L’Inquisizione, gli storici moderni smentiscono la leggenda nera

La leggenda nera della Santa Inquisizione. Il mito popolare prodotto dalla propaganda illuminista e protestante resiste ancora oggi. In questo dossier abbiamo raccolto le citazioni dei maggiori storici internazionali dell’Inquisizione spagnola, romana e medievale che smentiscono la leggenda nera.

 
 
 

La parola Santa Inquisizione evoca nell’immaginario collettivo truci e poco chiare scene di tortura, monaci sanguinari e roghi.

L’eminente storico Franco Cardini, professore ordinario presso l’Università di Firenze, definisce ciò «un oceano d’immonda, innominabile paccottiglia sotto forma cartacea, informatico-telematica, cinematografica»1Franco Cardini, prefazione di R. Camilleri, La vera storia dell’Inquisizione, Piemme 2001, p. 12.

Eppure, ha proseguito Cardini, esiste «un’ampia, recente ed attendibile letteratura scientifica», i cui protagonisti sono «studiosi di pur differente orientamento (e nessuno di essi sospettabile di filo-cattolicesimo) che hanno ribadito con varie e ben documentate argomentazioni come i tribunali inquisitoriali fossero ben lungi dall’essere quegli strumenti di cieco fanatismo e di feroce ottusità che la divulgazione storica fondata sulla pamphlettistica sette-ottocentesca si è ostinata -e, ohimè, si ostina- a presentare»2Franco Cardini, prefazione di R. Camilleri, La vera storia dell’Inquisizione, Piemme 2001, p. 8.

In questo dossier (in continuo aggiornamento), il primo di una lunga serie sull’argomento, abbiamo raccolto i giudizi conclusivi dei principali studiosi internazionali delle principali inquisizioni cattoliche (medievale, XII-XIV secolo, romana, 1542-1965 e spagnola, 1478-1834).

Dai loro studi emerge un ritratto di un’istituzione certamente severa e sinistra (senza creare una leggenda bianca!), ma ben lontana dagli stereotipi e dalle leggende nere nelle quali la propaganda l’ha avvolta.

 

 
 

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GLI STORICI CONTRO LA LEGGENDA NERA DELL’INQUISIZIONE

Qui di seguito una raccolta di citazioni di eminenti studiosi nei riguardi dell’Inquisizione e della leggenda nera creata dalla propaganda illuminista e protestante.

 

Agostino Borromeo, docente di Storia moderna presso l’Università La Sapienza di Roma:

«Verso il XVI secolo, per opera di circoli protestanti, si è diffusa in tutta Europa la falsa credenza che i tribunali dell’Inquisizione fossero spietati; eppure i ricorsi alla tortura e alla condanna alla pena di morte non furono così frequenti come per molto si è creduto. Quanto alle streghe fa riflettere la circostanza che i roghi furono un centinaio in Portogallo, Spagna e Italia a fronte delle cinquantamila vittime nel resto d’Europa, soprattutto in terra di Riforma»3Agostino Borromeo, in P. Mieli, Poche le streghe bruciate dall’Inquisizione, Corriere della Sera 28/06/04.


 

Adriano Prosperi, professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa:

«Un’aura di mistero circonda l’istituzione dell’Inquisizione alimentando leggende di ogni genere. E’ stata usata nelle polemiche sugli stati di polizia, sui sistemi totalitari del nostro secolo, sullo sterminio degli ebrei e via dicendo. I romanzi storici dell’Ottocento in poi se ne sono alimentati di continuo […], demonizzata dalla polemica protestante, attaccata con determinazione dagli illuministi fino a disinnescare il legame con il “braccio secolare”».4Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi 1996 p. XIX, XVII. E ancora: «Quanto all’Inquisizione, la parola rischia di evocare l’alone cupo dell’immagine violenta e arbitraria di quel tribunale elaborata nei secoli moderni. In realtà, il tentativo di creare un tribunale attento alle regole e impegnato nella ricerca (inquisitio) della verità poteva significare perfino un progresso rispetto alla situazione precedente. Tra le regole, una in particolare limitava il ricorso alla tortura, ammessa per i casi di eresia da papa Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda (1252) ma solo in presenza di indizi importanti e a patto di limitarne la durata e di escluderne vecchi, malati, donne incinte e bambini»5Adriano Prosperi, Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492, Fondazione Carispe 2011, p. 39.


 

Peter Godman, docente di Storia medievale e del Rinascimento all’Università di Tubinga:

«L’Inquisizione romana esercita una profonda influenza sull’immaginazione popolare. Anche se, per gran parte della storia moderna d’Europa, i giudici secolari raramente si sono comportati meglio, e non di rado peggio, delle loro controparti dell’Inquisizione romana, i tutori dell’ortodossia cattolica, temuti o derisi che siano, sono ancor oggi condannati da coloro che, non conoscendo i fini e le pratiche del Sant’Uffizio, ne avvallano il mito e ne propagano la leggenda con tutte le sue fuorvianti generalizzazioni […]. Se le convinzioni degli inquisitori ci appaiono oggi quanto meno dubbie, dobbiamo riconoscere che stiamo esprimendo un giudizio morale, più che storico. Questo secondo tipo di giudizio acquista importanza quando è basato su prove. Le prove contenute negli archivi vaticani non consentono di fare un semplicistico paragone tra l’Inquisizione del XVI e XVII secolo e i sistemi totalitari del XX […]. L’oscuro segreto dell’Inquisizione romana era che non esistevano segreti. Nessuna sinistra trama di dominio, nessun grandioso progetto di repressione guidava l’azione di capi e funzionari del Sant’Uffizio. I sistemi politici totalitari a ci è stato paragonato questo organismo non presentano in realtà alcuna analogia con il bastione dell’ortodossia cattolica. La realtà quotidiana che avevano di fronte inquisitori e censori era al contempo più semplice e più complessa, e anche più sorprendente dei consunti stereotipi a cui le polemiche e le fosche leggende vorrebbero farci credere […]. Finto moralismo e autentica ignoranza si associano» agli stereotipi «per fornire la versione più convincente e commerciale dell’Inquisizione. Attirati dalla ripetizione di stereotipi familiari, i lettori sono invitati ad assistere allo spettacolo nel quale si confermano i loro pregiudizi, uno spettacolo che resta divertente e facile da mettere in scena perché non occorrono particolari conoscenze e ricerche. E’ sufficiente replicare per l’ennesima volta la scena delle condanne sostenute precariamente da prove fittizie, più facili da reperire rispetto alle fonti degli archivi»6Peter Godman, I segreti dell’Inquisizione, Baldini Castoldi Dalai 2004, pp. 13, 64, 301, 321.


 

Bartolomé Bennassar, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Toulouse:

«Un’analisi del linguaggio delle opinioni comuni sull’Inquisizione, condotta secondo i moderni metodi quantitativi, darebbe probabilmente il tasso di frequenza più elevato alle parole: Torquemada, intolleranza, fanatismo, tortura, rogo. L’Inquisizione fu però tutt’altra cosa, pur essendo anche questo nei primi trent’anni della sua storia […]. Dopo la diffusione della Leggenda Nera (l’ex segretario traditore di Filippo II, Antonio Perez, ne fu largamente responsabile) l’Inquisizione è di tutte le istituzioni spagnole quella che agli occhi dell’opinione illuminista costituisce il simbolo più perfetto del “fanatismo” spagnolo. Poco importa che questa opinione è contestabile»7Bartolomé Bennassar, Storia dell’Inquisizione spagnola, Bur 1994 pp. 7, 337.


 

Andrea Del Col, professore di Storia dell’età della Riforma e della Controriforma all’Università di Trieste:

«Per gli storici liberali dell’Ottocento tutti i perseguitati dall’Inquisizione divennero i martiri del protestantesimo o del libero pensiero […], durante il Settecento, l’Inquisizione divenne uno dei bersagli degli illuministi e assurse a simbolo dell’oscurantismo religioso […]. Il ritorno agli archivi e ai documenti portò alla scoperta che il Sant’Ufficio in Spagna non fu così sanguinario come si era creduto e che dopo i primi decenni del Seicento fu molto cauto nella persecuzione delle streghe»8Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XI al XXI secolo, Mondadori 2021, p. 6-8. Rispetto all’Inquisizione romana, «risulta da questi studi che non fu sanguinaria come si credeva. Perché meravigliarsene? Le poche uccisioni di eretici, fatte in nome di Dio per motivi legati alla difesa della fede cristiana, anche se eseguite legalmente, noi le valutiamo aberranti, tanto che non si fanno più da due secoli e mezzo, e non vano cancellate dalla memoria, ma forse è proprio il funzionamento ordinario dell’istituzione, sostenuto da giudici-funzionari attenti a rispettare le norme canoniche, l’aspetto più importante e sensibile dell’Inquisizione cattolica […]. Le immagini di interrogatori, torture, autodafé e roghi sono in genere posteriori ai fatti e risultano spesso condizionate dalla leggenda nera»9Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XI al XXI secolo, Mondadori 2021, p. 13, 14.


 

Jean Dumont, storico francese e specialista dell’Inquisizione spagnola:

«Vi sono ancora in circolazione libri che parlano di centinaia di migliaia di vittime dell’Inquisizione spagnola: libri scritti da persone che ricopiano fonti propagandistiche dell’Ottocento e che non sanno neppure che dagli archivi possono essere ottenute informazioni quasi complete. Uno specialista danese, Gustav Heningsen, ha completato lo spoglio di 50.000 processi che coprono l’arco di 150 anni e ha reperito circa 500 casi di condanne a morte eseguite, cioè l’1%. Altri studiosi hanno confermato questi dati. L’Inquisizione spagnola è figlia della sua epoca e va paragonata a fenomeni analoghi in altri paesi, per esempio alle decine di migliaia di morti della repressione anticattolica in Irlanda e Inghilterra. Quanto alla coscienza moderna, è poi così certa di essere più tollerante di ieri? La repressione ideologica, razziale, comunista o nazionalsocialista ha fatto milioni di morti, mille più volte dell’Inquisizione spagnola»10Jean Dumont, in Cristianità, n. 131, marzo 1986.


 

Thomas Madden, presidente del Dipartimento di Storia della Saint Louis University:

«Alla metà del XVI secolo la Spagna era il paese più ricco e potente d’Europa. Il re Filippo II vedeva se stesso e i suoi concittadini come fedeli difensori della Chiesa cattolica. Meno ricche e meno potenti erano le aree protestanti europee, compresi i Paesi Bassi, la Germania settentrionale e l’Inghilterra. Ma avevano una nuova potente arma: la stampa. Sebbene gli spagnoli avessero sconfitto i protestanti sul campo di battaglia, avrebbero perso la guerra di propaganda. Furono gli anni in cui venne forgiata la famosa “Leggenda Nera” spagnola. Innumerevoli libri e opuscoli uscirono dalla stampa nordica accusando l’impero spagnolo di disumana depravazione ed orribili atrocità nel Nuovo Mondo. L’opulenta Spagna venne considerata un luogo di oscurità, ignoranza e malvagità. Sebbene gli studiosi moderni abbiano da tempo scartato la Leggenda Nera, rimane ancora molto viva oggi. La propaganda protestante che prese di mira l’Inquisizione spagnola attinse liberamente dalla leggenda nera. Ma aveva anche altre fonti. Dall’inizio della Riforma, i protestanti ebbero difficoltà a spiegare il divario creatosi tra l’istituzione di Cristo della Sua chiesa e la fondazione delle chiese protestanti nel XV secolo. I cattolici naturalmente spiegarono questo problema accusando i protestanti di aver creato una nuova chiesa, separata da quella originaria di Cristo. I protestanti ribatterono che la loro era la chiesa creata da Cristo, ma che fu costretta alla clandestinità dalla Chiesa cattolica. Così, proprio come l’Impero Romano aveva perseguitato i cristiani, il suo successore, la Chiesa cattolica romana, continuò a perseguitarli per tutto il Medioevo. Sfortunatamente non c’erano protestanti nel Medioevo, tuttavia gli autori protestanti li trovarono comunque sotto le spoglie delle varie eresie medievali. In questa luce, l’Inquisizione medievale non era altro che un tentativo di distruggere la vera chiesa nascosta. L’Inquisizione spagnola, ancora attiva ed estremamente efficiente nel tenere i protestanti fuori dalla Spagna, era per gli scrittori protestanti solo l’ultima versione di questa persecuzione. Mescolate liberamente tutto ciò con la leggenda nera e avrete tutto quel di cui c’è bisogno per produrre volantini sull’orribile e crudele Inquisizione spagnola. E così venne fatto […] L’Inquisizione spagnola, già diffamata come strumento sanguinario di persecuzione religiosa, venne derisa dai pensatori illuministi come un’arma brutale di intolleranza e ignoranza. Era stata costruita una nuova, immaginaria Inquisizione spagnola, progettata dai nemici della Spagna e della Chiesa cattolica»11Thomas Madden, The Truth About the Spanish Inquisition, in Crisis, ottobre 2003.


 

Maria Elvira Roca Barea, già docente di Storia all’Università di Harvard e collabora con l’Higher Council for Scientific Research (CSIC):

«In Spagna la persecuzione delle streghe era qualcosa di molto insolito, soprattutto se si considerano le persecuzioni di massa dei protestanti, causa di migliaia di esecuzioni per stregoneria senza alcun processo legale. L’Inquisizione non perseguì solo la dissidenza cattolica ma anche crimini come lo sfruttamento della prostituzione, gli abusi sui minori, la contraffazione di valuta. Non si trattava solo di questioni di fede, ma si processavano anche persone che avevano commesso reati gravissimi. L’Inquisizione ha offerto maggiori garanzie agli accusati, in effetti il diritto processuale nel mondo cattolico deve molto all’Inquisizione perché ha istituito un sistema giudiziario con inchieste, giudici, difensori»12M.E. Roca Barea, Analfabetos ha habido siempre pero nunca habían salido de la universidad, El Mundo, 17/12/2016.


 

Anna Foa, docente di Storia moderna presso l’Università La Sapienza di Roma:

«L’immagine dell’Inquisizione romana come regno della tortura e del male vive ormai di vita propria, finendo per assomigliare a quelle fake news di cui oggi molto si parla. Nel corso dei due decenni precedenti si era già avuta una vasta rivisitazione storiografica in questo campo, che era però andata, più che nella direzione di una richiesta di perdono, nel senso di una revisione della cosiddetta immagine nera dell’Inquisizione, attraverso studi che, soprattutto nei riguardi dell’Inquisizione romana, avevano piuttosto messo in discussione il numero delle sue vittime e il suo ruolo nella persecuzione». La moderna storiografia, tuttavia, non ha influito sul «saper comune e nemmeno nell’attività di divulgazione dei media, volta più al sensazionalismo che all’accuratezza dei dati. Si è così ulteriormente accentuato il divario fra gli studi scientifici e il saper comune, e assai poco delle acquisizioni più recenti della storiografia era passato a far parte dell’immagine diffusa del terribile tribunale d’Inquisizione. Basta navigare in rete, leggere i titoli degli ultimi libri apparsi, per rendersene conto. La divaricazione tra il sapere razionale — frutto di riflessioni, di approcci storici, di analisi documentaria — e quello mitologico è ormai invalicabile. Si scrive e si afferma che l’Inquisizione ha fatto milioni di morti per stregoneria con la stessa sicumera con cui si afferma che i vaccini sono la causa dell’autismo. Ma avevamo davvero sperato che l’accesso agli archivi, il crescere dei materiali a disposizione degli studiosi, il loro sapere specialistico, le loro distinzioni, potessero incrinare il regno del mito, del non sapere, del pregiudizio? Ma perché avrebbe dovuto essere così? Gli ultimi vent’anni, che sono quelli passati dall’apertura degli archivi, sono anche quelli che hanno visto il crescere nella società tutta della fabbrica mitologica, l’affermarsi di strumenti molto più utili alla sua affermazione della carta e delle stesse immagini, l’abbattimento delle barriere fra il vero e il falso, fra il sapere e il non sapere, fra la realtà e la finzione. Passioni e pregiudizi prevalgono su sapere e conoscenza. Gridano più alto. Nessun archivio — dovremmo saperlo, dovremmo averlo imparato dagli eventi dei secoli passati — può avere la meglio su di essi, nessun documento può confutare un pregiudizio consolidato, mettere in crisi uno stereotipo»13Anna Foa, Nessun documento riesce a sconfiggere il pregiudizio, in Osservatore Romano, 17/05/18.


 

Henry Kamen, docente di Storia spagnola all’Università di Warwick:

«L’Inquisizione come un’onnipotente ente di tortura è un mito del 19° secolo, mentre si è trattata di un’istituzione sottodimensionata, i cui tribunali erano sparsi e avevano solo una portata limitata ed i cui metodi erano più umani rispetto a quelli della maggior parte dei tribunali secolari. La morte sul fuoco, inoltre, era l’eccezione, non la regola».14Herny Kamen, The Spanish Inquisition: A Historical Revision, Yale University Press 1999.


 

Christopher Black, professore emerito di Storia d’Italia all’Università di Glasgow:

«L’Inquisizione in Italia può sembrare un argomento oscuro e poco attraente, ma non si tratta di una storia così macabra come le leggende e i pregiudizi possono suggerire, né assomiglia alle immagini distorte che Francisco Goya ha dedicato alle ultime fasi dell’Inquisizione spagnola […]. Condivido le argomentazioni di Adriano Prosperi e Simon Ditchfield, secondo cui l’Inquisizione romana, nonostante il suo lato oscuro, è stata anche una forza creativa ed educativa, che ha contribuito a definire e influenzare la cultura italiana almeno fino al XIX secolo»15Christopher Black, Storia dell’Inquisizione in Italia, Carrocci Editore 2013, p. 23-25. «John Tedeschi – “il padrino dell’immagine corrente dell’Inquisizione” – ha sfatato in maniera energica e decisa la “leggenda nera” che avvolgeva, in passato, l’Inquisizione romana. Il modo in cui Tedeschi ha illustrato i tentativi degli inquisitori di giudicare con equità, di educare oltre che punire, ha avuto un forte impatto sul mio approccio interpretativo. Tedeschi ha messo in luce come l’Inquisizione romana non fosse “una caricatura di tribunale, un tunnel degli orrori, un labirinto giudiziario dal quale era impossibile uscire”, e Anne Jacobson ha motivatamente aggiunto che essa “ha offerto la migliore giustizia criminale possibile nell’Europa dell’età Moderna”»16Christopher Black, Storia dell’Inquisizione in Italia, Carrocci Editore 2013, p. 32. «Al contrario dei miti diffusi, l’Inquisizione romana emanò poche sentenze capitali (diversamente dai tribunali secolari). La condanna al carcere perpetuo significava di rado l’ergastolo, ma qualcosa fra i tre e gli otto anni di prigione (che spesso potevano diventare arresti domiciliari)»17Christopher Black, Storia dell’Inquisizione in Italia, Carrocci Editore 2013, p. 238.


 

Joseph Pérez, docente di Storia della civiltà spagnola e latino-americana all’Università di Bordeaux-III:

«Nell’Europa dei Lumi, e dell’Encyclopédie, dominata dal pensiero ironico e graffiante di Voltaire, la parola Inquisizione divenne sinonimo di fanatismo e oscurantismo. Per gli scrittori protestanti e per l’intelligencija antipapista dell’Europa centro-settentrionale, il tribunale ecclesiastico fu il simbolo dello spirito tirannico con cui la Chiesa romana cercò di impedire che la mente dei suoi fedeli fosse contaminata dai pericolosi germi del libero pensiero. Anche negli ultimi decenni gli storici e i letterati hanno contribuito a diffondere la convinzione che l’Inquisizione fosse l’arma della Chiesa contro il dissenso e per molti aspetti il modello storico dei servizi di sorveglianza ideologica con cui i totalitarismi del XX secolo perseguitarono i loro oppositori. Ma la realtà, nascosta sotto una fitta coltre di luoghi comuni e “idées regues”, è almeno in parte diversa»18Joseph Pérez, Breve storia dell’Inquisizione spagnola, Corbaccio 2006, p. 4.


 

Marina Montesano, professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Messina:

«La storia della stregoneria e della caccia alle streghe affascina e attrae numerosi lettori in Italia, pur non essendo molto praticata a livello scientifico nel nostro paese: nel mondo tedesco come in quello anglosassone le cose vanno diversamente e l’aggiornamento storiografico appare più avanzato. Da noi, per esempio, continua a circolare l’idea che la stregoneria sia un fenomeno scaturito dall’ignoranza dell’oscuro medioevo e non, com’è più corretto, dalla piena età moderna. Proprio durante il fiorire del Rinascimento si elaborarono idee e strumenti atti a perseguire le streghe, e fu in piena età moderna che si registrarono in Europa le condanne più gravi e numerose. Se è ovviamente impossibile una stima precisa del numero di vittime in Europa, ormai la storiografia è in grado di proporre dati probabili: nell’intero periodo tra metà Quattrocento e metà Settecento le condanne alla pena capitale oscillano tra le 40mila e le 60mila, nonostante la pubblicistica in materia dia spesso cifre palesamente assurde, che arrivano addirittura a parlare di milioni di vittime. Circa la metà delle condanne capitali europee furono comminate in Germania. Sono soprattutto due i fattori che pesarono maggiormente sulla storia della stregoneria nella Germania del Sacro Romano Impero: la Riforma – con il conseguente conflitto tra cattolici e protestanti – e l’estrema frammentazione del potere politico. Entrambe queste situazioni, seppur in modo diverso, finirono per incrementare e aggravare il fenomeno. Lutero e Calvino non sembrano aver dato molto peso alla stregoneria e nessuno dei due riformatori elaborò una forma di demonologia innovativa, ma il Diavolo esercitava a loro avviso un potere reale nel mondo. Il paragone tra la Germania e la Spagna è istruttivo: nella penisola iberica, vittima di una secolare “leggenda nera”, si ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale; i tribunali della Suprema (il supremo concilio dell’Inquisizione, che dipendeva dalla Corona) erano infatti restii a comminare la pena capitale, preferendo generalmente condanne più blande. Inoltre, le accuse erano più simili a quelle tradizionali di magia, piuttosto che di stregoneria per così dire «moderna», cioè corredata di patti e omaggi demoniaci, volo magico, infanticidi e via dicendo. Quante furono le streghe condannate a morte in Spagna? Dovrebbero aggirarsi intorno alle 300».19Marina Montesano, Superstizioni dell’età moderna, Il Manifesto, 31/12/2011.


 

Rodney Stark, docente di Sociologia alla Baylor University ed editore-fondatore dell’Interdisciplinary Journal of Research on Religion:

«Si legge di uomini incappucciati in prigioni sotterranee illuminati solo da torce che usano strumenti di tortura sui corpi nudi di uomini e donne il cui unico crimine è di aver avuto qualche pensiero che la Chiesa considerava eretico. I torturatori sono assolutamente privi di pietà, e lavorano nella sicura convinzione che l’odore della carne bruciata degli esseri umani sia “piacevole alla Santa Trinità e alla Vergine”. La verità più scioccante sull’Inqusizione spagnola è che tutto ciò che viene raccontato è o una totale menzogna o una grossolana esagerazione! Il resoconto standard dell’Inquisizione spagnola fu inventato e diffuso da propagandisti inglesi e olandesi nel XVI secolo, durante le guerre contro la Spagna, e da quel momento fu ripetuto da storici in mala fede, fuorviati, ansiosi di sostenere un’immagine della Spagna come nazione di bigotti fanatici. Tali storici inglesi (ma anche disertori spagnoli) esprimevano anche apertamente il loro disprezzo e antagonismo nei confronti del cattolicesimo romano, atteggiamento che si rifletteva nel fatto che gli studenti cattolici non veniva ammessi a Oxford e Cambridge fino al 1871. Non stupisce che queste odiose accuse senza senso siano state sostenute durante la lunga epoca d’intenso anticattolicesimo che in Inghilterra (e negli Stati Uniti) è durata fino al XX secolo. Ma non ci sono scuse per quegli irresponsabili “studiosi” contemporanei che continuano a sostenere tali affermazioni, mentre ignorano o liquidano la notevole ricerca sull’Inquisizione che è stata condotta nelle ultime generazioni. Questi nuovi storici (molti dei quali non sono né spagnoli né cattolici) basano le loro concezioni critiche sui documenti degli archivi completi dell’Inquisizione sia di Aragona (Saragozza, Navarra, Barcellona, Valencia e Sicilia) che di Castiglia -che insieme costituirono l’Inquisizione spagnola- ai quali hanno avuto pieno accesso. Hanno rivelato che, a differenza delle corti secolari attive in tutte Europa, l’Inquisizione spagnola fu un’organizzazione coerente quanto a giustizia, detenzione, giusto processo e espiazione»20Rodney Stark, Il trionfo del cristianesimo, Lindau 2012, pp. 436, 437.


 

Nathan Johnstone, docente di Storia presso l’Università di Portsmouth e la Canterbury Christ Church University:

«Gli antireligiosi sembrano indifferenti a verificare se la loro comprensione è accurata. Nessuno fu accusato di essere posseduto diabolicamente per il semplice motivo che la possessione non era un crimine, ma una diagnosi. E solo nelle “super-cacce” che per qualche decennio afflissero una manciata di zone del Sacro Romano Impero, il sospetto può essersi tradotto in convinzione. Le Inquisizioni hanno ucciso pochissime streghe e nessuno storico serio ora crede che il numero di esecuzioni per stregoneria abbia superato le 50.000 in tutta Europa»21Nathan Johnstone, The New Atheism, Myth, and History: The Black Legends of Contemporary Anti-Religion, Palgrave Macmillan 2018, p. 21.


 

Helen Rawlings, docente di Spanish Studies presso l’University of Leicester:

«Con il termine “leggenda nera” ci si riferisce ad un atteggiamento prevalente nel nord Europa nella seconda metà del Cinquecento quando cominciarono a emergere le critiche verso l’Inquisizione nei paesi politicamente e ideologicamente contrari alla Spagna. Opuscoli protestanti nei Paesi Bassi, stati tedeschi, Inghilterra e Francia hanno promosso vigorosamente la reputazione selvaggia tramite la stampa. La leggenda, in parte generata da protestanti spagnoli esiliati, è stata progettata per promulgare i più neri fatti sulla Spagna e sui suoi governanti facendola diventare sinonimo di tutto ciò che è repressione, brutalità, intolleranza religiosa e politica, nonché arretratezza intellettuale e artistica. Tra i resoconti più critici dell’Inquisizione scritti fuori dalla Spagna è quello del protestante inglese John Foxe, il quale ha esagerato le pratiche repressive del Sant’Uffizio contribuendo a diffondere un’opinione anticattolica. Un testo che ha avuto maggiore influenza sulla propagazione della leggenda nera fu scritto da Reginaldus Gonsalvius Montanus (probabilmente uno spagnolo protestante), pubblicato a Heidelberg nel 1567 in latino e presto ristampato in diverse lingue […]. Ma la dettagliata ricerca effettuata dalla fine degli anni ’70 da una nuova generazione di studiosi internazionali ha fondamentalmente sfidato l’approccio tradizionale alla storia dell’Inquisizione e ha richiesto una profonda rivalutazione del suo ruolo […]. In primo luogo, l’Inquisizione non era neanche lontanamente vicina al sanguinario e repressivo strumento di controllo ideologico comunemente percepito. Le repressioni del 1480 furono di breve durata e per la maggior parte della sua storia, il tasso di esecuzione è rimasto inferiore al 2%, una media di cinque persone all’anno. Tortura e pena di morte furono applicate solo raramente, quasi esclusivamente durante i primi anni della sua esistenza e molto più su vecchi cristiani che sulle minoranze religiose dissidenti. Qualunque giudizio dell’istituzione deve quindi tener conto del periodo storico e del contesto in cui ha operato»22Helen Rawlings, The Spanish Inquisition, Wiley-Blackwell 2005 pp. 5, 8, 13.


 

Jennifer Kolpacoff Deane, docente di Storia presso l’University of Minnesota:

«A differenza delle immagini presentate nella cultura popolare, non esistette nessuna istituzione persecutoria organizzata ed efficiente. Solo nella polemica e nella finzione esisteva l’Inquisizione, un unico onnipotente, orribile corte i cui agenti lavoravano ovunque per contrastare le verità religiose, la libertà intellettuale e la libertà politica. Questo è il mito dell'”Inquisizione” emerso negli ultimi quattrocento anni, sia come risultato di profonde ostilità tra scrittori cattolici e protestanti che di macabre rappresentazioni cinematografiche di abiti scuri e spietati inquisitori che mandano innocenti a morire sul fuoco»23Jennifer Kolpacoff Deane, A History of Medieval Heresy and Inquisition, Rowman & Littlefield Publishers 2011, p. 88.


 

Dennj Solera, assegnista di ricerca in Storia moderna presso l’Università di Bologna:

«Molte ricostruzioni si discostano sensibilmente dalla realtà descritta nei documenti del tempo, fornendoci spesso un’idea fuorviante di cosa furono l’Inquisizione e i suoi rappresentanti. Sottrarre un qualsiasi oggetto storico al proprio contesto specifico significa esporlo alle più disparate interpretazioni, non di rado tendenti a forzature apologetiche […]. Il modello narrativo dell’inquisitore è venuto formandosi in un continuo intreccio fra opere di finzione artistico-letteraria, da una parte, e vaghi riferimenti alle fonti storiche dall’altra», come ad esempio fece Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, dove «l’immagine più nota dell’inquisitore» si modellò a partire «dall’avversione che lo scrittore nutrì nei confronti del clero e del cattolicesimo […]. I molti documenti pervenutici del tribunale ci permettono di comprendere quanto significativi siano i punti di discrepanza che emergono tra l’inquisitore letterario e l’inquisitore della storia […]. Essere un inquisitore non era un compito facile come potrebbe credere chi si limitasse alla leggenda nera del Sant’Uffizio, secondo la quale la corte di giustizia sarebbe stata retta solo da frati spietati, crudeli, sempre smaniosi di istruire processi e bruciare persone»24Dennj Solera, La società dell’Inquisizione, Carocci 2021, p. 15-18, 27-28.

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Madre Teresa di Calcutta, nessun lato oscuro: risposta alle falsità

Le critiche a Madre Teresa di Calcutta hanno un fondamento? Visse davvero una crisi spirituale? I suoi detrattori (come Christopher Hitchens) di cosa la accusano? A tutto questo risponderemo nel seguente dossier.

Madre Teresa è stata proclamata santa dalla Chiesa cattolica il 4 settembre 2016 ed il 27 ottobre 1979 le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace, è un simbolo internazionale di dedizione per la dignità della persona e una delle donne più ammirate dei tempi moderni. Nata a Skopje, in Macedonia, nel 1910, nel 1949 ha fondato a Calcutta la congregazione delle Missionarie della Carità e nel 1952 ha creato la prima casa per moribondi. Molti saranno stupiti dal sapere che nemmeno lei è stata risparmiata, ha ricevuto diverse critiche, più o meno gravi, è ancora oggi profondamente odiata da alcune persone e, addirittura (come vedremo), è stata paragonata al criminale e genocida nazista Adolf Eichmann.

In questo dossier, il più completo di tutto il web a livello internazionale, ci siamo occupati di analizzare singolarmente tutto ciò che le viene contestato, valutandone l’eventuale corrispondenza alla verità dei fatti e, in caso contrario, offrendo una risposta documentata e, possibilmente, esauriente. Nonostante non sia stato possibile mantenere un punto di vista imparziale -nessuno lo ha, né i critici di Madre Teresa, né alcun lettore di questo dossier- abbiamo comunque cercato di analizzare seriamente i fatti e sempre ci siamo premurati di valutare l’affidabilità dei testimoni e di inserire fonti e bibliografia di tutto ciò che abbiamo scritto. Iniziamo con il mostrare chi sono i detrattori e cosa rivendicano in linea generale.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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1. CHI SONO I DETRATTORI?

CHRISTOPHER HITCHENS. Il più attivo detrattore di Madre Teresa è stato certamente lo scrittore Christopher Hitchens, noto per le sue poco moderate posizioni contro la religione e per gli scritti inneggianti alla guerra dopo l’11/9, purtroppo morto nel 2011 per cancro all’esofago a causa del massiccio uso di alcool. Il suo breve documentario Hell’s Angel and The Missionary Position è il più corposo atto di accusa e, assieme al suo libro “The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice” (Verso 1995, in italiano: La posizione della missionaria. Teoria e pratica di madre Teresa, Minimum Fax 2003), sono le fonti più citate da quotidiani, blog e siti web critici verso la suora albanese. La sintetica tesi sostenuta da Hitchens è che «molte più persone sono povere e malate a causa della vita di Madre Teresa: ma ci saranno ancora più poveri e malati se il suo esempio sarà seguito. Era una fanatica, una fondamentalista, e un’imbrogliona, e una chiesa che protegge ufficialmente coloro che violano gli innocenti ci offre un altro chiaro segno del dove si posiziona veramente nelle questioni morali ed etiche». La Santa Sede, durante il processo di beatificazione, ha tenuto molto in considerazione anche le testimonianze contrarie, tanto che lo stesso Hitchens venne chiamato nel giugno 2001 dall’arcidiocesi di Washington a rendere la sua deposizione contro la santità della suora albanese.

Il lavoro di Hitchens è stato a sua volta criticato duramente, una consistente risposta è arrivata ad esempio dal sociologo cattolico William A. Donohue, autore di “Unmasking Mother Teresa’s Critics” (Smascherando i critici di Madre Teresa, Sophia Institute Press 2016), con il quale ha «risposto punto per punto a tutte le sue pretese dei critici». «A differenza del libro di Hitchens», ha spiegato il ricercatore, «il mio libro contiene note e bibliografia, perché voglio che la gente possa controllare le mie fonti. Il denominatore comune dei critici di Madre Teresa è la politica, le caratteristiche salienti sono l’essere atei militanti e socialisti, i quali ritengono che il povero deve essere aiutato dallo Stato e vedono lo sforzo volontario come un ostacolo alle ambizioni statali». In un’altra occasione ha dichiarato: «Il messaggio sessuale implicito nel titolo del libro, dimostra che Hitchens non è mai uscito dall’adolescenza e, sia il libro che il film, sono stati progettati per portare il pubblico ad odiare Madre Teresa. Che cosa lei ha fatto con i soldi ottenuti dai diversi premi? Lui non lo sa, ma questo non gli impedisce di dire che “nessuno lo ha mai chiesto”. Non è vero, lui lo ha cercato, quindi perché non dice cosa ha trovato? Perché perderebbe il lavoro. Peggio ancora, avrebbe dovuto confrontarsi con la verità. Il suo libro è un saggio di 98 pagine, senza note, né fonti di citazioni di alcun tipo, il genere è quello del gossip di Vanity Fair». L’aver subito «un’accusa infondata dopo l’altra», è segno di ulteriore grandezza per il fatto che «a Madre Teresa non è stato risparmiato nulla, compresi i tratti irrazionali scritti da autori vendicativi». In occasione della morte di Hitches, Donohue lo ha ricordato con affetto rivelando anche alcune loro conversazioni: «Si è scusato con me due anni fa e ho accettato, perché questo è il modo in cui io sono. Christopher stava insultando nuovamente Madre Teresa, lui la chiamava “puttana”, ma io gli dissi: “tu lo sai che così ti stai spingendo oltre?”. Lo ha ammesso e mi ha detto di essere dispiaciuto».

L’analista Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha criticato l’opera di Hitchens in questo modo: «Le sue critiche sono seriamente indebolite dal fatto che non sempre poggiano su una ricerca imparziale. L’unica informazione “attendibile” che usa per screditarla proviene da In the Mother’s House, il manoscritto non pubblicato di Susan Shields, una ex appartenente delle Missionarie della Carità, che abbandonò l’ordine nel maggio 1989, quasi un decennio dopo avervi aderito. Per Hitchens, Madre Teresa rappresenta la personificazione del male, e chi non si allinea con la sua posizione è considerato o “stupido” o “malvagio” come lei» (G. Alpion, Madre Teresa Roma 2008 p. 38) Inoltre, il sociologo ha notato che per attaccare Madre Teresa, Hitchens utilizza il metodo di criticare «chiunque abbia aiutato la suora diventare una celebrità» scavando nella vita privata degli altri. Questi attacchi, però, «potrebbero essere interpretati come indizio della frustrazione dei suoi avversari per non essere riusciti a scoprire niente di imbarazzante e umiliante che la riguardasse» (pp. 47-48). Il giornalista William Doino ha scritto che Hitchens ha preteso «difendere i poveri contro il presunto sfruttamento di Madre Teresa, mentre in realtà non ne ha mai intervistato alcuno. Non una sola persona curata dalle Missionarie della carità ha parlato al suo microfono o è stato ripreso dalla sua cinepresa. Forse perché avevano un parere molto più elevato della suora albanese rispetto a quello che Hitchens avrebbe permesso nel suo film?». Hitchens ha «intrecciato una serie di attacchi ad hominem e accuse infondate, disinformati e crudeli, deridendo perfino la suora con definizioni del tipo “presunta vergine”», nonché con decine di insulti.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza, ha commentato: «Hitchens ha scarabocchiato nel 1995 un libretto volgarmente dannoso con fini sensazionalistici, a partire dal titolo. Venti anni dopo, alcuni giornalisti considerano ancora come verità evangelica il suo sfogo e la sua ricerca di seconda mano. Come dice un vecchio proverbio: “Adamo mangiò la mela ed i nostri denti ancora fanno male”».

 

EX VOLONTARIE. Nel corso degli anni sono emerse alcune ex volontarie delle Missionarie della Carità di Madre Teresa. Una di queste è Susan Shields, oggi atea, che dice di essere stata per 9 anni una delle missionarie nel Bronx, a Roma, e a San Francisco, fino al 1989. Una seconda si chiama Mary Loudon, ed è stata la fonte principale utilizzata da Hitchens nel suo lavoro di critica. La terza è Margaux B., anch’egli (sedicente) volontaria nel 2009, per un mese soltanto, in un ospedale delle Missionarie della Carità a Calcutta. Non ha voluto rendere pubblico il cognome. La quarta si chiama Sally Warner, ex volontaria nel 1997, autrice di libri contro Madre Teresa e blogger molto attiva su tematiche ateiste e anticlericali. Le quattro donne hanno in genere parlato di un servizio sanitario inadeguato e di metodi di cura antigienici, puntando molto al confronto «con gli standard di cura degli hospice occidentali», come è stato osservato. In più di un’occasione hanno citato il lavoro di Hitchens e non si sono risparmiate dal criticare la visione “ultra-convervatrice” sui temi etici (aborto, divorzio ecc.) delle missionarie di Calcutta. Entreremo nel merito delle loro accuse, sottolineiamo però che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità erano oltre 4.000 sorelle e più di 100.000 volontari/e laici che operavano in 610 missioni in 123 paesi, nessuno di essi non solo non ha confermato o approfondito le critiche delle 4 donne, ma tanti -di varia estrazione sociale e religiosa (indù, agnostici ecc.)-, hanno fornito versioni opposte (alcuni sono citati in questo dossier).

 

STUDIO CANADESE. Una terza consistente critica è arrivata da uno studio pubblicato su Religieuses nel 2013, intitolato: “Il lato oscuro di Madre Teresa”. Gli autori sono tre ricercatori canadesi, Serge Larivee e Genevieve Chenard del dipartimento di Psicoeducazione della University of Montreal e Carole Senechal della Ottawa University. Non è stata una “indagine sul campo”, ma un’analisi di 287 documenti (libri, biografie ecc.) già pubblicati che, a loro dire, rappresenterebbero il 96% della letteratura esistente. I punti controversi che hanno verificato sono stati lo scarso utilizzo per i poveri delle consistenti donazioni ricevute, la cura delle malattie di Madre Teresa in moderni ospedali americani, il culto del dolore della suora albanese, il possedimento di conti bancari “segreti”, la coltivazione di rapporti finanziari discutibili e l’aver beneficiato di uno stratagemma mediatico che l’ha resa famosa (il colpevole sarebbe il regista Malcolm Muggeridge, che si è convertito grazie alla suora religiosa e alla sua opera e ne ha voluto girare un documentario). Infine, i ricercatori hanno criticato la suora anche per i suoi discorsi pubblici contro l’aborto, la contraccezione e il divorzio. Occorre comunque ricordare che gli autori hanno concluso la loro indagine riconoscendo qualche effetto positivo dell’opera di Madre Teresa: «Se l’immagine straordinaria trasmessa nell’immaginario collettivo ha incoraggiato iniziative umanitarie che sono genuinamente impegnate verso chi è schiacciato dalla povertà, non possiamo che gioire. E’ probabile che Madre Teresa abbia ispirato molti operatori umanitari le cui azioni hanno veramente alleviato le sofferenze dei poveri e hanno agito sulle cause della povertà e della solitudine. Tuttavia, la copertura mediatica su Madre Teresa avrebbe potuto essere più attenta».

Affronteremo nel dettaglio le accuse qui elencate, segnaliamo tuttavia che anche lo studio ha ricevuto a sua volte diverse critiche, sopratutto è stata messa in dubbio l’attendibilità e l’imparzialità etica dei ricercatori. Il giornalista scientifico Michel Alberganti ha scritto, ad esempio: «Che possa essere contestata la concezione di carità di Madre Teresa non è sorprendente. Lo è invece l’accusa dei ricercatori canadesi, che si basano solo su una analisi dei documenti disponibili. La gravità delle accuse su un personaggio così iconico meritava di essere sostenuta da una vera indagine. Quanti soldi l’organizzazione di Madre Teresa ha effettivamente raccolto? Come ha usato questi fondi? Dove sono i conti bancari segreti? Quali prove confermano i suoi metodi contro il dolore? Qual è stato l’effetto della copertura mediatica di Madre Teresa sul fundraising? Tante domande a cui potrebbe essere difficile rispondere. Ma quando si pretende di distruggere un mito, l’unico ricorso alla bibliografia appare come un metodo molto leggero». Dubbi sull’operato dei tre ricercatori sono apparsi invece su Outlook India, dove si legge: «A Calcutta, la città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate nello studio pubblicato in una rivista canadese. Nel tentativo di trovare conferme ai “risultati” degli studiosi canadesi, Outlook è inciampato su un gran numero di storie di persone che erano state “convertite”, non alla fede cristiana, ma da posizioni di estremo sospetto ad una sconfinata ammirazione per Madre Teresa. A differenza dei ricercatori canadesi, tutte queste persone erano entrate in contatto con la Madre».

 

ARTICOLO SU “THE LANCET”. Nel 1994 sulla rivista medica britannica The Lancet è apparso un resoconto critico sul livello di cura nelle strutture delle Missionarie della Carità. Nel 1991 Robin Fox ha fatto visita ad un hospice e ha osservato che le condizioni erano tutt’altro che ideali. Più in particolare, ha descritto la qualità delle cure fornite ai pazienti morenti come “fortuite”, comprese pratiche inaccettabili come il riutilizzo di aghi e l’ospitare malati di tubercolosi infettati con i non infettati, nonché la mancanza di moderne procedure di diagnosi. Lui stesso, tuttavia, ha ammesso (lo vedremo) che si è trattata di una «breve visita».

 

ALTRI ACCUSATORI. Il lavoro di Christopher Hitchens è ancora oggi la fonte principale per chi sul web sceglie di odiare e calunniare Madre Teresa. Citiamo anche questa categoria di “critici” come esempio delle conseguenze estreme a cui ha portato il lavoro dello scrittore inglese. Utilizzando come fonte principale il libro di Hitchens, lo scrittore ateo Kalavai Venkat è arrivato a paragonare Madre Teresa al criminale nazista Adolf Eichmann, braccio destro di Hitler, incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità. Nell’articolo intitolato “Madre Teresa: la Eichmann di Calcutta, si legge: «Proprio come Eichmann realizzò l’olocausto, anche Madre Teresa volutamente uccise in mezzo a indicibili sofferenze molti poveri, sottraendo loro i fondi destinati per alleviare la sofferenza e negando crudelmente loro i farmaci necessari. Non li ha mai guardati come esseri umani e mai è stata empatica nei loro confronti. Proprio come Eichmann attendeva la gloria per le sue azioni, anche Madre Teresa desiderava diventare santa per aver portato terribili sofferenze a chi non ha voce. Come Eichmann, anche lei ha mai espresso il minimo rimorso per quello che aveva fatto alle sue vittime. Esattamente come lui, anche lei era convinta di aver contribuito a migliorare la loro situazione».

Sul principale forum americano di atei, The Thinking Atheist, la notizia della santificazione di Madre Teresa ha generato questo tipo di “reazioni” (ci scusiamo per aver riportato il linguaggio volgare utilizzato): «La troia è andata in India -il paese più sovrappopolato del mondo- ed ha parlato contro il controllo delle nascite. L’ingerente puttana avrebbe dovuto essere colpita a morte con il cadavere gonfio e decadente di un bambino morto di fame», si legge. E ancora: «Madre fottuta Teresa non ha restituito il denaro. E’ una fottuta criminale». «Ha goduto nel vedere le persone in condizioni di povertà. Era una sadica che ha prosperato sul controllo e l’accondiscendenza della gente sofferente», afferma un altro. Un altro riferisce: «Niente mi fa diventare più rabbioso di questa puttana. Peccato che non c’è un inferno altrimenti lei starebbe bruciando a fianco di Hitler per tutto il dolore che ha inflitto sugli esseri umani, che schifo di donna!». Come chiunque può osservare utilizzando i link forniti, gli autori di queste civili e rispettose posizioni sono accaniti lettori di Christopher Hitchens, a lui fanno continuamente riferimento, citando spesso parti del suo libro su Madre Teresa.

 

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2. QUALITA’ DELLE CURE E UTILIZZO DELLE DONAZIONI

La principale critica a Madre Teresa è di aver offerto una cura medica superficiale ai poveri e agli ammalati di Calcutta, nonostante le enormi somme di denaro che venivano donate per la sua opera.

 

ACCUSE

Susan Shields, una ex-collaboratrice delle Missionarie della Carità (ed ex-credente), dice di aver prestato servizio negli hospice occidentali della congregazione. Oltre ad avanzare critiche generali al credo cattolico a cui aderiva, la donna ha affermato che «la maggior parte delle donazioni rimaneva inutilizzata nei conti bancari. La Madre [Madre Teresa, nda] non chiedeva mai soldi, ma il flusso di donazioni era costante e massiccio, la maggior parte delle sorelle non aveva idea di quanto denaro la congregazione stava accumulando. Dopo tutto, ci hanno insegnato a non prelevare nulla. Le donazioni non hanno avuto alcun effetto sulla nostra vita ascetica e molto poco effetto sulla vita dei poveri che cercavamo di aiutare. Abbiamo vissuto una vita semplice, senza cose superflue. Avevamo tre set di vestiti che abbiamo riparato fino a quando il materiale era troppo marcio. Abbiamo lavato a mano i nostri vestiti, le lenzuola e gli asciugamani del ricovero notturno per i senzatetto. La Madre era molto preoccupata del fatto che noi preservassimo il nostro spirito di povertà» (articolo apparso nel 1998 su Free Inquiry Magazine).

Anche lo studio canadese ha basato su questo la sua accusa principale, rilevando che le missionarie avevano un «discutibile modo di curare i malati», utilizzando strutture mediche inadeguate. «Molti medici sono andati lì e hanno visto che le condizioni erano molto povere e le persone vivevano in cattive condizioni. Non hanno davvero curato i malati», ha riferito uno degli autori dello studio, Genevieve Chenard dell’Università di Montreal. «Avevano un sacco di soldi, ma solo 5-7% è andato in beneficenza per i farmaci, e cose del genere. Madre Teresa avrebbe potuto costruire l’ospedale tecnologicamente più moderno dell’India in quel momento, ma riteneva la sofferenza una buona cosa». Dopo che l’intervistatore gli ha fatto notare che la ricerca si è basata su pubblicazioni già note, alla domanda se si erano mai recati a Calcutta per verificare personalmente le accuse, la risposta del ricercatore è stata: «No. Ma mi piacerebbe andare a Calcutta». Anche la relazione di Robin Fox apparsa sulla rivista The Lancet ha parlato solo di tutto questo: «Ci sono medici che vengono di volta in volta, ma solitamente sono le sorelle e i volontari (alcuni dei quali hanno conoscenze mediche) a prendere decisioni come meglio possono. Ho visto un giovane che era stato accolto in cattive condizioni ed i farmaci prescritti erano stati tetraciclina e paracetamolo. Più tardi un medico gli ha diagnosticato una probabile malaria. Le regole di Madre Teresa hanno lo scopo di prevenire qualsiasi deriva verso il materialismo: le sorelle devono rimanere in condizioni di parità con i poveri. Ma come gestiscono il dolore? In una breve visita non ho potuto giudicare il potere dell’approccio spirituale, ma sono stato disturbato dall’apprendere che il formulario non includeva analgesici forti» (citato in C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

Le stesse cose ha riferito tale Margaux B., sedicente volontaria per un mese (nel 2009), in un hospice delle Missionarie della Carità a Calcutta. «Mi hanno assegnato il Prem Dan, non il famoso Kalighat preso d’assalto dai volontari, i pazienti ricevevano poca o nessuna attenzione: il medico veniva una volta alla settimana e visitava tutti i pazienti, tra cui i malati di cancro che venivano trattati con aspirine e vitamine. L’igiene era tutt’altro che ottimale, anche se i lavoratori indiani lavavano con acqua una volta al giorno. Alcuni pazienti sono rimasti permanentemente sdraiati a letto, sviluppando piaghe da decubito. Le sorelle erano praticamente senza competenze mediche, così come i dipendenti indiani. L’unica cura era fornita dai volontari con formazione medica». La donna non ha conosciuto Madre Teresa, eppure più volte mette in dubbio la sua onestà citando il già citato studio canadese. Allo stesso modo sembra ben informata delle tesi di Christopher Hitchens, tenendo a ricordare i «dollari nascosti», il «conservatorismo fanatico» della suora e il troppo veloce, secondo lei, iter di canonizzazione. La testimonianza di questa “volontaria per un mese” ci è onestamente apparsa alquanto sospetta, non soltanto per la scelta di non rendere noto il suo cognome.

 

RISPOSTE

Il giornalista William Doino, collaboratore della rivista Inside the Vatican, ha studiato le 27 pagine dei ricercatori canadesi e ha intervistato diverse persone che hanno lavorato con la suora albanese o hanno avuto a che fare con la sua opera in India. Ha anche intervistato uno degli autori della ricerca canadese, Genevieve Chenard. «Le sue risposte alla mia serie di domande sono state sorprendenti e rivelatrici», ha spiegato Doino. «Ha confermato innanzitutto che il suo team accademico non ha mai parlato con un singolo paziente, un analista medico o un lavoratore-volontario di Madre Teresa prima di pubblicare lo studio contro di lei. Inoltre, non hanno mai esaminato come le sue finanze sono state spese, né hanno parlato con qualcuno in Vaticano coinvolto con la sua causa di santità. I ricercatori, incredibilmente, non erano nemmeno mai stati a Calcutta, mentre, almeno Hitchens lo aveva fatto». «Così si è scoperto», ha proseguito, «che questo “documento di ricerca” non era altro che una “revisione della letteratura”, un riconfezionamento di ciò che altri avevano già scritto, con l’aggiunta di una nota negativa finale da parte dei tre accademici. In altre parole, lo studio canadese è un atto d’accusa sulla base di nessuna ricerca originale, e l’autore più frequentemente citato, non a caso, è Christopher Hitchens. Eppure queste “scoperte” hanno prodotto titoli di giornale in tutto il mondo e sono state ripetute da molti senza obiezioni». «Le accuse di scorrettezza finanziaria sono infondate», ha precisato,«infatti la beata Teresa ha contribuito a raccogliere, e ha raccolto, enormi somme di denaro per i poveri e ha donato gran parte di questi fondi alla Santa Sede, che a sua volta li ha distribuiti agli ospedali cattolici e ad altre opere del genere».

Tutt’altra testimonianza, rispetto alle ex-volontarie, è stata quella di Susan Conroy, che ha lavorato con Madre Teresa di Calcutta per ben dieci anni. «Quando ho letto le critiche di come i pazienti sarebbero stati curati nelle Case per i morenti, continuavo a pensare alle mie esperienze personali lì», ha detto. «So quanta tenerezza e attenzione offrivamo a ciascuno degli indigenti, di come li abbiamo lavati, abbiamo pulito i loro letti, li abbiamo nutriti e curati. So come pulivamo regolarmente, da cima a fondo, la struttura che li ospitava, e ogni paziente veniva lavato con la frequenza necessaria, anche più volte al giorno. Erano considerati “intoccabili” della società indiana e tuttavia li toccavamo e ci prendevamo cura di loro come fossero dei principi. Ci siamo sentite veramente onorate di servirli nel miglior modo possibile, Madre Teresa ci ha insegnato a prenderci cura di ciascuno di essi con tutta l’umiltà, il rispetto, la tenerezza e l’amore con il quale avremmo servito Gesù Cristo stesso, ricordandoci che “tutto ciò che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli”, lo facciamo a Lui».

Anche l’ex commissario elettorale principale dell’India, Navin Chawla, ha voluto replicare alle accuse contro Madre Teresa. Apprezzato in tutte le democrazie occidentali per l’imparzialità con cui si sono svolte le elezioni politiche sotto la sua supervisione, Chawla è di religione indù e tuttavia è stato amico di Madre Teresa e profondamente influenzato da lei tanto da essere diventato filantropo (continua infatti l’opera appresa dalla suora di Calcutta investendo in lebbrosari e centri per la cura dei bambini non-udenti). Nel 1992 ha scritto una sua biografia, diventata best-seller e tradotta in 14 lingue. «L’intenzione di Madre Teresa», ha spiegato, «era prendersi cura di coloro che erano caduti nel dimenticatoio. Persone che nessun ospedale o ospizio avrebbe accolto. In un tale enorme oceano di bontà è sempre facile trovare alcuni punti di critica». In un articolo su The Hindu ha scritto: «Nel 1948, i marciapiedi di Calcutta brulicavano di moribondi, vittime della grande carestia del Bengala del 1942-1943. Qui è intervenuta una suora di 38 anni: di fronte a malattia, miseria e morte tutto intorno a lei in un momento in cui non c’era quasi alcun servizio di assistenza sanitaria, ha fatto quello che divenne il suo segno distintivo. Ha trovato un moribondo per strada, lo ha portato in un ospedale pubblico dove è stato respinto poiché era sul punto di morire e non avrebbero sprecato un letto di ospedale per una vita che non potevano salvare. Così è iniziata la sua ricerca di un luogo dove poteva accogliere le persone che gli ospedali rifiutavano, offrendo loro conforto e dignità». Nel 2000 ha raccontato altri particolari: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come una parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

Il gesuita James Martin, redattore di America, ha pubblicato una risposta alla critica di Murray Kempton, secondo il quale Madre Teresa accelerava la morte dei poveri non fornendo loro cure mediche decenti. «Ma l’assistenza sanitaria primaria non era lo scopo dell’ordine che Madre Teresa aveva fondato. Esistono centinaia di altri ordini medici cattolici che generosamente soddisfano questa necessità (le Medical Missionaries of Mary e le Figlie della Carità, per citarne solo due). Piuttosto, il carisma delle Missionarie della Carità (con il quale ho lavorato io stesso) intende fornire conforto ai moltissimi e poverissimi pazienti che altrimenti morirebbero in solitudine. Certo, sarebbe bello se tutti coloro che vivono nei paesi in via di sviluppo avessero accesso alle cure mediche moderne. E anche se gli ordini religiosi e altri operatori sanitari dedicati, religiosi e laici, lottano da decenni per questo, ancora non è possibile. Ma sicuramente questo non è colpa di Madre Teresa. Molte persone povere muoiono ancora in condizioni miserabili, trascurate e sole. Di fronte ai “più poveri dei poveri” ci sono due scelte: o far andare la lingua sui motivi per cui queste persone non dovrebbero esistere, oppure agire per fornire loro conforto e sollievo. Kempton sceglie la prima, mentre Madre Teresa, con tutti i suoi difetti, ha scelto la seconda». Sull’Huffington Post ha pubblicato un interessante articolo in cui ha ricordato la sua esperienza come volontario a fianco delle Missionarie della Carità, raccontando come lui stesso aiutava i poveri nell’igiene personale e come distribuiva loro il cibo.

Nemmeno la parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa (poiché la considera pur sempre una missionaria appartenente ad un’altra religione), ha parlato dell’inadeguatezza delle cure sanitarie ma, al contrario, ha constatato l’opposto: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso».

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le Missionarie della carità non hanno un progetto sociale, non si sostituiscono alle autorità pubbliche, ma tentano di svolgere attività che neppure queste riescono a sostenere. Da qui il loro operare in favore di chi si trovi in situazioni estreme: i moribondi, i malati cronici, gli abbandonati senza speranza. Le suore condividono lo stile di vita e la sofferenza di chi si trova nelle loro mani, distribuiscono amore più che cure specifiche, assicurano calore più che interventi mirati. Per questo hanno ricevuto critiche, in parte giustificabili, ma la loro attività di assistenza, in luoghi estremi di ogni continente, resta eccezionale. Di fatto, detta attività è l’espressione più alta della loro vocazione, anzi la finalizzazione di questa stessa. Il duro lavoro che svolgono è parte della loro attività di preghiera».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha replicato a sua volta all’accusa: «Alcuni hanno chiesto come mai lei non costruiva cliniche mediche moderne, nonostante ci fossero abbastanza soldi per farlo. Perché ha continuato con le sue consorelle a costruire hospice come aveva sempre fatto? La risposta è che le cliniche mediche sono la ciliegina sulla torta, se possono vi aiuteranno. Operano un triage [selezione, nda] e lei era contraria al triage». L’accusa è «molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato grazie al suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra ha distribuito. Ha sempre detto: “Noi non siamo assistenti sociali” e credo sia questo ciò che che intendeva dire: se stai cercando di fare il maggior bene possibile per il maggior numero possibile di persone, io non sono certo la tua santa. Ma quello che ha fatto è stato decisamente buono per le persone che erano in grandissima necessità. Ad un certo punto ha cessato di essere solo “della chiesa” ed è diventata “del mondo”, e in un modo strano. Ci saranno sempre persone che non amano gli aspetti di quello che stai facendo. Credo che se avesse continuato a fare l’incredibile bene che ha fatto a Calcutta probabilmente nessuno si sarebbe posto queste questioni».

Padre Peter Gumpel, funzionario presso la Congregazione per le Cause dei Santi, ha riferito di aver preso sul serio le accuse di questo tipo, rispondendo però: «Ci sono errori commessi anche nelle più moderne strutture mediche, tuttavia ogni volta che era necessaria una correzione, Madre Teresa e le Missionarie si sono mostrate vigili e aperte al cambiamento costruttivo e al miglioramento. Quello che molti non capiscono sono le condizioni disperate che Madre Teresa si trovava costantemente di fronte, e il suo carisma speciale era salvare coloro che non avevano alcuna possibilità di sopravvivenza e sarebbe altrimenti sono morti sulla strada». Ha ritenuto, inoltre, «assolutamente falso» l’affermazione che lei avrebbe respinto o trascurato il servizio di assistenza medica per chi era ancora curabile o per le cure palliative dei malati terminali. «Attenzione alle storie aneddotiche che circolano da parte di persone scontente o che hanno un intento ideologico anti-cattolico», ha avvertito.

Il dott. PN John, direttore dell’hospice psichiatrico delle Missionarie della Carità, ha sfidato chi critica le condizioni antigieniche: «perché non escono di casa e vengono a controllare loro stessi?»Sunita Kumar, amica di Madre Teresa per 36 anni, portavoce delle Missionarie della Carità e di religione sikh, ha replicato a sua volta: «Madre possedeva solo due sari. Ha vissuto una vita semplice e dormiva su un letto su cui non c’era nemmeno un ventilatore a soffitto. Che cosa avrebbe fatto con il denaro? Sì, era frugale per il bene dei poveri. Ma non li ha privati. Se poi si giudica con gli standard di comfort degli ospedali a cinque stelle allora, ovviamente, lei non era all’altezza. Ma non era il suo scopo. Non ha mai avuto un conto personale e i fondi sono andati alle Missionarie della Carità per quanto ne sono a conoscenza».

Molto interessante il punto di vista dell’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa (a cui ha dedicato due libri, tra cui una monografia), avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza. «Non mi sorprende che Madre Teresa ha avuto la sua giusta quota di avversari», ha dichiarato. «Sarebbe strano se chiunque avesse soltanto lodi per questa suora. Eroi “senza macchia” oggi possiamo trovarli soltanto in Corea del Nord. Quello che trovo sconcertante nella critica al vetriolo contro Madre Teresa, è l’incapacità di notare ciò che è abbondantemente evidente. Come ogni ordine religioso, l’ordine di Madre Teresa -le Missionarie della Carità-, hanno il loro “carisma”, o ragion d’essere, che nel loro caso non è vivere in solitudine e nel comfort, o sviluppare scuole per bambini benestanti o offrire assistenza medica all’avanguardia. Madre Teresa ha spiegato molto chiaramente che lei e le sue sorelle si sarebbero prese in cura dei più poveri tra i poveri e che avrebbero dipeso esclusivamente dalla carità per la propria sopravvivenza.

Brian Kolodiejchuk, postulatore di Madre Teresa, ha spiegato: «Lei non lavorava per sradicare le strutture della povertà. La sua preoccupazione era di portare soccorso immediato ed efficace alle persone che avevano bisogno di aiuto e riparo». Un esempio di ciò è stato raccontato da Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Quando eravamo a Kalighat, abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strada, era terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cos’erano quelle creature aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Sul magazine inglese The Week è comparso un articolo nel 2016 in cui si racconta come Madre Teresa faceva costruire gli ospedali vendendo auto di lusso che le venivano regalate e collaborando con specialisti di medicina, come il dott. Vijay Jacob. Tra essi c’è l’Antara Hospital, fondato da lei stessa e divenuto il più grande ospedale psichiatrico privato in India, dedicato proprio a Madre Teresa.

Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post e conoscitrice diretta dell’opera della Missionarie della Carità, ha anche lei voluto replicare a questo tipo di accuse: «La maggior parte delle persone di cui le sorelle si prendono cura sono fisicamente e mentalmente handicappate, o molto vecchie e molto malate. Vivono in luoghi del mondo in cui è abbastanza difficile sopravvivere anche quando si è giovani e in buona salute. Ho visto le sorelle fare tutto il possibile per rendere la vita di queste persone il meglio possibile e ho visto il loro cuore squarciarsi quando una bambina è morta una mattina a Cuzco. Sì, forse se quella bambina fosse andata in un ospedale costoso in America avrebbe vissuto più a lungo. Ma il fatto è che lei non poteva andare in quell’ospedale, e, in fin dei conti, ha avuto una vita di gran lunga migliore di quella che avrebbe avuto se le sorelle l’avessero lasciata nella spazzatura in cui l’hanno trovata».

In ogni caso, anche i critici più impegnati come Aroup Chatterjee, hanno riconosciuto che dalla fine degli anni ’90 le case gestite dalle Missionarie della Carità hanno notevolmente migliorato lo status sanitario. Logopedisti e fisioterapisti sono stati regolarmente consultati per prendersi cura di pazienti con disabilità fisiche e mentali e i pazienti che necessitano di un intervento chirurgico e cure più complicate sono stati inviati agli ospedali vicini.

 

CONCLUSIONE

Come emerge in modo evidente, il problema nasce quando si intende valutare le Case dei moribondi di Madre Teresa, nate negli anni ’50 a Calcutta, con gli standard attuali della medicina occidentale. Inoltre, c’è un totale fraintendimento sul “carisma” delle Missionarie della Carità che è dichiaratamente ben diverso da quello di altri ordini religiosi, impegnati nel fornire il miglior servizio sanitario possibile. Uno dei recensori del libro di Hitchens, Amit Chaudhuri, si è lamentato del fatto che Madre Teresa avrebbe potuto creare una «multinazionale missionaria», ma ciò era profondamente differente dalle sue volontà: non intendeva curare i malati “semplici”, per quelli c’erano già gli ospedali statali. Ella intendeva vivere in povertà (“povera tra i poveri”) e dedicarsi ai morenti, agli agonizzanti, ai relitti umani abbandonati ai bordi delle strade, schiacciati dalla loro tragedia umana e in attesa della morte, alle persone in fin di vita scartate da tutti, compresi i servizi di cura indiani. Intendeva dare immediato soccorso e consolazione a chi l’ospedale nemmeno lo avrebbe mai raggiunto.

La qualità delle prestazioni sanitarie avrebbe potuto probabilmente essere stata più all’avanguardia, investendo più denaro di quanto è stato fatto, ma, a giudicare dall’enorme stima che il popolo indiano le riserva ancora oggi, evidentemente la sua opera superava già di gran lunga qualunque iniziativa medica, assistenziale e sociale presente in India fino agli anni ’90. Lo storico Menniti Ippolito ha infatti scritto: «In un recente autorevole sondaggio svoltosi in India, teso ad individuare l’indiano più illustre del XX secolo, la cattolica albanese Madre Teresa ha prevalso su tutti. Questo in un paese particolare, orgoglioso della propria specificità e pure interessato da un risveglio hindu che sta provocando moti di intolleranza religiosa. Il modello semplice, coerente, sofferto, che Madre Teresa ha offerto al mondo ha un valore universale».

Per quanto riguarda le numerose donazioni che ricevette si capisce comunque come vennero investite se si pensa che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità operavano in 610 missioni di 123 paesi del mondo, dove avevano fondato hospice per moribondi, case per le persone affette da HIV / AIDS, tubercolosi e lebbra, mense per i poveri, programmi di consulenza familiare e assistenza personali, orfanotrofi, scuole ecc.

 

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3. SI CURAVA NEI MIGLIORI OSPEDALI?

Madre Teresa venne ricoverata la prima volta nel 1983, subì un infarto nel 1989 e le fu applicato un pacemaker. Si ammalò di polmonite nel 1991, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci e l’anno successivo contrasse la malaria stando in mezzo ai malati di Calcutta. Nell’aprile del 1996 si ruppe la clavicola e morì nel 1997.

 

ACCUSE

Sia Christopher Hitchens che il giornalista Murray Kempton, recensore del suo libro, hanno accusato Madre Teresa di essersi curata in ospedali di lusso durante le malattie, mentre avrebbe concesso minima assistenza sanitaria negli hospice da lei diretti. In varie occasioni, ha scritto lo scrittore ateo, «compariva nelle cliniche migliori e nei più costosi ospedali occidentali durante i suoi attacchi di cuore dovuti alla vecchiaia».

