate, templi abbattuti, vandalismo ecc. Le fonti sono pagane ma anche racconti cristiani, agiografie esultanti di Santi in particolare (scritti spesso molto tempo la morte). L’autrice stessa avverte: «l’agiografia non è storia, bisogna leggere tali resoconti con cautela». Cosa che lei, però, non sembra fare. Prendendo anche grosse cantonate, come quando attribuisce ai soliti cristiani la distruzione del tempio di Poseidone (Atene), abbattuto invece dai Visigoti nel 396 d.C.

Al centro dell’accusa ci sono i decreti dell’imperatore Teodosio. Ma, come giustamente ha osservato l’agnostico O’Neill, tali editti erano per lo più «una dichiarazione del desiderio dell’imperatore» prima di passare per la lunga catena amministrativa e spesso venire bloccati se il prefetto locale o il governatore diocesano non fossero stati entusiasti del decreto. Il fatto che gli stessi ordini vennero ripetuti molte volte, «mostra che i successivi imperatori riconobbero che i decreti precedenti erano sostanzialmente rimasti non applicati». In ogni caso, Teodosio proibì i cruenti sacrifici dei pagani e, di conseguenza, anche i riti in sé, dando una importante spallata ai culti tradizionali ma anche all’immoralità di tali rituali: «Che nessuno, senza eccezione, qualunque sia la sua origine o il suo ragno nelle dignità umane, che occupi un posto di potere o sia investito di una carica pubblica, che sia potente per nascita o umile di origine, assolutamente in alcun luogo o città sacrifichi una vittima innocente ad idoli sprovvisti di senso […]. Che se qualcuno osasse immolare una vittima con l’intenzione di compiere un sacrificio o consultare nelle viscere ancora vive, costui subirà una condanna appropriata».

L’archeologia è forse la fonte più attendibile per comprendere la vastità di tale presunta furia cristiana. Un’ampia ed apprezzata indagine è The Archaeology of Late Antique ‘Paganism’ (Brill 2011) a cura degli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan (Università del Kent), i quali concludono: «Come risultato dei lavori, si può affermare con certezza che i templi pagani non furono né ampiamente convertiti in chiese, né ampiamente demoliti nella tarda antichità. Esistono solo 43 casi (di desacralizzazione o distruzione architettonica attiva dei templi), di cui solo 4 sono stati confermati archeologicamente» (p. 24). In particolare, è stato provato che solo il 2,4% di tutti i templi della Gallia sono stati distrutti con violenza (p. 35), un solo tempio in tutta l’Asia Minore, uno in Italia, sette in Egitto e uno solo in Grecia (ovvero quello già citato, distrutto dai Visigoti). Non vanno dimenticate, inoltre, le iniziative cristiane di riparazione e conservazione dei templi classici: «in regioni come l’Africa, la Grecia e l’Italia», hanno scritto Lavan e Mulryan, «la conservazione dei templi sembra essere stato un processo più diffuso rispetto alla loro distruzione» (p. 37).

La verità è che i luoghi di culto pagani fecero la stessa fine delle piccole chiese di campagna delle nostre società occidentali. Nel tempo smisero di essere utilizzati, furono mantenuti per un periodo e poi smantellati per recuperare materiali da costruzione, o convertiti per altri usi. Uno studio equilibrato è quello di Edward J. Watts, eminente storico della University of California San Diego, intitolato The Final Pagan Generation (2015). Lo studioso evidenzia come la transizione da paganesimo a cristianesimo avvenne in modo graduale, senza particolari sconvolgimenti. Il paganesimo è morto di morte naturale. Certamente vi furono alcune esplosioni di violenza contro statue e templi pagani, ma si trattò di un’eccezione, non della regola.

La redazione

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Studi di genere: la supercazzola di due studiosi svela la zero credibilità

Due studiosi statunitensi, sotto falso nome, hanno redatto uno studio farlocco nel filone dei gender studies (studi di genere), collezionando appositamente una serie di assurdità per fingere di dimostrare che l’organo sessuale maschile sia una costruzione sociale e non un organo anatomico. Incredibilmente la supercazzola è stata pubblicata su una rivista scientifica, dimostrando come a questo tipo di studi venga concessa una immeritata ed aprioristica credibilità.

Due premesse. Gli studi di genere altro non sono che il parto intellettuale delle ossessioni storiche del femminismo radicale in associazione alle rivendicazioni Lgbt. Il loro cavallo di battaglia è appunto l’identità (o ideologia) di genere, secondo la quale la maschilità e la femminilità non sarebbero legati al sesso di nascita, ma concetti relativi, dinamici e culturali. In Italia sono sostenuti addirittura dalla rivista Le Scienze, grazie all’approvazione del direttore responsabile Marco Cattaneo. Seconda premessa: a prendersi gioco di loro sono stati due esponenti del “nuovo ateismo” americano, Peter Boghossian (membro del Center for Inquiry, della fondazione di Richard Dawkins e della Secular Student Alliance) e James A. Lindsay. Con il sostegno di Michael Shermer, fondatore di The Skeptics Society. Negli USA, al contrario che in Europa, i più attivi oppositori del femminismo e dell’omosessualismo sono, appunto, gran parte degli attivisti atei-evoluzionisti.

