Albert Einstein, Dio e la religione: era ateo o credente?

“Einstein credeva in Dio?”, “Einstein era religioso?”. In molti si chiedono quale fosse la visione religiosa di Albert Einstein, c’è chi lo dichiara ateo materialista e chi vicino al panteismo di Spinoza. In questo dossier una panoramica completa della religiosità di Einstein, includendo aspetti ben poco conosciuti.


Trattare delle convinzioni religiose di Albert Einstein non è affatto agevole, giacché l’originalità tipica del personaggio e una certa contraddittorietà nelle sue dichiarazioni su questo argomento non facilitano la formulazione di un coerente quadro d’insieme. La sua fama è giunta ben al di fuori del mondo scientifico ed il suo nome è sinonimo di intelligenza e genialità ed è certamente tra gli uomini che più hanno rivoluzionato la conoscenza scientifica del mondo.

Ma quale fu realmente la sua posizione religiosa? Era credente? Ateo? Positivista? Nell’acceso dialogo tra credenti e non credenti, ognuno tenta di tirarlo dalla propria parte in nome di chissà quale “vantaggio” sull’altro schieramento. C’è chi lo definisce ateo, chi panteista spinoziano, chi deista, chi agnostico e chi ebreo. Non siamo appassionati di “etichette” e, oltretutto, il caso Einstein è uno di quelli impossibili da catalogare non avendo egli mostrato un pensiero costante, coerente ed univoco sul tema religioso (come, d’altra parte, gran parte degli esseri umani).

Nell’approfondimento che segue abbiamo cercato di fare chiarezza sulla sua visione etica e religiosa, studiando e citando le biografie più attendibili e documentate. A livello internazionale è imprescindibile il lavoro di Max Jammer, Einstein and Religion. Physics and Theology (Princeton University Press 1999). Mentre in lingua italiana è ottima la sintesi del saggista Francesco Agnoli, intitolato Filosofia, religione e politica in Albert Einstein (Edizioni Studio Domenicano 2015). L’ampia bibliografia utilizzata dallo scrittore e l’autorevolezza delle sue fonti (biografi ufficiali, come Walter Isaacson e Abraham Pais, lettere autenticate di Einstein e citazioni attendibili) ne fanno un riferimento importante.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

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1. LA FISICA “CLERICALE”, I SOVIETICI CONTRO EINSTEIN (1905-1920)

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Curiosamente già durante la sua vita, Einstein si vide tirato in causa in diatribe metafisiche, certamente anche per il suo spiccato interesse verso l’ambito filosofico, verso quel «mistero che il libro della natura racchiude»1citato in Leopold Infeld, L’evoluzione della fisica, Bollati Boringhieri 2014, p. 13-18. Il suo pensiero, fin da subito, è apertamente anti-materialista e per tutta la sua vita utilizzò spesso parole teologiche e metafisiche, per nulla neutrali, come “creazione”, “Dio”, “miracolo” ecc.. Per molti biografi, come Walter Isaacson, incise in lui il matrimonio con Mileva Marić, di religione serbo-ortodossa, l’aver frequentato una scuola cattolica e, per alcuni anni (salvo poi allontanarsene con insofferenza) aver seguito «i rigidi precetti religiosi ebraici in ogni particolare»2Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 20-21. Il drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt ha infatti scritto: «Einstein parlava di Dio così spesso che mi è venuto il sospetto che fosse un teologo clandestino»3Friedrich Dürrenmatt, I fisici, 1962.

In questa prima fase della sua carriera scientifica, Einstein affermò:

«La mia religione consiste in una umile ammirazione dell’illimitato e superiore Spirito che rivela se stesso negli esili dettagli che noi siamo capaci di percepire con il nostro fragile e flebile pensiero. La profonda emotiva convinzione di una Ragione superiore (a superior reasoning Power), come si rivela in un universo incomprensibile, questo forma la mia idea di Dio»4citato in Lincoln Barnett, The Universe and Einstein, New York 1963, p. 109.

 

Di questo “Spirito” superiore parlò anche in una lettera ad un bambino, alla domanda se gli scienziati pregano: «Uno scienziato», rispose Einstein, «sarà difficilmente inclinato a credere che un evento possa essere influenzato dalla preghiera, per esempio da un’aspirazione rivolta a un Essere soprannaturale. Tuttavia si deve ammettere che la nostra attuale conoscenza di queste leggi è solo imperfetta e frammentaria, cosicché, realmente la credenza nell’esistenza di leggi fondamentali e onnicomprensive in natura resta, essa stessa, una sorta di fede. Ma quest’ultima è stata largamente giustificata dal successo della ricerca scientifica. Tuttavia, da un altro punto di vista, chiunque è seriamente impegnato nella ricerca scientifica si convince che vi è uno spirito che si manifesta nelle leggi dell’Universo. Uno spirito molto superiore a quello dell’uomo, uno spirito di fronte al quale con le nostre modeste possibilità, noi possiamo solo provare un senso di umiltà. In questo modo la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale che è davvero assai differente dalla religiosità di qualcuno piuttosto ingenuo»5citato in Helen Dukas, Banesh Hoffmann, Albert Einstein: the Humane side, Princeton 1989, p. 32.