Amit Chaudhuri, recensore del libro di Hitchens, ha precisato: «La tesi di Hitchens è che le ambizioni di Madre Teresa non sono affatto materiali, “nel senso comune del termine” (non dice affatto che Madre Teresa ha utilizzato i soldi delle donazioni per il suo personale beneficio), ma che il suo scopo era quello di stabilire un culto dell’austerità e della sofferenza».

 

RISPOSTE

Si tratta di un’accusa sconcertante per Sunita Kumar, una delle figure sociali più influenti di Calcutta, che ha lavorato come volontaria a fianco di Madre Teresa per 36 anni, diventandone amica e confidente, nonché la portavoce delle Missionarie della Carità (e una dei 113 testimoni intervistati dalla Chiesa durante il processo), nonostante professi una religione induista (lo sikhismo). Ha in fatti dichiarato«Sono stata abbastanza pesantemente coinvolta nel momento in cui Madre Teresa era malata a Calcutta e alcuni medici da San Diego e da New York vennero a visitarla di loro spontanea volontà. Lei non aveva alcuna idea di chi veniva a visitarla ed è stato così difficile convincerla perfino di recarsi in ospedale». In un’altra intervista, la Kumar ha detto: «Ricordo che dopo aver vinto il premio Nobel, mi disse: “Io non so il motivo per cui tutte queste persone mi stanno prestando attenzione. Io ho fatto questo sempre, perché adesso?”. In tutto quello che ha fatto è stata motivata dal suo amore per Cristo, quando divenne troppo malata voleva comunque visitare la Casa per i moribondi per pulire i bagni, come prima cosa. Quella era la sua umiltà. La sua unica parola era “dignità”. Diceva: “non si perde nulla dando dignità e rispetto a qualcuno, non importa chi sono”». Quando si è ammalata, all’inizio degli anni Novanta, la priorità di chi le stava intorno era cercare di convincerla a rallentare il ritmo e non peggiorare la sua salute cagionevole. «Ha avuto il suo primo attacco di cuore a Roma, nel 1980, ma ha sempre rifiutato di cambiare il ritmo esigente della sua vita», ha raccontato Kumar. «Lei non ci avrebbe mai ascoltato, abbiamo dovuto fare di tutto -anche mentire, se era necessario- per convincerla a curarsi. Non voleva che il suo lavoro si fermasse». E’ morta nella sua stanza presso la Casa Madre di Calcutta il 5 settembre del 1997, dando precise istruzioni di non essere portata in ospedale. «Ma, naturalmente, nessuno aveva intenzione di ascoltarla», ha spiega Kumar. «Abbiamo tenuto una bombola di ossigeno nel caso ci fosse un’emergenza, pronti a trascinarla in ospedale. Ma la morte è arrivata così in fretta».

Anche l’ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, ha confermato che Madre Teresa ha sempre avuto un’avversione per gli ospedali “dei ricchi”, tanto che -ha ricordato- è stato possibile ricoverarla soltanto quando perse i sensi mentre si trovava negli Stati Uniti. «Era così forte la sua avversione per gli ospedali costosi», ha dichiarato, «che cercò perfino di fuggire durante la notte. E’ completamente ingiusto» accusarla di tutto questo. In un articolo ha spiegato: «Nel 1994, Madre Teresa si è ammalata a Delhi, quando venne a ricevere un premio. Sviluppò una febbre alta e una gastroenterite così, contro la sua volontà (“Io sarò a posto per domani”, mi disse), mi sono precipitato in un grande ospedale pubblico, dove è stata ricoverata per più di una settimana nel reparto di cardiologia. In quei giorni il centralino dell’ospedale è stato ingolfato di chiamate arrivate dalla residenza ufficiale del Presidente dell’India, dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Casa Bianca, dal Vaticano e dalle cancellerie di tutta Europa. Vari ambasciatori e il primo ministro Narasimha Rao hanno offerto un trattamento in qualsiasi parte del mondo. Tuttavia, seppur non avesse del tutto recuperato, a mio avviso, le sue consorelle l’hanno portata di nuovo nel loro hospice di Kolkata. Se solo il gruppo di ricerca canadese avesse conosciuto la realtà dei suoi ricoveri, forse non sarebbe stato così poco caritatevole».

Il gesuita James Martin ha pubblicato sul The New York Review of Books una risposta diretta a Murray Kempton, definendo l’accusa «ingiusta e ingiustificata». «Chiunque abbia familiarità con gli ordini religiosi», ha scritto, «sarà consapevole del fatto che quando un superiore si ammala, il più delle volte è sollecitato dai membri della sua comunità di curarsi molto meglio avrebbe fatto se fosse lasciato solo. Furono i subordinati di Madre Teresa a costringerla a prendersi più cura di se stessa, forse anche contro la sua stessa volontà. Si tratta di un peccato contro la povertà, un’ipocrisia, o, più probabilmente, una dimostrazione del profondo affetto delle Missionarie della Carità per la loro fondatrice?».

Una smentita diretta è arrivata anche dal cardiologo Tarun Praharaj, che ha curato Madre Teresa quando fu ricoverata in ospedale nel 1993 e nel 1996: «non è stata lei a scegliere una clinica di fascia alta, ma è stata la decisione dei suoi medici». Il fotografo Raghu Rai, che l’ha incontrata per decenni, ha dichiarato di aver sempre visto che a curarla è sempre stato lo stesso medico locale bengalese. In un articolo di giornale del 1989 si legge: «Madre Teresa ha lasciato l’ospedale di Calcutta cinque settimane dopo aver subito un attacco di cuore, dirigendosi alla sede delle sue Missionarie della Carità, nonostante il parere contrario dei medici».

Padre Leo Maasburg, un prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale e autore di una sua biografia, ha spiegato che nonostante i suoi numerosi viaggi (intrapresi puramente per diffondere le sue attività caritative), Madre Teresa ha vissuto una vita estremamente modesta a Calcutta, e mai ha chiesto favori speciali o particolari cure per se stessa. Fatti confermati da altre persone a lei vicine, compresi i medici che l’hanno curata durante la sua ultima malattia.

 

CONCLUSIONE

Come spiegato da questi autorevoli testimoni oculari, molte malattie che contrasse Madre Teresa furono dovute al suo instancabile e quotidiano lavoro in mezzo ai malati morenti, agli infetti che soccorreva e ai sofferenti dei sobborghi di Calcutta, e il ricorso a cure mediche di alto livello è stato scelto spesso contro la sua stessa volontà. In ogni caso, anche se così non fosse stato, non avremmo rilevato alcuna contraddizione: la sua opera, come abbiamo mostrato nel capitolo dedicato, era rivolta non tanto ai “semplici” ammalati -come di fatto era lei-, i quali venivano già assistiti dagli ospedali statali, ma sopratutto ai moribondi, ai morenti, agli agonizzanti, alle persone in fin di vita scartate dalle strutture sanitarie di allora, che venivano raccolti dalle Missionarie della carità ai bordi delle strade, dove si erano accasciati attendendo la morte. Madre Teresa non era in tale condizione quando venne ricoverata per i suoi problemi cardiaci, lo era invece, evidentemente, negli ultimi giorni della sua vita. Ed infatti non morì in un lussuoso ospedale americano, ma –come è stato spiegato– nella casa madre delle Missionarie della Carità di Calcutta, dove per decenni aveva offerto ai moribondi delle strade di Calcutta la possibilità di morire con dignità, assistiti, puliti e amati per quel che erano.

 

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4. AMAVA LA POVERTA’ PIU’ DEI POVERI?

I sostenitori di questa accusa si concentrano sul concetto di “sofferenza” e “dolore” espresso più volte da Madre Teresa durante varie interviste pubbliche, sostenendo che la religiosa si limitava a glorificare la sofferenza in quanto legame della vittima con Dio, senza far nulla per alleviare la situazione del sofferente.

 

ACCUSE

Lo scrittore Cristopher Hitchens ha criticato la suora albanese anche per la sua presunta concezione della sofferenza e della morte. Ha infatti citato questa frase di Madre Teresa: «C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino e la sofferenza come fece Cristo durante la sua Passione. Il mondo ha da imparare un sacco dalla sofferenza». Ha quindi commentato: «Non era un’amica dei poveri. Era amica della povertà, ha detto che la sofferenza è un dono di Dio».

Anche gli autori del già citato studio canadese hanno affermato che Madre Teresa considerasse “bello” vedere i poveri soffrire e preferisse glorificare il dolore dei malati anziché alleviarlo.

 

RISPOSTE

Come giustamente ha osservato padre Leo Maasburg, prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale, si tratta di «una torsione diabolica» delle convinzioni della suora albanese, che erano massimamente rivolte «ad aiutare i poveri e alleviare loro la sofferenza».

I critici, infatti, hanno preso un enorme abbaglio semplicemente perché non conoscono la visione cattolica della sofferenza salvifica, che nasce dalla passione del Cristo ed è insegnata da secoli dalla Chiesa cattolica. La lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II è sufficiente per apprendere come la visione di Madre Teresa sia interamente e umanamente cattolica. Scrive Papa Wojtyla: «nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali». La sofferenza può quindi essere per il malato un’occasione di rinascita, non una crudele sfortuna ma una possibilità di salvezza. Ha un senso, seppur misterioso.

Questo giustifica abbandonare il povero e il sofferente nella sua condizione? E’ sciocco solo pensarlo. «Al Vangelo della sofferenza», precisa infatti Giovanni Paolo II, «appartiene anche — ed in modo organico — la parabola del buon Samaritano. Essa indica quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito “passare oltre” con indifferenza, ma dobbiamo “fermarci” accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità», commuoversi «per la disgrazia del prossimo». Tuttavia, «il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali». L’insegnamento cattolico secondo cui nemmeno la sofferenza umana è motivo di disperazione, ma una prova che porta ad una possibile redenzione personale, è rivolto ad aiutare il sofferente a trovare il senso di quanto gli è accaduto, a sentirsi comunque amato da Dio. Non giustifica affatto il voler rimanere in tale situazione, ma abbracciarla e tirarsene fuori («prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23); tanto meno indica di abbandonare il malato alla sua condizione. Anzi, proprio il contrario. Soltanto un approccio superficiale e fintamente ingenuo può travisare tutto ciò.

Andando oltre il chiarimento teologico della visione di Madre Teresa, perfettamente coincidente con l’insegnamento della Chiesa, osserviamo come i testimoni oculari dell’opera della suora descrivono l’enorme sforzo delle Missionarie della Carità nel combattere la povertà e l’indigenza delle persone che incontrano e incontravano.

 

Shirin Bazleh, ad esempio, è un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Penso che le persone che fanno queste dichiarazioni critiche probabilmente non sono mai state in uno di questi hospice», ha affermato. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Io non credo che nessuno, sotto l’ombrello di una religione, sta facendo lo stesso altrove. Quando eravamo alla Casa di Kalighat abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strade. Sembrava terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cosa’erano quelle creature in movimento aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Importante, ancora una volta, la testimonianza del già citato funzionario indù, Navin Chawla, molto vicino alla suora albanese. L’incontro con Madre Teresa lo ha stimolato a creare lui stesso iniziative per contrastare la sofferenza e la povertà. Ella, ha spiegato Chawla, «è riuscita a trasformare me, che sono rimasto indù. Ha fatto di me una persona diversa. Ha creato un ponte tra me e la povertà. Mi ha spinto a mettermi in contatto con i poveri attorno a me. Ha dato un senso a questo collegamento con i poveri anche per la classe media. Non che nell’induismo manchi il senso di compassione. Ma mi ha insegnato a raccogliere un lebbroso da terra. Con l’esempio. Cos’ha spinto Navin Chawla, un burocrate che ha studiato nelle scuole giuste, a farsi carico di 18mila casi disperati nei lebbrosari di cui mi occupo? Madre Teresa è riuscita a toccare qualcosa in me. E lo ha fatto con altre centinaia di migliaia di persone. E come? Dando il buon esempio. Costruì un primo ospedale e fece così tanto per i poveri che in giro di non molto tempo la gente s’inchinava per toccarle i piedi, che è un gesto di rispetto, qui in India, verso le figure autorevoli. Dopo la sua morte, le missioni in India stanno crescendo, le sorelle dell’ordine sono sempre di più. I volontari non stanno diminuendo e nemmeno i finanziamenti». Come si evince, in Madre Teresa non c’era alcuna “glorificazione della povertà”, ma amore concreto ai poveri tanto da prendersi cura costantemente di loro e toglierli dalla situazione in cui versavano, arrivando a toccare il cuore di persone di diversa estrazione culturale e religiosa, lontane dalla fede cristiana.

Nel 2000 l’ex commissario Chawla ha raccontato altri particolari interessanti: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

La parlamentare indù Meenakshi Lekh è portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa poiché la considera una missionaria appartenente ad un’altra religione. Tuttavia ha affermato: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha detto: «Un’altra critica dice che lei era più interessata alla sofferenza dei poveri, al mantenere quelle persone nella sofferenza. Ora io penso che sia molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato attraverso il suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra che sono stati distribuiti». E, ha aggiunto: «A Calcutta ha creato istituzioni, scuole per i bambini poveri, case per donne in gravidanza, rifugi per i senza tetto, per gli orfani e i lebbrosi, case per i morenti, che sono diventati un modello per i suoi ministeri di tutto il mondo. Sembra forse esagerato, ma Madre Teresa ha ridefinito il concetto di “lavorare con i poveri” dell’età moderna, l’ha sostituito con “più poveri tra i poveri”, una nuova categoria con un corrispondente imperativo morale. Ha tolto la parola “con” cancellando la linea di demarcazione tra il benefattore e il beneficiario, facendo precipitare le sue suore in povertà nei bassifondi della città».

Molto curioso l’aneddoto raccontato dal giornalista del Telegraph, Tarun Ganguly: si trovava a Calcutta durante la metà degli anni ’80, mentre rientrava a casa un autocarro carico di scatoloni pieni di farmaci ha speronato la sua nuova auto. «Mentre stavo rimproverando il conducente del veicolo», ha detto, «ho improvvisamente notato una vecchia e fragile donna seduta accanto a lui, era Madre Teresa». Anche se colto alla sprovvista per alcuni secondi, Ganguly ha tuttavia preso il numero di targa decidendo di presentare una denuncia alla stazione di polizia di Park Street. «Ma la polizia si è rifiutata», ricorda Ganguly. «Mi hanno detto: “Come possiamo? Dopo tutto, lei e la Madre”». Ganguly maturò perciò un giudizio negativo verso la religiosa, fino a quando cambiò radicalmente idea alcuni anni dopo. «Una dei nostri vicini di casa, un’anziana donna musulmana, era stata abbandonata dalla sua famiglia. Era malata e sola e sentivamo il suo pianto tutte le notti. Ci sentivamo impotenti e non sapevamo cosa fare per aiutarla. Un giorno abbiamo sentito che Madre Teresa era venuta a prenderla. Abbiamo poi chiesto e saputo che era morta felice, amata e circondata da altre persone nella sua stessa situazione».

Il magazine inglese Outlook India nel tentativo di verificare le accuse ricevute da Madre Teresa, si è imbattuto in tantissime persone di fede indù che hanno incontrato la suora religiosa e hanno mutato i loro sospettosi convincimenti in aperta ammirazione. Un esempio è l’ufficiale di polizia del Bengala, BD Sharma, che andò a visitare nella prima metà degli anni ’80 una casa di cura delle Missionarie della Carità per i pazienti ammalati di lebbra. Ecco il racconto: «Io non era particolarmente ansioso di tale incontro perché consideravo Madre Teresa estremamente sopravvalutata, non apprezzando l’opera di uno straniero che lavora per l’India. Ma ho completamente cambiato la mia idea quando la vidi abbracciare i lebbrosi, i quali mai mi sarei sognato di toccare, per quanto mi vergogno ad ammetterlo. Passava le dita sopra le loro ferite aperte per lenirle e pulirle dal sangue incrostato. Questa è stata una dimostrazione di vera compassione che non può essere falsificata. Se questa donna non è santa, io non so chi lo possa essere». Altra testimonianza significativa è quella del leader del Partito Comunista indiano, Mohammed Salim, il quale seppur non d’accordo con l’ideale di Madre Teresa non ha potuto negare il suo impegno: «Non intendo affatto sminuire gli sforzi di Madre Teresa per contribuire a ridurre la sofferenza dei miserabili, ma l’elemosina non è la soluzione».

Il sociologo cattolico William A. Donohue è entrato più nel merito dell’equivoco teologico sulla sofferenza: «Facciamo finta che io sia un ateo. L’idea della sofferenza redentrice, che chiede di unire le mie sofferenze a Gesù, è quello che lo storico James Hitchcock ha definito una delle più radicali idee della storia. Posso capire un ateo che dica: “Io non capisco. C’è sofferenza, ma l’idea di poter unire le mie sofferenze a Cristo non è qualcosa che posso comprendere”. Ci viene insegnato nella società americana di comprendere i popoli aborigeni, che possono avere usi e costumi che potrebbero sembrare bizzarri e strani per noi. Ma non quando si tratta dei cattolici. Hitchens e gli altri critici avrebbero dovuto fare un sincero tentativo di guardare il mondo attraverso gli occhi di un cattolico che crede nella sofferenza redentrice. Invece, nella loro arroganza dicono che è folle e borderline credere in un tale concetto».

 

CONCLUSIONE

Sembra davvero strano che persone colte e intelligenti possano davvero pensare che l’insegnamento di Madre Teresa e della Chiesa cattolica sia quello di glorificare e amare la sofferenza più dei sofferenti. E’ più probabile, a nostro avviso, che questi critici fingano di essere ingenui per disonestà intellettuale, permettendosi così di poter giocare sull’equivoco e riversare su Madre Teresa un’accusa insidiosa e viscida. Sanno bene, infatti, che per chiarire le cose occorre più fatica, spiegazioni ed impegno -come sono state date qui sopra- di quanto servano all’accusatore, a cui basta una citazione estrapolata di Madre Teresa e un’interpretazione volutamente errata delle parole.

 

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5. DONAZIONI DA PERSONAGGI DISCUTIBILI?

In mezzo a migliaia di piccoli e grandi ammiratori di Madre Teresa, ci sono anche stati tre personaggi moralmente discutibili che hanno anche loro donato del denaro per le opere create dalle Missionarie della Carità.

 

ACCUSE

Nel libro di Hitchens, La Posizione della Missionaria, la religiosa di Skopje viene accusata anche di aver ricevuto donazioni dal dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier nel 1981, dal finanziere corrotto Charles Keating e dal parlamentare britannico Robert Maxwell.

 

RISPOSTE

Il finanziere Keating, al culmine del suo successo, fece una donazione a Madre Teresa e nel 1992 venne processato e condannato dopo un pesante crack finanziario. Durante lo svolgimento del processo, Madre Teresa scrisse al giudice Lance Ito: «Io non so nulla del lavoro di Charles Keating, della sua attività o delle questioni che sta trattando. So solo che è stato gentile e generoso con i poveri di Dio ed è stato pronto ad aiutarli ogni volta che c’era un bisogno. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare con un giudice, dico sempre di pregare e guardare nel loro cuore e fare ciò che Gesù avrebbe fatto in quella circostanza. E questo è ciò che chiedo a voi, vostro Onore» (citata in C. Hitchens, The Missionary Position, Verso 1995, p. 67). Anche per quanto riguarda la donazione di Robert Maxwell, essa avvenne molto prima dell’accusa di appropriazione indebita dei fondi pensione della sua società di marketing.

Il già citato ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, di fede indù, ha replicato a tali accuse: «Nel corso della ricerca per la mia biografia, le ho chiesto il motivo per cui accettò i soldi da personaggi loschi come Duvalier. La sua risposta è stata concisa: “Nella carità”, ha detto, “ognuno ha il diritto di dare”. Nel frattempo ho studiato la storia Duvalier. Madre Teresa aveva creato una piccola missione a Port-au-Prince, uno dei luoghi più disperatamente poveri del mondo. Il giorno dopo che Madre Teresa la visitò, la figlia di Duvalier si recò alla missione e donò 1000 dollari. Non si trattava, come è stato riferito, di un milione di dollari. Ma la risposta di Madre Teresa sarebbe stata comunque la stessa: se questo dà pace al donatore, così sia». In un’altra occasione ha aggiunto: «Supponiamo pure che Madre Teresa abbia ricevuto donazioni senza identificare da chi venivano. Anche fosse, sarebbe una cosa così insignificante nell’oceano di Bene che quella Santa ha fatto. È vero, non guardava in faccia a nessuno. Se pensava che avresti potuto aiutarla, veniva da te, ti spiegava cosa faceva e aspettava che offrissi qualcosa. Non chiedeva mai. E diceva che non le importava chi fosse a offrire denaro. Non faceva differenza: lei vedeva solo i poveri». Tali accuse arrivarono anche quando Madre Teresa era ancora viva, la sua risposta era semplice: «Ogni individuo ha il diritto di dare in beneficenza», ha spiegato ancora Chawla. Aggiungendo: «Le ho chiesto di questo una volta. Lei mi ha chiesto se mettevo in discussione tutte le migliaia di persone che nutrono i poveri nella nostra città ogni giorno. “Non sta a me giudicare le persone. Questo è il lavoro di Dio”, mi disse».

Lo scrittore Simon Leys, docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa ha accettato di tanto in tanto di ospitare truffatori, milionari e criminali? E’ difficile capire perché, da cristiana, avrebbe dovuto essere più esigente in questo senso del suo Maestro, le cui frequentazioni negative erano note e sconvolsero tutti gli Hitchens del suo tempo». Leys si rifà, ad esempio, ai pasti che Gesù condivideva con prostitute e pubblicani, nonché alla famosa visita a casa del ladrone Zaccheo, creando parecchio scandalo tra i farisei.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha commentato: «Naturalmente ci sono stati alcuni individui ricchi e potenti che hanno cercato di usare Madre Teresa per i loro scopi, alcuni ancora lo fanno. Eppure, questa suora non ha mai offerto l’assoluzione in cambio di “favori”. Solo quelli che non fanno nulla o sono riluttanti a vedere questo, non riescono a capire che le personalità religiose dovrebbero essere mediatori attivi con chi detiene il potere, nella speranza che questo vada a vantaggio dei meno fortunati».

 

CONCLUSIONE

Queste tre controverse donazioni ci sono effettivamente state tuttavia, in almeno due casi, Madre Teresa non conosceva, come abbiamo visto, il discutibile profilo morale del donatore. Molti si lamentano perciò del fatto che la suora albanese non abbia restituito la donazione nel momento in cui seppe di aver ricevuto soldi “sporchi”. Ci domandiamo come pensano che potesse farlo: inviando un assegno al giudice o al criminale? Togliendo quei soldi ai poveri di Calcutta o delle altre missioni a cui li aveva molto probabilmente destinati, per inviarli alle povere vittime americane o britanniche del donatore corrotto? Oltre a mancare di sano realismo, sorprende che i critici di Madre Teresa manchino di condannare moralmente anche Gesù Cristo che, scandalosamente, accolse i soldi “sporchi” del corrotto Zaccheo, quando quest’ultimo decise: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri» (Lc 19,1-10)

 

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6. BATTESIMI SEGRETI E CONVERSIONI FORZATE?

Alcuni critici accusano Madre Teresa e la Missionarie della Carità di aver battezzato in segreto i bambini orfani che trovavano e usato la conversione come ricatto per aiutare i moribondi e le persone in fin di vita. Questa è anche l’unica accusa condivisa (o meglio, i critici occidentali hanno condiviso tale accusa) da qualche esponente della società indiana e orientale, generalmente nazionalisti indù.

 

ACCUSE

Christopher Hitchens ha accusato Madre Teresa di aver battezzato segretamente i morenti: «Nelle case per i moribondi, Madre Teresa ha insegnato alle sorelle come battezzare di nascosto coloro che stavano morendo. Le sorelle dovevano chiedere ad ogni persona in pericolo di morte se voleva un “biglietto per il paradiso.” Una risposta affermativa significava il consenso al battesimo. La sorella poi faceva finta di raffreddare la testa del paziente con un panno umido, mentre in realtà lo stava battezzando, dicendo sottovoce le parole necessarie. La segretezza era importante in modo che nessuno avrebbe saputo che le sorelle di Madre Teresa battezzavano indù e musulmani» (C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

La parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP), ha a sua volta detto«Una persona inviata in una missione religiosa è inviata per promuovere il cristianesimo in un paese straniero e svolge un lavoro religioso (come ad esempio convincere la gente ad unirsi a una religione o aiutare le persone che sono malate, povere, etc.), Madre Teresa stessa ha detto di essere una missionaria, l’organizzazione stessa dai fondata è chiamata “Missionarie della Carità”. Vorrei però meglio precisare: nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso. Non togliamo da quella nobile donna ciò che è stato il cuore della sua identità e del suo lavoro, la promozione del cristianesimo e ciò che è evidente nel nome della stessa organizzazione. Tuttavia, Madre Teresa ha avuto il coraggio della convinzione e l’onestà di intenti e non ha mai evitato le attività missionarie, a differenza delle organizzazioni che lo fanno sotto vesti ingannevoli».

Anche i fondamentalisti indù dell’ente paramilitare RSS e del partito politico nazionalista BJP hanno accusato la suora albanese di avere forzatamente convertito molti poveri al cristianesimo quando erano malati, in punto di morte o orfani da adottare. Mohan Madhukar Bhagawat, capo dell’RSS, ha affermato: «è un’ottima cosa lavorare per una causa con intenzioni altruistiche. Ma il lavoro di Madre Teresa aveva un secondo fine, quello di convertire la persona che stava accudendo al cristianesimo».

 

RISPOSTE

Immediata è arrivata la replica del primo ministro di Delhi, Arvind Kejriwal, che avendo lavorato a fianco di Madre Teresa, l’ha definita un’«anima nobile» e ha esortato il vertici del RSS a risparmiarle tali osservazioni. Kejriwal è di religione induista. Anche il giornalista indiano e induista Rajeev Shukla ha preso le difese della suora religiosa, sollevando addirittura la questione in Parlamento.

La testimonianza più importante è stata, ancora una volta, quella di Navin Chawla, ex commissario elettorale indiano, amico di Madre Teresa e, tuttavia, rimasto sempre di fede induista: «Non esiste neanche una testimonianza che confermi queste invenzioni. Non aveva alcun bisogno di convertire», ha replicato. «Perché, per lei, il bambino povero abbandonato per strada era Gesù. Il lebbroso era Gesù. Il moribondo era Gesù. Non c’era alcun bisogno di convertire qualcuno che era già Dio». In un’altra occasione ha aggiunto: «Anche se fermamente e devotamente cattolica, tese la mano a persone di tutte le denominazioni, indipendentemente dalla loro fede o non fede. Non credeva che la conversione era il suo lavoro, quello era opera di Dio, diceva. Così, mentre sollevava il neonato abbandonato, non lo avrebbe mai tentato di convertire perché sarebbe probabilmente stato adottato da una famiglia hindu. Per questo la gente di tutte le fedi era così entusiasta di questa suora cattolica. Nei miei 23 anni di stretta collaborazione con lei, mai una volta sussurrò che forse la sua religione era superiore alla mia, o attraverso di essa si trovava su un percorso più vicino al Divino».

Il sociologo agnostico Gëzim Alpion, docente presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha risposto così a tale accusa: «Nella mia ricerca, scrivo cose che sono in grado di corroborare e faccio sempre riferimento a citazione da fonti affidabili. Ho visitato la sede delle Missionarie di Calcutta e la Casa dei moribondi a Kalighat. In tutte le case dell’Ordine, i centri e le mense in cui sono stato, in Asia, in Africa, in Europa e in Australia, ho visto le suore di Madre Teresa, i fratelli e i volontari, devotamente al servizio dei bisognosi. Da quello che io stesso ho osservato durante tali visite e dalle interviste che ho condotto ai membri dell’ordine e a coloro che beneficiano della loro assistenza, ho motivo di ritenere che l’aiuto era offerto senza precondizioni».

La scrittrice Kathryn Spink, biografa autorizzata di Madre Teresa di Calcutta e attivista per i diritti umani delle donne sudafricane, ha spiegato che le persone ricoverate negli hospice di Madre Teresa «hanno ricevuto cure mediche dalle Missionarie della Carità e hanno avuto la possibilità di morire con dignità, secondo i riti della loro fede. Ai musulmani è stato letto il Corano, gli indù hanno ricevuto l’acqua del Gange e i cattolici hanno ricevuto l’estrema unzione. Hanno ricevuto una bella morte, le persone che hanno vissuto come animali sono morte come angeli, amate e volute» (K. Spink, Mother Teresa: A Complete Authorized Biography, HarperCollins 1998, p. 55)

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le suore non convertono, non impongono modelli, non cercano di convincere. Gli assistiti che muoiono nelle loro case vengono destinati alle comunità religiose di appartenenza e in India, quando vi è un dubbio, i cadaveri vengono destinati alla cremazione secondo lo stile hindu. Neppure i bambini ospiti dello Shishu Bhavan di Calcutta, almeno quelli in condizione d’essere dati in adozione, vengono battezzati. Il modello di vita e di impegno offerto da Madre Teresa e dalle sue Missionarie della carità è tanto originale quanto straordinario: un vero modello di fratellanza, non ideologico, che si propone con l’esempio».

Lo scrittore Simon Leys, prestigioso docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa battezza in segreto i moribondi? L’atto materiale del battesimo consiste nel mettere alcune gocce di acqua sulla testa di una persona, mormorando una dozzina di semplici parole rituali. O si crede nell’effetto sovrannaturale di questo gesto, e allora si dovrebbe desiderarlo. Oppure non si crede in esso, e il gesto è un atto innocente, senza significato e innocuo, come scacciare una mosca con un gesto della mano. Se un cannibale ti si presenta davanti con amore e vorrebbe consegnarti un dente magico di coccodrillo come protezione perenne, lo scacci indignato e respingi l’offerta come primitiva e superstiziosa, oppure accetti in segno di gratitudine, ritenendo un segno generoso di sincera preoccupazione e affetto?».

Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa, ha più volte precisato: «La casa dei moribondi di Kalighat si trova accanto a un tempio indù, e i malati, indipendentemente dalla loro religione, vengono portati dentro e ci si prende cura di essi. Io non sono una persona religiosa e trascorrere del tempo con Madre Teresa non ha cambiato le mie opinioni sulla religione in sé, ma ha aumentato il mio apprezzamento per coloro la cui fede è guida per portare più bene all’umanità. Se la religione e la fede aiutano a portare il meglio dalle persone, penso che siano una grande cosa. Non mi interessa ciò che la religione è e non credo che nemmeno Madre Teresa si preoccupa di questo. Lo vediamo nel suo lavoro: nel suo servizio e nelle sue azioni non favorisce una religione rispetto ad un’altra. Ha detto più volte che “io amo tutte le religioni, ma sono innamorata del cristianesimo”. La ammiro totalmente per quello che è e per quello che fa».

Sunita Kumar, portavoce dell’organizzazione fondata da Madre Teresa, ha replicato alle accuse dei nazionalisti indù: «Sono male informati. Deve essere assolutamente chiaro che i tentativi di proselitismo non avvenivano quando c’era la Madre, né avvengono oggi. L’intero movente è quello di servire i poveri disinteressatamente, portare gioia e dignità nella loro vita. Non ho mai visto nulla di simile, un musulmano è trattato come un musulmano e un indù è trattato come un indù. Io stessa sono una sikh e questo non è mai stato di ostacolo al mio rapporto con le Missionarie della Carità».

Il vaticanista Henri Tincq ha commentato: «L’accusa di aver cercato di convertire al cristianesimo gli indù sofferenti è falsa, ancora utilizzata quotidianamente dai fondamentalisti indiani per perseguitare la minoranza cristiana in questo paese (il 3% della popolazione). La migliore risposta a questa accusa è il ricordo del funerale di stato decretato il 9 settembre 1997 dal governo indiano. Come inviato speciale per il funerale, mi ha colpito la presenza e l’omaggio di decine di migliaia di indiani (e indù) nella processione che ha seguito il feretro di Madre Teresa nelle strade della capitale del Bengala. Quasi venti anni dopo il giorno della sua canonizzazione, i membri e i funzionari del governo indiani ancora si recano in viaggio a Roma. Il 28 agosto, il primo ministro Narendra Modi del partito nazionalista indù, famoso per la poca tolleranza verso i cristiani, ha invitato il suo paese ad onorare la nuova santa con queste parole: “Madre Teresa ha dedicato tutta la sua vita al servizio dei poveri e degli svantaggiati in India. Quando a una persona viene dato il titolo di santo, è naturale che tutti gli indiani si sentono orgogliosi”».

 

CONCLUSIONE

Il problema principale dei critici di Madre Teresa è che non sono mai stati testimoni oculari dei fatti. Al contrario, chi ha avuto l’onore di starle affianco -cattolico, ebreo, laico o induista- ha testimoniato l’assenza di qualunque proselitismo e, tanto meno, di conversioni “segrete”, “forzate” o sotto “ricatto”. Ovviamente Madre Teresa era una consapevole testimone del cristianesimo, l’annuncio cristiano di salvezza è il compito di tutti coloro che scelgono di abbracciare il messaggio evangelico, ma la testimonianza -come insegnano Benedetto XVI e Francesco- non avviene tramite i discorsi o il proselitismo, ma con l’attrazione, cioè attraverso le proprie opere e l’esempio di vita, felice e santa, che il cristiano porta nel mondo. Fin nei sobborghi di Calcutta. Ma anche se non fosse così, rimane più che valida l’osservazione che Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha rivolto ai critici di Madre Teresa: «Se dovessi scegliere tra chi aiuta i poveri per precisi fini religiosi e chi limita il proprio contributo a favore dei “relitti” umani alla pubblicazione di qualche discutibile articolo o libretto, teso a svilire il lavoro di questi altruisti “assistenti sociali” religiosi, non avrei dubbi da che parte stare» (G. Alpion, Madre Teresa, Roma 2008, pp. 110-115).

 

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7. DUBBI SULLA FEDE

Molti quotidiani hanno riportato alcune frasi scritte da Madre Teresa, raccolte in particolare nel libro di lettere private Come Be My Light (Doubleday 2009), conservate contro la sua stessa volontà da parte del suo direttore spirituale, padre Van Exem: «se le lettere diventeranno pubbliche la gente penserà più a me e meno a Gesù», scrisse (Lettera a Picachy, aprile 1959). Si tratta di scambi epistolari che ebbe con i suoi direttori spirituali (padre Van Exem, il card. Picachy e padre Neuner) e con l’arcivescovo di Calcutta, mons Périer, per circa sessant’anni, e alcuni di essi hanno rivelato per la prima volta un rapporto complesso con la fede, sofferto e a volte dubbioso, nato proprio quando ha iniziato la sua attività a Calcutta.

 

ACCUSE

Diversi autori non hanno mancato di deriderla per queste difficoltà apprese nelle sue lettere (definendola “la santa atea”, “una vecchia signora confusa”, “la patrona degli scettici” ecc.), mentre i suoi detrattori ufficiali hanno rimarcato questo aspetto per darle dell’“impostora”, criticato la scelta della santificazione da parte della Chiesa cattolica. I ricercatori canadesi hanno parlato di “instabilità psicologica”. Non riteniamo lecito che i dissacratori di Madre Teresa entrino anche nel campo della fede privata, non hanno l’esperienza né la preparazione adeguata per dare giudizi o misurare l’esperienza spirituale altrui. In ogni caso, anche tali accuse meritano una risposta.

 

RISPOSTE

Innanzitutto va detto che l’autore del libro che ha rivelato tutto ciò è padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di beatificazione di Madre Teresa. Ovvero, colui che ha reso pubblici tali scritti non solo non ha rilevato problemi o contraddizioni, ma addirittura è stato il postulatore della sua beatificazione, incaricato proprio dalla Congregazione per i Santi di studiare tali documenti e ascoltare i testimoni. Egli ha visto nella religiosa albanese la dote della perseveranza, un atto spiritualmente eroico e ha suggerito espresso il suo parere sulla “prova di fede” toccata a Madre Teresa: «era una personalità molto amata, molto forte. E una forte personalità ha bisogno di una forte purificazione» come antidoto all’orgoglio. Egli cita a dimostrazione un commento scritto dalla suora nel 1960, dopo aver ricevuto un importante premio nelle Filippine: «Questo non significa niente per me, perché io non ho Lui» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Commentando il momento di crisi di Madre Teresa, padre Peter Gumpel della Congregazione per le Cause dei Santi, ha replicato alle sottolineature “teologiche” dei critici e dei ricercatori dello studio canadese, anche loro impegnati a tratteggiare negativamente il profilo spirituale della suora albanese. «Questi ricercatori non conoscono che i periodi di dubbio, e anche gravi prove di fede, hanno colpito alcuni dei più grandi santi della Chiesa, come san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieux ecc., e che l’animo perseverante e il superamento di essi è considerato uno dei grandi segni di santità». Altri santi che hanno sperimentato questa esperienza sono Giovanna Francesca Frémiot de Chantal e Teresa d’Avila. Madre Teresa è decisamente in “buona compagnia”.

Osserviamo anche che se si leggono tutti gli scritti si capisce che l’aridità spirituale vissuta dalla religiosa in realtà è spesso stimolo di una più profonda ricerca e unione con Dio. Lo si capisce da alcuni scritti in particolare (citati in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009): «Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore». In un’altra occasione scrisse: «Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile».

Respingiamo inoltre chi scorge nell’oscurità di fede di Madre Teresa un dubbio filosofico o teologico dell’esistenza di Dio. Non è così, basta conoscere la vita dei santi più devoti per scorgere anche in loro l’esperienza della “notte oscura”, così definita da San Giovanni della Croce. Anche Benedetto XVI ha sperimentato qualcosa di simile: «Esperienze così forti no. Forse non sono abbastanza santo per finire in quell’oscurità. Però talvolta alle persone attorno a noi accadono cose che ci spingono a chiederci come il buon Dio possa permetterlo. In certe situazioni il rapporto con Dio diventa difficile: sono i momenti in cui mi chiedo perché c’è tanto male al mondo e come tutto questo male si possa conciliare con l’onnipotenza e la bontà del Signore» (in P. Seewald, Ultime conversazioni, Garzanti 2016, p.24). E’ ciò che accadde, sopra a tutti, a Gesù stesso, che mise in dubbio la vicinanza del Padre -non la sua esistenza- poco prima di morire in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Si pensi a questo mentre si leggono alcune frasi della religiosa albanese: «Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? […]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio». E ancora: «C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo». Per anni visse una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad «amarLo come non era mai stato amato prima» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Inoltre, tutto questo non le impedì di continuare a testimoniare l’amore di Dio alle persone a lei vicine: «Mie care figlie», scrisse ad esempio alle consorelle, «senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”».

Infine, occorre dire che i “lamenti” di Madre Teresa cessarono da un certo momento in poi, sopratutto dopo l’incontro nel 1961 con il reverendo e teologo Joseph Neuner. Padre Kolodiejchuk ha spiegato che nel 1958 Madre Teresa «ha chiesto un segno a Gesù se era soddisfatto del lavoro delle Missionarie della Carità. E in quel momento, l’oscurità venne sollevata». Proprio a padre Neuner confidò di essersi accorta che quella che viveva era un’ulteriore prova datale da Dio, con uno scopo seppur misterioso: «Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra. Oggi sperimento una profonda gioia perché Gesù non può più passare attraverso l’agonia, ma vuole passare attraverso di essa, in me» (lettera a Neuner, citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009). Lo stesso padre Neuner ha commentato: «E’ stata l’esperienza salvifica della sua vita, quando si rese conto che la notte del suo cuore era la “golden share” nella passione di Gesù». In forza di tale convinzione, Madre Teresa è arrivata infatti a scrivere a Gesù stesso: «Se questo Vi porta gloria, se le anime sono portate a Voi, con gioia accetto tutto fino alla fine della mia vita. Io sono disposta a soffrire per tutta l’eternità, se questo è necessario». E ancora: «Se vorrò che Dio mi santifichi, voglio essere santa dell’oscurità e chiederà al cielo di essere la luce per coloro che vivono nelle tenebre sulla terra» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Significativo il commento di Marina Ricci, vaticanista del Tg5 che si è recata più volte a Calcutta per raccontare il lavoro di Madre Teresa: «Da pochi anni sappiamo che anche lei fece a pugni con Dio. Nelle carte del processo di beatifi’cazione c’è la narrazione della notte oscura, quando cercò di allontanare il calice. Accade a tutti. È accaduto anche a Gesù. La misericordia di Dio riesce a
diradare le ombre, ma a condizione di amare anche quella oscurità. Solo così possiamo accorgersi dell’amore di Dio, questo ci insegna Madre Teresa»
. E in un’altra occasione: «Lei che aveva obbedito alla voce di Gesù che le chiedeva di essere povera tra i poveri, di abbracciare la miseria materiale, il disprezzo, l’abbandono e l’angoscia di chi non ha nulla, aveva stretto tra le braccia troppo forte quella Croce. E i segni di quell’abbraccio avevano passato il corpo fino ad arrivare all’anima, trasformandola in un orto del Getsemani e costringendola a urlare: “Dio, Padre, dove sei?”. Ebbene sì, aveva dubitato. E così facendo aveva ridato carne alla santità, riportandola vicina agli uomini fino a renderla un’occasione per tutti. Lei aveva tracciato la strada e dimostrato che anche il buio si può attraversare restando abbracciati alla Croce di Cristo».

Il reverendo James Martin, redattore della rivista dei gesuiti America, è anche autore del libro My Life with the Saints (Loyola Press 2007) in cui si è occupato dei “dubbi” di Madre Teresa. Ha scritto che quello della suora albanese è anche «un ministero per le persone che hanno sperimentato qualche dubbio, qualche assenza di Dio nella loro vita. E sapete chi sono? Tutti. Atei, scettici, agnostici, credenti. Tutti». E ancora: «E’ come innamorarsi e sposarsi con una persona che, Dio non voglia, ha un incidente ed entra in coma. Così smetti sperimentare il suo amore e per 50 anni la ami e ti prendi cura di lei, andando talvolta a lamentarti dal tuo direttore spirituale. Ma sai, ad un livello più profondo, che lei ti ama, anche se è silenziosa e capisci che quello che stai facendo ha un senso. Madre Teresa sapeva che quello che stava facendo aveva un senso». In un’altra occasione ha scritto: «Madre Teresa ha lottato intensamente con la sua vita spirituale. Il suo ministero era basato su un incontro singolarmente intimo con Gesù che a poco a poco è svanito nel silenzio, è una notevole testimonianza di fedeltà del più grande genere. Niente più di questo mi lega a Madre Teresa, e ho scoperto che niente come ciò genera apprezzamento verso la sua santità quando racconto questa storia agli altri, sia in articoli che in omelie o durante i ritiri spirituali».

Come è stato giustamente scritto dalla comunità delle suore “Siervas del Hogar de la Madre”, «la sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti noi». E ancora: «Tutto questo ci porta ad una profonda ammirazione per la fede e per le opere di questa minuta religiosa, di questa santa che non sente, ma sa del profondo Amore di Dio, ed agisce come se lo sentisse, amando con tutto il suo cuore e facendo il bene dovunque passa, senza pensare neanche per un momento a se stessa».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, a conclusione della sua famosa inchiesta sul Time intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha scritto: «Madre Teresa ha considerato l’assenza percepita di Dio nella sua vita come il suo più vergognoso segreto, ma alla fine ha imparato che poteva essere un favorevole dono alla sua vocazione. Se avesse saputo che le sue difficoltà avrebbero facilitato la vita spirituale di migliaia di compagni di fede, non ne avrebbe provato alcuna vergogna». Ha comunque precisato: «Anche se ci sono lettere che suggeriscono esserci stati momenti in cui ha avuto dubbi, questi sono la minoranza – 3-4% delle lettere-. Per la maggior parte gli scritti parlano di quanto sia triste essere descritti come eroi».

 

CONCLUSIONE

Non possiamo che osservare quanta profondità vi sia nella prova di fede vissuta da Madre Teresa, a cui è stato chiesto da Dio un ulteriore percorso di purificazione, di mortificazione personale in contrapposizione all’esaltazione offertale del mondo. Una oscurità che la santa albanese ha saputo accettare e amare proprio intuendo la volontà di Dio e che, incredibilmente, ha aiutato molte persone a capire che la santità è alla portata degli uomini, nonostante i loro dubbi e incertezze. Inoltre, il modo in cui Madre Teresa ha vissuto questa difficoltà, l’ha resa agli occhi dei moderni non segno di contraddizione ma motivo ancora più meritevole di stima e di lode.

E’ anche incredibile come, nonostante l’esperienza dell'”oscurità” della fede, Madre Teresa abbia comunque saputo convertire migliaia di persone attraverso la sua testimonianza cristiana, fatta di opere più che di parole. Un esempio è il giornalista inglese Malcolm Muggeridge, agnostico dichiarato e nichilista, che ha incontrato la suora albanese dopo essere partito per Calcutta con una troupe cinematografica. Ne è nata un’amicizia e uno scambio di lettere, in cui Madre Teresa gli scrisse: «Il tuo desiderio di Dio è così profondo e tuttavia Egli mantiene se stesso lontano da te. Ma Lui sta forzando la Sua natura perché Egli ti ama così tanto e l’amore personale di Cristo per te è infinito, mentre la difficoltà che tu hai verso la Sua chiesa è finita. Supera il finito con l’infinito» (Lettera a Muggeridge, 1968). Muggeridge a quanto pare lo ha fatto, convertendosi ufficialmente al cattolicesimo nel 1982 e diventando un apologeta cristiano. Nel 1969, poco dopo aver incontrato Madre Teresa, ha pubblicato il suo primo libro religioso: Jesus Rediscovered. E’ stato regista del film Something Beautiful for God, pubblicando il libro omonimo nel 1971 e dedicandolo alla suora albanese, musa ispiratrice della sua conversione.

 

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8. CONCLUSIONI GENERALI

Abbiamo analizzato e risposto dettagliatamente tutte le principali accuse che sono state avanzate contro la santità di Madre Teresa, ignorando volontariamente chi la critica per la sua posizione contraria all’aborto e al divorzio, espressa a livello internazionale perfino durante il discorso alla consegna del premio Nobel. Queste coraggiose posizioni sono chiaramente uno dei tanti meriti della fondatrice delle Missionarie della Carità.

I suoi detrattori principali sono uomini borghesi occidentali, che mai si sono distinti per particolari opere di sincera carità. A Calcutta, invece, i giornalisti di Outlook India hanno rilevato che «nella città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate» recentemente in Occidente. Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post, ha scritto: «chi siamo noi, seduti nel nostro ufficio o nel comfort della nostra casa nel nostro comodo mondo, nascondendoci dietro a libri e computer, per criticare una donna che ha abbandonato tutto per trascorrere la sua vita portando attenzione ai dimenticati di questo mondo? Il giorno in cui qualcuno condurrà una vita simile a Madre Teresa e ancora vorrà criticare il modo in cui ha agito, solo allora meriterà rispetto per la sua opinione. Ma quel giorno non è ancora arrivato».

Rimane il sospetto che i suoi detrattori siano stati molto più disturbati dall’immensa ammirazione del mondo verso una religiosa cattolica, con tutte le sue “scomode” idee etiche e morali, piuttosto che per il contenuto stesso delle critiche. L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha infatti spiegato: «gli irriducibili critici di Madre Teresa, tra cui alcuni detrattori professionisti come Christopher Hitchens, Richard Dawkins e Germaine Greer, trovano l’ortodossia cattolica di Madre Teresa problematica, in quanto incompatibile con il loro ateismo altrettanto ortodosso. Madre Teresa credeva nella santità della dignità umana. Questo è un messaggio che pochissime persone nella seconda metà del XX secolo sono state in grado di inviare con sincerità, in modo convincente ed efficace come ha fatto Madre Teresa per quasi cinquanta anni al timone del suo ordine. I motivi principali per cui Madre Teresa è riuscita dove altri hanno fallito parzialmente o completamente è perché praticava con l’esempio personale quel che predicava».

Non c’è dubbio, tuttavia, che anche lei commise diversi errori (gran parte dei quali, probabilmente, nemmeno conosceremo mai) e altrettanto sicuramente, le critiche che ha ricevuto possono contenere una parte di verità. Il giornalista John L. Allen ha però precisato giustamente che «dichiarare qualcuno santo non significa che non ha mai commesso sbagli. Significa invece che, nonostante tutti gli errori o i limiti che possono aver segnato la sua vita, lui o lei ha cercato, per quanto possibile, di vivere una vita cristiana e fedele al Vangelo». La stessa Madre Teresa, inoltre, è sempre stata la prima a riconoscere le sue imperfezioni, come ha raccontato il suo consigliere spirituale, che ha citato anche un suo insegnamento: «Se qualcuno ti critica, in primo luogo chiediti: è giusto? Se ha ragione, chiedi scusa e cambia, e il problema è risolto. Se lui non dice il giusto, chiarisci e correggilo, e se non dovesse servire accogli le ingiuste accuse con entrambe le mani e offrile a Gesù in unione con la sua sofferenza, perché lui stesso è stato calunniato da ogni parte».

Abbiamo comunque ritenuto questo dossier necessario perché le accuse, seppur false, sono riuscite ad ingannare un certo numero di persone. L’arcivescovo New York, Fulton Sheen, ha detto una volta: «Negli Stati Uniti ci sono un centinaio di persone che odiano la Chiesa cattolica, e ci sono milioni di persone che odiano ciò che erroneamente credono di sapere della Chiesa cattolica. Vorrei applicare questo commento a livello globale, e in particolare ai restanti critici di Madre Teresa». Lo scrittore Francesco Agnoli ha cercato di capire i motivi di questo odio gratuito verso Madre Teresa, concludendo: «Anzitutto, per odio, probabilmente, verso un simbolo contemporaneo della moralità. Lei dimostra che l’uomo è capace di sconfiggere ogni giorno il suo egoismo animale, i “geni egoisti”, è incarnazione vivente di quel famoso altruismo che manda in palla la sociobiologia materialista. In secondo luogo, la calunnia verso una religiosa molto famosa serve all’opera di screditamento di coloro che credono in generale, e contribuisce a rafforzare la tesi per cui gli atei sono sempre e immancabilmente migliori» (F. Agnoli, Perché non possiamo essere atei, Piemme 2009, p. 240).

«Se la sua chiesa o la sua fede hanno avviato un processo di canonizzazione, allora io non sono nessuno per commentare ciò», ha dichiarato l’ex commissario indù Navin Chawla. «Per me e per milioni di altre persone era già una santa quando era in vita. E questo è tutto». E ancora«Se ci fosse modo d’incontrare papa Francesco mi piacerebbe tanto stringergli la mano e dirgli: grazie d’avere dichiarato santa Madre Teresa! Ma gli direi anche che per tutti noi lo era già. L’eredità di Madre Teresa va oltre l’India. Appartiene al mondo. È un esempio universale».

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Fede e Storia

Qual è stato l’impatto del cristianesimo nella storia dell’umanità?

La storia stessa è divisa tra un “prima” e un “dopo Cristo“, come sappiamo, e il filosofo e storico laico Benedetto Croce espresse il suo giudizio affermando: «Non possiamo non dirci cristiani».

È possibile non essere credenti, ma è inevitabile riconoscere i numerosi frutti del cristianesimo, come l’origine della civiltà umana, del concetto di persona, dei valori e dei diritti fondamentali dell’uomo, della sua unicità e irripetibilità.

Tuttavia, non tutto è stato positivo. Dalla storia emergono anche molti eventi controversi causati da individui cristiani che hanno danneggiato l’immagine del cristianesimo e della Chiesa. Su questo argomento, la pubblicistica anticlericale (a partire dall’Illuminismo) ha scritto abbondantemente, spesso strumentalizzando, estrapolando e manipolando la verità storica.

Indubbiamente, sono state commesse ingiustizie indicibili anche in nome della Chiesa. Spesso coloro che le hanno perpetrate volevano il bene, ma hanno compiuto il male, tradendo così il messaggio stesso di Cristo e l’insegnamento della Chiesa. Questo è stato sottolineato anche da Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000, quando guidò l’intera Chiesa cattolica in un grande atto di pentimento per le colpe commesse nei due millenni trascorsi.

Riconoscere ciò non implica che dobbiamo minimizzare le accuse o credere a leggende nere. Anzi, proprio il contrario è ciò che abbiamo fatto nei seguenti dossier:

 

Ecco i nostri dossier:

 
 

L’Inquisizione e la leggenda nera smentita dagli storici moderni

Una raccolta di citazioni dei principali specialisti internazionali dell’Inquisizione contro la leggenda nera che impedisce ai risultati della storiografia moderna di uscire dalle università e raggiungere il pubblico generale. Il mito popolare di un’istituzione brutale e sanguinaria, prodotto dalla propaganda illuminista e protestante.

 
 
 

Madre Teresa di Calcutta, nessun lato oscuro: risposta alle falsità.

Nemmeno la famosa missionaria, simbolo internazionale di dedizione agli altri, è stata risparmiata da feroci critiche, paragonata addirittura al criminale nazista Adolf Eichmann. Abbiamo perciò analizzato tutte le accuse e, grazie allo studio delle fonti storiche e biografiche, dato opportuna risposta ad esse, citando anche i tanti intellettuali non credenti che si sono accostati a Madre Teresa e che oggi sono i suoi primi difensori.

 

La scienza nasce nel Medioevo cristiano: analisi storica.

Gli storici moderni da anni hanno ormai certificato l’origine della scienza moderna e del metodo scientifico nel Medioevo cristiano, sotto l’ala della Chiesa cattolica. Fu proprio la teologia cristiana, ben differente da quella pagana, orientale ed islamica, a spronare lo studio della natura così da poter maggiormente conoscere il suo Autore. Non a caso i principali scienziati della storia sono tutti stati cristiani convinti, spesso più interessati alla teologia che alla scienza.

 

Colonialismo e Chiesa cattolica: sfatiamo la leggenda nera.

Quale ruolo ebbero i pontefici e l’istituzione ecclesiastica nel colonialismo? Grazie al contributo di numerosi storici e specialisti del tema, ricostruiamo dettagliatamente l’epoca colonialista affrontando le polemiche moderne sulle presunte evangelizzazioni forzate, sulla difesa degli indios, sul ruolo dei missionari che viaggiarono assieme ai colonizzatori.

 

Emanuela Orlandi: analisi dettagliata di tutte le piste investigative.

La ricostruzione dettagliata della vicenda riguardante la giovane cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983 e la valutazione della fondatezza o meno delle teorie emerse finora per spiegare l’accaduto. Il dossier è costantemente aggiornato in quanto ogni mese emergono nuove (e presunte) rivelazioni o vicende comunque collegate al caso.

 

Il cristianesimo ha dato dignità alla donna e ai bambini.

Attraverso gli scritti e i pensieri di numerosi storici, donne e femministe, spesso ben lontani dal percorso cristiano, illustriamo quanto la civiltà cristiana ha fatto per modificare radicalmente la concezione della donna e dei bambini nel corso della storia umana.

 

Cristianesimo e schiavitù: l’abolizione iniziò nel Medioevo.

In che rapporti il primo cristianesimo si pose nei confronti degli schiavi? Grazie al contributo di numerosi storici abbiamo mostrato come, grazie all’affermarsi della cristianità, lo schiavismo passò da una pratica moralmente accettata all’essere moralmente riprovevole.

 

Il falso mito di Ipazia di Alessandria: la morte ed il vescovo Cirillo.

Davvero fu uccisa dal vescovo Cirillo e dai cristiani? Fu una filosofa pericolosa per il cristianesimo? Una proto-femminista? Analizzando le fonti storiche e gli studi di storici accreditati sulla tragica morte ne emerge uno scenario ben differente da quello presentato dalle pubblicazioni anticlericali.

 

Sant’Agostino e le false citazioni sulle donne e la terra piatta.

Esistono un florilegio di citazioni attribuite ai Padri e Dottori della Chiesa, alcune volte inventate di sana pianta e molto spesso estrapolate da veri testi ed opportunamente alterate, così da poter mettere in bocca ai vari autori ciò che si vuole loro far dire. L’accanimento su Sant’Agostino è particolarmente evidente e questo dossier dimostra la falsità delle citazioni a lui attribuite.

 

pensiero di san tommaso

Il vero pensiero di Tommaso d’Aquino sulle donne e sull’aborto.

Anche secondo molti cattolici, Tommaso d’Aquino disapproverebbe l’attuale insegnamento del Magistero della Chiesa Cattolica sull’aborto. Inoltre, anche a lui vengono falsamente attribuite opinioni contro le donne che invece non rispecchiano il suo reale pensiero. Questo dossier analizza entrambe le questioni.

 

Maciel Degollado ed il Vaticano: connivenza? La verità sui Legionari di Cristo.

Il Vaticano sapeva della doppia vita di Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo? Cosa fecero realmente Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? A queste e altre domande rispondiamo in questo dossier, presentando anche una cronologia della vicenda.

 

Le Case Magdalene e la falsa storia di cui è accusata la Chiesa.

Dopo il film “Magdalene” (2002) di Peter Mullan è esplosa la polemica delle case religiose irlandesi in cui finirono diverse donne orfani, prostitute o meritevoli di “correzione” secondo la mentalità dell’epoca. In questa ricostruzione dello scrittore Francesco Agnoli osserviamo e rispondiamo alle accuse rivolte alla Chiesa cattolica.

 

Emanuela Orlandi: tutte le news e la cronologia dei fatti.

La ricostruzione dettagliata della vicenda riguardante la giovane cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, la cui vicenda è diventata un cold case italiano. Il dossier è costantemente aggiornato in quanto ogni mese emergono nuove (e presunte) rivelazioni o vicende comunque collegate al caso.

 

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Emanuela Orlandi, analisi di tutte le piste investigative

Emanuela Orlandi viva analisi di tutte le piste investigative

Emanuela Orlandi è viva? E’ stata rapita dalla Banda della Magliana? Il Vaticano sa qualcosa? La pista sessuale, Sabrina Minardi, De Pedis, Marco Accetti, i Lupi Grigi e Acga. Sulla sparizione della cittadina vaticana sono moltissime le piste investigative emerse negli anni, ognuna con i suoi punti forti e deboli. In questo dossier analizziamo tutte le ipotesi sul caso Orlandi, arrivando a indicare la più promettente a nostro avviso.

[Pagina aggiornata a giugno 2024].

 
 

Il caso di Emanuela Orlandi è uno dei più grandi misteri italiani.

La cittadina vaticana scomparve il 22 giugno 1983, una delle tante sparizioni che avvengono ogni anno, ma presto diventò l’unico caso caratterizzato da una fitta rete di rivendicazioni di presunti rapitori attraverso telefonate e comunicazioni anonime, ritrovamenti di oggetti ed effetti personali.

Eppure mai una prova certa e indubitabile della sua presenza in vita, soltanto minacce incrociate tra diversi autori delle missive, richieste assurde ma, allo stesso tempo, anche dettagli effettivamente precisi sulla ragazza. Il tutto in mezzo a chiari depistaggi, altre ragazze morte o scomparse in circostanze misteriose nello stesso arco temporale, sciacalli in cerca di vantaggi personali (visibilità mediatica, vendita libri ecc.) e fantomatici super testimoni.

Un “grande teatro” ai danni della famiglia che prosegue senza soluzione di continuità da oltre 40 anni e che ogni volta si dice sia “ad un passo dalla svolta”. Parallelo al caso Orlandi è da sempre inserita anche la sparizione di Mirella Gregori, un caso analogo svoltosi in territorio italiano.

Due volte archiviata dalla Procura (1997 e 2015), la vicenda è stata riaperta dai magistrati romani e vaticani nel 2023.

In questo dossier, continuamente aggiornato, analizziamo ogni pista investigativa e tutte ipotesi principali emerse finora, indagando per ognuna i punti forti e quelli deboli.

Daremo per assunta la cronologia della vicenda, chi volesse approfondire può leggere il nostro dossier precedente.

 

Indice

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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1. GLI ASPETTI CONTROVERSI DEL CASO ORLANDI.

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Come prima cosa è opportuno riportare integralmente il testo che il pubblico ministero, Giovanni Malerba, utilizzò nella sua requisitoria del 1997 per ricostruire il momento della scomparsa di Emanuela Orlandi:

«Alle ore 16,30 circa del giorno 22 giugno 1983 la quindicenne Orlandi Emanuela, cittadina dello Stato del Vaticano, figlia del commesso del palazzo apostolico Orlandi Ercole, usciva dalla sua abitazione sita in via di Sant’Egidio all’interno della città del Vaticano e si recava presso l’istituto “Ludovico Da Victoria”, ubicato in piazza Sant’Apollinare, ove frequentava un corso di flauto. Raggiungeva la scuola e dopo le lezioni se ne usciva verso le ore 19. Telefonando a casa riferiva alla sorella Federica di essere stata avvicinata da un uomo il quale le aveva proposto di partecipare al defilè che l’atelier Fontana avrebbe tenuto a Palazzo Borromini per ivi distribuire materiale propagandistico della ditta Avon dietro compenso di lire 375.000. La circostanza veniva poi confermata da Monti Raffaella, amica della Orlandi, che dichiarava di essersi brevemente intrattenuta con Emanuela all’uscita dalla scuola verso le ore 19,20, di avere appreso della proposta di lavoro ricevuta dall’amica e di aver salutato la stessa Emanuela alla fermata dell’autobus 70. Successivamente, alle ore 19,20 del 22 giugno, si perdeva ogni traccia della Orlandi che non faceva rientro nella propria abitazione e non forniva più alcuna notizia di sé»1citato in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 5 2sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 2,3.

 

 

1.1 Le amiche e compagne di Emanuela Orlandi

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Nelle vicende di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori compaiono varie amiche e amici sulle quali non si è mai riuscita a fare vera luce.

Nel 2013 Marco Accetti, reo-confesso di aver orchestrato la sparizione di Emanuela, disse a Pietro Orlandi: «Le amiche più coinvolte sono state almeno due, una compagna di scuola (non di classe) del Convitto nazionale e una di musica. Poi c’era una ragazza di una associazione cattolica, in Vaticano, che anche voi familiari conoscevate e noi usavamo come tramite»3in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 23.


 

Raffaella Monzi, Laura Casagrande e Maria Grazia Casini.

Dalla sentenza istruttoria del giudice Adele Rando del 12/12/1997, nella deposizione di Natalina Orlandi del 23/6/83 e dalla testimonianza di Raffaella Monzi, sappiamo che il 22/6/83 quest’ultima, finita la lezione di musica all’Istituto da Victoria, alle 19:20 è salita sull’autobus 70 vedendo Emanuela avvicinata da una ragazza dai capelli ricci, a lei sconosciuta4G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 2.

Raffaella Monzi, nell’interrogatorio del 9/07/83 affermò che Emanuela le disse che non poteva prendere l’autobus perché «ho un appuntamento per lavoro, devo incontrare una persona […] [E’] un lavoro da fare solo dalle 16 alle ore 18:30 e per una volta». A quel punto sarebbe sopraggiunta un’altra loro amica e compagna, Maria Grazia Casini, con la quale aveva preso l’autobus n° 70, salutando Emanuela.

Il 28/07/83 davanti al pubblico ministero Domenico Sica, la Monzi ha affermato di essere uscita dalla scuola assieme ad Emanuela:

«Ricordo che Emanuela corse per le scale mentre io mi trattenni a parlare con altre compagne. Ritrovai poi Emanuela e parlammo un po’. La ragazza mi disse (aveva visto giungere l’autobus 26): “che faccio, lo prendo o no?”. Ciò in riferimento al fatto che avrebbe dovuto percorrere solo una fermata, per andare a prendere l’autobus 64 diretto al Vaticano. Le risposi: “fai un po’ te!”. Allora Emanuela aggiunse: “Sai, perché ho trovato un lavoro”, e poi di seguito: “Si tratta di distribuire volantini dell’Avon (società di vendita di cosmetici) per due ore».

 

Raffaella Monzi aggiunse che a Emanuela «l’offerta di lavoro per la Avon le era stata fatta mentre era in compagnia di un’amica».

In un’intervista del 1993, dieci anni dopo, fornì questa versione:

«La lezione era finita, ci incamminammo in gruppo verso l’uscita della scuola. Per raggiungere la fermata dell’autobus si doveva fare un pezzetto a piedi. Non so come, quel tratto di strada mi ritrovai a percorrerlo assieme con Emanuela. Sono passati dieci anni e non so più bene di cosa parlammo lungo il cammino. Stranamente, rammento ancora perfettamente come era vestita Emanuela: una maglietta bianca, i jeans e sulle spalle aveva uno zaino di cuoio. Dentro c’era il flauto. Emanuela mentre aspettavamo il bus mi fece quello strano discorso su cui poi tanto ha insistito la polizia. Mi disse, cioè, che poche ore prima mentre veniva a scuola, era stata avvicinata da un tale, un uomo, il quale le aveva offerto un lavoro. Le avrebbero dato 375mila lire al mese, per distribuire volantini o qualcosa del genere. Insomma, mi chiedeva un consiglio. Non sapeva se accettare, era in dubbio […]. Dopo un po’, poiché l’autobus 70 non arrivava, Emanuela disse: “Che dici? Vado in largo Argentina a prendere il 64?” […]. Poi, il 70 è arrivò. Ma era strapieno. Salii sul predellino. Sentii Emanuela, dietro di me, dire: “Aspetto il prossimo”».

 

Qui sotto un’intervista a Raffaella Monzi risalente agli anni Novanta

 

Nel febbraio 2016 abbiamo intervistato Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ecco cosa ci disse:

«Raffaella Monzi non fu sempre molto chiara. Alla Monzi, Emanuela disse che era indecisa se aspettare, non l’autobus, ma l’uomo dell’Avon per dargli una risposta visto che lui le aveva detto che l’avrebbe aspettata all’uscita per sapere quale era stata la risposta dei genitori nell’accettare o meno il lavoro. Emanuela arrivò alla fermata non per prendere l’autobus (quella è ormai una delle tante leggende un questa vicenda), ma perché lì avvenne l’incontro con l’uomo e lei tornò li perché, forse, non vedendolo fuori dalla scuola pensò di recarsi nel posto dove l’aveva incontrato».

