La fede cristiana rende più felici, intelligenti e sani

Spesso di fronte ai numeri crescenti dei credenti nel mondo, si usa obiettare che sia meglio la “qualità” della “quantità”, sottintendendo che l’esistenza di un non credente sia più facile, spensierata ed intellettualmente più soddisfacente. Gli studi psicologici dimostrano invece che, al contrario, è l’uomo religioso a vivere una vita qualitativamente migliore.

Blaise Pascal avanzava questa scommessa: «Se Dio esiste, si ottiene la salvezza. Se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere». Gli studi che elenchiamo qui sotto amplificano questo assunto filosofico, dimostrando che la vita di un cristiano (il 90% degli studi è svolto negli USA o comunque in aree di forte substrato cristiano) è realmente più “lieta”.

Occorre però un’avvertenza: non bisogna cadere nel duplice errore: primo, ridurre la religiosità a un meccanismo di cui si vede e si cerca solo un automatico riscontro sulla salute. Gli stessi scienziati che affrontano questi studi spesso ribadiscono che la questione non è certo spiegabile completamente guardando gli effetti benefici di una vita religiosa (con tutte le sue conseguenze immanenti). Il secondo errore è obiettare superficialmente che questi studi dimostrano l’effetto placebo della religione. Questa è una fallacia argomentativa che scambia un effetto con la causa: l’effetto placebo è un meccanismo ben identificabile e gli effetti benefici della fede vengono oggi assolutamente distinti dalle pratiche suggestive e ipnotiche, dell’effetto placebo, come ha spiegato la psicologa dott. Maria Beatrice Toro.

 

 

|ELENCO DI STUDI SCIENTIFICI|

 

 

  • Nel maggio 2016 sulla rivista dell’American Medical Association, la JAMA Internal Medicine, è stato pubblicato uno studio ha guadagnato ampio risalto a livello internazionale, venendo ripreso anche dal Washington Post. La ricerca è durata 20 anni, durante i quali sono state tenute sotto controllo le abitudini di 76mila infermiere, la maggior parte delle quali cattoliche e protestanti. I risultati hanno evidenziato che le donne che durante quegli anni avevano assistito a funzioni religiose più di una volta a settimana, avevano il 33% delle possibilità in meno di morire rispetto a chi non aveva frequentato la chiesa. La percentuale scendeva al 26% per coloro che avevano assistito a una funzione religiosa a settimana e a 13% per chi invece lo aveva fatto meno di una volta. Inoltre, chi frequentava maggiormente la chiesa è risultata avere più probabilità di smettere di fumare e meno probabilità di mostrare segni di depressione. «I nostri risultati non suggeriscono che gli operatori sanitari debbano prescrivere la partecipazione a funzioni religiose, ma coloro che già credono potrebbero essere incoraggiati a farlo», ha affermato Tyler Vander Weele, ricercatore della Harvard’s school of public health e coautore dello studio. L’effetto della partecipazione religiosa era più forte di quella di qualsiasi altra forma di partecipazione ad un gruppo sociale, come un club del libro o una organizzazione di volontariato. La spiegazione dei risultati che ha provato a dare il prof. Weele, è stata questa: «Forse influisce un senso di speranza e di fede, anche di fronte alla malattia. Una capacità di cercare e trovare un significato nell’esperienza della malattia, oppure il supporto ricevuto dalla comunità dei credenti, anche mentre si lotta con la malattia. Questa è la mia speculazione rispetto ai risultati, che sono sorprendenti» (titolo dello studio: Association of Religious Service Attendance With Mortality Among Women).

 

  • Nel maggio 2016 in un articolo divulgativo sono stati elencati diversi studi che dimostrano i benefici della preghiera sulla coppia, sui figli e sulla famiglia.

 

  • Nell’aprile 2016 sulla rivista Applied Research in Quality of Life, è stata pubblicata un’indagine scientifica in cui si dimostra che chi frequenta regolarmente la Chiesa è più soddisfatto della sua vita amorosa e sessuale, rispetto a chi non lo fa. Il beneficio dell’attivo coinvolgimento religioso con la positività della personale vita affettiva e sessuale, hanno scritto i ricercatori, «è in linea con precedenti studi che associano l’impegno religioso ad una migliore salute mentale, una maggiore soddisfazione di vita e migliori relazioni sessuali in generale».

 

  • Nel marzo 2016 un’indagine dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr), coordinata dal dott. Antonio Cerasa, neuroscienziato e docente di Psicologia delle comunicazioni presso l’Università degli Studi “Magna Graecia”, ha messo a confronto sacerdoti cattolici, credenti cattolici e non credenti, rilevando che i primi dimostrano di avere maggior stabilità emotiva, tassi maggiori di calorosità , onestà, altruismo e coscienziosità.

 

  • Nell’maggio 2015 sull’American Journal of Epidemiology è stato pubblicato uno studio che ha indagato gli effetti della partecipazione sociale negli anziani, rilevando un calo dei sintomi depressivi in chi partecipava maggiormente alle organizzazioni religiose e un aumento dei sintomi depressivi in chi partecipava maggiormente ad organizzazioni di tipo politico-sociale. E’ stato quindi concluso: «I nostri risultati suggeriscono che la partecipazione sociale è associata a sintomi depressivi, ma tutto dipende dal tipo di attività sociale. La partecipazione a organizzazioni religiose può offrire benefici per la salute mentale al di là di quelli offerti da altre forme di partecipazione sociale» (titolo dello studio: Social Participation and Depression in Old Age: A Fixed-Effects Analysis in 10 European Countries).

 

  • Nell’aprile 2015 su “Religions” uno studio patrocinato dal National Institute of Mental Health ha rilevato che chi viene educato e partecipa attivamente ad una vita religiosa avrà molte più probabilità di condurre una crescita estranea a dipendenze dall’alcool. La partecipazione attiva dell’esperienza religiosa, infatti, intesa non solo alle funzioni religiose ma anche nell’impegno in attività religiose o spirituali, influisce positivamente nel processo decisionale della vita dei soggetti, andando così a formare persone che rispettano il creato innanzitutto a partire da se stessi.

 

  • Nell’ottobre e dicembre 2014 sul Journal of Family Psychology sono apparsi diversi studi attraverso i quali si è dimostrato come la fede religiosa può arricchire i rapporti matrimoniali o di coppia, può rendere più soddisfatti e grati della vita e può influenzare positivamente la crescita, l’educazione e lo sviluppo dei bambini. Qui lo studio pubblicato in ottobre e quello di dicembre.

 

  • Nel settembre 2014 uno studio tedesco intitolato “Love Thy Neighbor: Religion and Prosocial Behavior” ha studiato i comportamenti della Germania Ovest e della Germania dell’Est rilevando che esiste una «associazione positiva tra l’affiliazione religiosa individuale e la partecipazione ad opere di volontariato, beneficenza, donazioni di sangue ed essere socialmente o politicamente attivi».

 

 

  • Nel luglio 2013 il “Family Research Council” ha riferito che diversi studi, in particolare uno dell’Università di Chicago, hanno rilevato una sessualità più piacevole e più frequente tra le persone sposate che frequentano la chiesa almeno una volta a settimana.

 

  • Nell’agosto 2012 in una recensione apparsa su “Scientific American”, a cura della psicologa Cynthia May, sono stati rilevati una serie di studi realizzati da Kevin Rounding a colleghi i quali hanno evidenziato come le persone religiose (studio realizzato in America, dunque si può parlare di “persone cristiane”) hanno un maggior auto-controllo e una miglior capacità di accettare il sacrificio.

 

  • Nel luglio 2012 è stata pubblicata la seconda edizione dell’“Handbook of Religion and Health” (Oxford University, 2012) curato dal massimo esperto mondiale del campo, lo psichiatra statunitense Harold Koenig. In questa monografia, come già accaduto per la prima edizione (2001), gli autori hanno svolto una meta-analisi giungendo a una conclusione netta: su circa 2.800 studi quantitativi che esaminano la relazione tra religione/spiritualità e benessere, pochi studi (4%) riportano una peggiore salute mentale o una minore salute fisica (8,5%), mentre la maggior parte degli studi (più di 1.800, circa 2/3) hanno trovato una relazione positiva tra religione/spiritualità e salute mentale e fisica. La netta maggioranza degli studi esaminati riguarda la fede cristiana.

 

  • Nel marzo 2012 una ricerca condotta da William Jeynes, docente di pedagogia presso la California State University e senior fellow presso l’Istituto Witherspoon, ha rilevato che il successo scolastico di bianchi, latinos e afroamericani risulta notevolmente condizionato dalla effettiva maturazione religiosa dei soggetti presi in esame. In pratica, gli studenti appartenenti a contesti sociali storicamente con più difficoltà in ordine alla riuscita negli studi, se conducono una vita di fede effettivamente vissuta in un contesto familiare ed ecclesiale stabile, riescono a ridurre considerevolmente il divario che li penalizza in termini di successo scolastico rispetto agli studenti bianchi.

 

  • Nel marzo 2012 una ricerca scientifica americana ha scoperto che gli americani che regolarmente partecipano alle funzioni religiose sono più felici di quelli che non lo fanno. L’effetto è particolarmente elevato la domenica quando chi si reca in chiesa vede aumentare il suo buon umore, mentre chi frequenta meno lo vede diminuire.

