E’ Francesco! Risposta alle obiezioni antipapiste

Francesco e BenedettoChe senso ha un dossier “in difesa” di Papa Francesco? Apparentemente è uno dei Pontefici più amati degli ultimi secoli, ha dalla sua parte l’intero schieramento mediatico, televisioni e intellettuali laici e cattolici, in pochi mesi di pontificato è stato definito “uomo dell’anno” dalla rivista “Time” come «persona simbolo del cambiamento in questo 2013», ha rischiato di vincere il Premio Nobel per la Pace e, addirittura, ha vinto il posto di “persona dell’anno” per la rivista gay “The Advocate”.

Eppure ha ricevuto questi onori a suo discapito. Francesco, infatti, è molto più incompreso e strumentalizzato rispetto a Benedetto XVI, bersagliato da “due fuochi”: quello progressista e quello tradizionalista. Mentre Ratzinger era palesemente osteggiato soltanto dai media e dal mondo anticlericale, verso Francesco (dopo un primo tentativo di proseguire con lo stesso modus operandi, si ricordino le accuse di misoginia e connivenza con la dittatura argentina apparse subito dopo l’annuncio del suo nome) si è optato per una diversa strategia mediatica, ovvero onorarlo e incensarlo indipendente dal contenuto dei suoi pronunciamenti, manipolando ed enfatizzando ogni suo intervento come “apertura” per tentare di porlo in contraddizione con i suoi predecessori e in opposizione alla Chiesa stessa (Francesco si, la Chiesa no). Tanto che lui stesso ha affermato di sentirsi offeso da chi lo mitizza e lo idealizza, contrapponendolo ai predecessori. L’obiettivo dei progressisti è quello di confondere la comunità cattolica, renderla disarmata ed inefficace, mettendole contro addirittura il Pontefice.

Effettivamente è stata una strategia efficace dato che ha mandato in tilt il conservatorismo tradizionalista: infastidito da questi onori verso Francesco da parte dell’opinione pubblica solitamente apertamente anticlericale, non ha criticato i media della evidente manipolazione, ma si è convinto che davvero Francesco sia quello descritto da “Repubblica” e dai vaticanisti. Hanno abboccato al “tranello mediatico”, trovandosi spiazzati, sorpresi, spesso arrabbiati, arrivando a parlare addirittura di apostasia da parte del Papa. Un esempio classico è l’incredibile conversione all’antipapismo dello scrittore Antonio Socci, alle cui accuse abbiamo dedicato diversi paragrafi.

Un doppio fuoco, quindi, giustifica questo dossier. Creandolo abbiamo seguito il criterio suggerito da Francesco stesso: «Sempre ci sono timori, però perché non leggono le cose, o leggono una notizia in un giornale, un articolo, e non leggono quello che ha deciso il Sinodo, quello che si è pubblicato […]. Io ho scritto un’enciclica a quattro mani, e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e omelie, e questo è magistero. Questo sta lì, è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi». Non c’è miglior modo di replicare alle numerose accuse contro il Papa che mostrare ciò che lui ha detto e scritto, contestualizzando i suoi interventi e suddividendoli per argomenti.

Come tutti i nostri dossier, anche questo sarà in continuo aggiornamento. Consigliamo l’utilizzo dell’indice qui sotto per orientarsi in questo lungo e complesso documento.

 

 1. Povertà ed accuse di pauperismo  22. La preghiera nella moschea di Instanbul
 2. Temi eticamente sensibili e “principi non negoziabili”  23. Proselitismo come “solenne sciocchezza”
 3. Famiglia, unioni, matrimoni e adozioni omosessuali  24. Aperture, cambiamento della dottrina e rivoluzioni
 4. Il caso del “Chi sono io per giudicare un omosessuale?”  25. Celibato sacerdotale
 5. Udienza privata al transessuale  26 Battesimo per figli di conviventi e divorziati
 6. Sinodo sulla Famiglia  27. Ruolo della donna, diaconato e sacerdozio femminile
 7. Il “caso delle famiglie numerose”  28. Commissariamento Frati Francescani dell’Immacolata
 8. Fecondazione artificiale  29. Prelati conservatori si opporrebbero a Francesco
 9. Eutanasia  30. Il caso del card. Burke
 10. Aborto  31. Comunismo, marxismo e Teologia della liberazione
11. Contraccezione, controllo delle nascite e metodi naturali  32. Approvazioni laiciste e idealizzazione di Francesco
 12. Obiezione di coscienza 33. Poco amato, pochi fedeli e sue critiche ai cattolici
 13. Educazione sessuale e teoria del gender 34. Il caso dei cristiani ucraini e della “violenza fraticida”
 14. Comunione ai divorziati risposati e l’esortazione “Amoris Laetitia” 35. Il caso del “pugno” e del “Vangelo come teoria”
 15. Laicità, laicismo e interventismo nella politica 36. Rapporto con Benedetto XVI
 16. Accuse di relativismo sul peccato e buonismo 37. Desacralizzazione del papato
 17. Interviste concesse a Eugenio Scalfari 38. Silenzio sull’Islam, Asia Bibi e i cristiani perseguitati
 18. Progressismo e tradizionalismo 39. Conclave invalido e dimissioni di Benedetto XVI
 19. Nomine rivoluzionarie e sostituzione dei conservatori 40. Connivenza con la dittatura argentina e frase misogina
 20. Altre religioni, accoglienza migranti e accuse di sincretismo religioso 41. Motu proprio e “divorzio cattolico”
 21. Enciclica sull’ecologia e ambientalismo new age 42. Conclusione


 
 
 
 

 

————- ————–

1. POVERTA’ ED ACCUSE DI PAUPERISMO

Il tema della povertà è centrale nel pontificato di Francesco, come abbiamo scritto nell’introduzione. Ma vi è un grosso equivoco: Francesco non è pauperista, non condanna la ricchezza in sé ma l’ideologia del profitto, l’arricchirsi come scopo di vita, l’indifferenza ai poveri. Lo ha ribadito più volte: «Il denaro deve servire e non governare!» (24/11/13); «Il denaro è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità. Tuttavia, questo mezzo ma può ritorcersi contro l’uomo» (14/02/14); «Il Vangelo non condanna affatto i ricchi, semmai le ricchezze quando diventano oggetti idolatrati» (29/06/14); «il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza» (ottobre 2014), «lo spirito di povertà non è però lo spirito di miseria» (22/03/15); «chiedere la grazia della povertà – non della miseria, della povertà: cosa significa? Che se io ho quello che ho e devo gestirlo bene per il bene comune e con generosità» (14/04/15) ecc.

L’equivoco è iniziato il 16 marzo 2013, quando ha esclamato: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». La cultura post-comunista, che ha fatto del poverismo (degli altri) la sua ideologia demagogica di base, lo ha subito strumentalizzato assieme all’anticlercalismo, ben consapevoli che una Chiesa materialmente povera sarebbe impossibilitata a rendersi socialmente e culturalmente presente. Fiumi di inchiostro si sono scritti su questo, alcuni hanno teorizzato la chiusura dello IOR, la banca del Vaticano, e l’annullamento dell’8×1000.

Certo, il Papa ha fatto alcuni gesti simbolici di sobrietà molto importanti: la croce pettorale di ferro, il rifiuto della mozzetta rossa foderata di ermellino, l’abbandono dell’ammiraglia papale Mercedes SCV1 ecc. Ma non ha mai parlato di impoverire materialmente la Chiesa, anche perché una Chiesa povera non potrebbe mantenere tutte le opere di beneficenza che gestisce nel mondo, abbandonando i milioni di esseri umani che ogni giorno aiuta. Come abbiamo fatto notare, il significato del termine “povertà” in senso cristiano è un atteggiamento della persona, il non porre la speranza in quel che si ha, essere libero da quel che si possiede (dal denaro, dai vestiti, dagli affetti), sapendo che non sta in essi ciò che ci salva (1 Cor 7, 29.31). La povertà cristiana non è non avere soldi, ma è l’essere liberi da essi, utilizzarli in modo intelligente per sé e per gli altri. Il paradosso cristiano è che un povero geloso e attaccato a quel poco che ha non vive la povertà evangelica, al contrario invece di una persona ricca libera dal denaro, tanto che lo investe con intelligenza per l’aiuto dei fratelli. E’ vero, Francesco d’Assisi si spogliò di ogni bene, ma la povertà materiale dei francescani è la vocazione per chi segue questo carisma, il poverello di Assisi non ha mai chiesto che tutti vivessero come lui. Anzi, pretendeva che le chiese fossero ricche e non avrebbe mai tollerato che l’Eucarestia fosse posata in un calice non di oro e che le chiese fossero spoglie.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice (e alcuni dei suoi stretti collaboratori) che esprimono il suo pensiero sul tema della povertà:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato: «Io non potrei vivere da solo nel Palazzo, e non è lussuoso. L’appartamento pontificio non è tanto lussuoso! E’ largo, è grande, ma non è lussuoso. Ma io non posso vivere da solo o con un piccolo gruppetto! Ho bisogno di gente, di trovare gente, di parlare con la gente… E per questo quando i ragazzi delle scuole gesuite mi hanno fatto la domanda: “Perché Lei? Per austerità, per povertà?”. No, no: per motivi psichiatrici, semplicemente, perché psicologicamente non posso. Ognuno deve portare avanti la sua vita, con il suo modo di vivere, di essere. I cardinali che lavorano in Curia non vivono da ricchi e da fastosi: vivono in un appartamentino, sono austeri, loro, sono austeri […] Ognuno deve vivere come il Signore gli chiede di vivere. Ma l’austerità – un’austerità generale – credo che sia necessaria per tutti noi che lavoriamo al servizio della Chiesa. Ci sono tante sfumature sulle austerità… ognuno deve cercare il suo cammino».

Il 19 settembre 2013 viene pubblicata su “La Civiltà Cattolica” l’intervista a Papa Francesco dove egli torna a parlare della scelta di non andare a vivere nell’appartamento pontificio, che non è dettata dalla povertà: «Ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta […]. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Il 24 novembre 2013 ha promulgato l’“Evangelii Gaudium” dove non ha mai invitato ad essere materialmente poveri, ad abbandonare i beni posseduti ma ad usarli in modo cristiano e non accettare «pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società […]. Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano […]. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano».

Il 14 febbraio 2014 è apparsa la sua prefazione al libro del cardinale Müller, in cui si legge: «Il denaro è uno strumento che in qualche modo – come la proprietà – prolunga e accresce le capacità della libertà umana, consentendole di operare nel mondo, di agire, di portare frutto. Di per sé è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità. Tuttavia, questo mezzo può ritorcersi contro l’uomo. Il denaro e il potere economico, infatti, possono essere un mezzo che allontana l’uomo dall’uomo, confinandolo in un orizzonte egocentrico ed egoistico […]. Quando i beni di cui si dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni, essi diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso […]. Compito dei cristiani è riscoprire, vivere e annunciare a tutti questa preziosa e originaria unità fra profitto e solidarietà».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha concesso un’intervista al “Corriere della Sera” rispondendo alle accuse ricevute di essere pauperista: «Il Vangelo condanna il culto del benessere. Il pauperismo è una delle interpretazioni critiche. Nel Medioevo c’erano molte correnti pauperistiche. San Francesco ha avuto la genialità di collocare il tema della povertà nel cammino evangelico. Gesù dice che non si possono servire due signori, Dio e la Ricchezza. E quando veniamo giudicati nel giudizio finale conta la nostra vicinanza con la povertà. La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza. Zaccheo devolve metà della sua ricchezza ai poveri. E a chi tiene i granai pieni del proprio egoismo il Signore, alla fine, presenta il conto. Quello che penso della povertà l’ho espresso bene nella Evangelii Gaudium».

L’11 maggio 2014 il card. Piero Parolin, segretario di Stato Vaticano, scelto da Papa Francesco, ha spiegato: «a che servirebbe una Chiesa magari più austera, ma che non impegnasse i suoi membri a lavorare giorno per giorno, nella concretezza delle situazioni, per restituire ai poveri, e ancor di più ai miseri e ai dannati della terra, la loro dignità -anche economica- di cittadini del mondo che vivono del loro lavoro?».