 

Il 13/07/83 e il 28/07/83 ci furono due testimonianze di Maria Grazia Casini, un’altra studentessa della scuola, la quale (il 13/07) riferì la presenza di una ragazza bassina, con i capelli corti e ricci, vicino ad Emanuela alla fermata dell’autobus:

«L’ultima volta che ho visto Emanuela è stata il 22 giugno alle ore 19 all’uscita dalla scuola Ludovico da Victoria. Emanuela era ferma con una sua amica ad una fermata dell’autobus 70. Quando è arrivato il 70 io sono salita mentre Emanuela e l’amica sono rimaste ferme dove si trovavano […]. Sembrava che le due ragazze fossero in attesa di qualcuno, l’atteggiamento di Emanuela era molto teso»5M.G. Casini, testimonianza al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 13/07/1983.

 

L’amica anonima citata, dai capelli corti e ricci, non era certamente la Monzi perché le due si conoscevano.

Nell’interrogatorio del 28/07/83 la Casini riferì infatti di essere uscita dalla scuola assieme ai compagni Tina Vasaduro e Maurizio Cappellari, ai quali si aggiunse proprio Raffaella Monzi. Ai magistrati disse che di questa ragazza non ricordava il nome, ma che «frequentava la scuola di musica, ha circa quindici anni, è poco più bassa di Emanuela, con i capelli corti, ricci e di colore nero […]. Emanuela era impaziente, in attesa dell’arrivo di una persona o di un mezzo pubblico, tanto che rispose distrattamente al saluto»6M.G. Casini, testimonianza al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 13/07/1983.

La sera stessa della scomparsa, Federica Orlandi, sorella di Emanuela, parlò al telefono con Maria Grazia Casini, la quale le confermò che Emanuela era con una ragazza al momento in cui si erano salutate7testimonianza di Federica Orlandi al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, 29/07/1983.

 

Sintetizziamo le testimonianze delle due amiche:

  • Raffaella Monzi saluta Emanuela alla fermata dell’autobus 708G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 2, vi sale assieme a Maria Grazia Casini9verbale del 09/07/83, vede Emanuela avvicinata da una ragazza sconosciuta dai capelli ricci10G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 2
  • Maria Grazia Casini vede Emanuela ferma alla fermata dell’autobus 70 insieme a un’amica11verbale del 13/07/83, che frequentava la scuola di musica12verbale del 28/07/83, bassa e con i capelli neri13verbale del 13/07/83 e ricci14verbale del 28/07/83.

 

Entrambe rilevano la presenza di una ragazza riccia vicino a Emanuela.

La notte della sparizione, suor Dolores, direttrice dell’istituto, venne avvisata da Ercole Orlandi e telefonò a tutte le allieve. La religiosa apprese la presenza di un’altra ragazza e la riconobbe in Laura Casagrande, la quale negò di essere stata presente.

La Casagrande e la Orlandi, nel pomeriggio della sparizione, si sarebbero tuttavia scambiate il numero di telefono perché il 29/6 avrebbero dovuto partecipare assieme ad un concerto. L’8/07/1983 i presunti rapitori di Emanuela telefoneranno a casa di Casagrande dicendo di aver avuto il numero da Emanuela e che la ragazza era fuori dall’Italia.

Secondo il reo confesso Marco Accetti, il messaggio comunicato alla Casagrande sarebbe stato un codice per la fazione opposta alla sua e alludeva al fatto che Emanuela «poteva trovarsi in territorio della Città del Vaticano»15in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 136.

Né Laura Casagrande, né Raffaella Monzi, dopo quel giorno, frequentarono più la scuola di musica.

Raffaella Monzi raccontò di aver ricevuto strani messaggi e telefonate minatorie: «Cominciarono le telefonate anonime. Ne arrivarono tante, tantissime, a casa. Ero terrorizzata. Più di una volta, un uomo al telefono disse: “Raffaella farà la fine di Emanuela, e anche una bella ragazza”».

Nel 2023 il giornalista Fabrizio Peronaci ha confermato che Raffella Monzi, 60enne, non si sarebbe più ripresa ed è in cura in una struttura psichiatrica a Subiaco (RM).

La madre di Raffaella Monzi ha dichiarato:

«Da quel giorno del 1983 la vita di Raffaella non è stata più la stessa. Eravamo tanto esasperati e spaventati che decidemmo di andare via da Roma e di trasferirci a Bolzano, ma c’erano persone che hanno continuato a controllarci. Raffaella fu seguita da un giovane biondino. Ogni volta ce lo trovavamo davanti e un giorno le disse: “Vieni via con me, lascia i tuoi genitori…”. Fu un episodio che ci colpì anche se decidemmo di non darci peso, pensando che fosse uno spasimante. Tornati a Roma, Raffaella mi raccontò che una persona la fotografava per strada. E un giorno ricevetti una telefonata: “Ho visto tua figlia sul treno: è bellissima. La voglio sposare”. Non ho mai saputo chi fosse e come avesse il nostro numero di telefono. Di certo era una persona che la controllava. Per mia figlia è stato un incubo dal quale non si è più ripresa».

 

Se il racconto della madre della Monzi è vero, la persona descritta ha alcuni punti in comune con Marco Accetti, l’uomo che si è accusato di aver orchestrato il sequestro Orlandi-Gregori. Di professione fotografo, gli Atti hanno rilevato l’abitudine a fermare e incontrare giovani adolescenti con lo scopo di fotografarle16G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 48. Lui stesso, inoltre, ha ricordato di essersi innamorato di una ragazza giovanissima (la figlia di Magdalene Chindris) e di aver desiderato sposarla. La stessa frase riportata dalla signora Monzi.

Pietro Orlandi rispose a queste dichiarazioni scrivendo che «la Monzi, poveraccia, vive con la madre, non sta in una clinica privata»17P. Orlandi, commento scritto su Facebook, 15/07/2023.


 

Sabrina Calitti e Silvia Vetere.

Le indagini di polizia all’epoca individuarono anche Sabrina Calitti, alla quale Emanuela disse dell’offerta lavorativa ricevuta18R. Pera, Emanuela Orlandi – E questo è solo l’inizio, Giustizia, 18/07/23 e di voler uscire prima da lezione, avvenuta infatti alle ore 1819G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3.

Un altro compagno di classe di Emanuela, M.D.L. sostenne invece che quel giorno le lezioni terminarono per tutti in anticipo di 15 minuti, alle 18.45 circa, questo «perché il maestro, che è un sacerdote, Mons. Valentino Miserachs, doveva celebrare la messa, all’interno della scuola, per le nozze d’argento dei miei genitori»20citato in R. Pera, Emanuela Orlandi – E questo è solo l’inizio, Giustizia, 18/07/23.

Le lezioni terminarono alle 18 o alle 18.45? Nemmeno su questo si è giunti a una certezza storica.

Un’altra compagna che ha testimoniato è Silvia Vetere, in classe con Emanuela al liceo scientifico del Convitto nazionale: «Emanuela aveva intenzione di trovarsi un lavoro. Non aveva voglia di studiare e faceva sega a scuola»21verbale di Silvia Vetere del 22/07/1983 22verbale di Silvia Vetere del 11/11/2008. Nel 1983 la Vetere riferì che Emanuela si sarebbe confidata con lei pochi giorni pima della sparizione dicendole: «Non mi vedrete per un po’».

In una deposizione del 2008, Vetere riferì confermò la testimonianza del 1983, sostenendo che Emanuela era svogliata e andava male a scuola (fu effettivamente rimandata in due materie, latino e francese), voleva trovarsi un lavoro. L’ex compagna ricordò che Emanuela saltava spesso scuola, firmando da sola le giustificazioni ma non rammentò se le assenze si intensificarono nel periodo precedente alla sua scomparsa. Disse comunque di non vederla mai truccata, né noto alcun cambiamento negli ultimi anni23P. Nicotri, Emanuela Orlandi, 34 anni fa, una pista affiora dalle carte giudiziarie ma ormai, BlitzQuotidiano, 22/06/2017.

Nel 2014 la donna fu cercata dal giornalista Tommaso Nelli: «Fra il maggio e l’ottobre 2014 avevo cercato Silvia Vetere. Prima all’abitazione del 1983 e poi tramite la sorella, che però mi spiegò come fosse impossibilitata a parlare, perché affetta da seri problemi di salute»24T. Nelli, Atto di dolore,‎ 2016.

Nel 2023 Massimo Festa, cugino di Silvia Vetere, ha dichiarato:

«Silvia è stata vittima di un ulteriore sequestro, è stata portata in strutture psichiatriche per impedirle di ripetere quel che sapeva su Emanuela Orlandi. Quel che le era stato confidato era scomodo. Per questo è stata prelevata a più riprese, bombardata di farmaci, narcotizzata, annichilita nel corpo e nella psiche, in una struttura per tossicodipendenti, nella fascia a nord di Roma, e in centri specializzati per pazienti psichiatrici. Quel 13 luglio 1983, tramite l’articolo su L’Unità, cominciò a emergere che era in possesso di informazioni delicate, e successivamente, negli interrogatori, potrebbe essere stata intimidita. Fatto è che non si è mai più ripresa. Anche grazie al ruolo avuto da una nostra parente, non ho più avuto modo di incontrare Silvia da molti anni. Ora potrebbe anche essere morta».

 

A tale dichiarazione ha risposto Pietro Orlandi, scrivendo all’intervistatore di Festa, Fabrizio Peronaci, che non sarebbe vero nulla:

«Fatti dire dalle compagne di classe chi era la Vetere. In Procura hanno capito la personalità e l’hanno lasciata perdere per le falsità dette. Mi hanno già scritto alcune compagne di classe che conoscevano Emanuela e la Vetere, dicendomi: “La Vetere? In classe la conoscevamo tutti che soggetto era“. Il trattamento farmacologico, ma per altri motivi, lo faceva già prima della scomparsa di Emanuela. Le compagne e i compagni di Emanuela quando ci parlai mi assicurarono che la Vetere e Emanuela non le hanno mai viste parlare, né si sono frequentate e a malapena si conoscevano»25P. Orlandi, commento scritto su Facebook, 15/07/2023


 

Pierluigi Magnesio.

Un altro amico e coetaneo di Emanuela era Pierluigi Magnesio, allora cittadino vaticano, frequentante l’Istituto tecnico aeronautico e figlio di un elettricista in servizio presso la Santa Sede (non era suo compagno di scuola).

Nel weekend dopo la scomparsa Magnesio si recò a Ladispoli e cenò in una trattoria con i genitori, il nome “Pierluigi” fu lo stesso del primo telefonista che chiamò a casa Orlandi proprio tre giorni dopo la sparizione, dicendo di essere in un ristorante al mare con i genitori.

Il 12/08/1983 nel verbale dell’interrogatorio di Pierluigi Magnesio presso la Procura di Roma si legge: «In merito alla giornata del 22 giugno (giorno della scomparsa) dichiara di aver visto Emanuela “nel primo pomeriggio del 22 giugno. Veniva da casa per recarsi alla scuola di S. Apollinare. Parlò per qualche minuto con me e con gli amici miei e decidemmo di rivederci dopo la scuola, alle ore 19,30, dietro la mola Adriana”».

Nell’agosto 1987 il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba chiuse la prima inchiesta scrivendo:

«Non sembra azzardata l’ipotesi che il ‘Pierluigi’ delle prime tre telefonate possa identificarsi nel predetto Magnesio Pierluigi; l’età del giovane al momento del fatto induce senz’altro a escludere il suo consapevole e volontario coinvolgimento nel sequestro; e tuttavia, ove il ‘telefonista’ Pierluigi si identificasse nel Magnesio, dovrebbe inferirsi che questi fosse stato contattato dai sequestratori e indotto, verosimilmente con minacce, a effettuare le prime telefonate in funzione di depistaggio. Ove così fosse, ancora oggi il Magnesio potrebbe fornire utilissimi elementi per l’identificazione dei sequestratori. Appare pertanto utile, se non necessario, approfondire l’indagine sul punto».

 

Il 27 ottobre 1987 la trasmissione Telefono giallo si occupò del caso Orlandi e ricevette questa telefonata: «Buona sera, sono Pierluigi. Se parlo, mi ammazzano». Secondo i successivi approfondimenti della Procura di Roma si sarebbe trattato proprio di Pierluigi Magnesio, il quale si sarebbe trasferito all’estero in un paese non rivelato.

Nel febbraio 2014, Pierluigi Magnesio è apparso in una video-intervista sul canale Youtube Indagini Aperte rivelando alcuni aspetti interessanti (oltre al fatto di essere allora «innamoratissimo» di Emanuela e averglielo più volte detto, ricevendo sempre dei rifiuti per la sua immaturità).

Innanzitutto ha smentito che Emanuela fosse “ingenua”, come spesso ripetuto dal fratello Pietro, la ricorda furba, intellettualmente e fisicamente matura, marinava la scuola e aveva il senso del denaro, mostrandosi certo che non avrebbe potuto prendere sul serio la proposta dell’uomo dell’Avon (375mila lire per distribuire volantini) e che avesse mentito alla sorella durante la telefonata, forse per «nascondere un amore segreto […] un appuntamento e prendere tempo». Tuttavia non la vide mai in compagnia di un fidanzato o di una persona adulta.

L’ipotesi di Magnesio non può essere corretta, se Emanuela fosse stata davvero scaltra mai avrebbe potuto inventarsi una bugia tanto assurda. Perché 375mila lire? Sarebbe stato molto più credibile un compenso più adeguato (infatti la sorella le disse di lasciare perdere). Oltretutto, la ragazza non chiamò per avvisare di un ritardo quella sera ma per confrontarsi con i genitori se accettare o meno la proposta, la sfilata si sarebbe infatti svolta il sabato successivo alla sala Borromini.

Mentre dai verbali risulta che il 12/08/1983 Magnesio riferì ai carabinieri di non aver mai visto Emanuela nel giorno della scomparsa, nell’intervista ha sostenuto il contrario: l’avrebbe vista verso le 14 mentre lei usciva dal Vaticano, invitandolo a recarsi all’appuntamento che aveva con la sorella Cristina alle 19 al Palazzaccio, dopo la lezione di musica. Magnesio si sarebbe quindi presentato all’ora indicata e con altri amici (tra cui Cristina e Angelo Rotatori) si sarebbero recati verso la scuola di musica non vedendo arrivare Emanuela. Trovarono però l’edificio chiuso. L’indomani mattina avrebbe saputo della scomparsa. Messo di fronte a questa contraddizione, Magnesio ha risposto: «Verbalizzarono male gli investigatori, avevo anche paura e posso aver detto qualcosa di sbagliato».

Secondo Pietro Orlandi, invece, Magnesio «non era con Cristina e gli amici il 22 giugno ad aspettare Emanuela. Era fuori con i genitori».

Un fatto inedito raccontato da Magnesio è che una settimana prima della scomparsa, nei pressi di casa Orlandi, Emanuela gli avrebbe dato due baci sulle guance (gesto che non faceva mai) dicendogli “addio”. Magnesio sostiene di essersi ricordato di quest’episodio solo negli ultimi anni.

Nella videointervista Magnesio accusa il giornalista Pino Nicotri di dire il falso quando scrive che suo padre avrebbe molestato Emanuela nei giardini vaticani, episodio (la molestia) che non aveva mai sentito prima e che è emerso nel 2016 nel libro di Tommaso Nelli. Notizia che Nelli ha ricevuto da un’amica e compagna alla scuole medie di Emanuela, la quale avrebbe ricevuto tale confidenza da Emanuela nei primi mesi del 1983. Magnesio non ricorda cambiamenti in Emanuela dagli anni precedenti.

Magnesio, pur riferendo di avere un ricordo del Vaticano come un ambiente ovattato, «con l’aria un po’ pesante» (precisando poi di parlare anche dell’ambiente della sua famiglia, un po’ “all’antica”), ricorda di aver visto una volta scendere Emanuela dall’auto di don Gaetano Civitillo, insegnante della scuola di musica, aggiungendo però di aver usufruito anche lui stesso di un passaggio in auto e che era normale che il sacerdote accompagnasse i ragazzi dell’Azione Cattolica dalla scuola al Vaticano (dove c’era la sede).

Nonostante le domande incalzanti dei giornalisti, chiaramente orientati sulla “pista sessuale”, l’amico di Emanuela ha allontanando l’idea che la giovane avesse relazioni particolari con prelati dell’Azione Cattolica (come Ian Wilson ecc.) e che in generale potesse aver subito qualche abuso sessuale. Aggiungendo: «Ve lo giuro sulla mia vita, Emanuela era pura, era candida come la neve, non frequentava nessun prelato, né si prostituiva».

L’amico di Emanuela ha anche confermato con certezza che quella registrata sulla musicassetta era la voce di Emanuela mentre ripeteva il nome della scuola frequentata, riconoscendone le particolarità del tono colloquiale. Al contrario, non ha riconosciuto la voce della giovane nell’audio delle presunte sevizie.

Infine, ritiene che possa essere stata rapita da qualche conoscente stretto, «un lupo travestito da agnello», perché era molto diffidente e non si sarebbe intrattenuta o allontanata con un estraneo. Esclude categoricamente che lo zio Mario Meneguzzi possa aver avuto a che fare con questa vicenda, pur conoscendolo molto poco. Afferma di aver parlato dopo così tanti anni perché il Vaticano sarebbe cambiato e ritiene che allora avrebbe potuto essere silenziato per le sue parole.

Gli intervistatori non hanno ritenuto di chiedere a Pierluigi Magnesio se fu realmente lui a telefonare nel 1987 a Telefono giallo, perché avrebbe fatto quella telefonata e per quale motivo ci sarebbe stato qualcuno (e precisamente, chi?) che avrebbe voluto ammazzarlo o silenziarlo per una testimonianza che non aggiunge molto a quanto si è sempre saputo sul caso Orlandi.

Rimane molto controverso che i carabinieri possano aver verbalizzato male un punto così importante e centrale come l’alibi di Magnesio e i suoi movimenti il giorno della scomparsa. C’è chi ha per questo sospettato che Magnesio «sappia molto di più, che addirittura sia stato testimone o che, al pari di Sonia De Vito nel caso Gregori, sia stato coinvolto suo malgrado, con l’inganno e, successivamente, ricattato».


 

Fabiana Valsecchi.

Il giudice Fernando Imposimato, da sempre convinto che il doppio rapimento fosse opera premeditata della Stasi, sostenne che una ragazza coinvolta sarebbe stata Fabiana Valsecchi: «Ho svolto indagini serie, che lasciano pochi margini di dubbio»26F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 111.

Il giornalista Fabrizio Peronaci ha riferito il nome della Valsecchi a Marco Accetti, mentre quest’ultimo raccontava lo svolgimento dei fatti di fronte al Senato. L’uomo, colto di sorpresa, avrebbe risposto: «Da chi l’hai saputo? Chi te l’ha detto?»27F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 111.

Nell’atto di opposizione all’archiviazione del 2015, la famiglia Orlandi chiese inutilmente al pubblico ministero di effettuare un’audizione a Fabiana Valsecchi «sui suoi rapporti con Emanuela Orlandi»28G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 57.

 

 

1.2 Le amiche di Mirella Gregori

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Anche nel caso di Mirella Gregori vi è almeno un’amica il cui profilo è sempre stato piuttosto controverso.


 

Sonia De Vito.

Al centro della sparizione di Mirella c’è Sonia De Vito, vicina di casa e figlia dei proprietari del bar sotto casa dei Gregori.

Proprio il 7 maggio 1983, giorno della sparizione, Mirella fu vista nel locale dei De Vito dove si chiuse in bagno assieme a Sonia per almeno un quarto d’ora. Interrogata dagli inquirenti, disse che Mirella era andata con degli amici a suonare la chitarra a Villa Torlonia.

 

Nel seguente video, la ricostruzione dei primi momenti dopo la sparizione e la reticenza di Sonia De Vito:

 

Quattro mesi dopo, nel settembre 1983, i sedicenti sequestratori telefonarono al bar del padre di Mirella descrivendo minuziosamente gli indumenti che la ragazza indossava il giorno della sparizione, compresa la marca della biancheria intima.

L’avvocato degli Orlandi (ed in seguito dei Gregori), Gennaro Egidio (morto nel 2005), era convinto della reticenza di Sonia De Vito:

«Sapeva molto bene quello che aveva indosso la Mirella. Perché in effetti le scarpe sapeva che le aveva comprate lei in quel negozio, il maglione glielo aveva prestato lei. La Sonia è stata sempre un elemento molto difficile, i carabinieri ci hanno provato in tutti i modi, la polizia anche. L’hanno interrogata, stra-interrogata fino al punto che diviene poi maggiorenne, non c’era più nulla da fare. La Sonia era quella che le cose… la confidente della Mirella. Ed è strano che la Sonia… Ecco, la Sonia ha avuto sempre paura di parlare».

 

In molti sospettarono che Mirella, nel bagno con lei, le avesse rivelato dove si stava effettivamente recando (sempre che Sonia non ne fosse già a conoscenza). Sonia De Vito venne inizialmente accusata di falsa testimonianza e reticenza, accusa poi archiviata.

Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella ha affermato a proposito di Sonia De Vito: «Da quel maledetto giorno non si è mai più fatta viva con noi, proprio lei che mia madre trattava come un’altra figlia. Mai una telefonata, una visita. E per la mia famiglia è stato un grande dolore: lei e Mirella erano sempre insieme. Questo comportamento ci è sempre sembrato strano».

Il giornalista Fabrizio Peronaci ha scritto che il fatto che «Sonia De Vito abbia tenuto per sé molti segreti è una possibilità concreta: fu indagata a lungo e minaccia da sempre denunce contro chi tenti di avvicinarla»29F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014.

Nell’atto di opposizione all’archiviazione del 2015, la famiglia Orlandi chiese al pubblico ministero di effettuare un’audizione a Sonia De Vito «sulla provenienza delle ingenti risorse di cui disponeva la sua famiglia»30G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 57.

 

Nel seguente video (2013), il reo-confesso Marco Accetti segnala la complicità al finto sequestro di un’altra amica di Mirella:

 

 

1.3 I testimoni oculari

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Se Emanuela fosse stata davvero rapita è difficile pensare che sia stata fatta salire a forza su un’auto davanti a Palazzo Madama, una scena simile non sarebbe passata inosservata.

Uscita da scuola, la giovane aveva appuntamento con la sorella Cristina vicino alla sede del Tribunale della Cassazione (7 minuti a piedi da piazza Sant’Apollinare) la quale, però, non l’ha mai vista arrivare.

Le ultime ad averla vista sono le sue amiche e compagne alla fermata dell’autobus e certamente ha telefonato a casa dicendo di aver incontrato qualcuno che le avrebbe proposto di promuovere prodotti cosmetici Avon, per una somma (spropositata) di 350.00 lire, durante una sfilata di moda nell’atelier delle Sorelle Fontana (lo stesso ha testimoniato l’amica Monzi).

Le Sorelle Fontana hanno smentito la notizia della sfilata di moda riferendo però a Giulio Gangi, il primo a intraprendere le indagini, che «altre ragazze si erano rivolte a loro perché un uomo sulla trentina le aveva fermate per strada con una proposta simile a quella usata per adescare la Orlandi».

Esistono però due presunti testimoni oculari di quanto sarebbe accaduto prima dell’entrata nella scuola di musica, i quali riferiscono un incontro tra Emanuela e un uomo che guidava una BMW (sembra di colore verde), il quale le avrebbe mostrato qualcosa (sembra dei cosmetici) da qualche contenitore (una borsa, un cofanetto o un tascapane militare) con sopra una scritta (“Avon” o solo la lettera iniziale).


 

Il vigile Alfredo Sambuco.

Il primo di essi è stato il vigile Alfredo Sambuco, deceduto dopo il 2002, in servizio in Piazza Madama con turno 14-2131G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3.

Poche ore dopo la sparizione di Emanuela, il vigile venne interrogato da Pietro Orlandi a cui riferì per la prima volta che la giovane sarebbe stata avvicinata da un uomo con una Bmw.

La testimonianza di Sambuco è importante in quanto conferma in maniera indipendente il racconto che Emanuela fece al telefono con la sorella Federica (era stata avvicinata da un uomo), prima ne parlasse qualunque organo di informazione e prima che la polizia indagasse.

Ancora oggi Pietro Orlandi avvalora tali informazioni: «Reputo attendibile e genuino quello che mi disse il vigile per il semplice fatto che ci descrisse le cose che effettivamente aveva detto Emanuela al telefono. Se lui ci avesse raccontato una storia diversa diversa non gli avrei creduto visto che sarebbe stata poi smentita da quanto detto da Emanuela».

Il 25/06/1983 il vigile Sambuco fu interrogato anche da Giulio Gangi, amico di famiglia degli Orlandi nonché agente del SISDE (Servizi segreti civili italiani), al quale disse (con davanti la foto di Emanuela) di averla vista attorno alle 17 parlare con un uomo sui 40-45 anni, carnagione scura, capelli castani e radi nella parte anteriore del capo, in prossimità di una Bmw vecchio tipo di colore verde.

L’uomo le aveva mostrato una borsa con la scritta “Avon” contenente cosmetici. All’invito del vigile a spostare l’auto, l’uomo avrebbe risposto “Vado via subito”. Dopo un’ora uno sconosciuto avrebbe domandato al vigile dove si trovasse la Sala Borromini, ma Sambuco non ricordava se si trattava dello stesso uomo della Bmw32dialoghi riportati nella sentenza istruttoria del giudice Adele Rando, 19/12/97 33dialoghi riportati G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3.

Nella deposizione ufficiale di Sambuco, datata 02/07/1983, la scena si sarebbe svolta davanti al civico 57, la Orlandi andava in direzione opposta rispetto alla scuola e interloquiva con un uomo sceso da una Bmw verde metallizzato attorno alle 17.

 

Qui sotto il confronto tra l’identikit fornito da Alfredo Sambuco e Enrico De Pedis:

 

Il 27/07/1983 il vigile Sambuco fu convocato dal sostituto procuratore Domenico Sica ma non si presentò.

 

Nel seguente video, un’intervista al vigile Alfredo Sambuco risalente agli anni Novanta:

 

Nel dicembre 1993, intervistato da Telefono Giallo, il vigile disse che la scena si svolse alle 19 e che si avvicinò all’uomo poiché l’auto era in divieto di sosta, venendo rassicurato che l’avrebbe spostata subito. In quel momento la ragazza gli avrebbe domandato dove fosse la sala Borromini. Una versione diversa da quella rilasciata dieci anni prima.

Pochi giorni dopo, intervistato per l’Indipendente sempre nel dicembre 199334G.P. Pelizzaro, Vidi Emanuela con un uomo, L’Indipendente, 22/12/1993, Sambuco cambiò ancora versione: alle 17 del 22/06/1983 (non le 19 come disse in precedenza, «mi sono sbagliato» ma le 17 erano «l’orario che riferii sia ai carabinieri, sia a Domenico Sica quando mi chiamò per interrogarmi»), Emanuela proveniva da piazza Sant’Apollinare attraverso Corso Rinascimento ed era diretta verso un’auto in sosta davanti al civico 57, una BMW vecchio modello (1978), per la precisione una 530i di colore verde scuro metallizzato.

L’uomo che era con lei, ricordò Sambuco, aveva circa 35 anni, 1,75, leggermente stempiato, con volto allungato e con in mano una valigetta 24 ore. Era italiano, non turco. Il vigile si sarebbe avvicinato alla coppia per comunicare il divieto di sosta dell’auto ma Emanuela gli chiese dov’era la sala Borromini dell’oratorio San Filippo Neri, in piazza della Chiesa Nuova. L’uomo tornò all’auto e la ragazza proseguì a piedi.

Nel 2002, una volta in pensione, intervistato dal giornalista Pino Nicotri, Alfredo Sambuco aggiunse che Emanuela «la vedevo passare tutti i giorni», una volta la avrebbe anche accompagnata alla Tappezzeria del Moro per far riparare la custodia del flauto. Aggiunse inoltre: «Io non ho mai parlato di “Avon” o di scritte “Avon”, né di borse con la scritta “Avon”…forse da qualche parte ho ancora la copia del verbale della mia dichiarazione ai carabinieri di via Selci, ma mi ricordo benissimo che non ho mai parlato di “Avon” né con loro né con il magistrato Domenico Sica quando mi ha interrogato»35citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, pp. 23, 29.

Il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, smentì le parole di Sambuco dicendo che Emanuela si recava alla scuola di musica solo tre giorni a settimana: «Se Sambuco dice che conosceva Emanuela, o mente o dice una cosa nuova. La faccenda della riparazione del flauto è un’invenzione: ce l’abbiamo portata noi»36citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 31. Di fronte a queste diverse versioni, il vigile Sambuco dirà in seguito: «Sa, quella gente era così giù di corda che non me la sono sentita di non dargli nessuna speranza»37citato in P. Nicotri, Emanuela Orlandi, la verità, Baldini Castoldi Dalai 2008, pp. 38, 39.

Due responsabili della Avon di Roma precisarono che le rappresentati erano soltanto donne e nessuna con BMW o borse recanti il marchio38G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3. Inoltre, all’agente Gangi dichiararono che non avevano rapporti con l’atelier delle Sorelle Fontana. Le telecamere del Senato invece non erano in funzione39Rapporto di polizia, luglio 1983, allegato agli atti d’inchiesta del giudice Rando.

Nel 2008 il giornalista Max Parisi si recò in Procura per segnalare la presenza in un parcheggio sotterraneo di Villa Borghese di una BMW intestata a Flavio Carboni, faccendiere di molti misteri italiani. Interrogato dai magistrati nel 2010, Carboni non fornì alcun elemento utile: ne confermò la proprietà ma disse di non averla più utilizzata dal 1982, quando fu arrestato. Secondo il gestore del garage l’auto sarebbe stata parcheggiata nel 1995 o 199640G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 53.

Nel 2023 Marco Accetti ha sostenuto che l’identikit e la descrizione effettuata dai due testimoni oculari ritraggono un soggetto con il viso allungato e leggera stempiatura: «Tutto ciò corrisponde alla mia persona e faccio presente di aver chiesto più volte un confronto con il testimone Bosco, il funzionario di polizia che mi vide al Senato. Ma i magistrati non lo hanno concesso»41M. Accetti, Dichairazione su Facebook, 13/07/2023.

Qui sotto un raffronto tra Marco Accetti e l’identikit prodotto dalla testimonianza del vigile Sambuco.

Tornando alla testimonianza del vigile Sambuco, a nostro avviso rimane da considerare attendibile soltanto la prima versione, quella rilasciata ai familiari poche ore dopo la scomparsa. Tutto il resto sembra contraddittorio e inficiato nella sua attendibilità.


 

Il poliziotto Bruno Bosco.

Un secondo testimone oculare sarebbe stato il poliziotto Bruno Bosco, anch’egli in servizio davanti al Senato il giorno della sparizione di Emanuela.

Il 25/6/83, interrogato da Giulio Gangi, affermò di aver visto Emanuela assieme ad un uomo, ricordando anche la scritta a grandi caratteri sul cofanetto mostrato dall’uomo alla giovane, con solo la lettera “A”42R. di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani, p. 21.

Il 28/6/83 mise a verbale il suo racconto: l’uomo era alto 1,80mt., capelli castano chiari, corti, camicia e pantaloni chiari, mostrava un tascapane di colore militare con la scritta “Avon”, la scena avveniva davanti al civico n° 3 di piazza Madama, la ragazza aveva uno zainetto sulle spalle.

Rispetto allo zainetto, il fratello Pietro riferisce che Emanuela indossava «una cartelletta con gli spartiti» e «il flauto traverso nello zainetto»43P. Orlandi Mia sorella Emanuela, pp. 13 e 45.

Nel 2002 lo scrittore Pino Nicotri cercò di intervistare Bruno ma, alla sola evocazione del cognome Orlandi, l’uomo avrebbe reagito minacciando querele44P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 30.


 

Conclusioni sulle testimonianze oculari.

Le versioni dei due presunti testimoni oculari, Sambuco e Bosco, collimano in alcune parti mentre si contraddicono in altre.

Questo porta necessariamente alla conclusione che entrambi videro effettivamente Emanuela Orlandi, pur contraddicendosi su elementi secondari. Ciò è motivato da tre argomenti:

  1. Se avessero inventato la scena non avrebbero potuto fornire elementi in comune così specifici;
  2. Se si fossero accordati tra loro non avrebbero prodotto due versioni in contraddizione su alcuni elementi, pur secondari;
  3. La descrizione coincide, a loro insaputa, con il racconto telefonico fatto da Emanuela stessa alla sorella Federica;

 

Sintetizzando le due testimonianze, emerge tale scenario: davanti a una abitazione in piazza Madama (civico 57 per Sambuco, civico 3 per Bosco) un uomo è assieme Emanuela e le mostra un oggetto (una borsa con cosmetici o una valigetta nera per Sambuco, un tascapane di color militare per Bosco) con scritto “Avon” (nel 2022 Sambuco dirà di non aver mai parlato né di borse, né di scritte).

Nel 2013, Margherita Gerunda, il pm che indagò nelle prime ore che seguirono la sparizione, sorprendentemente negò l’attendibilità dei testimoni:

«Non credo che quel giorno Emanuela Orlandi sia andata alla scuola di musica passando per corso del Rinascimento, dove si usa credere che sia stata vista da un vigile e da un poliziotto. Ho maturato la convinzione che i testimoni si siano prestati a dire o a confermare cose che permettevano loro di andare sui giornali, dare interviste, insomma avere il loro piccolo momento di fama se non di gloria. Per uscire almeno una volta nella vita dall’anonimato e sentirsi protagonisti, alla ribalta, partecipi di una storia che interessa molta gente».

 

Quelle di Gerunda sono affermazioni controverse e prive di logica, desta stupore che tale persona avesse la responsabilità delle indagini allora. Com’è possibile sostenere che entrambi i pubblici ufficiali, per “fame di notorietà” possano aver creato una testimonianza indipendente ma sostanzialmente simile a poche ore dalla sparizione, quando di questa oltretutto non se ne stava ancora occupando nessuno, né la polizia, né i media?

Nel 2014 Marco Accetti, reo-confesso di aver inscenato la sparizione, rispose opportunamente agli scettici sull’attendibilità dei due testimoni:

«Un vigile urbano ed un poliziotto riprenderebbero la bugia della Orlandi e la farebbero propria? Quindi due pubblici ufficiali mentono agli investigatori ed ai giudici senza nulla averne in cambio. Se tra l’altro riferiscono più o meno la stessa circostanza, se ne deduce che si saranno concordati su quanto falsamente raccontare. Per cui ben due pubblici ufficiali si accordano tra loro per mentire riguardo alla grave scomparsa di una minorenne, rischiando di avere conseguenze giudiziarie e di essere espulsi dai rispettivi corpi, perdendo il lavoro. Tutto questo lo avrebbero fatto solo per apparire, senza neanche dover scrivere tre libri sul caso». Eppure, dalle deposizioni, sappiamo che «non vi è stato accordo tra loro, altrimenti avrebbero prodotto versioni omologhe», tuttavia vi è una somiglianza «con gli aspetti fondamentali di quel che si racconta. Infatti ambedue testimoniano che un uomo mostrava del materiale ad una ragazza, la quale corrispondeva alle fattezze dell’Emanuela».

 

Concordiamo pienamente con questa osservazione e riteniamo attendibili, in linea generale, le prime testimonianze dei due agenti.

Riportiamo infine una riflessione altrettanto opportuna di Giulio Gangi: «Tutto fa pensare che l’uomo della BMW voleva essere notato: dal colore squillante della sua auto al fatto che avesse parcheggiato la vettura in direzione contraria al senso di marcia, al posto prescelto, cioè proprio di fronte all’ingresso del Senato»45citato in R. di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani, p. 22.

 

1.4 Il ruolo di Giulio Gangi e del SISDE

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Abbiamo già citato Giulio Gangi, l’amico di famiglia arrivato a casa Orlandi il giorno dopo la scomparsa di Emanuela, il 24/6/83.

È un giovane ben inserito negli ambienti della politica (Partito repubblicano) e del mondo dello spettacolo, con amicizie importanti (Franco Cristaldi, Antonello Falqui, Enzo Trapani, Claudio Baglioni, cantante preferito di Emanuela ecc.), grazie alle quali arriva negli uffici di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini e nel 1979 diventa assistente di Mauro Dutto nella Commissione parlamentare di Vigilanza RAI. Qui conosce Mario Meneguzzi, Capo Ufficio Servizi della Camera dei Deputati, e il suo capo Mario Peruzy.

Grazie a Meneguzzi e Peruzy, Gangi strinse contatti con Vincenzo Parisi, all’epoca vice direttore operativo del SISDE (Servizi segreti civili italiani), in cui vi entrò proprio nell’aprile 1983 con la qualifica di coadiutore nel servizio segreto civile. Due mesi dopo si trovò in casa degli Orlandi, proprio grazie alla sua conoscenza con i Meneguzzi.

Affermò di essersi interessato «inizialmente a titolo personale e in quanto legato da un pregresso rapporto di amicizia con Monica Meneguzzi, cugina di Emanuela»46sentenza istruttoria Adele Rando, p. 82, dicendo di avere il sospetto di sequestro per prostituzione.

Gangi ha sostenuto di aver conosciuto gli Orlandi a Torano dove lui e la famiglia di Emanuela si recavano in villeggiatura (luogo confermato da Pietro Orlandi47P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 59. Ercole Orlandi, padre di Emanuela, tuttavia ha sempre sostenuto che Gangi era per lui uno sconosciuto, anzi venne colpito dal fatto che a un certo punto disse che usava trascorrere le vacanze estive a Torano, proprio dove si recavano gli Orlandi.

Gangi era o non era un estraneo? Aveva o no conosciuto gli Orlandi in vacanza? Pino Nicotri ha rivolto queste domande a Ercole Orlandi e sostiene di averlo messo in imbarazzo: il papà di Emanuela rispose di aver capito che Gangi e Meneguzzi si conoscevano da come si erano salutati48P. Nicotri, Emanuela Orlandi, la verità, p. 52.

La vicenda rimane controversa e non è secondario identificare bene i rapporti tra Gangi e gli Orlandi in quanto le prime indagini, le più importanti, vennero svolte proprio dall’agente del Sisde.

Un altro particolare strano è che la magistratura venne a conoscenza dell’esistenza e del ruolo di Gangi soltanto nel 1993-1994, dieci anni dopo la sparizione di Emanuela49Il Corriere della Sera, 08/02/1994. La famiglia non disse mai nulla delle prime ricerche svolte da lui?

Nel dicembre 1993, nonostante il rammarico manifestato50Gangi G., Lettera a Carlo Azeglio Ciampi, 17/11/1993 al consiglio dei ministri Carlo Azeglio Ciampi, Gangi venne allontanato dai Servizi51Consiglio dei Ministri, Lettera di trasferimento di Gangi, 03/12/1993 per aver svolto nel 1983 «inopportune indagini»52Gangi G., Lettera a Carlo Azeglio Ciampi, 17/11/1993 sul caso della Orlandi.

Nell’autunno 2005, Giulio Gangi, chiarì più dettagliatamente il suo ruolo:

«Bisogna che io sfati una leggenda inventata da voi giornalisti. Cominciamo col dire che io conoscevo gli Orlandi da prima della scomparsa di Emanuela: ero giovane, avevo poco più di vent’anni. Mario Meneguzzi, lo zio della Orlandi, aveva una figlia e proprio di questa ragazza mi innamorai. Mi piaceva tantissimo, era riservata, educata, elegante nel comportamento. Una brava ragazza che conobbi perché l’estate dell’82 andai con un amico a fare una gita fuori porta nel paesino dove gli Orlandi avevano una casetta di villeggiatura (Torano). Fu così che la vidi per la prima volta. Quindi non è vero che il Sisde mi ordinò di infiltrarmi nella famiglia Orlandi per chissà quale scopo. Ad ogni modo, non mi fidanzai mai con la ragazza in questione, ci conoscemmo e diventammo amici. Ci frequentammo tra il 1982 e il 1983 perché le facevo la corte. La sera che scomparve Emanuela lei mi telefonò e mi diede la notizia. Poi mi richiamò due giorni dopo -il 25 giugno 1983- e mi chiese se potevo dare una mano a cercarla perché le avevo detto che ero della polizia, non del Sisde. La sera del 25 andai a casa Orlandi, in Vaticano. Mi accompagnò il collega amico col quale quella volta andai a fare la gita, lui rimase in strada io salii a casa loro e parli coi genitori e lo zio. In quel momento al Sisde non importava un accidenti di Emanuela Orlandi»53citato in O. Lupacchini, M. Parisi, Dodici donne un solo assassino?, Koiné 2006, pp. 184, 185.

 

Il 01/11/2008 Giuglio Gangi precisò ancora una volta: «Fu una mia iniziativa perché ero molto amico dei cugini, conoscevo anche il fratello. Fui io a presentarmi a casa degli Orlandi, la sera dopo, insieme ad un amico comune, Marino Vulpiani, che è medico e dunque fa tutt’altro mestiere. Anche lui era preoccupatissimo perché viveva a Torano, lo stesso paese della famiglia. L’unico agente del SISDE a occuparsi della vicenda, fin dai primi giorni, sono stato io»54R. di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani, p. 23.

Pietro Orlandi ha riferito che quando iniziarono a comparire i primi comunicati, fu Giulio Gangi a comunicargli che dietro a “Phoenix”, una delle sigle di presunti rapitori comparse dopo la sparizione di Emanuela, ci sarebbero stati proprio i servizi segreti italiani55P. Orlandi, Mia sorella Emanuela.

Il 30/05/2013, Pino Nicotri ha scritto di aver ricevuto questa risposta da Giulio Gangi in merito alla rivelazione fatta da Pietro Orlandi: «Mi sono limitato a dire: “Boh, forse sono i nostri che cercano di muovere le acque” quando si seppe della prima lettera firmata Phoenix. Oltretutto, io al Sisde ero già stato allontanato dalle ricerche riguardanti Emanuela».

Il 14/11/2013 anche Marco Accetti ha ricondotto “Phoenix” ad alcuni membri del Servizio di Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde).

Oltre a avviare le prime indagini su Emanuela, intervistando i presunti testimoni Sambuco e Bosco, recandosi dalle Sorelle Fontana e contattando la Avon, Gangi cercò anche la BMW verde tundra56citato in F. Peronaci, Emanuela Orlandi, morto Giulio Gangi, l’agente Sisde che partecipò alle prime indagini (e fu poi epurato), Il Corriere della Sera 03/11/2022 descritta dal vigile Alfredo Sambuco trovandola in un’officina di Roma.

Era stata portata con un vetro rotto da una donna che alloggiava al residence Mallia. Gangi si recò ad incontrarla (ha smentito che fosse Sabrina Minardi) venendo accolto con arroganza. Una volta rientrato in ufficio, raccontò, venne sgridato dal suo capo: «La donna doveva avere contatti diretti: prese il numero di targa e in pochi minuti riuscì a farsi sentire. Pensai che fosse l’amante di qualche pezzo grosso, uno dei nostri papaveri».

 

Giulio Gangi ha chiarito più volte e in maniera coerente nel tempo il motivo per cui si trovò a casa Orlandi e come conobbe la famiglia. Rimane controverso il motivo per cui risultava un estraneo agli occhi di Ercole Orlandi. Nella requisitoria del 1997, il giudice Giovanni Malerba stigmatizzerà invece il «non lineare comportamento» di Gangi57citato in P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, pp. 124, 143.

Ci sarebbe anche da chiarire il motivo per cui, rivelato sempre dal padre di Emanuela, il SISDE si sarebbe occupato di pagare le spese dell’avv. Egidio, da loro stessi suggerito, senza dire nulla alla famiglia58P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 69.

Un ulteriore punto di attenzione risale all’agosto 1983, quando la famiglia, su suggerimento degli agenti del SISDE, inviò una domanda al “Fronte Turkesh”, una delle sigle di presunti rapitori che inviarono messaggi sul caso Orlandi, per metterli alla prova sulla reale conoscenza dei fatti: dove cenò Emanuela il 20 giugno (3 giorni prima della sparizione)? La risposta fu corretta: con “parenti molto stretti”.

Pietro Orlandi ha spiegato che questo dettaglio era conosciuto soltanto in famiglia59P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 106, oltre chiaramente agli agenti del SISDE che suggerirono la domanda.

Nella sentenza di proscioglimento del 1997 si evidenziò che con la comparsa di varie sigle dopo il 20/07/83, tra cui il “Fronte Turkesh”, terminò il primo periodo di autenticità del caso (cioè quello dei tre telefonisti).

Giulio Gangi è morto il 02/11/2022 nella sua abitazione, probabilmente per ictus. Le sue ultime indagini erano orientate verso Marco Accetti60F. Peronaci, Caso Orlandi, la vita spericolata dell’ex agente Gangi e la sua ultima pista, Corriere della Sera, 04/09/2022.


 

Conclusioni su Giulio Gangi e il Sisde.

Se la posizione di Giulio Gangi nel caso Orlandi risulta chiarita, molto meno lo è quella del SISDE (Servizi segreti civili italiani).

Perché fin dai primi mesi vollero intervenire i servizi segreti, quando già stava indagando il loro agente Gangi, pur in forma privata, e la polizia? All’epoca si pensava fosse un comune caso di allontanamento volontario o di un rapimento a scopo sessuale, i servizi non si occupavano di queste cose. Ebbero informazioni diverse? Che ruolo si ritagliarono nella vicenda e quali piste seguirono?

Difficile pensare che furono loro dietro al “Fronte Turkesh”, i cui membri oltre a comunicati deliranti fornirono anche riscontri concreti e attendibili, noti solo alla famiglia (lo vediamo più sotto). Ma gli stessi Orlandi non furono messi a conoscenza di ciò. Quindi il SISDE ingannò anche la famiglia e il loro agente Giulio Gangi? Oppure a operare furono soltanto alcuni membri deviati, come ritiene Marco Accetti?

 

 

1.5 L’avvocato Gennaro Egidio

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La vicenda Orlandi contiene al suo interno molti profili controversi, ad esempio quelli relativi all’avvocato di famiglia Egidio Gennaro.

Il 22/07/1983 durante una conferenza stampa, Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, annunciò la nomina di Egidio.

In quel mese effettivamente Meneguzzi disse alla stampa di essere stato lui a «nominare l’avvocato Egidio, perché lo ritengo più adatto a questo genere di cose del mio legale abituale, l’avvocato Gatti»61A. Purgatori, Colloquio fra il giudice e lo zio di Emanuela, il Corriere della Sera, 07/1983.

Il giornalista Pino Nicotri ha però sottolineato che Adolfo Gatti si era già occupato di casi importanti essendo stato l’avvocato della famiglia Agnelli in occasione del rapimento della suocera. Inoltre, si stupisce che Meneguzzi potesse avere come «avvocato usuale» uno dei migliori penalisti d’Italia.

Il 12/7/1993 Ercole Orlandi, padre di Emanuela, sostenne invece che la scelta di questo legale era stata “suggerita” loro dal funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola, il quale aveva provveduto anche a presentarglielo62P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 69. Gramendola tuttavia smentirà la circostanza.

Gramendola si recò anche lui a casa Orlandi, accompagnando Gangi e presentandosi come “Leone”. Giulio Gangi più avanti dirà che si trattava del suo capo sotto falso nome63citato in P. Nicotri, Emanuela Orlandi, la verità, p. 67 e sospetterà fortemente del suo operato domandandosi: «E se fosse stato un complice del rapimento?»64citato in O. Lupacchini, M. Parisi, Dodici donne un solo assassino?, Koiné 2006, p. 54.

Nel 2002, Ercole Orlandi affermò: «Noi a Egidio non abbiamo mai pagato neppure una lira, la questione economica era già stata sistemata prima che mi facessero firmare il documento preparato dal Sisde per la nomina del legale. Per giunta solo dopo vari anni mi hanno comunicato che con quella firma avevo nominato un altro avvocato, Massimo Krogh, come sostituto di Egidio in caso di suo impedimento»65citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 69.

Massimo Krogh è stato legale di Pietro Orlandi almeno fino al 2015.

Nel 2013 Pietro Orlandi ha confermato che «fu Gianfranco Gramendola, carabiniere del Sisde, nome in codice Leone a presentarcelo esclamando: “Tranquilli, quest’avvocato è la mano di Dio!”. Poi fu lo stesso Egidio a dirci che si era occupato dei Rothschild e, mi pare, del caso Calvi. Era sempre lui, l’avvocato, ad andare a parlare con il cardinal Giovanni Battista Re, allora assessore della Segreteria di Stato».

Infatti, l’avv. Egidio fu anche legale della famiglia della baronessa Jeanette de Rothschild, sparita a Sarnano (Marche) il 29/11/1980 e il cui scheletro (oltre a quello della sua segretaria Gabriella Guerin) fu ritrovato il 27/01/1982 sui monti del maceratese (a 15km di distanza). Un caso apparentemente legato alla Orlandi, ne parliamo più sotto.

Nel 2013 Marco Accetti inserì il caso della baronessa nell’ambito della guerra tra fazioni vaticane e riferì che nel “ganglio” opposto al suo ci sarebbero stati esponenti del Sisde: «Alcuni membri della parte a noi avversa credettero di ravvisare in noi i responsabili della morte della baronessa Rothschild, per cui nel 1983, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, suggerirono alle famiglie delle ragazze la nomina legale dell’avvocato Gennaro Egidio, già legale della famiglia Rothschild in ordine alla scomparsa della baronessa».

In realtà per la famiglia Gregori sembra sia andata diversamente: il padre della ragazza dichiarò allora che soltanto a seguito del primo comunicato del gruppo “Turkesh”, in cui si fece il nome di Mirella per la prima volta, venne deciso di rivolgersi allo stesso avvocato della Orlandi.

 

Nel video qui sotto, Maria Antonietta Gregori riferisce una terza versione: fu l’avv. Egidio a proporsi alla famiglia Gregori dopo il primo comunicato del “Fronte Turkesh”

 

Nel gennaio 2016 abbiamo intervistato Marco Accetti, il quale ci ha detto:

«Il “Fronte Turkesh” era qualcuno dei servizi segreti, o l’altra parte o l’avv. Egidio, che poi è la stessa cosa. Egidio era un ruolo un po’ dell’altra parte, faceva capo ai vertici dello IOR per cui sapevamo che era persona dell’altra parte. Tutte le telefonate a lui non significavano nulla, era solo affinché le riferisse poi ai giornalisti. Non avevamo niente da chiedere all’avv. Egidio e lui niente da darci».

 

Un ultimo aspetto “controverso” sull’avv. Egidio fu la sua idea, esposta nel 2002 al giornalista Pino Nicotri, che la soluzione del caso Orlandi si trattasse di una spiegazione “più semplice”, una pista che portava a Torano, alla zia Anna Orlandi e al suo amante. Ne parliamo nella prossima sezione, dedicata proprio alla zia Anna.

Quelli dell’avv. Egidio (pagato dal Sisde) erano convinzioni e dubbi autentici oppure stava indirizzando un giornalista molto informato e attivo sul caso verso una pista falsa, lontana da quella reale? Ritorna poi il paese di Torano, luogo di incontro tra Giulio Gangi (Sisde) e la famiglia Orlandi.


 

Conclusioni sull’avv. Egidio.

Rimane misterioso chi introdusse l’avv. Gennaro Egidio in casa Orlandi, lo zio Meneguzzi o i servizi segreti? Chi lo pagò? Ha ragione Meneguzzi o Ercole Orlandi?

Ci sono persone che potrebbero aiutare a fare luce su questo, ad esempio l’avv. Massimo Krogh, che venne nominato allora come sostituto (a insaputa della famiglia) e fino a qualche anno fa era difensore di Pietro Orlandi.

Non risulta infine che la famiglia Orlandi abbia mai commentato la convinzione del proprio legale, Gennaro Egidio, sul fatto che la sparizione di Emanuela fosse legata al paese di Torano e alla zia Anna Orlandi.

 

 

1.6 La zia Anna Orlandi

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La zia di Emanuela, Anna Orlandi, è stata coinvolta più volte nella vicenda.

Come già detto nella sezione precedente, il primo a parlarne fu l’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi e dei Gregori, nel maggio 2002, dialogando con Pino Nicotri.

Emanuela potrebbe essersi allontanata di sua iniziativa? «Tutto è possibile», rispose l’avvocato, collegando subito a questa risposta una vicenda inedita:

«C’è tutta la questione dove loro passavano le vacanze, nel paesino, lì a Torano. Tutta gente che era intorno alla zia dell’Emanuela, Anna mi pare che si chiami. Questa donna che veniva seguita addirittura e nonostante la sua età, e non vorrei aggiungere altro. Che è una santa donna, una bravissima donna. E perché c’era una persona che era diventato un amico addirittura dell’Anna e compagnia bella, e lei quindi parlava liberamente, perché parlava sempre molto bene, con orgoglio dei della nipote e degli altri. E quindi non si è mai capito questo tizio chi fosse, come mai poi dopo alla fine è scomparso proprio dopo che Emanuela era scomparsa […]. Lui dette un nome falso all’Anna. Questo è il punto. Questo tizio magari successivamente potrebbe avere a che fare, per l’amor del cielo […] Questo qui accompagnava e conosceva molto bene l’Anna, che l’aveva conosciuto se ricordo bene in via Cola di Rienzo, c’era quest’uomo, mentre lei era in un negozio, che poi lei conobbe. E poi questo cominciò a conoscerla, a seguirla, a frequentarla… e delle volte uscivano anche con l’Emanuela insieme […] Ci sono state tante di quelle persone che volevano seguire questa storia che veniva adoperata per altri fini, per altre questioni». Nicotri afferma: «E anche gli Orlandi credo non sapessero in realtà chi era e che faceva la figlia», risposta: «Sono pienamente d’accordo con lei».

 

La zia Anna, morta nel novembre 2011 all’età di 80 anni, ha sempre abitato in casa Orlandi, crescendo Pietro, Emanuela e gli altri figli assieme a Maria e Ercole Orlandi. Dopo la scomparsa di Emanuela, la donna smise di abitare in Vaticano per trasferirsi nel paesino di Torano.

E’ comprensibile a questo riguardo la perplessità di Pino Nicotri sul fatto che nessuno della famiglia abbia mai parlato di lei nelle varie interviste e libri (neanche in quello di Pietro Orlandi, Mia sorella Emanuela), tanto che ha scritto di averne «scoperto l’esistenza solo parlando con l’avvocato Egidio, nel corso di una telefonata. Secondo il cronista che vi scrive e segue il caso Orlandi da dieci anni, la rilettura di vecchi appunti in effetti fa apparire la zia Anna come un personaggio che potrebbe diventare centrale».

La vicenda della zia Anna Orlandi porta direttamente ad una delle piste minoritarie del caso, proposta dalla fotografa Roberta Hidalgo (ne parliamo più sotto). La Hidalgo, dopo essersi procurata del materiale biologico di vari esponenti della famiglia Orlandi, sostenne che Emanuela Orlandi sarebbe in realtà figlia di Anna Orlandi (cioè, quella che è la zia) e Paul Marcinkus, cardinale e allora capo dello Ior. Emanuela vivrebbe con il fratello Pietro a Roma, mentre la vera moglie di Pietro, Patrizia Marianucci, vivrebbe in campagna. Una tesi decisamente estrema, come vedremo.

Restando sulla zia Anna, Roberta Hidalgo sostenne anche che avrebbe avuto una relazione con un uomo sposato di nome Giuliani, il quale avrebbe abitato con la propria moglie nel paesino di Torano, dove gli Orlandi andavano a passare le vacanze. La relazione adulterina tra Anna e Giuliani sarebbe stata ben nota in paese.

Poco dopo la scomparsa di Emanuela, Anna Orlandi smise di abitare in casa dagli Orlandi per ritirarsi a Torano, dove avrebbe accolto in casa e curato Giuliani quando questi rimase paralizzato. L’uomo avrebbe vissuto con lei fino alla morte. Da allora Anna Orlandi si sarebbe fatta chiamare Giuliana Giuliani, cognome al quale avrebbe anche intestato il telefono di casa.

Soffermiamoci un attimo sul nome Giuliani.

Il telefonista “Pierluigi”, che chiamò casa Orlandi subito dopo la scomparsa di Emanuela, disse di averla vista (chiamandola “Barbarella”) mentre vendeva collanine in piazza Campo de Fiori e voleva degli occhiali Ray Ban. Ercole Orlandi ricordò che due estati prima, a Torano, Emanuela e alcune amiche avevano venduto ad un banchetto di strada delle collanine e ricordò un discorso proprio sui Ray Ban nell’estate precedente, sempre a Torano, tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani, «figlia non ricordo se di un vigile urbano o di un poliziotto che comunque si chiamava Nicola e abitava a Roma in via Portinari»66citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 33.

E’ curioso che il cognome dell’amica di Emanuela fosse Giuliani, lo stesso che secondo Roberta Hidalgo sarebbe appartenuto all’uomo con cui la zia Anna Orlandi avrebbe avuto una relazione adulterina a Torano. Una coincidenza?. Da dove prese questo cognome la Hidalgo?

Intervistata da Pino Nicotri, la zia Anna Orlandi rispose confermando parte della storia, cioè che l’uomo le aveva dato un nome falso (confermato anche da Ercole Orlandi) e che quando lei scoprì che era sposato decise di non vederlo più. Lo stesso disse anche ai magistrati, che non riuscirono a rintracciare quest’uomo né ad interrogarlo.


 

Conclusioni sulla zia Anna Orlandi.

L’avv. Egidio, Roberta Hidalgo e la zia Anna Orlandi hanno confermato la presenza di un uomo nella vita di quest’ultima, che lei avrebbe conosciuto con un nome falso. L’avvocato di famiglia, Egidio, e Hidalgo sostengono anche una relazione (Egidio) adulterina (Hidalgo). Mentre Hidalgo localizza questa relazione a Torano, paese di villeggiatura degli Orlandi (chiamando l’uomo “Giuliani”), Egidio sembra localizzarla a Roma (in via Cola di Rienzo) anche se inizia il discorso fortemente allusivo con queste parole: «C’è tutta la questione dove loro passavano le vacanze, nel paesino, lì a Torano. Tutta gente che era intorno alla zia dell’Emanuela, Anna mi pare che si chiami».

Mentre Hidalgo è convinta che la zia Anna avesse anche avuto una relazione con mons. Marcinkus da cui sarebbe nata Emanuela, l’avv. Egidio sospettò un coinvolgimento di Emanuela nella relazione tra la zia Anna e l’uomo misterioso («e delle volte uscivano anche con l’Emanuela insieme»), elemento che alcune persone avrebbero voluto usare per «altri fini».

Non ci risulta che gli Orlandi abbiano mai chiarito definitivamente questa vicenda della zia, rispondendo ai dubbi dell’avv. Egidio o al libro della Hidalgo. La ritengono comprensibilmente una vicenda offensiva, che tocca vicende private di una loro intima parente, tuttavia mettere luce su tutto ciò aiuterebbe a togliere ogni minimo sospetto.

Anche la fotografa Hidalgo dovrebbe chiarire le fonti delle sue affermazioni e, soprattutto, da dove abbia reperito che il cognome dell’uomo che avrebbe avuto una relazione con Anna Orlandi fosse Giuliani.

 

 

1.7 I paesi di Torano e Bolzano

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Nella vicenda Orlandi compaiono frequentemente due paesi italiani, Torano e Bolzano.

Nel corso degli anni sono emersi più volte, intrecciati ad alcune piste investigative che non sembrano avere alcun collegamento tra loro.


 

Bolzano.

La prima volta che appare Bolzano, capoluogo di provincia del Trentino-Alto Adige, nel caso Orlandi è legato alla (controversa) compagna di Emanuela, Raffaella Monzi.

Come abbiamo visto in una sezione precedente, la Monzi fu una delle ultime persone a vederla prima della sparizione. Negli anni successivi raccontò di aver ricevuto tantissimi messaggi e telefonate minatorie che la costrinsero a trasferirsi a Bolzano, sua città d’origine.

La madre di Raffaella ha confermato che dal 1983 la vita di Raffaella cambiò radicalmente e «decidemmo di andare via da Roma e di trasferirci a Bolzano, ma c’erano persone che hanno continuato a controllarci. Raffaella fu seguita da un giovane biondino. Ogni volta ce lo trovavamo davanti e un giorno le disse: “Vieni via con me, lascia i tuoi genitori…”. Fu un episodio che ci colpì anche se decidemmo di non darci peso, pensando che fosse uno spasimante».

Un’altra vicenda che si svolge in quest’area geografia iniziò il 04/03/1985, quando Josephine Hofer Spitaler, abitante di Terlano (15 minuti da Bolzano), dichiarò ai carabinieri che il 15/8/83 vide arrivare presso la casa in cui abitava un’auto targata Roma, da cui scesero un uomo e una ragazza barcollante che riconobbe essere Emanuela Orlandi (avrebbe indossato un girocollo in materiale non metallico dai colori sbiaditi, mentre Emanuela indossava una fascetta gialla e rossa, come si vede nella famosa foto che fu appesa a Roma67P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 178).

L’appartamento in cui fu fatta entrare la ragazza era abitato da Kay Springorum e Francesca di Teuffenbach. Dopo tre giorni, il 19/8/83 sarebbero arrivati Rudolf di Teuffenbach, cognato di Kay Springorum, sua moglie e un’altra donna. La ragazza con la fascetta sarebbe stata portata in Germania68P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, pp. 179-191.

La Hofer confermò il racconto di fronte al giudice istruttore e ai sospettati i quali, però, si ritennero estranei ai fatti sostenendo di aver ospitato quel giorno altre persone69Atti del processo, 05/08/97. Il giudice Adele Rando verificò che Rudolf di Teuffenbach (l’uomo che avrebbe prelevato Emanuela da casa dei coniugi) appartenere al Sismi, con funzioni di capocentro della sede di Monaco di Baviera (la Hofer, pur non essendo a conoscenza di questo, riferì di aver sentito che la ragazza sarebbe stata portata in Germania)70A. Rando, Atti del 19/12/97, p. 28.

Il giornalista Tommaso Nelli ha rintracciato molteplici aspetti non chiari nella testimonianza della Hofer.

Oltre ad alcune contraddizioni nelle varie deposizioni e alla sorprendente decisione di presentarsi in caserma dopo così tanto tempo, nel 1985 il figlio Norbert Spitaler smentì che la donna avesse parlato in casa della vicenda, come invece da lei sostenuto. Josephine Hofer indicò inoltre altri colori (verde-grigio) relativi alla fascetta indossata dalla ragazza e emersero attriti tra lei e gli Springorum (l’avevano licenziata nell’ottobre 1983). Infine, non vi fu alcun riferimento a Emanuela Orlandi nelle telefonate degli Springorum e dei Teuffenbach, intercettate per tre mesi.

Nel 1997 la sentenza conclusiva assolse gli indiziati soprattutto perché si dimostrò con ragionevole certezza che, il 19/08/1983, Rudolf di Teuffenbach non era a Terlano bensì a Monaco di Baviera. Pietro Orlandi, per nulla soddisfatto, scrisse: «Le indagini in quella direzione si sono fermate proprio per la presenza di un funzionario dei nostri servizi segreti militari»71P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 186).

All’incirca nello stesso periodo di tempo in cui sarebbero avvenuti i fatti di Terlano raccontati da Josephine Hofer Spitaler, a pochi chilometri di distanza nella città di Bolzano, l’insegnante di musica Johanna Blum avrebbe ricevuto una telefonata tra la mezzanotte e l’una.

Recatasi ai carabinieri della città (in data non chiara), la Blum riferì che «tra fine di luglio e inizio agosto del 1983, in casa mia squillò il telefono. Risposi. Una giovane, parlando rapidamente, disse: “Sono Emanuela Orlandi, mi trovo a Bolzano, informi la polizia”. Poi attaccò». Subito dopo, avrebbe ricevuto «un’altra telefonata. Una voce maschile mi ordinò: “Dimentichi quello che ha sentito, capito?” Poi interruppe la comunicazione. Spaventata, chiamai il 113: mi dissero di chiudermi in casa»72citata in P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 182.

La donna disse di essere stata più volte a Roma, di aver distribuito a colleghi o allievi i propri biglietti da visita e di conoscere la scuola di musica di Emanuela “per la sua notorietà” ma di non avere avuto contatti specifici73citata in P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 182.

Rimane controverso il fatto che anche lei, come la Hofer, abbia denunciato i fatti a così tanto tempo di distanza e soltanto dopo la denunica di Josephina Hofer.


 

Torano.

Il paesino di Torano, al confine tra Lazio e Abruzzo, era il luogo di villeggiatura degli Orlandi.

Entrò nella vicenda con il primo telefonista che chiamò casa Orlandi dopo la sua sparizione: “Pierluigi” disse di aver visto Emanuela (chiamandola “Barbarella”) mentre vendeva collanine in piazza Campo de Fiori e voleva degli occhiali Ray Ban.

Il padre Ercole si ricordò che effettivamente due estati prima, proprio a Torano, Emanuela e alcune amiche avevano venduto ad un banchetto di strada delle collanine. Inoltre, durante l’estate precedente, sempre a Torano, si affrontò un discorso sui Ray Ban tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani, «figlia non ricordo se di un vigile urbano o di un poliziotto che comunque si chiamava Nicola e abitava a Roma in via Portinari»74citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 33.

Come abbiamo visto nella sezione a lui dedicata, l’agente del Sisde Giulio Gangi -che da subito aiutò la famiglia Orlandi nella ricerca di Emanuela- conobbe gli Orlandi diverso tempo prima del 1983. Si innamorò della cugina di Emanuela, figlia dello zio Mario Meneguzzi e fu lei a coinvolgerlo il giorno della sparizione75O. Lupacchini, M. Parisi, Dodici donne un solo assassino?, Koiné 2006, pp. 184, 185.

Infine, nella precedente sezione abbiamo indicato che sempre nel paesino di Torano si dipanerebbe il caso della zia Anna Orlandi.

L’avvocato di famiglia, Gennaro Egidio, e la fotografa Roberta Hidalgo, sostennero che la donna frequentasse un uomo conosciuto sotto falso nome. La zia Anna confermò di aver conosciuto un uomo sotto falso nome ma che si sarebbe allontanato appena saputo che era spostato.

Hidalgo parlò invece di una relazione adulterina che sarebbe divenuta stabile dopo la sparizione di Emanuela, quando Anna Orlandi si trasferì definitivamente a Torano. L’avv. Egidio legò la sparizione di Emanuela a una «questione dove loro passavano le vacanze, nel paesino, lì a Torano. Tutta gente che era intorno alla zia dell’Emanuela, Anna mi pare che si chiami». Aggiungendo che la zia e quest’uomo misterioso «delle volte uscivano anche con l’Emanuela insieme», elemento che alcune persone avrebbero voluto usare per «altri fini».