 

 

  • Nel gennaio 2012, uno studio longitudinale sui figli di un campione di soggetti depressi e non depressi, realizzato da ricercatori del Department of Psychiatry and Behavioral Sciences del Duke University Medical Center, ha indagato sui legami della religione o spiritualità con l’insorgenza della depressione nel corso di una decina di anni, rilevando che gli individui che professavano la religione protestante o cattolica presentavano il 76% in meno di probabilità di avere un episodio di depressione rispetto a chi non aveva alcuna fede religiosa.

 

  • Nel dicembre 2011, la National Organization for Research presso l’University of Chicago ha stilato una sorta di classifica in cui sono state identificate le occupazioni che rendono più felici e quelle che invece, hanno il rendimento opposto. Lo studio, pubblicato sulla rivista Forbes, ha stabilito che il sacerdote è il mestiere che offre più soddisfazioni e rende più felice.

 

  • Nel novembre 2011, i ricercatori della Yeshiva University, guidati da Eliezer Schnall, professore associato di psicologia clinica, si sono concentrati sulle donne, verificando uno stretto legame tra ottimismo/felicità e la frequenza alle funzioni religiose. Coloro che partecipano ai servizi religiosi, infatti, risultano avere il ​​56% in più di probabilità di possedere una visione positiva e ottimistica della vita rispetto a quelli che non lo fanno. Inoltre, hanno il ​27% di probabilità in meno di essere depresse, dicono gli studiosi. La ricerca è pubblicata sull’ultimo numero di “Journal of Religion and Health” e il campione utilizzato è stato di 92.539 donne, in postmenopausa, provenienti da ambienti diversi e di età superiore ai 50 anni. Schnall ha però avvertito, correttamente, che non c’è un determinato principio di causalità tra l’andare in Chiesa e la felicità, potrebbe anche essere l’inverso, ovvero che le persone più positive scelgano di andare in Chiesa.

 

  • Nel novembre 2011 sulla rivista “Journal of Religion, Disability & Health”, i ricercatori dell’Università del Missouri hanno pubblicato uno studio i cui risultati confermano l’idea che «la religione possa aiutare ad attenuare le conseguenze negative derivanti da un male cronico». Lo studio ha evidenziato come la frequenza ad attività religiose e spirituali è associata ad una migliore salute mentale per le donne e mentale e fisica per gli uomini affetti da una malattia cronica o disabilità.

 

  • Nell’agosto 2011 i ricercatori del McLean Hospital, affiliato all’Università di Harvard, hanno concluso in seguito ad una ricerca che coloro che credono in un Dio benevolo, come cristiani ed ebrei, tendono a preoccuparsi meno ed essere più tolleranti verso le incertezze della vita. Lo studio, pubblicato sul Journal of Clinical Psychology, è stato realizzato dal Dr. David H. Rosmarin del Dipartimento di Psichiatria dell’Harvard Medical School, ed è stato presentato durante la riunione annuale della prestigiosa American Psychological Association.

 

  • Nel luglio 2011 Byron Johnson, professore emerito di Scienze sociali presso la Baylor University, esperto del rapporto tra religiosità e criminalità, ha offerto il punto della letteratura scientifica su questo argomento dopo aver analizzato decine di studi e revisioni, concludendo: «Dai reati minori (furto, truffa, atti di vandalismo, ad esempio) a quelli più gravi (l’uso e spaccio di droga, rapine e atti di violenza), la letteratura scientifica conferma che la religiosità è un significativo e coerente antidoto al delinquere e al comportamento criminale».

 

  • Sempre nel giugno 2011 uno studio ha dimostrato che l’andare in chiesa è associato a differenze sostanziali nel modo in cui giovani uomini si comportano. L’autore, Byron R. Johnson, criminologo, docente di Scienze Sociali presso la Baylor University e membro del Consiglio di coordinamento per la Giustizia Minorile e Prevenzione della delinquenza ha pubblicato il libro “More God, less crime”, e dimostra come l’aumento della religiosità non solo riduce la criminalità e la delinquenza, ma promuove anche un sano comportamento sociale. Arriva così alla conclusione che la religione cristiana può essere un potente antidoto contro la criminalità. I dati mostrano che il “fattore fede” può diventare un potente catalizzatore per mobilitare gli sforzi per affrontare efficacemente i problemi cronici del sistema di giustizia penale americana. Nel libro sono raccolti tutti gli studi tra il 1944 e il 2010 che hanno misurato i possibili effetti della religione sulla criminalità, cioè circa 273. Il 90% di questi hanno mostrato che avere “più religiosità” porta a meno criminalità e solo il 2% ha trovato che la religione produce più criminalità (il restante 8% non ha trovato alcuna relazione).

 

  • Il 28 giugno 2011 su Rehabilitation Psychology sono stati pubblicati i risultati di uno studio, condotto dagli psicologi Brigid Waldron-Perrine e Lisa J. Rapport, che ha affrontato gli effetti della religione sulla riabilitazione dopo un trauma cranico. I ricercatori sono partiti dai risultati di precedenti ricerche, per le quali è evidente come «tra gli adulti in buona salute, la religione e la spiritualità hanno dimostrato una forte associazione con la soddisfazione della vita e migliori risultati di salute fisica e mentale», ha detto Waldron-Perrine. Hanno così sottoposto a test neuropsicologici 88 individui vittime di trauma cranico (quasi tutti cristiani), scoprendo che la maggior parte dei partecipanti che hanno riportato livelli più elevati di benessere religioso, aveva risultati migliori di riabilitazione emotiva e fisica. Hanno così concluso: «la religione può assumere anche un grande potere come risorsa psico-sociale».

 

  • Il 16 giugno 2011 durante le Giornate Pisane di Psichiatria e Psicofarmacologia Clinica è stato presentato uno studio sulle condizioni post-traumatiche degli abitanti de L’Aquila, a seguito del sisma del 6 aprile 2009. I ricercatori si sono basati sulle diverse reazioni umane a eventi traumatici di gravità estrema, esattamente come può essere un terremoto. «Dai risultati che abbiamo avuto dai test sulla spiritualità emerge che la fede riveste un grande ruolo protettivo nei confronti della psicopatologia», spiega la prof.ssa Dell’Osso, guida della prestigiosa Clinica Psichiatrica dell’Università di Pisa.

 

  • Il 24 maggio 2011 uno studio realizzato da Ali Ahmed della Linnaeus University e Osvaldo Salas della University of Gothenburg ha dimostrato che le persone tendono a comportarsi in modo migliore se sperimentano, o sono stati educate a pensieri religiosi. Hanno testato 224 studenti della Pontificia Universidad Católica de Valparaíso in Cile attraverso due classici esami per analizzare la “generosità” e “l’egoismo”, e cioè il Dictator Game e il Prisoner’s Dilemma. Il primo test misura il grado di “altruismo”, mentre il secondo valuta la capacità di cooperazione. Coloro che avevano ricevuto un’educazione religiosa tendevano ad essere più generosi e cooperativi, indipendentemente dal fatto che essi concepivano loro stessi come persone religiose.I ricercatori hanno proposto due possibili interpretazioni dei risultati: 1) Sentire la presenza di Dio stimola le persone a comportarsi bene. Se questo è vero, i non religiosi devono avere un qualche tipo di istinto sull’esistenza di Dio (magari dovuta dalla loro educazione o dalla loro biologia), indipendentemente dalle loro convinzioni coscienti. 2) L’educazione religiosa promuove comportamenti pro-sociali, e ciò rimane valido anche per chi non è più credente.

 

  • Il 25 aprile 2011 uno studio scientifico, intitolato “Health benefits of Christian faith”, ha indicato che coloro che credono in Dio vivono generalmente una vita più sana, ma possono anche più frequentemente vivere 14 anni in più. Lo hanno rilevato ricercatori inglesi del Christian Medical Fellowship (un ente che riunisce 4350 medici e ricercatori e 980 studenti di medicina) attraverso una metanalisi. L’81% degli studi pubblicati dimostra infatti che i cristiani affrontano meglio la malattia, recuperano più velocemente e sono maggiormente protetti da malattie future. I Drs. Bunn Alex e David Randall hanno dichiarato: «La ricerca pubblicata suggerisce che la fede è associata ad una maggiore durata della vita e a una vasta gamma di benefici per la salute. In particolare, la fede è associata ad una migliore salute mentale». L’analisi si è basata su più di 1.200 studi e 400 recensioni. Questi benefici sono riassumibili in: benessere psicofisico, felicità e soddisfazione di vita, speranza e ottimismo, scopo e significato nella vita, maggiore autostima, migliore adattamento al lutto, maggiore sostegno sociale e meno solitudine, tassi inferiori di depressione e più veloce recupero, tassi più bassi di suicidio, meno ansia, meno psicosi e meno tendenze psicotiche, tassi più bassi di alcol e droga, meno delinquenza e criminalità, maggiore e soddisfatta stabilità coniugale.