Il 29 giugno 2014 in occasione dell’intervista concessa a “Il Messaggero”, Papa Francesco ha affermato: «Il Vangelo si rivolge indistintamente ai poveri e ai ricchi. E parla sia di povertà che di ricchezza. Non condanna affatto i ricchi, semmai le ricchezze quando diventano oggetti idolatrati. Il dio denaro, il vitello d’oro».

Nell’ottobre 2014 Francesco rilascia un’intervista in occasione della stesura del libro “Papa Francesco. Questa economia uccide” (Piemme 2015), in essa ha affermato: «Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? […] Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero».

L’11 dicembre 2014 il card. Christoph Schönborn, ordinato da Francesco membro della Commissione Cardinalizia di Vigilanza sullo I.O.R., ha rivelato alcune parole dette a loro dal Pontefice: «“Il Papa ci ha detto una cosa – penso di non tradire un segreto: “Io non amo i soldi, ma ne ho bisogno, per i poveri e per la missione”. E con questa semplicità ci ha detto tutto: non i soldi per i soldi sono il fine, ma i soldi per i poveri, per la missione. E qui ci vuole un po’ di giustizia nei confronti del Vaticano: pensiamo che la Congregazione per la propaganda della fede, per l’evangelizzazione dei popoli, la ‘Propaganda fidei’, come un tempo si chiamava, sostiene con i soldi che ha da fondi immobiliari, da donazioni ricevute nel corso dei secoli – un patrimonio importante –, ecco, con questo patrimonio, essa sostiene più di mille diocesi nelle terre più povere del mondo, dove mai la chiesa locale potrebbe mantenere le proprie strutture e attività senza l’aiuto del Vaticano, del patrimonio della Santa Sede».

Il 05 febbraio 2015 ha spiegato che la Chiesa non è una ong che deve portare aiuto ai poveri, ma innanzitutto che deve portare il Vangelo agli altri: «E’ vero, noi dobbiamo prendere aiuto e fare organizzazioni che aiutino in questo: quello sì, perché il Signore ci dà i doni per questo. Ma quando dimentichiamo questa missione, dimentichiamo la povertà, dimentichiamo lo zelo apostolico e mettiamo la speranza in questi mezzi, la Chiesa lentamente scivola in una ong e diviene una bella organizzazione: potente, ma non evangelica, perché manca quello spirito, quella povertà, quella forza di guarire».

Il 28 febbraio 2015 incontrando il mondo delle cooperative ha ricordato: «ripreso poi da san Francesco d’Assisi, che “il denaro è lo sterco del diavolo”. Lo ripete ora anche il Papa: “il denaro è lo sterco del diavolo”! Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Lo rende un servo. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha affermato: «Ho conosciuto persone ricche e qui sto portando avanti la causa di beatificazione di un ricco imprenditore argentino, Enrique Shaw, che era ricco ma era santo. Cioè una persona può avere denaro, Dio glielo dà perché lo amministri bene. E quest’uomo lo amministrava bene, non con paternalismo ma facendo crescere quanti avevano bisogno del suo aiuto. Quello che io attacco sempre è la sicurezza nella ricchezza: non mettere la tua sicurezza lì. Nel Vangelo Gesù su questo è radicale: la parabola di chi aveva dei granai, pensa di costruirne altri e all’indomani muore. È chiarissimo. Non riporre la tua speranza lì. L’ingiustizia delle ricchezze […]. E io mi includo tra i “ricchi” perché non mi manca nulla. E devo stare attento a non approfittare di questo per non peccare. Una ricchezza che non abbiamo».

Il 22 marzo 2015 durante la visita pastorale a Napoli, Francesco ha affermato: «Un’altra testimonianza è lo spirito di povertà; anche per i sacerdoti che non fanno voto di povertà, ma devono avere lo spirito di povertà.  Lo spirito di povertà non è però spirito di miseria. Un sacerdote, che non ha fatto il voto di povertà, può avere i suoi risparmi, ma in una maniera onesta e anche ragionevole. Ma quando ha quell’avidità e si mette negli affari…  Come ho detto, un sacerdote può avere i suoi risparmi, ma non il cuore lì, e che siano risparmi ragionevoli».

Il 14 aprile 2015 durante la messa in Santa Marta, Francesco ha ricordato: «In questa seconda settimana di Pasqua, durante la quale celebriamo i misteri pasquali, ci farà bene pensare alle nostre comunità, siano esse diocesane, parrocchiali, famigliari o tante altre, e chiedere la grazia dell’armonia che è più dell’unità – l’unità armonica, l’armonia, che è il dono dello Spirito – di chiedere la grazia della povertà – non della miseria, della povertà: cosa significa? Che se io ho quello che ho e devo gestirlo bene per il bene comune e con generosità – e chiedere la grazia della pazienza, della pazienza».

Il 25 maggio 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha spiegato: «L’attaccamento alle ricchezze è l’inizio di ogni genere di corruzione, dappertutto: corruzione personale, corruzione negli affari, anche la piccola corruzione commerciale, di quelli che tolgono 50 grammi al peso giusto, corruzione politica, corruzione nell’educazione… Perché? Perché quelli che vivono attaccati al proprio potere, alle proprie ricchezze, si credono nel paradiso. Sono chiusi, non hanno orizzonte, non hanno speranza. Alla fine dovranno lasciare tutto. E vivere senza orizzonte è una vita sterile, vivere senza speranza è una vita triste. L’attaccamento alle ricchezze ci dà tristezza e ci fa sterili. Dico ‘attaccamento’, non dico ‘amministrare bene le ricchezze’, perché le ricchezze sono per il bene comune, per tutti. E se il Signore a una persona gliene dà è perché li faccia per il bene di tutti, non per se stesso, non perché le chiuda nel suo cuore, che poi con questo diventa corrotto e triste».

L’16 ottobre 2015 durante l’intervista concessa a “Paris Match”, Francesco ha spiegato: «Il capitalismo e il profitto non sono diabolici se non si trasformano in idoli. Non lo sono se rimangono strumenti. Se invece domina l’ambizione sfrenata di denaro, e il bene comune e la dignità degli uomini passano in secondo o in terzo piano, se il denaro e il profitto a ogni costo diventano un feticcio da adorare, se l’avidità è alla base del nostro sistema sociale ed economico, le nostre società sono destinate alla rovina. Gli esseri umani e l’intero creato non devono essere al servizio del denaro: le conseguenze di quando sta accadendo sono sotto gli occhi di tutti!».

Il 19 ottobre 2015 durante la messa a Santa Marta, Francesco ha ricordato che Gesù “non è contro le ricchezze in se stesse”, ma mette in guardia dal porre la propria sicurezza nel denaro che può fare della “religione un’agenzia di assicurazioni”. “La prima è la povertà di spirito”, cioè non essere attaccati alle ricchezze che – se si possiedono – sono “per il servizio degli altri, per condividere, per fare andare avanti tanta gente”.

Il 06 novembre 2015 in un’intervista al quotidiano olandese Straatnieuws, Francesco ha affermato: «Non sono i tesori della Chiesa, ma sono i tesori dell’umanità. Per esempio, se io domani dico che la Pietà di Michelangelo venga messa all’asta, non si può fare, perché non è proprietà della Chiesa. Sta in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Ma abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date. E i proventi della vendita vanno a monsignore Krajewski, che è il mio elemosiniere. E poi c’è la lotteria. C’erano delle macchine che sono tutte vendute o date via con una lotteria e il ricavato è usato per i poveri. Ma ci sono cose che si possono vendere e queste si vendono. Si, se facciamo un catalogo dei beni della Chiesa, si pensa: la Chiesa è molto ricca. Ma quando è stato fatto il Concordato con l’Italia 1929 sulla Questione Romana, il governo italiano di quel tempo ha offerto alla Chiesa un grande parco a Roma. Il papa di allora, Pio XI, ha detto: no, vorrei soltanto un mezzo chilometro quadrato per garantire la indipendenza della Chiesa. Questo principio vale ancora. Sì, i beni immobili della Chiesa sono molti, ma li usiamo per mantenere le strutture della Chiesa e per mantenere tante opere che si fanno nei paesi bisognosi: ospedali, scuole. Ieri, per esempio, ho chiesto di inviare in Congo 50.000 euro per costruire tre scuole in paesi poveri, l’educazione è una cosa importante per bambini. Sono andato all’amministrazione competente, ho fatto questa richiesta e i soldi sono stati inviati».

Il 15 dicembre 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha affermato: «Se tu hai una banca tua, sei il padrone di una banca ma il tuo cuore è povero, non è attaccato ai soldi, questo è al servizio, sempre. La povertà è questo distacco, per servire ai bisognosi, per servire agli altri. Dov’è la mia fiducia? Nel potere, negli amici, nei soldi? Nel Signore! Questa è l’eredità che ci promette il Signore: ‘Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero, confiderà nel nome del Signore’. Umile perché si sente peccatore; povero perché il suo cuore è attaccato alle ricchezze di Dio e se ne ha è per amministrarle; fiducioso nel Signore perché sa che soltanto il Signore può garantire una cosa che gli faccia bene. E davvero che questi capi sacerdoti ai quali si rivolgeva Gesù non capivano queste cose e Gesù ha dovuto dire loro che una prostituta entrerà prima di loro nel Regno dei Cieli».

Il 24 febbraio 2016 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «In diversi passi si parla dei potenti, dei re, degli uomini che stanno “in alto”, e anche della loro arroganza e dei loro soprusi. La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità. Ma quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte».


 
 

————- ————–

2. TEMI ETICAMENTE SENSIBILI E I “PRINCIPI NON NEGOZIABILI”

Come abbiamo detto nell’introduzione, Benedetto XVI ha voluto risvegliare il mondo su queste tematiche, sopratutto facendo appello all’uso della ragione, unendo così laici e credenti (noto il fenomeno degli “atei devoti” alleati ai cattolici sui tali questioni). Francesco è partito da qui, dando per assodata la centralità di questi temi e la rinnovata sensibilità: ««l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa» (20/09/13). Tuttavia si è accorto che molti ne avevano fatto il centro della loro presenza pubblica come cristiani trasformandoli, quindi, in ideologia. Ha dunque ritenuto opportuno ribadire che il cuore del cristianesimo è l’annuncio di Cristo agli uomini, e le questioni morali andrebbero affrontate in contesti specifici, senza però trascurare altre tematiche importanti come quelle della povertà, dell’ecologia, dell’economia. Ha infatti racchiuso tutto ciò nella definizione di “cultura dello scarto”, coinvolgendo al contrasto dell’aborto e dell’eutanasia anche l’opposizione ad un’economia priva di umanità, ad un mancato rispetto dell’ambiente, all’indifferenza verso la povertà che ci circonda ecc.

Anche in questo caso i vaticanisti lo hanno manipolato: Marco Politi (ostile a Ratzinger proprio sui questi temi), ad esempio, ne ha approfittato per scrivere che «il pontefice archivia i “principi non negoziabili”, chiodo fisso del suo predecessore». Eppure Francesco ha detto esattamente l’opposto, spiegando che tutti i valori sono non negoziabili, non soltanto alcuni: «I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili» (5/03/14). Più volte li ha richiamati, negando una loro negoziazione: «è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili» (25/11/14); «I valori e le virtù della famiglia, le sue verità essenziali, sono i punti di forza su cui poggia il nucleo familiare e non possono essere messi in discussione» (9/12/14) ecc.

Francesco ha tuttavia introdotto due novità di approccio metodologico sui temi eticamente sensibili: la gerarchia delle verità, prelevandola dal Concilio Vaticano II e il linguaggio positivo. Innanzitutto, la gerarchia da rispettare è questa: prima l’annuncio cristiano (“Dio ti ha salvato”) e poi, in seguito, i temi morali, senza ribaltare l’ordine. Lo ha magistralmente espresso anche nell’intervista a la “Civiltà Cattolica” (prima di farla pubblicare ha voluto correggerla con i suggerimenti chiesti a Benedetto XVI): «È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite […]. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». Nella “Evangelii Gaudium” ha quindi specificato meglio: «Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che “esiste un ordine o piuttosto una gerarchia delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana”. Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale».