 

Conclusioni su Torano e Bolzano.

Dagli elementi emersi finora non sembra vi siano collegamenti importanti tra il caso Orlandi e questi Paesi.

E’ pur vero che vi sono coincidenze a dir poco singolari che si potrebbe ulteriormente verificare, come quelle esposte finora. Ma al momento sembrano per l’appunto soltanto mere casualità.

 

 

1.8 I telefonisti Pierluigi, Mario e l’Amerikano

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Con i telefonisti ci riferiamo a coloro che chiamarono casa Orlandi (e non solo) già pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela: “Pierluigi” e “Mario” e, qualche giorno dopo, l’Amerikano (ma ci fu anche il “calabrese”).

Si citarono a vicenda e produssero elementi in comune, dimostrando un collegamento tra loro. L’avvocato della famiglia Orlandi, Egidio, era convinto che «era sempre lui, una sola persona per tutti questi personaggi»76G.P. Pelizzaro, Emanuela e Mirella, una regia per due misteriosi rapimenti, L’Indipendente, 18/12/1993.

Mentre i primi due sostennero che Emanuela si fosse allontanata volontariamente, il terzo introdusse il tema della contrattazione tra Emanuela e la liberazione di Alì Agca.


 

Il telefonista “Pierluigi”.

Il nome “Pierluigi” compare più volte nel caso Orlandi.

Innanzitutto fu il primo telefonista che chiamerà a casa Orlandi il 25 giugno 1983, due giorni dopo la sparizione di Emanuela, senza che il telefono fosse ancora dotato di registratore77G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 3, 4.

“Pierluigi” disse di avere 17 anni e di essere stato spinto a chiamare dalla sua fidanzata. Quest’ultima avrebbe visto le foto di Emanuela sui giornali riconoscendo la ragazza che avrebbe incontrato il 23/06 (giorno della scomparsa) in Campo de Fiori mentre vendeva piccole mercanzie e prodotti della Avon78G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3. Disse che Emanuela portava capelli tagliati di recente a caschetto, diceva di chiamarsi Barbarella, era assieme ad un’amica più grande e aveva con sé un flauto riposto in una custodia nera79citato in P. Nicotri, Mistero Vaticano, pp. 31, 32.

Il telefonista aggiunse che Emanuela avrebbe rifiutato la proposta della sua ragazza di suonare il flauto in piazza Navona in quanto «per leggere avrebbe dovuto mettersi un paio di occhiali con la montatura bianca che la imbruttivano», preferendo la marca Ray Ban, la stessa che indossava la fidanzata di Pierluigi. L’uomo riferì inoltre che Emanuela soffriva di astigmatismo ad un occhio80G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 3 .

Il fatto sorprendente è che ancora nessuno aveva rivelato pubblicamente che Emanuela, prima di sparire, aveva telefonato a casa parlando proprio di un lavoro offerto per distribuire volantini per la Avon. Inoltre, come già osservato in una sezione precedente, il padre Ercole Orlandi ricordò che due estati prima, a Torano, Emanuela e alcune amiche avevano venduto ad un banchetto di strada delle collanine, nonché ricordò un dialogo sui Ray Ban, sempre a Torano, tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani81P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 33.

“Pierluigi” telefonò anche il giorno successivo (26/06/1983) dicendo di essere in un ristorante al mare con i genitori (con tanto di rumori di piatti in sottofondo). Aggiunse poi che Emanuela avrebbe dovuto suonare all’ormai prossimo matrimonio della sorella.

Nella sentenza del 2015 si confermò che i dettagli forniti dal telefonista corrispondevano tutti alla verità dei fatti e convinsero gli inquirenti all’autenticità del telefonista82G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3.

 

Qui sotto la ricostruzione della telefonata di “Pierluigi”:

 

Per quanto riguarda il ristorante in località marina citata da “Pierluigi”, ricordiamo che il 19/09/83 in una lettera firmata “Gruppo Phoenix”, una delle sigle che comparve dopo la sparizione di Emanuela, si minacciò il primo telefonista: «“Pierluigi” è assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti».

Chi era “Pierluigi”? Come poteva conoscere dettagli veri e così personali su Emanuela, quando ancora nessuno stava indagando sulla sua scomparsa?

Un amico (e spasimante) di Emanuela Orlandi era Pierluigi Magnesio, anch’egli cittadino vaticano. Non è mai stato chiarito dove fosse il giorno della scomparsa, allora disse di essere stato a Ladispoli con la famiglia mentre recentemente ha sostenuto di aver atteso Emanuela dopo la lezione di musica assieme alla sorella Cristina. Certamente però nei due giorni successivi fu realmente a Ladispoli e cenò con i genitori in un ristorante sul mare. Il telefonista si stava riferendo a lui?

Nel 2013, Marco Accetti, reo-confesso di aver orchestrato l’allontanamento di Emanuela, ha fornito la sua versione dicendo che scelsero il nome “Pierluigi” per alludere a mons. Pierluigi Celata, che affermò essere acerrimo nemico di Marcinkus, nonché riferimento della fazione di cui faceva parte (senza che il prelato fosse coinvolto con le loro attività). Mons. Celata sarebbe stato anche il suo confessore durante la frequentazione del collegio San Giuseppe De Merode.

Pietro Orlandi ha ricordato anche che l’arcivescovo Pierluigi Celata all’epoca della scomparsa di Emanuela era il segretario del Segretario di Stato, Agostino Casaroli, il quale avrebbe ricevuto le telefonate dell'”Amerikano” sulla linea codificata 158.

Per quanto riguarda il rumore di sottofondo di un ristorante, Accetti scrisse:

«Costui dice di chiamare da un ristorante (il noto ristorante di Torvaianica frequentato da vari protagonisti di questi fatti [gli uomini di De Pedis, NDA]). Fui io personalmente a registrare il rumore di sottofondo al ristorante “Pippo l’Abruzzese” di Tor Vaianica […]. Nel caso la telefonata potesse essere registrata e sottoposta al giudizio di un esperto, le caratteristiche specifiche di alcuni rumori potevano far risalire proprio a quell’ambiente»83M. Accetti,Memoriale, 16/04/2014.

 

Le altre indicazioni (o codici) presenti nella telefonata le descrisse così84M. Accetti,Memoriale, 16/04/2014:

  • “Pierluigi” dice che deve compiere 17 anni ➡ Codice delle apparizioni di Fatima, cioè 13-5-17 (da associare all’età di “Mario”, il secondo telefonista, che dirà di avere 35 anni85G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3);
  • Emanuela si fa chiamare Barbarella ➡ Codice di Chiesa Santa Barbara de’ Librari presso Campo de Fiori, piazza in cui aveva il negozio Domenico Balducci nel quale riciclava denaro di Pippo Calò (alias Mario Aglialoro) e che fu ucciso nel 1981 da De Pedis per aver trattenuto denaro di Calò;
  • Emanuela è in compagnia di un’altra ragazza ➡ Codice della compagna del Convitto, complice nel giorno della sparizione di Emanuela;
  • Emanuela deve suonare al matrimonio della sorella a settembre ➡ Codice che indicava che sarebbe rientrata entro settembre se si fosse accettata la trattativa;

 

Secondo la testimonianza dei familiari della Orlandi, la voce di “Pierluigi” risultò essere posata, senza inflessioni. Fu da loro ribattezzato per questo “il pariolino”.

Marco Accetti ha affermato invece che “Pierluigi” sarebbe stata una ragazza: «Pierluigi era una mia amica, certo: valutammo che la sua voce si avvicinasse di più a quella di un diciassettenne e funzionò»86citato in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014. Aggiunse: «Era una mia consuetudine, nei miei vari lavori cinematografici, usare delle ragazze per prestar la voce a personaggi di adolescenti maschili»87M. Accetti,Memoriale, 16/04/2014.

 

“Pierluigi” non è solo il nome del primo telefonista ma anche quello di un compagno di classe di Emanuela Orlandi, Pierluigi Magnesio. Anch’egli cittadino vaticano, figlio di un elettricista in servizio presso la Santa Sede. Fu la prima persona a cui pensarono gli investigatori dopo la comparsa del primo telefonista.

Il sostituto procuratore generale Giovanni Malerba, nella sua requisitoria dell’agosto 1997, ipotizzò addirittura che fosse stato proprio lui, sotto pressione o minaccia, a telefonare:

«Non sembra azzardata l’ipotesi che il ‘Pierluigi’ delle prime tre telefonate possa identificarsi nel predetto Magnesio Pierluigi; l’età del giovane al momento del fatto induce senz’altro a escludere il suo consapevole e volontario coinvolgimento nel sequestro; e tuttavia, ove il ‘telefonista’ Pierluigi si identificasse nel Magnesio, dovrebbe inferirsi che questi fosse stato contattato dai sequestratori e indotto, verosimilmente con minacce, a effettuare le prime telefonate in funzione di depistaggio. Ove così fosse, ancora oggi il Magnesio potrebbe fornire utilissimi elementi per l’identificazione dei sequestratori. Appare pertanto utile, se non necessario, approfondire l’indagine sul punto».

 

Il 27/10/1987 mentre la trasmissione Telefono Giallo si stava occupando del caso Orlandi, ricevettero questa telefonata in diretta: «Buonasera, sono Pierluigi. Se parlo, mi ammazzano». Secondo gli approfondimenti della Procura di Roma si trattò proprio di Magnesio, l’amico di Emanuela. Questa vicenda emerse per la prima volta nella richiesta di archiviazione del 2013.

Magnesio vivrebbe all’estero, in un Paese non rivelato.


 

Il telefonista “Mario”.

Il 28/06/83, a cinque giorni dalla scomparsa di Emanuela e dopo due giorni dall’ultima telefonata di “Pierluigi”, comparve “Mario”, il secondo telefonista.

La telefonata venne registrata ed è possibile ascoltarne una parte nell’audio qui sotto (qui la trascrizione integrale).

 

“Mario” disse di avere 35 anni e di voler scagionare un suo amico che lavora per la Avon, aggiungendo che con quest’ultimo lavorano solo due ragazze, di cui una si chiama “Barbarella” (lo stesso nome usato da “Pierluigi”), la quale sarebbe rientrata a casa a settembre per il matrimonio della sorella (altro indizio usato già dal primo telefonista)88G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 3.

Con spiccato accento romano, “Mario” disse che tale “Barbarella” avrebbe i capelli tagliati a caschetto (altro indizio fornito da “Pierluigi”) e verrebbe da Venezia. Si sarebbe allontanata da casa perché «c’ho ‘na vita piatta, una vita troppo comune».

Nella lunga e confusa telefonata, “Mario” descrisse così “Barbara”: «Capelli corti, scuri, alta, alta più de me perché so’ un po’ bassetto». Lo zio Meneguzzi domandò maggior precisione sull’altezza della ragazza e l’uomo rispose: «Un metro e cinquanta, sessanta?». Il telefonista apparve titubante, tanto che nell’audio si sente una seconda voce che gli suggerisce: «No de più, de più».

 

Qui sotto una parte della telefonata originale di “Mario”:

 

Il 19/09/83 nella già citata lettera del “Gruppo Phoenix”, oltre a “Pierluigi” si minacciò anche “Mario”: «Vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione. La persona amica che ha tradito può assolvere le proprie colpe perché è meglio una confessione oggi che la morte domani, a tutti gli elementi implicati giova ricordare che sono ovunque raggiungibili. Order N.Y. A.D.C.».

Nel suo Memoriale, Marco Accetti diede la sua versione rispetto al secondo telefonista:

«In seguito chiamerà un certo “Mario” (sapevamo dell’esistenza di un latitante appartenente alla criminalità di origine mafiosa, e identificabile con lo pseudonimo di “Mario Aglialoro” [si riferisce a Pippo Calò, NDA]. Di costui si vociferava potesse essere il mandante dell’omicidio del presidente del Banco Ambrosiano, dottor Calvi. Questo riferimento avrebbe dovuto contribuire ulteriormente ad allarmare le persone vicine a monsignor Marcinkus. Essendo il riferimento, in senso lato, quello di un “malavitoso”, il parlare dovrà apparire ‘sporco’ e illetterato. Costui dichiara di essere proprietario di un bar, riferimento al bar Gregori, che colloca accanto a ponte Vittorio Emanuele II, nei cui pressi si trova il negozio del padre di Stefano Coccia. Per cui Mario, nella stessa telefonata, cita la Orlandi, la Gregori e Stefano. Dichiara altresì di avere 35 anni, e questa età posta assieme all’età dichiarata dal sedicente Pierluigi, ricompone ulteriormente la nota data di Fatima, 13-5-17».

 

Accetti si riferisce a Stefano Coccia, un giovane che fu da lui effettivamente fermato verso fine novembre 1983. Determinante sarebbe stato il numero civico del negozio del padre, 351, che avrebbe richiamato l’apparizione di Fatima. Coccia confermò che venne avvicinato da Accetti e da una donna nei pressi della gioielleria del padre con la scusa di una fotografia89G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 46, 48. Ne parliamo in una successiva sezione.

Ecco i codici schematizzati presenti nella telefonata di “Mario”, secondo il racconto di Accetti90M. Accetti, Memoriale, 2014:

  • Il nome “Mario” ➡ Codice di Mario Aglialoro, cioè Pippo Calò, mandante dell’omicidio Calvi;
  • Proprietario di un bar ➡ Codice di Mirella Gregori, i cui genitori possedevano un bar;
  • Un bar accanto a ponte Vittorio Emanuele II ➡ Codice del negozio del padre dove verrà fermato Stefano Coccia;
  • “Mario” ha 35 anni ➡ Codice delle apparizioni di Fatima (13-5-17), va unito ai 17 anni di “Pierluigi”;
  • “Mario” parla di una “ragazza francese”, amica di un qualcuno vicino piazza Navona ➡ Codice dei servizi segreti francesi in rapporto con Francesco Pazienza, abitante vicino a piazza Navona;
  • “Mario” cita il quartiere Monteverde ➡ Codice di Villa Stricht, residenza di molti prelati statunitensi tra cui mons. Bruno e mons. Marcinkus;
  • “Mario” accenna ad altre ragazze ➡ Codice, già usato da “Pierluigi”, per indicare le tesstimoni che confermeranno le “accuse” della Orlandi verso Marcinkus una volta rientrata a casa;

 

Nel febbraio 2006 Antonio Mancini, uno dei boss della banda della Magliana e collaboratore di giustizia, affermò di aver riconosciuto nella voce di “Mario” uno dei killer della Magliana, col soprannome di Rufetto, ovvero Libero Giulioli91G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 11. Per Mancini costui era «alle dipendenze unicamente di De Pedis, era il suo sicario personale e già all’epoca possedeva un ristorante a Trastevere»92citato in O. Lupacchini, M. Parisi, Dodici donne un solo assassino?, Koiné 2006, pp. 48, 49. Il confronto della voce tra Mario e Libero Giuliani, realizzato dalla polizia, diede esito negativo93G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 12.

Nel 2008 la voce di “Mario” risultò avere un “elevato grado di similitudine” con quella dell’uomo che telefonò a “Chi l’ha visto?” nel 2005, aprendo di fatto le indagini sul collegamento tra il caso Orlandi e la Banda della Magliana94G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 26.

Sempre nel 2008 i periti della Procura di Roma hanno ritenuto somigliante la voce di “Mario” a quella di Giuseppe De Tomasi, membro della Banda della Magliana. Un abbaglio in quanto la sentenza di ordinanza del giudice istruttore Otello Lupacchini, datata 13 agosto 1994, riferiva che De Tomasi era in carcere dal 21/06/83.

Nell’estate 2013, il giornalista Fabrizio Peronaci assistette all’imitazione di Marco Accetti della voce del telefonista “Mario”, descrivendola così:

«Quel giorno in terrazza, mi chiese di posare il telefonino a terra, per essere certo che non registrassi, tirò il fiato più volte, allargò il diaframma, si sfregò il naso soffiando, chiuse gli occhi per concentrarsi e cominciò a parlare velocemente. “Allora, signor Orlandi, me stai a sentì?… Tu fija ha detto che se chiama Barbarella, che è stufa de ’sta vita piatta, che vole annassene pe’ conto suo pe’ quarche tempo”. Impressionante. Stesso timbro. Identico intercalare del sedicente Mario, la cui voce registrata ho ascoltato più di una volta»95F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014.

 

Nel 2013 furono gli inquirenti a comparare la voce di Marco Accetti a quella di “Mario”, concludendo l’impossibilità ad «effettuare alcuna analisi di tipo strumentale» a causa della notevole distanza temporale, rilevando però similitudini soggettive tra le cadenze linguistiche tra Accetti, l'”Amerikano”, “Mario” e “Phoenix”96G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 49.

Nel gennaio 2016 abbiamo intervistato Marco Accetti, il quale ha confermato di essere stato il telefonista “Mario”, usando appositamente un accento romanesco: «L’ha capito anche Egidio che fece fare delle perizie assieme a Nicola Cavaliere, allora capo della Mobile, e hanno capito che era la stessa persona». Intendeva dire che l'”Amerikano” e “Mario” erano la stessa persona, cioè Accetti stesso.

 

Nel 2018 abbiamo realizzato una comparazione di voci tra Marco Accetti e il telefonista “Mario”, questo è il risultato:

 

Nelle conclusioni della Procura sull’attendibilità di Marco Accetti, i magistrati hanno usato proprio la telefonata di “Mario” come esempio per dimostrare che l’uomo conoscerebbe bene gli elementi oggetto dei vari processi ma risulterebbe vago e poco circostanziato sugli elementi mai pubblicati.

Ecco cosa scrissero gli inquirenti:

«Esemplificativa è stata l’analisi effettuata nel corso della deposizione del 18 aprile 2013 del testo della telefonata di “Mario” della quale sono stati riportati negli anni solo piccoli brani e che non è stata oggetto di stampa nemmeno processuale. Rispetto a tale telefonata, Accetti non conosce né durata, né contenuto, salvo poi darne un’interpretazione in chiave di “codici” presenti all’interno della stessa e dichiarare di essere stato presente quando venne effettuata escludendo tuttavia che si sia trattata di una telefonata unica»97G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 50, 51.

 

Nel 2024 una perizia fonica richiesta dal legale di Marco Accetti e affidata al consulente tecnico Marco Arcuri, esperto di informatica e di IA, ha evidenziato tramite metodo Linear Predictive Coding (LPC) una compatibilità media dell’86% tra la voce del telefonista “Mario” e quella di Accetti.


 

Il telefonista “l’Amerikano”.

L’entrata in scena del terzo telefonista, l'”Amerikano” (o “Amerikano”), il 5/7/83 (due giorni dopo il primo appello di Papa Wojtyla), segnerà la svolta nella vicenda. Fu soprannominato dall’avv. Egidio l'”Amerikano” perché perché parlava (o, meglio, simulava) un accento italo-americano.

Alle 12:50 telefonò prima alla Santa Sede e, dopo un’ora, a casa Orlandi, facendo ascoltare un nastro con la voce di Emanuela (quasi certamente autentica) mentre ripete più volte questa frase: «Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele II. Dovrei fare il terzo liceo quarto anno scientifico»98Trascrizione integrale della telefonata dell’Amerikano, 05/07/1983.

Nelle telefonate successive disse che “Pierluigi” e “Mario” erano membri dell’organizzazione, rivendicò di essere il rapitore e collegò il rapimento di Emanuela alla liberazione del terrorista turco Alì Agca, attentatore di Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Diede come codice per i successivi contatti il numero 158 e comunicò l’ultimatum per la liberazione di Agca il 20 luglio 198399G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 4.

 

Qui sotto la ricostruzione dell’entrata in scena dell'”Amerikano“:

 

Vi furono diversi contatti telefonici tra lui e l’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi, la maggior parte dei quali registrati.

C’è una prova indubitabile che “Mario” e l'”Amerikano” fossero in contatto tra loro (o addirittura la stessa persona?).

Nella trascrizione integrale della telefonata di “Mario”, infatti, emerge che nella prima parte il telefonista fece ascoltare una voce femminile registrata, presumibilmente di Emanuela Orlandi, la quale ripeteva: «Devo fare il terzo liceo st’altr’anno, scientifico….a gennaio saranno sedici….mi verranno ad accompagnà st’altr’anno….un paesino sperduto…per Santa Marinella…convitto nazionale»100Trascrizione della telefonata di “Mario”, pp. 2-5.

 

La stessa registrazione (una versione più breve) fu fatta ascoltare anche dall’“Amerikano”, qui sotto l’audio:

 

Vincenzo Parisi, direttore del Sisde, fece un’identikit dell'”Amerikano” (rimasto riservato fino al 1995), osservando che sarebbe stato un profondo conoscitore della lingua latina, addirittura uno straniero che avrebbe acquisito prima il latino dell’italiano. Lo giustificò dicendo che un italiano «non utilizzerebbe mai il verbo “translare” al posto di “trasferire”, “novello” al posto di “nuovo”».

Il 10/04/94 il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, dichiarò: «Siamo vittime di un’oscura ragion di stato. […] Quel personaggio con l’accento americano, sapendo che il nostro apparecchio era sotto controllo, non faceva durare la telefonata più di sei minuti. Doveva avere un timer. Spaccava il secondo e agganciava».

Quanto alle telefonate, Ercole Orlandi ricordò anche che l’“Amerikano” gli aveva detto che era inutile tentare di registrarle perché avrebbe potuto far apparire le chiamate in quindici posti diversi.

Una volta gli investigatori riuscirono ad isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. La polizia scoprì in seguito che le telefonate partivano da una cabina della stazione Termini, ma una volta messa sotto controllo si scoprì che mentre le chiamate risultavano effettivamente in partenza dall’apparecchio pubblico, dentro la cabina non c’era nessuno101da L’ombra del Sisde nel rapimento, Il Corriere della Sera, 08/02/1994.

L’Amerikano aveva effettivamente un apparecchio per la triangolazione delle telefonate, capace di far rimbalzare su un’altra utenza la chiamata iniziale proteggendo il numero di partenza?

Nel 2013 Marco Accetti si è auto-accusato di aver ideato l’allontanamento di Emanuela e Mirella, dichiarando di essere stato anche il principale telefonista, cioè l'”Amerikano“, la cui voce doveva ispirarsi a Thomas Macioce102M. Accetti, Memoriale, 2014, a suo dire vero responsabile della politica dello Ior.

In una telefonata del 07/07/83, l’Amerikano affermò che Emanuela non era nata in Vaticano. Si è sempre ritenuto essere un errore, che avrebbe dimostrato che l’uomo non avesse avuto i dettagli della giovane da lei stessa. Tuttavia emerse che effettivamente Emanuela divenne cittadina vaticana solo nel 1981, come confermato dal fratello Pietro103P. Orlandi, commento su Facebook, 14/07/2023.

In una nostra intervista a Marco Accetti, l’uomo ha sostenuto che l'”Amerikano” sarebbe stato interpretato anche da una donna:

«Molte volte noi volevamo passare per balordi davanti all’opinione pubblica, le telefonate dell’Amerikano servivano solo per i giornali, per fare cassa di risonanza, pressione. Per esempio, c’è un nastro registrato in cui c’è anche l’Amerikana, non solo l’Amerikano. Ho detto a Capaldo: “Lei lo vuole il nome e cognome di questa ragazza? Lei la può chiamare e questa le conferma”. Mi ha risposto: “Ah no, non voglio sapere niente, per carità”. C’è una ragazza che ha fatto l’Amerikana: in questo nastro, in cui finge di essere americana, pronuncia male la parola “States” dicendo letteralmente “States”. Ma quando mai un’americana sbaglierebbe così? Io so chi è questa persona, una ragazza romana di estrema sinistra. Nessuno mi ha mai chiesto nulla».

 

Più volte Marco Accetti ha chiesto di confrontare la sua voce con quella del principale telefonista.

Un confronto venne fatto dalla Procura nel 2013, comparando la voce dell’“Amerikano” con quella di Marco Accetti, previa acquisizione di un saggio fonico, concludendo l’impossibilità ad «effettuare alcuna analisi di tipo strumentale» a causa della notevole distanza temporale, rilevando però similitudini soggettive tra le cadenze linguistiche tra Accetti, l'”Amerikano”, “Mario” e “Phoenix”104G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 49.

 

Nel 2018 abbiamo realizzato anche noi un confronto tra le voci di Accetti e l’Amerikano, qui sotto il risultato:

 

 

Nel 1983 l’agenzia Ansa rilevò un’assonanza tra il comunicato del 20/7/83 dell'”Amerikano” e il linguaggio dei brigatisti che sequestrarono Aldo Moro: «Il gerundio usato nella seconda parte del messaggio (“pervenendo alla soppressione del 20 luglio”) è significativo e ha un precedente nel comunicato n. 9 delle Brigate rosse (“eseguendo la sentenza”), diffuso durante il sequestro Moro»105F. Peronaci, Emanuela Orlandi e i gialli collegati, spunta il caso Moro: la nonna di Katy Skerl fu testimone in via Fani, Corriere della Sera, 03/07/2023.

 

Nel 2024 una perizia fonica richiesta dal legale di Marco Accetti e affidata al consulente tecnico Marco Arcuri, esperto di informatica e di IA, ha evidenziato tramite metodo Linear Predictive Coding (LPC) una compatibilità media dell’86% tra la voce del telefonista “Amerikano” e quella di Accetti.


 

Conclusioni sui telefonisti.

A prescindere dalle dichiarazioni di Accetti, il ruolo dei telefonisti rimane controverso: mitomani? Reali rapitori? Depistaggio? Ebbero a che fare con Emanuela? Perseguivano interessi loro approfittando della sparizione della ragazza?

Non si può negare che, seppur non diedero mai prova indubitabile di aver rapito Emanuela e di tenerla in ostaggio (sarebbe bastata una sua fotografia con un quotidiano a fianco, come fecero i rapitori di Aldo Moro), rivelarono particolari precisi della ragazza e fecero ritrovare (l’Amerikano) documenti da lei posseduti il giorno della sparizione (seppur in fotocopia), spartiti musicali con scritte di Emanuela, uno scritto della ragazza (riconosciuto dai familiari) nonché inviarono alcune sue parole registrate sulla scuola frequentata.

Rispetto alla voce di Emanuela in cui riferisce la scuola da lei frequentata, alcuni sostengono che poteva essere stata carpita prima della sparizione. Sarebbe strano che avesse rilasciato un’intervista senza dirlo alla famiglia, inoltre se venne fatta a scuola perché nessuno ne parlò quando emerse l’audio dopo la sua scomparsa? Avrebbe mai potuto essere fatta solo a lei e non agli altri compagni?

Si sostiene anche che i telefonisti avrebbero ottenuto i dati privati di Emanuela da amiche, compagne o familiari.

Non è un’obiezione pertinente: come possono delle amiche o dei familiari rivelare dettagli privati di Emanuela ad un estraneo, venire poi a conoscenza della sparizione di Emanuela e leggere quei particolari sui giornali, forniti come prove dai rapitori, senza collegare le cose? Avrebbero subito informato la polizia di aver riferito loro quei dettagli. A meno che fossero in complicità con i telefonisti.

O i telefonisti ebbero realmente a che fare direttamente con Emanuela, oppure hanno avuto a che fare con suoi amici e/o parenti, e questo comporta o la loro complicità (volontaria o involontaria) nella sparizione oppure l’aver subito delle minacce.

Nelle conclusioni della Commissione parlamentare Mitrokhin, si legge:

«E’ certo che i telefonisti, gli autori dei messaggi o i loro ispiratori avessero, o avessero avuto, contatti con Emanuela, con la famiglia o con conoscenti di Emanuela o della famiglia». Questo lo «conferma una valutazione in audizione del dottor Imposimato, che pure ha idee molto nette in proposito, avendo seguito il caso per conto dei familiari di Emanuela, allorché dichiara che “le lettere sono, almeno in parte, una prova dei collegamenti tra chi le scriveva e la ragazza scomparsa”, come riconosciuto anche dai magistrati, che però non hanno ritenuto provato che costoro effettivamente avessero rapito la ragazza – e la tenessero segregata – – al momento in cui recapitavano, per un ampio lasso di tempo, i messaggi».

 

Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge invece:

«Né si dica che i primi “telefonisti” fossero persone non soltanto estranee al progetto criminoso, ma altresì all’oscuro di esso; nei successivi messaggi del gruppo che rivendicava il sequestro, più di una volta è dato rinvenire riferimenti ai “nostri elementi Pierluigi e Mario”; e per di più il Pierluigi, nei colloqui telefonici, si mostrava al corrente di particolari rivelatisi esatti (flauto, occhiali con montatura bianca non graditi alla giovane, astigmatismo ad un occhio, imminente matrimonio della sorella ecc.). Tutto questo dimostra lo stretto collegamento tra Pierluigi e Mario e coloro che rivendicavano il sequestro»106requisitoria del pm Malerba, 6/08/97.

 

Nella sentenza di archiviazione del 2015 firmata da Giovanni Giorgianni si riporta la ricostruzione eseguita dagli inquirenti nel 1997, concludendo che dopo i primi telefonisti, che apparvero «connotati di autenticità», il quadro si frantumò in una «pluralità spesso contraddittoria di voci riconducibili a gruppi eterogenei dai fini indecifrabili la cui connotazione comune è probabilmente costituita dall’uso strumentale delle notizie divulgate dagli organi di informazione»107G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 5.

 

 

1.9 I vari comunicati e le sigle (“Phoenix”, “Turkesh” ecc.)

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Dopo il 20/07/1983, scaduto l’ultimatum dato dall’“Amerikano” per la liberazione di Agca in cambio di Emanuela Orlandi, sulla scena comparvero una serie di sigle dai nomi più improbabili che a loro volta, spesso tramite sconclusionati comunicati, rivendicarono la responsabilità del sequestro.


 

“Fronte Turkesh”.

Il 4/08/83 la prima sigla a comparire fu il Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh, evidente richiamo al colonnello nazionalista turco Arsaplan Turkesh, l’ideologo dei “Lupi Grigi” e di Alì Agca.

Con i loro “Komunicati”, i componenti di tale sigla vollero accreditarsi come amici e solidali di Alì Agca, tentando di portare l’attenzione sugli idealisti turchi e sui “Lupi Grigi”. Diverse volte le loro lettere partivano da Ancona, si sospettò che a imbucarle sarebbe stato un marittimo turco.

Inoltre, nel loro primo komunicato, per la prima volta il caso di Mirella Gregori fu collegato a quello di Emanuela Orlandi («Mirella Gregori? Vogliamo informazioni»). Da quel momento infatti le due famiglie furono tutelate dallo stesso avvocato, Gennaro Egidio.

 

Qui sotto uno dei comuicati del “Fronte Turkesh“:

 

Ma davvero i membri del “Fronte Turkesh” pensavano di poter essere creduti? Già all’epoca si sottolineò che «è ben lungi dall’ideologia dei movimenti estremisti turchi denominarsi “anticristiani”». A nostro avviso fu un’operazione (volutamente?) controproducente.

Tra l’altro, gli autori dei comunicati apparvero in contrasto con il comportamento dello stesso Agca il quale dal giugno 1983 produsse infinite dichiarazioni deliranti per inficiare le acquisizioni sul “livello” turco delle indagini.

Il “Fronte Turkesh” voleva portare l’attenzione sui turchi e Alì Agca voleva toglierla.

Data l’assurdità di molti komunicati anche il tentativo di renderli appositamente controproducenti risuta piuttosto ovvio e banale. Se non fosse stato per i dettagli biografici e le fotocopie dei documenti che fornirono riguardanti Emanuela, oltre alle telefonate ad amiche e compagne per dettare i loro messaggi, nessuno li avrebbe mai presi sul serio.

Nell’agosto 1983, ad esempio, su suggerimento degli agenti del SISDE, la famiglia Orlandi inviò una domanda al “Fronte Turkesh”, mettendoli alla prova sulla reale conoscenza dei fatti. Chiesero dove cenò Emanuela il 20 giugno (3 giorni prima della sparizione) e la risposta fu con “parenti molto stretti”. Era vero.

Pietro Orlandi ha spiegato che questo dettaglio era conosciuto soltanto in famiglia108P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 106, oltre chiaramente agli agenti del SISDE che suggerirono la domanda.

In un altro caso, a distanza di mesi dissero che il 22/04/1983 Emanuela “era stata in Chiesa”. La famiglia inizialmente negò ma gli inquirenti riscontrarono effettivamente che la giovane partecipò nel coro a una commemorazione presso la chiesa di Sant’Apollinare per l’anniversario di morte di un cardinale.

Il 05/09/83 arrivò una telefonata dal “Turkesh” alla redazione dell’Ansa di Milano, l’interlocutore disse di chiamarsi “Aliz”.

Nel settembre 1983 l'”Amerikano” screditò l’attendibilità del “Fronte Turkesh”: dopo l’apparizione dei primi komunicati, infatti, il telefonista fece ritrovare un’audiocassetta (oltre alla fotocopia dello spartito di musica con autografi attribuiti a Emanuela) in cui escluse la validità dei comunicati pervenuti dopo il 20/7/83109G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 5 dicendo: «Turkesh non esiste, è un’invenzione degli italiani o del Vaticano per coprire la verità».

Secondo il reo-confesso Marco Accetti, auto-accusatosi di aver inscenato il finto sequestro della Orlandi e di essere stato i telefonisti “Mario” e l'”Amerikano”, dietro al gruppo “Turkesh” ci sarebbe stata la fazione vaticana opposta alla sua con l’aiuto del SISMI (servizi segreti italiani)110M. Accetti, Memoriale, 2014.

Nel 2016, da noi intervistato, Marco Accetti, ci ha confermato che «il “Fronte Turkesh” era qualcuno dei servizi segreti» o comunque qualcuno affiliato alla fazione vaticana avversa alla sua.

Riguardo al fatto che nel primo komunicato si parlò per la prima volta della Gregori, Accetti ha sostenuto che «la nostra controparte, che si era finta gruppo Turkesh ed era a conoscenza del prelevamento di Mirella, tirandola in ballo ci mandava a dire: smettetela con la Orlandi, che crea troppo subbuglio in Vaticano, ora parliamo dell’altra ragazza… Ci invitavano ad abbassare il livello di scontro»111in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 139.

Nel 2023 il giornalista Fabrizio Peronaci ha ricordato una vecchia pista d’indagine che ravvisava analogie tra i messaggi dell'”Amerikano”, del “Fronte Turkesh” e quelli dei brigatisti che rapirono Aldo Moro (1978). In particolare, un certo uso del gerundio, il ritmo sincopato, alcune locuzioni112F. Peronaci, Emanuela Orlandi e i gialli collegati, spunta il caso Moro: la nonna di Katy Skerl fu testimone in via Fani, Corriere della Sera, 03/07/2023.

Fu notato già nel 1983 dall’agenzia Ansa quando si rilevò l’utilizzo di una locuzione famosa ai tempi del sequestro Moro: «La nota personalità». Frase utilizzata anche nelle rivendicazioni firmate “Fronte Turkesh”113Komunicato XXX, 27/11/1985 114Messaggio del 3/12/1985.

Infine, ricordiamo che nel comunicato del 22/11/84 del “Fronte Turkesh” si inserì la frase “Via Frattina 1982”115P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, pp. 122, 123. Secondo Marco Accetti si tratterebbe di un riferimento alla camicetta bianca con cui fu vestita la salma di Katy Skerl (“Frattina 1982”).


 

“Phoenix”.

Il 22 settembre 1983 comparve anche una seconda sigla, il “Phoenix”.

Non è noto il motivo di questo nome, Phoenix è la capitale dello stato americano dell’Arizona ma anche il nome di un parco di Dublino (Irlanda) dove Giovanni Paolo II si recò in visita esattamente quattro anni prima.

La caratteristica peculiare di questa sigla furono le minacce rivolte ai sequestratori della Orlandi, quindi presumibilmente al “Fronte Turkesh” e ai tre telefonisti.

Il una lettera del 19/09/83 (documento fatto ritrovare però il 24/09/83) il “Phoenix” disse di aver individuato tramite loro “operatori” «cinque componenti tra cui “P e M”. Uno di loro ha commesso lo sbaglio di “vantarsi” di aver preso parte al prelevamento che è stato molto semplice e rapido con l’uso di una persona “amica”».

Rivolgendosi direttamente ai telefonisti, la sigla li minacciò. A “Pierluigi” fu detto: «E’ assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti», riferendosi al fatto che il telefonista disse di chiamare da un ristornate sul litorale romano.

Al secondo telefonista, invece, dissero: «Vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione. La persona amica che ha tradito può assolvere le proprie colpe perché è meglio una confessione oggi che la morte domani, a tutti gli elementi implicati giova ricordare che sono ovunque raggiungibili. Order N.Y. A.D.C.».

In particolare il riferimento alla “pineta” appare piuttosto singolare e specifico come minaccia, un luogo mai citato da “Mario” nella sua telefonata (al contrario del “ristorante” citato da “Pierluigi”). Il reo-confesso Marco Accetti ha sostenuto: «Se io devo fare una minaccia di morte posso dire: ti strozzo, ti accoltello, ti sparo, ti infilo in un pilone di cemento..ma nella pineta mai, non ci penso proprio!»116in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 156.

Per questo l’uomo ritiene che la minaccia della “pineta” sarebbe legata all’omicidio di José Garramon avvenuto esattamente tre mesi dopo (20/09/83) proprio nella pineta di Castel Porziano, dove Accetti investì in circostanze misteriose il giovane.

Minacce al “Fronte Turkesh” comparvero nel messaggio del 27/09/83, quando scrissero di aver deciso di «porre termine, con i mezzi a nostra disposizione, a questa “bravata” farsa turca codice 158 durata troppo tempo». Fu concessa «agli elementi implicati nel prelevamento di Emanuela Orlandi la scelta della propria sorte, se risponderanno esattamente alla richiesta del 6-9-83». In caso contrario «la “sentenza” sarà irrevocabile».

Il 09/10/83, nel loro terzo comunicato il “Phoenix” minacciò nuovamente i sequestratori parlando di un «nostro personale avvertimento al diretti responsabili affinché riportino immediatamente le condizioni naturali di libertà della minore Emanuela Orlandi», altrimenti «estirperemo alla radice questa pseudo organizzazione che, oltre ad essere colpevole di altre situazioni, è causa di spiacevoli inconvenienti».

Pietro Orlandi ha riferito che quando iniziarono a comparire i primi comunicati, fu Giulio Gangi a comunicargli che dietro a “Phoenix”, una delle sigle di presunti rapitori comparse dopo la sparizione di Emanuela, ci sarebbero stati proprio i servizi segreti italiani117P. Orlandi, Mia sorella Emanuela.

Il 30/05/2013, Pino Nicotri ha scritto di aver ricevuto questa risposta da Giulio Gangi in merito alla rivelazione fatta da Pietro Orlandi: «Mi sono limitato a dire: “Boh, forse sono i nostri che cercano di muovere le acque” quando si seppe della prima lettera firmata Phoenix. Oltretutto, io al Sisde ero già stato allontanato dalle ricerche riguardanti Emanuela».

Il 14/11/2013 anche Marco Accetti ha ricondotto “Phoenix” ad alcuni membri del Servizio di Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde).

Non si può escludere che l’interesse fosse solo depistare gli inquirenti e la stampa, usandoli per tenere il caso sotto i riflettori e inviando a presunti interlocutori messaggi o codici da interpretare e decifrare. Le minacce del gruppo Phoenix ad altre sigle e ai primi telefonisti sembra dimostrare l’inserimento nel caso di gruppi con obbiettivi opposti o l’azione dei servizi segreti italiani.


 

“Nomlac”.

Il 03/09/84 apparve anche il Nomlac, cioè la “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana”.

Gli autori della lettera ribadirono le condizioni per il rilascio di Alì Agca avanzate in una lettera giunta tredici giorni prima, sostenendo inoltre che Emanuela Orlandi «non è prigioniera del Fronte di liberazione turco anticristiano» (cioè il “Fronte Turkesh”) e che si troverebbe in Europa. Se le condizioni non saranno rispettate, aggiunsero, la giovane verrà uccisa e ci sarebbero anche stati attentati contro il Vaticano.

Gli autori chiesero in cambio anche una notevole somma di denaro.

Anche in questo caso, come per le precedenti sigle, nessuno credette all’autenticità delle rivendicazioni e l’avvocato degli Orlandi, Gennaro Egidio, replicò dicendo: «Finché non sarà fornita la certezza dell’esistenza in vita di Emanuela, messaggi come questi non dovrebbero meritare molta credibilità». Per il legale si sarebbe trattata della «stessa mente coordinatrice» degli altri comunicati.


 

Fu la Stasi a scrivere i comunicati?

L’ex colonnello della Stasi, Gunther Bohnsack, riferì che furono loro gli autori dietro la sigla “Fronte Turkesh”118F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 17 di questi messaggi e di quelli firmati “Phoenix”: «Ci divertivamo a scriverli in un italiano molto scorretto. Cercavamo così di aiutare i bulgari assurdamente accusati per l’attentato di Agca». E ancora: «Si, li facevamo noi, insieme a colleghi dei servizi segreti bulgari che incontravamo qui a Berlino»119citato in P. Nicotri, Emanuela Orlandi: la verità, p. 109.

Bohnsack confermò in un’altra intervista: «Chiedevamo la liberazione di Ali Agca, l’attentatore del Papa. E uno scambio con la ragazza. Volevamo far credere di essere dei nazionalisti turchi, interessati alla sorte del loro compagno. Ma lo scopo vero era naturalmente quello di stornare l’attenzione dalla Bulgaria». Avrebbero usato il “caso Orlandi” anche per minacciare il giudice Ilario Martella, allora istruttore sull’attentato a Wojtyla e sul rapimento della Orlandi120F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 19.

Secondo Bohnsack, a richiederlo sarebbero stati i servizi segreti bulgari nelle vesti di Jordan Ormankov e Markov Petkov121F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 19 e le lettere non sarebbero partite dalla Germania dell’Est ma da loro referenti di Francoforte e degli Stati Uniti, «il tedesco era scritto con errori per dare l’impressione che si trattasse dei Lupi Grigi»122citato da F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 19.

Le affermazioni di Bohnsack sembrano smentite direttamente da Markus Wolf, capo della Stasi, quando spiegò che nei loro interessi non rientrava Alì Agca, «in quel momento avevamo altri interessi, la Nato, la Germania Ovest, non il Papa». In Vaticano era difficile piazzare spie, un agente infiltrato era il benedettino Eugen Brammertz, utile «per sapere come intendesse muoversi la Curia. Ma più in là non andammo».

Wolf ha rivelato inoltre che nella Stasi c’era la XXesima divisione che lavorava sulla Chiesa, «ma poiché questo ufficio non dava i risultati sperati, lo chiudemmo».

Oltre a queste parole di Wolf, quanto disse Bohnsack è piuttosto controverse.

Al di là dell’italiano scorretto per simulare di essere nazionalisti turchi, perché rendere i comunicati così farneticanti?

Nessuno infatti li prese mai sul serio, né li attribuì ai nazionalisti turchi. Davvero la Stasi pensava di poter passare per fondamentalisti islamici usando il nome “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh” e “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana”? Davvero non capirono che era un’azione controproducente, che portava l’attenzione proprio laddove tale gruppo cercava di allontanarla, cioè sui bulgari e sull’Est?

La presunta strategia della Stasi, oltretutto, sarebbe stata in contrasto con il comportamento dello stesso Agca il quale, dal momento della scomparsa di Emanuela produsse infinite dichiarazioni deliranti «con l’effetto chiaro di inficiare le acquisizioni sul “livello” turco delle indagini»123richiesta di archiviazione, 2015.

Va considerato inoltre che tali comunicati erano sì sconclusionati, ma contenevano qualche informazione specifica che l’ex colonnello Bohnsack non ha mai spiegato come li avessero ottenuti.

In uno dei komunicati, ad esempio, fu scritto che «Emanuela formulò una frase che rese di ghiaccio suo padre»124Komunicato 22/11/83, episodio -pur abbastanza vago- confermato dal padre Ercole: «Si, mia figlia reagì in modo inconsueto, con una frase pesante nei miei riguardi poco prima della scomparsa».

Inoltre, in che modo i servizi segreti tedeschi sarebbero venuti in possesso della fotocopia della tessera scolastica con la foto di Emanuela e la ricevuta di versamento, allegati ad un comunicato di “Phoenix” del 13/11/83? E’ vero che furono già stati fatti ritrovare il 6/7/83 dall'”Amerikano, ma non era certo materiale reso pubblico e disponibile dalla polizia italiana.

Come mai i servizi segreti italiani (Sisde) non fecero mai riferimento all’inserimento della Stasi? Anzi, in una loro relazione scrissero che i «quattro comunicati del Turkesh e gli altrettanti di Phoenix, infatti, portano ad acclarare l’ipotesi che gli estensori siano a conoscenza di fatti inerenti a Emanuela Orlandi o relativi alla sua vicenda, sconosciuta sia agli organi di stampa che agli stessi presunti rapitori».

Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge:

«Alcuni dei comunicati del Fronte Turkesh evidenziano rilevanti connotazioni di autenticità e genuinità in quanto accompagnati da prove foniche e documentali riferibili a Emanuela Orlandi -registrazione di frasi pronunciata dalla giovane, fotocopia di documenti quali la tessera scolastica di Emanuela e lo spartito di esercizi per il flauto, fotocopia di parole e frasi vergate di pugno della medesima ed altresì a Mirella- descrizione dell’abbigliamento anche intimo, della giovane, con dettagli estremamente precisi, noti solamente a chi avesse avuto contatto con costei. Questi i dati certi che andavano al di là della varietà delle sigle di rivendicazione, il cui unico scopo era di sviare le indagini sulla pista fascista e sulla CIA». E’ sorprendente che «le “prove documentali” della disponibilità dell’ostaggio (messaggi autografi, tessera di iscrizione scolastica) fossero in possesso non soltanto di taluno dei gruppi che ne rivendicavano il sequestro, ma anche del contrapposto gruppo Phoenix […]. Tuttavia, al di là delle incoerenze e dei contrasti apparenti, dall’analisi dei messaggi provenienti da coloro che fornivano le più convincenti prove, foniche e documentali, di effettiva disponibilità dell’ostaggio (segnatamente del messaggio recuperato in un furgone RAI in Castelgandolfo), con buona pace dei Lupi Grigi e affini, il contenuto di tali messaggi denota un livello di cultura, di conoscenze, di capacità valutativa di situazioni politiche, diplomatiche e giuridiche italiane e vaticane, per un verso decisamente fuori dalla portata intellettuale delle formazioni che pur si contendevano la rivendicazione dei sequestri e per l’altro riconducibile ad ambiente italiano, o meglio romano»125requisitoria del pm Malerba, 6/08/97.

 

Nel 2014 anche Marco Accetti commentò le parole dell’ex colonnello Bohnsack, scrivendo che nessun documento o testimonianza ha mai confermato tali dichiarazioni, inoltre, pur volendo a suo dire allontanare sospetti dai bulgari,«coloro che si presentavano come gruppo “Phoenix”, si qualificavano come una certa entità mafiosa che minacciava i sequestratori della Orlandi e li esortava a liberarla. E di ciò la “Stasi” non ne aveva chiaramente alcun interesse, in quanto l’unica loro motivazione era accusare i terroristi turchi di aver compiuto l’attentato al Pontefice».

E’ pur vero che il giudice Rosario Priore, che interrogò a lungo Bohnsack, lo ritenne sincero quando gli parlò dell’attività di disinformazione da parte della Stasi per allontanare i sospetti dai bulgari relativamente all’attentato al Papa («per difendere il buon nome dello Stato bulgaro»)126Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, pp. 20,21, tuttavia non c’è mai stata una prova oggettiva di questo né, tanto meno, del fatto che la Stasi intervenne anche nel caso Orlandi.


 

Conclusioni sui comunicati e le varie sigle.

Nella sentenza di proscioglimento del 1997 si evidenziò che con la comparsa di varie sigle dopo il 20/07/83, tra cui il “Fronte Turkesh”, terminò il primo periodo di autenticità del caso (cioè quello dei tre telefonisti).

Se i telefonisti e le varie sigle (“Phoenix”, “Turkesh”, “Nomlac”, “Tukum” ecc.) che rivendicarono il rapimento di Emanuela avessero davvero voluto ottenere il ritiro delle accuse di Agca verso i paesi dell’Est, la sua liberazione e il recupero dei soldi spariti con il crack del Banco Ambrosiano, perché non dimostrarono in maniera certa di aver sequestrato la Orlandi?

Certo, come abbiamo visto si sforzarono di produrre dettagli biografici piuttosto precisi di Emanuela, come diverse fotocopie di tessere e iscrizioni alla scuola di musica e una fotocopia del frontespizio di un album con gli spartiti alla giovane.

Molto più semplicemente sarebbe bastata una fotografia di Emanuela con a fianco un quotidiano che mostrasse la data, il classico metodo utilizzato da tutti i gruppi terroristici per stabilire una prova di vita degli ostaggi e negoziare con le autorità per le loro richieste.

I casi sono tre:

1) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) avevano solo carpito in qualche modo oggetti e informazioni dettagliate sulla Orlandi senza aver nulla a che vedere con la sua sparizione;

2) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) erano entrati in contatto con chi aveva sequestrato Emanuela Orlandi per motivi estranei al ricatto internazionale (nella sentenza di proscioglimento del 1997 si sospettò infatti che ci potesse essere stato «un contatto con il gruppo che per primo aveva ottenuto e utilizzato le informazioni su Emanuela, per appropriarsene e riciclarle a sua volta»127G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 5);

3) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) effettivamente erano tali ma non avevano interesse ad un ricatto pubblico con i loro interlocutori e usarono i media soltanto per lanciare allusioni ricattatorie (messaggi, codici ecc.), mentre la vera trattativa sarebbe avvenuta sotto traccia. D’altra parte Agca ritirò le sue accuse due giorni dopo la sparizione della Orlandi, leggendovi un messaggio nei suoi confronti per motivi inspiegabili all’opinione pubblica ma nonostante ciò la Orlandi non fu rilasciata e pochi anni dopo il turco tornò ad accusare i servizi bulgari.

 

 

1.10 Il progetto di sequestro di altri cittadine vaticane

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Il 24/07/1984, un anno dopo la sparizione di Emanuela (e Mirella) avvenne la deposizione ai carabinieri di Raffaella Gugel, figlia di Angelo Gugel, aiutante di camera del Papa.

Ecco la testimonianza di Raffaella Gugel:

«Dopo alcuni giorni che il Santo Padre fu attentato dal terrorista turco, mio padre mi disse di stare attenta per la strada perché per la città del Vaticano erano circolate voci di un possibile rapimento di un cittadino vaticano in cambio del terrorista turco Alì Agca […]. In quel periodo io andavo a scuola in Corso Vittorio Emanuele II, istituto tecnico commerciale “Vincenzo Gioberti”, e ogni mattina alle ore 8,15 prendevo l’autobus 64 dal capolinea, ubicato nella piazza quasi di fronte all’ingresso di Porta Sant’Anna. Alla fermata successiva al capolinea saliva a bordo un uomo sui 28-30 anni, in giacca e pantaloni sportivi, il quale prendeva posto a sedere e notavo che mi osservava ripetutamente. Questo episodio si è verificato quasi ogni mattina. Preciso che nell’arco di una settimana succedeva tre giorni di fila, poi vi era una pausa di un giorno. E successivamente, gli altri 2, 3 giorni, rincontravo quest’uomo. Fin dai primi “incontri” con questo uomo sull’autobus riferii l’episodio a mio padre. Questi incontri durarono due o tre settimane, ma alla fine non lo vidi più. Posso riferire i dati somatici di quest’uomo. Era alto un metro e 80, corporatura snella, carnagione scura, tipo nazionalità turca, capelli scuri ricci con occhi scuri»128citata in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 6.

 

Quando il padre Angelo Gugel venne a sapere dei pedinamenti a sua figlia, interruppe la frequentazione della scuola delle figlie.

Interrogato nel 1995, Ercole Orlandi spiegò di essersi dato inizialmente come motivazione del sequestro di Emanuela una confusione con la figlia di Gugel, dovuta al fatto che lui e il padre della ragazza si somigliavano notevolmente129R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 140.

 

Nel seguente video si sospetta che i sequestratori possano aver sbagliato persona, tra la Orlandi e la Gugel, condizionati dalla forte somiglianza dei rispettivi padri:

 

Il magistrato Ferdinando Imposimato riferì anche che secondo i rapporti dei Carabinieri, vi furono pedinamenti non soltanto di Raffaella Gugel ma anche della sorella Flaviana Gugel e della figlia del Capo della sicurezza del Vaticano, Camillo Cibin. Fu testimoniato anche da un dipendente della polizia vaticana130F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 6.

Secondo Marco Accetti, reo-confesso di aver orchestrato l’allontanamento di Emanuela, questi pedinamenti così “appariscenti” sarebbero iniziati dal 1981 per evitare la collaborazione tra Alì Agca e gli inquirenti, rassicurando l’attentatore e facendogli credere che si stava organizzando un sequestro di cittadini vaticani da contraccambiare con la sua scarcerazione131M. Accetti, Memoriale, 2014.

Inizialmente si sarebbero scelte le figlie di Gugel132Accetti M., Memoriale, BlitzQuotidiano 16/06/2014, addetto all’anticamera papale, a pedinarle sarebbe stato lo stesso uomo che verrà fatto incontrare sia a Mirella che Emanuela il giorno della loro sparizione: «Si trattava di un estremista islamico tra i tanti rifugiati in Europa, ce n’erano in Germania, Svizzera, Francia, che aveva orientamento diverso, rispetto ai vari Agca o Celebi si poteva considerare di sinistra. Fecero da tramite i nostri referenti della nunziatura in Turchia e il sindacato di polizia Pol-Der, lo stesso che aveva intercettato le voci di attentato»133in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 102.

Soltanto nel 1983, secondo il suo Memoriale134Accetti M., Memoriale, BlitzQuotidiano 16/06/2014, la scelta sarebbe caduta sulla famiglia Orlandi e, in particolare, su Cristina, sorella di Emanuela. L’idea fu scartata per la giovane età e si sarebbe scelto Emanuela per la predisposizione caratteriale e in quanto frequentava la scuola di musica nel palazzo di Sant’Apollinare, che Accetti definisce «feudo storico del Card. Caprio, nostra controparte».


 

Conclusioni sui pedinamenti ad altre cittadine vaticane.

La grande domanda è perché di questi pedinamenti non fu avvertita anche la famiglia Orlandi. Avrebbe dovuto farlo la Gendarmeria, ma anche gli stessi Gugel e Cibin non avvisarono Ercole Orlandi, nonostante abitassero nella stessa palazzina. Come mai?

I Carabinieri che accolsero le deposizioni e tutti i giornalisti che si sono occupati del caso non hanno mai indagato in merito in tutti questi anni?

 

 

1.11 Gli appelli di Giovanni Paolo II

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Dieci giorni dopo la sparizione di Emanuela Orlandi, il 03/07/83, Giovanni Paolo II lanciò, in modo sorprendente, un appello pubblico perché Emanuela potesse tornare «non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso».

Fu un chiaro accenno al rapimento, anche se fino ad allora le autorità ritenevano si trattasse di una scappatella volontaria. Erano infatti giunte solo le telefonate di “Pierluigi” e “Mario”, mentre quella dell”Amerikano” arrivò due giorni dopo l’appello papale, a suggello della pista del rapimento a scopo ricattatorio.

Seguirono altri 7 appelli che portarono inevitabilmente l’attivazione della magistratura, dei servizi segreti e il caso Orlandi divenne noto in tutto il mondo.

 

Qui sotto la voce di Giovanni Paolo II nel primo appello sul caso Orlandi:

 

Per lo scrittore Pino Nicotri l’intervento di Papa Wojtyla e il successivo dell’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, furono fatali in quanto avrebbero fatto capire a tutti, soprattutto ai comunisti sovietici e alla Stasi, un punto debole di cui approfittarsi.

Nicotri lo definì un ingenuo passo falso, di fatto una “condanna a morte” per Emanuela. Ha tuttavia sospettato che il Pontefice sapesse già della morte di Emanuela e quindi non avesse timore di aggravare la situazione con i suoi appelli. Quest’ultima, in particolare, è un’affermazione priva di alcuna prova o dimostrazione.

In realtà i primi a parlare di “rapimento” furono proprio i familiari di Emanuela nel comunicato che fecero pubblicare all’Ansa due giorni dopo la sparizione di Emanuela, il 24/06/1983135Scomparsa ragazza cittadina vaticana, Ansa 24/06/1983.

Nel 2023 Nicotri ha notoriamente cambiato idea. Se nel 2014 sospettò un complotto vaticano ed escluse che gli appelli furono fatti per “istintivo buonismo”136P. Nicotri, Caso Orlandi, Scalfaro depistò, Italia Oggi, 09/10/2014, nel 2023 ha riconosciuto che «quegli appelli il Papa li fece per generosità»137P. Nicotri, in Caso Orlandi, «la pista amical-parentale è la più credibile», La NBQ, 14/07/2023.

Il fratello Pietro Orlandi ha sempre apprezzato l’intervento di Wojtyla: «Si rivolse a chi aveva “responsabilità in questo caso”, quando le autorità italiane non si erano praticamente mosse». Il Papa, scrive Pietro, doveva avere buoni motivi per esporre la Chiesa a un prezzo tanto alto: assedio mediatico sulla “ragazzina cara al pontefice”, l’oscuramento dei suoi successi come capo di Stato, subbuglio internazionale e dei servizi di sicurezza138P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 87.

Sempre Pietro Orlandi ha raccontato che il 27/07/83 Giovanni Paolo II convocò i genitori e, in lacrime, parlò per la prima volta di “un`organizzazione terroristica”. Altrettanto fece il 24/12/83 quando visitò gli Orlandi per gli auguri natalizi: «Cari Orlandi, voi sapete che esistono due tipi di terrorismo, uno nazionale e uno internazionale. La vostra vicenda è un caso di terrorismo internazionale».

Il reo-confesso Marco Accetti ha sostenuto invece che il Papa non sarebbe stato informato correttamente e chi preparò l’appello del 3 luglio lo avrebbe portato su piste confondenti volendo «sottrarsi alla nostra minaccia di rivelare pubblicamente la “realtà” relativa al “sequestro”, rendendolo a loro volta pubblico. Ci anticipano nella nostra intenzione, sia pur virtuale, rendendolo di pubblico dominio. Dichiarano in questo modo che trattasi di un qualcosa di “esterno”, un rapimento qualunque, cosicché la Città del Vaticano risulta esserne estranea, senza responsabilità alcuna. È anche un modo di dichiarare che non accettano le nostre istanze»139M. Accetti, Memoriale, 2014.

Il magistrato Ferdinando Imposimato, al contrario, riferì dei suoi incontri con Giovanni Paolo II:

«La sua convinzione era che Emanuela Orlandi fosse stata vittima di un complotto internazionale. So che lui ha avuto un grande trauma per il sequestro di Emanuela Orlandi, perché capiva che, pur non essendo colpevole del sequestro – ci mancherebbe altro – questo era comunque collegato all’attentato, era un fatto commesso contro di lui. Quindi lui era la causa del sequestro, anche se ovviamente non ne era responsabile. Lui mi ha sempre manifestato, anche indirettamente attraverso i suoi collaboratori, apprezzamento per quello che stavo facendo nella ricerca della verità»140F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 20.

La giornalista Rossella Pera ha giustificato in qualche modo l’intervento del Papa ricordando che «per una “semplice” sparizione, a casa Orlandi, a presentarsi è un uomo del Sisde; così come vicino al Sisde era l‘avvocato consigliato e pagato dai servizi stessi: Egidio. A ciò bisognerebbe aggiungere che Emanuela, la cittadinanza vaticana, l’aveva acquisita da pochissimo tempo e quindi, non sarebbe stata questa l’eventuale motivo del sequestro»141P. Rossella, Caso Orlandi. La pineta con le radici nel sangue, La Giustizia, 27/06/2023.


 

Conclusioni sugli appelli di Giovanni Paolo II.

Come si è visto vi sono state diverse reazioni agli appelli del Papa, dal definirli un passo falso al vederli come atti di coraggiosa generosità e preoccupazione.

Conoscendo l’estrema prudenza della Santa Sede nell’intervenire su specifici casi riteniamo che tali appelli fossero motivati da elementi di urgente necessità, dovuta a indagini interne o a informazioni carpite da fonti affidabili che convinsero le autorità vaticane a orientarsi in direzione del sequestro prima di chiunque altro.

Non è pensabile altrimenti l’aver corso il rischio di una figuraccia internazionale per una tale esposizione papale se non si fosse stati in qualche modo sicuri che non si trattava di una semplice scappatella.

E’ anche possibile la lettura fatta da Marco Accetti, cioè un modo di rendere pubblica una vicenda per sottrarsi a una trattativa che avrebbe avvantaggiato i malintenzionati se fosse rimasta sotterranea.

Tra tutte le ipotesi, queste due paiono le più verosimili.

 

 

1.12 Il ruolo del Vaticano

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Il periodo in cui avvenne la sparizione di Emanuela Orlandi fu decisivo per l’Europa, la quale viaggiava verso la caduta del muro di Berlino e la posizione del Vaticano era (e fu) determinante in tutto questo.

La Chiesa cattolica in quel periodo era impegnata fortemente nel sostenere e finanziare la nascita e la resistenza pacifica del sindacato polacco di Solidarnosc, universalmente riconosciuto per essere stato l’artefice della democrazia in Polonia e del crollo del regime comunista in tutti i Paesi del Patto di Varsavia. Il leader del sindacato, Lech Walesa, fu insignito del Premio Nobel per la Pace.

Nello Stato Pontificio vi furono tuttavia due linee guida opposte, una guidata dal card. Agostino Casaroli, segretario di Stato, propenso al dialogare con il comunismo, l’altra, guidata dal polacco Papa Wojtyla, orientata alla contrapposizione aperta. La storia ha decretato che l’orientamento di Giovanni Paolo II fu vincente e determinante per l’implosione (misteriosamente) non violenta dell’Unione Sovietica.

E’ in questo contesto che molti hanno collocato la sparizione di una cittadina vaticana, evento mai avvenuto né prima, né dopo. Non si può trascurare il fatto che il giorno della scomparsa di Emanuela, il 22 giugno 1983, Giovanni Paolo II si trovasse proprio in Polonia.


 

Mancata collaborazione del Vaticano?

Una tradizione instancabilmente ripetuta da decenni vuole che il Vaticano abbia scarsamente collaborato con le autorità italiane nel caso Orlandi. La famiglia, alcuni magistrati e molti giornalisti lamentano costantemente l’eccessiva prudenza e gli eccessivi silenzi delle autorità vaticane.

Tra i più autorevoli esponenti di queste lamentele vi fu il giudice istruttore Adele Rando quando scrisse che «l’apporto istruttorio delle rogatorie introdotte davanti all’Autorità Giudiziaria della citta del Vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti per i quali le stesse erano state proposte, si traduce nella conferma di alcuni interrogativi che hanno imposto la scelta processuale dello stralcio».

Più recentemente anche l’ex procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, si è unito al coro di proteste per «la scarsa anzi nulla collaborazione da parte del Vaticano»142G. Capaldo, intervista al programma Atlantide di La7, 21/06/23.

Adele Rando e Giancarlo Capaldo, proprio i giudici responsabili delle due archiviazioni sul caso Orlandi a causa delle loro inconcludenti indagini.

Le parole di Adele Rando furono smentite dal collega Rosario Priore, titolare dell’inchiesta sull’attentato al Papa del 1985, il quale si confrontò a lungo con il card. Silvio Oddi, allora prefetto della Congregazione per il clero. Interrogato nel 2005, Priore ricordò che Oddi «fu di una gentilezza assoluta perché ci aiutò nella ricostruzione del sequestro Orlandi (lo interrogai insieme alla collega titolare di quel procedimento, il giudice Rando)»143Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, p. 12.

Inoltre, è noto che le indagini di Adele Rando (assieme al’ex prefetto Vincenzo Parisi, capo della Polizia dal 1987 al 1994) sul caso Orlandi non portarono ad alcuna certezza nonostante la stretta vicinanza temporale ai fatti, trascurando diverse piste investigative (quella di Bolzano si interruppe non appena emerse la presenza di un funzionario del SISMI, servizi segreti italiani144S. Petrone, Rispoli: Orlandi, indagare sulla pista di Terlano, Alto Adige, 13/05/2011) ed acquisendo tre faldoni top secret, sempre del SISMI, sulla Orlandi senza mai consegnarli agli atti d’indagine e alla famiglia, tanto che ancora oggi risultano scomparsi145Emanuela Orlandi, scomparsi tre fascicoli raccolti dal Sismi, Repubblica, 01/11/2021.

Ricordiamo inoltre che Adele Rando è lo stesso magistrato che convocò con ben 7 anni di ritardo il confronto tra la madre di Mirella, Maria Vittoria Arzenton, e il sovrastante vaticano Raoul Bonarelli, vanificando le indagini in tal senso.

Per quanto riguarda Giancarlo Capaldo, le responsabilità furono ancora maggiori in quanto la sostanziale inattività investigativa costrinse l’allora procuratore Giuseppe Pignatone ad avocare a sé l’indagine per decretarne l’archiviazione. Gli accertamenti di Capaldo nei confronti di Marco Accetti, ad esempio, furono assolutamente minimali e insufficienti, arrivando ad esempio a liquidare un’intercettazione telefonica altamente compromettente tra l’uomo e la sua ex moglie solamente perché il primo definì “pazza” la donna mentre lo minacciava di rivelare alla polizia il suo coinvolgimento nel caso Orlandi se non avesse accettato i termini di affidamento della figlia.

Tra le enormi mancanze dell’ex magistrato Capaldo vi fu anche l’aver costantemente ignorato gli esposti in Procura dell’avvocato di Accetti riguardo al trafugamento della bara di Katy Skerl dal Cimitero del Verano, verità accertata soltanto nel 2022, ben 7 anni dopo.

Questi ex magistrati sembrano aver voluto scaricare sul Vaticano le responsabilità della non risoluzione del caso Orlandi, al posto di riconoscere la forte lacunosità delle loro indagini investigative.