 

  • Il 14 marzo 2011 i risultati di una ricerca, apparsi sull’“Interdisciplinary Journal of Research on Religion”, dimostrano l’impatto che la riduzione della frequenza di partecipazione alla chiesa provoca sulla felicità nel mondo femmine degli Stati Uniti. E’ stata realizzata da G. Alexander Ross, docente dell’Institute for the Psychological Sciences in Virginia. Analizzando i dati raccolti dal General Social Survey durante gli anni 1972-2008, si è scoperto che buona parte della diminuzione di felicità tra le donne (maggiore rispetto agli uomini) in questo periodo è attribuibile al calo della frequenza alla chiesa. La ricerca ha anche dimostrato che le donne americane sono più propense degli uomini a partecipare regolarmente alle funzioni religiose. Diversi studi precendenti hanno osservato che frequentare la chiesa offre anche una protezione contro le tendenze anomiche ed egoistiche offerte dalla società moderna e permette un maggior contesto di benessere psico-fisico. E’ evidente che il cammino cristiano permetta all’uomo di acquisire un adeguato significato e scopo da dare alla vita, e questo non può che giovare alla persona nella sua interezza, aiutandola a valorizzare la vita e perfino a valutare positivamente anche gli stess che si incontrano (Stark and Smith, 2010). La vita della chiesa, l’amicizia tra i cristiani, permette anche di costruire forti e sopratutto sane relazioni sociali, inibendo l’isolamento sociale (Baumeister and Leary, 1995). Sicuramente -continua lo psicologo- ciò è amplificato proprio nel cristianesimo, dove il rapporto tra Dio e l’uomo è basato sull’amore e sul perdono. La direzione causale -ci tiene a suggerire- può però essere invertita. Per esempio, l’infelicità di un individuo o la depressione possono inibire il suo desiderio di impegnarsi socialmente o scoraggiare la presenza in chiesa. Sicuramente è un influenza bidirezionale. Il declino della felicità femminile negli ultimi tre decenni e mezzo, continua lo psicologo, è anche dovuto alla conseguenza del calo di una frequenza regolare in chiesa, indebolendo la concezione di un signfiicato e di un fine della propria vita, venendo così a mancare una prospettiva positiva e piena di speranza. Inoltre, i cambiamenti che la nostra società ha vissuto negli ultimi decenni, hanno avuto un impatto negativo sulla felicità delle donne e l’analisi conferma che chi frequenta la chiesa risulta essere meno sensibile a tale impatto. In particolare, le donne che andavano in chiesa meno di una volta all’anno hanno visualizzato un significativo calo di felicità nel corso degli ultimi tre decenni e mezzo.

 

  • Il 22 febbraio 2011 sull’“American Psychologist”, prestigiosa rivista dell’American Psychological Association (APA) è apparso uno studio di Roger Walsh, psicologo della University of California e dell’Irvine’s College of Medicine, il quale ha studiato gli effetti di quella che è chiamato il “Therapeutic Lifestyle Changes” o TLC (cioè il “cambiamento di vita terapeutico”). I disturbi mentali, compresa la depressione e l’ansia, possono essere curati e trattati anche con cambiamenti dello stile di vita, determinati anche per la guarigione di malattie come il diabete e l’obesità. Gli stili di vita presi in considerazione, associati a una maggior sanità psicofisica e alleati alla guerra verso la depressione e l’ansia, sono: l’esercizio fisico, una dieta ricche di verdure, frutta e pesce, il contatto con la natura, buone relazioni interpersonali e il coinvolgimento religioso e spirituale. Rispetto a quest’ultimo, lo psicologo afferma che «aiuta a ridurre l’ansia, la depressione e l’abuso di sostanze stupefacenti, promuovendo uno stato di benessere». Sopratutto se ci si concentra sull’amore, sul perdono e sull’altruismo, cioè un’estrema sintesi del messaggio cristiano. La raccomandazione che l’American Psychologist fa ai terapeuti, in seguito a questo studio, è di «imparare sempre più i benefici del TLC e dedicare più tempo a promuoverlo tra i pazienti».

 

  • Il 13 dicembre 2010 sulla “American Sociological Review” è apparso uno studio secondo il quale la religione è proprio “l’ingrediente segreto” che rende le persone più felici. «Che ci sia uno stretto legame tra una vita soddisfacente e la vita religiosa è noto da tempo», hanno detto i ricercatori. Lim Chaeyoon, docente di sociologia presso l’Università del Wisconsin-Madison, ha continuato: «Il nostro studio offre una prova convincente che sono gli aspetti sociali della religione che conducono ad una vita soddisfacente. In particolare, siamo convinti che siano le amicizie costruite all’interno delle comunità religiose ad essere l’ingrediente segreto che rende la gente più felice».

 

  • Il 28 ottobre 2010 un’analisi sociologica ha mostrato che gli americani molto religiosi hanno livelli più elevati di benessere rispetto a chi è meno religioso e a chi non lo è affatto. L’analisi si è basata su oltre 550.000 interviste, condotte nel corso dell’ultimo anno dagli esperti del Gallup, noto centro di indagini statistiche americane. Sono stati valutati diversi fattori, che vanno dalla salute fisica ed emotiva all’auto-valutazione della vita, fino alle percezioni dell’ambiente di lavoro. «Questo studio non consente una determinazione precisa del perché di questi dati. E’ possibile che gli americani che hanno un maggiore benessere possono essere più inclini a scegliere di essere religiosi rispetto a quelli con minore benessere. E’ anche possibile che la relgiosità, intesa come vita attiva di fee e partecipazione ai servizi religiosi, a sua volta porti ad un maggiore livello di benessere personale», dice un esperto del Gallup, Frank Newport. Ha poi suggerito ironicamente: «Ora abbiamo la soluzione alla crisi sanitaria. Se siamo interessati a ridurre i costi di assistenza sanitaria in America, dobbiamo aumentare la prevalenza di religione».

 

  • Il 23 settembre 2010 uno studio sociologico dimostra come le persone che lasciano la religione hanno più probabilità di peggiorare loro salute psico-fisica rispetto a coloro che vi rimangono. A guidare la ricerca statistica è stato Christopher Scheitle, il quale commenta: «Abbiamo dimostrato un’associazione tra appartenenti ad un gruppo religioso e risultati positivi per la salute. Ci siamo interessati a cosa accadrebbe alla salute in caso di abbandono religioso». Circa il 40% dei membri utilizzati per lo studio statistico, prima di lasciare la religione, godevano di ottima salute. Tuttavia, solo il 20% è rimasto in buona salute dopo aver abbandonato la fede. I ricercatori hanno segnalato i loro risultati sull’ultimo numero del “Journal of Health Behavior and Social”.

 

  • Il 15 settembre 2010 uno studio dell’Università di Berna, pubblicato dal periodico specializzato “International Journal of Epidemiology”, ha rivelato che l’identikit dello svizzero che ha meno tendenza a togliersi la vita è cattolico, sposato e residente in Ticino. Lo studio ha incrociato i dati del censimento 2000, relativi a oltre tre milioni di persone di età compresa fra i 35 e i 94 anni, con le statistiche della mortalità fino al 2005. La scoperta principale è che la religione ha un ruolo importante: su 100mila abitanti il tasso di suicidio è del 39% per chi non ha una confessione, 29% per i protestanti e 20% per i cattolici. Secondo il gruppo di ricerca condotto da Matthias Egger la religione è un’importante forza sociale: si lasciano accompagnare alla morte cinque volte più uomini atei che cattolici (per le donne addirittura sette volte in più). Lo studio dell’istituto bernese mostra anche come il tasso di suicidi degli sposati sia la metà di quello di single, vedovi e divorziati. Non sono invece state scoperte differenze significative riguardo al livello formativo. Lo studio dunque conferma le ricerche effettuate nel 1897 dal sociologo francese Emile Durkheim, che aveva notato tassi di suicidio più elevati nei cantoni svizzeri protestanti rispetto a quelli cattolici. Egli aveva avanzato l’ipotesi che nelle comunità cattoliche la coesione sociale fosse migliore.

 

  • Il 31 agosto 2010 uno studio condotto dai ricercatori dall’University of the Negev (BGU) ha rivelato che le donne negli Stati Uniti sono generalmente più felici di partecipare ad una funzione religiosa di domenica piuttosto che andare a fare shopping. La pubblicazione dello studio è apparsa su rinomate riviste scientifiche e canali di divulgazione scientifica. La ricerca ha dimostra che le donne che scelgono attività secolari, come lo shopping, non sono più felici e che l’abrogazione delle “leggi blu”, che permettono ai negozi di restare aperti la domenica e incidono così sul livello di partecipazione alla Messa, ha diminuito la probabilità relativa di essere almeno “abbastanza felice” rispetto al “non felice” del 17% circa. Secondo il Dr. Danny Cohen-Zada del Dipartimento di Economia, «abbiamo scoperto che esistono prove dirette dell’effetto positivo che la partecipazione religiosa causa sulla felicità di una persona. Inoltre, una parte importante del declino della felicità delle donne nel corso degli ultimi tre decenni può essere spiegato dal declino della partecipazione religiosa». Continua l’esperto: «La gente sceglie lo shopping o guarda la televisione perché ciò fornisce una soddisfazione immediata. La soddisfazione dura per il momento in cui è consumata e non molto più tempo. La soddisfazione nel partecipare alla vita di chiesa, d’altro canto, non è immediata. Richiede invece la persistenza per un periodo di tempo». I ricercatori hanno analizzato i dati del General Social Survey (GSS) e hanno scelto gli intervistati che abitano negli stati in cui c’è stato un netto cambiamento, chiaro e significativo del divieto di attività di commercio al dettaglio la domenica (almeno 10 stati) o dove invece non vi è stato alcun cambiamento (sei stati). Sono stati intervistati cattolici e protestanti, poiché sono i più propensi ad andare in chiesa la domenica.