Già nel 1917, a circa 40 anni, Einstein presuppone un Universo spazialmente finito, misurabile, accodandosi così ai pensatori medievali (Copernico e Keplero). Inoltre, al contrario di quanto possa falsamente suggerire il nome della sua più celebre teoria, la relatività, il celebre fisico ha sempre affermato gli assoluti e la sua fisica è la prima nemica di una visione relativistica. Uno dei suoi massimi biografi, Walter Isaacson, ha infatti scritto: «Alla base di tutte le sue teorie, e anche della relatività, c’era una ricerca di invarianti, di certezze, di assoluti. Soggiacente alle leggi dell’universo, secondo Einstein, c’era una realtà armoniosa, e lo scopo della scienza era scoprirla»6Walter IsaacsonEinstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 9. Scrisse infatti il fisico: «La scienza può essere creata soltanto da chi sia completamente vocato alla libertà e alla comprensione. Questa fonte emotiva, tuttavia, scaturisce dalla sfera della religione. Ad essa appartiene anche la fede nella possibilità che le regole valide per il mondo dell’esistenza siano razionali, cioè comprensibili per la ragione. Non riesco a concepire uno scienziato genuino che difetta di tale fede profonda»7Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 29.

In una lettera privata, Einstein confermò questa idea: «Non ho un aggettivo migliore di “religioso” per definire la fiducia nella natura razionale della realtà e nella sua accessibilità, in qualche misura, alla ragione umana. Quando manca questa percezione, la scienza degenera in cieco empirismo»8citato in Walter Isaacson, Lettera a Maurice Solovine, in Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 447. La comprensibilità e l’intelligibilità del cosmo sono per lui il segno di uno spirito immensamente superiore. «Si potrebbe dire», aggiunse, «che “l’eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità”. Il fatto che sia comprensibile è davvero un miracolo»9citato in Antimio Negri, Novecento filosofico e scientifico, Editore Marzorati 1991, vol. IV, pp. 778-779.

Per questo, gli ideologi nazisti e comunisti -che consideravano la scienza loro alleata contro la religione- condannarono aspramente il pensiero scientifico di Einstein, accusandolo di esercitare “fisica biblica”, “ebraica”, “giudaica” (i nazisti), “fisica clericale”, “non materialista”, “borghese”, “idealista”, “spiritualista” (i comunisti). Il concetto di valori assoluti, finitezza spaziale dell’universo e della materia, armonia del cosmo: per loro significavano, in qualche modo, tenere aperta la porta all’esistenza di Dio.

Lo stesso Einstein, d’altra parte, non nascondeva la sua profonda avversione per il materialismo ateista:

«Gli atei fanatici, sono creature che – nel loro rancore contro la religione tradizionale vista come oppio dei popoli- non riescono a sentire la musica delle sfere»10citato in Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 376.

 

Il famoso biologo darwinista Julian Huxley notò che la condanna sovietica alla scienza occidentale -controfirmata dall’Accademia delle Scienze- comprese anche la relatività di Einstein, definita «un tumore, il principale nemico ideologico dell’astronomia materialista»11citato in Julian Huxley, La genetica sovietica e la scienza, Longanesi 1952, p. 179, 198. Il filosofo Grigory A. Gurev, invece, denunciò: «L’Universo è finito o infinito? I clericali, si capisce, sostengono volentieri l’idea della finitezza, della limitatezza dell’universo. Ma non c’è un singolo fatto astronomico che parli in favore di questa loro concezione… poiché il riconoscimento della finitezza ha sempre un carattere metafisico, antidialettico, non conduce mai a una conoscenza scientifica, ma alle fantasticherie dei clericali. Non sorprende perciò che i teisti e i loro ausiliari secolari siano incantati dalle idee di Einstein e dalla sua cosmogonia rielaborata secondo il gusto creazionista… in contraddizione con lo spirito dialettico-materialista della vera scienza»12citato in Alexander Vucinich, Einstein and Soviet Ideology, Stanford University Press, 2001, p. 47.

Per tutta risposta, nel 1933, in un’intervista, Albert Einstein dichiarò: «Io sono un avversario del bolscevismo né più né meno che del fascismo. Sono contro tutte le dittature»13citato in Abraham Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 182. In questa fase della sua vita, Einstein si interessò comunque di tutto, anche di arte. In un’intervista concessa nel 1930, accanto ad una netta condanna dell’arte moderna, che ritenne decadente, affermò: «Le idee più belle della scienza nascono da un profondo sentimento religioso, in assenza del quale resterebbero infruttuose. Io credo inoltre che questo tipo di religiosità che si avverte nella ricerca sia l’unica esperienza religiosa creativa della nostra epoca. Ben difficilmente l’arte d’oggigiorno potrebbe essere considerata come espressione di un tendere a Dio»14citato in Abraham Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 112.

Risalgono a cavallo tra il 1922 ed il 1933 i diari privati di Einstein che ripercorrono le sue esperienze in Asia e in Medio Oriente. In essi il giovane fisico scrisse generalizzazioni razziste che hanno scandalizzato il mondo, ad esempio definendo i cinesi «persone operose, sporche, ottuse» e lamentandosi del fatto che «questi cinesi soppiantano tutte le altre razze». Arrivato a Port Said in Egitto, parlò invece dei «levantini di ogni sfumatura, come sputati dall’inferno» che salgono a bordo della loro nave per vendere i loro beni. Gli abitanti dello Sri Lanka vengono invece così descritti: «Vivono in una grande sporcizia e un forte fetore per terra, fanno poco e hanno bisogno di poco»15citato in The Travel Diaries of Albert Einstein: The Far East, Palestine, and Spain, 1922–1923, Princeton University Press 2018. Nel 1946, Einstein definirà invece il razzismo “una malattia dei bianchi”.

 
 

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2. EINSTEIN TRA SPINOZA E DOSTOEVSKIJ (1920-1933)

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Il pensiero del celebre fisico tedesco, come già detto, fu sempre dalla genuina curiosità scientifica verso il mistero del cosmo e dall’incredibile comprensibilità di esso. Una visione che emerse in particolare in quella che abbiamo delineato come “seconda fase” della sua carriera scientifica.

«È certo che alla base di ogni lavoro scientifico un po’ delicato si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso. Questa convinzione legata al sentimento profondo dell’esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo dell’esperienza, costituisce per me l’idea di Dio; in linguaggio corrente si può chiamarla panteismo (Spinoza)»16Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton 1984, p. 35.