Nel 2008 il magistrato Gianluigi Marrone, giudice unico della Città del Vaticano dal 1991 al 2009, parlò di «false polemiche» legate alla collaborazione vaticana, assicurando personalmente «che il Vaticano non ha mai risposto negativamente a una richiesta di rogatoria». Sul caso Orlandi «sono stato coinvolto spesso nella preparazione di queste rogatorie e, per quel che mi compete, le assicuro che tutte hanno avuto regolare risposta. Altro è, naturalmente, se la risposta viene ritenuta soddisfacente o no. Non si può dire che il Vaticano non ha collaborato o, peggio ancora, continuare a dire che non c’è mai stata collaborazione con la magistratura italiana»146G. Marrone, Tre piccoli furti e rogatorie internazionali, L’Osservatore Romano, 06/07/2008.

Al di là di questo, certamente il Vaticano non ha mai avuto un ruolo attivo nelle indagini, al contrario di quanto avvenuto nel 2023 con l’apertura di un’inchiesta guidata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi. L’annuncio del Vaticano di intraprendere le indagini risale al 9/01/2023, dieci giorni dopo la morte di Joseph Ratzinger (ma annunciate pubblicamente nell’aprile 2023)147F. Pinotti, G. Capaldo, La ragazza che sapeva troppo, Solferino 2023, p. 13 148F. Pinotti, Sul caso Orlandi il Papa vuole piena verità. Il mondo ci guarda: non nasconderemo nulla, Corriere della Sera, 10/04/2023.

Uno dei principali esperti del caso Orlandi, il giornalista Pino Nicotri ha cambiato idea sul ruolo del Vaticano, sostenendo nel 2023 che «il Vaticano, perennemente accusato da tutti di reticenza, in realtà ha trasmesso i documenti – compresa l’informativa relativa a quest’episodio del 1978 – alle autorità italiane», riferendosi allo scambio epistolare tra il card. Casaroli e il padre spirituale di Natalina Orlandi riguardante gli abusi subiti da quest’ultima da parte dello zio Meneguzzi.

Inoltre, ha proseguito Nicotri, «sappiamo che il Vaticano all’epoca delle indagini permise ai servizi segreti italiani di controllare le telefonate sul proprio territorio. Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto le relazioni degli agenti italiani su quanto ascoltato nelle intercettazioni ai centralini vaticani. Si può dire che il Vaticano ha collaborato oltre il proprio dovere»149P. Nicotri, in Caso Orlandi, «la pista amical-parentale è la più credibile», La NBQ, 14/07/2023.

Va sempre tenuto presente che i “segreti di Stato” esistono da sempre per qualunque nazione, Italia compresa, e da un certo punto di vista è anche giusta una simile tutela interna. Inoltre, come ricordato dal giudice Rosario Priore, non esiste alcun trattato di assistenza giudiziaria fra lo Stato italiano e la Santa Sede150R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 18, al di là di norme di cortesia.

La collaborazione tra Stati non è mai semplice, a volte addirittura conflittuale. La Francia, ad esempio, nascose addirittura Oral Celik ben sapendo chi fosse e che era ricercato dall’Italia per l’attentato a Giovanni Paolo II151F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 12 152A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 31/05/2005, p. 9.


 

L’indagine interna di padre Federico Lombardi.

Nel febbraio 2012 nell’ambito di Vatileaks, emerse un appunto riservato scritto da padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede e probabilmente destinato a mons. Georg, segretario di Ratzinger.

In esso si avanzarono alcune perplessità sulla scarsa collaborazione con le autorità italiane (almeno in alcune delle forme richieste – rogatorie, deposizione Bonarelli), domandandosi se «fosse una normale e giustificata affermazione di sovranità vaticana, o se effettivamente si fossero mantenute riservate delle circostanze che avrebbero potuto aiutare a chiarire qualcosa».

In seguito, padre Lombardi svolse una personale indagine interna per sincerarsi dell’esistenza o meno di documenti o testimoni, pubblicando i risultati il 4/04/2012.

Il portavoce dalla Santa Sede ricordò l’interessamento di Giovanni Paolo II e del card. Agostino Casaroli, segretario di Stato, tanto da mettere a disposizione per i contatti con i rapitori con una linea telefonica particolare. Dalla sua verifica appurò che «non solo la segreteria di Stato stessa, ma anche il Governatorato furono impegnati nel fare tutto il possibile» per collaborare con gli inquirenti, «a cui spettava evidentemente la competenza e la responsabilità delle indagini, essendo il sequestro avvenuto in Italia. La piena disponibilità alla collaborazione da parte delle personalità vaticane che a quel tempo occupavano posizioni di responsabilità, risulta da fatti e circostanze».

Padre Lombardi scrisse che «tutte le lettere e le segnalazioni pervenute in Vaticano furono prontamente girate al Dott. Domenico Sica e all’Ispettorato di P.S. presso il Vaticano, si presume che siano custodite presso i competenti uffici giudiziari italiani». Rispetto alle tre rogatorie indirizzate alle autorità vaticane nella seconda fase dell’inchiesta (una nel 1994 e due nel 1995), esse «trovarono risposta (note verbali della segreteria di Stato N. 346.491, del 3 maggio 1994; N. 369.354, del 27 aprile 1995; N. 372.117, del 21 giugno 1995)».

Il tribunale vaticano ascoltò inoltre i soggetti indicati dalla magistratura italiana (Ercole Orlandi, Camillo Cibin, card. Agostino Casaroli, mons. Eduardo Martinez Somalo, mons. Giovanni Battista Re, mons. Dino Monduzzi, mons. Claudio Maria Celli) e le loro deposizioni vennero inviate alle autorità richiedenti e «i relativi fascicoli esistono tuttora e continuano a essere a disposizione degli inquirenti». Padre Lombardi ricordò infine la concessione vaticana alla autorità italiane di accedere al centralino e porre sotto controllo i telefoni di cittadini vaticani «senza alcuna mediazione» di funzionari vaticani.

La dettagliata nota del portavoce vaticano si concluse respingendo le ingiuste accuse di mancata collaborazione, riportando la sensazione che «non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti». L’opinione prevalente delle autorità vaticane fu che il sequestro fosse utilizzato «da una oscura organizzazione criminale per inviare messaggi od operare pressioni in rapporto alla carcerazione di Alì Agca e agli interrogatori dell’attentatore del papa. Non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro».

Infine, padre Lombardi lamentò che «l’attribuzione di conoscenza di segreti attinenti al sequestro stesso da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, senza indicare alcun nominativo, non corrisponde quindi ad alcuna informazione attendibile o fondata; a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità».

A conferma di ciò, il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, mostrò apprezzamento per la nota vaticana con queste parole: «Accolgo con soddisfazione le dichiarazioni di padre Lombardi».


 

Esiste un dossier Orlandi all’interno del Vaticano?

Certamente non è mai stato chiarito se le autorità vaticane abbiano creato o meno un dossier Orlandi, contenente elementi d’indagine interna.

Alla rogatoria del marzo 1995, ad esempio, le autorità vaticane risposero di non avere mai avuto registrazioni o trascrizioni delle telefonate provenienti dall’”Amerikano”.

Tuttavia agli atti dell’archiviazione del 1997 è presente la testimonianza di mons. Francesco Salerno, consulente legale presso la Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, il quale nel dicembre 1993 dichiarò agli inquirenti Adele Rando e Rosario Priore quanto segue:

«Confermo la convinzione che la scomparsa della Orlandi potesse in qualche modo costituire un elemento di pressione su ambienti strettamente legati al Sommo Pontefice. Ricordo che all’epoca dei fatti ebbi modo di rappresentare tali convinzioni a monsignor Giovanni Battista Re, all’epoca assessore alla Segreteria di Stato, al quale ebbi modo anche di offrire una mia possibile collaborazione in tale vicenda. Monsignor Re mi disse, peraltro, che non gli sembrava necessaria una verifica in tale direzione, riferendomi che avrebbe lasciato le cose così come si trovavano […]. Gli inutili tentativi di identificare gli sconosciuti interlocutori telefonici che chiamavano sulla linea riservata, messa a disposizione dalla Segreteria di Stato, portano oggettivamente a ritenere che all’interno della Segreteria stessa, o comunque in quegli ambienti, Vi potesse essere taluno che informava tempestivamente gli interlocutori telefonici […] sul punto non sono in grado di fornire alcuna utile spiegazione ma ritengo che negli archivi della Segreteria di Stato siano custoditi documenti relativi alla vicenda di cui ci occupiamo e che forse potrebbero essere chiarificatori in tal senso»153A. Rando, Sentenza di archiviazione 1997, p. 85

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Nella richiesta di archiviazione del 2015 della Procura di Roma si legge «l’esistenza o meno di un fascicolo vaticano relativo ad Emanuela Orlandi risulta smentita dalle indagini per altro verso svolte», riferendosi alle dichiarazioni del 2005 di mons. Bruno Bertagna che, «in qualità di addetto presso la Segreteria di Stato prima e di Segretario Generale del Governatorato poi, escluse l’espletamento di indagini sulla vicenda all’interno della Città del Vaticano»154G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015.

Nel 2023 l’arcivescovo Georg Gaenswein, ex segretario di Benedetto XVI, ha ricordato di aver parlato a lungo con Pietro Orlandi e aver fatto fare in Vaticano «un promemoria su quale fosse la situazione allora riguardo a Emanuela Orlandi». Fu realizzato «un appunto, si vedeva che non c’era niente di nuovo. Poi lo stesso Orlandi ha detto in un’intervista che io avrei un dossier. Non è vero, non ho alcun dossier. Se lui pensa a questo appunto, che poi ho dato a Papa Benedetto, di questo si tratta»155Don Georg chiarisce: non esiste un dossier vaticano su Emanuela Orlandi, feci redigere un appunto per Papa Ratzinger su tutte le cose note, Il Faro di Roma, 17/04/2023.

Queste affermazioni non sembrano coerenti con le parole del promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi, il quale ha invece basato la sua inchiesta su documenti e carte vaticane, «tante, tantissime, ho avuto modo di leggerle e analizzarle. Ci sono state anche acquisizioni interne di carte vecchie, vecchissime, impolverate. E altre ne sto cercando ancora»156citato in F. Pinotti, Sul caso Orlandi il Papa vuole piena verità. Il mondo ci guarda: non nasconderemo nulla, Corriere della Sera, 10/04/2023.


 

Conclusioni sul ruolo del Vaticano.

Le opinioni sulla collaborazione o meno del Vaticano alle indagini della magistratura italiana nel caso Orlandi sono varie e contrastanti tra loro.

Dall’accusa di scarsa o nulla collaborazione lamentata da alcuni magistrati e dai famigliari alla difesa delle autorità vaticane e all’attestazione di «collaborazione oltre il proprio dovere»157P. Nicotri, in Caso Orlandi, «la pista amical-parentale è la più credibile», La NBQ, 14/07/2023 sottolineata da Pino Nicotri.

Da quanto emerso si può riassumere così l’intervento del Vaticano:

  • Proclamazione di otto appelli pubblici ai sequestratori da parte di Giovanni Paolo II per la liberazione di Emanuela (1983-1984);
  • Concessione alle autorità e ai servizi segreti italiani di accedere liberamente al centralino e porre sotto controllo i telefoni di cittadini vaticani (1983-1984);
  • Concessione alla creazione immediata di una linea diretta tra la Segreteria di Stato e i presunti sequestratori (1983);
  • Risposta alle tre rogatorie italiane (1994 e 1995);
  • Escussione di diversi cittadini vaticani su richiesta delle autorità italiane (Ercole Orlandi, Camillo Cibin, card. Agostino Casaroli, mons. Eduardo Martinez Somalo, mons. Giovanni Battista Re, mons. Dino Monduzzi, mons. Claudio Maria Celli) e relativo invio delle deposizioni alle autorità richiedenti;
  • Indagine interna da parte di padre Federico Lombardi (2012);
  • Creazione di un appunto sulla documentazione relativa alla Orlandi fatto realizzare da mons. Georg Gaenswein e consegnato a Benedetto XVI;
  • Apertura di un’inchiesta ufficiale voluta da Papa Francesco e guidata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi (2023);

 

Riteniamo che padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, abbia risposto in modo documentato, completo e credibile a tutti i sospetti sul ruolo del Vaticano in questo drammatico caso.

Sottolineiamo infine che Pino Nicotri, storico giornalista del caso Orlandi e autore di almeno 3 libri sulla scomparsa di Emanuela, si è convinto nel corso degli anni della non responsabilità del Vaticano. Replicando a coloro che accusano (senza prove) Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di qualche responsabilità, ha affermato: «Io che sono sempre stato piuttosto anticlericale, o comunque un non filo clericale, a fronte di tante idiozie contro gli ultimi tre papi e il Vaticano in generale non vorrei dover diventare un filo clericale accanito»158P. Nicotri, Messaggio su Facebook, 02/08/2023.

Nel 2024 anche Patrizia De Benedetti, a lungo fidanzata (e per molti anche complice nel caso Orlandi) di Marco Accetti, dopo aver premesso la sua profonda irreligiosità e anticlericalità, ha scritto:

Il Vaticano è «VITTIMA: prima per via delle strumentalizzazioni iniziali che ha subìto negli anni ’80; e ora negli anni 2000 dagli strafalcioni che costantemente Pietro Orlandi gli getta addosso…io sono ATEA, agnostica, RAZIONALE, non credente e persino anticlericale per quanto riguarda le posizioni del Vaticano sullo Stato italiano, ma se si studia e si analizzano i fatti acriticamente in maniera neutrale, il fatto che il Vaticano come STATO non c’entri un picchio con la scomparsa della Orlandi, a me viene chiaro…tantomeno poi c’entra quel poraccio di Wojtyla! […]. Viene logico pensare che il responsabile di quella scomparsa NON fu “un’organizzazione che aveva PREMEDITATO il sequestro” ma bensì fu UN SINGOLO che riuscì a tenere per se quel fatto omicidiario. E’ proprio assurdo credere che possa esistere un “gruppo di omertosi” in Vaticano che si siano fatto scudo l’uno con l’altro per nascondere un omicidio, e tramandarsi poi questo segreto -neanche fosse il segreto della Madonna di Fatima- di papa in papa! Se Emanuela è scomparsa il movente fu perché era Emanuela, e NON perché guarda caso viveva in Vaticano!»

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1.13 I genitori di Emanuela e la Sala Borromini

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Un ennesimo aspetto controverso della vicenda Orlandi è dove fossero realmente i genitori di Emanuela il giorno della scomparsa. Nei verbali si legge che riferirono che quel giorno rientrarono a casa dopo le 19. Ma prima dove si trovarono?

Al centro di questo equivoco c’è il giornalista Gian Paolo Pelizzaro, storica firma de L’Indipendente che si occupò del caso Orlandi dagli anni Novanta. Nel dicembre 1993, oltre a intervistare il vigile Alfredo Sambuco, raccolse varie informazioni sulla Orlandi scoprendo che quando Emanuela telefonò a casa, poco prima della scomparsa, «non riuscì a parlare con la madre poiché era andata a seguire un saggio di danza della sorella piccola, Cristina, alla sala Borromini»159G.P. Pelizzaro, Vidi Emanuela con un uomo, L’Indipendente, 22/12/1993.

Un dettaglio oggi sorprendente, che contrasta con quanto si è sempre saputo.

Nel 1994, Pelizzaro fu invitato a casa degli Orlandi dopo aver diffuso il rapporto del SISDE (datato 14/11/1983) che identificava l'”Amerikano” in un alto prelato. Ripercorrendo la giornata della scomparsa di Emanuela, la madre disse: «Lasciammo Emanuela a casa. Noi dovevamo andare a Fiumicino. Sapeva che saremmo tornati nel tardo pomeriggio. In casa era rimasta la sorella maggiore Federica».

Essendo in contraddizione con quanto raccolto dalle sue fonti, cioè che si sarebbero recati al saggio di danza di Cristina alla sala Borromini, il giornalista chiese un chiarimento ed Ercole Orlandi rispose che qualcuno si era sbagliato perché loro due, quel giorno, andarono a Fiumicino ad aiutare Eugenio, il fratello di Ercole, per fare dei lavori.

Nel 2011 Pietro Orlandi, nel suo libro Mia sorella Emanuela, riportò una terza versione, non necessariamente incompatibile: sua mamma, subito dopo pranzo, avrebbe iniziato a preparare l’impasto per la pizza da mangiare a cena, poi i genitori sarebbero usciti160P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, EdizioniAnordes 2011, pp. 43-48.

Pelizzaro riferisce che la notizia sul saggio di Cristina Orlandi alla sala Borromini fu ripresa anni dopo da Repubblica, l’8/10/1997, nell’articolo intitolato: “Orlandi, ultimo colpo di scena”: «La madre non è in casa, ma si trovava alla sala Borromini per seguire un saggio di danza della sorella più piccola, Cristina. Emanuela parla con la sorella maggiore, Federica. Sono le sue ultime parole, dopo quella conversazione la ragazza scompare».

Il giornalista de L’Indipendente respinse l’idea che l’autore stesse attingendo al suo articolo, in quanto scriveva in ambito giudiziario-investigativo: «L’articolo, corredato da un ampio box, riguardava la requisitoria dell’allora sostituto procuratore generale Giovanni Malerba, con la richiesta di archiviazione dell’inchiesta indirizzata dal giudice istruttore Rando».

Dove si trovavano davvero i genitori nel pomeriggio del 22/06/1983? A Fiumicino o al saggio di Cristina alla Sala Borromini, luogo citato nella telefonata di Emanuela e distante solo 300 metri dal luogo in cui la giovane scomparve?

E se Cristina Orlandi era al saggio di danza, come poteva essere davanti al Palazzaccio alle 19 con alcuni amici, in attesa di Emanuela, come si è sempre detto? Raggiunse il luogo una volta finita l’esibizione?

Il reo-confesso Marco Accetti ha riferito che il codice relativo alla Sala Borromini usato da Emanuela nella telefonata avrebbe indicato la figura di Francesco Pazienza, agente SISMI, all’epoca residente nel centro di Roma vicino alla Sala Borromini, appunto. Inoltre, il vigile urbano Alfredo Sambuco raccontò di aver riconosciuto Emanuela nella giovane che quel pomeriggio del 22 giugno gli chiese dove si trovasse la Sara Borromini.

 

 

1.14 La scuola di musica “Ludovico da Victoria”

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La scuola di musica frequentata da Emanuela, in piazza Sant’Apollinare 49 e collegata alla Basilica di Sant’Apollinare, è un luogo da sempre al centro del caso. E non solo perché fu l’ultimo ambiente frequentato certamente da Emanuela prima della scomparsa.

Innanzitutto va ricordato che la segreteria particolare di Oscar Luigi Scalfaro, che nell’agosto 1983 (due mesi dopo la sparizione di Emanuela) divenne ministro dell’interno (e nel 1992 presidente della Repubblica), era composta da quattro stanze e si trovava proprio nello stesso palazzo e allo stesso piano della scuola di musica frequentata da Emanuela161P. Nicotri, Caso Orlandi, Scalfaro depistò, Italia Oggi, 09/10/2014.

Un altro elemento controverso riguardante la scuola di musica emerse il 30/7/1983 e ne abbiamo dettagliatamente parlato nel capitolo dedicato alle ipotetiche piste sessuali.

Il bidello della scuola, Franco De Lellis, aveva una figlia che era dedita alla droga assieme al marito, oltre a partecipare come comparsa a film pornografici diretti dal regista Bruno Mattei. Quest’ultimo girava pellicole di fascia bassa a carattere erotico, spesso legate morbosamente al mondo ecclesiastico (“tonaca movie”).

Dai vari interrogatori ai membri della famiglia De Lellis e allo stesso Mattei162R. Pera, Caso Orlandi, il regista Bruno Mattei e quelle presenze aliene a Sant’Apollinare, La Giustizia 05/08/2023 emerse che nella scuola Ludovico da Victoria pernottavano persone estranee, oltre alla figlia di De Lellis. Lo stesso Mattei, proprietario di una BMW verde metallizzato (stesso colore e modello dell’auto appartenuta all’uomo dell’Avon visto con Emanuela il giorno della sparizione), frequentò la scuola e pernottò lì nel maggio 1983, un mese prima della scomparsa.

Non vi sono tuttavia riscontri di indagini successive su questo filone delle indagini.

 
 

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2. EMANUELA ORLANDI E LA PISTA SESSUALE.

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La prima pista investigativa da analizzare è quella più antica, la cosiddetta pista sessuale.

Nessuno ha mai sostenuto l’ipotesi di un rapimento violento di Emanuela e Mirella, soprattutto perché entrambe scomparvero in orario diurno e in zone molto trafficate (il bar dei De Vito, per Mirella, e la fermata dell’autobus, per Emanuela). Un sequestro contro la loro volontà avrebbe avuto quantomeno dei testimoni oculari.

L’ipotesi è che entrambe si sarebbero allontanate volontariamente per vari motivi e avrebbero trovato la morte dopo essere finite in giri pericolosi a sfondo sessuale. Successivamente, gli stessi criminali avrebbero usato la scomparsa per operare ricatti e perseguire altri tipi di obbiettivi.

Nel 2012 Nicotri riportò testimonianze (anonime) sulle frequentazioni di Emanuela e sul suo uso di droghe, all’interno di circuiti sessuali (la morte sarebbe causata da un’overdose all’interno di un festino). A parlare di “comitive di amici” frequentate con fin troppa libertà da Emanuela sarebbe stato anche l’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi, nelle telefonate con lui. Lo stesso sarebbe avvenuto a Mirella Gregori163P. Nicotri, Emanuela Orlandi: drogata e morta in mano a pedofili di rango molto alto?, BlitzQuotidiano, 14/06/2012.

Nel 2017 il giornalista sostenne che Emanuela potrebbe essere stata fermata per strada il giorno della sparizione da qualcuno che conosceva di vista, con la falsa promessa di un provino. Inoltre avvalorò le parole espresse da Silia Vetere, compagna di classe di Emanuela, nella deposizione ai carabinieri del 2008164P. Nicotri, Emanuela Orlandi, 34 anni fa, una pista affiora dalle carte giudiziarie ma ormai, BlitzQuotidiano, 22/06/2017.

La Vetere riferì infatti che Emanuela era svogliata e andava male a scuola (fu effettivamente rimandata in due materie, latino e francese), voleva trovarsi un lavoro. L’ex compagna confermò così la sua testimonianza del 1983, ricordando che Emanuela saltava spesso scuola nel periodo precedente alla sparizione, firmando da sola le giustificazioni. Non ricordò però se le assenze si intensificarono nel periodo precedente alla sua scomparsa e disse comunque di non vederla mai truccata né noto alcun cambiamento negli ultimi anni165P. Nicotri, Emanuela Orlandi, 34 anni fa, una pista affiora dalle carte giudiziarie ma ormai, BlitzQuotidiano, 22/06/2017.

Nicotri si stupì che di questi comportamenti di Emanuela, testimoniati dalla compagna di classe, non abbiano mai parlato i famigliari, pur avendo sicuramente letto gli atti giudiziari.

Un altro elemento a supporto di questa pista è il documento del SISDE (servizi segreti) del luglio 1983 in cui si parlò dei fatti avvenuti nell’inverno del 1983, quando «Emanuela Orlandi e le sue più strette amiche del quartiere, a casa di una di loro e in almeno due occasioni, erano entrate in contatto con alcuni ragazzi più grandi in quel momento a Roma perché impegnati nel servizio di leva. Questi ventenni godevano però di cattiva reputazione in quanto dediti ad abbordare ragazze nella zona di piazza San Pietro, a consumare stupefacenti e, in almeno un caso, a prostituirsi»166citato in T. Nelli, Atto di dolore, 2016.

Nel 2012 l’esorcista padre Gabriele Amorth sostenne questa tesi, affermando:

Come dichiarato anche da monsignor Simeone Duca, archivista vaticano, venivano organizzati festini nei quali era coinvolto come “reclutatore di ragazze” anche un gendarme della Santa Sede. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro. Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere. Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un’ambasciata straniera presso la Santa Sede»167citato in G. Galeazzi, Padre Amorth: “Orlandi, fu un delitto a sfondo sessuale”, La Stampa, 22/05/2012.

 

La strumentalizzazione successiva potrebbe anche essere stata architettata da gruppi estranei al crimine sessuale che, una volta appresa la notizia della scomparsa, avrebbero deciso di innestarsi usandola per i propri interessi.

Schematizzando, l’ipotesi è la seguente:

  • Emanuela e Mirella si sarebbero allontanate da casa per ingenuità e/o libertinismo, rimanendo poi coinvolte in un giro pericoloso (a), oppure si sarebbero fidate di persone sbagliate, legandosi ad esempio a strane amicizie (b);
  • Indipendentemente da a) o b), dopo la morte/allontanamento gli stessi autori del crimine, o persone a loro contigue ma estranee all’uccisione si sarebbero inserite nella vicenda/e facendo credere di esserne i responsabili per perseguire loro interessi/ricatti;

 

 

2.1 La pista della RAI

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All’interno della pista sessuale abbiamo inserito un filone di indagine ancora totalmente inesplorato dagli inquirenti che farebbe ricadere la responsabilità della scomparsa di Emanuela in qualcuno interno alla RAI, la televisione di Stato.

Questa ipotesi è stata teorizzata nel corso degli anni dallo storico giornalista Pino Nicotri.

La tesi della RAI nacque nel 2005 quando il programma Chi l’ha visto? recuperò la puntata di Tandem alla quale Emanuela Orlandi partecipò con la sua classe il 20/05/1983, un mese prima di scomparire. Si trattò di una trasmissione RAI andata in onda dal 1982 al 1985.

 

Nel video qui sotto alcune immagini della puntata di Tandem, l’unica volta in cui Emanuela compare in video

 

Come si vede, Emanuela è a fianco della presentatrice ed è una figura molto appariscente, inquadrata più volte dalle telecamere. Non risulta però che durante quella puntata abbia mai preso la parola, al contrario di alcuni suoi compagni.

Nicotri fece notare uno stano comportamento («una strada reticenza») da parte di famigliari in quanto non avrebbero mai fatto sapere ai magistrati dell’esistenza di quella puntata e relativa registrazione (della quale erano sempre stati a conoscenza, come si evince da questo fotogramma incorniciato), nella quale Emanuela potrebbe aver parlato e la sua voce avrebbe potuto essere confrontata con l’audio fatto ritrovare dall'”Amerikano”168P. Nicotri, Emanuela Orlandi, due misteri: lei a Tandem nel 1983 e la telefonata anonima, BlitzQuotidiano, 26/06/2015.

Nel 2023 lo stesso giornalista approfondì la tesi osservando nel video della puntata di Tandem «Emanuela viene ripresa e messa in risalto con maggiore evidenza rispetto agli altri studenti partecipanti. E si nota che Emanuela ne ha piacere, è molto a suo agio»169P. Nicotri, Emanuela Orlandi vittima di un uomo Rai? Nicotri: telefonò a Chi l’ha visto da un interno, voce da prova audio, BlitzQuotidiano, 02/07/2023.

Considerando il sogno della giovane a entrare nel mondo dello spettacolo, Nicotri ipotizzò che qualcuno della RAI, in occasione di Tandem, avrebbe potuto proporle un aiuto in tal senso. La stessa persona potrebbe averla fermata il giorno della scomparsa, un mese dopo la trasmissione, fuori dalla scuola170P. Nicotri, Emanuela Orlandi vittima di un uomo Rai? Nicotri: telefonò a Chi l’ha visto da un interno, voce da prova audio, BlitzQuotidiano, 02/07/2023.

Ad avvalorare i sospetti sulla RAI vi sarebbe anche il fatto che la famosa telefonata anonima trasmessa da “Chi l’ha visto?” nel settembre 2005, la quale invitava a cercare un legame con De Pedis, sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, non sarebbe partita dall’esterno della Rai171P. Nicotri, Emanuela Orlandi vittima di un uomo Rai? Nicotri: telefonò a Chi l’ha visto da un interno, voce da prova audio, BlitzQuotidiano, 02/07/2023.

In realtà nella sentenza di archiviazione del 2005 si riferisce che la telefonata arrivò invece al centralino della trasmissione televisiva172G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 27.

Certamente la pista (inconcludente) su De Pedis e Sant’Apollinare apparve come un depistaggio, con il doppio risultato di aver regalato moltissima pubblicità alla trasmissione RAI.

Un secondo elemento sarebbero le telefonate anonime che il 7/09/1983 arrivarono all’avv. Egidio, intercettate dai carabinieri.

Nella prima telefonata una donna disse ad Egidio: «Faccia trovare Emanuela Castel Sant’Angelo, nel nome del Signore glielo chiedo». Poco dopo, la stessa donna richiamò: «Avvocato, ho l’impressione che non mi ha compreso, in Nome del Signore cercate Emanuela a Castel S. Angelo». Verso sera arrivò la terza telefonata, quella di un uomo che chiese di «cercare “la ragazza” a Castel S. Angelo, a destra, scendere tre scalini di legno,, c’è delle terra battuta, ancora avanti un altro gradino e si entra dentro un “tunnel”, lì si trova! Sotto di loro c’è un tubo di eternit. Sotto dov’è la ragazza…. “Loro” si trovano sopra”». L’avvocato chiese ”loro” chi?” Lo sconosciuto rispose: «Sono in quattro: la ragazza e tre. Sono in quattro e stanno li sotto; uno di colore, uno biondo e una ragazza con vestito lungo. Parlo in Nome del Signore»173P. Nicotri, Emanuela Orlandi e altri sepolti nei sotterranei di Castel Sant’Angelo? Il mistero di una telefonata da una utenza Rai, BlitzQuotidiano, 15/06/2023.

Si riuscì a risalire al numero solo di quest’ultima chiamata, proveniente dall’utenza n° 3611058 (RISERVATA = intestata a Rai via del Babuino 9)174Rapporto dei carabinieri, 07/09/1983.

La tesi di Castel Sant’Angelo sarebbe ulteriormente confermata dall’ex carabiniere Antonio Goglia, il quale darebbe ampio valore al forte interesse di Marco Accetti al film “Nell’anno del Signore” del regista Luigi Magni (1969)175testimonianza rilasciata a P. Nicotri, Emanuela Orlandi. Flauto di Marco Fassoni Accetti dai resti di studio cine Roma?, BlitzQuotidiano, 12/06/2014, il quale si svolge nel mausoleo circolare Adriano di Castel Sant’Angelo e inizia con molteplici fermo immagine sull’angelo che sormonta il mausoleo e che guarda verso il basso.

A questo farebbe riferimento una lettera ricevuta da Pietro Orlandi in cui si suggeriva di cercare Emanuela presso il Camposanto Teutonico,. «dove guarda l’angelo».

Si può infine ricordare l’incredibile, quanto sospetta, campagna di fango di Chi l’ha visto? contro Marco Accetti dopo la sua comparsa. L’uomo ha sostenuto che la violenta reazione della trasmissione RAI (con plateali accuse di pedofilia) avrebbe reso vano per sempre il suo tentativo di chiamare i suoi complici a costituirsi.


 

Analisi e verifiche della “pista della RAI”.

Pur appoggiandosi ad alcune coincidenze non trascurabili, l’impianto della tesi non si basa su alcuna prova.

La responsabilità “della RAI” andrebbe ricondotta a quante persone? Certamente non un semplice operatore tecnico, per ricevere la fiducia di Emanuela, tanto da convincerla a seguirlo il giorno della scomparsa, sarebbe dovuto essere perlomeno un dirigente. Il quale avrebbe dovuto avere almeno una complice donna, cioè la voce della telefonista anonima che chiamò l’avv. Egidio indicando Castel Sant’Angelo.

L’aspetto più controverso sono proprio queste telefonate: non si capisce perché un mese dopo aver rapito e ucciso Emanuela per una mera “questione sessuale”, il dirigente RAI e la sua complice avrebbero dovuto telefonare al legale degli Orlandi, correndo il rischio di essere registrati (e quindi più facilmente smascherati) e facendo rintracciare il numero dell’azienda, portando l’attenzione più vicina a loro.

Così com’è esposta la pista non ha alcun senso logico. Quelle telefonate sembrano piuttosto un depistaggio.

 

 

2.2 La pista di Mario Meneguzzi

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Lo zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, fu colui che da subito e fino al 22 luglio 1983 interloquì con i tre telefonisti che chiamarono a casa Orlandi subito dopo la sparizione e come portavoce della famiglia. Era padre di Pietro, Giorgio e Monica Meneguzzi, cugino di Emanuela Orlandi.

La vicenda che lo coinvolge emerse nel luglio 2023 quando emerse pubblicamente che la procura del Vaticano, a seguito dell’inchiesta aperta proprio in quell’anno, trasmise alla procura di Roma un carteggio riguardante proprio Meneguzzi.

Si tratta di due lettere datate settembre 1983, tre mesi dopo la scomparsa di Emanuela, tra l’allora Segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli e il padre spirituale degli Orlandi, José Luis Serna Alzate, sacerdote colombiano, tornato in Colombia nel 1978.

I magistrati che indagavano sulla scomparsa, chiesero infatti a Casaroli di verificare tramite il confessore di Natalina un’informazione già in possesso della procura di Roma, ovvero che Meneguzzi avrebbe molestato sua nipote Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, prima della scomparsa di quest’ultima. L’ipotesi fu che l’uomo potesse aver riservato lo stesso trattamento a Emanuela.

Il padre colombiano rispose formalmente attraverso la posta diplomatica affermativamente: «Sì, è vero, Natalina è stata oggetto di attenzioni morbose da parte dello zio, me lo confidò terrorizzata: le era stato intimato di tacere oppure avrebbe perso il lavoro alla Camera dei Deputati dove Meneguzzi, che gestiva il bar, la aveva fatta assumere qualche tempo prima».

Il direttore della sala stampa del Vaticano, Matteo Bruni, ha comunicato che «in merito alle notizie che coinvolgono un parente di Emanuela, si rileva che la corrispondenza in questione indica espressamente che non vi è stata alcuna violazione del sigillo sacramentale della Confessione».

In una conferenza stampa nel 2023, Natalina Orlandi ha detto: «Lo sapevano tutti in Procura: lo sapeva il dottor Sica, lo sapeva l’avvocato Egidio, che all’epoca era il nostro avvocato, e abbiamo concordato di non dire nulla a papà, perché non ci sembrava di dargli dolore più dolore, per una cosa vecchia che era finita».

La vicenda delle molestie era infatti nota agli inquirenti dal 1983, e secondo un verbale il primo a riferire direttamente ai carabinieri e in via confidenziale le avances sarebbe stato il 30 agosto di quell’anno il fidanzato di Natalina, Andrea Ferraris, diventato in seguito suo marito. Ciò indusse gli inquirenti a chiedere conferma in Vaticano, con relativa chiamata in causa del consigliere spirituale degli Orlandi da parte del card. Casaroli.

Secondo la deposizione di Natalina Orlandi di quel giorno al sostituto procuratore Domenico Sica, anche il potente capo di Meneguzzi, Mario Peruzy, avrebbe sottoposto la donna a pressanti attenzioni morbose, la quale per risolvere la faccenda chiese aiuto proprio a suo zio, Mario Meneguzzi.

Gli inquirenti sarebbero rimasti molto colpiti dal raffronto (qui sotto) tra il volto di Mario Meneguzzi e l’identikit tracciato dal vigile Sambuco quando riferì di aver visto, la sera della scomparsa, un uomo che parlava con Emanuela appena uscita dalla scuola di musica vicino al Senato.

Occorre tuttavia sottolineare che molto probabilmente in quel periodo il vigile Sambuco vide Meneguzzi in televisione e sui giornali come portavoce degli Orlandi, tuttavia mai lo indicò come l’uomo che disse di aver visto assieme a Emanuela e che descrisse nell’identikit (inoltre non disponeva di una Bmw).

Fu comunque organizzato un pedinamento di Meneguzzi, il quale se ne accorse e avrebbe chiesto aiuto a Giulio Gangi, agente del Sisde che inizialmente si occupò della scomparsa di Emanuela. Lo 007 lo avrebbe avvertito che la targa di chi lo seguiva era riconducibile ad una macchina della squadra mobile.

Gangi, intervistato in merito, affermò: «Controllai e scoprii che si trattava di una targa fasulla, usata per le auto “coperte” della polizia. E feci la grande cazzata di dirlo a Meneguzzi. Ho così distrutto ogni possibilità di indagine seria su di lui. Ormai avvisato e in allarme, si sarà ovviamente comportato di conseguenza».

Il 31 ottobre 1985, tuttavia, Meneguzzi testimoniò che il 22 giugno 1983, data della scomparsa, si sarebbe trovato a Torano in compagnia della figlia Monica e della cognata Anna Orlandi, sorella di Ercole (e zia di Emanuela), che viveva in casa con gli Orlandi in Vaticano.

Nel luglio 2023 Natalina Orlandi in una conferenza stampa ha confermato: «I fatti risalgono al 1978. Mio zio fece avances verbali, un piccolo regalo, ma quando ha capito che non c’era possibilità, è finita lì. Io sono rimasta scossa, e ho parlato al mio fidanzato, mio attuale marito. L’unica persona con cui mi sono confidata è stato il nostro sacerdote, padre spirituale ed è finita lì».

La sorella di Emanuela ha anche rivelato che nel 2017 fu convocata in forma riservata in Vaticano dal card. Becciu, allora sostituto per gli Affari Generali della Segretaria di Stato vaticana, il quale si premurò di avvisare Natalina che nel caso avessero dovuto trasmettere gli atti alla Procura di Roma avrebbero dovuto includere anche gli atti di questa vicenda molto personale.

La donna ha letto questo episodio come una forma di ricatto (per ottenere in cambio che cosa?), in realtà potrebbe essere stato un gesto di premura nei suoi confronti, anche perché effettivamente fu una notizia che è sempre rimasta riservata. Pino Nicotri ha infatti osservato: «Il carteggio Sica/Casaroli/monsignor Serna Alzate/e ritorno NON risulta sia mai stato trasmesso da Domenico Sica ai suoi successori nell’inchiesta Orlandi, vale a dire ai magistrati Ilario Martella, Giovanni Malerba e Adele Rando. Sica dunque o lo ha fatto sparire o lo ha trattenuto. Perché? E’ evidente il desiderio del Vaticano di non alimentare le malelingue, in modo da proteggere l’immagine degli Orlandi e la loro pace familiare. Tale desiderio di massima discrezione può essere stato recepito da Sica».

Secondo Nicotri, il Vaticano non sarebbe stato responsabile nemmeno della rivelazione pubblica del carteggio nel 2023 ma, scrive, «a quanto mi risulta, è stato fatto filtrare da Piazzale Clodio», cioè dai magistrati italiani.

C’è chi ha fatto notare che Mario Meneguzzi fu l’artefice delle prime decisioni senza aver messo al corrente gli inquirenti: l’affissione dei manifesti con il numero di casa, il lancio dell’agenzia Ansa a 48 ore dalla sparizione in cui si ventilava l’ipotesi del rapimento (mentre l’ipotesi allora era di un allontanamento volontario), gli annunci sui quotidiani e i dialoghi telefonici con i presunti rapitori.

Nel primo rapporto di polizia giudiziaria, predisposto dal dirigente della Squadra Mobile della Questura di Roma, Luigi De Sena, e destinato al magistrato titolare del procedimento penale sulla sparizione di Emanuela Orlandi, Margherita Gerunda, infatti non vi fu una sola riga sui contatti tra gli Orlandi, tramite Meneguzzi, e i telefonisti. Gli inquirenti furono tenuti all’oscuro di questo fino al 6 luglio 1983.

Il giornalista Pino Nicotri ha anche ricordato che in un articolo sul Corriere della Sera a firma di Andrea Purgatori comparvero alcune dichiarazioni di Meneguzzi alla stampa: «Sono stato io a nominare l’avvocato Egidio, perché lo ritengo più adatto a questo genere di cose del mio legale abituale, l’avvocato Gatti». Nicotri ha però sottolineato che Adolfo Gatti si era già occupato di casi importanti essendo stato l’avvocato della famiglia Agnelli in occasione del rapimento della suocera. Inoltre, si stupisce che Meneguzzi potesse avere come «avvocato usuale» uno dei migliori penalisti d’Italia.


 

Analisi e verifiche sulla pista Meneguzzi.

Al di là di un identikit vagamente somigliante non ci sono molti elementi per avvalorare una qualche responsabilità allo zio Mario Meneguzzi.

E’ vero che rimane controversa la vicenda di chi abbia introdotto l’avv. Egidio in casa Orlandi e che i primi passi di Meneguzzi furono avventati e non concordati con gli inquirenti, ma potrebbero più facilmente spiegarsi con gesti impulsivi dettati dall’apprensione del momento.

Nulla inoltre autorizza a pensare che le avances verbali verso la nipote Natalina avrebbero dovuto ripetersi anche per Emanuela, generando un sequestro o un omicidio.

Inoltre, a parte il fatto che non era in possesso di una BMW, se si vuole dare credito ai testimoni oculari (Sambuco e Bosco) sarebbe incomprensibile che avesse avvicinato la nipote in pieno centro a Roma mostrandole un oggetto (una borsa, un tascapane, una valigetta?) per poi farla sparire (o sequestrarla) dopo la lezione di musica. Come spiegare poi la gestione della comparsata dei vari telefonisti (per nulla mitomani, anzi in possesso di elementi attendibili) e tutta la trafila di comunicati che ne seguì?

La vicenda diventa più credibile se dovesse esserci stato il coinvolgimento di alti esponenti politici a cui Meneguzzi era legato. Ma non ci sono dati che portano verso questa direzione.

 

 

2.3 La pista della scuola di musica

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Un’altra ipotetica pista nacque il 30/7/1983 da un’informativa firmata da Vincenzo Parisi, vicedirettore del SISDE, sul “bidello” della scuola di musica, Franco De Lellis, la cui figlia sarebbe «dedita alla prostituzione». L’uomo era sposato con Giuliana De Ioannon, impiegata anch’essa nella scuola come segreteria della direttrice suor Dolores, i quali avevano due figli maggiorenni, P. e M., entrambi frequentati la scuola di musica.

Proprio il giorno della scomparsa di Emanuela, i coniugi De Lellis festeggiavano l’anniversario di matrimonio e per questo la lezione di canto corale di mons. Miserachs terminò con un quarto d’ora prima (alle 18:45). di anticipo rispetto al normale orario (fissato alle ore 19).

Secondo un’inchiesta della cronista Rossella Pera176R. Pera, Caso Orlandi, il regista Bruno Mattei e quelle presenze aliene a Sant’Apollinare, La Giustizia 05/08/2023, la figlia 23 enne dei De Lellis catturò l’attenzione degli inquirenti per la sua personalità, la quale turbava anche i genitori. Dalle testimonianze dei genitori emerse che la figlia e suo marito erano dediti alla droga e alla produzione di film pornografici (l’uomo si occupava degli effetti sonori e si sarebbero conosciuti sul set), che nell’ottobre 1981 furono arrestati per alcune settimane per lo scippo di una catenina nel quartiere Parioli e che si separarono una volta usciti dal carcere.

La figlia intraprese un percorso di riabilitazione per tossicodipendenti presso la “Comunità Fratello Sole” fino al maggio 1983, mentre il marito rimase nel circolo della droga. Tra la famiglia De Lellis e il marito della figlia nacque un’ostilità in quanto i primi volevano che la figlia interrompesse la relazione.

Il padre Franco rivelò di aver fatto anch’egli la comparsa nel 1983 in alcune pellicole negli stabilimenti cinematografici De Paolis, assieme alla figlia infatti recitò nei film erotici diretti da Bruno Mattei. Mattei era noto per dirigere film di bassa fascia bassa (horror, nazi erotico, porno, splatter, ecc.), a volte anche legati morbosamente al mondo ecclesiastico (“tonaca movie”).

Nelle indagini del SISDE emerse l’attività di una società cinematografica di copertura, dietro la quale si sospettava celarsi un reclutamento di comparse per film porno. Un’inserzione di questo tipo comparve su Il Messaggero il 23/06/1983, il giorno dopo la sparizione di Emanuela Orlandi.

L’altro figlio dei De Lellis, a sua volta interrogato, affermò che sua sorella conosceva bene Emanuela, «poiché entrambe cantavano nel coro della scuola ed erano vicine di posto». Confermò che la sorella recitava in film per adulti (ma le sue parti non erano pornografiche) ma, aggiunse, «di questa sua attività, o di possibilità di lavoro in tal senso, non sono in grado di dire se ne avesse parlato alla Orlandi Emanuela». Riferì anche che, parlandone in famiglia, si ipotizzò che il marito della sorella potesse aver avuto un ruolo nella sua scomparsa, il quale, «oltre a fare uso di droga, ha una personalità imprevedibile».

Parlando invece del regista Bruno Mattei, il figlio del bidello della scuola di Emanuela disse che si trattava di un amico di famiglia e che possedeva una BMW verde metallizzato (stesso colore dell’auto appartenuta all’uomo dell’Avon, secondo le testimonianze di Alfredo Sambuco e Bruno Bosco).

Bruno Mattei (morto nel 2007) fu ascoltato il 2/08/1983, confessò di aver avuto una relazione clandestina con la figlia dei De Lellis e di essersi recato alla scuola di musica di piazza Sant’Apollinare almeno quattro volte per accompagnare la giovane. Quest’ultima, disse il regista, frequentava strani ambienti legati alla droga e che i coniugi De Lelli sarebbero preoccupati di un coinvolgimento della figlia e del marito nella sparizione della Orlandi e che «da qualche mese in coincidenza dei noti fatti non hanno più avuto notizia dei loro recapiti né di numeri telefonici per rintracciarli».

L’uomo aggiunge infine che la figlia dei De Lellis «oltre ad essere stata mia ospite, per qualche giorno ha alloggiato presso una amica nei pressi della Batteria Nomentana. Poi ha alloggiato in una pensione in via Palestro e prima ancora presso la custode dell’edificio ove è ubicata la scuola di canto».

Venne scoperto che all’interno di Sant’Apollinare venivano ospitate persone estranee alla scuola di musica, ma che gravitavano comunque in quell’ambiente in quanto parenti o amici di coloro che ci lavoravano.

Il 1/08/1983 Franco De Lellis, nuovamente interrogato, aggiunse che lo stesso Mattei più di una volta andò a far visita alla figlia «nella scuola di Sant’Apollinare, allorquando ivi si fece ospitare (pare per una sola volta) dalla custode dell’edificio ove è ubicata la scuola, signora Luigina Maggio. In quella occasione, mia figlia era in compagnia di altra ragazza dedita alla droga di Bolzano, già ricoverata nella Comunità di Santa Severa. Effettivamente il Mattei è venuto alla scuola di Sant’Apollinare nella decorsa primavera e quasi certamente durante il mese di maggio ‘83». Come già fatto dal figlio, anche Franco De Lellis confermò che il regista utilizzava anche per recarsi alla scuola di musica «una BMW a due porte di colore verde chiaro metallizzato».

Il 3/08/1983 gli inquirenti ascoltarono anche la figlia dei De Lellis la quale disse che il giorno della sparizione di Emanuela, dopo la lezione, partecipò alla messa per le nozze d’argento dei genitori per poi festeggiare con loro in un locale a Grottaferrata fino a mezzanotte. Circostanza confermata anche dal fratello e dai genitori.

In tutta questa vicenda c’è ancora un elemento sorprendente. Il regista Mattei era legato anche al collega Peter Skerl, padre di Catherine Skerl. La ragazza fu trovata misteriosamente assassinata il 21/01/1984 a poca distanza da casa. I due registi entrarono in contatto dal 1975 grazie ad amici in comune.


 

Analisi e verifiche sulla pista della scuola di musica.

Questa pista ha degli elementi che la portano senz’altro a vantare più credibilità delle altre.

I vari personaggi che orbitavano attorno alla scuola di musica dove è scomparsa Emanuela destano quanto meno dei sospetti. Se dopo tutti questi interrogatori gli inquirenti non hanno però inteso proseguire questo filone dell’indagine evidentemente avranno avuto i loro motivi.

Il fatto che un regista di film pornografici, Bruno Mattei, avesse una relazione (prima sessuale, poi amicale) con una compagna di Emanuela, dedita alla droga e figlia del bidello della scuola, che fosse in possesso di una BMW verde metallizzato e che avesse pernottato nella scuola proprio il mese prima della scomparsa di Emanuela non può essere liquidato velocemente.

Fa inoltre pensare il fatto che il caso Orlandi è comunque sfiorato o toccato da registi dai contenuti scabrosi come lo stesso Mattei e Peter Skerl. Anche Marco Fassoni Accetti è autore di opere piuttosto ambigue da questo punto di vista e grazie al caso di Magdalena Chindris sappiamo quanto fosse morbosamente attratto dal mondo adolescenziale.

 

 

2.2 I punti forti della pista sessuale

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a) Tesi sostenuta dai primi esperti del caso.

Verso la pista sessuale si sono orientate le prime persone che hanno indagato seriamente il caso.

Parliamo di Gennaro Egidio, avvocato degli Orlandi e dei Gregori, il magistrato Margherita Gerunda e il giornalista Pino Nicotri.

Nicotri è stato, fra tutti, il principale sostenitore di questo scenario. Nel 2013 scrisse: «L’unica pista che oggi è rimasta in piedi e che all’epoca era comunque la più ragionevole: la pista del sequestro a fini di libidine o vendetta personale […]. Decenni e decenni di cronaca nera dimostrano che la pista del sequestro a fini di libidine o di vendetta personale non ha molto a che fare con i “maniaci sessuali”, ma ha invece moltissimo a che fare con i vicini di casa, i parenti, gli amici dei parenti e quelli di famiglia».

Verso questa spiegazione è sembrato orientarsi anche l’avv. Egidio, legale degli Orlandi e dei Gregori, nelle telefonate (una e due) avute con lo stesso Nicotri.

Il primo legale degli Orlandi affermò addirittura: «Ma no, non è stato un rapimento. La verità è molto più semplice e banale, la fine di Emanuela è più banale. La ragazza godeva di molta più libertà di quanto è stato fatto credere». Nella prima telefonata con Nicotri, il giornalista sottolinea che gli Orlandi non conoscerebbero davvero la figlia, trovando il pieno consenso di Egidio.

Nella seconda telefonata, Nicotri sostenne che gli Orlandi non sapessero in realtà «chi era e che faceva la figlia», trovando pieno consenso nell’avv. Egidio:

«Sono pienamente d’accordo con lei. Io propendo più per cose semplici, normali […]. Quello che rimane forse potrebbe essere quello che appare così semplice, potrebbe essere la verità. E cioè un caso molto semplice che però strumentalizzato, adoperato dagli altri per altri motivi, successivamente […]. I genitori anche se a volte si trovano di fronte all’evidenza, sono capaci di andare oltre la realtà perché loro credono nei loro figli. O magari vi è un senso di ritegno. Ritengono di voler salvare la dignità e il nome della famiglia. Ma i figli, come lei ben diceva prima, ma chi li conosce? A quell’età poi…».

 

Per quanto riguarda Mirella Gregori, Gennaro Egidio sembrò considerare l’ipotesi della prostituzione, pur senza affermarlo direttamente. Lo avrebbe intuito dalla frase che la giovane disse alla madre poco prima della scomaprsa: «Mamma, tu dici che hai difficoltà, enormi difficoltà, che non si può acquistare una casa. Non ti preoccupare, ai soldi penso io».

L’avvocato Egidio disse di essere rimasto colpito dalla frase, esattamente come lo fu la madre:

«Penserei che il caso della Gregori potrebbe essere sempre un caso che rientra in quello che era magari un traffico…e allora quindi caduta nell’inganno e avrà ripetuto dentro di sé quello che le avevano promesso, per ingannarla. E quindi avrebbe avuto chi potesse magari un giorno avere denaro e aiutare quindi la mamma e la famiglia. E invece magari cadde in un inganno. Successivamente, cioè altri che avevano chissà quali altri interessi, per pressioni magari nelle sedi al di là del Tevere o anche qui in Italia […], quando vi è stato l’interesse per il caso Gregori, che fu poi collegato al caso Orlandi, […] questa gente quando hanno visto che appariva sui giornali a questo punto si sono innestati nella storia dicendo…».

 

Anche il primo magistrato che si occupò della vicenda, Margherita Gerunda, disse: «Mi feci subito l’idea, come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in un agguato, violentata e uccisa, comunque morta in seguito alle violenze».

Gerunda fu sostituita dopo poco da Domenico Sica, «interpretai il mio essere tolta dal caso Orlandi come la precisa volontà di assecondare i clamori e sposare in pieno la pista del rapimento politico per lo scambio con Agca».

 

Qui sotto le parole del magistrato Margherita Gerunda:


 

b) Nessuna prova certa della detenzione di Emanuela.

La pista sessuale risolve agilmente il grande mistero per cui i sedicenti rapitori inseritisi successivamente non hanno mai saputo (o voluto) dare prova certa di avere Emanuela e Mirella.

Sarebbe bastata una foto con a fianco un quotidiano, come chiese la famiglia Orlandi. Si limitarono invece a fornire dettagli (pur abbastanza precisi) della biografia di Emanuela, fotocopie di alcuni suoi effetti personali e la registrazione di alcune sue parole ripetute più volte sul nastro. Piccole prove, mai davvero decisive o soddisfacenti.

Queste persone non potevano (o non volevano?) realmente dare prova di avere le ragazze perché, secondo la pista che stiamo indagando, erano già morte.


 

c) Scarso collegamento tra Emanuela e Mirella.

Gli autori di un sequestro sessuale non sono interessati a cercare elementi in comune tra le loro vittime.

Effettivamente Emanuela e Mirella condividevano pochissimo, a parte la stessa età. A collegare i due casi non furono i primi telefonisti che chiamarono a casa Orlandi, né qualche investigatore o le rispettive famiglie.

Il primo collegamento avvenne soltanto due mesi dopo la sparizione di Emanuela, il 4/8/1983, quando il “Komunicato 1” del “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh” citò Mirella chiedendo informazioni. Della giovane, tra l’altro, si parlò pochi giorni prima in un’inchiesta della rivista Panorama177P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 75.

Un altro piccolo collegamento tra le due scomparse è che Mirella lavorò per la Avon (confermato dalla sorella Antonietta Gregori) ed Emanuela sarebbe stata avvicinata da un uomo che le avrebbe parlato della Avon178deposizione dell’amica Raffaella Monzi. Non è però un elemento determinante, tantissime ragazze ebbero a che fare con la Avon.


 

d) Sentenza di archiviazione del 1997.

Nella sentenza di archiviazione del giudice ispettore Adele Rando del 1997, si concluse rilevando effettivamente che quello della Orlandi non fu un rapimento ma una messa in scena depistatrice.

Inoltre, negli Atti si legge l’esistenza di una «strumentale connessione della scomparsa di Mirella con il caso di Emanuela, probabilmente allo scopo di accrescere la complessità del quadro investigativo di quest’ultima vicenda, rendendolo, se possibile, ancora più inestricabile».


 

e) Testimoni oculari.

Il ruolo delle testimonianze del vigile Sambuco e del poliziotto Bosco le abbiamo analizzate in una sezione pecedente.

A poche ore dalla scomparsa di Emanuela, Alfredo Sambuco e Bruno Bosco in servizio davanti al Senato riferirono ai familiari di averla vista parlare con un uomo mentre le veniva mostravo del materiale. Uno scenario compatibile con il racconto che Emanuela fece alla sorella prima della scomparsa, telefonata di cui ancora nessuno era al corrente.

E’ molto difficile sostenere che si misero d’accordo tra loro, non si sarebbero altrimenti contraddetti su alcuni dettagli: la presenza di un BMW fu riferita solo da Sambuco, il quale parlò di un numero civico diverso da Bosco e accennò prima ad un catalogo “Avon”, poi smentì di averne parlato. Al contrario, Bosco citò un tascapane militare con la lettera “A”.

O testimoniarono una scena realmente osservata ma confondendo Emanuela con un’altra ragazza, oppure il loro racconto coincide con quello che disse Emanuela al telefono con la sorella poco prima di sparire.

Fu ingannata da quell’uomo e attratta in un pericoloso giro sessuale?


 

f) Il profilo inedito di Emanuela.

Emanuela è sempre stata presentata dalla stampa e dai familiari come una ragazza modello (“casa e chiesa”).

Eppure la testimonianza della compagna di classe, Silvia Vetere, dell’amico Pierluigi Magnesio e l’informativa del SISDE mettono in crisi quest’immagine e rivelano aspetti inediti della giovane. Tra i quali il fatto che avesse una certa malizia, saltasse scuola con una certa frequenza (autofirmandosi le giustificazioni) e la frequentazione di amici più grandi poco raccomandabili, dediti a consumo di stupefacenti.

 

 

2.3 I punti deboli della pista sessuale

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a) Tesi sempre respinta dalla famiglia.

Nonostante il legale degli Orlandi e dei Gregori sembrasse optare per la pista sessuale con l’iniziale complicità di Emanuela e Mirella, le famiglie l’hanno sempre radicalmente respinta.

Sono le persone che hanno cresciuto le due giovani e che le conoscono meglio di tutti, mentre i sostenitori di questa ipotesi non le hanno mai conosciute nella realtà.

«Mia sorella non si è allontanata spontaneamente, su questo non deve esistere il minimo dubbio. La sua scomparsa, direttamente o indirettamente, ha attivato forze occulte su scala internazionale e noi siamo capitati in mezzo a questo casino!», ha scritto Pietro Orlandi179P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 85.

Anche Nicola Cavaliere, della squadra mobile di Roma all’epoca dei fatti, ha affermato: «Non credo proprio che sia fuggita volontariamente e non esiste alcuna prova certa della sua esistenza in vita fin dal primo momento successivo alla scomparsa, così come, d’altra parte, non esiste alcuna prova certa della sua morte»180citato in R. di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani p 24.


 

b) Depistaggi ed enorme complessità.

Pur essendo vero che nella maggior parte di questi casi il colpevole si nasconda nell’ambiente familiare e amicale della vittima, ciò non spiega ciò che tale crimine sessuale (purtroppo abbastanza comune) abbia causato.

In che modo ha comportato oltre quarant’anni di depistaggi, l’intervento di veri e finti mitomani, e legami misteriosi e pur coincidenti tra realtà apparentemente coinvolte, tanto da far diventare quello della Orlandi uno dei casi più fitti e misteriosi del secolo scorso?


 

c) Le prove fornite dai telefonisti.

Legato al punto b) è il dato che i depistaggi seguiti al presunto crimine sessuale non siano proprio campati per aria.

Una forte prova contro la tesi dell’allontanamento volontario e della pista sessuale sono i dettagli forniti dai telefonisti che chiamarono casa Orlandi nei giorni immediatamente successivi alla sparizione.

Nei “punti forti” abbiamo osservato che effettivamente non diedero mai una prova certa del loro coinvolgimento con il rapimento, tuttavia fornirono informazioni piuttosto precise e rivelatesi vere. Non possono essere liquidati come “colpi di fortuna”.

«Gli autori dei messaggi», ha dichiarato il magistrato Ferdinando Imposimato, «indicavano con la massima precisione caratteristiche fisiche della ragazza e inviavano messaggi scritti e fonici della ragazza, cioè registrazioni della sua voce. Li ho sentiti, li ho letti; ci sono copie dei verbali. Ma gli autori dei messaggi mandavano anche copia dei documenti di cui era in possesso Emanuela Orlandi al momento della sua scomparsa»181F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 9.

Dopo tre giorni dalla sparizione di Emanuela, infatti, quando ancora nessuno a parte la famiglia la stava cercando o parlava di rapimento, “Pierluigi” telefonò fornendo alcuni elementi riconosciuti come veri dalla famiglia182requisitoria del pm Malerba, 6/08/97 183P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 32.

Ecco sintetizzati i dettagli forniti da “Pierluigi”:

  • Emanuela vendeva collane in piazza Campo de Fiori (attività svolta dalla giovane due estati prima a Torano);
  • Aveva un flauto riposto in una custodia nera (non sappiamo se i giornali locali ne avessero parlato);
  • Accennò alla marca “Ray Ban” (l’estate precedente Emanuela fu coinvolta in una discussione su questa marca di occhiali con la madre e un’amica);
  • Emanuela era astigmatica ad un occhio;
  • Accennò alla marca “Avon”;
  • Il matrimonio della sorella era previsto per settembre;
  • La sorella la maggiore portò gli occhiali per un certo periodo.

 

Quale testimone disinteressato avrebbe mai fornito questi dettagli? L’uomo volle evidentemente accreditarsi come persona informata dei fatti sostenendo, però, che si fosse trattata di una scappatella volontaria. Stesso copione per “Mario”, il secondo telefonista, il quale citerà molti di questi dettagli facendo intendere di avere un legame con “Pierluigi”.

Poi arrivò l’“Amerikano”, che fornì a sua volta altri elementi biografici:

  • Il sacerdote che avrebbe celebrato il matrimonio della sorella era un amico di famiglia;
  • Il cantante preferito da Emanuela era Claudio Baglioni;
  • Emanuela era innamorata di Alberto, in quel periodo a militare;

 

Ma soprattutto, l’“Amerikano”, oltre a far ascoltare un audio di Emanuela mentre ripete più volte il nome della classe e della scuola frequentata, fece ritrovare:

  • La fotocopia (con foto) della tessera d’iscrizione di Emanuela alla scuola di musica;
  • La fotocopia della ricevuta del versamento della rata scolastica per la scuola di musica da 5000 lire, datata 6/5/83 (poche settimane prima della scomparsa);
  • La fotocopia del retro della tessera della scuola di musica;
  • La fotocopia del frontespizio di un album con gli spartiti per flauto del compositore Hugues, con scritti nomi e numeri di telefono di alcune compagne di corso, che Emanuela aveva con sé il giorno del rapimento.

 

Nell’immagine qui sotto la fotocopia degli spartiti fatta ritrovare dal telefonista:

Gli spartiti di Emanuela Orlandi e l'

 

Da dove recuperò tutti questi documenti? Molto probabilmente dalla borsa di Emanuela.

In caso contrario si dovrebbe sostenere che dopo la sparizione, qualcuno della scuola di musica (dirigenti? Compagni? Docenti?) avesse fornito a degli estranei gli elementi elencati. Potrebbero averli rubati dalla scuola? E nessuno se n’è accorto o ha mai verificato?

Sull’istituto Da Victoria caddero inevitabilmente molti sospetti, Pietro Orlandi ricordò però che sia polizia che i servizi segreti si presentarono dalla direttrice suor Dolores chiedendo la lista completa delle allieve, come la religiosa raccontò in questura184P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 94. Anche ammesso di sospettare di polizia o servizi segreti, come avrebbero fatto a sapere cosa aveva con sé Emanuela quel giorno, quali documenti e spartiti rubare?

Va inoltre considerato che gli spartiti di Hugues erano segnati da scritte di Emanuela, numeri di telefono e nomi delle sue amiche (usati dai telefonisti per chiamarle e dettare loro i comunicati). Era quindi un oggetto strettamente personale della giovane che non si trovava tra i documenti della scuola.

 

Nell’immagine qui sotto i vari testi di Emanuela fatti ritrovare in momenti diversi dall’“Amerikano”:

 

Il “Fronte Turkesh”, una delle sigle comparse dopo i telefonisti, rispose correttamente ad una domanda loro rivolta sul luogo della cena di Emanuela tre giorni prima della sparizione (risposta: con “parenti molto stretti”). Pietro Orlandi spiegò che tale dettaglio era noto solo in famiglia185P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 106.

Un telefonista anonimo chiamò anche al bar dei Gregori elencando nel dettaglio le marche dei vestiti che indossava Mirella il giorno della sparizione.

I telefonisti potrebbero aver carpito, tramite ricatti e minacce, le informazioni biografiche dalle amiche delle due scomparse? Effettivamente sia Raffaella Monzi che Sonia De Vito risultarono reticenti agli occhi degli inquirenti, la prima subì anche diverse minacce nel corso degli anni.

Se furono minacciate oltre 30 anni fa, difficile credere però lo siano ancora oggi e sarebbero sufficientemente protette se venissero allo scoperto, anche grazie al rilievo mediatico della vicenda. Inoltre, le amiche di Emanuela non avrebbero certo potuto consegnare le fotocopie di tessere, iscrizioni, ricevute e il frontespizio dell’album con gli spartiti presente nello zaino della giovane il giorno della sparizione.

Nelle conclusioni della Commissione parlamentare Mitrokhin si legge: «E’ certo che i telefonisti, gli autori dei messaggi o i loro ispiratori avessero, o avessero avuto, contatti con Emanuela, con la famiglia o con conoscenti di Emanuela o della famiglia».

Nella requisitoria del Procuratore generale della Corte di Appello, Giovanni Malerba, si legge:

«Né si dica che i primi “telefonisti” fossero persone non soltanto estranee al progetto criminoso, ma altresì all’oscuro di esso; nei successivi messaggi del gruppo che rivendicava il sequestro, più di una volta è dato rinvenire riferimenti ai “nostri elementi Pierluigi e Mario”; e per di più il Pierluigi, nei colloqui telefonici, si mostrava al corrente di particolari rivelatisi esatti (flauto, occhiali con montatura bianca non graditi alla giovane, astigmatismo ad un occhio, imminente matrimonio della sorella ecc.). Tutto questo dimostra lo stretto collegamento tra Pierluigi e Mario e coloro che rivendicavano il sequestro»186requisitoria del pm Malerba, 6/08/97.

 

L’ex magistrato Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del processo per l’attentato a Giovanni Paolo II del 1981, avendo seguito il caso per conto dei familiari di Emanuela, riferì che «le lettere sono, almeno in parte, una prova dei collegamenti tra chi le scriveva e la ragazza scomparsa, come riconosciuto anche dai magistrati, che però non hanno ritenuto provato che costoro effettivamente avessero rapito la ragazza – e la tenessero segregata – al momento in cui recapitavano, per un ampio lasso di tempo, i messaggi».

Non si trattò di mitomani e non furono estranei ai fatti. O ebbero a che fare direttamente con Emanuela e Mirella, oppure ebbero contatti diretti con chi aveva avuto a che fare con loro.

Questo dimostra che il sequestro di Emanuela e Mirella (pur se convinte ad allontanarsi con l’inganno e la loro complicità) non fu finalizzato alla mera violenza sessuale, in quanto si può ipotizzare che fossero proprio le due ragazze (in particolare Emanuela) la fonte degli elementi biografici citati dai telefonisti.


 

d) Comunicati con elementi attendibili.

Oltre agli elementi forniti dai telefonisti, bisogna porre attenzione anche ai comunicati apparentemente deliranti del “Fronte Turkesh”.