 

  • Il 5 agosto 2010 su “Psychological Science” sono apparsi i risultati di alcuni esperimenti di due psicologi dell’Università di Toronto, Michael Inzlicht e Alexa Tullett, i quali hanno registrato l’attività cerebrale di un gruppo di persone analizzando le onde cerebrali associate a un particolare tipo di stress, che insorge quando si commettono degli errori. Gli scienziati hanno così verificato che, quando i partecipanti al test pensavano a Dio o in generale alla religione, sia consciamente che inconsciamente, reagivano meglio all’errore. Al contrario, negli atei, indotti a pensare a Dio, aumentava l’attività cerebrale ‘spia’ di stress da errore. Lo psicologo Inzlicht ha spiegato: «Pensare alla religione regala calma quando si è sotto pressione. Rende meno stressati quando si fanno degli errori. Nel mondo l’85% delle persone ha un sentimento religioso. Questo studio può aiutarci a capire qualcosa di realmente interessante su chi ha fede e sugli effetti ‘terapeutici’ della preghiera. Esistono alcune evidenze scientifiche secondo cui le persone religiose vivono più a lungo e tendono a essere più sane e più felici». Ma improvvisarsi devoti senza crederci davvero non paga: l”effetto infatti non vale per gli atei.

 

  • Il 4 agosto 2010 la rivista americana “Liver Transplantation” ha pubblicato un interessante studio fatto da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa e del Centro trapianti di fegato dell’università di Pisa, diretti dallo psicologo Franco Bonaguidi. Essi riguardano il rapporto tra la religiosità del paziente e la sua eventuale guarigione dopo un trapianto di fegato. Lo studio mostra che il livello di sopravvivenza è maggiore in quelli in cui il fenomeno “religiosità” è presente in maniera attiva, cioè coloro che si affidano a Dio, hanno fede in Lui e cercano di percepire la Sua volontà anche nella malattia.

 

  • Il 24 febbraio 2010 il Journal of Clinical Psychology. ha reso noti i risultati di una ricerca, la quale suggerisce che la fede religiosa aiuta a proteggere contro i sintomi della depressione. Il test si è rivolto a 136 pazienti con diagnosi di depressione clinica, è durato 8 settimane e lo strumento utilizzato è stato il Beck Hopelessness Inventory. Si è trovato che i soggetti con forti convinzioni in un Dio personale hanno il 75% di probabilità in più di sperimentare un miglioramento dopo il trattamento medico per la depressione clinica. La dottoressa Patricia Murphy ha però precisato: «Nel nostro studio, la risposta positiva ai farmaci aveva poco a che fare con il sentimento di speranza che accompagna di solito le convinzioni spirituali. E’ invece legata specificamente alla fede in un Dio amorevole. I medici devono essere consapevoli del ruolo della religione nella vita dei loro pazienti. E’ una risorsa importante nella pianificazione delle loro cure».

 

  • Il 2 febbraio 2009 uno studio del dipartimento di Psichiatria dell’Università del Manitoba afferma che chi non crede in Dio ha il doppio delle probabilità di diventare un suicida. Daniel Rasic, il principale autore della ricerca, ha esaminato il collegamento fra la regolare frequenza religiosa e il tentato suicidio usando i dati di uno studio sulla situazione sanitaria nazionale canadese su trentasettemila persone compiuto da Statistics Canada. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Affective Disorders. Rasic afferma che le persone che frequentano servizi religiosi hanno meno probabilità di voler tentare il suicidio, di nutrire pensieri di suicidio di quelli che non lo fanno. «Quelli che sono andati in chiesa almeno una volta all’anno hanno abbassato la quota di tentati suicidi» ha detto Rasic, docente all’Università di Dalhouise a Halifax. «E quelli che non lo hanno fatto hanno il doppio di possibilità di aver tentato il suicidio». Secondo Rasic le persone interpellate che si sono definite semplicemente “spirituali” e non facevano parte di un’organizzazione religiosa hanno la stessa quota di tentati suicidi dei non credenti. Tim Wall, direttore esecutivo dell’Associazione canadese per la prevenzione dei suicidi sostiene che il suicidio spesso nasce da un sentimento di sentirsi isolati dalla famiglia o dagli amici. Le persone religiose tendono a trovare sia un senso di appartenenza che un significato alla loro vita nella fede.

 

  • Il 30 dicembre 2008 sono apparsi i risultati di uno studio dell’Università di Miami su Psychological Bulletin, ricerca guidata dal docente di psicologia Michael McCullough, il quale ha constatato che le persone religiose possiedono più autocontrollo di quanto non facciano le loro controparti meno religiose. Questi risultati implicano anche che le persone religiose possono perseguire e raggiungere meglio obiettivi a lungo termine che sono per loro importanti. Queste conclusioni, a loro volta, potrebbero aiutare a spiegare perché le persone religiose tendono ad avere tassi più bassi circa l’abuso di sostanze, un rendimento scolastico migliore, meno delinquenza, migliori comportamenti di salute, meno depressione, e una vita più lunga. Lo psicologo ha valutato 80 anni di ricerche sulla religione condotte con diversi campioni di persone provenienti da tutto il mondo trovando, attraverso una varietà di fattori all’interno le scienze sociali, comprese le neuroscienze, l’economia, la psicologia e la sociologia, la prova convincente che la fede religiosa e i comportamenti religiosi sono in grado di incoraggiare la gente ad esercitare l’autocontrollo e regolamentare in modo più efficace le loro emozioni e comportamenti, in modo che possano perseguire gli obiettivi prefissati. Dichiara lo psicologo americano: «L’importanza dell’autocontrollo e dell’autoregolamentazione per la comprensione del comportamento umano sono ben noti agli scienziati sociali, ma la possibilità che i legami tra la religiosità e l’autocontrollo potrebbero spiegare i collegamenti tra la religiosità e una maggiore salute non ha ricevuto finora molta attenzione esplicita. Ci auguriamo che la nostra ricerca correggerà questa svista della letteratura scientifica». Tra le conclusioni più interessanti che il team di ricerca ha effettuato sono le seguenti: 1) la preghiera e la meditazione incidono nelle aree del cervello umano che sono le più importanti per l’auto-regolazione e auto-controllo. 2) Quando la gente vede i suoi obiettivi come “sacri”, accade di mettervi più energia e impegno nel perseguimento e, quindi, probabilmente li raggiungeranno più efficacemente. 3) Uno stile di vita religioso può contribuire al self-control fornendo alle persone norme chiare di comportamento, inducendole a controllare il proprio comportamento più da vicino. 4) Il fatto che le persone religiose tendono ad avere un più elevato self-control aiuta a spiegare perché le persone religiose hanno meno probabilità di usare droghe, abusare di alcol e avere a che fare con la criminalità e la delinquenza. Tra le implicazioni più pratiche dello studio vi è il fatto che le persone religiose possono avere a loro disposizione una serie di particolari risorse psicologiche per poter rispettare i loro obiettivi nel tempo.

 

  • Nell’ottobre 2008 una nuova ricerca della Temple University ha suggerito che le persone religiose, sia che partecipino attivamente alla vita della comunità della chiesa o che preferiscano pregare o meditare in privato, sono più protette dalla depressione. In uno studio pubblicato on-line sul Psychological Medicine, i ricercatori hanno confrontato i vari livelli di religiosità presenti nel 918 intervistati confrontandoli con il rischio di depressione. Dai risultati è emerso che coloro che partecipavano alle funzioni religiose frequentemente avevano il 30% in meno di probabilità di soffrire di depressione nel corso della loro vita. Il capo-ricercatore Johanna Maselko, ha dichiarato che la chiesa offre la possibilità di interagire con la comunità e questo è un fattore importante nella prevenzione della depressione. Ha aggiunto anche che le persone con alti livelli di benessere esistenziale hanno un forte senso del loro posto nel mondo. «Le persone con alti livelli di benessere esistenziale tendono ad avere una buona base che li rende molto centrati emotivamente», ha detto la psicologa. «Le persone che sono a maggior rischio di depressione potrebbero anche rivolgersi alla religione per far fronte alla depressione», ha concluso.

 

  • Il 18 settembre 2008 sono apparse sul sito della Baylor University le conclusioni di una delle indagini più vaste mai condotte sugli atteggiamente degli americani verso la religione. La ricerca è stata eseguita dai sociologi Byron Johnson, Christopher Bader, Rodney Stark e Carson Mencken, e pubblicata con il titolo “What Americans Really Believe”. In una conferenza stampa a New York gli autori hanno detto di aver lavorato su un campione di 1.648 adulti, scelti casualmente per tutti gli Stati Uniti e i sondaggi sono stati effettuati dal Baylor Institute for Studies of Religion (ISR) e condotti dal Gallup. Tra i risultati, l’indagine ha rilevato che la religione cristiana diminuisce notevolmente la credulità, misurata in termini di convinzioni in cose come sogni, Bigfoot, UFO, case infestate, comunicazione con i morti e l’astrologia. Eppure -notano i ricercatori-, resta diffusa l’opinione che le persone religiose siano particolarmente credulone. Tuttavia i conservatori religiosi americani sono molto meno propensi a credere nell’occulto e nel paranormale degli altri americani, mentre coloro che si auto-identificano come teologi liberali e coloro che si dicono “irreligiosi” hanno molta più probabilità di essere creduloni. I ricercatori hanno concluso che questo dimostra come non sia la religione in generale a sopprimere tali credenze, ma solo la religione cristiana conservatrice.

 

  • Nell’agosto 2008 uno studio scientifico realizzato da ricercatori americani dell’Università di Iowa e francesi dell’Università di Notre Dame, analizzando i dati del “National Longitudinal Study of Adolescent Health” su un campione rappresentativo a livello nazionale di bambini tra i 7 e i 12 anni, ha rilevato che la partecipazione religiosa ha un effetto positivo sulla media scolastica, quanto sulla partecipazione a scuola. Per la precisione, gli studenti che frequentano le funzioni religiose settimanalmente hanno una media scolastica di 0,144 superiore a quelli che non frequentano.