Il vescovo Víctor Manuel Fernández, il più fidato collaboratore di Papa Francesco, ha precisato meglio il senso pratico di questa “gerarchia di verità”: «se si riesce a far ardere i cuori, o per lo meno a mostrare ciò che vi è di attraente nel Vangelo, allora le persone saranno più predisposte a conversare e a riflettere anche in merito a una risposta inerente la morale». Per fare un esempio, «non giova molto parlare contro il matrimonio omosessuale, perché la gente tende a vederci come se fossimo dei risentiti, dei crudeli, persone poco comprensive o addirittura esagerate. Un’altra cosa è quando parliamo della bellezza del matrimonio e dell’armonia che si crea nella differenza risultante dall’alleanza tra un uomo e una donna, e in questo contesto positivo emerge, senza quasi doverlo far notare, quanto sia inadeguato usare lo stesso termine e chiamare “matrimonio” l’unione di due persone omosessuali. […] Sono due i motivi che spingono il papa a chiederci di non parlare “sempre” e “solamente” di certi princìpi morali: per non stancare gli altri, saturandoli e ottenendo un effetto di rifiuto, e, soprattutto, per non distruggere l’armonia del nostro messaggio».

Oltre alla contestualizzazione dei temi morali in una gerarchia di verità da rispettare, occorre anche parlarne attraverso un linguaggio positivo per eludere l’impermeabilità e l’anestesia verso questi temi da parte del mondo moderno. Ha scritto nella Evangelii Gaudium: «Non dice tanto quello che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indica qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività […]. Per quanto riguarda la proposta morale della catechesi, che invita a crescere nella fedeltà allo stile di vita del Vangelo, è opportuno indicare sempre il bene desiderabile, la proposta di vita, di maturità, di realizzazione, di fecondità, alla cui luce si può comprendere la nostra denuncia dei mali che possono oscurarla. Più che come esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ogni pericolo o deviazione, è bene che possano vederci come gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al Vangelo». Solo così si può aprire l’altro all’ascolto delle nostre ragioni, assicurandolo sul fatto che non si è “contro” pregiudizialmente il suo modo di vivere o pensare ma si è realmente interessati al suo bene.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice che esprimono questa modalità di approccio:

L’8 maggio 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha spiegato: «Io ricordo quando ero bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, anche nella mia: “No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh”. Era come una esclusione. No, non potevi andare!». Eppure San Paolo nell’areopago annunzia Gesù Cristo tra gli adoratori di idoli, «non dice: “Idolatri, andrete all’inferno!”», ma «cerca di arrivare al loro cuore»; non condanna dall’inizio, cerca il dialogo: «Paolo è un pontefice, costruttore di ponti. Lui non vuole diventare un costruttore di muri». Costruire ponti per annunziare il Vangelo, «questo è l’atteggiamento di Paolo ad Atene: fare un ponte al cuore loro, per poi fare un passo in più e annunziare Gesù Cristo. Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato». Paolo ha seguito l’atteggiamento di Gesù, il quale ha parlato con tutti: «Ha sentito la samaritana, il dialogo con la samaritana; andava a pranzo con i farisei, con i peccatori, con i pubblicani, con i dottori della legge. Gesù ha sentito tutti e quando ha detto una parola di condanna, è stato alla fine, quando non c’era niente da fare. Paolo agisce così perché era sicuro, sicuro di Gesù Cristo. Non dubitava del suo Signore. I cristiani che hanno paura di fare i ponti e preferiscono costruire muri, sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo. E si difendono».

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha risposto così ad una domanda sul perché finora non avesse parlato molto dei temi eticamente sensibili: «La Chiesa si è già espressa perfettamente su questo. Non era necessario tornarci, come non ho parlato neppure della frode, della menzogna o di altre cose sulle quali la Chiesa ha una dottrina chiara!. Non era necessario parlare di questo, bensì delle cose positive che aprono il cammino ai ragazzi. Inoltre, i giovani sanno perfettamente qual è la posizione della Chiesa!». La giornalista ha quindi domandato: qual’è la posizione del Papa su questo? Risposta di Francesco: «Quella della Chiesa. Sono figlio della Chiesa.

Il 17 dicembre 2013 “Repubblica” ha citato le motivazioni per cui il Papa è stato premiato come “uomo dell’anno” dalla rivista “Time”: «Papa Francesco è persona dell’anno 2013 perché parla dei poveri, dei disperati, degli immigrati; perché vuole la Chiesa come un ospedale da campo per curare le ferite di chi soffre, delle vittime di tutte le guerre, degli ultimi; persona dell’anno perchè vuole lui stesso una Chiesa povera, vicina ai poveri; perché denuncia continuamente lo scandalo della fame, difende i valori della vita e della famiglia ed ha avviato concretamente un’opera di ricostruzione della credibilità della Chiesa».

Il 19 settembre 2013 viene pubblicata su “La Civiltà Cattolica” l’intervista a Papa Francesco (si è scoperto in seguito, grazie alle rivelazioni di mons. Georg Gaenswein, segretario personale di Benedetto XVI, che il Papa emerito ha rivisto l’intervista, scrivendo al successore un corposo appunto di commento) che in essa si leggono parole che c’entrano molto con i temi eticamente sensibili (e non solo) anche se non vengono citati direttamente: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, e bisogna cominciare dal basso. La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate […]. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi». E ancora: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione. Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali. Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso. L’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell’insegnamento di Gesù».

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha ricordato che la difesa della vita è una priorità per il magistero della Chiesa, non certo un aspetto secondario: «Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mond […]. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa».

Il 24 novembre 2013 viene pubblica “l’Evangelii Gaudium” in cui si legge: «Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che “esiste un ordine o piuttosto una gerarchia delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana”. Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale […]. Anzitutto bisogna dire che nell’annuncio del Vangelo è necessario che vi sia una adeguata proporzione. Questa si riconosce nella frequenza con la quale si menzionano alcuni temi e negli accenti che si pongono nella predicazione […]. Inoltre, ogni verità si comprende meglio se la si mette in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente. Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo. […]. Vediamo così che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa “debole con i deboli […] tutto per tutti” (1 Cor 9,22). Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada […]. Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, “ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono solitamente da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale”. Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori. […]. Altra caratteristica è il linguaggio positivo. Non dice tanto quello che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indica qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività […]. Per quanto riguarda la proposta morale della catechesi, che invita a crescere nella fedeltà allo stile di vita del Vangelo, è opportuno indicare sempre il bene desiderabile, la proposta di vita, di maturità, di realizzazione, di fecondità, alla cui luce si può comprendere la nostra denuncia dei mali che possono oscurarla. Più che come esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ogni pericolo o deviazione, è bene che possano vederci come gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al Vangelo. […]». La «difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. […]. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha concesso un’intervista al “Corriere della Sera” e, alla domanda sul perché non abbia ripreso il concetto di “valori non negoziabili” ha spiegato: «Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili. Quello che dovevo dire sul tema della vita, l’ho scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium». Ha poi aggiunto: «Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata».

Il 10 marzo 2014 il vaticanista Sandro Magister ha ripreso alcuni brani del vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, il più fidato collaboratore di Papa Francesco, nei quali spiega l’atteggiamento del Papa sui temi eticamente sensibili: «Papa Francesco non è un ingenuo. Ci offre di immergerci nel contesto della cultura di oggi in un modo molto realista. Ci invita a riconoscere che la rapidità delle comunicazioni e la selezione dei contenuti proposti dai media ci mettono di fronte a una nuova sfida. […] Quando la Chiesa parla eccessivamente di questioni filosofiche o della legge naturale, lo fa presumibilmente per poter dialogare su temi morali con il mondo non credente. Tuttavia, così facendo, da un lato non convinciamo nessuno con argomentazioni filosofiche di altri tempi, e dall’altro perdiamo l’opportunità di annunciare la bellezza di Gesù Cristo, di “far ardere i cuori”. Allora, quelle argomentazioni filosofiche non cambiano la vita di nessuno. Invece, se si riesce a far ardere i cuori, o per lo meno a mostrare ciò che vi è di attraente nel Vangelo, allora le persone saranno più predisposte a conversare e a riflettere anche in merito a una risposta inerente la morale. […] Per esempio, non giova molto parlare contro il matrimonio omosessuale, perché la gente tende a vederci come se fossimo dei risentiti, dei crudeli, persone poco comprensive o addirittura esagerate. Un’altra cosa è quando parliamo della bellezza del matrimonio e dell’armonia che si crea nella differenza risultante dall’alleanza tra un uomo e una donna, e in questo contesto positivo emerge, senza quasi doverlo far notare, quanto sia inadeguato usare lo stesso termine e chiamare “matrimonio” l’unione di due persone omosessuali. […] Sono due i motivi che spingono il papa a chiederci di non parlare “sempre” e “solamente” di certi princìpi morali: per non stancare gli altri, saturandoli e ottenendo un effetto di rifiuto, e, soprattutto, per non distruggere l’armonia del nostro messaggio».

Il 4 maggio 2014 durante l’Angelus in piazza San Pietro, Francesco ha salutato i partecipanti alla “Marcia per la vita”, mostrando di non avercela affatto con chi è pubblicamente impegnato sui temi etici: «Saluto […] i partecipanti alla Marcia per la Vita, che quest’anno ha un carattere internazionale ed ecumenico. […] Tanti auguri e avanti, e lavorare su questo!». Ricordiamo che lo storico Alberto Melloni, nel 2012 disse a proposito della “Marcia per la Vita”: «Più che una iniziativa di stampo cattolico mi pare soprattutto una trovata dal sapore politico. Con la Chiesa questa marcia ha ben poco a che fare».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha parlato di “valori inalienabili”, una definizione sinonima di “valori non negoziabili”: «Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il suo futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente». Ha quindi criticato la prolificazione dei diritti e la loro pretesa di venire riconosciuti, affermando: «Occorre però prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade”, sempre più insensibile alle altre “monadi” intorno a sé. Al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze».

Il 9 dicembre 2014 nella lettera al presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Francesco ha scritto: «I valori e le virtù della famiglia, le sue verità essenziali, sono i punti di forza su cui poggia il nucleo familiare e non possono essere messi in discussione». Quel “non possono essere messi in discussione” fa chiaramente capire come non intenda affatto negoziare nulla.

Il 18 dicembre 2014 rivolgendosi alla delegazione della Chiesa evangelica luterana tedesca, notoriamente “progressista” sui temi eticamente sensibili, Francesco ha affermato: «Di grandissima attualità sono le questioni relative alla dignità della persona umana all’inizio e alla fine della sua vita, così come quelle attinenti alla famiglia, al matrimonio e alla sessualità, che non possono essere taciute o tralasciate solo perché non si vuole mettere a repentaglio il consenso ecumenico finora raggiunto. Sarebbe un peccato se, su tali importanti questioni legate all’esistenza umana, si verificassero nuove differenze confessionali».

Il 12 gennaio 2015 Michele Brambilla su “La Stampa” ha scritto: «Tuttavia, è innegabile che una svolta ci sia stata. Ma non è nel magistero né tantomeno nella fede: è nei temi della predicazione. Se è vero che la difesa dei poveri è sempre stata centrale nel cristianesimo, è anche vero che da decenni centrale non lo era più, almeno nella predicazione. Per molto tempo, centrali sono stati i temi legati alla sessualità e alla famiglia, fino a diventare “principi non negoziabili”. Il papa argentino, su quei principi, ha già detto di pensarla come la deve pensare “un figlio della Chiesa”. Ma è convinto che troppo a lungo siano stati trascurati altri principi, altri diritti da difendere. È questa la vera svolta di papa Francesco».