L’ex colonnello della Stasi, Gunther Bohnsack, riferì che furono loro gli autori dietro la sigla “Fronte Turkesh”187F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 17 di questi messaggi e di quelli firmati “Phoenix”: «Ci divertivamo a scriverli in un italiano molto scorretto. Cercavamo così di aiutare i bulgari assurdamente accusati per l’attentato di Agca». E ancora: «Si, li facevamo noi, insieme a colleghi dei servizi segreti bulgari che incontravamo qui a Berlino»188citato in P. Nicotri, Emanuela Orlandi: la verità, p. 109.

Abbiamo già spiegato i motivi per cui le affermazioni di Bohsack non risultano convincenti, tanto che il Procuratore generale Giovanni Malerba ricordò che «alcuni dei comunicati del Fronte Turkesh evidenziano rilevanti connotazioni di autenticità e genuinità in quanto accompagnati da prove foniche e documentali riferibili a Emanuela Orlandi»189requisitoria del pm Malerba, 6/08/97.

In uno dei komunicati, ad esempio, fu scritto che «Emanuela formulò una frase che rese di ghiaccio suo padre»190Komunicato 22/11/83, episodio -pur abbastanza vago- confermato dal padre Ercole: «Si, mia figlia reagì in modo inconsueto, con una frase pesante nei miei riguardi poco prima della scomparsa».

Nel comunicato di “Phoenix” del 13/11/83 si fece rinvenire la fotocopia della tessera scolastica con la foto di Emanuela e la ricevuta di versamento. E’ vero che furono già stati fatti ritrovare il 6/7/83 dall'”Amerikano, ma non era certo materiale reso pubblico e disponibile dalla polizia italiana.


 

e) Scuse complesse e non necessarie.

I sostenitori dell’ipotesi di una strumentalizzazione secondaria preceduta da un allontanamento volontario (pur sotto inganno) dovrebbero anche spiegare perché Emanuela Orlandi telefonò alla sorella prima di sparire raccontando la complessa storia del lavoro offertole a 375mila lire.

Pino Nicotri, sostenitore di questa pista, la ritiene una «scusa ingenua di una ragazzina che vuole poter stare fuori casa per un po’ per i fatti suoi»191P. Nicotri, Triplo inganno, p. 53.

Riteniamo più che opportuna la risposta di Marco Accetti:

«Quindi una quindicenne per restare un po’ fuori casa, non solo inventa che un uomo l’ha fermata e le ha proposto un lavoro, ma specializza la bugia coinvolgendo la maison delle sorelle Fontana, ed elaborando ulteriormente ambienta il luogo dove si terrà la sfilata, nella sala Borromini. Addirittura stabilisce la cifra esatta pattuita. Ed una scusa del genere tanto sofisticata, il giornalista la definisce “ingenua”, attribuendola oltretutto ad una semplice quindicenne. Se così fosse questa ragazzina sarebbe più che smaliziata, quasi diabolica».

 

Anche ammettendo l’estrema ingenuità della 15enne Emanuela, possibile che un predatore sessuale abbia bisogno di ingannare una ragazza tramite un complesso e assurdo racconto (375mila lire erano un’esagerazione per chiunque), con il rischio di venire scoperto dopo un’eventuale telefonata della giovane alla famiglia?

La storia raccontata da Emanuela motiva contro l’idea di un suo allontanamento ingenuo per finire nella trappola di uno stupratore.


 

f) Requisitoria di Giovanni Malerba.

La sentenza di archiviazione di Adele Rando del 1997 respinse l’idea di un rapimento parlando di «una messa in scena depistatrice».

Essa tuttavia contrastò con la requisitoria del procuratore Giovanni Malerba del 5/8/1997:

«Pur in assenza di prove sicure della vita o della morte, non vi è motivo di revocare in dubbio che le stesse siano state realmente private della libertà personale; la prolungata assenza, ormai protraentesi da oltre quattordici anni, valutata unitamente ai messaggi scritti e telefonici pervenuti ed alle prove foniche e documentali concernenti Emanuela Orlandi, rendono più che evidente che le due giovani, pur inizialmente seguendo spontaneamente i sequestratori in quanto verosimilmente tratte in inganno (un duplice sequestro attuato in pieno giorno sulla pubblica via con violenza o minaccia sarebbe stato in ogni caso notato e riferito da più persone), siano state in seguito trattenute contro la loro volontà».

 

Commentando le conclusioni di Malerba, il magistrato Ferdinando Imposimato elogiò l’acume del procuratore in quanto «in poche pagine egli indica tutta una serie di ragioni obiettive per ritenere che la tesi, secondo la quale si siano inseriti personaggi esterni in questa vicenda per strumentalizzarla senza poter essere parti di questo complotto, è una tesi che non sta né in cielo, né in terra perché così non è»192F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 9.


 

g) Altre cittadine vaticane pedinate.

Nella sezione precedente abbiamo già osservato la deposizione rilasciata ai carabinieri nel luglio 1984 di Raffaella Gugel, figlia dell’aiutante di camera del Papa, Angelo Gugel.

La giovane riferì che subito dopo l’attentato al Papa, nel maggio 1981, suo padre la avvisò di voci giunte in Vaticano su possibili sequestri di cittadine.

La Gugel raccontò anche di aver subito un perdimento per due settimane da parte di un uomo di nazionalità turca e, a seguito delle indagini di polizia, si scoprì che altre cittadine vaticane erano state seguite, in particolare la sorella Flaviana e la figlia di Camillo Cibin, capo della sicurezza del Vaticano193F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 6.

Questi elementi chiaramente giocano a sfavore dell’idea di una pista sessuale.

 

 

2.4 Conclusioni sulla pista sessuale

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L’ipotesi della pista sessuale con una successiva strumentalizzazione del caso non regge all’analisi degli elementi conosciuti. Gli argomenti contrari, soprattutto quelli riguardanti i telefonisti, i comunicati e le voci su sequestri di cittadine vaticane prima della scomparsa di Emanuela, sembrano decisivi.

Ci sarebbe anche da considerare il riconoscimento di alcuni uomini legati alla malavita romana da parte di alcuni amici di Emanuela che avrebbero pedinato la giovane nei giorni antecedenti alla sparizione (ne parleremo più sotto).

Se è da escludere che l’obbiettivo dei sequestratori fu il mero scopo libidinoso, conclusosi con la morte delle giovani, è invece verosimile che Emanuela e Mirella si possano essere allontanate volontariamente, tramite l’inganno o sotto ricatto/minaccia. Non è da escludere che gli autori del sequestro abusarono sessualmente delle giovani ma lo scopo delle loro azioni non fu soltanto questo.

 
 

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3. EMANUELA ORLANDI E LA PISTA INTERNAZIONALE.

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La pista internazionale è quella più accreditata sui media, sempre a caccia di scandali politici.

La tesi più classica è che il rapimento sarebbe servito per allontanare i sospetti dell’attentato a Giovanni Paolo II dai “Lupi Grigi” e da i bulgari, chiamati in causa da Alì Agca.

I rapitori delle ragazze, infatti, attraverso la loro azione avrebbero cercato di ricattare e/o condizionare il terrorista turco portandolo a ritrattare le sue accuse e a interrompere la collaborazione con gli inquirenti.

Per dirla con le parole del magistrato Ferdinando Imposimato, principale sostenitore di questa tesi, Orlandi e Gregori furono vittime del terrorismo di Stato, prede dei terroristi turchi al servizio dei bulgari, della STASI e del KGB, vittime del complotto ideato da Mosca fin dall’ottobre 1978, sfociato nell’attentato al Papa e proseguito nel sequestro di due ignare e sfortunate fanciulle.

Tutti i comunicati relativi alla sorte delle ragazze sarebbero stati ideati dai Servizi segreti di Berlino Est per aiutare i bulgari, ormai in affanno processuale, perché tutta l’opinione pubblica italiana e mondiale era convinta che con quelle prove il bulgaro Serghei Antonov (morto nel 2007) sarebbe stato condannato194F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 18.

Una variante della tesi è che i sequestratori avrebbero invece cercato di ricattare direttamente i capi di Stato vaticano e italiano inducendo il primo, Giovanni Paolo II, a “perdonare” Agca e il secondo, Sandro Pertini, a concedergli la grazia presidenziale. E’ quello che vollero (almeno apparentemente) anche i telefonisti e le varie sigle comparse dopo la sparizione.

E’ stata l’ipotesi più valutata dalla prima indagine sul caso, che si è conclusa con l’archiviazione del 1997. La tesi è sostenuta ancora oggi da tanti autorevoli protagonisti della vicenda ma osteggiata da diversi altri.

Analizziamo i punti di forza e quelli di debolezza.

 

 

3.1 I punti forti della pista internazionale.

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a) Il comportamento di Alì Agca.

Il principale argomento a sostegno della pista internazionale è l’effettivo e sorprendente comportamento del terrorista turco Alì Agca, autore dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II nel 1981.

Le cronache dell’epoca riportano che dal dicembre 1981 fino al 22 giugno 1983, data della sparizione di Emanuela, l’idealista turco collaborò attivamente con il giudice istruttore, Ilario Martella, indicando come mandante dell’attentato la famosa “pista bulgara” su ordini del KGB. Agca sostenne la corresponsabilità del bulgaro Sergei Antonov, il quale gli avrebbe fornito l’arma, e dei servizi segreti bulgari.

Il 28/06/1983, sei giorni dopo la sparizione di Emanuela Orlandi, Agca modificò radicalmente il suo atteggiamento e, fingendo di impazzire, rovinerà il processo. Disse di non aver mai visto l’abitazione di Antonov, di non aver mai conosciuto la moglie Rosizca, di non aver saputo (prima del riconoscimento fotografico) dell’attività di Antonov come caposcalo della Balkan Air, di non essere mai stato nemmeno nella sede della compagnia aerea. Tutte informazioni, queste, fornite in precedenza con dovizia di particolari.

Il pm Antonio Marini spiegò a chiare lettere che il fallimento del processo fu determinato «dal comportamento di Agca, che ha inventato questa follia simulata, veramente devastante per il processo»195A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 31/05/2005, p. 7.

Nel giugno 1984, Antonio Albano, pm dell’inchiesta sull’attentato al Papa, completò la requisitoria contro Agca ed Antonov e, citando l’interrogatorio ad Agca del 28 giugno, scrisse: «A coincidenza vuole che proprio in quei giorni scompare la giovane Emanuela Orlandi».

Lo stesso Agca, riporta l’Unità del 05/07/1983, Agca affermò che appena seppe della sparizione della Orlandi interpretò il fatto come un segnale dei suoi complici: «Ho pensato, la potrebbero uccidere, appesantirebbero la mia posizione, c’è una posizione morale, mi spiace se la uccidono».

Una nota di attenzione: Agca parlerà sempre e solo di Emanuela Orlandi, mai di Mirella Gregori.

Nel 1985 Agca tornò ad accusare i bulgari dicendo di essere stato condizionato dal caso Orlandi: «Ho dato tante versioni contraddittorie, ho parlato di Pazienza che non c’entra, perché “Lupi grigi” e bulgari hanno rapito la ragazza, perché io ritrattassi e confondessi e screditassi la stampa che aveva parlato di Urss e Bulgaria. Ho visto dai giornali gli ultimi messaggi dei rapitori di Emanuela Orlandi e ho riconosciuto la calligrafia di Oral Celik».

Nel luglio 1993, in un’intervista con Antonio Fortichiari del settimanale Gente, Agca accusò Celik anche di complicità nell’attentato al Papa196Diario di una storia vera, Blog di Emanuela Orlandi, 31/12/1993.

Nel 1997 l’attentatore turco modificò la versione sostenendo che alla base delle sue ritrattazioni vi sarebbero state le minacce ricevute il 28/06/83 dai magistrati bulgari Ormankov e Pertkov (funzionari dei servizi segreti) in visita a Rebibbia, approfittando dell’assenza del giudice Ilario Martella197Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 15/03/2006, p. 262, Agca disse al giudice Priore che tale minaccia consisteva nell’uccisione della Orlandi se non avesse ritrattato le accuse ai bulgari198R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 6.

In un’altra occasione dirà di essere stato minacciato dai servizi occidentali che lo avevano visitato in prigione, in particolare Francesco Pazienza e Aldrich Ames. Il primo lo ha querelato, il secondo si è appurato che non si trovasse in Italia in quel periodo, «né che si sia mai incontrato con Agca».

I giudici verificarono che non vi fu alcuna minaccia da parte di Servizi italiani e di Pazienza nei confronti di Agca199A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 31/05/2005, p. 11. Tuttavia il giudice Rosario Priore ha rivelato che in molti Paesi d’Europa c’erano Servizi che offrivano denaro ad Agca perché sostenesse la pista bulgara, «lo hanno fatto i tedeschi, lo hanno fatto gli svizzeri»200R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 12.

Il giudice istruttore Ilario Martella ha ricordato che Agca, tre giorni dopo la condanna, rinunciò formalmente a proporre appello:

«Un fatto incredibile: una persona che è stata condannata all’ergastolo rinuncia all’appello, e non perché ha fatto scadere i termini per la sua presentazione ma per sua espressa decisione. Gli chiesi quale ne era il motivo e mi rispose che era sicuro di essere liberato con una azione di forza o eventualmente con un sequestro di persona. Mi ha raccontato questo molto prima del sequestro della Orlandi. Non si è mai pensato, neanche per un solo momento, che Agca fosse un cretino autolesionista. Se una persona rinuncia all’appello, significa che deve nutrire una fiducia illimitata sul fatto che prima o poi qualcuno lo libererà, o che comunque esiste la possibilità di avviare un negozio con lo Stato per arrivare ad una soluzione»201I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 18.

 

Stupore condiviso anche dal pm Antonio Marini, il quale dopo aver ricordato che Agca era già stato fatto fuggire dal carcere di Kartal Maltepe dopo aver ucciso un noto giornalista turco e mentre stava per fare rivelazioni importanti, ha dichiarato:

«Si pensava che aspettasse che qualcuno lo facesse fuggire, per cui doveva avere un interlocutore, a parte il mandante o i mandanti. Doveva per forza avere un interlocutore, tanto è vero che interpretavamo le sue elucubrazioni, per capire se fossero o meno messaggi. C’è stato il processo relativo ad Emanuela Orlandi. Si era anche detto che il sequestro della giovane poteva in qualche modo avere a che fare con l’attentato al Papa, perché era stata promessa ad Agca la fuga attraverso il rapimento di una persona del Vaticano. Di tutto si è parlato»202A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 14/06/2005, p. 32.

 

Al di là delle vere motivazioni, l’unico dato oggettivo è che Alì Agca decise improvvisamente di rendersi totalmente e per sempre inaffidabile esattamente 6 giorni dopo la sparizione della Orlandi (e il giorno dopo le presunte minacce ricevute dai bulgari).


 

b) Tesi sostenuta da persone autorevoli.

La tesi internazionale è stata sostenuta da diversi inquirenti e magistrati e questo non è un dato da trascurare.

Uno dei sostenitori è l’ex magistrato Ilario Martella, giudice istruttore dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, il quale ha affermato:

«Mi sono occupato della scomparsa delle ragazze [Emanuela e Mirella] nella fase iniziale. Ritengo si possa con certezza affermare che ambedue i delitti siano stati ideati da una ben ramificata organizzazione criminale, che più volte ha dato notizia di sé con messaggi e comunicati volti a richiedere in ogni sede (tra cui Vaticano e presidenza della Repubblica italiana) lo scambio della libertà di Emanuela con quella di Agca e talora dei suoi amici Bagci e Celebi […]. Mi giunsero messaggi di intimidazione che minacciavano me e i miei familiari della stessa sorte di Emanuela. Chiusa l’istruttoria, a fine 1984, cessarono […]. Agca aveva dietro di sé una organizzazione potentissima che forse va al di là dell’attentato al Papa. E` una ipotesi che chiama in causa anche la scomparsa di Emanuela Orlandi. Basti pensare che, all’epoca della scomparsa della giovane, i suoi rapitori provocatoriamente lasciavano i messaggi nei posti dove facevo i sopralluoghi. Lo hanno fatto più volte e, purtroppo, gli autori non sono mai stati individuati»203I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 18.

 

Il 20/10/1983, ad esempio, Martella, allora responsabile dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, ordinò riscontri sul racconto fattogli da Alì Agca in due punti precisi di Roma, l’ambasciata canadese di via della Conciliazione 30 e un bar vicino in via Traspontina 9. Qualche ora dopo, proprio nelle stesse vie, verranno fatti trovare due messaggi riguardanti il rapimento di Emanuela Orlandi, in cui si chiedeva la liberazione di Agca in cambio della ragazza.

Inoltre, aggiunse Martella, pur non avendo elementi concreti per stabilire un legame, riferì che «Emanuela Orlandi viene rapita proprio nel periodo più caldo della mia istruttoria. Anzi, ricordo che all’epoca mi trovavo in Bulgaria. Per quanto si sia cercato di trovare soluzioni diverse da queste, devo dire che non sono state trovate»204I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 19.

 

Anche il secondo legale degli Orlandi, Massimo Krogh, ha affermato: «Noi come difesa abbiamo sempre pensato che fosse stata rapita per uno scambio con Agca».

 

A sostegno della pista internazionale, come già detto, è stato Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del caso dell’attentato al Papa, istruttore del processo alla Banda della Magliana e poi legale della famiglia Orlandi.

Imposimato scrisse che il rapimento di Emanuela Orlandi (e di Mirella Gregori) fu l’epilogo di un vasto complotto tra servizi segreti di vari Paesi, definito “Operation Papstâ” dalla Stasi ed elaborato prima del 13 maggio 1981, giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II. Fallito l’attentato seguì il modus operandi della lotta politica del Kgb e dei bulgari: sequestrare cittadini vaticani in età adolescenziale facendo passare il messaggio che «quegli ostaggi erano vittime innocenti della sua politica temeraria verso i paesi socialisti».

Per Imposimato, lo scopo del sequestro della Orlandi fu duplice: colpire il Papa e conquistare la fiducia di Ali Agca, inducendolo a rovinare il processo contro i bulgari ed i lupi grigi in cambio della sua liberazione. Sarebbe avvenuto grazie ad agenti infiltrati, come il monaco benedettino Eugen Brammertz (agente della Stasi), il capitano delle guardie svizzere Alois Estermann (presunto agente della Stasi e uno dei tre morti in un misterioso omicidio avvenuto in Vaticano il 4/5/1998), due agenti del Kgb infiltrati nell’entourage del cardinale Agostino Casaroli (il nipote Marco Torretta e la moglie Irene Trollerova, di origine ceca, entrambi denunziati dai servizi cechi dopo la caduta del muro di Berlino), e due giornalisti dell’Osservatore Romano appartenenti anch’essi alla Stasi205F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 12.

Il giudice Imposimato aggiunse che anche Markus Wolf, capo della Stasi, sostenne che il monaco Brammertz e la guardia svizzera Estermann fossero al servizio di Berlino Est, ma nel 2005 Wolf negò l’arruolamento di Estermann206P. Brogi, Basta illazioni su Estermann, non era una spia della Stasi, Corriere della Sera, 09/05/1998.

Infine, Imposimato si convinse di poter «trarre conclusioni incontestabili sulla matrice delle due scomparse, che furono manifestazioni del terrorismo di Stato. In esse una funzione centrale venne svolta da agenti segreti della Bulgaria, della STASI e del KGB con l’appoggio di terroristi mediorientali, il tutto con una formidabile azione di disinformazione diretta a seminare tracce di reato su Servizi segreti e gruppi eversivi ricollegabili ai nazifascisti»207F. Imposimato, Vaticano, un affare di Stato, Koiné 2022, p. 14.

Seppur la ricostruzione di Imposimato appaia verosimile e offra un racconto organico e piuttosto esplicativo, manca totalmente di dimostrazioni oggettive e corroborazioni. Inoltre, soffre di diversi punti deboli che analizziamo più in basso. Ricordiamo che l’attendibilità dell’ex giudice Imposimato è apparsa inficiata quando ha sostenuto che Emanuela si sarebbe convertita all’islam e integrata in una comunità musulmana208citato in P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 24.

 

Anche il Vaticano e Giovanni Paolo II ricondussero sempre la vicenda ad un “complotto internazionale”.

Papa Wojtyla, dopo un silenzio di 25 anni, prima di morire si confidò con Vittorio Messori dicendo che gli autori dell’attentato nei suoi confronti e del sequestro delle due ragazze erano i sovietici e il KGB209citato in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 19 210citato in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 9. Il magistrato Imposimato ha riferito di aver incontrato più volte il Papa polacco, il quale condivise le sue tesi211F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 20.

Nel 2012 padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, effettuò un’indagine interna al Vaticano concludendo che si ritenne «che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale» che voleva fare pressioni in favore di Alì Agca, e «non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro».


 

c) Tecnologia utilizzata.

Un altro argomento a favore è l’alta tecnologia che si sospetta utilizzarono i telefonisti per evitare di essere rintracciati dagli inquirenti.

Il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, ricordò che l’”Amerikano” gli disse che era inutile tentare di registrare le telefonate perché poteva farle partire da quindici posti diversi.

Effettivamente una cabina della stazione Termini venne messa sotto controllo scoprendo che, mentre le chiamate risultavano in partenza dall’apparecchio pubblico della stazione, dentro la cabina non c’era nessuno. Gli inquirenti conclusero che il telefonista si serviva di un apparecchio per la triangolazione delle telefonate: un piccolo gioiello dell’elettronica capace di far rimbalzare su un’altra utenza la chiamata iniziale proteggendo il numero di partenza.

Ammesso che venisse realmente utilizzato era uno strumento difficilmente alla portata di criminali locali e sembra confermare l’interessamento dei servizi segreti.


 

d) Il contesto temporale.

Non si può ignorare che la sparizione delle due ragazze avvenga esattamente due anni dopo l’attentato a Giovanni Paolo II da parte di Alì Agca, il finanziamento a Solidarnosc (il sindacato cattolico polacco e anticomunista), un anno dopo il fallimento del Banco Ambrosiano (da cui probabilmente partirono alcuni dei finanziamenti vaticani verso Solidarnosc) e l’omicidio-suicidio del suo presidente, Roberto Calvi.

E’ anche innegabile che la sparizione di Emanuela avvenne nel giorno in cui Giovanni Paolo II si trovava a visitare proprio la Polonia.

Schematizziamo quanto avvenne prima della sparizione della cittadina vaticana:

  • 13/05/1981 attentato a Giovanni Paolo II da parte di Alì Agca;
  • 18/06/1982 omicidio-suicidio di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano;
  • 06/08/1982 liquidazione del Banco Ambrosiano;
  • 23/06/1983 sparizione di Emanuela Orlandi;
  • 25/06/1983 Alì Agca smette di collaborare con gli inquirenti e ritira le accuse verso i servizi segreti bulgari;

 

Nel video qui sotto, il giudice Rosario Priore spiegò i motivi della sua convinzione verso questa pista:

 

Il contesto temporale è un forte argomento a favore di molteplici interessi a livello internazionale.


 

e) Interesse reale dei presunti sequestratori all’inchiesta su Agca.

Gli autori dei vari comunicati apparsi dopo la sparizione di Emanuela erano effettivamente interessati alle indagini su Alì Agca.

Lo dimostrerebbe un episodio accaduto il 20 ottobre 1983: il giudice Ilario Martella, responsabile dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, ordinò riscontri sul racconto fattogli da Alì Agca in due punti precisi di Roma, l’ambasciata canadese di via della Conciliazione 30 e un bar vicino in via Traspontina 9. Qualche ora dopo, proprio nelle stesse vie, verranno fatti trovare due messaggi riguardanti il rapimento di Emanuela Orlandi, in cui si chiedeva la liberazione di Agca in cambio della ragazza.

«Singolare coincidenza!», disse Martella nel 2011, «me ne accorsi quando mi venne affidata anche l’indagine sulla Orlandi. C’è quell’ispezione, alla presenza di magistrati italiani e bulgari, della polizia e dello stesso Agca e poco dopo, negli stessi luoghi, si trovano volantini sul caso Orlandi…»212Il Corriere della Sera, 14/05/2011.

Un secondo esempio: il 12/06/84 all’ANSA arrivò una lettera da Francoforte con scritto: «Non avete adempiuto alla nostra richiesta di liberare subito Agca, Celebi e gli altri nostri amici. Emanuela Orlandi non è tornata». Pochi giornali ripresero la notizia, nessuno citò la parte finale, dove i misteriosi mittenti minacciarono i familiari del giudice Ilario Martella, al quale spettò la decisione di liberare o meno il bulgaro Serghej Antonov.

La cosa singolare è che la moglie ed i figli del magistrato erano rientrati a Roma proprio in quei giorni, pur vivendo abitualmente all’estero. Chi ha scritto la lettera sapeva anche questo?

Rispetto a questo specifico messaggio di minacce a Martella, il magistrato Ferdinando Imposimato si recò a interrogare Gunther Bohnsack, funzionario della Stasi, il quale ne attribuì la paternità al suo gruppo. «Gunther Bohnsack ha fatto questa dichiarazione alla quale si può credere o no», ha affermato Imposimato, «io ho ritenuto di poterla acquisire»213F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 19.

Sempre relativamente a Bohnsack, prendendo sul serio le sue dichiarazioni pur con tutte le riserve già esposte in precedenza, c’è una lettera datata 26/08/1982 inviata da Jurj Andropov, segretario generale dell’URSS al Ministro dell’interno della Germania Est, Erich Mielke, legata all’operazione “Papst” (“Papa”). Tale operazione, spiegò Bohnsack a Imposimato, sarebbe nata la sera dell’attentato al Papa quando da Mosca arrivò una telefonata alla Stasi in cui si avvertiva che bisognava compiere ogni tipo di azione per contrastare un’eventuale inchiesta che potesse accusare l’Unione Sovietica o dei Paesi dell’Est.

Andropov chiedeva di fare «tutto ciò che è necessario per dimostrare lo zampino della CIA e per distruggere le prove. Tutti i mezzi sono consentiti. Bisogna seminare tracce contro la CIA con disinformazione, aggressione, terrore, sequestri, omicidi»214Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 3.

Il magistrato Imposimato sottolineò comunque che «non ci sono riscontri obiettivi. Ecco perché ho alcuni dubbi in merito»215F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 28.

Questa versione è stata smentita da Markus Wolf, capo della Stasi, quando spiegò che nei loro interessi non rientrava Alì Agca, «in quel momento avevamo altri interessi, la Nato, la Germania Ovest, non il Papa». L’unica attività in Vaticano fu capire gli orientamenti della Curia, «ma più in là non andammo».

Questo effettivo interesse a Ilario Martella e al processo sull’attentato al Papa è ravvisabile anche nel comportamento di Marco Accetti, auto-accusatosi di essere stato il regista dell’allontanamento di Emanuela e Mirella, nonché uno dei telefonisti principali.

Oltre ad aver avvalorato la pista internazionale, sostenendo che l’intento era (anche) indurre Agca a ritrattare le accuse ai bulgari, ha lasciato emergere un pregresso rancore nei confronti dell’ex magistrato Ilario Martella, istruttore del processo sull’attentato di Giovanni Paolo II.

Lo si nota durante un confronto televisivo tra i due216Dopo 30 anni vicini alla svolta, Metropolis 19/06/2013 ed in un post nel suo blog, nei quali accusa con veemenza l’ex magistrato di aver “sequestrato” il bulgaro Antonov (cioè tenuto in carcere), accusato da Ali Agca di aver organizzato l’attentato a Giovanni Paolo II.

Accetti ha anche più volte ricordato che il telefonista l'”Amerikano” (cioè lui stesso, secondo le sue rivelazioni) il 20/07/1983 telefonò al priore della chiesa di Santa Francesca Romana dicendo: «Il governo della Repubblica italiana, con il placito dello Stato Vaticano, intende non venire meno al possesso di uno strumento di propaganda quale il detenuto Alì Agca. Pervenendo alla soppressione del 20 luglio, non perdiamo speranza nella volontà di quanti possono adoperare un gesto ultimo e risolutore».

La scelta di quella chiesa, ha spiegato l’uomo, sarebbe stato un riferimento al nome composto in maniera simile della nipote di Ilario Martella (Francesca Maria), giudice istruttore sull’attentato di Alì Agca.

 

Nel seguente video il confronto tra il giudice Ilario Martella e Marco Accetti (2013):

 

Occorre però ricordare che l’attenzione sul nome della nipote di Martella era contenuta anche in minacce precedenti al caso Orlandi, scritte in tedesco e provenienti dalla Germania. Nelle missive si leggeva il nome della nipote Francesca chiamata con il nome anagrafico completo Francesca Maria.

Nel 2005 Martella spiegò di non poter dire «che siano stati i bulgari a mandarle. Erano minacce anonime. E’ anche possibile che provenissero dai turchi. Arrivavano da Francoforte».

Le ritenne minacce inquietanti, rivelando: «Tra i miei parenti nessuno sa che mia nipote si chiama Francesca Maria», risultava soltanto al Comune217I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, pp. 14, 15, 17.


 

f) Avvertimento del Sdece.

Dopo l’attentato a Giovanni Paolo II (13/05/81), alla segreteria di Stato Vaticano arrivò un’informativa da parte del direttore dei Servizi segreti francesi (Sdece), il marchese Alexander De Marenches, avvertendo del progetto del Kgb di un possibile sequestro di una cittadina vaticana in cambio della liberazione dell’attentatore Alì Agca.


 

g) Il monaco della Stasi all’Osservatore Romano.

Il magistrato Ferdinando Imposimato, a lungo studioso del caso Orlandi e uno dei principali sostenitori della pista internazionale, ha riflettuto sul fatto che di fronte all’edificio degli Orlandi, in Vaticano, era presente lo stabile dell’Osservatore Romano.

Nell’edificio avrebbe lavorato il monaco benedettino Eugen Brammertz e Imposimato avrebbe verificato che «l’unico punto di osservazione per vedere le persone che entravano e uscivano da casa Orlandi era la finestra dell’ufficio di questo monaco», entrato in Vaticano nel 1977 e morto nel 1987.

Il magistrato era convinto che fosse un agente della Stasi, lo avrebbero riferito gli agenti Markus Wolf e Gunther Bohnsack. Inoltre, lo avrebbe appreso anche da alcuni sacerdoti presso la basilica di Sant’Anselmo i quali, dopo la morte di Brammertz avrebbero trovato documenti comprovanti.

«Egli fu probabilmente uno dei basisti dei rapitori», sostenne Imposimato.

Pur non essendoci prove di questo, non abbiamo motivi per dubitare delle parole e delle verifiche effettuate da Ferdinando Imposimato.

Tutto questo è stato confermato all’apertura degli archivi della Stasi, quando si scoprì la presenza di due spie della Germania Ovest in Vaticano con i nomi “IM Lichtblick” e “IM Antonius”. Dietro al primo c’era il benedettino Eugen Brammertz, mentre il secondo era Alfons Waschbusch, corrispondente del Katholische Nachrichten-Agentur (KNA) a Roma.

Nel suo libro sulle spie in Vaticano, anche John Koehler, ex agente segreto dell’esercito americano e consigliere del presidente Ronald Reagan, fece i nomi di Brammertz e Waschbusch, spiegando che il primo forniva notizie sulla “ostpolitik” di Casaroli e sulla la crescente influenza del clero polacco e dell’Opus Dei dopo l’elezione di Wojtyla.

Sempre negli archivi della Stasi furono anche ritrovate 550 pagine di materiali riguardanti il Vaticano, compresi i verbali riservati dei colloqui tra Papa Paolo VI e politici occidentali, ma anche resoconti dettagliati sulle vicende ecclesiali interne durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Una delle spie, si sostiene, sarebbe stato un religioso polacco la cui identità non è stata ancora chiarita.

Il fatto che i servizi segreti riuscirono a monitorare anche lo Stato del Vaticano, come ogni Stato è sempre stato vittima di spionaggio da parte di servizi esteri, non significa automaticamente che questi ambienti c’entrino con la scomparsa di Emanuela Orlandi (e Mirella Gregori??). Tuttavia, gli elementi citati da Imposimato sono effettivamente un punto a favore della pista internazionale.

 

 

3.2 I punti deboli della pista internazionale.

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a) Archiviazione del 1997 e del 2015.

La pista internazionale venne ampiamente indagata nella prima parte della lunga inchiesta sul caso Orlandi.

Il 19/12/1997, tuttavia, il giudice ispettore Adele Rando concluse le indagini e archiviò il caso mettendo per iscritto che quello della Orlandi non sarebbe stato un rapimento ma una messa in scena depistatrice, evidenziando che il movente politico-terroristico risultò essere privo di fondamento.

Nella seconda sentenza di archiviazione (2015), la Procura scrisse:

«Né la documentazione allegata, né quella acquisita dalla Procura (reperita dalla sentenza n.2675 del 21/03/98 relativa al proscioglimento dei presunti complici di Ali Agca nell’attentato al Papa), né la documentazione dei lavori svolti dalla Commissione Parlamentare Mithrokin, apportavano quegli elementi di novità necessari per far luogo alla riapertura delle indagini rispetto alla matrice terroristica del sequestro»218G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015.

 

Si fece anche accenno alle conclusioni a cui si pervenne nel 1997, ovvero che il movente politico-terroristico fu «un’abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento di Emanuela Orlandi, destinato probabilmente a rimanere sconosciuto». Si concluse, quindi, anche nel 2015 per «l’inesistenza del fine terroristico»219G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015.


 

b) Il molteplice fallimento degli obbiettivi.

Chi sostiene l’ipotesi della pista internazionale dovrebbe spiegare perché tutti i presunti ricatti e/o depistaggi messi in piedi con tanta astuzia, fallirono su tutta la linea.

E’ vero che Ali Agca, cinque giorni dopo la sparizione di Emanuela e un giorno dopo essere stato minacciato in carcere, ritrattò improvvisamente le accuse verso i bulgari, inficiando la sua attendibilità e rovinando il processo. Ma pochi anni dopo tornò ad accusare i servizi segreti bulgari di complicità. Antonov fu assolto dalle accuse soltanto nel 1986.

Un altro obbiettivo sarebbe stato influire sul comportamento del Vaticano verso i paesi dell’Est, ma Giovanni Paolo II non mutò mai la sua dura politica nei confronti del comunismo, nemmeno dopo la sparizione di Emanuela.

Il terzo obbiettivo di cui qualcuno parla è il tentativo di recuperare i soldi che sarebbero stati prestati da oscuri ambienti (mafia? Licio Gelli?) al Banco Ambrosiano (il cui crack avvenne nel 1981 e fu liquidato il 06/08/1982) anche per il finanziamento di Solidarnosc. Non risulta che qualcuno abbia mai recuperato questi ipotetici denari dopo la sparizione della Orlandi.


 

c) Mancanza di prove certe di Emanuela da parte dei sequestratori.

Se i telefonisti e le varie sigle (“Phoenix”, “Turkesh”, “Nomlac”, “Tukum” ecc.) che rivendicarono il rapimento di Emanuela avessero davvero voluto ottenere il ritiro delle accuse di Agca verso i paesi dell’Est, la sua liberazione e il recupero dei soldi spariti con il crack del Banco Ambrosiano, perché non dimostrarono in maniera certa di aver sequestrato la Orlandi?

Certo, come abbiamo visto si sforzarono di produrre dettagli biografici piuttosto precisi di Emanuela, come diverse fotocopie di tessere e iscrizioni alla scuola di musica e una fotocopia del frontespizio di un album con gli spartiti alla giovane.

Molto più semplicemente sarebbe bastata una fotografia di Emanuela con a fianco un quotidiano che mostrasse la data, il classico metodo utilizzato da tutti i gruppi terroristici per stabilire una prova di vita degli ostaggi e negoziare con le autorità per le loro richieste.

I casi sono tre:
1) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) avevano solo carpito in qualche modo oggetti e informazioni dettagliate sulla Orlandi senza aver nulla a che vedere con la sua sparizione;
2) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) erano entrati in contatto con chi aveva sequestrato Emanuela Orlandi per motivi estranei al ricatto internazionale (nella sentenza di proscioglimento del 1997 si sospettò infatti che ci potesse essere stato «un contatto con il gruppo che per primo aveva ottenuto e utilizzato le informazioni su Emanuela, per appropriarsene e riciclarle a sua volta»220G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 5);
3) I presunti sequestratori (telefonisti e autori dei comunicati) effettivamente erano tali ma non avevano interesse ad un ricatto pubblico con i loro interlocutori e usarono i media soltanto per lanciare allusioni ricattatorie (messaggi, codici ecc.), mentre la vera trattativa sarebbe avvenuta sotto traccia. D’altra parte Agca ritirò le sue accuse due giorni dopo la sparizione della Orlandi, leggendovi un messaggio nei suoi confronti per motivi inspiegabili all’opinione pubblica ma nonostante ciò la Orlandi non fu rilasciata e pochi anni dopo il turco tornò ad accusare i servizi bulgari.

La non chiarezza di questo aspetto la consideriamo tuttavia un punto di debolezza dell’ipotesi della pista internazionale.


 

d) Non spiega alcuni elementi chiave.

La pista internazionale risulta convincente in molti aspetti, dando una spiegazione verosimile di quanto accadde in quegli anni.

Eppure alcuni elementi chiave del caso Orlandi non vengono affatto chiariti.

Innanzitutto tale ipotesi può spiegare perché il caso Orlandi sia così complesso e intricato, coinvolgendo lo Stato italiano, lo Stato vaticano, servizi segreti italiani ed esteri, gruppi terroristici, mafiosi e malavitosi locali. E’ stato inoltre collegato a diverse altre scomparse/uccisioni misteriose avvenute in quegli anni (Alessia Rosati, Katy Skerl, Jeanette de Rothschild ecc.).

Ma la pista internazionale svelerebbe solo che al caso della sparizione della Orlandi si siano interessati successivamente numerosi ambienti e personaggi, desiderosi di approfittare della situazione per perseguire i loro interessi economici-politici. Non dimostra che Emanuela sia stata rapita proprio da chi operò le presunte trattative ricattatorie..

E che dire della sparizione di Mirella Gregori? La giovane non fu più ritrovata il 7/05/83 e il collegamento con il caso Orlandi avvenne ufficialmente tre mesi dopo tramite il “Komunicato 1” da uno dei principali gruppi di presunti sequestratori, il Fronte Turkesh221P. Nicotri, Mistero Vaticano, p. 75. In che modo tale pista legata all’attentato al Papa e ai soldi del Banco Ambrosiano spiegherebbe la sparizione di una cittadina italiana?

Un altro aspetto inverosimile è come potesse il sequestro di una figlia di un semplice dipendente del Vaticano (Emanuela) e di una semplice cittadina italiana (Mirella) avere la forza di influire sull’atteggiamento del Vaticano verso il comunismo sovietico, condizionare il processo su Alì Agca o addirittura ottenerne la liberazione (era incarcerato in Italia, non in Vaticano) e recuperare i soldi persi nel fallimento del Banco Ambrosiano.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che la sparizione di giovani donne poteva venire usata come ricatto per atti di pedofilia verso il mondo ecclesiastico. Eppure, non solo Emanuela non rientrò mai a casa, ma non risulta che vi siano stati religiosi direttamente legati all’allora capo dello Ior, Paul Marcinkus, che vennero macchiati da accuse mediatiche di pedofilia.

Un altro elemento chiave privo di spiegazione è in quale modo il sequestro di alcune adolescenti (come Orlandi e Mirella) avrebbe potuto intenerire il terrorista turco Agca tanto da spingerlo a rovinare completamente la sua reputazione e le accuse ai suoi mandanti? Nel 1997 rivelò di aver distrutto il processo sull’attentato al Papa dopo che ricevette minacce in carcere dagli agenti-magistrati bulgari Petkov e Ormankov, i quali lo intimarono a tacere altrimenti «il cadavere di Emanuela verrà gettato in Piazza San Pietro e poi tu sarai ammazzato»222Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 11.

Perché il killer Alì Agca, già autore dell’omicidio del giornalista Abdi Ipekci e attentatore di Papa Wojtyla, avrebbe dovuto preoccuparsi per il cadavere della Orlandi?

A questo ha risposto Marco Accetti, colui che si è accusato di aver organizzato la sparizione della Orlandi e della Gregori per ottenere proprio la ritrattazione delle accuse di Agca verso i bulgari: «La rappresaglia annunciatagli in carcere dai giudici bulgari in realtà riguardava sua sorella: era Fatma che gli dissero di voler ammazzare e Agca, per tutelarla, nella lettera a Martella parlò non di lei, ma della Orlandi. D’altra parte, minacciarlo attraverso ritorsioni su Emanuela, persona a lui sconosciuta, non aveva senso. Figurarsi al signor Agca, turco e islamico, cosa gliene importava della figlia di un dipendente vaticano»223in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 157.

Un altro elemento inspiegato: se la ritrattazione improvvisa di Agca subito dopo la sparizione della Orlandi è effettivamente un punto a favore, perché il turco tornò presto ad accusare i bulgari per l’attentato al Papa e per averlo minacciato in carcere, comportandosi così in modo opposto al volere degli autori dei comunicati?

Non si capisce inoltre perché l’attentatore turco abbia continuato a farsi passare come pazzo anche a distanza di anni dalla fine del processo, fin dopo la sua scarcerazione. Nel corso del primo dibattimento sull’attentato al Papa la difesa contò 107 versioni diverse e contraddizioni nelle sue dichiarazioni.

Agca ha proseguito fino ai giorni attuali ad affermare che Emanuela sarebbe viva, collocandola in diverse località, accusando la Cia, il Vaticano e altre istituzioni, scrivendo alla famiglia e facendo viaggiare il fratello Pietro per raccontargli fatti rivelatisi bugie. Perché proseguire nel (presunto) depistaggio anche senza interessi personali da ottenere? Oscure ragioni? E’ realmente pazzo? Obbedisce ad una regia nascosta? Ha ancora paura?

Il suo comportamento non è mai sembrato in linea con le ragioni di chi sostiene la “pista internazionale”.


 

e) I primi telefonisti non erano interessati a Alì Agca.

I primi due telefonisti, “Pierluigi” e “Mario”, hanno dimostrato di conoscere particolari inediti su Emanuela a poche ore dalla sua scomparsa. Secondo gli inquirenti ebbero quasi certamente a che fare con la sua sparizione.

La tesi della pista internazionale si scontra però con il fatto che i due anonimi personaggi non erano affatto interessati al processo su Alì Agca o all’attentato del Papa. Vollero invece far passare la vicenda come una semplice scappatella.

La connessione tra Emanuela e la liberazione di Agca verrà fatta per la prima volta nella prima telefonata dell'”Amerikano“, avvenuta il 05/7/1983.

Se erano membri di un unico piano (come è quasi certo che fosse così), come spiegare l’atteggiamento dei primi due telefonisti?

Nessun telefonista o komunicato inoltre si riferì mai, neanche velatamente, alla restituzione di denaro, al Banco Ambrosiano o a Roberto Calvi.

Questo avvalora che la negoziazione avrebbe voluto almeno nelle intenzioni agire sotto traccia? La non chiarezza su questo aspetto lo riteniamo un punto debole della pista internazionale.


 

f) I comunicati ottennero un effetto controproducente.

I “Komunicati” delle varie sigle di presunti sequestratori che comparvero dopo la sparizione di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ebbero in comune il voler passare per amici e solidali di Alì Agca, tentando di portare l’attenzione sugli idealisti turchi e sui Lupi Grigi.

Un’operazione plateale fin dai nomi che si diedero: “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana” e “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh”, un evidente richiamo al colonnello nazionalista turco Arsaplan Turkesh, l’ideologo dei “Lupi Grigi” e di Alì Agca.

Un’idea assolutamente (o volutamente?) controproducente, realmente pensavano di poter essere creduti?

A parte il primo periodo, inoltre, gli autori dei comunicati apparvero in contrasto con il comportamento dello stesso Agca il quale, come è stato rilevato, produsse infinite dichiarazioni deliranti «con l’effetto chiaro di inficiare le acquisizioni sul “livello” turco delle indagini».

Il “Fronte Turkesh” voleva portare l’attenzione sui turchi e Alì Agca voleva toglierla. Un mese dopo la sparizione della Orlandi il turco, affermò: «Non accetterò nessuno scambio con la ragazza». Disse di non capire l’interesse di queste persone con lui e aggiunse: «Rifiuto ogni scambio con qualcuno, sto bene nelle carceri italiane»224citato in P. Orlandi, Mia sorella Emanuela, p. 91.

Il “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh” voleva risultare appositamente controproducente? Ma anche questo tentativo appare ovvio, banale e quindi controproducente allo stesso modo. Se non fosse stato per i dettagli biografici e le fotocopie dei documenti che fornirono riguardanti Emanuela e le telefonate ad amiche e compagne per dettare i loro messaggi, nessuno semplicemente li avrebbe mai presi sul serio.

Non si può escludere che l’interesse fosse solo depistare gli inquirenti e la stampa, usandoli per tenere il caso sotto i riflettori e inviando a presunti interlocutori messaggi o codici da interpretare e decifrare. Le minacce del gruppo Phoenix ad altre sigle e ai primi telefonisti sembra dimostrare l’inserimento nel caso di gruppi con obbiettivi opposti o l’azione dei servizi segreti italiani.

Ancora una volta, riteniamo che la non chiarezza su questo aspetto indebolisca la tesi della pista internazionale.

 

 

3.3 Conclusioni sulla pista internazionale.

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L’ipotesi della pista internazionale, sostenuta da autorevoli personalità, effettivamente contestualizza tramite una descrizione piuttosto organica la vicenda Orlandi nello scenario internazionale che in quegli anni vedeva gli Stati dell’est e i loro servizi segreti molto sensibili alle posizioni politiche del Vaticano, così come offre una chiave di lettura all’improvvisa ritrattazione dell’attentatore turco, Ali Agca, pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela Orlandi.

E’ impensabile che fossero così ingenui da ritenere di poter essere creduti senza offrire una prova certa della detenzione della ragazza, allo stesso modo è difficile credere che puntassero realmente alla liberazione di Agca tramite comunicati farneticanti e, come abbiamo visto, controproducenti.

Se davvero furono personaggi talmente abili da tenere sotto scacco per anni la stampa e gli inquirenti, sicuramente sapevano che il Vaticano nulla può su una condanna della magistratura italiana, il cui Stato non avrebbe mai rilasciato l’attentatore del Papa in cambio di una adolescente (con tutto il rispetto per la sacralità della sua vita) che, oltretutto, non avevano mai dimostrato di aver rapito.

Lo stesso giudice Ilario Martella, alla domanda di esplicitare concretamente un collegamento fra il sequestro Orlandi e il tentativo di utilizzarlo come
merce di scambio per Agca, rispose: «Non posso dire che esistono elementi concreti, ma solo ipotesi plausibili»225I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 19.

E’ più sostenibile che volessero più semplicemente indurre Agca a ritrattare le accuse ai bulgari? Ciò di fatto avvenne temporaneamente solo pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela (ma non di Mirella).

Dalle sue dichiarazioni, gli avrebbero detto in turco (il bulgaro Petkov parlava perfettamente turco226I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 10): «Il KGB ti comunica che ci saranno altri tentativi per la tua liberazione come il caso Orlandi; devi tacere, altrimenti il cadavere di Emanuela verrà gettato in Piazza San Pietro e poi tu sarai ammazzato»227Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 11.

Al di là dell’attendibilità di Agca, suona strano che si fidarono così tanto dell'”umanità” di un terrorista. Solo un mese dopo, Agca dimostrò di non capire cosa volessero da lui i “sequestratori”.

A tal proposito, occorre precisare la perplessità del giudice Ilario Martella, presente in quei giorni assieme ai due giudici bulgari, di aver saputo di queste minacce soltanto 13 anni dopo (nel 1997): «Può darsi che la minaccia sia stata fatta nei momenti in cui Ormankov ed io andavamo a prendere un caffè, ma non potevo minimamente pensare che un magistrato minacciasse l’imputato. Ove l’avesse fatto, perché Agca non me ne ha parlato allora?»228I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 10.

Inoltre, cosa c’entrava in tutto questo il sequestro di Mirella Gregori, rivendicato dal “Fronte Turkesh”? Forse per indurre il presidente Pertini alla grazia presidenziale? E perché i primi telefonisti non furono interessati né ad Agca, né alla cittadina italiana?

Alla luce di questa analisi riteniamo che i punti di debolezza ridimensionino la credibilità della pista internazionale.

Non a caso gli inquirenti nel 1997, dopo oltre dieci anni di studio di questa ipotesi, hanno concluso sostenendo che non si trattò di rapimento ma soltanto di un depistaggio il quale, semmai, potrebbe avvalorare l’interesse di Stati esteri e servizi segreti internazionali ad Alì Agca e alle sue deposizioni, non certo dimostrare che i rapitori della Orlandi fossero gli stessi autori dei comunicati. Nell’archiviazione del 2015 si parlò chiaramente di «inesistenza del fine terroristico».

 
 

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4. EMANUELA ORLANDI E LA BANDA DELLA MAGLIANA.

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Secondo i sostenitori di questa pista investigativa, la Banda della Magliana, guidata da Enrico De Pedis (detto Renatino), avrebbe rapito Emanuela Orlandi nel tentativo di ricattare il Vaticano per ottenere la restituzione dei soldi che, assieme alla mafia siciliana facente capo Pippo Calò, avrebbe investito (e poi perso con il fallimento) nel Banco Ambrosiano229G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 11.

Una seconda versione ritiene questa pista collegata alla “pista internazionale”, sostenendo che esponenti della Magliana avrebbero avuto soltanto un ruolo di “manovalanza”. Il giudice Rosario Priore ha spiegato che «in Italia abbiamo individuato tante agenzie di servizi, a partire dalla banda della Magliana. Eessi fanno servizi per chiunque glieli chieda»230R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 12.

La pista della Banda della Magliana si è aperta ufficialmente l’11/07/2005 con una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto?:

«Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca, e chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei..l’altra Emanuela….e i genitori di Emanuela sanno tutto. Però siccome siete omertosi, non direte un cazzo come al solito!».

 

L’anonimo telefonista con “l’altra Emanuela” si riferì chiaramente Mirella Gregori. Alla telefonata facevano seguito un fax e alcune lettere anonime pervenute alla trasmissione televisita e presso l’abitazione degli Orlandi231G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 11.

Nonostante la telefonata del 2005 a Chi l’ha visto?, gli inquirenti erano già a conoscenza della salma di De Pedis nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare. Il 12/12/1995, dieci anni prima, infatti, interrogarono in merito mons. Pietro Vergari, allora rettore della Basilica, il quale confermò la sua amicizia con De Pedis da prima del 1993, quando era cappellano del carcere di Regina Coeli.

Il prelato attestò quanto già contenuto nei documenti di sepoltura, ovvero che De Pedis fu molto generoso con i poveri della parrocchia (più sotto un approfondimento). La moglie dell’uomo, Carla Di Giovanni, chiese la tumulazione nei sotterranei dopo aver finanziato i lavori di risanamento della cripta. Ascoltata in Procura il 9/06/1995, la donna spiegò di aver sostenuto le spese assieme a Marco De Pedis, il fratello di Enrico, per un totale di 37 milioni di lire.

Gli inquirenti accertarono le dichiarazioni, osservando dai documenti del Comune di Roma che la sepoltura avvenne il 24/04/1990 e rilevando il nulla osta alla sepoltura rilasciato dal Vicario di Roma, Ugo Poletti, datato 10/03/1990.

Nonostante la spropositata campagna mediatica sul caso da parte di Chi l’ha visto, altrettanto veementemente osteggiata da Pino Nicotri e dalla vedova di De Pedis, la vicenda della sepoltura di De Pedis si chiuse alla fine del 2012 con l’infruttuosa perquisizione della tomba e dell’intera basilica di Santa Apollinare, nonché il proscioglimento di mons. Vergari.

La Santa Sede in merito manifestò più volte la completa disponibilità all’ispezione della Basilica di Sant’Apollinare, nel 2012 padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, confermò: «Si ribadisce che da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perché si ristabilisca la giusta serenità, rispondente alla natura di un ambiente sacro».

Prima di soppesare le argomentazioni favorevoli e contrarie alla pista della Banda della Magliana, riteniamo utile analizzare l’effettivo coinvolgimento di alcuni personaggi che sono stati collegati alla vicenda:

 

4.1 Sabrina Minardi.

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Sabrina Minardi entrò nel caso Orlandi il 15 marzo 2008, anno in cui si presentò in Procura con la sua testimonianza.

Il 4 giugno 2008 la donna disse agli inquirenti di essere stata l’amante di De Pedis dal 1982 al 1984 il quale, in una sera imprecisata e con l’aiuto di Sergio Virtù, le avrebbe messo in macchina una ragazza, da lei riconosciuta essere Emanuela Orlandi, che consegnò ad un uomo vestito da prete a bordo di un’auto targata Città del Vaticano, alla fine di via delle Mura Aurelie.

Il pubblico ministero la ritenne una lunga e confusa deposizione, rilevando inoltre che la donna in quel periodo era in cura poiché tossicodipendente232G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 12.

In successive interrogazioni (28/10/2008, 18/11/2009, 18/03/2010 e 27/05/2010) raccontò che prima di tale episodio, Emanuela sarebbe stata sequestrata da tre uomini della Magliana (ricordando solo Angelo Cassani), portata all’EUR e consegnata a De Pedis. In un’altra occasione racconterà che venne invece consegnata a Renatino da due donne.

La Orlandi sarebbe stata quindi segregata, prima in una casa appartenente alla stessa Minardi a Torvajanica, poi al n° 13 di via Antonio Pignatelli in un appartamento di Daniela Mobili e con la complicità di Danilo Abbrucciati. La carceriera sarebbe stata la badante.

Nel 1993, disse ancora la Minardi, avrebbe visto De Pedis e Sergio Virtù buttare due sacchi dentro una betoniera in un cantiere, capendo che in uno ci sarebbe stata la Orlandi. Glielo avrebbe poi riferito anche De Pedis, aggiungendo che nell’altro sacco ci sarebbe stato il piccolo Domenico Nicitra. La mattina dopo De Pedis avrebbe negato la presenza della Orlandi nel sacco.

Il 5/11/2008 la Minardi ha invece sostenuto che la ragazza sarebbe stata portata in un paese arabo, mentre nell’ultima audizione del 18/03/2010 ha sostenuto che il corpo sarebbe stato gettato in mare da De Pedis e Virtù.

Al di là delle continue contraddizioni, la Minardi sicuramente dice il falso riguardo il piccolo Nicitra, figlio di un ex boss della Magliana, il quale morì il 21/06/1993, dieci anni dopo il rapimento Orlandi e tre anni dopo la morte di De Pedis. Oltretutto, la donna non è mai riuscita ad indicare il luogo esatto del cantiere.

Quasi nulla delle dichiarazioni della Minardi trovò infatti conferma.

Rispetto all’appartamento-prigione di Emanuela di via Pignatelli, Abbrucciati morì prima della sparizione di Emanuela, mentre la Mobili rispose agli inquirenti che dal 1982 al 1984 si trovava in carcere e non aveva una domestica fissa.

Il 18/01/2010 in un’informativa della polizia, si segnalò che la Minardi stava cercando di ottenere a tutti costi un guadagno dalle sue dichiarazioni mediatiche sia per l’ottenimento di una casa dal Comune di Roma che per pubblicità al suo libro sul caso Orlandi233G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 37.

Nel 2015 la Procura concluse ritenendo la Minardi «un testimone difficile a causa della sua tossicodipendenza e delle pessime condizioni di salute, fisiche e mentali. Le sue dichiarazioni appaiono e sono del tutto inverosimili, oltre che contraddittorie nelle versioni succedutesi nel tempo». Così, «le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche da compromettere in toto la credibilità della dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi»234G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 32, 37.

Inoltre, gli inquirenti rilevarono da un’informativa del 2010 che la Minardi cercava in tutti i modi un guadagno dalle sue dichiarazioni, in particolare pubblicità per il suo libro235G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 20.

C’è un piccolo dettaglio che merita tuttavia attenzione, non tenuto in considerazione nell’istruttoria di archiviazione del 2015.

Il 17/10/1983 in un comunicato legato al caso Orlandi e firmato “Dragan”, si invitò ad indagare su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi (si certificò in seguito la sua estraneità). Al termine del messaggio venne disegnato il nome “Sergio”, seguito dalla parola “morte”.

Sabrina Minardi è stata la ex moglie proprio di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano ed è lei ad aver accusato Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi. Solo una coincidenza?

La credibilità di Sabrina Minardi è stata avvalorata in parte da Marco Accetti, reo-confesso di aver architettato il finto sequestro di Mirella e Emanuela. Quest’ultima sarebbe stata ospitata in due appartamenti della Magliana nel quartiere Monteverde e nella cittadina di Torvajanica, due luoghi citati anche nella telefonata di “Mario” pochi giorni dopo la scomparsa della Orlandi. «Non si può immaginare che la Minardi possa aver avuto accesso a tali verbali secretati», ha sostenuto Accetti nel 2013, ritenendo la telefonata di “Mario” ancora in parte secretata236M. Accetti, Elenco dei punti (indizi e prove), blog personale, 14/11/2013.

L’uomo ha quindi concluso: «Né si può ritenere che tra tanti quartieri di Roma e tante località marittime possa essersi verificata una mera, fortuita coincidenza nell’essere citati da entrambi i personaggi, “Mario” e la Minardi»237M. Accetti, Elenco dei punti (indizi e prove), blog personale, 14/11/2013.

 

4.2 Marco Sarnataro, Carlo Alberto e Giuseppe De Tomasi.

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Tra il 2008 e il 2009 Salvatore Sarnataro, padre di Marco Sarnataro (deceduto nel 2007), dichiarò che il figlio gli avrebbe rivelato di aver prima pedinato Emanuela Orlandi per le vie di Roma assieme a «uno fra “Gigetto” e “Ciletto”, oppure anche tutti e tre», e poi l’avrebbero sequestrata su ordine di De Pedis. Dopo averla fatta salire su una BMW berlina in una fermata dell’autobus di piazza Risorgimento, senza alcuna resistenza da parte della ragazza, l’avrebbero condotta al laghetto dell’Eur e consegnata a “Sergio” (Sergio Virtù?), autista di De Pedis. Non sarebbe stato a conoscenza della sua morte238G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 20.

La Procura espresse dubbi dovuti alla pessima condizione di salute di Salvatore Sarnataro e al fatto che rilasciò informazioni di seconda mano (ricevute dal figlio), contenenti alcune contraddizioni. Tuttavia, scrissero gli inquirenti, «non si ravvisano motivi per i quali costui avrebbe dovuto attribuire al figlio una così grave condotta»239G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 38 e lo ritenne «certamente attendibile»240G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 41 nell’aver ricevuto queste confidenze dal figlio.

Le contraddizioni di Salvatore Sarnataro riguardarono in particolare la confusa collocazione temporale di quando apprese queste informazioni dal figlio. Non c’è mai stato riscontro sufficiente alle sue dichiarazioni241G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 38, 41.

Va ricordato, pur sempre considerando il notevole lasso di tempo, che Marco Sarnataro sarebbe stato riconosciuto con alta probabilità da due amici di Emanuela, Angelo Rotatori e Paola Giordani, come uno dei giovani che avrebbero pedinato loro e la Orlandi nei giorni antecedenti al sequestro. Altri amici della ragazza avrebbero individuato soltanto Sergio Virtù (Gabriella Giordani) o nessuna delle fotografie mostrate.

Gli inquirenti hanno rilevato tuttavia contraddizioni anche nei racconti dei vari amici di Emanuela, creando dei «limiti di attendibilità derivanti innanzitutto dal considerevole lasso di tempo tra il momento dell’osservazione e quello che in cui l’indagine è stata effettuata (oltre 20 anni)». Senza contare, oltretutto, il possibile condizionamento sui ricordi a causa dell’elevata esposizione mediatica del caso.

 

Qui sotto il confronto tra l’identikit fatto da Angelo Rotatori e Marco Sarnataro:

 

Le contraddizioni degli amici di Emanuela rispetto al riconoscimento degli uomini che li avrebbero pedinati nei giorni precedenti la scomparsa della ragazza sono state dettagliatamente sottolineate dal giornalista Tommaso Nelli.

 

Per quanto riguarda Carlo Alberto De Tomasi e il figlio Giuseppe, abbiamo accennato alla telefonata anonima del 2005 a Chi l’ha visto? che aprì le indagini sui legami tra la Banda della Magliana e il caso Orlandi.

Nel luglio 2008 e nel dicembre 2008 due analisi disposte dalla Procura ravvisarono una similitudine con la voce di Carlo Alberto De Tomasi e quella del telefonista anonimo che chiamò la trasmissione Chi l’ha visto? nel 2005242G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 27.

Una terza consulenza (dicembre 2008) indicò un’elevata corrispondenza con il telefonista “Mario” per Giuseppe De Tomasi (detto Sergione)243G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 26, 27.

Ascoltati in procura nel 2010, padre e figlio hanno negato di essere gli autori della telefonata244G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 27.

Una sentenza del 1994 stabiliva oltretutto che Giuseppe De Tomasi (detto Sergione) fu arrestato il 21/06/1983, giorno prima della sparizione di Emanuela, per riciclaggio di denaro. Dunque non ha potuto essere il telefonista “Mario”.

 

4.3 Sergio Virtù, Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni.

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Sulla scia delle dichiarazione di Sabrina Minardi, la Procura ha intercettato a lungo i telefoni di Sergio Virtù, Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, senza rintracciare elementi di rilevanza. Almeno per quanto riguarda gli ultimi due.

Rispetto a Sergio Virtù, vi fu una intercettazione telefonica del 20/12/2009 tra lui e l’amante Maria Lldiko Kiss, durante la quale la donna gli chiese se la polizia aveva elementi su di lui relativi alla Orlandi. «Orlandi, Orlandi, Orlandi, Orlandi…», rispose l’uomo, «io me le volevo scordà queste cose dopo 23 anni».

Dopo aver sostenuto di volerne parlare di persona e di temere che le indagini possano portare a lui, per questo cambierebbe spesso numero di telefono, aggiunse: «Purtroppo quando ero giovane…stavo in un ambiente un po’ particolare, eravamo tutti scapestrati…però mica me pento di quello che ho fatto, l’ho fatto per i soldi e non me ne frega niente di quello che ho fatto…me interessa andamme a prendere dei permessi lontano, magari ce potrei avè dei problemi che me se ripercuotono contro…»245G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 24.

A questo link è possibile visionare l’intera intercettazione telefonica di Sergio Virtù.

Secondo la Procura, Virtù «è certamente a conoscenza di particolari compromettenti della vicenda»246G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 40, 41, come provato da questa intercettazione e dalla rivelazione di dover cambiare spesso utenze telefoniche perché «ti perseguitano tutta la vita questi».

L’uomo ha negato di aver avuto questa conversazione telefonica mentre la donna ammise di aver affrontato il discorso con lui247G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 24.

Nonostante ciò, gli inquirenti conclusero che «il quadro probatorio rimane insufficiente e troppo incerto per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di Virtù»248G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 41. L’intercettazione accerterebbe al massimo la conoscenza di particolari compromettenti, non certificando però la sua colpevolezza nell’evento.

Mentre le accuse della Minardi sono risultate inattendibili, il riconoscimento fotografico di Sergio Virtù da parte di un’amica di Emanuela (Gabriella Giordani) sugli uomini che li avrebbero pedinati prima della scomparsa ha una «minima attendibilità» secondo gli inquirenti249G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 42 (è stato definito come “vagamente somigliante” dopo un periodo di vent’anni dai fatti, mentre altri amici non hanno identificato lui come uno dei pedinatori).

Nel 2010 un’allieva della scuola di musica di Emanuela, Marta Szepesvari, le sembrò di riconoscere proprio in Sergio Virtù nel giovane che, il giorno prima della scomparsa di Emanuela, fissava l’ingresso della scuola come se attendesse qualcuno250G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 18.

Ricordiamo anche che il nome “Sergio”, come abbiamo già visto, fu disegnato a fiancola parola “morte” nel comunicato firmato “Dragan” del 17/10/83, dove si invitava ad indagare in merito alla Orlandi su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi. Sabrina Minardi è stata ex moglie di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano e nel 2008 ha accusato Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi.

Infine, nella sua deposizione su quanto gli avrebbe raccontato il figlio Marco, Salvatore Sarnataro indicò il nome “Sergio”, autista di De Pedis, come l’uomo a cui il figlio avrebbe consegnato Emanuela Orlandi dopo il sequestro.

 

Per quanto riguarda Gianfranco Cerboni e Angelo Cassani, chiamati in causa da Sabrina Minardi e Salvatore Sarnataro, la Procura ha più volte certificato i loro stretti legami d’amicizia almeno fino al 1984251G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 24.

Cassani e Cerboni negarono di conoscere Sergio Virtù, non riuscendo nemmeno a riconoscerlo fotograficamente. Tuttavia, in un’intercettazione telefonica dell’11/03/10, parlarono di lui in modo molto amichevole, dimostrando invece di conoscerlo bene: «Pensa a Sergio, poveretto, quello lo hanno bevuto!»252G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 25.

Anche Maurizio Abbatino, collaboratore di giustizia e accusatore della Magliana, ha rilevato nel 2009 alcune confidenze raccolte fra i membri sul coinvolgimento di De Pedis, Angelo Cassani (detto “Ciletto”), Libero Angelico (detto “Rufetto”) e Gianfranco Cerboni (detto “Gigetto”) nel sequestro e nell’uccisione della Orlandi.

 

Nel video qui sotto, Angelo Cassani rigetta le accuse:

 

Marco Accetti, reo-confesso di essere stato il regista del sequestro, ha dichiarato di aver coinvolto De Pedis nel caso Orlandi e che alcuni dei suoi uomini di De Pedis, in particolare “Ciletto” (Angelo Cassani) e “Giggetto” (Gianfranco Cerboni), si sarebbero recati nel bar dei Gregori proprio il giorno prima della sparizione di Mirella, quando fu inaugurato il locale.

Il 21/10/1986, su indicazione del cameriere Giuseppe Calì, venne eseguito un identikit del volto di una persona vista dal teste nel bar dei Gregori una settimana prima della scomparsa di Mirella, il quale assomiglia notevolmente al volto di Angelo Cassani.

Come già detto, Angelo Cassani fu riconosciuto con vari gradi di probabilità da due amici di Emanuela (Gaetano Palese e Angelo Rotatori) come uno dei giovani che li pedinarono prima dela scomparsa della giovane253G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 20.