 

  • Nel marzo 2008 alla conferenza annuale della “Royal Economic Society” è stata presentata una ricerca in cui è stato rilevato che le persone che credono in Dio sono più felici di agnostici o atei. Utilizzando i dati provenienti dalla Gran Bretagna e dall’Europa, lo studio ha rilevato che i credenti hanno goduto di maggiori livelli di soddisfazione e hanno subito meno danni psicologici dalla disoccupazione, dal divorzio o la morte di un partner.

 

  • Nel febbraio 2008 la Division of Vital Statistics del National Center for Health Statistics del Maryland ha analizzato il forte legame tra la frequenza di partecipazione alle funzioni religiose e il basso tasso di mortalità. I dati sono stati valutati per un campione di 8.450 americani, uomini e donne dai 40 anni, esaminati per un periodo di circa 8,5 anni (1988-1994). I soggetti deceduti durante questo range di tempo sono stati 2058. Traendo le conclusioni, dopo aver tenuto conto delle condizioni socio-demografiche dei soggetti, i ricercatori hanno dichiarato che: «dall’analisi si dimostra che i soggetti maggiormente religiosi, soprattutto i cristiani, hanno presentato un minor rischio di morte indipendentemente da fattori socio-demografici, rispetto ai soggetti meno religiosi».

 

  • Nel gennaio 2008 sulla rivista “Social Science Research” uno studio ha dimostrato che i bambini i cui genitori frequentato regolarmente i servizi religiosi, soprattutto quando entrambi i genitori parlano spesso ai loro figli della religione, sono risultati avere più autocontrollo, capacità sociali e miglior approccio all’apprendimento rispetto ai bambini con genitori non religiosi. E’ anche possibile che la correlazione tra religione e miglior sviluppo del bambino sia contraria a questa, cioè che siano i genitori che educano meglio i loro a sentirsi a proprio agio in una congregazione religiosa.

 

  • Nel 2008 in un estratto apparso sul prestigioso sito web dell’American Psychologist Association, si legge che «gli studi empirici hanno individuato legami significativi tra la religione, la spiritualità e la salute». Le ragioni però di questa associazione non sono chiare, spiegano gli autori. In genere, la religione e la spiritualità sono misurate attraverso gli indici globali, come ad esempio, la frequenza in chiesa, l’auto-valutazione del livello di religiosità, che però non specificano come e perché la religione e la spiritualità riesca ad incidere sulla salute psico-fisica. Gli psicologi evidenziano ribadiscono infine che nonostante l’incertezza sulle motivazioni, «appare comunque sempre più evidente il contributo distintivo che la religiosità ha verso la salute e il benessere umano».

 

  • Nell’agosto 2007 uno studio pubblicato su “Psychological Science journal” ha dimostrato che credere in Dio influenzia positivamente il comportamento sociale, in particolare per quanto riguarda la cooperazione con gli altri e la generosità verso gli estranei. I ricercatori hanno concluso: «questo studio traccia una relazione causale tra la religione e l’agire moralmente. Nel dibattito, non indica che la religione è necessaria per il comportamento morale, ma che può apportare un contributo sostanziale».

 

  • Il 21 maggio 2007 il Dipartimento di Society, Human Development and Health dell’Università di Harvard ha commentato i numerosissimi studi scientifici che rilevano una correlazione tra vita religiosa e salute psico-fisica. «Ci sono prove scientifiche di una correlazione positiva tra la partecipazione religiosa e gli indicatori di salute», hanno dichiarato i ricercatori di Harvard. La più forte evidenza esiste tra la partecipazione alle funzioni religiose e il basso tasso di mortalità. La vita salutare e i maggiori legami sociali sono fattori importanti attraverso i quali la religione può incidere sulla salute, altre possibili strade includono l’apporto di sistemi di significato verso la vita e la sensazione di forza per far fronte a stress e avversità. Queste spiegazioni però non sembrano esaurire la questione.

 

  • Il 29 novembre 2006 è apparso uno studio dal titolo: «Andare in chiesa potrebbe aiutare a respirare meglio». E’ stato svolto dalla ricercatrice Joanna Maselko della Temple University e pubblicato sul prestigioso Annals of Behavioral Medicine. La funzione polmonare, spiega la scienziata, «è un importante indicatore della salute respiratoria, ma poco si sa circa i fattori psicosociali che possono predire questa funzione. Al tempo stesso, l’attività religiosa sta emergendo come potenziale fattore per la salute, soprattutto negli anziani. Abbiamo voluto così verificare se ci fosse una connessione tra i due fattori». L’articolo è stato condotto mentre la Maselko era docente di Sanità pubblica presso la Harvard University: utilizzando il picco di flusso espiratorio (PEFR), i ricercatori hanno misurato la funzione polmonare di 1.189 soggetti di età compresa tra 70-79 anni. Hanno così scoperto che coloro, uomini e donne, che frequentavano la chiesa settimanalmente, presentavano un più lento declino della funzione polmonare tra gli uomini e le donne, rispetto a coloro che non erano “praticanti”. I risultati, spiegano i ricercatori, non potevano essere spiegati da differenze tra fumatori o chi praticava attività fisica. La Maselko ed i suoi colleghi credono che questo sia il primo studio che esamini direttamente la relazione tra impegno religioso e la funzionalità polmonare nel tempo. Nel complesso, andare in chiesa fornisce maggiori contatti sociali, un valido sostegno emotivo e un benessere psicologico, riducendo così l’isolamento e la disabilità mentale che affligge molti anziani.

 

  • Il 18 maggio 2006, durante l’Annual Scientific Meeting dell’American Society of Hypertension svoltosi a New Yorrk, sono stati presentati i risultati di uno studio condotto su più di cinquemila afroamericani, il quale ha rilevato che gli individui coinvolti o che partecipano ad attività religiose (cristiane) hanno la pressione sanguigna significativamente più bassa rispetto a quelli che non lo fanno. I ricercatori dello studio, guidati da Sharon Wyatt dell’Università del Mississippi, introducono dicendo «l’ipertensione è il fattore di rischio più importante per la salute degli afro-americani». Continuano poi: «I nostri risultati dimostrano che l’integrazione della religione e della spiritualità -la vita di chiesa e la preghiera- possono diminuire l’esposizione allo stress e ritardare gli effetti deleteri dell’ipertensione». La Jackson Heart Study ha studiato 5.302 volontari per valutare gli effetti della religione e della spiritualità sulla pressione diastolica e sistolica. L’analisi statistica è stata condotta tenendo ovviamente conto della condizione di vita del soggetto, del suo benessere psicofisico e delle sue abitudini (fumatore, vegetariano ecc..). Si è subito valutato che i soggetti che avevano una maggiore attività religiose, avevano anche valori significativamente più bassi di pressione sanguigna diastolica e di pressione arteriosa sistolica. Lo studio comunque conferma la letteratura scientifica precedente, la quale all’unanimità dimostra un effetto protettivo (di «tampone») verso i rischi per la salute.

 

  • Nell’aprile 2006 sul “Journal of the American Board of Family Medicine” è stato pubblicato uno studio in cui si dimostra che le persone che frequentano settimanalmente le funzioni religiose vivono più a lungo.

 

  • Sempre nell’agosto 2005, la psicologa Elizabeth A. Rippentrop ha pubblicato un articolo apparso sul sito web dell’American Psychological Association intitolato: “A Review of the Role of Religion and Spirituality in Chronic Pain Populations”. Dopo aver esaminato letteratura scientifica sul rapporto tra religiosità-spiritualità e i risultati sulla salute nella popolazione affetta da dolori cronici, ha concluso che l’aumento delle ricerche in questo settore è giustificato da diverse ragioni. In primo luogo, molte persone affette da dolore cronico si affidano alla loro fede religiosa per affrontare meglio il dolore. In secondo luogo, una relazione tra religione, spiritualità e miglioramento della salute è stata effettivamente documentata. In terzo luogo, vi è una mancanza di ricerca sulla potenzialità mediatrice tra la religione e la salute nella popolazione affetta da dolore cronico.

 

  • Nell’agosto 2005 il Centers for Disease Control and Prevention del National Center for Health Statistics ha analizzato un campione di 18.774 americani di 20 anni e oltre, per valutare il legame tra la frequenza di partecipazione alle funzioni religiose e il fumo di sigaretta. Dopo aver messo a confronto i soggetti con la stessa età, sesso, gruppo etnico, istruzione, regione e stato di salute, è emerso che i “frequentatori rari” (< 24 volte/anno) avevano molta più probabilità di essere fumatori rispetto ai frequentatori frequenti (> 1 volta/settimana). I ricercatori hanno così concluso che «una maggiore frequenza alle funzioni religiose è associata ad una minor esigenza di nicotina».

 

  • Nel marzo 2005 il Dipartimento di Sociologia dell’Università del Texas ha valutato gli effetti della partecipazione religiosa sul rischio di mortalità dei messicani americani oltre i 65 anni. Lo studio si è svolto tra la popolazione ispanica che vive negli Stati Uniti. Nel complesso, i risultati mostrano che coloro che vanno in chiesa una volta alla settimana presentano il 32% di riduzione del rischio di mortalità rispetto a coloro che non partecipano alle funzioni religiose. I benefici della partecipazione religiosa -secondo i ricercatori- influiscono anche sulla salute cardiovascolare, le attività della vita quotidiana, le funzioni cognitive, la mobilità fisica, il sostegno sociale, la salute mentale e la salute soggettiva.