Il 4 marzo 2015 il vaticanista Aldo Maria Valli ha scritto che quello di Francesco «dal punto di vista dottrinale non è certamente di un insegnamento rivoluzionario: Francesco non ha fatto che ribadire alcuni punti centrali della fede cristiana. Eppure si parla di «rivoluzione» di Francesco e le sue parole sono apparse nuove. Perché? Il motivo sta forse nel fatto che Francesco è nuovo nelle priorità che sta indicando. Anziché mettere al primo posto gli obblighi morali che derivano dalla fede, sta privilegiando l’annuncio della speranza cristiana. Quando gli è stato fatto notare che da parte sua non ci sono che pochi accenni a quelli che venivano chiamati «valori non negoziabili» (la vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, la libertà di educazione), ha risposto che lui è un figlio della Chiesa. Ha fatto capire così che non ha intenzione di discostarsi dall’insegnamento tradizionale. Tuttavia per lui è più importante proporre l’annuncio della salvezza piuttosto che la precettistica [….]. Si tratta di trovare il giusto equilibrio, senza mai dimenticare che l’adesione a ogni tipo di obbligazione morale, tanto più a quelle più lontane e incomprensibili per la mentalità dominante, può nascere non dalla reiterazione di alcuni precetti, ma dal rapporto d’amore con il Padre attraverso il Figlio […]. Perché di fronte a una ferita mortale la guarigione non può certamente arrivare da un comandamento, ma da una carezza, da un gesto di tenera attenzione e compassione.».

Il 4 maggio 2015 Francesco ha incontrato l’arcivescovo luterano Antje Jackelen, conosciuta per essere molto liberale e progressista sui temi bioetici. Il Papa le ha ricordato: «Di urgente attualità è poi la questione della dignità della vita umana, sempre da rispettare, come pure lo sono le tematiche attinenti alla famiglia, al matrimonio e alla sessualità che non possono essere taciute o ignorate per timore di mettere a repentaglio il consenso ecumenico già raggiunto. Sarebbe un peccato se in queste importanti questioni si consolidassero nuove differenze confessionali». La punzecchiatura del Papa è stata osservata anche da Religion en libertad.

Il 10 maggio 2015 durante il Regina Coeli in piazza San Pietro, Francesco ha salutato i partecipanti alla Marcia per la vita: «saluto quanti hanno preso parte all’iniziativa per la vita svoltasi questa mattina a Roma: è importante collaborare insieme per difendere e promuovere la vita».

Il 30 maggio 2015 durante l’udienza con l’associazione Scienza e Vita, Francesco ha detto: «noi ribadiamo che una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine naturale. Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente».


 
 

————- ————–

3. FAMIGLIA, UNIONI, ADOZIONI E MATRIMONI OMOSESSUALI

Nei discorsi di Francesco su questo tema si evidenzia in particolare l’applicazione del “linguaggio positivo”, come esemplificato dal vescovo argentino Víctor Manuel Fernández, il più fidato collaboratore di Papa Francesco: «se si riesce a far ardere i cuori, o per lo meno a mostrare ciò che vi è di attraente nel Vangelo, allora le persone saranno più predisposte a conversare e a riflettere anche in merito a una risposta inerente la morale. […] Per esempio, non giova molto parlare contro il matrimonio omosessuale, perché la gente tende a vederci come se fossimo dei risentiti, dei crudeli, persone poco comprensive o addirittura esagerate. Un’altra cosa è quando parliamo della bellezza del matrimonio e dell’armonia che si crea nella differenza risultante dall’alleanza tra un uomo e una donna, e in questo contesto positivo emerge, senza quasi doverlo far notare, quanto sia inadeguato usare lo stesso termine e chiamare “matrimonio” l’unione di due persone omosessuali». Francesco infatti non tende a parlare direttamente del matrimonio omosessuale ma -come vediamo qui sotto- valorizza il matrimonio tra uomo e donna, specificando che solo questo va garantito, così come il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre.

Le polemiche su questo argomento sono nate attraverso la famosa frase “chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio”, frase a cui abbiamo dedicato un paragrafo a parte..

I vaticanisti hanno giocato molto su questo, Marco Politi addirittura ha affermato: «Colpisce nelle parole di Francesco, che invita a “valorizzare e tutelare” la famiglia, l’assenza di qualsiasi accenno a “minacce” contro l’istituto familiare, qualsiasi deprecazione di forze oscure nella società moderna che vorrebbero disgregarlo: le geremiadi tipiche delle passate stagioni ecclesiastiche di colpo sono svanite». Invece è proprio vero l’opposto, Francesco -come è evidente qui sotto- ha segnalato e segnalerà molto spesso anche le minacce contro l’istituto familiare e deprecherà i tentativi di disgregarlo e di ridefinirlo. Alcuni famosi pronunciamenti: «c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti […] le convivenze sono nuove forme, totalmente distruttive e limitative della grandezza dell’amore del matrimonio» (25/10/14); «Nel nostro tempo, Dio ci chiama a riconoscere i pericoli che minacciano le nostre famiglie e a proteggerle dal male. Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia […]. Come famiglie dobbiamo essere molto molto sagaci, molto abili, molto forti, per dire “no” a qualsiasi tentativo di colonizzazione ideologica della famiglia […] La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita» (16/01/15).

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 21 aprile 2010, da arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza Episcopale Argentina, Bergoglio tentò di fare appello contro la legge sul matrimonio omosessuale ed emanò un comunicato con scritto: «Spetta all’autorità pubblica tutelare il matrimonio tra un uomo e una donna attraverso il riconoscimento normativo, per assicurare e favorire la sua insostituibile funzione e il suo contributo al bene comune della società. Qualora si attribuisse un riconoscimento legale all’unione tra persone dello stesso sesso, o le si garantisse uno status giuridico analogo al matrimonio e alla famiglia, lo Stato agirebbe illegittimamente e si porrebbe in contraddizione con i propri obblighi istituzionali, alterando i principi della legge naturale e dell’ordinamento pubblico della società argentina. Le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra le persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente tutelate attraverso il diritto comune. Di conseguenza, sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno status di diritto pubblico.

 Facciamo appello alla coscienza dei nostri legislatori affinché, nell’affrontare una questione tanto grave, tengano conto di queste verità fondamentali, per il bene della Patria e delle sue future generazioni». Nel 2015 la vicenda è stata ricostruita e riconosciuta anche da Italia Oggi, quotidiano italiano non certo tenero nei confronti di Papa Francesco.

Il 7 agosto 2010, quand’era ancora arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio inviò una lettera alla comunità cattolica argentina invitando a pregare con fervore per prevenire la legge sul matrimonio e sull’adozione omosessuale: «Nelle prossime settimane, il popolo argentino si troverà ad affrontare una situazione il cui esito potrebbe nuocere gravemente alla famiglia. La posta in gioco è l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. La posta in gioco sono le vite di tanti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati del loro sviluppo umano con un padre e una madre, voluti da Dio. La posta in gioco è il rifiuto totale della legge di Dio incisa nei nostri cuori». Ha proseguito: «Cerchiamo di non essere ingenui: questo non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo di distruggere il piano divino. Non è solo un disegno di legge ma una “mossa” del Padre della menzogna che cerca di confondere e ingannare i figli di Dio».

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sulla presunta lobby gay in Vaticano: «Poi, Lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con “gay”. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice: “non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società”. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me».

L’11 settembre 2013 nel Messaggio ai partecipanti alla Settimana sociale dei cattolici italiani, Francesco ha scritto: «La Chiesa offre una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta. Le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà […]. Possa questa Settimana Sociale contribuire in modo efficace a mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie».

Il 19 settembre 2013 viene pubblicata su “La Civiltà Cattolica” l’intervista a Papa Francesco da parte di Antonio Spadaro, in essa si legge: «non ho riconosciuto me stesso quando sul volo di ritorno da Rio de Janeiro ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande». In quell’occasione Francesco disse la famosa frase ampiamente strumentalizzata dai media: “Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio?”. In seguito si legge: «Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce “dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale”.

Il 29 novembre 2013 nel colloquio con i Superiori Generali dei Gesuiti, Francesco ha ricordato un episodio di quando era cardinale: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “la fidanzata di mia madre non mi vuol bene”. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia? Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede».

Il 29 dicembre 2013 il vescovo ausiliare di Malta Francesco Scicluna ha riferito che nell’incontro con Papa Francesco del 12 dicembre hanno parlato del disegno di legge sulle unioni civili che permetterà le adozioni a persone dello stesso sesso e il Pontefice si è dichiarato “scioccato”. «Abbiamo discusso molti aspetti e quando ho sollevato il problema che mi preoccupa come vescovo mi ha incoraggiato ad intervenire».

Il 19 gennaio 2014 il vaticanista di “Repubblica”, Paolo Rodari ha riportato le dure parole dell’editoriale di “Roma Sette”, il settimanale della diocesi di Roma, guidata dal cardinale vicario della città, Agostino Vallini, contro il registro delle unioni civili approvato nelle commissioni capitoline. Il vaticanista ha poi giustamente commentato: «è impensabile che il Vicariato si esponga senza che il Papa, che porta il titolo di vescovo di Roma – Vallini esercita le funzioni di vescovo in sua vece, ma non è il titolare della diocesi – ne condivida la linea. Vallini e Bergoglio, fra l’altro, hanno contatti frequenti. In secondo luogo, non sembra essere Francesco un Pontefice intenzionato a tradire la dottrina o gli insegnamenti fino a oggi proposti dai suoi successori. Piuttosto egli lascia che siano le Chiese locali e i loro pastori a intervenire laddove sia ritenuto necessario, facendo egli in questo senso egli un passo indietro». Il vaticanista ha quindi ricordato che gli incontri o i saluti rivolti al sindaco Ignazio Marino e al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, «non significano che egli condivida ogni loro azione politica».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha concesso un’intervista al “Corriere della Sera” e ha affermato: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Dalla risposta sembra che il Papa indichi la strada di una modifica al codice civile piuttosto che una legge generale sulle unioni civili, così come disse chiaramente nel 2010 quand’era arcivescovo di Buenos Aires: «Le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra le persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente tutelate attraverso il diritto comune. Di conseguenza, sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno status di diritto pubblico».

Il 2 aprile 2014 nell’udienza generale Francesco ha affermato: «L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore. E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva. Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore».

L’11 aprile 2014, incontrando la delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (BICE), il Papa ha detto: «In positivo, occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva». In seguito a questo pronunciamento il sito “Gayoggi” si è così espresso: «Grave, gravissima ingerenza quella di Papa Francesco. Coloro che avessero voluto vedere un’apertura verso i gay, dando una lettura superficiale delle sue parole, dovranno definitivamente ricredersi. Tirando in ballo la “dittatura del pensiero unico”, Bergoglio boccia indirettamente anche il DDL contro l’omofobia in discussione in Parlamento».

Il 14 ottobre 2014 Papa Francesco ha risposto, attraverso l’Assessore per gli affari generali della Segreteria di Stato monsignor Peter Brian Wells, alla lettera inviatagli da Arianna Lazzarini, vicecapogruppo regionale della Lega Nord nel Veneto. La consigliera lo informava della sua iniziativa a favore della famiglia tradizionale in fase di approvazione in aula, rivendicando il diritto dei genitori all’educazione dei figli secondo i propri valori e non basandosi sui documenti dell’OMS. Francesco ha risposto: «Sua Santità desidera manifestarLe viva gratitudine per il premuroso gesto e per i sentimenti di venerazione e affetto che lo hanno suggerito e chiede di perseverare nell’impegno a favore della persona umana, per l’adeguata tutela dei valori tradizionali e per il riconoscimento del proprio diritto all’educazione dei figli, secondo i valori cristiani».

Il 18 ottobre 2014 nel discorso di conclusione del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha spiegato che durante il Sinodo ci sono stati anche confronti molto accesi, «e ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex”, la “salus animarum” (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita».