Torniamo alla burla. I due autori hanno composto tale articolo utilizzando lo stile della teoria discorsiva del gender post-strutturalista. Il documento era appositamente ridicolo ed intitolato Il concetto di pene come costruzione sociale: «non abbiamo cercato di rendere l’articolo coerente», spiegano gli studiosi, rivelando lo scherzo. «Anzi, lo abbiamo riempito con il gergo degli studi gender (come “-ismo”), utilizzato frasi degli ambienti “rossi” (come “pre-post”, “società patriarcale” ecc.), riferimenti osceni ai termini gergali per il pene, fraseggio offensivo nei confronti degli uomini ed allusioni allo stupro (abbiamo affermato che gli uomini che stanno seduti con le gambe spalancate stanno “stuprando lo spazio vuoto che li circonda”)». Così, hanno proseguito, «abbiamo semplicemente assunto che se fossimo stati semplicemente chiari nelle nostre implicazioni morali sul fatto che la mascolinità è intrinsecamente cattiva e che il pene è in qualche modo alla base di esso, avremmo potuto ottenere la pubblicazione su un giornale rispettabile». Cosa che è avvenuta, ricevendo il via libera dalla rivista Cogent Social Sciences.

Giusto per farsi due risate, riportiamo un paragrafo della conclusione del finto studio, molto apprezzata dai revisori della rivista dei gender studies: «Concludiamo che i peni non vanno intesi come l’organo sessuale maschile, o come un organo riproduttivo maschile, ma come una costruzione sociale che è allo stesso tempo dannosa e problematica per la società e le generazioni future. Il concetto di pene presenta problemi significativi per l’identità di genere e l’identità riproduttiva all’interno delle dinamiche sociali e familiari, è esclusivo per le comunità diseredate basate sul genere o sull’identità riproduttiva, è una fonte duratura di abuso per le donne ed individui emarginati di genere, è l’universale fonte di stupro performativa, ed è il motore concettuale di gran parte dei cambiamenti climatici». Si, l’hanno scritto davvero: cambiamenti climatici! E ancora: «L’ipermascolinosi tossica deriva il suo significato direttamente dal concetto di pene e si applica a sostegno del materialismo neocapitalista, che è il motore fondamentale del cambiamento climatico, specialmente nell’uso sfrenato delle tecnologie di emissione di combustibili fossili e nell’incurante dominio degli ambienti naturali vergini».

Boghossian e Lindsay hanno spiegato che, oltre a questa serie di supercazzole, la maggior parte delle citazioni e dei riferimenti che hanno inserito sono falsi o estratti da testi che nulla aveva a che fare con l’argomento. «Per la nostra burla, non abbiamo nemmeno letto una fonte di quelle che abbiamo citato», scrivono. Il problema è «l’intera impresa accademica chiamata collettivamente “studi di genere” e di qualsiasi rivista che si definisca “rivista accademica rigorosa in studi di genere”». Infatti, è bastato scrivere qualcosa in linea con le scemenze gender per ricevere consenso e visibilità scientifica: «abbiamo solo pubblicato sciocchezze però seguendo l’atteggiamento moraleggiante adatto alle convinzioni morali degli editori. Intendevamo testare l’ipotesi che l’adulazione dell’architettura morale della sinistra accademica in generale e dell’ortodossia morale degli studi di genere è il determinante schiacciante per la pubblicazione in un giornale accademico. Cioè, abbiamo cercato di dimostrare che l’adesione ad una certa visione morale del mondo può oltrepassare la valutazione critica richiesta per una legittima borsa di studio. In particolare, sospettavamo che gli studi di genere fossero storicamente storpiati da una convinzione quasi religiosa che la mascolinità sia la radice di tutti i mali. Sulla base delle prove, il nostro sospetto era giustificato».

Se i due autori avessero scritto di altre tematiche probabilmente la burla non avrebbe funzionato, il sistema di revisione tra pari solitamente funziona e avrebbe bloccato la supercazzola. E’ bastato, tuttavia, accarezzare «i sentimenti morali ed il gergo alla moda del prevenuto ambiente accademico sui gender studies e Cogent Social Sciences ha felicemente inghiottito la pillola». Lo scherzo è ben riuscito e ha dimostrato la zero credibilità degli studi di genere. Purtroppo, hanno concluso i due attivisti atei Boghossian e Lindsay, «la nostra bufala non romperà l’incantesimo perché le persone raramente rinunciano ai loro attaccamenti morali e agli impegni ideologici solo perché si dimostrano disallineati con la realtà».