 

Qui sotto il confronto tra l’identikit fatto da Angelo Rotatori e Angelo Cassani:

 

4.4 Antonio Mancini, Maurizio Abbatino e Maurizio Giorgetti.

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Nel 2015, la Procura di Roma ha constatato che tra i componenti della Banda della Magliana interrogati dagli inquirenti, a coinvolgere De Pedis con il caso Orlandi sono stati solo i pentiti Antonio Mancini e Maurizio Abbatino.

Sia Mancini che Abbatino hanno dichiarato di aver appreso del coinvolgimento di De Pedis da altri componenti della Banda, senza fare nomi e fornendo agli inquirenti indicazioni generiche254G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 12.

Antonio Mancini, detto “Accattone”, coinvolse De Pedis sostenendo ai magistrati che in carcere, all’epoca della scomparsa di Emanuela, «si diceva che la ragazza era robba nostra (della banda, ndr), l’aveva presa uno dei nostri».

Maurizio Abbatino, collaboratore di giustizia e accusatore della Magliana, nel 2009 rivelò alcune confidenze raccolte fra i membri sul coinvolgimento di De Pedis, Angelo Cassani, Libero Angelico (detto “Rufetto”) e Gianfranco Cerboni (detto “Gigetto”) nel sequestro e nell’uccisione della Orlandi.

Per entrambi la Procura concluse che le informazioni prodotte erano «notizie de relato, non direttamente riscontrabili e comunque relative alla sola posizione del De Pedis»255G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 42.

 

Maurizio Giorgetti intervenne nel caso Orlandi nel 2010 sostenendo che in epoca precedente alla scomparsa di Emanuela si sarebbe recato in un ristorante in gestione a Giuseppe De Tomasi e avrebbe ascoltato un dialogo tra lo stesso De Tomasi, Ciletto (cioè Angelo Cassani) e Manlio Vitali che parlavano di un prelievo di una ragazzina a scopo ricattatorio per recuperare delle somme di denaro ed esercitare pressioni.

Dopo le verifiche della Procura è stata verificata la totale inaffidabilità di Giorgetti e l’infondatezza delle sue rivelazioni256G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 54.

 

4.5 Don Piero Vergari e la Basilica di Sant’Apollinare.

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Dopo la famosa telefonata anonima del 2015 a Chi l’ha Visto?, la Basilica di Sant’Apollinare e il rettore don Piero Vergari sono stati per molto tempo al centro del collegamento tra la Magliana e la Orlandi.

Nel 2015 gli inquirenti hanno tuttavia concluso che dalla perquisizione della basilica, compresi gli accertamenti tecnici nella cripta in cui era sepolto De Pedis e lo studio delle ossa prelevate dagli ambienti circostanti, non si sono ricavati indizi utili257G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 31, 32, 42. Questo «ha escluso il coinvolgimento di mons. Vergari nella vicenda, ipotizzato in considerazione dell’amicizia con De Pedis»258G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 42.

Nessun teste, d’altra parte, ha mai accusato l’allora rettore e, anche se nelle sue dichiarazioni si rilevarono piccole incongruenze rispetto a quelle riferite da Carla Di Giovanni, moglie di De Pedis, queste non determinarono alcuna significativa valenza agli occhi dei magistrati.

Lo stesso don Piero Vergari ha precisato di aver accolto la richiesta della moglie di De Pedis di seppellirlo nei sotterranei di S. Apollinare, chiesa nella quale aveva celebrato il loro matrimonio. La salma, al contrario di quanto riferito dall’opinione pubblica, venne posta nei sotterranei della basilica dove non sono sepolti né Papi né cardinali, in un corridoio abbandonato da oltre un secolo e non situato in terra consacrata.

Nel 2005 don Piero Vergari scrisse questo testo in merito ai fatti:

«Nel carcere mai ho domandato a nessuno perché De Pedis era là o che cosa aveva fatto. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente. Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre il solenne principio dei Romani “Parce sepulto”: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d’accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991».

 

Le autorità hanno infine stabilito che la documentazione della sepoltura era completa e trasparente, già nota agli inquirenti anche prima della famosa telefonata del 2015 a Chi l’ha visto?. La moglie di De Pedis si occupò a sue spese di risanamento dei locali della cripta a causa dello stato di abbandono in cui versavano259G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 29.

 

4.6 Enrico De Pedis.

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Coloro che hanno coinvolto Enrico De Pedis nel caso Orlandi sono stati Sabrina Minardi, Maurizio Abbatino, Antonio Mancini e Salvatore Sarnataro.

Mentre la Minardi è stata giudicata inattendibile dagli inquirenti, gli altri tre hanno riportato notizie di seconda mano, non verificabili.

Non essendoci nulla di rilevante nella sua sepoltura nei sotterranei della Basilica Sant’Apollinare e non essendo emerso nulla dalle perquisizioni, non ci sono motivi consistenti per accusarlo di aver avuto un ruolo nella vicenda Orlandi e/o Gregori.

Più volte Pino Nicotri, in solitaria rispetto al “martellamento” mediatico sulla vicenda De Pedis, ha osservato che “Renatino” morì con la fedina penale pulita, dotato di regolare patente, carta di identità valida e passaporto valido per viaggiare all’estero.

L’avvocato della famiglia De Pedis affermò nel 2015: «Sul certificato penale di Renatino vi è solo un episodio di rapina, risalente al 1974, e per cui è stata scontata interamente la pena. Enrico De Pedis non ha mai subito condanne per il reato di associazione a delinquere o per concorso nell’omicidio di alcuno. Inoltre si fa presente che nel processo principale che ha riguardato la cosiddetta Banda della Magliana, la Cassazione ha escluso che questa fosse una organizzazione di tipo mafioso».

I quotidiani dell’epoca confermano che De Pedis «uscì “pulito” dal carcere dopo che le inchieste giudiziarie che avevano portato al suo arresto e a quello di decine di malavitosi della banda della Magliana , erano state mano a mano smantellate dai processi»260L’Unità, 03/02/1990. Tuttavia le cronache di quegli anni lo definiscono uno dei capi storici della Banda della Magliana, in particolare l’ala della malavita di Testaccio che controllava interi quartieri, nonché uno dei principali “riciclatori” di denaro sporco.

Il dato più rilevante è che Enrico De Pedis fu sepolto nella cripta sotterranea della basilica di Sant’Apollinare, in territorio sconsacrato, in modo regolare e trasparente, come confermato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, dal magistrato Andrea De Gasperis e dal ministro Cancellieri. Fu la famiglia a chiederlo e ottenne il permesso del Vaticano e il via libera dal Comune di Roma.

De Pedis è stato coinvolto nel caso Orlandi anche da Marco Accetti, reo-confesso di essere stato il regista del sequestro. L’uomo ha dichiarato di aver inserito De Pedis nelle operazioni ingannandolo sul fatto che il sequestro di due ragazzine fosse una strada efficace per convincere i vertici dell’istituto Ior a saldare il debito che avevano con la Magliana per i soldi persi nel crack dell’Ambrosiano261citato in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014.

Il suo coinvolgimento sarebbe avvenuto alla morte di Roberto Calvi, in quanto «venne meno la compattezza di quell’insieme di persone che a lui prestava i soldi. L’interesse del signor De Pedis sarebbe stato quello di recuperare quanto prestato al dottor Calvi, ma a questa si sarebbe opposto monsignor Marcinkus. Questo si fece presente all’imprenditore: che era necessaria la rimozione del Monsignore o la sconfitta della sua linea politica»262in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 83.

La fazione di Accetti gli avrebbe fatto credere che il sequestro di due ragazzine sarebbe stata una strada efficace per convincere i vertici dell’istituto a saldare263in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 83.

Accetti ha infine riferito che alcuni uomini di De Pedis, in particolare “Ciletto” e “Giggetto”, si sarebbero recati nel bar dei Gregori proprio il giorno prima della sparizione di Mirella, quando fu inaugurato il locale.

Il 21/10/1986, su indicazione del cameriere Giuseppe Calì, venne eseguito un identikit del volto di una persona vista dal teste nel bar dei Gregori una settimana prima della scomparsa di Mirella, il quale assomiglia notevolmente al volto di Angelo Cassani, detto appunto “Ciletto”.

 

 

4.7 I punti forti della pista della Magliana.

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a) Movente e contesto temporale.

La tesi della Magliana vanta un movente abbastanza verosimile e un’opportuna collocazione temporale.

Una cittadina vaticana sparisce esattamente un anno dopo il fallimento del Banco Ambrosiano, rapita dalla Banda della Magliana nel tentativo di ricattare il Vaticano ed ottenere la restituzione dei soldi che, assieme alla mafia siciliana facente capo Pippo Calò, avrebbe perso.


 

b) L’intercettazione a Sergio Virtù.

Al contrario della pista sessuale e internazionale, quella relativa alla Magliana ha una importante prova oggettiva riguardante Sergio Virtù.

Ci riferiamo all’intercettazione telefonica tra Sergio Virtù, faccendiere e autista di Enrico De Pedis, e l’amante Maria Lldiko Kiss. Come abbiamo già visto, l’uomo fa capire alla donna che il caso Orlandi appartiene al suo passato giovanile quando stava «in un ambiente un po’ particolare», pieno di «scapestrati», ma non se ne pente perché lo ha fatto per soldi.

Gli inquirenti che nel 2015 scelsero comunque di archiviare il caso per insufficienza del quadro probatorio, scrissero che Virtù «è certamente a conoscenza di particolari compromettenti della vicenda».


 

c) Identikit e riconoscimento facciale.

A distanza di vent’anni dai fatti, diversi amici di Emanuela ricordarono diversi episodi di perdimento nei loro confronti prima della scomparsa.

Nel video qui sotto il racconto di Angelo Rotatori di uno dei pedinamenti subiti assieme a Emanuela:

 

In questa foto, invece, i due identikit prodotti dagli amici di Emanuela sui pedinatori

 

Lo stesso Angelo Rotatori, oltre ad un’amica di Emanuela, Paola Giordani, riconobbero Marco Sarnataro con “altissima probabilità” (Rotatori) e “molto somigliante” come uno dei giovani che li avrebbe pedinati nei giorni antecedenti alla sparizione di Emanuela, mentre erano in compagnia della ragazza264G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 19).

Angelo Rotatori riconobbe anche, con “alta probabilità”, Angelo Cassani265G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 19, mentre non riconosceva la foto di Sergio Virtù266G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 39.

Ecco il confronto fotografico tra l’identikit di Rotatori e le foto di Cassani e Sarnataro:

 

Gabriella Giordani individuò invece Sergio Virtù, mentre gli altri non riuscirono a ricordare267G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 19.

Un altro amico, Gaetano Palese, seppur “vagamente” riconobbe fotograficamente Angelo Cassani268G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 20.

Nel 2010, un’allieva della scuola di musica, Marta Szepesvari, riconobbe in Sergio Virtù l’uomo che il giorno prima della scomparsa di Emanuela nel 1983, fissava la scuola come se aspettasse qualcuno269G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 12.

Va sottolineato che il riconoscimento avvenne dopo un «notevolissimo lasso di tempo trascorso»270G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 39 dai fatti e dopo il notevole «inquinamento della genuinità delle ricostruzioni causato dall’enorme rilievo mediatico che ha suscitato il caso»271G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 39. Inoltre, soltanto alcuni degli amici riuscirono a riconoscere dei volti.

Per questo gli inquirenti hanno sottolineato i «limiti di attendibilità» di questi riconoscimenti272G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 40.

Gli amici di Emanuela (Rotatori, Giordani Paola e Gabriella, Cristina Orlandi) ricordarono anche un episodio in cui un’auto con a bordo due giovani si accostò al loro gruppo e toccando il braccio di Emanuela, l’autista disse: “Eccola”273G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 19.

Più rilevante è la forte somiglianza tra l’identikit di un uomo che venne visto nel bar dei Gregori il giorno prima della scomparsa di Mirella e Angelo Cassani, detto “Ciletto”. L’uomo, esponente della Banda della Magliana, è stato coinvolto nel caso Orlandi-Gregori da Sabrina Minardi, il pentito Maurizio Abbatino e Marco Accetti. Quest’ultimo ha collocato Cassani, assieme a “Giggetto”, proprio nel bar dei Gregori.

 

Qui sotto il confronto tra il volto di Angelo Cassani e l’identikit dell’uomo visto nel bar dei Gregori:

 

Infine, occorre sottolineare che i vari riconoscimenti fotografici degli amici di Emanuela verso alcuni uomini di De Pedis (in particolare Angelo Cassani, Marco Sarnataro e Sergio Virtù) coincidono perfettamente e in maniera indipendente con la testimonianza di Salvatore Sarnataro, padre di Marco, sul ruolo che quest’ultimo avrebbe avuto nel caso Orlandi (pedinamento + sequestro).

Marco Accetti, reo-confesso di essere stato il regista del sequestro, ha dichiarato di aver coinvolto De Pedis e alcuni suoi uomini nel caso Orlandi, in particolare “Ciletto” e “Giggetto” si sarebbero recati nel bar dei Gregori il giorno prima della sparizione di Mirella, quando fu inaugurato il locale.

Il 21/10/1986, su indicazione del cameriere Giuseppe Calì, fu eseguito un identikit del volto di un uomo visto dal teste nel bar dei Gregori una settimana prima della scomparsa di Mirella, il quale assomiglia notevolmente a Angelo Cassani, detto appunto “Ciletto”.


 

d) Comunicato sul giocatore della Lazio.

Come abbiamo spiegato in precedenza, nell’istruttoria di archiviazione del 2015 non si tenne conto del comunicato firmato “Dragan” arrivato del 17/10/83 che invitava ad indagare, in merito alla Orlandi, su un giocatore della Lazio, Arcadio Spinozzi (si certificò in seguito la sua estraneità). Al termine venne disegnato il nome “Sergio” seguito dalla parola “morte”.

E’ l’unico dettaglio a favore del racconto totalmente contraddittorio fornito da Sabrina Minardi la quale, effettivamente, fu l’ex moglie proprio di un giocatore laziale, Bruno Giordano. Fu lei nel 2008 ad accusare per prima Sergio Virtù di aver ucciso, assieme a De Pedis, Emanuela Orlandi.

Una mera coincidenza? E’ probabile, tuttavia riteniamo di valutarlo come un aspetto che arreca credibilità alla pista della Banda della Magliana.


 

e) Il ristorante di “Pierluigi” e Campo De Fiori.

Due dettagli piuttosto rilevanti sono legati ai primi due telefonisti che chiamarono casa Orlandi a poche ore dalla sparizione.

Il primo, “Pierluigi”, nella seconda telefonata disse di telefonare da un ristorante sul mare, con tanto di sottofondo di piatti. Il 19/09/83 in una lettera firmata dal “Gruppo Phoenix”, comparvero minacce proprio a “Pierluigi” avvertendolo: «E’ assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti».

Nel 2006, Antonio Mancini, uno dei boss della banda della Magliana e collaboratore di giustizia, affermò di aver riconosciuto nella voce di “Mario” uno dei killer della Magliana, col soprannome di Rufetto, ovvero Libero Angelico. Per Mancini costui era «alle dipendenze unicamente di De Pedis, era il suo sicario personale e già all’epoca possedeva un ristorante a Trastevere»274citato in O. Lupacchini, M. Parisi, Dodici donne un solo assassino?, Koiné 2006, pp. 48, 49. Il confronto della voce tra Mario e Libero Angelico, realizzato dalla polizia, diede però esito negativo.

Perché “Pierluigi” specificò di parlare da un ristorante? Marco Accetti nel suo Memoriale confermò il collegamento fatto da Antonio Mancini e scrisse: «Costui dice di chiamare da un ristorante (il noto ristorante di Torvaianica frequentato da vari protagonisti di questi fatti). Fui io personalmente a registrare il rumore di sottofondo al ristorante “Pippo l’Abruzzese” di Tor Vaianica […]. Nel caso la telefonata potesse essere registrata e sottoposta al giudizio di un esperto, le caratteristiche specifiche di alcuni rumori potevano far risalire proprio a quell’ambiente».

Un secondo dettaglio è contenuto anch’esso nelle parole del primo telefonista quando disse di aver visto Emanuela vendere collane in Campo de Fiori.

Tale piazza è nota sui quotidiani locali per essere stata il luogo degli usurai (detti “cravattari”), il cui commercio era alimentato dai denari provenienti da organizzazioni mafiose e sodalizi terroristici. In una stradina adiacente alla piazza aveva un negozio di elettrodomestici Domenico Balducci, dove intratteneva rapporti con la mafia siciliana, Tommaso Buscetta, Flavio Carboni (coinvolto nella morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano) e “Pippo” Calò.

A questo dettaglio ha fatto riferimento ancora una volta Marco Accetti, sottolineando che «”Pierluigi” parla anche della piazza Campo de Fiori, luogo in cui aveva il negozio Edoardo Balducci, esponente della Magliana, nel quale praticava l’usura per conto di Pippo Calò, noto durante la latitanza come Mario Aglialoro, lo stesso nome usato dal secondo telefonista, “Mario”».

 

 

4.8 I punti deboli della pista della Magliana.

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a) L’archiviazione del 2015.

Il principale punto debole dell’ipotesi che coinvolge la Banda della Magliana nel caso Orlandi è la decisione della Procura nel 2015 di archiviare il caso, non rilevando un quadro probatorio sufficiente a carico degli esponenti della malavita romana. Addirittura, si legge che «la pista principale della Banda della Magliana non ha rilevato alcun coinvolgimento degli appartenenti a tale organizzazione criminale con la scomparsa della ragazza»275G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 62

Più dettagliatamente, negli atti conclusivi si legge:

«In definitiva, alla stregua degli imponenti accertamenti investigativi attuati con straordinaria capillarità, gli elementi emersi in favore dell’ipotesi di un coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa di Emanuela Orlandi, di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti non possiedono senz’altro, per nessuno degli indagati iscritti quella consistenza tale da imporre l’esercizio dell’azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale»276G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 43, 44.


 

b) Un piano troppo sofisticato.

La Banda della Magliana era costituita da killer professionisti, criminali legati alla droga, alla mafia calabrese. I loro atti criminali erano solitamente costituiti da attentati a freddo tramite colpi di pistola.

E’ inverosimile che dei feroci malavitosi romani abbiano potuto architettare un piano sofisticato e genialmente stratificato come il sequestro Orlandi-Gregori e la complessa opera di strumentalizzazione, formata da codici, allusioni e depistaggi.

Avrebbero dovuto distrarre la stampa e gli inquirenti con telefonate e comunicati riguardanti il giudice Ilario Martella, Alì Agca e la sua liberazione, mentre dall’altra avrebbero mantenuto una trattativa segreta con i loro interlocutori (lo Ior?) sui soldi investiti nel Banco Ambrosiano.

Tutto questo, oltretutto, fornendo dettagli biografici precisi sulle due ragazze (oltre a fotocopie di oggetti personali di Emanuela) ma senza esibire la prova decisiva della loro detenzione. Infine, probabilmente usarono una tecnologia d’avanguardia capace di impedire il rintracciamento delle telefonate, facendole rimbalzare in posti diversi.

Non è così che agivano De Pedis e gli esponenti della Magliana, un loro ruolo di primo piano va decisamente escluso.


 

c) Perché erano interessati ad Agca e alla sua liberazione?

Escluso il fatto che dei malavitosi romani come quelli della Magliana avessero potuto escogitare un piano così sofisticato da usare la liberazione di Agca come oggetto di distrazione per perseguire i loro veri interessi, a cosa poteva interessare a De Pedis e Sergio Virtù il fatto che il terrorista turco ritirasse le sue accuse verso i bulgari nell’ambito dell’attentato al Papa?

Il telefonista l'”Amerikano” e le sigle comparse successivamente (“Fronte Turkesh” ecc.) erano unicamente interessate ad Agca e alla sua liberazione. Lo stesso idealista turco, dopo aver collaborato per due anni con gli inquirenti, ritirò improvvisamente le sue accuse ai servizi segreti bulgari due giorni dopo la sparizione della Orlandi.

Questo è un altro aspetto totalmente incomprensibile se si vuole porre De Pedis e la Magliana come protagonisti del caso Orlandi-Gregori.

 

 

4.9 Conclusioni sulla pista della Banda della Magliana.

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L’ipotesi del coinvolgimento della Magliana ha come detto un movente e un contesto temporale molto forti.

Inoltre, al contrario delle altre piste, può vantare due importanti riscontri oggettivi: l’intercettazione di Sergio Virtù, nel quale ammette la sua compromissione con il caso (oltre ad essere riconosciuto dall’amica di Emanuela, Gabriella Giordani, come uno dei pedinatori nei giorni prima della sparizione), e la forte somiglianza di Angelo Cassani all’identikit realizzato da un cameriere del bar dei Gregori sull’uomo che fu visto nel locale il giorno prima della sparizione di Mirella.

D’altra parte, il coinvolgimento della Magliana ha trovato qualche riscontro anche dagli inquirenti che, tuttavia nel 2015 archiviarono il caso non rilevando prove tanto consistenti a livello penale.

Altrettanto forti sono però i punti di debolezza, non è infatti possibile che dei killer rozzi e violenti come i testaccini abbiano ideato un piano così sofisticato da sopravvivere a due archiviazioni (1997 e 2015) e scervellare decine di giornalisti, magistrati e investigatori senza arrivare a una soluzione. Oltretutto portano un caso di malavita locale a sembrare un grande complotto internazionale.

Un’ipotesi, quella della Magliana, che ha avuto più valore di quanto ne meriti, colpa senz’altro dell’opinione pubblica e della trasmissione Chi l’ha visto?, che ha sposato univocamente tale pista divulgandola ossessivamente e crogiolandosi nella possibilità di coinvolgere fantomatici alti prelati e monsignori in traffici di sesso e denaro. Il tutto è terminato con un grande flop mediatico.

Lo scenario più verosimile è invece quello che vede esponenti della Magliana coinvolti in maniera marginale nel caso Orlandi, un ruolo di manovalanza, permettendo dunque un legame tra questa tesi e quella della “pista internazionale” e superando, così, i punti deboli che abbiamo sottolineato.

Tale ipotesi collima con la versione fornita dal reo-confesso Marco Accetti, il quale riferì di aver coinvolto De Pedis e alcuni suoi uomini in una «limitata partecipazione logistica e di copertura», in particolare per quanto riguarda i pedinamenti prima della scomparsa, il coinvolgimento di De Pedis il giorno del “finto” sequestro della Orlandi e la messa a disposizione di due loro appartenenti (quello di Monteverde e quello di Torvajanica). In cambio, ha sostenuto, «avrebbero ottenuto principalmente come interscambio alcune entrature all’interno della Città del Vaticano per alcune loro esigenze di investimento finanziario»277M. Accetti, Elenco dei punti (indizi e prove), blog personale, 14/11/2013.

 
 

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5. ROBERTA HIDALGO E EMANUELA ORLANDI.

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La tesi della fotografa Roberta Hidalgo è la più incredibile di tutte.

Emerse pubblicamente nel 2012 con l’uscita del suo libro L’affaire Emanuela Orlandi, anche se la Procura ha rilevato che già nel novembre 2002 una giornalista reporter si presentò presso gli uffici riferendo di aver visto e fotografato casualmente, mentre si trovava a Piazza San Pietro278G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 52.

La Hidalgo ha sostenuto di aver riconosciuto Emanuela Orlandi in una fotografia da lei scattata in Piazza San Pietro. Per coincidenza, la stessa donna sarebbe apparsa sullo sfondo anche di una seconda foto che la Hidlago scattò tempo dopo a sua figlia davanti ad un gelataio, sempre nei dintorni di piazza San Pietro. La Hidalgo avrebbe poi incrociato personalmente la donna in un supermercato della zona279R. Hidalgo, “L’affaire Emanuela Orlandi” (Edizioni Libreria Croce): intervista a Roberta Hidalgo, intervista a Radio Radicale, 24/04/2012.

In una delle aree più affollate d’Europa, Emanuela Orlandi gironzolerebbe in piazza San Pietro e sarebbe casualmente comparsa per due volte in due fotografie scattate in tempi diversi dalla stessa persona, la quale sempre per coincidenza l’avrebbe anche incontrata di persona in un’altra occasione. Senza che nessun’altro si sia accorto di lei.

La fotografa ha sostenuto inoltre di aver pedinato “Emanuela”, la quale sarebbe entrata nell’appartamento del fratello Pietro Orlandi.

Dopo numerosi appostamenti e indagini personali, iniziate nel 1999, la Hidalgo ha sostenuto che Anna Orlandi non sarebbe la vera zia di Emanuela, ma la madre e che Emanuela sarebbe nata dalla relazione con monsignor Paul Marcinkus. Inoltre, la stessa zia Anna non sarebbe di Pietro Orlandi, nonno di Emanuela, ma addirittura di papa Pio XII.

La Hidalgo sostenne di aver capito tutto questo confrontando le fotografie e grazie ai suoi studi di anatomia del volto.

La scomparsa di Emanuela, secondo la fotografa, sarebbe stata architettata dal capo dello Ior, Marcinkus (vero padre di Emanuela), così da spostare l’attenzione mediatica dal Banco Ambrosiano, dallo Ior, da Calvi ecc., dirottandola altrove.

Non è ancora finita: Emanuela Orlandi vivrebbe assieme al fratello Pietro e ai suoi figli, fingendo di essere sua moglie, mentre Patrizia Marianucci, vera moglie di Pietro, abiterebbe in una casa in campagna.

Questo elemento emergerebbe dal materiale biologico prelevato di nascosto dalla Hidalgo a vari esponenti della famiglia Orlandi, tesi che sarebbe confermata da una perizia del Dna firmata dal noto criminologo Francesco Bruno: «In sintesi», si legge, «si può dire che la donna che convive con Pietro Orlandi da almeno 10 anni non presenti molti elementi in comune con Patrizia Marinucci, ma che al contrario presenta numerose somiglianze con la sorella di Pietro, la scomparsa Emanuela».

Il Dna di “Emanuela Orlandi” sarebbe inoltre compatibile con quello di Anna Orlandi.

Un’altra prova fornita da Hidalgo è che Emanuela, cioè colei che vivrebbe a casa di Pietro Orlandi, verrebbe soprannominata “Mandi” dal fratello e dai figli, elemento scoperto grazie ad una cimice posizionata dalla Hidalgo in casa di Pietro Orlandi.

Sottolineiamo che una tesi quasi identica è stata pubblicata successivamente nel libro La Figlia del Papa dal portoghese Luis Miguele Rocha. In questo caso la Orlandi sarebbe però figlia di Giovanni Paolo II (e non di Marcinkus) e l’autore sostiene anche di averla incontrata personalmente.

Pietro Orlandi ha querelato la Hidalgo chiedendo anche il ritiro del libro ma il giudice senza successo,” rel=”noopener” target=”_blank”>ha negato sia il sequestro del libro che l’azione legale risarcitoria.

Non volendo scartare a priori nessuna ipotesi, procediamo ad analizzare i punti di forza e di debolezza della tesi di Roberta Hidalgo.

 

 

5.1 I punti forti della pista di Roberta Hidalgo.

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a) La perizia di Francesco Bruno

Al di là della comparazione di foto, l’unica “prova” fornita da Roberta Hidalgo è la perizia genetica firmata dal criminologo Francesco Bruno.

Essendo la vicenda talmente surreale, la perizia andrebbe però quantomeno replicata da altri professionisti, ancor meglio che non si siano mai occupati del caso Orlandi.

Sottolineiamo che Francesco Bruno, deceduto nel 2023, è stato docente di psicologia forense alla Sapienza di Roma e funzionario dal 1978 al 1987 della divisione tecnico-scientifica del SISDE, i servizi segreti italiani.


 

b) Mancanza di un chiarimento degli Orlandi

E’ più che comprensibile che la famiglia Orlandi non abbia voluto replicare pubblicamente alla Hidalgo se non tramite una querela, è un’operazione offensiva e scandalistica nei loro confronti che espone al grande pubblico la loro intimità familiare. Inoltre, si capisce che non vogliano regalare pubblicità gratuita.

Agli occhi dei sostenitori di questa tesi, tuttavia, un mancato chiarimento da parte degli Orlandi viene letto come l’impossibilità imbarazzata di fornire una versione alternativa. Basterebbe procedere ad una seconda perizia genetica per liquidare definitivamente questa vicenda.

Occorre infatti considerare che perplessità sul comportamento della zia Anna Orlandi, indipendentemente dalla loro fondatezza o meno, sono state avanzate dai sostenitori della “pista sessuale”, come Pino Nicotri e l’avv. Gennaro Egidio, ex legale degli Orlandi.

 

 

5.2 I punti deboli della pista di Roberta Hidalgo.

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a) Mancanza di prove oggettive

Affermazioni sconvolgenti necessitano di prove sconvolgenti.

Il racconto di per sé assurdo fornito da Hidalgo si dipana in un infinito corollario di altrettante apocalittiche conseguenze, il tutto basato su qualche fotografia, qualche somiglianza, un soprannome (manca la prova audio che Pietro e i figli chiamerebbero “Mandy” la donna che vivrebbe con loro) e una perizia di un criminologo su un assorbente (che la Procura nemmeno ha voluto considerare dato che non se ne parla negli atti).

Non basta scrivere un libro per sostenere che Emanuela sia figlia di un cardinale e della zia, la quale sarebbe a sua volta figlia di un Pontefice e che Pietro Orlandi passi la vita con sua sorella, fingendo che sia la moglie e facendo crescere i figli lontani dalla vera madre.

Si aggiunga la necessità di credere che Emanuela girerebbe tranquillamente per piazza San Pietro nonostante sia ricercata da trent’anni, implicando così che tutta la famiglia Orlandi (i loro amici e i loro parenti) stia mentendo da decenni agli inquirenti e a tutto il mondo.

Chiamarla “pista” o “ipotesi” è fin troppo generoso, soprattutto per la totale mancanza di riscontri oggettivi.


 

b) Le fotografie dimostrano il contrario.

La stessa Roberta Hidalgo ha ammesso che la presunta Emanuela da lei fotografata differisce dalla vera Emanuela in quanto mostra i lobi delle orecchie completamente diversi.

La fotografa tuttavia ha giustificando tale differenza con il fatto che «se li può essere tagliati!». Una risposta tanto incredibile da essere al livello della tesi sostenuta.

Se si osservano le fotografie di Patrizia Marinucci accanto alle figlie si percepisce chiaramente la netta somiglianza del viso e, in particolare, l’identica conformazione dei lobi delle orecchie. Molto diversa, al contrario, da quella di Emanuela Orlandi (immagine sulla destra)


 

c) L’archiviazione del 2015.

Nell’archiviazione del caso Orlandi del 2015, la Procura di Roma ha affermato di aver acquisito le immagini fornite dalla Hidalgo e le fotografie meno recenti di Patrizia Marinucci al fine di compararle con quelle di Emanuela Orlandi.

La conclusione è stata il respingimento della tesi poiché «la comparazione ne escludeva l’identità»280G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 52.


 

d) Assenza del movente.

Anche dando per vero il complesso racconto di Roberta Hidalgo, a che scopo Pietro Orlandi dovrebbe vivere e far vivere i suoi figli con Emanuela e non con sua moglie?

Se Paul Marcinkus avesse davvero ideato il sequestro per distrarre l’opinione pubblica dallo Ior e dal Banco Ambrosiano, perché avrebbe scelto di coinvolgere proprio sua figlia Emanuela e non un’altra adolescente, perché architettare tutto il complesso e stratificato scenario (telefonisti, sigle anticristiane, komunicati, appelli al Papa e al presidente della Repubblica, Mirella Gregori ecc.) che di fatto è il caso Orlandi?

Non ha alcun senso.

 

 

5.3 Conclusioni sulla pista di Roberta Hidalgo.

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Abbiamo analizzato la tesi di Roberta Hidalgo soltanto perché anche la Procura della Repubblica ha scelto di dedicarvi del tempo.

Si tratta però di uno scenario apocalittico, privo di movente, di logica e di prove documentate, basato sulla perizia genetica di un assorbente (non consultabile) e sulla comparazione di foto che smentiscono la tesi stessa (per ammissione della stessa Hidalgo).

L’unico obiettivo era il successo editoriale, prontamente imitato dal portoghese Luis Miguele Rocha con il suo libro La figlia del Papa.

Due racconti fantasy, da scartare senza alcun dubbio.

 
 

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6. EMANUELA ORLANDI E IL RUOLO DI MARCO ACCETTI.

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Marco Fassoni Accetti è un fotografo e autore cinematografico, nato in Libia e arrivato in Italia nel 1970 con la famiglia in qualità di profugo281G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46. Il 27/03/2013 si è recato in Procura per riaprire un caso giudiziario che lo ha riguardato in passato, l’omicidio di José Garramon282G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

Nel dicembre 1983, infatti, Accetti investì e uccise con il suo furgone il piccolo Josè Garramon, 12 anni, figlio di un funzionario uruguayano delle Nazioni Unite, nella pineta di Castel Fusano (Roma). Fu inizialmente processato per omicidio volontario e poi condannato solo per omicidio preterintenzionale, scontando 2 anni in carcere.

L’uomo ha sostenuto che all’epoca avrebbe patito accuse ingiuste e voleva «chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area». Secondo Accetti, indagando nuovamente sul caso Garramon e identificando gli autori del messaggio a firma “Phoenix” del 19/09/83 si sarebbe potuto giungere a far luce anche sulla sparizione di Emanuela e Mirella.

Negli Atti del processo si legge283G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45 che Accetti più volte ha invitato la Procura a indagare al fine di identificare gli autori del messaggio di “Phoenix” nel quale verranno minacciati i primi due telefonisti, “Pierluigi” e “Mario”. In particolare, le parole rivolte al secondo citano la “pineta”, lo stesso luogo in cui Accetti investì e uccise Garramon: «Vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione».

Accetti avrebbe deciso di presentarsi nel 2013 indotto dall’elezione di un Papa non curiale (Francesco divenne Papa il 13/3/2013) che avrebbe fatto venir meno coesioni interne alla Curia romana, aiutando all’emergere dei responsabili delle sparizioni284G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

Nel 2015 Accetti ha rivelato inoltre che avrebbe voluto comparire 10 anni prima, alla morte di Giovanni Paolo II, se non fosse stato eletto «un pontefice curiale». Aggiunse che «della mia intenzione resi partecipi in quel mese di Aprile del 2005, alcuni sodali con cui condivisi le responsabilità per i suddetti fatti degli anni 80. Seppi che alcuni di costoro, temevano io potessi fare i nomi dei responsabili dell’omicidio di Catherine Skerl». Il caso della Skerl è analizzato più sotto.

«Eravamo pochi laici che aiutavano pochi ecclesiastici», ha aggiunto il fotografo, invitando i suoi sodali «a presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali». Oltre a loro, l’appello fu rivolto ad alcune donne che avrebbero partecipato come complici.

Per quanto riguarda Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, si è accusato di aver architettato l’operazione e di essere stato il telefonista “Mario” e l'”Amerikano”. Sarebbero stati due allontanamenti volontari, anche se le ragazze furono da lui (e dal suo gruppo) indotte tramite l’inganno nell’ambito di uno scontro politico-ideologico tra due fazioni vaticane interessate a influire in modo occulto la politica estera ed economica della Santa Sede, in particolare nei suoi rapporti con i Paesi dell’Est.

 

Riteniamo Marco Accetti una persona realmente informata dei fatti, per questo prima di analizzare e valutare la sua complessa testimonianza (è stato ascoltato dagli inquirenti 11 volte, dall’aprile al luglio 2013) riassumiamo le principali sezioni del suo racconto, verificando fin dove è possibile gli elementi forniti.

 

6.1 La biografia di Marco Accetti prima del caso Orlandi

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Marco Accetti è nato a Tripoli (Libia) il 1955, figlio di Aldo Accetti e Silvana Fassoni, fratello di Laura Accetti.

Nel 1970 arrivò in Italia con la famiglia in qualità di profugo285G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46.

Questo dato è in contrasto con il fatto che l’uomo avrebbe frequentato la scuola elementare Sant’Eugenio (futura St. George), sulla via Cassia286M. Accetti, Punti 6 e 7 (indizi e prove), 21/01/2014: se arrivò in Italia negli anni ’70, come si legge nella sentenza di archiviazione del 2015287G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46, com’è possibile che possa aver frequentato le scuole elementari in Italia prima di quella data? Probabile errore della Procura di Roma.

Nel 1967 Accetti frequentò le scuole medie all’Istituto Giuseppe De Merode288M. Accetti, Memoriale, 16/06/2014, il cui direttore spirituale era don Pierluigi Celata, dopo poco diventato diplomatico in Vaticano.

Attraverso mons. Celata avrebbe conosciuto ecclesiastici della Curia romana di origine lituana e francese, tra i quali mons. Audrys Juozas Backis, che nel 1973 divenne membro del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. Accetti avrebbe quindi sposato la causa lituana289G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43

Agli Atti risulta che Marco Accetti frequentò cortei e manifestazioni con il partito di destra MSI per poi schierarsi con il partito radicale290G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46.

Nel 1972, all’età di 17 anni, Accetti fu arrestato a seguito di un assalto fascista al liceo Tasso. Le cronache dell’epoca lo videro accusato di incendio doloso, danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale.

Secondo il racconto fatto da un uomo di origine araba ma da tanto tempo in Italia, suo stretto conoscente di allora, fu in questo periodo che Accetti iniziò a frequentare gli stabilimenti De Laurentiis, affascinato dalla scenografia del film di Luigi Magni Nell’anno del Signore (1969). Avrebbe iniziato così a creare le sue installazioni artistiche291in P. Nicotri, Emanuela Orlandi. Flauto di Marco Fassoni Accetti dai resti di studio cine Roma?, BlitzQuotidiano, 12/06/14.

Attorno al 1976-1977 sarebbe stato invitato da un religioso diplomatico a fotografare e immortalare incontri tra ecclesiastici che avevano il “vezzo” di riferire notizie delle attività del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa a persone riferibili a certi circoli d’interesse “occidentale”, tra cui mons. Achille Silvestrini, segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, spesso nei pressi del Club di Roma. Lo avrebbe fatto in cambio di attrezzatura cinematografica da usare per le sue attività292G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

Dal 1978, con l’elezione di Giovanni Paolo II, la sua fazione si sarebbe impegnata a neutralizzare le realtà diplomatiche e politiche vaticane che contrastavano il dialogo con i Paesi dell’Est (tra cui URSS, che inglobava la Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria e Germania dell’Est), nonché azioni di propaganda contro tali nazioni.

Nel 1979, alla nomina di mons. Bakis a sottosegretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, sarebbe aumentato il monitoraggio dei suoi incontri (tramite microspia nella sua Fiat) e si sarebbe costituita una fazione (o ganglio) “progressista” per condizionare le scelte della Segreteria diretta da mons. Silvestrini, collaboratore del card. Casaroli e sostenitore della politica di apertura verso i regimi comunisti.

Nello stesso anno, Marco Accetti fu arrestato (e poi assolto) per un pestaggio ai danni di Mario Appignani (“Cavallo Pazzo”) in piazza Navona. Nel suo Memoriale ha scritto che la vittima sarebbe stata d’accordo e l’episodio sarebbe servito per dissimulare alcune attività in quel luogo legate alla sua fazione. Gli altri arrestati per il finto pestaggio (quindi anche loro appartenenti alla fazione “progressista”?) furono, Oriano Mondin (23 anni) e Gaetano De Janni (21 anni).

Nella sentenza del febbraio 1984 si parlò di “minacce” e di “sballottamento” nei confronti di Appignani (non di “pestaggio”) e si concluse con l’assoluzione di Accetti (di Mondin e di De Janni) perché «il fatto non sussiste». Inoltre, gli inquirenti denunciarono Appignani per «calunnia e simulazione di reato».

 

Qui sotto una foto di Marco Accetti travestito da prete in una una manifestazione anti-militarista alla fine degli anni Settanta.

 

Nel marzo 1982 Marco Accetti venne arrestato per detenzione d’arma da sparo293G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46, rimanendo in carcere meno di un mese, fino al 29/04/1982.


 

Marco Accetti e la morte del somalo Ali Giama.

Nella notte del 22/05/1979, il somalo Ahmed Ali Giama, senza fissa dimora, morì bruciato sotto al colonnato del Tempietto della Pace. Alcuni testimoni videro allontanarsi dal luogo dell’omicidio quattro ragazzi, poi riconosciuti in Marco Rosci, Fabiana Campos, Roberto Golia e Marco Zuccheri.

Dopo la condanna, restarono in carcere fino al 17/07/1981 quando vennero assolti dalla seconda sezione della Corte di Appello di Roma, sentenza confermata nel 1985 dalla Suprema Corte.

Come già visto nella sezione precedente, pochi giorni dopo l’omicidio del somalo, Marco Accetti fu arrestato per un presunto pestaggio in piazza Navona nei confronti di Mario Appignani (“Cavallo pazzo”), reo di aver rubato i soldi raccolti dagli abitanti del quartiere per pagare i funerali di Ahmed Ali Giama. L’uomo fu assolto e Appignani fu denunciato per “simulazione di reato”.

Nel suo Memoriale, Accetti fece riferimento a tale episodio sostenendo che proprio nell’estate 1979 avrebbe collaborato con Giama nel sorvegliare le uscite del Collegio Pangermanico su via Santa Maria dell’Anima e su piazza della Pace. Lo descrisse come un ingegnere somalo che aveva viaggiato in Unione Sovietica e avrebbe dovuto incontrarsi con lui il giorno seguente alla sua morte. L’uomo precisa però che la morte del somalo non sarebbe da ricondurre a tali attività.

Il fotografo romano riferì che la notte dell’omicidio del somalo si sarebbe recato sul luogo e avrebbe raccolto dei brandelli della giacca (nell’ipotesi che contenessero fogli sulle loro attività). Giorni dopo sarebbe stato contattato dal commissario Paul Nash, il quale gli avrebbe mostrato alcune fotografie che lo ritraevano mentre prelevava i brandelli. Sarebbero state scattate dal Collegio Pangermanico.

Per dissimulare i suoi reali interessi e giustificare la sua presenza in quell’area avrebbe quindi creato alcune coperture tramite la complicità di Mario Appignani, il cui esito (cioè l’arresto) sarebbe però andato oltre le aspettative.

 

Analisi e verifiche sul caso Giama

A meno di contattare Paul Nash (ammesso sia ancora vivo) o poter visionare le fotografie che avrebbero immortalato Accetti, non c’è modo di verificare l’autenticità di questo racconto.

Qualche sospetto che il somalo Giama non fosse un semplice clochard è riportato anche nelle cronache dell’epoca, dove fu citata l’ipotesi di una pista politica sostenuta da Nur Giama Nur, esule somalo e amico della vittima, a suo dire anch’egli funzionario del ministero degli esteri somalo. Questa ipotesi venne dibattuta in sede di processo e scartata.

C’è però un aspetto totalmente inedito (siamo i primi a svelarlo) che sembra collegare Accetti e i casi Giama e Orlandi.

Il secondo telefonista che chiamò a casa Orlandi poche ore dopo la sparizione di Emanuela, il cosiddetto “Mario”, sostenne di telefonare per scagionare un suo amico rappresentante della Avon, il quale abitava al quartiere Parione294Trascrizione della telefonata, p. 34. Poco prima di congedarsi, inoltre, aggiunse di aver lavorato come fornaro295Trascrizione della telefonata, p. 43.

Come emerge dai quotidiani dell’epoca, uno dei quattro ragazzi accusati di aver dato fuoco al somalo Giama, Marco Rosci, aveva lavorato come fornaio nel negozio del padre e abitava in via del Governo Vecchio, cioè proprio nel quartiere Parione.

Se non fosse una coincidenza, il telefonista “Mario” (cioè lo stesso Marco Accetti, secondo la sua auto-accusa) volle citare nella telefonata quello che riteneva essere uno degli autori dell’omicidio Giama, ucciso per le sue operazioni di contro-spionaggio in sodalizio con lo stesso Accetti?

Una tesi complicata per tre motivi: le indagini assolsero Marco Rosci (1), non è provato che Giama fosse in complicità con Accetti (2) e lo stesso reo-confesso ha escluso che la morte del somalo fosse riconducibile alle loro (presunte) attività (3).

 

 

6.2 Il teschio e le minacce “alle due belle more”.

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Il 21/12/2012 (tre mesi prima della presentazione di Accetti in Procura), vicino al colonnato di Piazza San Pietro fu ritrovata una busta con la scritta in inglese “non toccare”, in essa era presente un teschio con all’interno del materiale cartaceo, il cui contenuto sembrò analogo a quello allegato alle lettere che appariranno pochi mesi dopo296G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 48.

Verso fine marzo 2013, poco dopo la comparsa di Accetti e del presunto flauto di Emanuela, a casa di Raffaella Monzi (compagna di Emanuela, l’ultima persona ad averla vista) e di Antonietta Gregori, sorella di Mirella, arrivarono due lettere con queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore».

Oltre alla frase, presenti anche i numeri “193” e “103” e una foto del giuramento di una guardia svizzera sopra una didascalia in tedesco, la cui traduzione è: “Durante il giuramento ogni recluta si posiziona davanti alla bandiera della Guardia e promette di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Pontefice e i suoi legittimi successori”. Accanto alla foto compariva la scritta a penna: ”4 – FIUME” (nella lettera arrivata alla Gregori invece c’è: “V – FIUME”).

Infine, sempre scritta a mano, erano visibili le parole “SILENTIUM”, “V. FRATTINA 103” e, sul retro, “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013”.

 

Qui sotto l’immagine della lettera di minacce alle “due belle more”

 

Oltre alla lettera, fu ritrovata una ciocca di capelli color cenere, un fiore colorato di merletto, del terriccio e un brandello di tessuto scuro. Allegati alla lettera anche tre negativi fotografici, il primo ritraeva l’attentato a Papa Wojtyla e l’altro un teschio umano con la scritta: “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854″.

Solo nella lettera giunta alla sorella di Mirella compariva un riferimento al marito, Filippo Mercurio: «Mercurio vola in sella del suo ciclomotore dal caffè alla via Nomentana all’altro caffè».

 

Gli indizi contenuti nella lettera sarebbero questi:

  • La frase Non cantino le due belle more non si rifersce a Emanuela e Mirella, come avvalorato dai media, ma più verosimilmente sarebbe un messaggio diretto a due complici;
  •  

  • La citazione della “baronessa” si riferisce alla morte della baronessa Jeanette de Rothschild, avvenuta il 29/11/11/1980 in circostanze misteriose e che Accetti collegherà al caso Orlandi, lo analizziamo più sotto;
  •  

  • La citazione del ventuno di gennaio, biondi capelli e vigna del Signore si riferisce alla morte di Caterina (Katy) Skerl, altro caso che Accetti unirà alla Orlandi. La ragazza (bionda) fu trovata strangolata il 21/01/83 in una vigna a Grottaferrata (Roma);
  •  

  • La citazione di “Eleonora De Bernardi” potrebbe riferirsi alla ex moglie di Marco Accetti, Eleonora Cecconi. L’uomo la indicherà come colei che spediva i comunicati da Boston;
  •  

  • Il teschio del negativo fu fotografato nella cripta in Santa Maria dell’Orazione e Morte, in via Giulia, e la didascalia sulla fronte è la stessa riportata nella lettera (“Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854”);
  •  

  • Il riferimento a Filippo Mercurio, marito di Antonietta Gregori, si riferisce probabilmente al fatto che fu l’uomo a rispondere al telefonista anonimo che chiamò al bar dei Gregori dopo la scomparsa di Mirella, elencando le marche dei vestiti che la giovane indossava il giorno della sparizione;
  •  

  • La frase “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013” si riferisce al musicista Luigi Hugues, morto il 5/3/1913 ma nato il 27/10/1836 (non il 26/10/1808), i cui spartiti erano nello zaino di Emanuela il giorno della sparizione e la fotocopia del frontespizio fu fatta ritrovare dall'”Amerikano” il 04/09/83;
  •  

  • La parola “FIUME” potrebbe ricordare la Avon, ovvero “fiume” in lingua celtica, codice già usato da Marco Accetti;

 

E’ evidente che le lettere siano legate alla comparsa di Marco Accetti e citano molti elementi chiave del complesso raccontò che farà nel corso degli anni.

L’uomo ha negato di esserne l’autore, sospettando del tentativo «della parte avversa di inquinare la situazione».

 

Analisi e verifiche sulle lettere di minaccia

Al momento non c’è modo di verificare se Marco Accetti fu o meno l’autore delle lettere.

Potrebbe aver pensato di idearle per preparare in qualche modo la strada alle rivelazioni che aveva intenzione di rendere note, ma è difficile pensare che non abbia messo in conto quanto potesse essere controproducente l’idea, abbastanza prevedibile, di essere accusato di esserne l’autore. O forse non aveva intenzione di rivelare tutti i dettagli che poi ha effettivamente fornito, venendo costretto a farlo accorgendosi di non essere creduto?

Le analisi scientifiche sul teschio ritrovato il 21/12/12, sulle due lettere, sui ritagli di giornale e sugli indirizzi sulle buste scritti con il normografo hanno evidenziato una riconducibilità ad uno stesso autore, senza che emergesse alcun elemento per rintracciarlo297G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 49.

Se tuttavia Accetti fosse l’autore delle lettere avrebbe corso un altro enorme rischio, così come lo corse se avesse presentato un flauto non autentico (ne parliamo subito sotto). Non poteva infatti prevedere che né le indagini sul flauto, né quelle sulle lettere non avrebbero dato alcun esito. Avrebbero potuto infatti rilevare sue impronte, smascherandolo platealmente, così come il flauto avrebbe potuto presentare frammenti genetici di persone estranee al caso.

 

6.3 Marco Accetti e il flauto di Emanuela Orlandi

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Il 03/4/2013, dopo la sua prima deposizione in Procura, Accetti ha fatto ritrovare al giornalista Fiore De Rienzo della trasmissione Chi l’ha visto? il (presunto) flauto di Emanuela, posizionato sotto una formella della Via Crucis all’interno dell’ex studio cinematografico De Laurentis.

Ha dichiarato agli inquirenti che il flauto sarebbe stato nascosto nella chiesa di Santa Francesca Romana dopo la telefonata dell'”Amerikano” del 4/09/83, nella quale si diceva: «Mi hanno detto di riferirvi che nelle vicinanze della basilica di Santa Francesca Romana il pontefice celebra la Via crucis. La scelta della basilica è inerente il giorno della scadenza del 20 luglio».

Nel 1987, in occasione della trasmissione televisiva Telefono Giallo (durante la quale telefonò l’amico di Emanuela Orlandi, Pierluigi Magnesio, dicendo «se parlo, mi ammazzano»), una donna glielo avrebbe consegnato e lui lo avrebbe custodito nel luogo in cui lo ha fatto ritrovare298G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45.

Secondo Accetti, l’aver fatto ritrovare il flauto della Orlandi nel 2013 sarebbe stato un elemento importante per i suoi sodali, ai quali chiese di presentarsi in Procura. Queste persone infatti sarebbero state a conoscenza del fatto che la Orlandi avrebbe dormito nell’ex studio cinematografico De Laurentis la notte del 21/12/83. Tuttavia, la trasmissione Chi l’ha visto? non accennò al luogo del ritrovamento, vanificando la portata dell’appello299G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45.

 

Analisi e verifiche sul flauto fatto ritrovare da Accetti

Dai rilievi scientifici sul flauto (atti a rilevare eventuali impronte, tracce di DNA, analisi pilifere) non si è riusciti a stabilire una corrispondenza con quello usato da Emanuela Orlandi 300G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, pp. 48, 49.

 

Nel seguente video, la presentazione di Marco Accetti in Procura nel 2013 e la reazione di Natalina Orlandi alla vista del flauto:

 

Nella memoria presentata da Pietro Orlandi contro la sentenza di archiviazione viene esplicitato che il flauto è stato riconosciuto dai familiari come autentico301G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 57.

Come già detto relativamente alle lettere di minacce emerse prima della sua comparsa pubblica, Accetti non poteva prevedere che le indagini genetiche sul flauto non avrebbero fornito una risposta. Nel caso avesse presentato un flauto “falso”, cioè non riconducibile a Emanuela, i rilievi scientifici avrebbero potuto rintracciare elementi genetici del vero possessore, smascherando così la frode di Accetti e relegandolo pubblicamente a un ruolo di millantatore.

Per questo motivo, e per il riconoscimento di autenticità da parte della famiglia, optiamo per il fatto che quello presentato da Marco Accetti sia il flauto realmente appartenuto a Emanuela Orlandi.

 

 

6.4 Le fazioni vaticane e i complici di Marco Accetti.

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Marco Accetti ha sempre dichiarato di non voler citare i sodali che avrebbero operato con lui per onorare la parola data, invitandoli a comparire spontaneamente per usufruire di un’agevolazione di una pena e in considerazione del fatto che non sarebbero stati compiuti atti gravi.

Inoltre, ha sottolineato l’inutilità di citare testimoni i quali avrebbero inevitabilmente negato, senza giungere comunque alla soluzione. E’ stato più volte criticato per questa reticenza.

Negli Atti del processo che lo riguarda, si legge che Accetti ha però più volte invitato la Procura a fare un appello alle ragazze e alle persone coinvolte perché si facciano avanti a confermare le sue dichiarazioni302G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45.

Nel luglio 2023 la Procura di Roma avrebbe individuato una donna, romana e di estrema sinistra, che ha ammesso di aver letto con un finto accento inglese uno dei comunicati sul caso Orlandi spediti da Boston. E’ la famosa “amerikana” di cui ci riferì l’uomo nel 2016. Lui ha però smentito la notizia dell’identificazione della donnaM. Accetti, Dichiarazione su Facebook, 27/07/23.

Nel corso degli anni sono emersi numerosi nomi di persone che avrebbero operato al fianco di Accetti o sarebbero stati coinvolti in qualche modo.

Per quanto riguarda le “fazioni vaticane”, Accetti ha parlato di una lotta nella Curia romana fra due fazioni contrapposte sulle politiche della Segreteria di Stato e del Papa in materia economica e di rapporti con il blocco sovietico e con il sindacato Solidarnosc.


 

La fazione vaticana progressista.

La fazione “progressista” di cui avrebbe fatto parte si sarebbe opposta alla politica papale di forte contrasto al comunismo303G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 44.

Avrebbero inoltre mirato a coinvolgere mons. Marcinkus, presidente dello IOR, in un discorso di finta pedofilia per minarne il potere, coinvolgendo a tal proposito inconsapevoli ragazze e ragazzi304G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

Tale fazione sarebbe stata formata da «pochi laici che aiutavano pochi ecclesiastici».

 

Qui sotto le parole di Marco Accetti sulla sua fazione:

 

Nel suo blog, Accetti ribadì lo stesso concetto: «Non si pensi che degli ecclesiastici possano compiere tali misfatti. Erano solo alcuni e pochi laici a loro contigui ad adoperarsi in tal senso, per interessi finanziari od altro. E quasi sempre gli ecclesiastici in oggetto erano assolutamente estranei ed inconsapevoli di quanto accadeva in pro o contro di loro»305M. Accetti, Punto 2 (indizi e prove), 18/11/2013.

I membri della fazione “progressista” vaticana in cui avrebbe operato sarebbero stati fedeli alla linea del segretario di Stato, card. Agostino Casaroli, cioè favorevoli al dialogo con il comunismo. Avrebbero inoltre avuto come riferimento mons. Audrys Juozas Backis, il card. Basil Hume e l’arcivescovo Bruno Heim, senza che essi ne fossero stati mai coinvolti.

 

Secondo i vari racconti di Marco Accetti, i membri operativi sarebbero invece stati:

  • Religiosi lituani e francesi, consiglieri e segretari di nunziatura vicini al francese Jacques-Paul Martin, prefetto della casa pontificia e al polacco Andrzej Maria Deskur, dal 1973 presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali;
  •  

  • Alcuni laici vicini al marchese Giulio Sacchetti del Palazzo del Governatorato;
  •  

  • Due religiosi asiatici della Congregazione Propaganda Fide, uno dei quali avrebbe prestato servizio diplomatico in Brasile (e che avrebbero avuto relazioni con Alì Agca);
  •  

  • Elementi vicini al card. Egidio Vagnozzi nella Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede e nell’ex- gendarmeria;
  •  

  • Tre persone tedesche306in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 96, (due ragazze e un ragazzo), ben retribuite e collaboratrici della Stasi: il ragazzo, biondo, svizzero del cantone tedesco307in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 99, sarebbe stato presentato a Mirella per farla innamorare e giustificare l’allontanamento da casa, le due ragazze avrebbero invece avuto un falso passaporto americano308in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 135. Una di esse, sempre presente al fianco di Accetti fino al dicembre 1983, era una ragazza bionda309in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 101, dal nomignolo Ulrike, coetanea di Accetti310M. Accetti, Punti 6 e 7 (indizi e prove), 21/01/2014, conosciuta tramite un diplomatico e un religioso delle Amministrazioni Palatine (il nome in codice deriva da Ulrike Meinhof, la terrorista tedesca di estrema sinistra che fondò la Banda Baader-Meinhof);
  •  

  • L’ex Lupo grigio Musa Serdar Celebi, spesso coinvolto da Accetti nel caso Orlandi e che sostiene aver ospitato nella sua abitazione311F. Peronaci, Caso Orlandi, la difesa di Accetti: «Interrogate 2 arcivescovi e il turco Celebi», Corriere della Sera, 21/11/2013;
  •  

  • Una ragazza cecoslovacca di nome Iva (ne ha fornito anche il cognome) che avrebbe nascosto il flauto di Emanuela e che lui avrebbe portato con sé in Egitto per una “missione” in ambienti della nunziatura;
  •  

  • Oriano Mondin e Gaetano De Janni, entrambi arrestati (e assolti) assieme ad Accetti nel pestaggio di Mario Appignani, episodio che sarebbe stato architettato dalla sua fazione;
  •  

  • Una compagna di Emanuela dell’Istituto Convitto Nazionale che avrebbe collaborato nel giorno della sparizione;
  •  

  • L’ex moglie Eleonora Cecconi, alla quale Accetti avrebbe detto (mentendo) di aver ucciso Mirella Gregori e le avrebbe chiesto di aiutarlo a sbarazzarsi del corpo ai piedi di «una collina chiamata Empireo» a Monterotondo312in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 139. La stessa donna aveva un fratello a Boston e secondo l’uomo sarebbe stata lei a spedire da lì i telegrammi dopo la sparizione di Emanuela313G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 47;
  •  

  • L’ex fidanzata Patrizia De Benedetti (legame sentimentale durato dal 1979 al 1982 e poi ricominciato dopo l’estate del 1983314G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46), la quale secondo l’uomo avrebbe scritto alcuni comunicati e sarebbe stata informata dei fatti relativi alla Orlandi315M. Accetti, varie dichiarazioni su Facebook, 2015-2016;
  •  

  • Alcuni elementi del SISE (Servizio di Informazioni della Sicurezza Democratica)316M. Accetti, Punto 4 (indizi e prove), 17/12/2013.
  •  

  • Una ragazza romana di 19 anni, di estrema sinistra, che lesse un comunicato con un finto accento inglese (sarebbe stata individuata dalla Procura nel luglio 2023317F. Peronaci, Caso Orlandi: individuata una donna coinvolta nelle rivendicazioni, Corriere della Sera, 27/07/23).

 

  • Una menzione particolare per Dany Astro, compagna di Accetti dal 2001 (fino sicuramente al 2013).

    Nel 2013 la donna ha riferito in Procura di aver riconosciuto Emanuela Orlandi a Parigi dove Accetti l’avrebbe mandata dopo la morte di Oscar Luigi Scalfaro (2012), a consegnare una lettera ad un arabo (o un orientale) della moschea centrale di Parigi318G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45. Dopo la consegna, avrebbe incontrato tre donne che avrebbe messo in contatto con Accetti e tra queste avrebbe riconosciuto la Orlandi319G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 45.

  •  

    Nel novembre 2013 l’allora legale di Marco Accetti, Maria Calisse, sollecitò (inutilmente) alla Procura l’audizione di una decina di testimoni: tra essi, mons. Pierluigi Celata e mons. Audrys Backis, l’ex Lupo grigio Musa Serdar Celebi, vicino ad Agca e capo dei turchi rifugiati in Germania, un poliziotto oggi in pensione a alcune amiche di Emanuela e Mirella che si sarebbero rese complici involontarie320F. Peronaci, Caso Orlandi, la difesa di Accetti: «Interrogate 2 arcivescovi e il turco Celebi», Corriere della Sera, 21/11/2013.

     

    Analisi e verifiche sulla fazione progressista

    Innanzitutto non si può più dire che Accetti non abbia, in qualche modo, chiamato in causa altri personaggi che ha accusato di essere responsabili o comunque informati dei fatti.

    Non ci sono ancora evidenze certe che qualcuno, oltre a lui, possa aver avuto qualcosa a che vedere con il caso Orlandi. Tuttavia la sua biografia, effettivamente, lo colloca vicino a queste persone e diversi dettagli della biografia delle persone che indica sembrano effettivamente collimare con le deposizioni che l’uomo ha rilasciato.

    Ne parleremo più dettagliatamente qui sotto ma l’ex moglie Eleonora Cecconi aveva effettivamente un fratello a Boston e vi si recava proprio nel periodo in cui da lì partivano i “comunicati” dei presunti rapitori della Orlandi. Inoltre alcune intercettazioni telefoniche fanno capire che la donna non fosse totalmente estranea al caso. Lo stesso si può ormai dire dell’ex fidanzata Patrizia De Benedetti, allora militante dell’estrema sinistra e profonda conoscitrice del caso Orlandi e uscita allo scoperto, pur sotto pseudonimo, nel vigoroso (fin troppo sospetto) tentativo di screditare moralmente e pubblicamente Accetti proprio nel periodo della comparsa pubblica dell’uomo.

    Secondo la giornalista Rossella Pera sarebbe riscontrato321Pera R., Marco Accetti e Musa Serdar Celebi, leader del Lupi Grigi: dammi solo un minuto, La Giustizia, 08/06/2024 che Musa Serdar Celebi si recò in Italia nel 1980 e incontrò (o fu ospitato da) Aldo Accetti, padre di Marco e controverso personaggio legato agli ambienti fascisti e della massoneria.

    Come già detto, nel 2023 la Procura italiana avrebbe anche individuato una complice di Accetti, colei che lesse un comunicato con un finto accento inglese (la cosiddetta Amerikana). La donna avrebbe ammesso il suo coinvolgimento322F. Peronaci, Caso Orlandi: individuata una donna coinvolta nelle rivendicazioni, Corriere della Sera, 27/07/23.


     

    La fazione vaticana anticomunista.

    La fazione opposta a quella di Accetti (deduttivamente “conservatrice”) sarebbe stata dalla parte di Papa Wojtyla, favorevole al pugno duro del Vaticano contro il comunismo.

    Questa fazione avrebbe invece avuto come riferimenti:

    • Il presidente dello Ior, Paul Marcinkus, il quale però sarebbe stato un semplice esecutore della politica filo-statunitense dell’avvocato Thomas Macioce e del card. John Joseph O’Connor;
    • Alcuni uomini vicino all’avvocato Umberto Ortolani;
    • Il generale Giuseppe Santovito, capo del SISMI (servizi segreti italiani);
    • Alcuni elementi del SISDE (servizi segreti italiani);
    • Il card. Giuseppe Caprio, presidente dell’APSA (organismo che cura il patrimonio economico del Vaticano), prelato effettivamente avverso al comunismo;
    • Mons. Pavol Hnilica, presidente della “Pro Fratribus” con sede a Grottaferrata, accusato di aver versato a Flavio Carboni dai 3 ai 6 miliardi di lire per riavere documenti relativi allo lor contenuti nella borsa sottratta a Roberto Calvi prima della sua morte. Accetti ha detto che Hnilica «era la nostra bestia nera»323citato in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014;
    • Alcuni membri dell’aeronautica militare italiana324M. Accetti, Memoriale 2014;

     

    Analisi e verifiche sulla fazione opposta

    I riscontri sulla fazione opposta sono decisamente minori rispetto, con l’eccezione di alcuni dettagli riguardanti Umberto Ortolani.

    Ortolani è stato spesso citato da Accetti («i cui uomini erano la parte a noi opposta»325M. Accetti, Punti 6 e 7 (indizi e prove), 21/01/2014), sottolineando che la sua nazione feudo era l’Uruguay, proprio il Paese da cui proveniva José Garramon, ucciso in circostanze misteriose dallo stesso Accetti nel 1983.

    Ricordiamo che la prima motivazione che diede Accetti per giustificare la sua comparsa nel 2013 fu quella di voler far chiarezza sui fatti riguardanti l’omicidio di Garramon, legati a suo dire anche con il caso Orlandi.

    Nel 1969 Ortolani effettivamente divenne Ambasciatore dell’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di Malta a Montevideo, capitale uruguayana. Fu arrestato nel settembre 1983 e tra le sue proprietà comparivano trenta grandi fattorie in Uruguay326in Umberto Ortolani, Wikipedia.

    Nel 1983 si scoprì che Ortolani era proprietario del Banco Financiero sudamericano (Bafisud), mentre in Italia fu coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e per molte altre vicende legate alia P2.

    Ortolani nel 1963 venne nominato “Cavaliere di Gran Croce” dal presidente della Repubblica Giovanni Leone327da Ortolani, un miliardario all’ombra di DC e Vaticano, l’Unità 22/04/1984 e gentiluomo pontificio da Paolo VI, titolo revocato nel 1983 da Giovanni Paolo II.

    Massone, anticomunista e esponente di rilievo della P2 (tessera 1622328da Ortolani, un miliardario all’ombra di DC e Vaticano, l’Unità 22/04/1984), Umberto Ortolani era il braccio destro di Licio Gelli, venerabile maestro della stessa organizzazione. La collaborazione iniziò a partire dagli anni Sessanta quando esportarono in Sudamerica i capitali dei gerarchi fascisti e nazisti. I due erano legati anche a Michele Sindona.

    A proposito della tessera di Ortolani della P2 (1622), Accetti ha riferito che la data scelta per la sparizione di Emanuela Orlandi (22/6/83) avrebbe dovuto ricordarla come codice (oltre alla sezione 22 della Stasi dedita all’antiterrorismo)329M. Accetti, Memoriale, 2014.

    Per quanto riguarda Licio Gelli, Accetti non lo nomina tra gli esponenti della controparte. Nelle cronache dell’epoca si riportò che era orientato verso la destra americana, in linea con la visione politica di Ortolani.