 

Einstein parla di una “mente superiore”, di “Dio”, ma anche di “Spinoza”. Siamo nella prima metà degli anni ‘30 e sul suo comodino c’è L’Etica di Baruch Spinoza, dove non vi è spazio per il Dio personale ebraico-cristiano, quel Padre che ha rivelato al mondo una legge morale. Si definisce “religioso”, spiegandone il significato nel 1934: «L’impressione del misterioso, sia pure mista a timore, ha suscitato, tra l’altro, la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell’intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco, in ciò consiste la vera devozione. In questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi. Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l’oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo in cui noi stessi la esercitiamo. i basta sentire il mistero dell’eternità della vita, avere la coscienza e l’intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell’intelligenza che si manifesta nella natura. Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi»17Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton 1984, pp. 22, 30.

Eppure, vi sono ampie contraddizioni di vedute tra Einstein e Spinoza, come ha osservato il teologo Thomas F. Torrance, tra i principali studiosi del pensiero religioso del fisico tedesco: «Sebbene vi fosse molto nella filosofia di Spinoza che Einstein non potesse accettare, ciò che lo attraeva era il rifiuto spinoziano del dualismo cartesiano, così come di altre forme di dualismo, nonché la sua concezione unitaria dell’universo con la sua inerente armonia razionale». Tuttavia, «vi sono dei problemi nel riferirsi in modo troppo semplicistico all’appello di Einstein al Dio di Spinoza. Come Spinoza, Einstein aveva ragione nel rifiutare una stretta biforcazione della natura tra mente e corpo, soggetto e oggetto, ma cosa possiamo dire a proposito della concezione spinoziana, rigidamente logica e causalistica, di Dio e dell’universo?».

Ed, infatti, ha proseguito Torrance, ecco alcune differenze: «La filosofia di Spinoza era, a suo modo, una forma giudaica della vecchia idea dello stoicismo latino del “Deus sive natura”, in quanto essa contemplava un’unica e sola sostanza autoconsacrata, Dio oppure la Natura, che Spinoza identificava con l’universo stesso, concepito come un tutto infinito e necessario, che poteva essere compreso soltanto in un quadro logico-causale. Per lui Dio non era assolutamente qualcosa che trascendesse l’universo. Al contrario, la formulazione di Einstein del principio che “Dio non mette in piazza le sue cose” comporta un più profondo senso della meravigliosa intelligibilità (Verständlichkeit) dell’universo e del suo incomprensibile e trascendente fondamento in Dio. Lo scienziato è avviato nella sua ricerca dalla meraviglia e dal timore sperimentato di fronte alla misteriosa comprensibilità dell’universo, che in ultima analisi resta sempre qualcosa di inafferrabile. Nella sua essenza più profonda esso resta qualcosa di inaccessibile all’uomo. Questo il motivo per cui, per Einstein, la scienza senza la religione è zoppa».

Un altro grande punto di incompatibilità tra il “Dio” di Einstein e quello di Spinoza è, sempre secondo il teologo Torrance, l’intenzione del fisico tedesco di «introdurre nuovamente la domanda circa il perché nelle strutture intime delle scienze fisiche e naturali», ciò «equivaleva di fatto ad un chiaro rifiuto del razionalismo dualistico dell’Illuminismo tra il come e il perché, al quale devono essere ricondotte le dannose fratture verificatesi poi nella cultura occidentale, ma puntava al contempo verso la nozione di Dio come fondamento ultimo di tutto l’ordine razionale e ragione trascendente di tutte le leggi di natura. Quale luce sorprendente viene dunque recata da ciò che Einstein intendeva realmente col termine “Dio”. È solo partendo dalla nozione di Dio che noi possiamo comprendere il perché, ovvero lo scopo ultimo e fondamentale dell’universo creato».

E’ proprio in questi anni, d’altra parte, che Einstein scrisse quella che divenne una frase storica: «Dio non gioca a dadi!». Si trattò di una risposta che diede nel 1926 al fisico quantistico Max Born, con l’intento di respingere la teoria dei quanti in quanto riteneva ripugnante il troppo ruolo concesso alla casualità: «La meccanica quantistica è degna di rispetto», scrisse, «ma una voce interiore mi dice che non è la chiave del mistero. La teoria dà grandi frutti ma non ci avvicina di sicuro ai segreti del Grande Vecchio. In ogni caso sono convinto che Dio non giochi a dadi»18Albert Einstein, Letter to Max Born 1926, in I. Born, The Born-Einstein Letters, Walker and Company, New York 1971. In una successiva lettera a Born (nel 1944), constatò ancora: «Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi tra loro. Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto obbedisca a una legge, in un mondo di realtà obbiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada più realistica di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità»19Albert Einstein, Letter to Max Born 1926, in I. Born, The Born-Einstein Letters, Walker and Company, New York 1971. Ed infine: «Se proprio sono costretto posso anche immaginarmi che Dio abbia creato un mondo privo di leggi fisiche rigorose: il caos, insomma. Ma che ci siano leggi statistiche che costringano Dio a lanciare i dadi in ogni singola occasione, questo lo trovo molto sgradevole»20citato in A.P. French, Einstein: A Centenary Volume, Harvard University Press 1979, p. 6.

Bisogna anche sottolineare che nel frattempo Einstein si appassionò anche del romanziere russo Dostoevskij e del suo romanzo più religioso: I Fratelli Karamazov. Tale opera è incentrata sulla necessità dell’esistenza di un Dio misericordioso ma legislatore, per non rendere inutile e assurda la vita morale. Nel 1919, il fisico scrive ad un collega che tale romanzo è il «più meraviglioso che abbia mai avuto tra le mani», mentre nel 1930 affermò che Dostoevskij è un «grande scrittore religioso» capace di presentare un quadro «del mistero dell’esistenza spirituale… chiaramente e senza commento»21citato in Alexander Vucinich, Einstein and Soviet Ideology, Stanford University Press, 2001, p. 181.