 

  • Nel dicembre 2004 un’equipe di ricercatori della Population Research Center and Department of Sociology dell’University of Texas ha pubblicato uno studio in cui si sottolinea come «la comunità scientifica abbia recentemente riservato un serio interesse per la relazione tra coinvolgimento religioso e il rischio di mortalità degli adulti». Hanno così esaminato la lettura scientifica in merito -medicina, epidemiologia e scienze sociali- evidenziando i principali risultati, i limiti e le sfide future. «Nel loro insieme -evidenziano-, la ricerca attuale indica la presenza di un legame tra vita religiosa e il minor tasso di mortalità. L’evidenza diventa più forte se si tratta di una partecipazione alle funzioni religiose di specifiche confessioni religiose e meno evidente se si tratta di un coinvolgimento religioso privato, personale». Questo porta a pensare che i meccanismi attraverso i quali la religione sembra influenzare la mortalità comprendono aspetti di integrazione sociale, norme sociali e risorse psicologiche. Le conclusioni sono apparse sul sito del prestigioso National Institutes of Healthe.

 

  • Nel dicembre 2003 la psicologa Dott. Stephen Joseph dell’Università di Warwick ha affermato in una ricerca condotta dal Mental Health, Religion & Culture: «Le persone religiose sono più felici di quelle senza spiritualità nella propria vita». Inoltre, «coloro che celebrano l’originale significato cristiano del Natale sono, nel complesso, più felici di quelli che celebrano le feste natalizie nel pieno spirito del consumismo». I risultati sono apparsi in una accurata ricerca, titolata: “La religiosità e la sua associazione con la felicità, scopo della vita e auto-realizzazione”. Essa suggerisce anche che la ragione per cui le persone religiose sono più felici è perchè riescono a dare un senso, uno scopo più adeguato alla loro vita rispetto alle persone non religiose: «Le persone religiose sembrano avere uno scopo più grande nella vita, è per questo che sono più felici. Guardando le evidenze emerse dalla ricerca, sembra che coloro che celebrano il significato cristiano del Natale sono quelle più felici. La ricerca mostra che il troppo materialismo nella nostra vita può essere terribile per la felicità».

 

  • Il 31 marzo 2003 i risultati ottenuti dai ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine, apparsi sul Psychology of Addictive Behaviors pubblicato dall’American Psychological Association (APA), rivelano che quando gli adolescenti percepiscono la religione come importante nella loro vita, allora questo abbassa i tassi di fumo di sigaretta, dell’abuso di alcool e marijuana. Hanno anche rilevato l’importanza della religione per i ragazzi che affrontano molti stress della vita. Gli psicologi Thomas Ashby Wills, Alison M. Yaeger e James M. Sandy, autori della ricerca, sono concordi nell’affermare che «la religiosità può influenzare gli atteggiamenti e i valori di una persona, i quali danno il senso e lo scopo della vita. Potrebbe anche aiutare le persone a vedere i problemi in modo diverso. Essere coinvolti in una religione può anche creare sani legami sociali». La ricera è stata finanziata dal National Institute on Drug Abuse.

 

  • Nel gennaio 2003 il Department of Preventive Medicine del St. Luke’s Medical Center di Chicago, ha stabilito che in soggetti sani vi è una forte riduzione del rischio di mortalità se essi partecipano regolarmente alle funzioni religiose in chiesa. Tale riduzione è di circa il 25%, dopo aver escluso ovviamente fattori socio-demografici. La religione e la spiritualità, dicono, «protegge dalle malattie cardiovascolari, sopratutto grazie al salutare stile di vita che queste persone adottano». Gli autori concludono sostenendo che la partecipazione alla vita di chiesa «protegge le persone sane dalla morte». Ulteriori studi rimangono comunque necessari.

 

  • Sempre nel dicembre 2002 è apparso uno studio dell’University of North Carolina il quale dimostra che gli alunni religiosi delle scuole superiori americane possiedono una significativamente più alta stima di sé e hanno un atteggiamento più positivo verso la vita di quanto non facciano i loro coetanei meno religiosi. La ricerca, parte del più ampio National Study of Youth and Religion, ha rilevato un’associazione statistica tra la religione e una maggiore autostima dei 17-18enni che frequentano la chiesa almeno una volta a settimana o chi professa un punto di vista spirituale molto radicato. «Questo è in contrasto con l’opinione di alcuni che ritengono la religione associata a nevrosi o disfunzione psicologica», ha detto il dr. Christian Smith, autore principale dello studio . «Questi risultati sembrano suggerire il contrario, cioè che la religione è associata ad una prospettiva costruttiva della vita». La ricerca è basata sui dati raccolti attraverso un campione rappresentativo a livello nazionale raccolto dall’Università del Michigan, il quale comprende 2.478 scuole superiori ed è tra le più complete ricerche sul legame tra la religione e gli atteggiamenti positivi negli adolescenti. «I fattori più comunemente legati a questi atteggiamenti positivi, risultano essere la presenza al servizio religioso e l’importanza dichiarata della religione», ha continuato il sociologo. I ricercatori affermano anche di non poter dire con certezza cosa causi il legame tra religione e atteggiamenti positivi, perché il loro studio non è stato progettato per rispondere a questa domanda. «Ci piace sempre dire che la correlazione non è causalità. Proprio perché le cose sono statisticamente associate non significa necessariamente che uno sia causa dell’altro. Potrebbe essere che le persone che sono più positive verso la vita sono più interessaei ad andare in chiesa. Ma potrebbe anche essere che più si va in chiesa e più si sviluppano atteggiamenti positivi verso la vita». Altre possibilità, ha detto Smith, è che almeno per alcuni adolescenti, «il coinvolgimento religioso dà loro un maggior senso del loro posto nel mondo e del loro destino nella vita e che ci possa essere un Dio che si prende cura di loro. Un’altra possibilità è che l’impegno sociale nelle istituzioni religiose, come gruppi di giovani adolescenti, fornisce con maggiore efficacia risorse che possono aiutarli ad affrontare difficoltà o incertezze». Si è anche notato che tra il 10 e il 20 per cento degli adolescenti che vive una vita religiosa, continui comunque la lotta con i sentimenti di disperazione e di senso. Questo dato, spiegano i ricercatori, dimostra che «la religione non ha il ruolo di panacea». Precedenti studi hanno mostrato che i giovani religiosi erano meno propensi a fumare, bere e usare di droghe e coloro che ne facevano uso, mostravano comunque un consumo più moderato. Inoltre sono più propensi a indossare le cinture di sicurezza, meno propensi al taccheggio, al furto, alla violazione di domicilio e al procurare incendi. Non è finita, perché intervistando i genitori, Smith rivela che «si è scoperto che gli adolescenti più religiosi hanno “marinato” meno la scuola, hanno ricevuto meno sospensioni ed espulsioni».

 

  • Nel dicembre 2002, una ricerca pubblicata sul Journal of Happiness Studies, ha eaminato le esperienze di benessere associate alle vacanze natalizie. Maggiori livelli di felicità sono stati osservati quando le esperienze familiari e religiose erano particolarmente salienti. Bassi livelli di benessere si sono invece verificati quando predominava una visione consumistica della festa natalizia. In sintesi, la ricerca dimostra che gli aspetti materialistici con cui sono vissute le festività natalize possono compromettere il benessere della persona, mentre le attività familiari e spirituali possono aiutare le persone a sentirsi più soddisfatte.

 

  • Nel luglio 2002 un rapporto dell’American Journal of Geriatric Psychiatry dedicato alla comprensione delle cause del suicidio tra gli anziani, ha stabilito che la forte fede religiosa e le maggiori relazioni sociali degli anziani afro-americani possono essere i due fattori chiave per spiegare il motivo dei minori suicidi rispetto ai bianchi. La ricerca è guidata dalla psicologa geriatrica Giovanna M. Cook del Department of Veterans Affairs (VA) Medical Center di Philadelphia e dell’Università della Pennsylvania. I risultati a cui è arrivata sono che gli afro-americani con forti legami religiosi e sociali sono meno propensi ad avere pensieri suicidi. Nel 1998, il tasso di suicidi di uomini bianchi over 65 anni era del 33,1 per 100.000, rispetto al 11,7 corrispondente agli uomini neri della stessa fascia di età. Per le donne la differenza era ancora maggiore. L’equipe della psicologa si è basata su interviste a 835 residenti degli alloggi pubblici a Baltimora nel corso degli anni 1990. «Abbiamo rilevato che il 90% degli intervistati ha riferito di aver ottenuto un grande sostegno e conforto dalla religione, e che questo ha protetto dai problemi legati alla salute mentale e ai pensieri di suicidio», ha riferito la dott. Cook.

 

  • Nel marzo 2002 la conclusione di una ricerca apparsa sull’American Journal of Health Promotion sostiene che: «L’attività religiosa e i modelli positivi tra coetanei e adulti, proteggono i giovani dall’uso del tabacco». Questo studio è il primo a esaminare la relazione tra le specifiche influenze positive e l’uso del tabacco, nella vita degli adolescenti. «9 su 10 fumatori adulti hanno iniziato ad usare il tabacco prima di raggiungere i loro 18 anni», dice l’autore principale dello studio, Leslie A. Atkins del Department of Health Promotion Sciences at the University of Oklahoma Health Sciences Center. «Pertanto, abbiamo bisogno di trovare nuovi modi per ridurre l’uso del tabacco in età adolescenziale». I ricercatori hanno intervistato i genitori e i loro figli adolescenti, di età tra i 13 e i 19 anni. Complessivamente erano 1.350 famiglie scelte a caso nei quartieri del centro città del Midwest. Trascorrere del tempo seguendo le attività religiose in chiesa e seguendo modelli positivi sembrava avere il massimo effetto protettivo contro l’uso del tabacco. I giovani che usufruivano di uno di questi due beni avevano 2,5 volte minor probabilità di fare uso di tabacco. «Questi risultati suggeriscono che gli adolescenti sono meno propensi ad avere comportamenti dannosi se nella loro vita sono presenti attività positive», osserva Atkins. Lo studio è stato sostenuto attraverso un accordo di cooperazione dal Centers for Disease Control and Prevention e l’Oklahoma Institute for Child Advocacy.