Il 25 ottobre 2014 ricevendo il movimento apostolico Schoenstatt, Francesco ha affermato: «Che la famiglia sia colpita, che la famiglia venga colpita e che la famiglia venga imbastardita, come un modo di associazione… Si può chiamare famiglia tutto, no? Quante famiglie sono divise, quanti matrimoni rotti, quanto relativismo nella concezione del Sacramento del Matrimonio. In questo momento, da un punto di vista sociologico e dal punto di vista dei valori umani, come appunto del Sacramento cattolico, del Sacramento cristiano, c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti e la lasciano molto ferita! Quello che stanno proponendo non è un matrimonio, è una associazione. Ma non è matrimonio! E’ necessario dire cose molto chiare e questo dobbiamo dirlo!». In tal senso, ha sollecitato per i fidanzati una preparazione approfondita al matrimonio, un accompagnamento, per capire quel “per sempre” che oggi viene messo in discussione dalla “cultura del provvisorio”, senza “scandalizzarsi” di ciò che avviene, i “drammi familiari, la distruzione delle famiglie, i bambini” che soffrono per i disaccordi dei genitori, ma anche le nuove convivenze: «Sono nuove forme, totalmente distruttive e limitative della grandezza dell’amore del matrimonio. Ci sono tante convivenze e separazioni e divorzi: per questo, la chiave di come aiutare è ‘corpo a corpo’, accompagnando e non facendo proselitismo, perché questo non porta ad alcuno risultato: accompagnare, con pazienza».

Il 14 novembre 2014 Papa Francesco ha incontrato una delegazione di responsabili della Manif Pour Tous italiana, l’associazione in difesa della famiglia naturale. Il dialogo riportato è stato questo: «Sua Santità, questa è la bandiera de La Manif Pour Tous!». – «E’ per me? E’ molto bella, Grazie!». – «Per noi è molto importante». – «Lo è per tutti».

Il 22 novembre 2014 mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei scelto personalmente da Papa Francesco, ha criticato i sindaci che trascrivono le nozze gay contratte all’estero, aggiungendo: «L’Italia è fortemente segnata dall’azione lobbistica di minoranze aggressive, in grado di imporre un pensiero unico. Spesso a dettare l’agenda sono loro, non la maggioranza».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato che il primo ambito in cui si sviluppa la persona «è sicuramente quello dell’educazione, a partire dalla famiglia, cellula fondamentale ed elemento prezioso di ogni società. La famiglia unita, fertile e indissolubile porta con sé gli elementi fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali».

Il 17 dicembre 2014 nella lettera ai partecipanti al colloqui internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna, Francesco ha scritto: «questa complementarietà sta alla base del matrimonio e della famiglia, che è la prima scuola dove impariamo ad apprezzare i nostri doni e quelli degli altri e dove cominciamo ad apprendere l’arte del vivere insieme […]. Quando parliamo di complementarietà tra uomo e donna in questo contesto, non dobbiamo confondere tale termine con l’idea semplicistica che tutti i ruoli e le relazioni di entrambi i sessi sono rinchiusi in un modello unico e statico. La complementarietà assume molte forme, poiché ogni uomo e ogni donna apporta il proprio contributo personale al matrimonio e all’educazione dei figli. La propria ricchezza personale, il proprio carisma personale, e la complementarietà diviene così di una grande ricchezza. E non solo è un bene, ma è anche bellezza. […] Occorre insistere sui pilastri fondamentali che reggono una nazione: i suoi beni immateriali. La famiglia rimane al fondamento della convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale. I bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva […]. La famiglia è un fatto antropologico, e conseguentemente un fatto sociale, di cultura, ecc. Noi non possiamo qualificarla con concetti di natura ideologica, che hanno forza soltanto in un momento della storia, e poi decadono. Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia! Non lasciatevi qualificare da questo o da altri concetti di natura ideologica. La famiglia ha una forza in sé. Possa questo colloquio essere fonte d’ispirazione per tutti coloro che cercano di sostenere e rafforzare l’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio come un bene unico, naturale, fondamentale e bello per le persone, le famiglie, le comunità e le società».

Il 12 gennaio 2015 nel discorso al corpo diplomatico presso la Santa Sede, Francesco ha affermato: «La famiglia stessa è poi non di rado fatta oggetto di scarto, a causa di una sempre più diffusa cultura individualista ed egoista che rescinde i legami e tende a favorire il drammatico fenomeno della denatalità, nonché di legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia per il bene di tutta la società».

Il 16 gennaio 2015 durante l’incontro con le famiglie a Manila, Francesco ha affermato: « nel nostro tempo, Dio ci chiama a riconoscere i pericoli che minacciano le nostre famiglie e a proteggerle dal male. Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia […]. Come famiglie dobbiamo essere molto molto sagaci, molto abili, molto forti, per dire “no” a qualsiasi tentativo di colonizzazione ideologica della famiglia […] La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita».

Il 18 gennaio 2015, durante la Messa conclusiva del viaggio nelle Filippine, Francesco ha ricordato che Gesù «ha avuto una famiglia qui sulla terra: la Santa Famiglia di Nazaret. In tal modo Egli ci ricorda l’importanza di proteggere le nostre famiglie e quella più grande famiglia che è la Chiesa, la famiglia di Dio, e il mondo, la nostra famiglia umana. Oggi purtroppo la famiglia ha bisogno di essere protetta da attacchi insidiosi e da programmi contrari a tutto quanto noi riteniamo vero e sacro, a tutto ciò che nella nostra cultura è più nobile e bello».

Il 18 gennaio 2015, prima dell’inizio della Messa di Santa Marta, papa Francesco ha voluto esprimere vicinanza e sostegno a «quella Chiesa slovacca coraggiosa che in questo momento, in questo tempo, lotta per difendere la famiglia». Rivolgendosi poi a un gruppetto di pellegrini provenienti dalla Slovacchia, il Pontefice li ha esortati così: «Avanti e coraggio!». Il successivo 7 febbraio, infatti, il popolo slovacco è stato chiamato ad un referendum sulla protezione della famiglia e del matrimonio tradizionale.

Il 23 gennaio 2015, nel messaggio per la XLIX Giornata delle Comunicazioni Sociali, Francesco ha ricordato: «La famiglia più bella, protagonista e non problema, è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli. Non lottiamo per difendere il passato, ma lavoriamo con pazienza e fiducia, in tutti gli ambienti che quotidianamente abitiamo, per costruire il futuro».

Il 29 gennaio 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha parlato della figura del padre nella famiglia, affermando: «L’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. E’ più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani. Sono orfani in famiglia, perché i papà sono spesso assenti, anche fisicamente, da casa, ma soprattutto perché, quando ci sono, non si comportano da padri, non dialogano con i loro figli, non adempiono il loro compito educativo, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane».

Il 29 gennaio 2015 l’Osservatore Romano, organo di stampa della Santa Sede, si è espresso sull’istituzione del registro delle unioni civili in Campidoglio: «Si tratta di una forzatura della volontà degli italiani che non hanno mai avuto modo di esprimersi sull’argomento o quantomeno del tentativo d’imporre al Paese un fatto compiuto su una materia che non ha mai avuto alcuna elaborazione giuridica».

Il 30 gennaio 2015 mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI, è intervenuto contro l’ideologia di gender accusata di «capovolgere l’alfabeto dell’umano», aggiungendo che «le unioni civili mi sembrano un diversivo per chi non è sintonizzato sul fuso orario della gente». Ricordiamo che quando Papa Francesco scelse mons. Galantino i media parlarono di “svolta” e “segnale di cambiamento”.

Il 02 febbraio 2015 nel suo discorso alla Conferenza Episcopale Lituana, Francesco ha affermato: «Come sapete, in questo periodo tutta la Chiesa è impegnata in un cammino di riflessione sulla famiglia, sulla sua bellezza, sul suo valore, e sulle sfide che è chiamata ad affrontare nel nostro tempo. Incoraggio anche voi, come Pastori, a dare il vostro contributo in questa grande opera di discernimento, e soprattutto a curare la pastorale familiare, così che i coniugi sentano la vicinanza della comunità cristiana e siano aiutati a “non conformarsi alla mentalità di questo mondo ma a rinnovarsi continuamente nello spirito del Vangelo” (cfr Rm 12,2). Infatti, anche il vostro Paese, che ormai è entrato a pieno titolo nell’Unione Europea, è esposto all’influsso di ideologie che vorrebbero introdurre elementi di destabilizzazione delle famiglie, frutto di un mal compreso senso della libertà personale. Le secolari tradizioni lituane al riguardo vi aiuteranno a rispondere, secondo la ragione e secondo la fede, a tali sfide».

Il 05 febbraio 2015 durante il discorso alla Conferenza Episcopale Greca, Francesco ha ricordato «l’indebolimento della famiglia, causato anche dal processo di secolarizzazione, richiede l’impegno della Chiesa a perseverare nei programmi di formazione al matrimonio, senza dimenticare il lavoro indispensabile con le nuove generazioni, per la loro formazione cristiana».

L’11 febbraio 2015 la Manif Pour Tous ha spiegato che l’ispirazione della loro attività contro il gender arriva da Papa Francesco, seguendo le sue indicazioni pubbliche.

L’22 marzo 2015 durante la visita pastorale a Napoli, Francesco ha affermato: «La crisi della famiglia è una realtà sociale. Poi ci sono le colonizzazioni ideologiche sulle famiglie, modalità e proposte che ci sono in Europa e vengono anche da Oltreoceano Poi quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che crea tanta confusione. Così la famiglia è sotto attacco».

Il 28 marzo 2015 il segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino (scelto personalmente da Papa Francesco), è duramente intervenuto contro il ddl Crinnà sulle unioni civili parlando di «forzatura ideologica».

Il 15 aprile 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze».

Il 22 aprile 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «pensiamo anche alla recente epidemia di sfiducia, di scetticismo, e persino di ostilità che si diffonde nella nostra cultura – in particolare a partire da una comprensibile diffidenza delle donne – riguardo ad un’alleanza fra uomo e donna che sia capace, al tempo stesso, di affinare l’intimità della comunione e di custodire la dignità della differenza. La svalutazione sociale per l’alleanza stabile e generativa dell’uomo e della donna è certamente una perdita per tutti. Dobbiamo riportare in onore il matrimonio e la famiglia!».

Il 23 aprile 2015 si è capito che il rifiuto di Papa Francesco di accettare come ambasciatore francese in Vaticano il diplomatico omosessuale Stefanini non è per via del suo orientamento sessuale ma dal fatto che il presidente Hollande ha voluto farne una bandiera e una sfida ideologica. Il pontefice ha incontrato Stefanini spiegandoglielo personalmente.

Il 24 aprile 2015 durante l’udienza ai vescovi di Namibia e Leshoto, Francesco ha affermato: «Vi ringrazio per i vostri sforzi nel promuovere una sana vita familiare di fronte a opinioni distorte che emergono nella società contemporanea».

Il 29 aprile 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini».

Il 11 maggio 2015 Francesco ha incontrato i vescovi del Togo affermando: «So che vivete concretamente questa sollecitudine facendo partecipare le vostre diocesi alle riflessioni preparatorie al Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, che si riunirà il prossimo ottobre a Roma. È importante che gli aspetti positivi della famiglia che sono vissuti in Africa si esprimano e siano compresi. In particolare, la famiglia africana è accogliente verso la vita, rispetta e tiene conto delle persone anziane. Questa eredità deve essere dunque conservata e servire da esempio e da incoraggiamento per gli altri. Il sacramento del matrimonio è una realtà pastorale ben accolta nel vostro paese, sebbene ostacoli di ordine culturale e legale sussistano ancora, impedendo ad alcune coppie di realizzare il loro desiderio di fondare la propria vita coniugale sulla fede in Cristo. Vi incoraggio a perseverare nei vostri sforzi per sostenere le famiglie nelle loro difficoltà, soprattutto attraverso l’educazione e le opere sociali, e a preparare le coppie agli impegni, esigenti ma magnifici, del matrimonio cristiano. Il Togo non è risparmiato dagli attacchi ideologici e mediatici, oggi diffusi ovunque, che propongono modelli di unione e famiglie incompatibili con la fede cristiana. Conosco la vigilanza di cui date prova in questo ambito, come pure gli sforzi che realizzate, in particolare nel campo dei mass media».