Dostoevskij e Spinoza, dunque. Come poterono convivere nella mente di Einstein? Il saggista Francesco Agnoli ha risposto: «Bisogna tener presente che il pensiero di Spinoza, complesso e talvolta volutamente ambiguo, è conosciuto da Einstein solo marginalmente: in più occasioni gli viene chiesto di scrivere commenti o prefazioni alle opere ripubblicate del filosofo ebreo, ed Einstein rifiuta sempre, dichiarando la propria inadeguatezza; in secondo luogo occorre evitare di considerare il grande scienziato un filosofo sistematico, sempre coerente, con una visione dell’esistenza statica nel corso degli anni (Spinoza verrà elogiato e nello stesso tempo contraddetto, implicitamente o esplicitamente, più volte). La domanda religiosa attraversa tutta la vita di Einstein, e la risposta non è sempre identica, né è sempre nitida e precisamente delineata»22Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, pp. 39, 40.

E’ acclarato, inoltre, che il pensiero scientifico di Einstein è opposto al credo di Spinoza, seppur si oppose (sbagliando) all’ipotesi del Big Bang, tuttavia affermò: «Non si può concludere che l’inizio dell’espansione [dell’universo, nda] debba corrispondere a una singolarità in senso matematico. Si deve solo ricordare che le equazioni non possono essere estese a queste regioni. Questa considerazione, tuttavia, non altera il fatto che l’origine del mondo costituisce realmente un inizio»23Albert Einstein, Il significato della Relatività, Roma 1997, p. 120. L’idea di un inizio del mondo (una creatio ex nihilo) venne invece totalmente esclusa da Spinoza con la nozione del “Deus sive Natura”, a cui corrisponde una concezione dell’universo come qualcosa di non contingente, completamente necessario nella sua identificazione con Dio.

Un «credente nella trascendenza», lo ha definito il suo amico e collega Freeman Dyson, suo successore all’Institute for Advanced Study di Princeton24Freeman Dyson, Lo scienziato come ribelle, Longanesi 2009, p. 30. Lo scienziato ateo Christof Koch, invece, lo definisce “deista”: «Che le galassie, le automobili, le palle da biliardo e le particelle subatomiche si comportino in maniera regolare descrivibile dalla matematica, e che dunque può essere prevista, è a dir poco stupefacente. In effetti alcuni fisici – il più celebre dei quali era Albert Einstein – credevano in un simile creatore (una sorta di Architetto Divino) proprio in virtù di questo stato di cose “miracoloso”. Non è difficile immaginare un universo complesso al punto da essere incomprensibile. Ma il Dio del deista ha creato un universo che non solo è ospitale per la vita: è anche così prevedibile che la sua regolarità può essere colta dalla mente umana»25Christof Koch, Una coscienza, Le Scienze 2014, p. 209.

Verso la fine di questa fase della sua vita (dopo Dostoevskij!), comparve inaspettatamente una riflessione inedita sul cristianesimo e sulla figura di Cristo. In un’intervista del 1929, infatti, Einstein criticò lo scrittore ebreo-tedesco Emil Ludwig, autore di una denigratoria biografia di Gesù Cristo, in cui ne viene negata la divinità e la resurrezione. L’intervistatore, George S. Viereck, chiese ad Einstein: «Fino a che punto è influenzato dalla cristianità?». Risposta: «Da bambino ho ricevuto un’istruzione sia sul Talmud che sulla Bibbia. Sono un ebreo, ma sono affascinato dalla figura luminosa del Nazareno». Forse un po’ sorpreso, Viereck gli chiese ancora: «Ha mai letto il libro di Emil Ludwig su Gesù?». Risposta: «Il libro di Ludwig è superficiale. Gesù è una figura troppo imponente per la penna di un fraseggiatore, per quanto capace. Nessun uomo può disporre della cristianità con un bon mot». «Accetta il Gesù storico?», domandò ancora il giornalista. «Senza il minimo dubbio!», risponde Einstein. «Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita»26Albert Einstein, in G. Viereck, What Life means to Einstein, in The Saturday Evening Post, 26/10/1929 27citato in Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 373.

 
 

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3. EINSTEIN RISCOPRE I VALORI BIBLICI ED EVANGELICI (1933-1955)

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Pochi studiosi di Albert Einstein hanno parlato della sua rivalutazione dei valori ebraico-cristiani nella fase più matura della vita. Per gran parte del mondo si tratta, infatti, di una cosa inedita. Eppure il filosofo della scienza Paolo Musso, docente presso l’Università dell’Insubria di Varese, ha osservato che ciò che ha caratterizzato questa fase della vita del grande fisico fu il «progressivo spostamento del baricentro della spiritualità einsteniana verso le grandi religioni storiche e in particolare verso la tradizione ebraico-cristiana» che giunge, «in alcuni momenti, addirittura a suggerire la necessità di una qualche sorta di rivelazione per fondare i valori morali e religiosi». Tuttavia, ciò, ha convissuto sempre «l’originaria tendenza panteista»28Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre, Mimesis 2001, p. 471, 472.

Il cambiamento filosofico del celebre fisico fu provocato dall’ascesa del comunismo e del Nazismo antiebraico e anticristiano («Il colpo più duro che l’umanità abbia ricevuto è l’avvento del cristianesimo»29citato in Conversazioni a tavola di Hitler, Goriziana 2010, p. 45, affermò Adolf Hitler l’11/07/1941). Einstein si convinse gradualmente che l’idea biblica di Dio e dell’uomo ha fondato un’antropologia che andava riscoperta, poiché «l’indebolimento del pensiero e del sentimento morale» odierno, causa «dell’imbarbarimento dei modi della politica del tempo nostro», è connesso all’indebolimento del «sentimento religioso dei popoli nei tempi moderni»30Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 22.