 

  • Nel 2002 l’Human Population Laboratory, del Public Health Institute della California ha analizzato il legame fra la frequente partecipazione alle funzioni religiose di un soggetto e una minore mortalità, legame indipendente da tutte le altre cause socio-demografiche. I ricercatori hanno preso in esame i risultati di uno studio effettuato dal 1965 al 1996 su 6.545 residenti della contea di Alameda, in California. Paragonando fra loro le stesse età e la stessa condizione di salute, è emerso che i non praticanti o coloro che frequentano la chiesa meno di una volta a settimana avevano tassi significativamente più alti tassi di presenza di cancro, malattie all’apparato digerente, respiratorio e tasso di mortalità. Ancora una volta i ricercatori hanno concluso che i risultati sono coerenti con l’ipotesi che il coinvolgimento religioso sia un fattore di protezione generale. Gli autori sottolineano la necessità di ulteriori studi per determinare maggiormente se gli effetti indipendenti della religione sono mediati da stati psicologici o da altri fattori sconosciuti.

 

  • Nel novembre 2001 sono apparsi i risultati di uno studio sociologico effettuato dall’University of Florida Institute. «Frequentare le funzioni religiose o cambiare religione nel momento del bisogno, non aumenta nella persona la sensazione di benessere o la rende meno impaurita della morte, almeno tra le persone in età avanzata», spiega la psicologa Monika Ardelt. «La vera chiave della contentezza e della soddisfazione sta nel trovare uno scopo alla vita». Il suo studio, presentato nel 2001 alla riuonione annuale a Chicago del Gerontological Society, ha dimostrato che le persone che danno un signficato, uno scopo alla vita, non solo sono più propense a sperimentare un senso generale di benessere ma tendono anche a mostrare meno sintomi depressivi e meno paura della morte. Hanno anche meno difficoltà a parlarne. «Questo studio -spiega la ricercatrice- ha mostrato che non si può semplicemente andare in chiesa per poi aspettare di sentirsi meglio. Deve anche portare ad uno scopo nella vita. Andare semplicemente in chiesa o soltanto essere religiosamente affiliato potrebbe essere addirittura pericoloso se ciò non si traduce in una proposta di vita, in uno scopo». I partecipanti che avevano questo questo senso di uno scopo nella vita, sono stati anche coloro che hanno mostrato meno probabilità di sintomi di depressione e un maggiore senso di benessere». Spiega ancora la ricercatrice: «Se la religione porta ad uno scopo nella vita, vi aiuterà a far fronte e ridurre la paura della morte. Ma per le persone a cui basta andare in chiesa una volta a settimana, stare lì per un’ora e poi non pensarci più, allora non sarà d’aiuto». E’ un paradosso, informa ancora la Ardelt, coloro che «trovano un significato e uno scopo nella vita sono più pronti a morire. E quelle persone che hanno la sensazione che il tempo stringe, e che dovrebbero aver compiuto qualcosa e non hanno fatto, non riescono davvero a “lasciarsi andare”». I partecipanti intrinsicamente religiosi, hanno anche mostrato una forte tendenza ad avvicinarsi alla morte in modo positivo. La sociologa Ardelt ha concluso che «i risultati sembrano indicare la necessità per le persone di diventare più intrinsecamente motivate attraverso il nutrimento spirituale e il pensiero auto-riflessivo. Gli eventi attuali sono un momento opportuno per realizzare questo. Penso che un’infusione di spiritualità sia necessaria».

 

  • Nel giugno 2000 un rapporto della RAND Corporation, un istituto di ricerca senza scopo di lucro, ha dimostrato che frequentare la chiesa e le attività religiose possono svolgere un ruolo importante nella risposta all’HIV e all’AIDS nell’America centrale. Mentre il ruolo dei gruppi religiosi viene spesso visto come limitato perché solitamente non supportano alcune misure di prevenzione come i profilattici -dicono i ricercatori-, in realtà sulla base del loro ruolo tradizionale essi costituiscono un’importante opportunità per migliorare una serie di servizi a sostegno. «Le organizzazioni basate sulla fede sono importanti per gli sforzi contro l’HIV in America Latina perché hanno un’ampia portata di influenza e giocano un ruolo fondamentale di sostegno e di assistenza alle persone colpite dalla malattia», ha detto Kathryn Pitkin Derose, autore principale dello studio e ricercatore presso la RAND. «Non tutte le comunità in America centrale hanno operatori sanitari, ma la maggior parte di esse sono organizzazioni religiose». I ricercatori spiegano che queste organizzazioni, che storicamente hanno svolto un ruolo chiave nel fornire servizi sanitari e sociali nei paesi in via di sviluppo, potrebbero svolgere un ruolo ancora più importante nel contribuire l’accrescere della consapevolezza sull’HIV e ridurre la diffusione dell’HIV e dell’AIDS. Lo studio è stato finanziato dal National Institute of Child Health and Human Development.

 

  • Il 4 giugno 2000 la American Psychological Association (APA) ha pubblicato una ricerca secondo la quale la regolarità della frequenza alle funzioni religiose è legata alla più lunga vita. La meta-analisi di 42 studi che hanno esaminato 125.826 persone stabilisce che «le probabilità di sopravvivenza per le persone religiose sono state del 29 per cento superiori a quelle delle persone meno religiose», ha detto lo psicologo e l’autore Michael E. McCullough del National Institute for Healthcare Research. Essere coinvolti nella religione sembra spiegare una piccola parte del motivo per cui alcune persone vivono più a lungo rispetto ad altre, hanno detto gli autori. «Inoltre», ha continuato, «i risultati sembrano indicare che le persone con un alto livello di coinvolgimento religioso sono anche meno obese». I benefici per la salute possono anche essere in parte dovuti al sostegno sociale e di amicizia derivati ​​dalla frequenza alle funzioni religiose. Gli autori suggeriscono che le persone che sono attivamente religiose tendono a prendersi più cura di se stessi in ambiti sanitari e anche questo può in parte spiegare il loro stato longevità.

 

  • Il 4 aprile 2000 una ricerca realizzata dall’Ohio State University e pubblicata sul Journal for the Scientific Study of Religion ha suggerito che il desiderio di indipendenza è la differenza chiave, in termini psicologici, che separa le persone religiose e non religiose. Dopo aver campionato 558 studenti e professionisti, i ricercatori hanno notato che la differenza più grande è stata che le persone religiose hanno espresso un forte desiderio di interdipendenza con gli altri, mentre coloro che non erano religiosi hanno mostrato una maggiore necessità di essere autosufficienti e indipendenti. Steven Reiss, co-autore dello studio e professore di psicologia e psichiatria presso la Ohio State University, ha dichiarato: «Gli scritti di molte religioni esprimono il desiderio di diventare uniti in Dio. Al contrario, le persone non religiose amano non aver bisogno di nessuno, nemmeno di Dio». Tuttavia -specifica lo psicologo-, il forte desiderio di interdipendenza non significa certo che le persone religiose sono deboli o sottomesse. I risultati hanno mostrato che le persone religiose non erano diverse rispetto alle altre nel loro desiderio di potere, che comprende obiettivi di leadership e dominanza. Continua il ricercatore: «Le persone che hanno mostrato uno score elevato per l’indipendenza sono coloro che vogliono prendere le loro decisioni senza appoggiarsi su altre persone. Al contrario, le persone religiose preferiscono trovare la forza contando anche sull’aiuto degli altri, incluso Dio». Storicamente, la dipendenza religiosa da Dio è stata criticata come un segno di debolezza, continua Reiss. Famosi filosofi, come Nietzsche e Marx, credevano che la religione insegnava alla gente il valore della debolezza. Anche recentemente la religione organizzata è vista da qualcuno come un imbroglio, una stampella per le persone deboli di mente. Tuttavia, «questa ricerca dimostra che il desiderio di interdipendenza è estraneo a qualsiasi desiderio di debolezza. Le persone religiose hanno ottenuto un punteggio basso verso l’indipendenza, riflettendo probabilmente il loro desiderio di dipendenza da Dio. Ma contemporaneamente hanno anche mostrato uno score medio di potere, e questo implica che non cercano la sottomissione ai leader. Così Nietzsche e Marx hanno commesso un errore quando hanno affermato che la religione incoraggia la gente verso la debolezza». I risultati hanno anche mostrato che le persone religiose erano più motivate dall’onore (desiderio di essere fedeli alla moralità dei genitori e del gruppo etnico), dal desiderio di famiglia e della cura dei propri figli rispetto alle persone non religiose. Non solo, ma si è registrato sempre per le persone religiose, un basso desiderio di vendetta ma anche di romanticismo.