Il 15 maggio 2015 Francesco ha incontrato i vescovi africani affermando: «E ‘importante che la famiglia sia protetto e difeso, “in modo che rende la società il servizio che lo aspetta, vale a dire dare uomini e donne capaci di costruire un tessuto sociale la pace e l’armonia “( Ibid ). Posso solo incoraggiare a concedere prestiti alla cura pastorale del matrimonio l’attenzione che merita e non scoraggiare voi prima che la resistenza causata da tradizioni culturali, la debolezza umana o notizie colonizzazione ideologica che si diffondono in tutto il mondo. Vi ringrazio anche per la vostra partecipazione ai lavori del Sinodo che si terrà a Roma nel prossimo ottobre e chiedo le vostre preghiere per questa intenzione».

Il 24 maggio 2015 è stata pubblicata l’enciclica “Laudato sii”, nella quale Francesco ha scritto: «Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé. In tal modo è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, opera di Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di «cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa».

Il 27 maggio 2015 il segretario di Stato Vaticano, mons. Piero Parolin, ha commentato l’esito del referendum irlandese a favore delle nozze gay dicendo: «Questi risultati mi hanno reso molto triste. Certo, come ha detto l’arcivescovo di Dublino, la Chiesa deve tenere conto di questa realtà, ma deve tenerne conto nel senso che, a mio parere, deve rafforzare proprio tutto il suo impegno e fare uno sforzo per evangelizzare anche la nostra cultura. Ed io credo che non sia soltanto una sconfitta dei principi cristiani, ma un po’ una sconfitta dell’umanità». Il vaticanista Luca Kocci ha scritto che Parolin è «uno dei prelati di Curia più vicini a Francesco, autorevole interprete del pensiero del papa» ed infatti Sandro Magister ha rilevato che il giorno prima, come di regola ogni lunedì, Parolin era stato a colloquio con papa Francesco per la sua udienza settimanale. «Si può quindi presumere con buona sicurezza che il suo commento al referendum irlandese riflettesse anche il pensiero del papa».

Il 28 maggio 2015 ai vescovi domenicani, Francesco ha detto: «Il matrimonio e la famiglia attraversano una seria crisi culturale. Ciò non vuol dire che hanno perso importanza, ma che il loro bisogno si sente di più. La famiglia è il luogo in cui s’impara a convivere nella differenza, a perdonare e a sperimentare il perdono, e dove i genitori trasmettono ai figli i valori e in particolare la fede. Il matrimonio, «visto come una mera forma di gratificazione affettiva», smette di essere un “contributo indispensabile” alla società (cfr. Evangelii gaudium, n. 66). In questo oramai prossimo Giubileo della Misericordia non venite meno nel lavoro della riconciliazione matrimoniale e familiare, come bene della convivenza pacifica: «È perciò urgente un’ampia opera di catechesi circa l’ideale cristiano della comunione coniugale e della vita familiare, che includa una spiritualità della paternità e della maternità. Maggior attenzione pastorale va dedicata al ruolo degli uomini come mariti e padri, così come alla responsabilità che condividono con le mogli riguardo al matrimonio, alla famiglia ed all’educazione dei figli» (Ecclesia in America, n. 46). Continuiamo a presentare la bellezza del matrimonio cristiano: “sposarsi nel Signore” è un atto di fede e di amore, nel quale gli sposi, mediante il loro libero consenso, diventano trasmettitori della benedizione e della grazia di Dio per la Chiesa e la società».

Il 28 agosto 2015, Francesca Pardi, proprietaria della casa editrice “Lo Stampatello”, che diffonde i libri gender nelle scuole, ha ricevuto una risposta da Papa Francesco, tramite mons. Peter Brian Wells, a una sua lettera precedente in cui lo invitava a leggere i libri che diffonde. Nella lettera di risposta dal Vaticano, mons Wells risponde che il Santo Padre ringrazia per il gesto delicato e per i sentimenti che lo hanno suggerito, augura che l’attività sia sempre più proficua al servizio dei giovani, sperando che questo avvenga nel rispetto dei valori umani e cristiani. La Pardi ha usato questa risposta come un avvallo del Papa alla sua attività. Tuttavia il portavoce di Francesco, padre Lombardi, ha voluto precisare che “in nessun modo la lettera della Segreteria di Stato intende avallare comportamenti e insegnamenti non consoni al Vangelo. È del tutto fuori luogo una strumentalizzazione del contenuto della lettera”. La sala stampa del Vaticano ha anche precisato che la benedizione del papa “è stata alla persona e non a eventuali insegnamenti non in linea della Chiesa sulla teoria gender”.

Il 24 settembre 2015 durante il discorso all’assemblea plenaria degli Stati Uniti, Papa Francesco ha affermato: «non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno. Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita familiare».

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sui funzionari che non voglio rilasciare licenze matrimoniali per le coppie dello stesso sesso: «l’obiezione di coscienza è un diritto ed entra in ogni diritto umano. E’ un diritto, e se una persona non permette di esercitare l’obiezione di coscienza, nega un diritto. In ogni struttura giudiziaria deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto, un diritto umano. E’ un diritto umano. Se il funzionario di governo è una persona umana, ha quel diritto. E’ un diritto umano.».

Il 04 ottobre 2015, parlando del Sinodo ordinario sulla famiglia, Francesco ha ricordato: «La liturgia di questa domenica ripropone proprio il testo fondamentale del Libro della Genesi sulla complementarietà e reciprocità tra uomo e donna (cfr Gen 2,18-24). Per questo – dice la Bibbia – l’uomo lascia suo padre e sua madre e si unisce a sua moglie e i due diventano una sola carne, cioè una sola vita, una sola esistenza (cfr v. 24). In tale unità i coniugi trasmettono la vita ai nuovi esseri umani: diventano genitori».

Il 04 ottobre 2015, durante l’omelia per l’apertura del Sinodo ordinario sulla famiglia, Francesco ha ricordato: «Ecco il sogno di Dio per la sua creatura diletta: vederla realizzata nell’unione di amore tra uomo e donna; felice nel cammino comune, feconda nella donazione reciproca. È lo stesso disegno che Gesù nel Vangelo di oggi riassume con queste parole: «Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne» (Mc 10,6-8; cfr Gen 1,27; 2,24)».

Il 18 ottobre 2015 mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei scelto personalmente da Papa Francesco, a proposito del ddl Cirinnà sulle unioni civili, ha affermato: «Chiedo che la politica non sia strabica. Non si può pensare a un governo che sta investendo tantissime energie per queste forme di unioni particolari e di fatto sta mettendo all’angolo la famiglia tradizionale che deve essere un pilastro della società. Voglio fare un appello ai cattolici, ma non solo, perché togliamoci dalla testa che la famiglia fatta da padre, madre e figli sia un problema della Chiesa. La famiglia che assicura il futuro alla società non è problema della Chiesa, è una realtà, presente nella Costituzione, che riguarda tutta la società. Il mio appello è non solo ai cattolici, ma a tutti. E non è un appello per non fare – ha precisato -, ma per fare. Avendo chiaro che se qualcuno viene dall’estero e legge solo i giornali italiani ha l’impressione che in Italia ci solo il problema delle coppie fatto e non i problemi delle famiglie normali. A noi non va bene. Spero che il Parlamento non ne abbia bisogno, non serve un Parlamento al giogo del prete di turno. Spero in un Parlamento che non ha bisogno del vescovo o del Papa che glielo dicano». Continua Galantino rispondendo alla domanda se la Cei farà appello ai parlamentari cattolici di fare obiezione di coscienza sul ddl Cirinnà.»

Il 24 ottobre 2015 Papa Francesco, nel discorso a conclusione del Sinodo, ha parlato dell’«importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana».

Il 22 gennaio 2016 Papa Francesco, incontrando i giudici del Tribunale della Rota Romana, pochi giorni prima del Family Day e della discussione del ddl Cirinnà sulle unioni civili al Senato, ha affermato: «Il recente Sinodo sulla Famiglia ha «indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione. La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità». Citando Paolo VI, ha proseguito: «Come affermò il beato Paolo VI, la Chiesa ha sempre rivolto “uno sguardo particolare, pieno di sollecitudine e di amore, alla famiglia ed ai suoi problemi. Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unite due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna, per il quale essi sono chiamati a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale”». Ed in conclusione, «la Chiesa con rinnovato senso di responsabilità continua a proporre il matrimonio, nei suoi elementi essenziali – prole, bene dei coniugi, unità, indissolubilità, sacramentalità –, non come un ideale per pochi, nonostante i moderni modelli centrati sull’effimero e sul transitorio, ma come una realtà che, nella grazia di Cristo, può essere vissuta da tutti i fedeli battezzati».

Il 15 febbraio 2016 Papa Francesco nel suo viaggio in Messico, ha affermato: «Oggi vediamo e viviamo su diversi fronti come la famiglia venga indebolita, come viene messa in discussione. Come si crede che essa sia un modello ormai superato e incapace di trovare posto all’interno delle nostre società che, sotto il pretesto della modernità, sempre più favoriscono un sistema basato sul modello dell’isolamento. E si insinuano nelle nostre società – che si dicono società libere, democratiche, sovrane – si insinuano colonizzazioni ideologiche che le distruggono, e finiamo per essere colonie di ideologie distruttrici della famiglia, del nucleo della famiglia, che è la base di ogni sana società».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Accade il contrario: pregiudica la maturazione delle persone, la cura dei valori comunitari e lo sviluppo etico delle città e dei villaggi. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità. Dobbiamo riconoscere la grande varietà di situazioni familiari che possono offrire una certa regola di vita, ma le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, per esempio, non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio. Nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro della società. Ma chi si occupa oggi di sostenere i coniugi, di aiutarli a superare i rischi che li minacciano, di accompagnarli nel loro ruolo educativo, di stimolare la stabilità dell’unione coniugale? […]. La storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la pratica dell’“utero in affitto” o la strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa. Come hanno affermato i Vescovi dell’Australia, entrambi «contribuiscono, ciascuno in una maniera diversa, alla crescita di un bambino. Rispettare la dignità di un bambino significa affermare la sua necessità e il suo diritto naturale ad avere una madre e un padre. Non si tratta solo dell’amore del padre e della madre presi separatamente, ma anche dell’amore tra di loro, percepito come fonte della propria esistenza, come nido che accoglie e come fondamento della famiglia. Diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso. Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono «cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti. Mostrano ai loro figli il volto materno e il volto paterno del Signore. Inoltre essi insieme insegnano il valore della reciprocità, dell’incontro tra differenti, dove ciascuno apporta la sua propria identità e sa anche ricevere dall’altro. Se per qualche ragione inevitabile manca uno dei due, è importante cercare qualche maniera per compensarlo, per favorire l’adeguata maturazione del figlio. Un padre con una chiara e felice identità maschile, che a sua volta unisca nel suo tratto verso la moglie l’affetto e l’accoglienza, è tanto necessario quanto le cure materne. Vi sono ruoli e compiti flessibili, che si adattano alle circostanze concrete di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adatto alla maturazione del bambino».

Il 31 marzo 2016 è apparsa sui quotidiani l’anteprima del libro di Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, intitolato “Un marziano a Roma”. In esso Marino ha raccontato che nel febbraio 2015, durante un incontro privato, Papa Francesco gli disse che la cerimonia di registrazione in Campidoglio di sedici unioni omosessuali celebrate all’estero era stata «uno sbaglio». «Le sue parole furono molto severe, mi disse che era stato uno sbaglio», ha scritto Marino.

L’08 aprile 2016 sui quotidiani è apparsa la conferma che la Francia ha rinunciato alla proposta dell’ambasciatore vaticano Laurent Stefanini, omosessuale dichiarato e militante. «Alla fine ha vinto il Papa», si legge su Italia Oggi.