La redazione

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Se la difesa di Asia Bibi è poco cool: l’ipocrisia dell’Onu è anche la nostra

 
 
 
di Pierluigi Battista*
*da Corriere della Sera, 10/06/18

 

Tra pochissimo si toccherà quota 3.300. Un record molto triste perché 3.300 sono i giorni che Asia Bibi, in Pakistan, ha già scontato, colpita da un’accusa grottesca di “blasfemia”.

Asia Bibi è una donna pakistana che ha la sventura di essere cristiana e per il solo fatto di aver avuto la spudoratezza di girare per strada da sola è stata condannata a morte, con una condanna per il momento, ma solo per il momento, sospesa. Per qualche tempo Asia Bibi ha ricevuto la solidarietà di molte organizzazioni umanitarie, e ovviamente del Vaticano.

Dopo un po’ la campagna in suo favore è però venuta a noia. La difesa di una donna cristiana perseguitata non si porta molto, sa di vecchio, non attira, non è cool. E perciò Asia Bibi se ne sta in galera da quasi 3.300 giorni condannata nel silenzio e nell’indifferenza. I diritti umani non esistono più nella nostra coscienza se vengono violati a troppi chilometri di distanza. La mostruosità di una donna cristiana condannata a morte semplicemente perché cristiana non muove a pietà, è un po’ meno mostruosa, è troppo poco “altra” da noi per farne motivo di indignazione. La sorte dei cristiani massacrati e discriminati non interessa più a nessuno.

L’universalità dei diritti fondamentali è buona solo per i discorsi retorici, non per motivare un impegno vero. E Asia Bibi giace in una cella, in condizioni disumane, sola, abbandonata, dimenticata, con la colpa di non aver commesso nulla: solo di aver pregato e onorato il suo Dio, che nel Pakistan islamista è crimine troppo grave. Il silenzio su Asia Bibi svela in tutta la sua meschinità la nostra ipocrisia, la nostra grottesca doppiezza morale, la mancanza di credibilità di organismi internazionali come l’Onu, nata proprio per reagire alla violazione dei diritti umani e trasformatasi via via in un baraccone in cui le commissioni per i diritti umani sono presiedute dai Paesi in cui quegli stessi diritti sono sistematicamente violati.

Povera Asia Bibi, condannata a morte e dimenticata da noi, come tutte le donne e tutti gli uomini che non possono nemmeno possedere un rosario perché indizio di “blasfemia”. Noi che sembriamo buoni solo a intermittenza, che non siamo più credibili, meritandoci questo attestato non proprio motivo di orgoglio. Quanti giorni dovrà scontare ancora in carcere Asia Bibi? E a noi, che ce ne importa?

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Il veterano di guerra si converte a 95 anni: «E’ da una vita che Ti cercavo»

L’australiano Stanley Everett compirà 96 anni a luglio e da pochi giorni ha ricevuto i sacramenti cattolici del Battesimo, dell’Eucarestia e della Cresima.

I tanti anni alle spalle non gli hanno tolto la lucidità: «Mi sembra che ho ancora tanto da imparare. Tanto per cominciare, inizio a fare il segno della croce quando gli altri hanno già finito», ironizzando sull’ormai lentezza dei movimenti.

Il 17 maggio scorso ha ricevuto la Prima Comunione nella cappella Villa Maria Centre, a Fortitude Valley (Australia). «Un completo cambiamento della mia vita. Per tutta la vita l’ho cercato», ha detto riferendosi a Colui che, unico, salva l’esistenza umana dall’effimero nulla a cui è altrimenti destinata.

Ufficiale per la Gran Bretagna e l’Australia durante la Seconda guerra, Stanley Everett fu inviato in Nord Africa dove venne addestrato per disinnescare e detonare mine antiuomo. Oggi è un veterano di guerra, si è convertito e frequenta la diocesi di Brisbane.

Dopo 95 anni di ricerca di quel Volto, ora dice di essere giunto a casa. «E’ il Signore che mi ha portato qui. Nella vita puoi sempre guardarti indietro, se hai retrospettiva, guardi indietro e dici: “Questo l’ha voluto il Signore”». E ancora: «Se cerchiamo le cose che abbiamo voluto fare noi, troveremo spesso una pagina vuota. Ma se cerchiamo ciò che Lui ha fatto nella nostra vita, non ci sarà spazio in quella pagina. Perché sarà piena».

In una società che idolatra (e, forse, sopravvaluta) la gioventù, Papa Francesco ci ricorda invece l’importanza degli anziani e dei nonni, che sono «le radici e la memoria di un popolo». La testimonianza di Stanley è un bell’esempio di ciò.

 

Qui sotto il video del suo ingresso ufficiale nella comunità cattolica

 
La redazione

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