Il grande scienziato tedesco maturò la convinzione che l’uguaglianza tra gli uomini e la dottrina di una legge morale universale necessitano di un fondamento e capì, meglio di molti altri, che il nazionalsocialismo era una guerra morale al messaggio evangelico ed una minaccia all’umanità in quanto aveva preferito Machiavelli a Mosè: «Chi può dubitare che Mosè fu una guida migliore dell’umanità di Machiavelli?»31Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 16, si domandò infatti Einstein. Come riporta Francesco Agnoli, «non è facile capire quanto queste convinzioni e queste analisi diventino o meno fede personale», in lui, «ma certo esse ci sono, e vengono espresse sempre più frequentemente nel corso degli anni, insieme al riferimento commosso ai “nostri antenati ebrei, i profeti e i vecchi saggi cristiani”»32Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 74.

Nel 1935, in una commemorazione del rabbino medievale Mosè Maimonide, il quale argomentò a favore dell’accordo tra razionalità ed insegnamenti biblici (e che Spinoza elesse a proprio principale avversario ideale), Albert Einstein scrisse:

«Una volta che i barbari teutonici ebbero distrutto l’antica cultura d’Europa, una nuova e più raffinata cultura (quella medievale, nda) cominciò lentamente a fluire da due fonti che in qualche modo erano riuscite a non lasciarsi seppellire del tutto nella devastazione generale: la Bibbia ebraica e la filosofia e l’arte greca. L’unione di queste due fonti così differenti l’una dall’altra contrassegna l’inizio della nostra epoca culturale e da quell’unione, direttamente o indirettamente, è scaturito tutto ciò che informa i veri valori della vita dei nostri giorni. La nostra lotta per preservare tali tesori contro le attuali forze della tenebra e della barbarie non potrà allora che dirsi vincente… Noi ebrei dovremmo essere e rimanere portatori e difensori dei valori spirituali…»33Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 227.

 

Nel 1936, invece, dinnanzi alla Jewish Accademy of Sciences, citando l’episodio biblico della danza idolatrica attorno al vitello d’oro, Albert Einstein affermò: «Dobbiamo tenerci saldi a quell’atteggiamento spirituale nei confronti della vita», fuggendo «quell’adesione totale alle mete materiali ed egoistiche che oggigiorno minaccia il giudaismo»34Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 30. Ancora una volta, nell’aprile 1938, a circa 60 anni, il fisico tedesco scrisse: «Essere ebreo significa anzitutto accettare e seguire nella pratica quei fondamenti di umanità proposti nella Bibbia, fondamenti senza i quali nessuna sana e felice comunità di uomini può esistere»35citato in Abraham Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995, p. 243. Un anno dopo, il 19 maggio 1939, ammonì: «un ritorno a una nazione nel senso politico del termine equivarrebbe all’allontanamento della nostra comunità dalla spiritualizzazione di cui siamo debitori al genio dei nostri profeti»36Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 223.

Sempre nel 1939, invitato al Seminario Teologico di Princeton, ancora una volta Einstein manifestò una vicinanza al pensiero biblico-evangelico, contrapponendolo all’ideologia nazionalsocialista:

«I più alti principi su cui si fondano le nostre aspirazioni e i nostri giudizi ci vengono dalla tradizione religiosa giudaico-cristiana. Non c’è spazio in tutto ciò per la divinizzazione di una nazione, di una classe, e meno che mai di un individuo. Non siamo tutti figli di uno stesso Padre, come si dice in linguaggio religioso? In effetti nemmeno la divinizzazione dell’umanità, come totalità astratta, rientrerebbe nello spirito di tale ideale. È solo all’individuo che viene data un’anima. E l’alto destino dell’individuo è servire piuttosto che dominare o imporsi in qualsiasi altro modo»37Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 26.

 

In questa occasione rifletté anche sul rapporto tra scienza e fede, affermando: «Il punto debole di questa concezione secondo la quale esiste un contrasto insanabile fra conoscenza e fede (questa vista come superstizione ed in quanto tale doveva essere combattuta), sta nel fatto che la conoscenza obbiettiva ci fornisce strumenti potenti per la conquista di certe mete, ma il fine ultimo dell’esistenza umana e il desiderio di raggiungerlo devono nascere da un’altra fonte. Chiarire questi fini e questi valori fondamentali, e ancorarli strettamente alla vita emotiva dell’individuo, mi sembra sia proprio la funzione più importante che la religione deve compiere nella vita sociale dell’uomo»38Albert Einstein, Pensieri degli anni difficili, Bollati Boringhieri 1965, p. 108-111.

Il filosofo Roberto Timossi intravede in questa fase della vita di Einstein una «maggior cautela ed equilibrio nei suoi giudizi» su Dio e la religione, «il chiaro segno di un ripensamento, per certi versi autocritico, che lo spingeva a considerare in modo più attento tanto i limiti della scienza quanto l’importanza storica del sentimento religioso confessionale, specie di fronte al tragico avvento del nazismo in Europa». Continua invece a costituire un insormontabile problema la concezione paternalistica di Dio, per Einstein decisamente troppo contrastante con il principio di causalità delle scienze naturali, egli infatti «persegue un’idea razionale del divino»39Roberto Timossi, Dio e la scienza moderna, Mondadori 1999, p. 193.

Nel 1941 infatti, al Symposium on Science, Philosophy and Religion di New York, dopo aver pronunciato la famosa frase «la scienza senza religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca», proseguì dicendo: «Per quanto io abbia sostenuto che non può esistere un vero conflitto tra religione e scienza», bisogna precisare che «né la legge della volontà umana né la legge della volontà divina esistono come causa indipendente di eventi naturali»40Albert Einstein, Pensieri degli anni difficili, Bollati Boringhieri 1965, p. 130-139.