Il 29 aprile 2014 il portavoce del Family Day, Massimo Gandolfini, è stato ricevuto in udienza privata da Papa Francesco, il quale ha esortato i difensori della famiglia a proseguire nell’impegno: «vi ringrazio per quello che state facendo. Andate avanti così; siate un laicato forte, ben formato, con una retta coscienza cristiana». Gandolfini ha anche riportato altre parole del Papa: «Spetta a me, in quanto Papa, ribadire i principi che sono patrimonio secolare della Chiesa. Spetta a voi, che siete laici con una coscienza ben formata, protrarre l’impegno per difendere questi principi nella società».

 
 

————- ————–

4. IL CASO DEL “CHI SONO IO PER GIUDICARE UN OMOSESSUALE”?

Questo famoso caso è nato attraverso la frase “chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio?” pronunciata dal Papa durante una conversazione con i giornalisti nel 2013. I media l’hanno immediatamente estrapolata dal contesto e diffusa come inno al relativismo e anticipo di una presunta interruzione degli interventi pubblici su queste tematiche, i conservatori tradizionalisti ci sono cascati e hanno gridato allo scandalo.

Come abbiamo fatto notare, se si legge l’intera frase, Francesco ribadiva semplicemente i fondamenti del Catechismo cattolico: la posizione della Chiesa non è contro le persone, a giudicarle ci penserà Dio, ma giudica i comportamenti, semmai, e sopratutto sulle leggi che vorrebbero ridefinire il matrimonio a seguito di questi comportamenti. Lui stesso citava il Catechismo, ecco la frase integrale: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice: “non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società”». Forse non aveva previsto la strumentalizzazione mediatica, tanto che qualche settimana dopo ha affermato: «non ho riconosciuto me stesso quando sul volo di ritorno da Rio de Janeiro ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo». E’ evidente che non è facile essere Papa e avere gli occhi del mondo addosso, sguardi pronti a manipolare ogni tuo intervento.

L’arcivescovo emerito di Pamplona, Fernando Sebastián Aguilar, nominato cardinale proprio da Papa Francesco, ha commentato il “Chi sono io per giudicare?”, spiegando: «Il papa accentua i gesti di rispetto e di stima a tutte le persone, ma non tradisce né modifica il magistero tradizionale della Chiesa. Una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale, un’altra è giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità. A una persona posso dire che ha una deficienza, ma ciò non giustifica che io rinunci a stimarla e aiutarla. Credo che è questa la posizione del papa».

Il card. Loris Capovilla, nominato proprio da Papa Francesco, ha spiegato: «La Chiesa della misericordia è la stessa che voleva Giovanni XXIII, una Chiesa che condanna il peccato ma non il peccatore. Anzi, non chiude le porte in faccia a nessuno. “Chi sono io per giudicare un gay?”, si chiese Francesco», confermando dunque la giusta interpretazione da dare a quella frase del Pontefice.

 
 

————- ————–

5. UDIENZA PRIVATA AL TRANSESSUALE

Nel gennaio 2015 il quotidiano spagnolo “Hoy” ha rivelato che Francesco ha incontrato privatamente il transessuale spagnolo, accompagnato dalla fidanzata, Diego Neria Lejarraga. Il transessuale gli aveva scritto più volte dicendo di sentirsi emarginato dalla sua parrocchia e il vescovo di Plasencia, Amedeo Rodriguez Magro, lo ha invitato a rivolgersi al Pontefice. Secondo molti tale incontro avrebbe legittimato la transessualità nella Chiesa, o, per lo meno, Francesco avrebbe operato un lassismo morale.

Abbiamo fatto notare che queste stesse scandalizzate critiche non si levarono quando, nel settembre 2007, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza privata il dittatore sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur, avendo appoggiato politicamente e finanziariamente la pulizia etnica operata per anni dalle milizie islamiche. Se Francesco avrebbe legittimato la transessualità ricevendo un transessuale in udienza privata in Vaticano, allora per coerenza bisognerà sostenere che Benedetto XVI ha commesso qualcosa di ben più grave: ha legittimato il genocidio del Darfur ricevendo in udienza privata in Vaticano il dittatore del Sudan. La verità è che Benedetto XVI ritenne opportuno quell’incontro come un’occasione per riportare la pace in Sudan, mentre Francesco ha ritenuto opportuno quell’incontro come un’occasione per riportare la pace nel cuore di quel transessuale, magari inducendolo in decisioni diverse sulla sua vita. L’incontro privato tra Francesco e Diego Neria Lejarraga non legittima nulla, così come Gesù non legittimò pubblicani e peccatori quando si recò a mangiare a casa loro. Pubblicamente Francesco ha già affermato di pensarla come la Chiesa («sono figlio della Chiesa»), ha condannato l’educazione di gender (il sentirsi uomo o donna a prescindere dal dato biologico) definendola «colonizzazione ideologica» e paragonandola alle dittature fasciste e naziste. Ha quindi apertamente condannato il “peccato”, ma ha voluto incontrare privatamente il “peccatore” e la notizia sarebbe rimasta privata se non fosse stato per un quotidiano spagnolo.

Francesco ha voluto far sentire questa donna una persona umana e non uno scarto della natura, ha voluto comunicarle che la Chiesa non rifiuta mai nessuno, indipendentemente dalle scelte che si prendono nella vita. Forse le ha detto anche altro, non lo sappiamo e non sappiamo come si evolverà la sua storia personale. Quando Gesù incontrò il delinquente Zaccheo, recandosi a casa sua, creò scandalo tra il popolo, sembrò legittimare le sue azioni. Eppure fu l’occasione per Zaccheo di convertirsi e cambiare vita, donando metà dei suoi averi ai poveri. Non sarebbe accaduto nulla se Gesù lo avesse scacciato dalla città e respinto come “figlio del Demonio” (l’epiteto che avrebbe ricevuto il transessuale nella sua parrocchia, secondo il suo racconto).

Un mese dopo il Papa sembra aver replicato anche ai facili scandalizzatori attraverso una metafora con un racconto del Vangelo che parla di un lebroso: «Immaginate quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! Egli non è solo vittima della malattia, ma sente di esserne anche il colpevole, punito per i suoi peccati! È un morto vivente, “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (cfr Nm 12,14). Inoltre, il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso. Gesù rivoluziona e scuote con forza quella mentalità chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi. Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza “autolimitarsi” nei pregiudizi; senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio. Gesù risponde alla supplica del lebbroso senza indugio e senza i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze! Per Gesù ciò che conta, soprattutto, è raggiungere e salvare i lontani, curare le ferite dei malati, reintegrare tutti nella famiglia di Dio. E questo scandalizza qualcuno! E Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr Gv 10). Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio. Queste due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare. San Paolo, attuando il comandamento del Signore di portare l’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,19), scandalizzò e incontrò forte resistenza e grande ostilità soprattutto da coloro che esigevano un’incondizionata osservanza della Legge mosaica anche da parte dei pagani convertiti. Anche san Pietro venne criticato duramente dalla comunità quando entrò nella casa del centurione pagano Cornelio (cfr At 10). La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Lc 5,31-32)».

 
 

————- ————–

6. SINODO SULLA FAMIGLIA

Per molti critici la prima parte del Sinodo sulla famiglia ha rappresentato “il fumo di Satana penetrato nella Chiesa”, ovvero un rinnegamento del magistero della Chiesa, per altri la premessa per chissà quale catastrofismo. In realtà, come abbiamo spiegato, sia la “Relatio post disceptationem“ (una sorta di bozza iniziale), sia la “Relatio Synodi” (la relazione ufficiale dell’assemblea), non contegno nulla di controverso se si legge paragrafo per paragrafo. L’unico limite, se vogliamo, erano delle affermazioni facilmente strumentalizzabili nella bozza iniziale, che potevano indurre in errore i fedeli, ma che non sono state riportate nella Relazione ufficiale.

Come abbiamo fatto notare, della “Relatio post disceptationem“ molti hanno criticato in particolare due frasi: «La Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che custodiscono, anziché i limiti e le mancanze». Ad alcuni è sembrata una legittimazione, ma è semplicemente il “linguaggio positivo” che intende valorizzare quel che ci può essere di buono per aiutare il prossimo al cambiamento. Infatti se si legge subito dopo: «Infatti, quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di resistere nelle prove, può essere vista come un germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Stesso discorso per un’altra frase: «anche in tali unioni è possibile cogliere autentici valori familiari o almeno il desiderio di essi. Occorre che l’accompagnamento pastorale parta sempre da questi aspetti positivi. Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo». L’obiettivo è valorizzare il matrimonio naturale: in passato si sono sottolineati i limiti e la sterilità delle altre forme di unioni (definite “imperfette”), oggi -che tutto questo è stato ben recepito- si punta allo stesso obiettivo guardando anche alle possibili tracce di positività. E’ una grande metodologia pastorale, non c’è alcun cambiamento sulla dottrina. La terza frase criticata è stata: «le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana». Non c’è bisogno di chiarire che nessuno ha mai detto nulla di diverso, ci si scandalizza per un’ovvietà: qualunque persona ha doti e qualità da offrire alla comunità cristiana, a prescindere dai suoi comportamenti sessuali. I critici non si sono invece occupati di tutto il resto della bozza, dove ci si oppone fermamente alla teoria del gender e al matrimonio omosessuale, così come si invita a non negare «le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali». Appare una netta opposizione alla contraccezione e una valorizzazione dei metodi naturali, così come il messaggio dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. Nessuna decisione sulla comunione ai divorziati risposati.

Per quanto riguarda la “Relatio Synodi”, ovvero la relazione ufficiale dell’assemblea straordinaria prima del “vero” Sinodo, ci sono state piccole differenze che hanno chiarito i punti che potevano essere più strumentalizzabili. Innanzitutto viene definito il “linguaggio positivo” già apparso nella “Relatio post disceptationem”: «è opportuno apprezzare prima le possibilità positive e, alla luce di esse, valutare limiti e carenze. Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. È importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza. Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso. […] Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo». Non valorizzazione fine a se stessa per un malcapito buonismo, dunque, ma per trasformare queste situazioni irregolari nel matrimonio cristiano. Questo approccio si utilizza nel rapporto con le altre religioni, infatti continua il documento: «La presenza dei semina Verbi nelle culture potrebbe essere applicata, per alcuni versi, anche alla realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano –comunque fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e una donna –, che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. Con lo sguardo rivolto alla saggezza umana dei popoli e delle culture, la Chiesa riconosce anche questa famiglia come la cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana». Anche qui manca la decisione sulla comunione ai divorziati risposati, mentre è stata tolta la frase sulle «doti e qualità» che le persone omosessuali possono offrire alla comunità cristiana, dato che avrebbe potuto far cadere in una sorta di legittimazione o avrebbe semplicemente ribadito un’ovvietà. Il paragrafo relativo è stato sostituito con questo: «Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso». Come si vede si è optato per citare direttamente documenti già noti della Chiesa, confermando che l’accoglienza alle persone omosessuali non è affatto una novità e non si tratta di una improvvisa “apertura”. Questo paragrafo non ha avuto la maggioranza assoluta dei consensi tra i Padri sinodali, probabilmente diversi preferivano lasciare le espressioni utilizzate nella bozza iniziale, anche a rischio di essere strumentalizzati.

La relazione ufficiale dell’assemblea si è espressa a favore dei metodi naturali, invitando anche alla considearzione dell’adozione e dell’affido, anche per coniugi non sterili. Si è criticata invece la mentalità antinatalista: «Anche il calo demografico, dovuto ad una mentalità antinatalista e promosso dalle politiche mondiali di salute riproduttiva, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire», si è specificato che l’indossolubilità del matrimonio è un dono di Dio, da richiedere, e non è una capacità degli sposi, si è criticata la mentalità individualista della società, «che snatura i legami familiari e finisce per considerare ogni componente della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto». Si è parlato della dignità della donna, della violenza che spesso subisce e del «dono della maternità che viene spesso penalizzato piuttosto che essere presentato come valore». Una forte critica per le «tendenze culturali che sembrano imporre una affettività senza limiti di cui si vogliono esplorare tutti i versanti, anche quelli più complessi».