    Proprio tra il 1983 e il 1984, mentre Ortolani era ricercato per il crack del Banco Ambrosiano e per l’inchiesta sulla P2, l’Italia era in contrasto con l’Uruguay per l’archivio segreto di Gelli, custodito nella sua villa a Montevideo e fonte di uno dei più gravi scandali della storia italiana dal dopoguerra. La stessa villa in cui José Garramon giocava a fare il detective intrufolandosi nel giardino e dove, a pochi metri di distanza, abitava anche Umberto Ortolani.

     

    In questo video vengono ricostruiti i legami tra il caso Garramon, Licio Gelli e Ortolani:

     

     

    6.5 La baronessa Rothschild, Marco Accetti e il caso Orlandi.

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    Secondo il racconto di Marco Accetti, la fazione “progressista” vaticana in cui disse di far parte ebbe come obbiettivo di frenare i finanziamenti al sindacato anticomunista di Solidarnosc (definito da Accetti la «cellula radicale polacca») e avrebbero cercato di delegittimare moralmente Paul Marcinkus tramite false testimonianze sul suo conto.

    La scelta sarebbe caduta anche su donne altolocate come la baronessa Rothschild, Jeannette Bishop, la quale avrebbe frequentato gli stessi ambienti di studio di araldica di mons. Heim, riferimento della fazione accettiana. Le donne avrebbero dovuto sostenere che nella loro relazione con Marcinkus costui avrebbe fatto trapelare informazioni riservate riguardanti lo Ior.

    Accetti ha però sostenuto che la baronessa non fu mai contattata e sparì improvvisamente per motivi estranei ai fatti. Le due fazioni vaticane sospettarono l’una dell’altra, il fotografo romano ha escluso che il suo ganglio abbia avuto a che fare con la morte di Jeannette May.

     

    La scomparsa della baronessa e della sua amica, Gabriella Guerin, avvenne il 29/11/1980. Le donne furono viste in paese alle 17 e, nonostante un importante appuntamento, si sarebbero avventurate in montagna poco prima di una forte nevicata. Tracce della loro presenza furono trovate in una casa abbandonata di montagna a Fonte Trocca.

    All’epoca un testimone disse di averle viste arrivare all’albergo in cui alloggiavano in auto con un uomo distinto e abbronzato, per poi ripartire. Un altro le vide il giorno dopo con due uomini su due grosse macchine dirette a Roma. Tuttavia la baronessa era da soli quattro giorni in Italia, troppo pochi per organizzare un rapimento.

    I loro corpi furono ritrovati il 27/01/1982 tra i monti del Maceratese. L’autopsia stabilì che le donne morirono il giorno stesso della sparizione sul luogo del ritrovamento dei resti, causa assideramento. Le perizie successive non esclusero però il duplice omicidio ma, senza ulteriori elementi, il caso fu archiviato nel 1987.

     

    In quale modo la morte della baronessa è collegata al caso Orlandi?

    Ecco cosa ha riferito Marco Accetti:

    «Mi venne raccontato che uno dei miei sodali aveva spedito dei telegrammi riportanti dei codici che già contemplavano la possibilità di scegliere una o due delle ragazze nella palazzina abitata dagli Orlandi: si citava il luogo 3, così indicando la palazzina degli Orlandi ma non ricordo il motivo per cui questa palazzina fosse associata al numero 3, e inoltre si citava l’anagramma parziale di Orlandi, “Roland“»330Accetti M., Memoriale, BlitzQuotidiano 08/12/22

    .

     

    Analisi e verifiche su “Roland” (codice di “Orlandi”)

    Il legame tra il caso Orlandi e quello della Rothschild sarebbe dunque l’anagramma Roland contenuto in un telegramma legato alla sparizione della baronessa (avvenuta tre anni prima di quella di Emanuela).

    Le cronache dell’epoca riguardanti questi telegrammi si contraddissero fortemente sul loro contenuto, riportando varie versioni dello stesso testo. Abbiamo però rintracciato almeno due versioni (cioè quella riportata ne La Stampa del 14/03/1981 e ne Il Messaggero del 03/1983) in cui, effettivamente, comparve il nome Roland come firma.

    Furono tre i telegrammi giunti poco dopo la scomparsa della baronessa: il primo (spedito 03/12/1980) alla casa d’aste Christie’s (svaligiata il giorno dopo della scomparsa), il secondo (spedito il 06/12/1980) all’hotel di Sarnano in cui alloggiava Jeannette, il terzo (spedito il 02/01/1981) a un imprenditore del marmo.

    Il quotidiano l’Unità del 15/03/1981 riferì che alla casa d’aste Christie’s arrivò questo testo: «Se volete ritrovare la roba andate al 130 di via Tito Livio». Firmato: «Roderigo, via Po 45».

    La Stampa del 24/08/1981, invece, riportò un testo diverso per lo stesso telegramma: «Se volete ritrovare la roba andate in via Tito Livio 130, interno 3». Lo stesso quotidiano, il 22/02/1981, riportò un’altra versione ancora: «Se vuoi la tua merce vai al 130 di via Tito Livio». Firmato: «Rodrigo». Versione confermata nella copia dell’11/12/1984.

    Per quanto riguarda il secondo telegramma, inviato al residence da cui scomparve la baronessa, l’Unità del 15/03/1981 riferì questo testo: «Ti aspetto in via Tito Livio 130». Firmato: «Peppo, via Po 55».

    La Stampa del 22/02/1981 riportò anche in questo caso una frase diversa: «Ti aspetto in via Tito Livio 130, interno 3». Firmato: «Peppo» (testo confermato anche nella copia del 24/08/1981 e in quella dell’11/12/1984).

    Vi furono però altre versioni riportate sui quotidiani dell’epoca. Ad esempio, La Stampa del 14/03/1981 riferì che il mittente che inviò il telegramma all’albergo “Ai Pini” di Sarnano, dove scomparve la baronessa, si firmò effettivamente come “Roland”. Il testo riportato fu il seguente: «Attendoti Tito Livio 130, interno 3».

    Questa esatta versione del testo, con la firma “Roland”, fu confermata anche dal Messaggero del marzo 1983.

    I carabinieri si recarono all’appartamento di via Tito Livio 130, trovando solo degli extracomunitari e della cocaina.

    Infine, per quanto riguarda il terzo telegramma, l’Unità del 15/03/1981 scrisse che qualche giorno dopo gli altri sarebbe arrivato a un anonimo imprenditore di Roma, indicante sempre “via Tito Livio”. Anche La Stampa del 24/08/1981 confermò che fu spedito «a un industriale del marmo di Roma». Il testo diceva: «Ti aspettiamo riunione di affari in via Tito Livio 130, int. 3».

    Molto più preciso fu Il Messaggero del marzo 1983, dove si scrisse che il telegramma ai familiari di Valerio Ciocchetti, industriale del marmo, sequestrato una ventina di giorni prima (il 03/12/198, quattro giorno dopo la scomparsa della baronessa) da Laudavino De Sanctis e dalla cosiddetta “Banda delle Belve” e trovato morto il 27/02/1981, nonostante il riscatto pagato dalla famiglia.

    E’ evidente che in quei giorni i mittenti dei telegrammi riguardanti la baronessa lessero sui giornali del sequestro di Ciocchetti e, per ignoti motivi (depistaggio?), inviarono ad un suo familiare lo stesso telegramma.


     

    Conclusioni sui legami tra la scomparsa della Baronessa e il caso Orlandi.

    Abbiamo visto che solo alcune fonti dell’epoca confermarono che il mittente dei telegrammi si fosse firmato come “Roland”.

    Quali conclusioni trarne?

    1) Marco Accetti ha mentito e si tratta di un errore di battitura di alcuni quotidiani (gli altri giornali dell’epoca riferirono i nomi “Rodrigo” e “Roderigo” per il telegramma alla casa d’aste Christie’s e “Peppo” per quello inviato all’albergo della baronessa)? Ipotesi da scartare, è impossibile la probabilità che Accetti si sia inventato il nome “Roland” e che, per fatale coincidenza, alcune cronache di allora confermino pur erroneamente lo stesso nome;

    2) Marco Accetti ha inventato il legame tra “Roland” e “Orlandi” solo dopo aver letto quegli articoli? E’ possibile, tuttavia sarebbe stato rischioso: a parte alcuni quotidiani (ne abbiamo trovati due per ora), le altre cronache dell’epoca non parlarono di “Roland”;

    3) Marco Accetti ha detto il vero e gli articoli dell’epoca sono una prova? E’ possibile, tuttavia andrebbe spiegato perché gli altri quotidiani riferiscano nomi diversi (“Rodrigo” e “Peppo”).

    Una controprova che si potrebbe fare è verificare se la palazzina (o l’appartamento) degli Orlandi in Vaticano abbia qualcosa a che vedere con il numero 3 (o con il numero 130). Al momento il legame tra la baronessa Rotschild e il caso Orlandi rimane incerto, non smentito ma nemmeno confermato.

    C’è un aspetto che però sembra contrastare con le dichiarazioni di Accetti.

    Abbiamo già spiegato in una sezione precedente che voci di possibili sequestri di cittadine vaticane arrivarono effettivamente in Vaticano, come testimoniato Raffaella Gugel, figlia dell’aiutante di camera del Papa (e come hanno rilevato le indagini di polizia su alcuni pedinamenti) e abitante nello stesso edificio degli Orlandi331F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 7. Ma esse pervennero soltanto dopo l’attentato del Papa, avvenuto nel maggio 1981 e non all’inizio di quell’anno, cioè quando arrivarono i telegrammi subito dopo la sparizione della baronessa Rotschild (avvenuta il 29/11/1980).

    Un altro elemento che contrasta fortemente con le dichiarazioni di Accetti sul legame tra il caso Orlandi e quello della baronessa è che lui stesso, molto prima collegare i due casi, ha riferito332Accetti M., Memoriale, BlitzQuotidiano 16/06/2014 che la ricerca di ragazzine vaticane da coinvolgere nacque nel 1981 per evitare la collaborazione tra Alì Agca e gli inquirenti.

    Inizialmente si sarebbero orientati sulle figlie di Gugel, addetto all’anticamera papale e soltanto nel 1983, secondo il suo Memoriale333Accetti M., Memoriale, BlitzQuotidiano 16/06/2014, la scelta sarebbe caduta sulla famiglia Orlandi, in particolare su Cristina, sorella di Emanuela. L’idea fu però scartata per la giovane età e si sarebbe scelto Emanuela per la predisposizione caratteriale e in quanto frequentava la scuola di musica nel palazzo di Sant’Apollinare, che Accetti definisce «feudo storico del Card. Caprio, nostra controparte».

    Le date, perciò, non coincidono. I telegrammi legati alla scomparsa della baronessa con il nome “Roland”, presunto anagramma di “Orlandi” (secondo Accetti), arrivarono nel 1980, un anno prima che la fazione accettiana avrebbe deciso di utilizzare la scomparsa di alcune cittadine vaticane e tre anni prima che la scelta cadde sulla famiglia Orlandi (oltretutto nel 1980 Emanuela avrebbe avuto la stessa età della sorella Cristina quando quest’ultima sarebbe stata “scartata” proprio per la giovane età).

     

     

    6.6 L’attentato a Giovanni Paolo II.

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    Si è sempre sospettato che al centro del caso Orlandi vi fosse anche l’attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto il 13/05/1981 (anniversario della apparizioni di Fatima, 13/05/1967), un anno prima della scomparsa di Emanuela.

    L’evento rientra anche nel racconto di Marco Accetti e delle fazioni che avrebbero operato nell’ombra del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa.

    L’uomo ha infatti sostenuto che la sua fazione vaticana si sarebbe affiancata agli organizzatori di un possibile attentato al Papa al fine di limitarne gli effetti e cercando di trasformarlo in un gesto intimidatorio334G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 44.


     

    La fazione di Accetti e le notizie sull’organizzazione dell’attentato.

    Nell’estate 1980, la fazione di Marco Accetti sarebbe venuta a conoscenza della preparazione di un attentato al Papa da parte di idealisti turchi di estrema destra (i “Lupi Grigi”), grazie ad agganci nel servizio diplomatico della Turchia, dove fu nunzio mons. Backis.

     

    Analisi e verifiche sulle notizie giunte alla fazione di Accetti.

    Effettivamente in Vaticano arrivò nel 1979 un’informativa da parte del capo dei Servizi segreti francesi (SDECE), Alexandre de Marenches, di un possibile attentato al Papa.

    Il giudice Rosario Priore, autore dell’inchiesta giudiziaria sull’attentato del 1985, ritenne che la fonte arrivasse dall’Est, più probabilmente dalla Polonia, escludendo però una connessione con l’attento del 1981 (si sarebbe trattato di un altro attentato). Al contrario, il marchese De Marenches creò un collegamento tra quelle notizie e quanto poi avvenne, attribuendo le responsabilità ai più alti vertici di Mosca335R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, p. 7, come scrisse lui stesso nel libro Dans le secrets des princes (1986).

    Il 01/06/1979 De Marenches inviò due agenti a Roma, Valentin Cavenago e Maurice Beccuau, i quali si misero in contatto con l’ordine dei Premostratensi sull’Aventino, il cui l’abate generale era padre Norbert Calmel, con la Segreteria di Stato vaticana e quindi al Papa.

    Perché i servizi francesi, per comunicare al Vaticano la minaccia di un attentato, passarono per i monaci Premostratensi dell’abate Calmels?

    Marco Accetti ha risposto sostenendo che fu la sua fazione a controllare «l’iter di consegna dell’informativa presso la Città del Vaticano e facemmo in modo che a essere prescelto come terminale della stessa fonte fosse l’abate dei Premostratensi Calmels, persona molto vicina a monsignor Bačkis, sottosegretario al Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, a cui la mia parte faceva riferimento diplomatico-politico, senza che egli ne fosse mai stato coinvolto»336F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 35.

    Nel 2005 il giudice Priore ha sostenuto di aver indagato nell’archivio dei Premostratensi ma esso era già stato diviso e le carte di interesse politico erano state portate in Vaticano, prelevate da «un monsignore lituano che lavorava presso la Segreteria di Stato e che, al tempo in cui svolgevo era diventato nunzio fuori d’Europa»337R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, pp.6, 7.

    In risposta alla rogatoria del 28/02/1994, i vertici vaticani negarono l’esistenza di un’informativa da parte dei Servizi francesi338p. 8, ma Priore non lo ritenne credibile in quanto oltre alla testimonianza di De Marenches, ricevette la conferma dei due agenti recatisi in Vaticano, e dei Premostratensi che li accompagnarono339R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, pp. 8, 9.

    Secondo la deposizione fornita dal giudice Ilario Martella, il SDECE (servizi segreti francesi) avrebbe nuovamente informato le autorità vaticane nel febbraio 1981, almeno secondo la testimonianza del giornalista americano Arnaud De Borchgrave340F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 12.

    Da questi elementi non si può appurare quanto riferisce Accetti, se non la coincidenza che sia lui che il giudice Priore riferiscono un coinvolgimento “lituano”.

    La cronista Rossella Pera sostiene di aver trovato riscontro sul legame antecedente l’attentato al Papa tra la famiglia Accetti, Marco e suo padre Aldo, con l’estrema destra e Musa Serdar Celebi, l’allora capo del movimento ultranazionalista turco dei Lupi Grigi in Germania:

    «Se un uomo della portata di Celebi, nel suo solo soggiorno italiano decide di doversi incontrare con l’Accetti, un motivo ci sarà, e anche di una certa importanza. Da parte sua, Accetti Jr., Marco, ha in più occasioni affermato di aver ospitato presso la sua abitazione Musar Celebi per alcuni giorni. Questa notizia cozza brutalmente con i fatti e gli elementi circostanziati in sede giudiziaria. Non è possibile dare una soluzione certa a questo enigma, posso però far notare che, nei possedimenti degli Accetti, troviamo un immobile composto da cinque ampi locali, sito in via Lago Tana, sempre affittato a turchi e società turche, tra cui ricordo a titolo esemplificativo la Teknoset srl»341Pera R., Marco Accetti e Musa Serdar Celebi, leader del Lupi Grigi: dammi solo un minuto, La Giustizia, 08/06/2024.

     

    Musar Celebi fu arrestato a Francoforte e estradato in Italia dopo l’attentato del 13/05/1981 contro Papa Giovanni Paolo II, fu in quell’occasione che emerse che si era recato in Italia nel 1980, avendo incontri con figure di rilievo. L’attentatore del Papa, Agca, lo indicò come suo complice342L’Unità, 14/02/1983. Dopo che Agca rovinò il processo, smettendo di collaborare e fingendosi pazzo, Celebi e gli altri imputati furono assolti nel 1986 per mancanza di prove concrete.


     

    b) Il primo contatto con i “Lupi Grigi”.

    Nel suo Memoriale, Marco Accetti ha aggiunto che dopo aver saputo dell’intenzione di un attentato al Papa, la sua fazione avrebbe contattato i “Lupi Grigi” turchi qualificandosi come appartenenti a un gruppo cultista sudamericano di destra (“Proprietà, Tradizione e Famiglia”), in polemica con il pontefice per il flebile sentimento anticomunista.

     

    Analisi e verifiche sul primo contatto con i “Lupi Grigi”.

    E’ credibile che dei (finti) cattolici tradizionalisti potessero aver contattato degli estremisti islamici?

    Il fatto che sull’attentato del Papa vi fosse stata una convergenza di interessi di gruppi eterogenei è effettivamente confermato dalla Corte di assise di primo grado e da quella di appello, le quali esclusero la tesi dell’atto individuale: «Il delitto fu il risultato di un complotto di alto livello: e cioè a monte dell’esecutore, anzi degli esecutori materiali vi furono organizzatori ed entità, con ogni probabilità, statuali»343citata in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 10.

    La tesi fu confermata dal giudice Rosario Priore, titolare dell’inchiesta sull’attentato del 1985344Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, p. 12, convinto che dietro ad Agca ci fu sicuramente anche una parte dei “Lupi Grigi”, idealisti turchi di estrema destra, i quali, spiegò, «è pacifico che erano legati agli Stati Uniti [cioè la CIA, nda]. I Lupi Grigi erano una struttura che aveva compiti di difesa contro il comunismo» e «operano in un certo senso più dalla parte occidentale che dalla parte orientale»345Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/07/2005, pp. 15, 27.

    Ferdinando Imposimato e la Commissione parlamentare sul dossier “Mitrokhin” sostengono invece che, almeno inizialmente, Agca era un estremista di sinistra, amico del leninista rivoluzionario arabo Seddat Kaddem, addestratosi 40 giorni in un campo militare palestinese di Habbash346F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 15 347Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, Documento conclusivo 15/03/2006, p. 257.

    Il giudice Rosario Priore, al contrario, faticò ad inquadrare Agca: si dice che furono «i Servizi occidentali ad avere rapporti con i Lupi Grigi, però altri sostengono che i Lupi Grigi fossero stati infiltrati dal KGB e che addirittura Agca fosse un infiltrato del KGB. Agca l’ho sentito molte volte: è furbo, astuto, intelligentissimo, però non lo ritengo in grado addirittura di percepire queste differenze. Se dovessi dare un giudizio su Agca, non lo definirei né di destra, né di sinistra, ma lo descriverei come un uomo aperto, rotto a tutto, come si diceva una volta»348R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 25.

    La versione più sostenuta dagli inquirenti italiani sull’attentato al Papa è che il KGB e l’Unione Sovietica avrebbero dato mandato ai Servizi segreti bulgari di uccidere il Papa, i quali si sarebbero serviti della mafia turca, tramite Bekir Celenk, che a sua volta si avvalse dell’organizzazione terroristica dei Lupi grigi. Agca sarebbe stato l’ultimo anello della catena.

    Per quanto riguarda l’eterogeneità degli interessi, anche il magistrato Carlo Palermo citò un rapporto di polizia giudiziaria in cui venivano collegati esponenti islamici, massonici (Thurn und Taxis e «il gruppo religioso cultista “Tradizione, famiglia e proprietà”, particolarmente forte e numeroso in America Latina»), ed il tradizionalismo ultracattolico (la famiglia portoghese Braganza e Juan Fernandez Krohn, attentatore del Papa nel 1982)349Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 06/07/2005, p. 12.

    Così, proseguì il magistrato Palermo350p. 8, 9, «si hanno dei collegamenti tra componenti occulte occidentali, in particolare americane, ed elementi arabi o musulmani, che dovrebbero essere contrapposti, ma che tali non sono, ove si esaminino tutti gli aspetti affaristici che invece ne costituiscono il prodotto».

    Il tutto ruotava attorno alle apparizioni di Fatima, quella che Palermo definì «esaltazione mistica dell’ispirazione alle apparizioni di Fatima e al terzo segreto di Fatima cui, da una parte Agca e dall’altra padre Krohn l’anno seguente, sia pur da contrapposte posizioni, si erano ispirati»351p. 7.

    D’altra parte, proseguì il giudice Palermo, Alì Agca «ha una sorella che si chiama Fatma (lo scrive lui nel suo libro). E dato che non può parlare delle apparizioni di Fatima nel senso religioso nostro, visto che è musulmano, ma ha anche una sorella che si chiama così, lui può esprimere solo una rivendicazione propria nei confronti di quell’episodio, in attesa del premio, così come era stato per gli altri omicidi che aveva compiuto»352p. 16.

    Ricordiamo infatti che Fatima era anche il nome della figlia prediletta di Maometto, come spiegò Carlo Palermo, «le apparizioni avvenute in Portogallo per i musulmani non sono altro che apparizioni della loro Fatima, alle quali viene ricondotto comunque un effetto salvifico, un fine salvifico» (p. 24).

    Se il legame tra fondamentalisti cattolici e islamici ha dunque una conferma storica, rimane sempre possibile che Marco Accetti ne sia venuto a conoscenza soltanto in tempi recenti e l’abbia usato in maniera creativa per inserirlo nel grande filone del caso Orlandi.

    Un elemento contrastante è invece la poca coerenza nel racconto di Accetti: perché la sua fazione avrebbe dovuto contattare i Lupi Grigi turchi spacciandosi per appartenenti a un gruppo cattolico tradizionalista del Sudamerica se, come sostiene Rossella Pera353Pera R., Marco Accetti e Musa Serdar Celebi, leader del Lupi Grigi: dammi solo un minuto, La Giustizia, 08/06/2024, la famiglia Accetti era già in contatto con Celebi, leader dei Lupi Grigi in Germania?


     

    c) Il contatto con Alì Agca.

    Marco Accetti ha sostenuto354in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, pp. 56, 57 che a contattare Alì Agca sarebbero stati due religiosi asiatici con lineamenti orientali, membri di Propaganda Fide, uno dei quali avrebbe prestato servizio diplomatico in Brasile.

    Avrebbe incontrato tre volte l’idealista turco, a Milano, a Perugia e a Roma in un appartamento in via Belsiana, di proprietà di una persona conosciuta da Accetti stesso al collegio San Giuseppe De Merode355in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, pp. 56, 57.

     

    Analisi e verifiche sul contatto con Alì Agca

    Non esistono riscontri specifici anche se c’è un elemento particolare riguardante l’albergo “Aosta” di Milano, nel quale Agca effettivamente alloggiò.

    Il giudice Rosario Priore ha rivelato che i registri dell’albergo furono trovati bruciati da un incendio ma i Servizi segreti (il Sisde o il Sismi) conservarono copia delle pagine, sulle quali «c’erano degli sbianchettamenti sulla registrazione di un prelato che era stato in quell’albergo, quasi in coincidenza con Agca». Un dettaglio trascurabile, anche se «questa presenza aveva immediatamente richiamato l’attenzione dell’intelligence»356R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 14.

    Non si capisce se la sbianchettatura la operarono i Servizi o il nome risultava già cancellato quando fotocopiarono le pagine del registro dell’albergo. A rigor di logica, se dedussero la presenza di un prelato è perché videro effettivamente il nome. Sarebbe utile indagare in tal senso.


     

    d) La presenza di Alì Agca ad alcune udienze papali.

    La fazione di Accetti avrebbe anche introdotto Agca in alcune udienze papali prima dell’attentato, in veste di studente universitario in contatto con la Segreteria per i non cristiani.

    Agca, disse Marco Accetti, «doveva essere presentato come uno studente indiano dell’università di Perugia e poi fotografato assieme a prelati, tra i quali alcuni membri della Congregazione per la dottrina della fede, che non sapevano chi fosse il giovanotto, certo, ma se le foto fossero arrivate a un giornale, dopo l’attentato, sarebbe stato comunque un problema serio, imbarazzante»357in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 148.

    Agli idealisti, invece, sarebbe stato fatto credere che la presenza di Agca in queste occasioni ecclesiastiche «fosse per il fine di esercitare pressione su alcuni prelati attestati su posizioni vicine all’eurocomunismo»358in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 55.

     

    Analisi e verifiche sulla presenza di Alì Agca alle udienze papali.

    Il primo a sostenere che Agca comparve in alcune cerimonie in presenza di Papa Wojtyla non è stato Accetti ma Oral Celik359R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 131, idealista turco accusato di essere uno dei cospiratori nell’attentato al Papa.

    Fu dalle sue dichiarazioni che si visionarono le immagini della messa di Giovanni Paolo II celebrata il 10/05/81, tre giorni prima dell’attentato, presso la chiesa di S. Tommaso d’Aquino. Effettivamente il giudice Rosario Priore riconobbe una persona somigliantissima a Agca, totalmente sconosciuto ai parrocchiani del quartiere360R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, pp. 131, 132.

    I tratti somatici erano identici, «se costui non è Agca, ne è di certo un perfetto sosia», scrisse Priore361R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 135. La forte somiglianza fu notata nei giorni dopo l’attentato anche dal parroco di S. Tommaso, dal fotografo pontificio, Arturo Mari, e da quelli dell’Osservatore Romano362R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 131.

    Quest’uomo si trovava in una zona riservata a coloro che potevano ricevere la Comunione dalle mani del Papa, a cui si accedeva tramite invito da parte della parrocchia e della Prefettura della Casa Pontificia, il cui reggente era mons. Dino Monduzzi. L’indagine stabilì che gli inviti distribuiti dalla parrocchia erano solo per i parrocchiani, mentre quelli forniti dalla Casa pontificia erano una ventina, tra cui alcuni stranieri363R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, pp. 136, 137.

    Il padre di Emanuela, Ercole Orlandi era uno degli incaricati alla distribuzione degli inviti e nel 1995 testimoniò che essi venivano consegnati a mano il giorno prima delle cerimonie ed escluse che tra essi vi fosse il nome di Agca. Ricordò però di aver inviato diversi biglietti all’albergo Isa di via Cicerone, dove effettivamente Agca alloggiò364R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, pp. 137, 138.

    Il giudice Priore smentì che l’uomo potesse trattarsi di un addetto della scorta365R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 135.

    Uno dei fotografi della parrocchia era Daniele Petrocelli, poche ore dopo l’attentato si sarebbe presentato a casa sua un uomo qualificatosi come appartenente alla Digos e gli avrebbe chiesto le foto dell’evento senza però redigere un verbale d’acquisizione. Qualche giorno dopo fu restituita una solo foto e gli fu detto che l’uomo sarebbe stato individuato come appartenente alla scorta del Papa366R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 132. Elemento

    Tale evento fu l’unico in cui emerse la presenza di Agca a cerimonie religiose367R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 141.

    Se è quindi possibile confermare la presenza di Agca vicino a Papa Wojtyla tre giorni prima dell’attentato, non ci sono prove che dimostrino il ruolo di Marco Accetti nell’averlo introdotto.

    Certamente i vari viaggi e spostamenti di Agca prima dell’attentato sono sempre risultati inspiegabili, non fu il classico comportamento di un attentatore.

    La spiegazione fornita da Accetti di un apposito intento da parte di Agca di farsi fotografare per produrre pressioni e ricatti successivamente all’attentato è un’ipotesi convincente, molto meno lo è pensare che organizzazioni criminali estere avessero riposto così tanta fiducia in Marco Accetti e al suo finto gruppo sudamericano tradizionalista, tanto da affidare a loro la logistica del più grande attentato del secolo. Con quali garanzie?

    Certo, torna preponderante il presunto legame tra la famiglia Accetti e l’idealista turco Celebi già prima dell’attentato368Pera R., Marco Accetti e Musa Serdar Celebi, leader del Lupi Grigi: dammi solo un minuto, La Giustizia, 08/06/2024, quest’ultimo potrebbe aver fatto da garante?

    Eppure della logistica di quei giorni avrebbero potuto interessarsene in maniera più autorevole e competente i servizi segreti di uno dei Paesi dell’Est interessati. Il giudice Rosario Priore ha infatti scritto che vi sono prove certe «che tale delitto fu il risultato di un complotto di alto livello, e cioè che a monte dell’esecutore, anzi degli esecutori materiali, vi furono organizzazioni e entità con ogni probabilità statuali»369R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 14.

    L’organizzazione alle spalle di Agca (ingaggiata da entità statuali riferite da Priore) era talmente preparata che lo aveva fatto evadere dal carcere turco, gli aveva fornito rifugio, lo aveva rifornito di denaro, di documenti d’identità e di viaggio falsi, lo aveva fatto muovere attraverso varie frontiere, dall’Asia, all’Europa, all’Africa e infine lo aveva munito dell’arma370R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 14.

    Non avevano bisogno di Marco Accetti e della sua fazione, certamente non come mente logistica. Forse, al massimo, come semplice manovalanza: ricordiamo, ad esempio, la telefonata di prenotazione dell’albergo “Isa” fatta da un italiano371Suor Letizia racconta: così trattenni Agca, La Stampa 15/10/1985 (ne parliamo qui sotto).


     

    e) La prenotazione degli alberghi di Alì Agca.

    Pur precisando di non aver mai incontrato personalmente Alì Agca, Marco Accetti ha sostenuto di prenotato lui stesso a Roma l’albergo “Archimede” in via dei Mille, l’albergo “Ymca” di piazza Indipendenza e l'”Isa” di via Cicerone, da dove il terrorista uscì per compiere l’attentato.

    «Venne deciso che fossi io a prenotare la stanza per il signor Agca per dare una certa impronta al cosiddetto attentato, far capire che l’azione nasceva da ambienti italiani, e per esteso vaticani»372citato in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, ha riferito Accetti.

    Marco Accetti aggiunse inoltre che in quei giorni offrì anche la logistica per l’attentato ad un complice di Agca, Musa Serdar Celebi, «che una volta ospitai presso la mia abitazione»373citato in F. Peronaci, Caso Orlandi, la difesa di Accetti: «Interrogate 2 arcivescovi e il turco Celebi», Corriere della Sera, 21/11/2013.

     

    Analisi e verifiche sulla prenotazione degli alberghi.

    Alì Agca, nell’interrogatorio del 21/02/1983, sostenne che nel gennaio 1981 non alloggiò solo all’albergo “Isa” ma anche all’albergo “Archimede”.

    Gli inquirenti dell’epoca verificarono che all’hotel “Archimede”, Agca alloggiò nel novembre 1980, mentre all’“Ymca” si fermò la notte tra il 10 maggio e l’11 maggio 1981. All’albergo “Isa” arrivò invece la mattina del 12 maggio 1981.

    «Se si vuole disporre un confronto con il titolare della pensione Isa sanno dove trovarmi», ha dichiarato Accetti374citato in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014.

    Un dettaglio rilevante riguarda effettivamente l’albergo “Isa”: Maurizio Paganelli, il titolare di allora, testimoniò375Suor Letizia racconta: così trattenni Agca, La Stampa 15/10/1985 che a prenotare la stanza per telefono fu una persona che parlava un italiano corretto, quindi non Agca in quanto lo parlava a malapena.

    Il reo-confesso ha sostenuto anche che l’albergo “Isa” sarebbe stato scelto per la stretta vicinanza alla sede di Osservatorio Politico dell’avvocato Mino Pecorelli, il quale «era nei nostri interessi per il rapporto con monsignor Bruno, e come ulteriore codice per il nome dell’albergo “Isa”, che in lingua araba e turca significa “Gesù”».

    Pecorelli venne assassinato nel 1979, due anni prima dell’attentato al Papa e l’Osservatore Politico aveva sede in via Tacito, effettivamente a 100mt. di distanza dall’albergo “Isa”.

    L’elemento contraddittorio è quanto sottolineato dal giudice Rosario Priore, ovvero che Agca alloggiava «sempre in determinati alberghi». Inoltre, aggiunse, «i registri alberghieri sono una miniera di notizie, perché negli alberghi frequentati da Agca vi erano contemporaneamente un’infinità di turchi»376R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, pp. 14, 15 .

    Dai registri dell’albergo “Isa” emerse infatti che il turco pernottò in quell’albergo anche nel gennaio 1981, nella stanza 18. Si trovava a Roma presumibilmente per compiere un attentato (poi fallito) a Lech Walesa, leader di Solidarnosc, in udienza papale il 15/01/81. In quest’albergo, spiegò Priore, «c’é stato ben tre volte»377R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 14.

    Quando tornò nel maggio 1981, fu registrato il 13/05/1981 anche se era già lì dal 10/05/1981. Non gli venne però data la stanza 18, «come sempre era successo», ma gli assegnarono la stanza 31. Lo si apprese dai registri, dalla testimonianza del gestore Paganelli (diede 4 deposizioni) e da quella della sorella, «che riporta con attendibilità come sono andate le cose»378R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 14. E’ confermato il fatto che la prenotazione venne fatta da un uomo che parlava in italiano perfetto.

    Un dettaglio: nella stanza 31 dell’albergo “Isa”, alloggiava un somalo e dopo l’attentato furono trovate due valige, sequestrate dagli inquirenti379R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 14.

    Se Agca pernottava sempre negli stessi alberghi, se all'”Isa” alloggiò già altre tre volte, se vi era la presenza di altri turchi: perché Accetti riferisce di aver scelto lui quell’albergo il giorno prima dell’attentato per simboleggiare una relazione con Pecorelli e con il nome “Isa”?

    Intende dire che la sua fazione aveva prenotato a nome di Agca nonostante il terrorista turco avesse prenotato e alloggiato negli stessi alberghi anche in passato? Non ha molto senso.

     

    f) Il giorno dell’attentato al Papa.

    Secondo Accetti, i contatti con Agca sarebbero serviti ad indurre i turchi a semplici minacce o a spari in aria, cercando di convincerli che la morte del Pontefice sarebbe stata controproducente per gli interessi di tutti.

    Gli accordi iniziali sarebbero stati di effettuare un solo colpo di arma da fuoco da esplodere per aria, simulando di aver mancato il bersaglio. La pistola di Agca, aggiunse il reo-confesso, disponeva di un caricatore con un limite-capienza di 14 cartucce, e una non fu inserita per timore di inceppamenti. Avrebbe dovuto quindi montare 13 proiettili e il colpo esploso doveva essere il tredicesimo, come la data del giorno da noi scelto, per l’appunto il 13 maggio, anniversario del fatto di Fatima380in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango libri 2014, pp. 61, 62.

    Tuttavia, Agca sparò sul corpo del Papa.

    «Abbiamo sempre pensato a due ipotesi», ha commentato Accetti, «la prima che vede gli idealisti venir meno autonomamente al patto. La seconda, che possa esserci stato il suggerimento da parte di interessi terzi»381M. Accetti, Memoriale, 2014.

     

    Analisi e verifiche sul giorno dell’attentato al Papa.

    Per quanto riguarda il fatto che il turco sarebbe venuto meno agli accordi, Agca colpì Wojtyla a soli due centimetri sotto l’aorta, quindi l’intenzione fu quella di uccidere il Pontefice.

    Rispetto a ciò, però, il giudice Rosario Priore ha dichiarato che «Agca era veramente un killer […] era abituato a uccidere persone ad una distanza di 50 metri anche in condizioni di scarsissima visibilità; in piazza San Pietro era a sette metri, in pieno giorno, con il sole»382R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/07/2005, p. 9.

    Nel primo periodo del processo a suo carico (dal maggio 1982), quando si dimostrò collaborativo, Agca comunicò al giudice Ilario Martella che l’intenzione era uccidere il Papa, «questo era il mandato che mi era stato affidato, tant’è che ho sparato solo due colpi perché accanto a me c’era una suora [di nome Lucia, tra l’altro, NDA] che ad un certo momento mi ha preso il braccio destro, per cui non ho potuto continuare a sparare. Altrimenti io avrei ucciso il Papa»383citato in I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 20/04/2005, p. 8.

    Per quanto riguarda il caricatore dell’arma di Agca, il pm Antonio Marino ha spiegato che nella pistola di Agca fu trovato un caricatore con dieci colpi e, poiché il caricatore ne poteva contenere dodici, si è sempre dedotto che fossero stati sparati due colpi384A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 31/05/2005, p. 12. Ciò risulta anche dagli atti della documentazione sonora385I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/04/2005, p. 12.

    L’esplosione di due colpi fu confermata dal rapporto dell’Ufficio centrale di Vigilanza del Governatorato del 19/05/1981, dall’autista della papamobile, Franco Ghezzi, dal sovrastante Giusto Antoniazzi, dall’agente di Vigilanza Graziano Tommasini, dall’agente scelto Franco Chiei Gamacchio, dall’agente Antonio Mantovani e dal gendarme Ermenegildo Santarossa386R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, pp. 175-183.

    Quanto riferisce Accetti, quindi, riguardo al caricamento di 13 proiettili (codice di Fatima), non corrisponde al vero. Sarebbe stato fisicamente impossibile per il tipo di caricatore trovato in possesso di Agca.

    La diatriba fu piuttosto sul terzo colpo udito da alcuni presenti quel giorno 387I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/04/2005, pp. 11, 12, testimoniato anche da mons. Stanislao, che stava accanto al Papa. Il processo non ha mai stabilito che il terzo colpo sia stato esploso da un complice di Agca388A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 31/05/2005, p. 13.

     

    g) Un complice di Agca in Piazza San Pietro.

    Il reo-confesso Marco Accetti ha riferito inoltre che in piazza San Pietro, assieme ad Agca, vi sarebbe stata «una persona accanto a lui che doveva coprirne la fuga accendendo un fumogeno»389in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango libri 2014, p. 61.

    Non sappiamo a chi si riferisca, seppur in precedenza disse di aver gestito anche la presenza in quei giorni di Musa Serdar Celebi.

     

    Analisi e verifiche sul complice di Agca.

    I magistrati che si sono occupati dell’attentato al Papa hanno smentito ufficialmente che Agca abbia agito da solo, parlando esplicitamente e documentando l’idea di un complotto internazionale390priore 391Imposimato, p.15, ordito da entità statali.

    E’ infatti piuttosto certo392F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 15 393A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 14/06/2005, p. 25 che in piazza San Pietro vi furono altri elementi a sostegno di Agca.

    Alcuni magistrati furono convinti che ci fosse Oral Celik394F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 15, addirittura con «prove schiaccianti»395A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 14/06/2005, pp. 25, 35, insieme ad Antonov396A. Marini, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 14/06/2005, p. 25.

    Altri inquirenti hanno negato, riconoscendo solo un uomo che fugge ripreso di spalle verso il colonnato in corrispondenza di Porta Angelica397R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 22. Il giornalista Lowell Newton riferì infatti agli inquirenti di aver visto un uomo diverso da Agca scappare con in mano una pistola e di essere riuscito a fotografarlo soltanto di spalle. Dall’immagine si vede la protuberanza della pistola nascosta sotto il giubbotto398I. Martella, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 27/04/2005, p. 11.

    Lo stesso Oral Celik, interrogato dal giudice Priore, ammise che c’era un’auto in attesa, non sotto l’ambasciata del Canada come si è sempre detto, ma in via di Borgo Angelico (la direzione in cui stava correndo l’uomo fotografato di spalle)399R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 22.

    Nel 2006 una perizia della polizia scientifica su una fotografia scattata in Piazza San Pietro il giorno dell’attentato stabilì la presenza certa di Sergej Ivanov Antonov400Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, Documento conclusivo 15/03/2006, p. 264. Abbiamo mostrato la foto a Marco Accetti ma ci è stato risposto che non si trattava di Antonov.

    Ferdinando Imposimato ha criticato talla perizia sostenendo che non vi sarebbe «alcun elemento che induca a ritenere che Antonov si trovasse in Piazza San Pietro. Sarebbe stato assurdo anche dal punto di vista logico, considerato che in quella piazza vengono fatte riprese e scattate fotografie»401F. Imposimato, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 05/10/2005, p. 24.

    Il giudice Rosario Priore fu più prudente affermando che «sappiamo chi era l’autore ma non sappiamo chi erano i coautori presenti a piazza San Pietro»402R. Priore, Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 28/09/2005, p. 18.

    Una cosa simile a quella riferita da Accetti fu detta nel 1985 in uno degli interrogatori dallo stesso Agca, quando sostenne che Arslan Samet sarebbe dovuto intervenire, nel caso qualche membro fosse stato catturato, facendo esplodere delle bombe panico. Un anno più tardi ritrattò tutto403R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, pp. 20, 21.

     

    h) Tentativi di condizionare Agca e l’idea del sequestro della Orlandi.

    Dopo l’arresto di Agca nel 1981 e per evitare la collaborazione con gli inquirenti, la fazione di Accetti avrebbe ideato di effettuare dei pedinamenti “appariscenti” per far credere al turco che si stava organizzando un sequestro di cittadini vaticani da contraccambiare con la sua scarcerazione404M. Accetti, Memoriale, 2014.

    E’ con questa motivazione che Accetti spiega gli effettivi pedinamenti che le figlie di Gugel (aiutante Papa) e Cibin (sicurezza Papa) denunciarono dopo la scomparsa di Emanuela.

    A pedinare Raffaella Gugel, disse Accetti, sarebbe stato «un membro dei Focolari Idealisti», mentre della figlia di Camillo Cibin si sarebbe occupato un membro della Stasi.. Il nome dell’idealista turco «è negli atti del processo per l’attentato. Non intendo fare chiamate di correità, ma gli organi inquirenti, volendo, arriverebbero a lui facilmente»405in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 72.

    Nel marzo 1982, Marco Accetti venne arrestato per detenzione d’arma da sparo406G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46, ha sostenuto in merito che la sua fazione ebbe la notizia che l’attentatore turco intendesse collaborare con i giudici incolpando la delegazione bulgara, «cercammo di fargli credere, fittiziamente, che un servizio dell’Unione Sovietica stesse mandando un neofascista a compiere un omicidio nei suoi confronti. Agca sapeva essere prassi d’oltrecortina usare elementi di destra»407in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 75.

    Lo stesso Accetti si sarebbe fatto arrestare «usando un’arma del padre di mia moglie, la quale me l’avrebbe consegnata senza conoscerne l’uso. Quindi il semplice reato era porto abusivo»408in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 75.

    Si sarebbe così posizionato «nel giardinetto prospiciente» in piazza Sant’Emerenziana «cercando di far notare al vigilante privato, posizionato innanzi ad una banca, che recavo con me, sotto al giubbotto, una rivoltella», di tipo P38. Venne avvisata la polizia e Accetti finì a Rebibbia. «Nell’interrogatorio di rito simulai un trascorso nell’ambiente del neofascismo, citando fatti inesistenti e inserendo, all’interno degli essi, luoghi ecclesiastici a mo’ di codice»409in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 75.

    La minaccia verso Agca sarebbe stata far girare la voce di un emissario del Kgb entrato nelle carceri incaricato di ucciderlo. Al terrorista turco, attraverso un agente corrotto dagli uomini di De Pedis, sarebbe stata fatta leggere una copia del verbale. Accetti fu scarcerato il 29/04/82 e un mese dopo, Agca iniziò a collaborare con gli inquirenti e l’8/11/82 accuserà di complicità i bulgari Antonov, Vassilev e Ayvazov410in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 76.

     

    Analisi e verifiche sul condizionamento di Agca.

    • Un riscontro al fatto che a pedinare alcune adolescenti vaticane sarebbe stato un “idealista turco” è contenuto nella deposizione del 1984 di Raffaella Gugel, figlia di Angelo Gugel, aiutante di camera del Papa, la quale testimoniò di essere stata pedinata pochi giorni dopo l’attentato al Papa da un uomo «di carnagione scura, tipo nazionalità turca, capelli scuri ricci con occhi scuri»411citata in Commissione Parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana, 12/10/2005, p. 6.
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    • Lo stesso Agca nel 1990 dichiarò che prima della realizzazione dell’attentato il piano prevedeva il sequestro di diplomatici italiani nel caso un membro fosse stato arrestato e, continuò il turco, «qui è entrata in mezzo la storia di Emanuela e Mirella»412citato in R. Priore, L’attentato al Papa, Kaos 2002, p. 22.
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    • Non vi sono prove per sostenere che Accetti non abbia consultato gli atti delle deposizioni di Raffaella Gugel e degli interrogatori di Agca e abbia innestato queste informazioni nel suo racconto sul caso.
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    • Anche per quanto riguarda l’arresto di Accetti per detenzione d’arma da fuoco non è possibile né avvalorare, né smentire quanto riferito dal reo-confesso. La moglie di allora era Eleonora Cecconi, andrebbe indagato se il padre avesse a disposizione una pistola e l’avesse effettivamente prestata ad Accetti.
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    • In generale sottolineiamo la poca credibilità del racconto di Accetti quando prevede un’immolazione totale della sua persona per salvaguardare i bulgari dalle accuse di Agca (tentativo fallito, tra l’altro), tanto da macchiare (ulteriormente) appositamente la sua fedina penale e passare un mese in carcere. In cambio di cosa?

     

     

    6.7 Marco Accetti e l’omicidio di José Garramon.

    Nel dicembre 1983, Marco Accetti fu arrestato e processato per l’omicidio di José Garramon, figlio dei coniugi Maria Laura Bulanti e Carlos Juan Garramòn, ingegnere specializzato in progetti agricoli per l’Ifad, agenzia delle Nazioni Unite. L’uomo fu condannato inizialmente per omicidio colposo e omissione di soccorso.

    José era uruguayano, aveva 12 anni e quel giorno uscì da casa alle 17:30, sita in via dell’Aereonautica 99, per dirigersi a piedi dal barbiere, distante 1,5km. Vi arrivò per le 18:15 (ben 40 minuti dopo!). Fu visto l’ultima volta mentre lasciava il negozio sito in viale America 33 alle 18:45. Alle 20:30 il suo corpo esamine fu trovato da un autista di autobus a 20km di distanza in viale di Castel Porziano413G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46.

    La Corte di Assiste del 1985 stabilì che Marco Accetti nella notte fra il 20 e il 21 dicembre 1983 fu tratto in arresto per omicidio colposo e omissione di soccorso per aver investito Garramon mentre guidava il suo furgone Ford Transit su viale di Castel Porziano all’altezza della cascina nel Bosco, nascondendo il furgone in via Dobbiaco 59.

     

    Qui sotto il furgone di Marco Accetti dopo l’incidente:

    Dopo aver nascosto il furgone, Accetti prese un autobus per il centro (fu ritrovato il biglietto) e sarebbe passato da casa sua per telefonare all’amica ed ex fidanzata Patrizia De Benedetti. Con lei, a notte fonda, sarebbero tornati sul luogo per cercare il furgone e recuperare il materiale fotografico a bordo di una Fiat 127.

    In via Francesco Cilea furono però fermati dai carabinieri per un controllo dei documenti, vennero sospettati di essere estremisti di sinistra, quali i due erano considerati allora, e portati in caserma414G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 46 415P. Nicotri, Fassoni Accetti: tre errori nella sentenza di condanna per la morte di Garramòn, BlitzQuotidiano, 11/03/2014.

    Interrogati dal magistrato Domenico Sica in quanto sospettati di terrorismo per la vicinanza di una scuola e dell’abitazione del magistrato Santiapichi, la De Benedetti affermò di essersi recati lì per recuperare il furgone di Accetti. I carabinieri, già a conoscenza dell’omicidio di Garramon, si allertarono e ritrovarono il furgone il mattino seguente (21/12/1983) anche grazie all’ausilio di un elicottero. Accetti fu arrestato immediatamente.

    Nel 1986, tre anni dopo, la Corte d’Assise condannò Marco Accetti a 26 mesi di reclusione ma, siccome la carcerazione era già stata superiore (oltre un anno in cella, altrettanto ai domiciliari), ne disporrà l’immediata liberazione416in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 152.

    Nell’istruttoria non c’è traccia del fatto che Accetti, nelle settimane precedenti l’investimento, si sarebbe recato presso l’abitazione dei Garramon travestito da prete e poi come fotografo, come invece affermato dalla madre di Garramon e dalla sua domestica417M. Accetti, Le falsità della signora Garramòn, 06/08/2014.


     

    a) La versione di Marco Accetti sull’omicidio Garramon.

    Presentandosi in Procura nel 2013 per il caso Orlandi, Marco Accetti ha sostenuto che all’epoca del processo per il caso Garramon non poté rivelare i retroscena dell’episodio418G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43, che sarebbero legati al caso Orlandi.

    Chiese pertanto agli inquirenti di fare luce sulla vera natura dell’incidente in quanto, a suo dire, la responsabilità dei fatti sarebbe stata della fazione vaticana a lui contrapposta419G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

    Emanuela si sarebbe trovata in un camper proprio in quella pineta, custodita da altre ragazze, nei pressi della villa di Severino Santiapichi, presidente del primo processo ad Agca e nell’imminenza di presiedere la Corte d’Assise del secondo processo per l’attentato al Pontefice. «Alla Orlandi, senza spiegare il motivo, facemmo delle foto nelle quali si rendeva riconoscibile il luogo», ha dichiarato Accetti. «Più che Santiapichi, ci interessavano i familiari, in particolare la figlia Arianna, con la quale io stesso scambiai qualche parola, senza farle intendere nulla»420in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014.

    Il 20/12/1983, alla vigilia dell’uscita dal carcere di Antonov (evento ritenuto un successo per la fazione “progressista”) Accetti e la sua complice tedesca Ulrike si sarebbero recati al camper in quanto i vertici della sua fazione avrebbero deciso di far interrompere le pressioni in corso affinché la decisione non venisse revocata. Rientrando verso Ostia, in compagnia della ragazza tedesca vicina alla Stasi, avvenne l’incidente e Accetti investì José Garramon421G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 43.

    L’uomo ha sostenuto nel suo Memoriale che, dopo aver involontariamente investito Garramon, la sua preoccupazione fu di farsi arrestare prima che i testimoni oculari della fazione avversa lo denunciassero producendo indizi fasulli. Per questo avrebbe tenuto addosso il giubbotto macchiato di sangue e non avrebbe tolto i frammenti del parabrezza dalla ventola del furgone422in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 154.

    La ragazza tedesca sua complice, Ulrike, sarebbe stata con lui al momento dell’investimento di José Garramon per poi dirigersi verso il camper in cui sarebbe stata tenuta Emanuela per spostarlo.

     

    Nel seguente video la ricostruzione dell’omicidio e la tesi di Marco Accetti:

     

    Analisi e verifiche sulla versione di Accetti sull’omicidio Garramon:

    • Nel febbraio 2016 abbiamo contattato Xavier Santiapichi, figlio del giudice Severino e fratello di Arianna, il quale ci ha riferito che «mia sorella non si è mai interessata di queste cose, fra l’altro aveva un fidanzatino in Sicilia e stava sempre in Sicilia con il suo fidanzatino». Circostanza che ci è stata confermata dallo stesso giudice Saviero Santiapichi in una telefonata del 27/02/16, alcuni mesi prima della sua scomparsa.
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    • Per quanto riguarda l’utilizzo del camper, vi è invece un possibile riscontro, rimandiamo il lettore alla sezione apposita in cui ne abbiamo parlato.
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    • Per quanto riguarda la pineta scelta da Accetti e la sua fazione per nascondere Emanuela e operare attività ricattatorie verso la loro controparte, sempre secondo il suo racconto, risulta significativa l’indagine svolta423P. Rossella, Caso Orlandi. La pineta con le radici nel sangue, La Giustizia, 27/06/2023 424Pera R., Caso Orlandi, le Gang del bosco, La Giustizia 16/05/2024 dalla giornalista Rossella Pera.

      La pineta di Castel Porziano e la adiacente pineta di Castel Fusano, dove trovò la morte il piccolo Garramon, risultano essere state allora «un oscuro epicentro di attività illecite e sotterranee»425Pera R., Caso Orlandi, le Gang del bosco, La Giustizia 16/05/2024, tra cui spaccio di droghe da parte di bande della capitale e un alto numero di omicidi in gran parte irrisolti.

      Le vittime proprio in quegli anni risultano essere state soprattutto giovani, spesso minorenni e prevalentemente di sesso femminile, non legate al mondo della malavita e spesso furono rinvenuti elementi legati a pratiche esoteriche, ai tempi molto diffuse in certi ambienti della destra eversiva. Un picco di scomparse nei pressi della pineta avvennero principalmente nei mesi di marzo, luglio, agosto e ottobre del 1982 e in quelli di maggio, giugno e luglio del 1983426Pera R., Caso Orlandi, le Gang del bosco, La Giustizia 16/05/2024.

      Negli anni ’80, le molteplici attività criminali nella pineta di Ostia destarono l’interesse del SISDE (Servizi segreti civili italiani) che confermò proprio in un rapporto del settembre 1983, contestualmente alle indagini svolte dopo la scomparsa della Orlandi, la presenza di attività illecite della criminalità comune ma anche crimini ideologici attuati dall’estremismo di destra427Pera R., Caso Orlandi, le Gang del bosco, La Giustizia 16/05/2024.

      Anche Accetti, effettivamente, riferisce che l’attività svolta dal suo “ganglio” nella pineta (pressioni, foto, pedinamenti, lettere di minaccia) sarebbe giunta a conoscenza di elementi del Sisde. Secondo l’uomo, vi sarebbero stati loro dietro al gruppo “Phoenix”, autori di un comunicato del 27/09/1983 (tre mesi prima dell’episodio riguardante Garramon) in cui minacciarono i telefonisti del caso Orlandi, parlando proprio di una “pineta” («Vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione“»).

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    • La giornalista Rossella Pera ha fatto intendere di conoscere chi abitasse in via Dobbiaco 59, luogo in cui Accetti nascose il furgone subito dopo aver investito Garramon, avanzando il sospetto non fosse stato scelto quel luogo per caso.
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    • Il giornalista Pino Nicotri ha sostenuto che nella sentenza non è citato il fatto che l’arresto avvenne nei pressi dell’abitazione del giudice Severino Santiapichi, né che «a bloccare Fassoni Accetti sulla 127 fu la scorta di Santiapichi preoccupata per la vicinanza della casa del magistrato»428P. Nicotri, Fassoni Accetti: tre errori nella sentenza di condanna per la morte di Garramòn, BlitzQuotidiano, 11/03/2014.

      Patrizia De Benedetti ha spiegato invece dettagliatamente come avvenne l’arresto suo e di Accetti quella notte:

      «I carabinieri (che poi erano la scorta del giudice Santiapichi) ci hanno sorpresi nella zona dell’INFERNETTO mentre andavamo a passo d’uomo a bordo di una fiat 127, noi per cercare in mezzo alla boscaglia questo furgone “guasto” che l’Accetti non ritrovava più, e loro -i carabinieri- ci hanno visto invece gironzolare intorno alla villa di Santiapichi, ma che noi neanche immaginavamo che quella fosse la villa del giudice Santiapichi… e quindi ci hanno fermati, hanno controllato i nostri documenti e ci hanno portato in Caserma a Ostia per i controlli più appurati… i Carabinieri hanno chiamato il magistrato Sica, ci hanno perquisito e separati messi in due stanze diverse, e il “fermo” era POLITICO… audita da Sica tutte le sue domande furono incentrate sui brigatisti rossi e sulla mia militanza di estrema sinistra; quando poi cominciò a farmi capire che alludeva al fatto che io fossi andata lì a “spiare” il giudice Santiapichi (che in quel periodo si occupava di uno dei Processi MORO a dei fiancheggiatori), subito gli ho detto che NO, non ero andata lì a spiare i movimenti di Santiapichi per chissà quale “attentato”, ma semplicemente ero andata a recuperare un FURGONE GUASTO dell’Accetti che aveva lasciato in pineta, e in quel momento io ignoravo totalmente che la sera prima ci fosse stato questo INVESTIMENTO stradale pirata a ben 8km di distanza da dove eravamo stati fermati dalla scorta del giudice. Quando il tenente dei Carabinieri, che assisteva al mio “interrogatorio” sentì che io stavo parlando di un “furgone guasto”, si inserì e mi fece un sacco di domande su questo furgone, e io gli risposi tranquillamente su tutto ciò che sapevo. I carabinieri nella mattinata che arrivò riuscirono a localizzare il furgone con l’ELICOTTERO poiché l’Accetti lo aveva occultato talmente bene che neanche lui ricordava dove!
      E da lì i carabinieri collegarono il furgone all’investimento pirata del giorno precedente e ARRESTARONO seduta stante l’Accetti. Se io quella notte non avessi parlato con Sica di questo furgone, molto probabilmente l’Accetti l’avrebbe fatta franca, perché l’occultamento del furgone era perfetto»

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      Tuttavia la De Benedetti ha voluto anche categoricamente smentire che il giudice Santiapichi fosse a conoscenza dell’episodio: «Il giudice Santiapichi -e tutta la sua famiglia- nel 1983 NON erano assolutamente a conoscenza dell’incidente Garramon, un incidente che avvenne a 8 km di distanza da casa loro, tantomeno sapevano di questo FURGONE, ignoravano tutta la vicenda, e di certo alla famiglia Santiapichi NON gliene importava proprio niente se la sua scorta avesse fermato in una notte dei “sospetti brigatisti” che in meno di sei ore poi si era ben chiarito l’EQUIVOCO e che si trattava semplicemente di un investimento pirata».

      Il fatto che l’omicidio Garramon si svolse effettivamente non lontano dalla villa del giudice Santiapichi è stato confermato sia dal figlio Xavier Santiapichi, da noi intervistato nel febbraio 2016, che dalle cronache dell’epoca.

      Su L’Unità del 22/12/1983 si legge questa versione dell’arresto:

      «A lui i carabinieri di Ostia sono giunti per un caso del tutto fortuito, a quanto sembra. Sarebbe stata la scorta del giudice Santiapichi, presidente della Corte d’Assise a far scattare l’operazione. Avendo notato infatti un “Ford Transit” simile a quello segnalato nei bollettini di ricerca per il “pirata” di Castelporziano, gli uomini della scorta hanno segnalato il numero di targa alla stazione dei CC di Ostia. Risaliti al proprietario del furgone, i militari hanno scoperto che effettivamente Marco Accetti aveva parcheggiato in garage il suo “Ford”, con un’ammaccatura sul muso anteriore. E mancava anche la targhetta ritrovata vicino al corpo del piccolo José. Per questo l’uomo fu fermato, ed accompagnato in carcere per essere interrogato dal magistrato»

      Nella ricostruzione della Procura di Roma del 2015, si rilevò inoltre che Patrizia De Benedetti dichiarò che «lei e Accetti, dopo essere stati fermati e portati in caserma dai carabinieri, appresero solo il giorno successivo che i carabinieri che li avevano sottoposti a controllo appartenevano alla scorta del magistrato Santiapichi, che abitava in quei pressi»429G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 51.

      La versione dell’arresto riportata da Fabrizio Peronaci nel suo libro collima con quella di De Benedetti: i carabinieri avrebbero fermato Accetti e De Benedetti alle ore 4 in via Francesco Cilea e, sospettando fossero brigatisti, li avrebbero portati in caserma. Nell’interrogatorio, la De Benedetti si sarebbe tradita citando il furgone, aprendo quindi il collegamento con Garramon e portando Accetti all’arresto430in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 154.

      Pino Nicotri ha aggiunto che la De Benedetti sarebbe stata pressata da domande «per lei prive di senso da un magistrato – Domenico Sica – arrivato apposta da Roma perché la vicinanza dell’abitazione di Santiapichi, all’epoca impegnato in processi di grande importanza anche politica, faceva sospettare intenti terroristici»431P. Nicotri, Fassoni Accetti: tre errori nella sentenza di condanna per la morte di Garramòn, BlitzQuotidiano, 11/03/2014.


     

    c) I legami biografici tra Marco Accetti e José Garramon.

    Considerando che Accetti fu accusato di omicidio colposo (non di rapimento), rimane un mistero come il piccolo José Garramon si fosse trovato a quell’ora su quella strada al buio, nonostante abitasse al’Eur, diversi chilometri di distanza. E’ possibile che l’omicidio non fu una casualità?

    Secondo Marco Accetti qualcuno condusse lì Garramòn: «Non ho mai pensato che potessero essere stati i funzionari del Sisde a prelevare il ragazzo uruguyano, ma che gli stessi potessero aver detto a determinati personaggi a loro contigui [la malavita romana, nda], delle nostre attività nella suddetta pineta, e che queste persone, autonomamente, abbiano deciso di “usare” il Garramòn, e senza forse mettere al corrente le persone del predetto servizio dello Stato Italiano»432M. Accetti, Punti 6 e 7 (indizi e prove), 21/01/2014.

    Accetti ha rintracciato alcuni elementi che lo collegherebbero al bambino433M. Accetti, Punti 6 e 7 (indizi e prove), 21/01/2014:

    1. Il primo indizio è oggettivo e non falsificabile: José frequentava lo stesso collegio elementare frequentato da Marco Accetti, la St. George School.
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    3. José era uruguayano, «nazione feudo dell’avvocato Ortolani, i cui uomini erano nostra controparte»;

      Analisi e verifiche: l’Uruguay poteva essere effettivamente essere definito il feudo del faccendierie Umberto Ortolani (oltre che di Gelli), esponente della P2, come abbiamo visto in un’altra sezione. La nonna di José Garramon abitava a pochi metri dalla villa di Ortolani (oltre che a quella di Gelli).

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    5. Una certa contiguità tra la famiglia Garramon in Uruguay con Licio Gelli, capo della loggia massonica P2434in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 155;
      Analisi e verifiche: questo sarebbe stato per Accetti l’elemento chiave, come disse nel 2013 a Radio Radicale: «Uscito dal carcere, ho conosciuto tutti i motivi che legano i Garramòn a una certa abitazione. Vada a vedere in Uruguay chi abita accanto a lui».

      Effettivamente la nonna di Garramon abitava a poche centinaia di metri dalla villa di Licio Gelli a Montevideo (oltre che a quella di Umberto Ortolani). La madre di José, Maria Laura, dichiarò a Chi l’ha visto? nel 2013 che «quando eravamo in Uruguay mio figlio andava spesso a giocare con un amichetto nel giardino della villa di Licio Gelli. Si divertivano a cercare l’archivio segreto» Due mesi prima dell’omicidio, José e un amico (o altri amici) entrarono nel giardino della casa di Gelli con una macchina fotografica, il giardiniere li cacciò e rientrarono a casa agitati. Alla domanda su cosa stessero cercando, José rispose che forse avrebbe potuto trovare i documenti che l’Italia stava cercando in Uruguay (nel video più sopra si possono ascoltare le parole della madre).

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    7. José abitava in viale dell’Aeronautica all’Eur, nei pressi dell’abitazione di Enrico de Pedis;
      Analisi e verifiche: sembra effettivamente riscontrato che a circa 950 mt. da casa di José vi era uno degli appartamenti che Enrico De Pedis ebbe da Giuseppe Scimone.

     

  • L’incidente si verificato vicino alla villa del giudice Santiapichi, presidente del primo processo ad Agca ed in predicato di presiedere la Corte d’Assise del secondo processo per l’attentato al Pontefice;
    Analisi e verifiche: come già visto, nelle cronache dell’epoca si riferisce che effettivamente fu la scorta di Santiapichi ad allertare la polizia trovando il furgone di Accetti abbandonato sul ciglio della strada. Circostanza a noi confermata nel 2016 dal figlio, Xavier Santiapichi.
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  • Esattamente un mese prima, verso fine novembre, Accetti e Ulrike fermarono in corso Vittorio Emanuele Stefano Coccia (12 anni), con l’intenzione di ottenere una sua falsa testimonianza contro un membro della curia. Coccia aveva la stessa età di Josè Garramòn;
    Analisi e verifiche: circostanza verificata e riconosciuta dallo stesso Coccia, come vedremo nella sezione apposita.
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  • Tre mesi prima, il 19/09/83, in una lettera del “Gruppo Phoenix” vi furono delle minacce al telefonista “Mario” parlando di “pineta”;
    Analisi e verifiche: evento verificato, oltretutto legame piuttosto credibile: risulta effettivamente inusuale usare una “pineta” come luogo di minaccia, è fuori contesto soprattutto se tale riferimento non fu mai utilizzato nella telefonata di “Mario”. Accetti ha ragione quando afferma: «Se io devo fare una minaccia di morte posso dire: ti strozzo, ti accoltello, ti sparo, ti infilo in un pilone di cemento..ma nella pineta mai, non ci penso proprio!»435in F. Peronaci, Il Ganglio, Fandango Libri 2014, p. 156. Se si considera che la voce di Accetti risulta compatibile con quella di “Mario” (anche la Procura ha parlato di «similitudine»436G. Giorgianni, Sentenza di archiviazione, Tribunale di Roma, 20/10/2015, p. 49), l’elemento della pineta rafforza la tesi di un legame non casuale tra Accetti e Garramon.
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  • José Garramon viveva a pochissima distanza dalle proprietà di Marco Accetti;
    Questo dettaglio non è stato citato da Accetti ma è stato parzialmente rivelato da Pino Nicotri437P. Nicotri, Marco Fassoni Accetti: José Garramon e il mistero della strada. BlitzQuotidiano, 12/10/2015. In viale Beethoven 30, ovvero a 750 mt. da casa Garramon e a 300 metri dal barbiere, c’era un locale (ufficio o sala riunioni) della cooperativa edilizia Nuova Oasi, di proprietà di Aldo Accetti, padre di Marco. Mentre a meno di 3km dalla casa dei Garramon e dal barbiere, in via Curzio Malaparte 33, si trovava una palazzina di proprietà della famiglia Accetti, nonché sede della Cooperativa Edilizia438Pera R., José Garramon. Domande ma non risposte, La Giustizia 30/03/2024.

    Dopo aver investito Garramon, Accetti venne fermato dai carabinieri in via Cilea, nella notte del 21/12/1983 e in compagnia di Patrizia De Benedetti, consegnò i propri documenti nei quali risultava439verbale dei carabinieri di Roma-Ostia, 21/12/1983 che l’indirizzo di residenza era proprio in via Curzio Mala