In questi anni di piena maturità (aveva 60 anni), comunque, si moltiplicarono nei suoi discorsi pubblici diversi riferimenti biblici ed evangelici. Il 22 marzo 1939, in coincidenza allo scoppio con la Seconda guerra mondiale, il padre della relatività affermò: «In passato eravamo perseguitati malgrado fossimo il popolo della Bibbia; oggi, invece, siamo perseguitati proprio perché siamo il popolo del Libro. Lo scopo non è solo sterminare noi, ma insieme a noi distruggere anche quello spirito, espresso nella Bibbia e nel Cristianesimo, che rese possibile l’avvento della civiltà nell’Europa centrale e settentrionale. Se questo obiettivo verrà conseguito, l’Europa diverrà terra desolata. Perché la vita della società umana non può durare a lungo se si fonda sulla forza bruta, sulla violenza, sul terrore e sull’odio»41Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004, p. 26.

Per il saggista Francesco Agnoli è evidente, dunque, che «l’Einstein maturo critica apertamente, benché implicitamente, il darwinismo sociale, l’idea secondo cui la vita morale dell’uomo si risolve, come nelle bestie, nell’obbedire all’istinto di sopravvivenza e nel partecipare alla lotta per la sopravvivenza del più forte; rinnega del tutto il determinismo tipico dell’evoluzionismo di stampo materialista e panteista ed afferma la libertà, contro il “fato crudele”, contro l’idea dell’uomo figlio dei suoi geni e della sua biologia, dell’inconscio, del determinismo materialistico, e di tutte le moderne riproposizioni del Fato e della Necessità antichi»42Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 119.

Per il celebre fisico fu inevitabilmente un momento di messa in discussione delle sue visioni. Già dopo il 1933, infatti, cambiò idea sul pacifismo, distaccandosene apertamente: di fronte all’avanzare dell’esercito del male (il nazismo) non si poteva stare fermi, era necessario far spazio ad una guerra “giusta”, quella di difesa, e all’occorrenza anche di offesa contro chi volvea schiavizzare l’umanità. Così, Einstein si spese per scongiurare il rischio che l’invenzione della bomba atomica potesse generare una catastrofe mondiale ma senza lasciarsi «coinvolgere nei movimenti che si dichiarano pacifisti, ma che agiscono, in verità, sotto l’ombrello sovietico, e che dietro la parola “pace” nascondono altri scopi»43Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 100.

In una lettera del 1945, Albert Einstein definì addirittura le costanti di natura «numeri genuini che Dio ha dovuto scegliere arbitrariamente, per così dire, quando si degnò di creare questo mondo»44citato in Igor Bogdanov, Grichka Bogdanov, I cacciatori di numeri, Piemme 2012, p. 40. Anche in questo caso, tuttavia, si trattò sempre di un Dio non personale, la cui idea rifiuterà per tutta la sua vita (assieme alla visione ateistica). Come scrisse all’amico Guy Raner, nel 1949: «Ho ripetutamente detto che a mio parere l’idea di un Dio personale è puerile. Puoi definirmi un agnostico, ma non condivido lo spirito di crociata dell’ateo di professione il cui fervore è in gran parte dovuto a un doloroso atto di liberazione dalle catene dell’indottrinamento religioso ricevuto in gioventù. Preferisco un’attitudine di umiltà corrispondente alla debolezza della nostra comprensione intellettuale della natura e del nostro stesso essere»45citato in Guy H. Raner, Einstein on His Personal Religious Views, in Freethought Today, Vol. 21, No. 9, November 2004.

Nel 1952, tre anni più tardi, in una famosa lettera all’amico Solovine, Einstein espresse per l’ennesima volta la sua totale lontananza da una visione atea dell’esistenza, seppur chiarendo allo stesso tempo l’impossibilità di conoscere tale “dio”, rimanendo dunque allo stesso tempo distante dalla visione cristiana:

«Caro Solovine […]. Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo o un eterno mistero. Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. Ci si potrebbe (di più, ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, laddove il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt’altro carattere. Anche se gli assiomi della teoria sono imposti dall’uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo di Dio, ma anche dei miracoli. Il fatto curioso è che noi dobbiamo accontentarci di riconoscere “il miracolo” senza che ci sia una via legittima per andare oltre. Dico questo perché Lei non creda che io – fiaccato dall’età – sia ormai facile preda dei preti»46Albert Einstein, Opere scelte, a cura di E. Bellone, Bollati Boringhieri 1988, pp. 740-741.

 

Il medesimo concetto lo ribadì in un’altra riflessione (in cui respinse definitivamente anche Spinoza): «Io non sono ateo e non penso di potermi definire panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell’essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare interamente la forza misteriosa che muove le costellazioni»47citato in Denis Brian, Einstein a life, 1996, p. 127 48Max Jammer, Einstein and Religion: Physics and Theology, Princeton University press 1999, p. 48.

 

Nel 1954 in una lettera privata si definì ironicamente «un miscredente profondamente religioso […]. In un certo senso è un nuovo genere di religione?»49Albert Einstein, Lettera a un ammiratore, Archivio Einstein 57-061, 22/03/1954. Soprattutto in questo periodo, ha osservato il filosofo genovese Roberto Timossi, «pensiamo di non sbagliare interpretando le parole di Einstein come una chiara ammissione della consapevolezza che il senso dell’esistenza umana e dell’intero universo appare misterioso e che proprio da un simile mistero possono scaturire i valori religiosi dell’uomo. Anzi, non provare sentimento religiosi per lui è segno per un individuo di estrema povertà d’animo e fonte di infelicità»50Roberto Timossi, Dio e la scienza moderna, Mondadori 1999, p. 186.