 

  • Il 1 marzo 2000 è apparsa la conclusione di uno studio su religione, depressione e disperazione, condotto da Patricia Murphy, del Department of Religion, Health and Human Values at Rush-Presbyterian-St. Luke’s Medical Center di Chicago e dai ricercatori del Loyola College nel Maryland, secondo cui la religione determina una riduzione dei livelli di depressione e ha un impatto ancora maggiore sui livelli più bassi di disperazione. La ricercatrice afferma: «Le persone che vedono il mondo con un punto di vista senza speranza sono più inclini alla depressione. La ricerca dimostra che la religione ha la sua maggiore potenza nel compensare la depressione grazie alla sua capacità di contrastare la disperazione». La religione aiuta quindi le persone depresse, dando loro un visione del mondo che le rende meno disperate di coloro che non sono religiose. Questo genere di informazioni, continua la ricerca, potrebbero aiutare gli operatori sanitari che hanno in cura le persone depresse, così di utilizzare al meglio le convinzioni religiose della persona per aiutarle nel recupero. I risultati dello studio sono stati presentati presso il 58° meeting scientifico annuale della Psychosomatic Society. Un numero crescente di studi -continua l’articolo- ha evidenziato i benefici in campo sanitario della religione. Tuttavia, nessuno studio aveva ancora esaminato l’effetto nelle persone con diagnosi di depressione. L’inchiesta ha coinvolto 271 adulti, religiosi e non religiosi in trattamento per depressione presso un ospedale o un ambulatorio.

 

  • Nel luglio 1999 alcuni ricercatori della Duke University of Medical Center hanno studiato per circa 7 anni un campione di 3.968 adulti tra i 64 e i 101 anni residenti in un’area ristretta come la regione del Piedmont nella Carolina del Nord. Una parte del programma consisteva nello studiare gli effetti della partecipazione a funzioni religiose sulla salute psico-fisica e il tasso di mortalità. Durante questi anni, 1.777 soggetti (il 29,7%) sono deceduti. Si è valutato che fra essi, coloro che partecipavano alle funzioni religiose una volta alla settimana o più (i cosiddetti “frequentanti frequenti”), ne sono morti il 22,9% rispetto al 37,4% di coloro che frequentavano la chiesa meno di una volta alla settimana (“frequentatori infrequenti”). Il tasso di mortalità per i “frequentanti frequenti” è risultato del 46% in meno dei “frequentanti infrequenti”. I ricercatori americani Koenig, Hays e Larson concludono: «Gli anziani, e in particolare le donne, che partecipano a funzioni religiose almeno una volta alla settimana godono di un tasso di mortalità minore rispetto a coloro che frequentano la chiesa più raramente».

 

  • Sempre nel maggio 1999, una ricerca condotta in parte presso l’Università del Colorado ha scoperto che coloro che frequentano regolarmente la chiesa, vivono più a lungo rispetto alle persone che ci vanno raramente o non ci vanno proprio. Per la prima volta, sostengono i ricercatori, la durata extra della vita è stato quantificata: infatti chi va in chiesa una volta o più alla settimana ha più probabilità di vivere circa sette anni in più di coloro che non lo fanno. I risultati sono contenuti in uno studio condotto congiuntamente da Rick Rogers, del CU-Boulder, da Hummer e Christopher Robert Ellison, dell’Università del Texas, e da Charles Nam, della Florida State University. Questi studiosi hanno valutato che la speranza di vita al di là dei 20 anni, è in media di altri 55,3 anni (75 anni), per chi non frequenta la chiesa e 62,9 anni (83 anni), per coloro che la frequentano più di una volta alla settimana. La ricerca ha anche dimostrato coloro che non hanno mai partecipato a funzioni religiose hanno un rischio dell’87% di mortalità in più rispetto a coloro che vi hanno partecipato più di una volta alla settimana. La questione si amplifica poi se i soggetti sono donne e neri. Lo studio si è basto un dati raccolti da National Health Interview Survey su più di 28.000 persone e focalizzato su più di 2.000 morti tra il 1987 e il 1995. I ricercatori hanno anche scoperto che le persono meglio educate ed istruite, che avevano minor tasso di mortalità, mostravano più probabilità di andare in chiesa, e queste persone erano in genere meno propense ad impegnarsi in comportamenti a rischio elevato per la salute come il l’abuso di fumo e di alcool. Il sociologo Rogers ha sottolineato che questa ricerca sancisce l’importanza del coinvolgimento religioso come fattore incidente sui tassi di mortalità. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nell’ultima edizione della prestigiosa rivista National Journal Demography.

 

  • Nel maggio 1999 sulle maggiori riviste scientifiche è apparso uno studio americano del National Health Interview Survey-Multiple Cause of Death, il quale si è occupato dei legami tra la vita religiosa, la salute psico-fisica e il tasso di mortalità. I ricercatori hanno stabilito che le persone che non frequentano le funzioni religiose hanno l’1,87 di probabilità di morte in più, rispetto alle persone che frequentano la chiesa più di una volta alla settimana. Questo -calcolano gli studiosi- si traduce in una differenza media di sette anni di vita in più per le persone religiose e in meno per quelle non religiose. Le persone che non frequentano la Chiesa hanno anche maggiori probabilità di essere malate. La partecipazione ad una comunità religiosa permette anche una maggiore possibilità di legami sociali e comportamente salutari che aiutano a ridurre i rischi di morte.

 

  • Il 27 ottobre 1998 su un numero speciale di Health Education & Behavior, i due ricercatori ohn M. Wallace e A. Forman dell’University of Michigan, hanno rilevato che gli adolescenti religiosi sono anche coloro che hanno comportamenti più sani: meno propensi a bere prima di guidare, propensi ad impegnarsi in attività insalubri e più propensi a mangiare bene. «Le istituzioni religiose sono un importante alleato, anche se spesso ignorato, nello sforzo della nazione per promuovere la salute dei giovani di oggi e degli adulti di domani», hanno dichiarato. Hanno poi spiegato di aver indagato le risposte di un campione rappresentativo a livello nazionale di 5.000 scuole superiori, chiedendo agli intervistati, fra le altre cose, anche della frequenza di partecipazione in chiesa e le loro credenze religiose. Almeno un terzo degli intervistati ha detto di partecipare alle funzioni religiose una volta alla settimana e che la religione era molto importante per loro. Wallace e Forman hanno anche rilevato che questi adolescenti altamente religiosi erano meno propensi a portare un’arma, ad usare tabacco o marijuana o a fare a botte. Essi sono risultati avere maggiori probabilità di indossare le cinture di sicurezza, seguire una dieta sana, fare esercizio fisico ed avere un sonno adeguato. I risultati suggeriscono che «la religione non solo condiziona semplicemente il comportamento, ma incoraggia anche e promuove gli adolescenti a proteggere o migliorare la loro salute», scrivono i due riceractori americani. Per arrivare a questo risultato è stata anche tenuta in considerazione -ovviamente- la varietà dei fattori sociali e demografici, tra cui razza, struttura familiare, educazione dei genitori, regione di residenza ecc…

 

  • Nell’aprile 1998 sono apparsi i risultati di uno studio della Duke University Medical Center sugli effetti della religione sulla salute negli anziani. Avere una fede religiosa può accelerare la guarigione dalla depressione nei pazienti più anziani, dicono i ricercatori. Su 87 pazienti depressi e ospedalizzati per patologie come malattie cardiache e ictus, quelli che presentavano un forte livello di “religiosità intrinseca” hanno recuperato più velocemente rispetto ai non religiosi. I risultati dello studio, finanziato dal National Institute of Mental Health, sono stati pubblicati sull’American Journal of Psychiatry. «Questo è il primo studio che dimostra come la fede religiosa di per sé, indipendentemente da un intervento medico e dalla qualità della vita, può aiutare gli anziani a recuperare da un grave disturbo mentale», ha dichiarato il dr. Harold Koenig, uno psichiatra della Duke University e autore principale dello studio. Infatti, mentre studi precedenti a questo hanno dimostrato un forte legame tra l’attività religiosa e la buona salute fisica e mentale, nessuno fino ad ora aveva dimostrato una relazione causa-effetto, per cui la fede religiosa di fatto accelera i tempi di recupero. Lo psichiatra ha teorizzato che le credenze religiose forniscano una visione del mondo, dell’uomo e della malattia che permette di comprendere e accettare meglio la sofferenza e la morte e che le credenze religiose forniscono una base per la stima di sé che è più resistente rispetto ad altre fonti di autostima – come i beni materiali o capacità fisiche – che diminuiscono con l’aumentare dell’età e del peggioramento di salute. Gli studi si basano sull’intervallo di tempo tra il novembre 1993 e il marzo 1996.

 

  • Nel giugno 1997 i ricercatori dello Human Population Laboratory della California hanno analizzato il sodalizio -già ampiamente provato- tra partecipazione alle funzioni religiose e il basso tasso di mortalità, allo scopo di determinare se questa associazione è spiegata dalla vita più salutare e le migliori relazioni sociali di cui giovano i cosiddetti “frequentanti frequenti”, cioè coloro che frequentano la chiesa più di una volta a settimana. Lo studio si è bastao su 5.386 soggetti sopra i 28 anni. Ancora una volta è emerso che i “frequentanti frequenti” hanno tassi di mortalità inferiori rispetto ai “frequentanti infrequenti” (cioè coloro che frequentano la chiesa meno di una volta a settimana). Gli scienziati hanno rilevato che le persone più religiose avevano anche più probabilità di smettere di fumare, aumentare l’esercizio fisico, aumentare i contatti sociali e rimanere sposati. il basso tasso di mortalità per i “frequenti frequentanti” si spiega però solo in parte con lo stile di vita più salutare, la moltiplicazione dei contatti sociali e matrimoni più stabili. La questione rimane ancora aperta.

 

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