Nell’ultima parte della sua vita Albert Einstein si recò spesso in Italia, fermandosi nella zona di Fiesole (Toscana) al convento di San Francesco, dove approfondì l’amicizia con alcuni francescani, tra cui il frate portinaio Clementino e padre Odorico Caramelli, musicista. Con quest’ultimo, in particolare, il fisico manterrà un rapporto epistolare anche negli ultimi anni di vita. L’amicizia di Einstein con i francescani di Fiesole coinvolse altri familiari dello scienziato, soprattutto Margot Einstein, la figliastra prediletta, che gli resterà a fianco sino alla fine dei suoi giorni. Margot era scultrice e nel 1955, anno della morte del padre Albert, inviò al convento di Fiesole una statua della Madonna (foto a destra) da lei scolpita. Allegati i saluti di Albert al padre Caramelli: «Auguri di ogni bene per il 1955».

Il 18 ottobre 1960, padre Caramelli ha ricordato la sua amicizia con Einstein durante un’intervista del giornalista Alberto Maria Fortuna: «Einstein? L’ho conosciuto qui, tanti anni fa. Candido. Come un bambino. Umilissimo, di una umiltà naturale e spontanea. E se pure non era cattolico, andava volentieri in chiesa perché gli piaceva stare con Dio, in cui credeva. È venuto spesso a San Francesco. Prima mi ascoltava suonare, poi si decise e portò un violino e, strimpellando come sapeva fare lui, si faceva accompagnare da me all’organo. Di notte scendeva nel bosco del convento, e, seduto sul muricciolo della cisterna etrusca, suonava alla luna. Una volta, dopo che lo ebbi accompagnato in una Sonata di Bach, si commosse tanto che mi buttò le braccia al collo, quasi in pianto»51intervista a Alberto Maria Fortuna, Due frati francescani da ricordare. Padre Caramelli, Fra Clementino, Fiesole 1972, pp. 43-44.

Cinque anni prima di morire, l’eminente fisico scrisse qualcosa di inedito: si riferì a Dio chiamandolo “Lui”, dandogli perciò una precisa fisionomia e contraddicendo sia il panteismo spinoziano che il suo costante rifiuto ad un Dio antropomorfico. In una lettera datata 15 aprile 1950, destinata al suo vecchio amico italiano Michele Besso, Einstein affrontò diverse tematiche, tra cui quella religiosa. E scrisse così: «C’è una cosa che ho imparato nel corso della lunga vita: è diabolicamente difficile avvicinarsi a “Lui”, se non si vuole rimanere in superficie». La casa d’aste Nate D. Sanders Auctions, proprietaria della lettera, ha scritto in un comunicato: «Molto è stato scritto sui pensieri di Einstein sulla religione e su Dio. Einstein è generalmente considerato un agnostico. Questa lettera offre uno sguardo personale unico sulla relazione di Einstein con il divino».

 
 

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4. CONCLUSIONE.

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Abbiamo cercato di suddividere la vita di Albert Einstein in tre fasi, provando a tracciare il percorso del suo pensiero filosofico e religioso. Dal giovane fisico antimaterialista alla voce che richiama la necessità di ripresa dei valori evangelici di fronte alle dittature atee. Senza mai diventare cristiano, bisogna ripeterlo. Dal netto rifiuto di un Dio personale, al suo definirsi “agnostico” ma anche “credente”, passando per Spinoza, Dostoevskji e l’amicizia con i frati francescani di Fiesole (FI). Poco prima di morire, abbiamo visto, sembra scrivere di un Dio personale, un “Lui” (“lhm”).

In generale, ha concluso il saggista Francesco Agnoli, «il grande fisico professerà per lo più, in modo non sempre chiaro, la fede non in un Dio personale, ma in una sorta di Dio sovrapersonale, in una Intelligenza ordinatrice del cosmo, muovendosi ambiguamente, in modo non risolutivo, non definito, tra il Dio di Spinosa, il deismo e il Dio biblico»52Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015, p. 213. La non linearità del suo pensiero è confermata dal teologo Thomas F. Torrance, dell’Università di Edimburgo: «Quale significato intendeva Einstein quando si riferiva a Dio come “intelligenza cosmica” e “magnificenza della ragione incarnata nell’esistenza” o, riferendosi ad un’espressione del Talmud, “the Old man”? Egli non fu sempre coerente e quindi non è facile afferrare precisamente cosa intendesse dire. Ma sembra chiaro che egli concepiva Dio come il definitivo fondamento spirituale di tutto l’ordine razionale che trascende ciò con cui lo scienziato ha a che fare mediante le leggi naturali ma, diversamente dalla religione ebraico-cristiana, egli non lo pensava in modo “personale” o “antropomorfico”, cioè come un Dio ad immagine dell’uomo, ma in modo “sovrapersonale” (ausserpersönlichen) liberato dalle catene del “solo personale” (Nur-Persönlichen), cui lo legherebbe il desiderio della gente di soddisfare i propri bisogni».

Per il filosofo Roberto Timossi, dopo aver analizzato a fondo il suo pensiero religioso, l’idea divina di Einstein corrisponde ad un «Dio impersonale, una sorta di Necessità razionale che avrebbe ordinato il mondo secondo i principi intellegibili, una Razionalità assoluta o Intelligenza superiore, forse una Mente matematica, da cui tutto discenderebbe e che sarebbe intrinseca alla natura stessa. La nostra opinione, però, è che l’ambiguità di fondo si annidi nel pensiero stesso del nostro scienziato, il quale ha dimostrato di possedere dei concetti tanto chiari in fisica quanto disorganici in filosofia e teologia»53Roberto Timossi, Dio e la scienza moderna, Mondadori 1999, p. 195.

Rispetto al presunto panteismo di Einstein, ha concluso Timossi, «resta una questione aperta nel dibattito contemporaneo, poiché sono in molti coloro che lo hanno recisamente negato»54Roberto Timossi, Dio e la scienza moderna, Mondadori 1999, p. 195. Ad esempio il teologo Alexandre Ganoczy, ha retoricamente domandato: «Quando mai Einstein ha espressamente sostenuto il principio “Deus sive natura”? Quando mai ha divinizzato il mondo naturale?»55Alexandre Ganoczy, Teologia della natura, Queriniana 1997, p. 83.

Il teologo Giuseppe Tanzella-Nitti, ordinario di Teologia Fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce, ha scritto una valida sintesi della posizione teologica di Einstein: «Siamo convinti che Einstein, di origine e cultura ebrea, ebbe esperienza di ciò che ragionevolmente potremmo chiamare “senso religioso”, come senso di dipendenza dall’Assoluto e percezione dei fondamenti dell’essere, sebbene non fu in grado in tematizzarlo in modo coerente, anche quando ritenne di poterlo fare. Alcuni fattori giocarono un ruolo importante nell’impedire una sintesi matura della sua nozione di Dio. In primo luogo vi giocò l’idea che la tradizione religiosa ebraico-cristiana, di cui apprezzava il ruolo sociale e il valore umano, fosse depositaria di una visione antropomorfa di Dio che egli riteneva (giustamente) incompatibile con quel logos che intravedeva nascosto nelle pieghe della comprensibilità del mondo. In secondo luogo, Einstein mostrò a nostro avviso un’eccessiva dipendenza da una interpretazione positivista dello sviluppo della religione, dalla quale non riuscì mai ad emanciparsi del tutto. Tale interpretazione coesisteva in lui con una visione kantiana dell’idea di religione, come traguardo razionale di una umanità spiritualmente matura».

Anche l’ex ateo più famoso del mondo, il filosofo Anthony Flew, ha riconosciuto una vicinanza tra la sua conversione al deismo e la visione di Einstein: «La complessità integrata del mondo fisico ha portato Einstein a credere che dev’esserci una Intelligenza divina dietro a ciò». A sua volta, il fisico Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino, ha scritto: «Fra gli scienziati, l’idea di un ente supremo non personale trova un qualche seguito. Valga in primis l’esempio di Albert Einstein»56Angelo Tartaglia, La luna e il dito. Viaggio di un fisico tra scienza e fede, Lindau 2009, p. 156.

Il biografo più autorevole di Einstein, Walter Isaacson, ha dato questo giudizio sulla visione religiosa del grande fisico: «Per tutta la vita respinse l’accusa di essere ateo. A differenza di Freud, Russell o di G.B. Shaw, Einstein non avvertì mai l’esigenza di denigrare coloro che credono in Dio; anzi, tendeva piuttosto ad attaccare gli atei […]. In effetti Einstein tendeva a essere più critico verso gli scettici, che sembravano privi di umiltà e di senso di meraviglia, che verso i credenti»57Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 376. La sua visione di Dio era in coerenza non con un cammino religioso, ma con quello che l’Universo da sempre gli suggeriva: «Osservando tale armonia del cosmo che io, con la mia mente umana limitata, sono in grado di riconoscere, ci sono ancora persone che dicono che Dio non esiste. Ma ciò che mi fa davvero arrabbiare è che sostengono che io supporti tale punto di vista»58citato Uberto di Löwenstein-Wertheim-FreudenbergTowards the Further Shore: An Autobiography, Victor Gollancz 1968, p. 156.

Secondo un altro biografo, Alexander Moszkowski, autore di un libro di conversazioni con Einstein, «la musica, la natura e Dio si mescolavano in lui in un complesso di sentimenti, in un’unità morale, la cui impronta non svanì mai»59citato in Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008, p. 20.

«Classificare lo scienziato tedesco come panteista o come deista può risultare forse comodo al filosofo frettoloso», ha concluso ancora il teologo italiano Giuseppe Tanzella-Nitti, «ma non darebbe ragione delle aspirazioni più profonde che lo animarono. E il teologo perderebbe una buona occasione per riflettere su quale immagine di Dio sia accessibile da un soggetto che si occupa di ricerca scientifica ma non possiede le risorse adeguate per porla in relazione con il vero contenuto della Rivelazione. Una più stretta relazione fra questi due mondi, ad esempio, avrebbe consentito ad Einstein di chiarire l’infondatezza dei suoi timori circa l’antropomorfismo del Dio cristiano e di meglio comprendere l’autenticità della vita morale nata da questa tradizione religiosa. Le lettere degli ultimi anni della sua vita tornano frequentemente sul tema di Dio, nominandolo come di passaggio e con tono quasi confidenziale — il grande vecchio, colui che conosce i segreti del mondo, ecc. Riteniamo lo facciano al di là del puro espediente retorico, probabilmente manifestando la nostalgia, ma anche la necessità, di riferirsi all’Assoluto come Qualcuno e non solo come razionalità impersonale. “Una cosa ho imparato in questa lunga vita — scriverà a Michele Besso il 15 aprile del 1950 —: non volendo rimanere in superficie, è maledettamente difficile avvicinarsi a Lui”».

 
 

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5. BIBLIOGRAFIA UTILIZZATA

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Francesco Agnoli, Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, ESD 2015.
Walter Isaacson, Einstein. La sua vita, il suo universo, Mondadori 2008.
Max Jammer, Einstein and Religion. Physics and Theology, Princeton University Press 1999.
Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni, Newton 2004.
Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton 1984.
Abraham Pais, Einstein è vissuto qui, Bollati Boringhieri 1995.
Giuseppe Tanzella-Nitti, Einstein su scienza e religione: una guida alla lettura, DISF 2005.
Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre, Mimesis 2001.
Thomas Torrance, Einstein, Albert (1879-1955), DISF 2002.

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