Il Papa ha lasciato campo libero ai cardinali di esprimersi con chiarezza, non ha mai ostacolato e non è intervenuto nel dibattito. Nel suo intervento conclusivo ha spiegato: «ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex”, la “salus animarum” (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita».

Nulla di ambiguo o di controverso, dunque. Purtroppo i tanti critici del Sinodo sono influenzati dalla strumentalizzazione fatta dai vaticanisti italiani, come abbiamo denunciato e mostrato. Tanto che il presidente dell’Associazione internazionale dei giornalisti accreditati in Vaticano, Salvatore Mazza, è intervenuto criticando chi «spinge sull’acceleratore della polemica per ribaltare, impacchettare, e (provare a) consegnare alle cronache – e, in definitiva, a umiliare – il Sinodo in corso per quello che non è». Lo stesso Francesco lo ha sottolineato: «Sempre ci sono timori, però perché non leggono le cose, o leggono una notizia in un giornale, un articolo, e non leggono quello che ha deciso il Sinodo, quello che si è pubblicato […]. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali […]. Io ho scritto un’enciclica a quattro mani, e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e omelie, e questo è magistero. Questo sta lì, è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi. Vada lì, e lo trova ed è ben chiaro. L’”Evangelii gaudium” è molto chiara».

 

Anche dopo il Sinodo, Francesco è intervenuto più volte per chiarirne le conclusioni e rispondere alle critiche:

Il 18 ottobre 2014 nel discorso di conclusione del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha spiegato che il Sinodo è stato «”un cammino” – e come ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore. Ci sono stati momenti di profonda consolazione ascoltando la testimonianza dei pastori veri che portano nel cuore saggiamente le gioie e le lacrime dei loro fedeli […]. Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni, se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato – con gioia e riconoscenza – discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia.  ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la “suprema lex”, la “salus animarum” (cf. Can. 1752). E questo sempre – lo abbiamo detto qui, in Aula – senza mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita […]. Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori».

Il 30 novembre 2014 nella conferenza stampa durante il ritorno dal viaggio in Turchia, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sulle “aperture” del Sinodo sulla Famiglia: «Il Sinodo è un percorso, è un cammino. Primo. Secondo: il Sinodo non è un parlamento. E’ uno spazio protetto perché possa parlare lo Spirito Santo. Tutti i giorni si faceva quel briefing con Padre Lombardi e altri padri sinodali, che dicevano cosa si era detto in quel giorno. Erano cose contrastanti, alcune. Poi, alla fine di questi interventi, è stata fatta quella bozza, che è la prima relatio. Poi questa è stata documento di lavoro per i gruppi linguistici che hanno lavorato su di esso, e poi hanno dato i loro apporti che sono stati resi pubblici: erano nelle mani di tutti i giornalisti. Cioè, come questo gruppo linguistico – inglese, spagnolo, francese, italiano – ha visto ogni parte di quella [prima relazione]. Poi, tutto è tornato alla commissione redattrice e questa commissione ha cercato di inserire tutti gli emendamenti. Ciò che è sostanziale rimane, ma tutto deve essere ridotto, tutto, tutto. E quello che è rimasto di sostanziale è nella relazione finale. Ma non finisce lì: anche questa è una redazione provvisoria, perché è diventata i “Lineamenta” per il prossimo Sinodo. Questo documento è stato inviato alle Conferenze episcopali, che devono discuterlo, inviare i loro emendamenti; poi si fa un altro “Instrumentum laboris” e poi l’altro Sinodo ne farà delle sue. E’ un percorso. Per questo non si può prendere un’opinione, di una persona o di una bozza. Il Sinodo dobbiamo vederlo nella sua totalità. Io non sono neanche d’accordo – ma questa è un’opinione mia, non voglio imporla – non sono d’accordo che si dica: “Oggi questo padre ha detto questo, oggi questo padre ha detto quello”. No, si dica che cosa è stato detto, ma non chi l’ha detto, perché – ripeto – non è un parlamento, il Sinodo, è uno spazio ecclesiale protetto, e questa protezione è perché lo Spirito Santo possa lavorare. Questa è la mia risposta».

Il 7 dicembre 2014 in un’intervista per “La Nacion”, Papa Francesco ha affermato: «Sempre ci sono timori, però perché non leggono le cose, o leggono una notizia in un giornale, un articolo, e non leggono quello che ha deciso il Sinodo, quello che si è pubblicato. Che cosa vale del Sinodo? La relazione post-sinodale, il messaggio post-sinodale, e il discorso del Papa. Il Sinodo è stato un processo e così come l’opinione di un padre sinodale, era di un padre sinodale, la prima bozza era una prima bozza, dove si raccoglieva tutto. Nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po’ inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali […]. Io ho scritto un’enciclica a quattro mani, e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e omelie, e questo è magistero. Questo sta lì, è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi. Vada lì, e lo trova ed è ben chiaro. L’”Evangelii gaudium” è molto chiara».

Il 10 dicembre 2014 durante l’Udienza generale, Francesco ha ricordato: «Anzitutto io ho chiesto ai Padri sinodali di parlare con franchezza e coraggio e di ascoltare con umiltà, dire con coraggio tutto quello che avevano nel cuore. Nel Sinodo non c’è stata censura previa, ma ognuno poteva – di più doveva – dire quello che aveva nel cuore, quello che pensava sinceramente. “Ma, questo farà discussione”. E’ vero, abbiamo sentito come hanno discusso gli Apostoli. Dice il testo: è uscita una forte discussione. Gli Apostoli si sgridavano fra loro, perché cercavano la volontà di Dio sui pagani, se potevano entrare in Chiesa o no. Era una cosa nuova. Sempre, quando si cerca la volontà di Dio, in un’assemblea sinodale, ci sono diversi punti di vista e c’è la discussione e questo non è una cosa brutta! Sempre che si faccia con umiltà e con animo di servizio all’assemblea dei fratelli. […]. Nessun intervento ha messo in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio, cioè: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e l’apertura alla vita. Questo non è stato toccato. […] Il Sinodo è uno spazio protetto affinché lo Spirito Santo possa operare; non c’è stato scontro tra fazioni, come in parlamento dove questo è lecito, ma un confronto tra i Vescovi, che è venuto dopo un lungo lavoro di preparazione e che ora proseguirà in un altro lavoro, per il bene delle famiglie, della Chiesa e della società».

Il 2 febbraio 2015 mons. Livio Melina ha affermato in un’intervista che «Gesù non fece sondaggi quando propose il perdono dei nemici, l’indissolubilità del matrimonio, l’eucaristia o la parola della croce: sapeva benissimo come la pensavano persino i discepoli». Molti, compreso Antonio Socci, hanno letto in queste parole un’accusa a Francesco e al Vaticano per aver diffuso un questionario annesso al breve documento preparatorio del Sinodo straordinario sulla famiglia. Non si è affatto trattato di un “sondaggio” ma del sincerarsi di come venga diffuso e recepito l’insegnamento della Chiesa su questa materia, quali siano le difficoltà nel metterlo in pratica e quanto questo insegnamento entri nei programmi pastorali ad ogni livello. Come pure quali siano i punti più attaccati e rifiutati fuori dagli ambienti ecclesiali. E’ un modo che aiuta alle Chiese particolari a partecipare attivamente alla preparazione del Sinodo Straordinario e, per i padri sinodali, di confrontarsi e decidere in base a quanto avviene realmente attorno a loro.

Il 11 maggio 2015 Francesco ha incontrato i vescovi del Togo affermando: «So che vivete concretamente questa sollecitudine facendo partecipare le vostre diocesi alle riflessioni preparatorie al Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, che si riunirà il prossimo ottobre a Roma. È importante che gli aspetti positivi della famiglia che sono vissuti in Africa si esprimano e siano compresi. In particolare, la famiglia africana è accogliente verso la vita, rispetta e tiene conto delle persone anziane. Questa eredità deve essere dunque conservata e servire da esempio e da incoraggiamento per gli altri. Il sacramento del matrimonio è una realtà pastorale ben accolta nel vostro paese, sebbene ostacoli di ordine culturale e legale sussistano ancora, impedendo ad alcune coppie di realizzare il loro desiderio di fondare la propria vita coniugale sulla fede in Cristo. Vi incoraggio a perseverare nei vostri sforzi per sostenere le famiglie nelle loro difficoltà, soprattutto attraverso l’educazione e le opere sociali, e a preparare le coppie agli impegni, esigenti ma magnifici, del matrimonio cristiano. Il Togo non è risparmiato dagli attacchi ideologici e mediatici, oggi diffusi ovunque, che propongono modelli di unione e famiglie incompatibili con la fede cristiana. Conosco la vigilanza di cui date prova in questo ambito, come pure gli sforzi che realizzate, in particolare nel campo dei mass media». Ricordiamo che molti denigratori del Sinodo hanno più volte sottolineato la presunta non considerazione dell’episcopato africano.

 
 

————- ————–

7. IL “CASO DELLE FAMIGLIE NUMEROSE”

Il “caso” delle famiglie numerose è emerso nel gennaio 2015 quando alcuni intellettuali hanno male interpretato le parole del Pontefice durante la conferenza stampa nel viaggio in Sri Lanka e Filippine. In quell’occasione Francesco ha usato come esempio una donna che «era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. “Ma lei vuole lasciare orfani sette?”. Questo è tentare Dio». Per questo ha detto: «ma questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti da i mezzi, sii responsabile”. Alcuni credono che – scusatemi la parola, eh? – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante vie d’uscita lecite che hanno aiutato a questo».

Lo scrittore Antonio Socci ha replicato così: le famiglie numerose «si sono sentite paragonare ai “conigli”, già sono tartassate dallo stato e dai sarcasmi della mentalità dominante. Si aspettavano, almeno dal Papa, comprensione e incoraggiamento, e hanno avuto randellate». A dare manforte a Socci è arrivato anche il direttore de “Il Giornale” Vittorio Feltri e tanti altri.

Come abbiamo scritto, proprio pochi giorni prima Francesco aveva incontrato in Vaticano l’Associazione nazionale delle Famiglie numerose, affermando: «Giustamente voi ricordate che la Costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole. Auspico quindi, anche pensando alla bassa natalità che da tempo si registra in Italia, una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!». Non c’è nessun giudizio negativo, dunque, sulle famiglie con molti figli.

Per quanto riguarda il non fare figli come i “conigli”, Francesco ha ribadito semplicemente la tesi contenuta nella “Humanae Vitae” di Paolo VI quando, appunto, si parla di “genitorialità” e “paternità responsabile”. Certo, la frase è appositamente colorita ma anche Giovanni Paolo II usò parole molto dure nel 1994: «il pensiero cattolico è sovente equivocato, come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così». Infatti il presidente delle “Famiglie numerose” italiane, Giuseppe Butturini, ha elogiato l’intervento del Papa, concordando con lui sull’errore di una genitorialità irresponsabile. Lo stesso hanno fatto tante altre famiglie numerose. Francesco Belletti, presidente del “Forum delle associazioni familiari” ha invece invitato ad andare al cuore delle parole del Santo Padre senza fermarsi «alle loro parti più ad effetto». Per quanto riguarda il rimprovero alla donna che aveva avuto otto figli tramite parto cesareo, Francesco è stato molto realista: «“Ma lei vuole lasciare orfani sette?”. Questo è tentare Dio, questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti da i mezzi, sii responsabile”», invitando alle “vie lecite”, ovvero i metodi naturali per la regolamentazione della fecondità. Tanto che il presidente delle Famiglie numerose, Giuseppe Butturini, ha spiegato: «Il Papa, correttamente inteso, ha ragione. Sta dicendo a una mamma che vuole un figlio a tutti i costi dopo sette parti cesarei: stai attenta, perché in questo modo corri il rischio di fare la tua volontà e non quella di Dio».

Il 21 gennaio 2015 Francesco è tornato sull’argomento dicendo: «Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire da alcuni che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica. Posso dire, possiamo dire tutti, che la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro; un sistema economico che esclude, esclude sempre: esclude i bambini, gli anziani, i giovani, senza lavoro … – e che crea la cultura dello scarto che viviamo. Ci siamo abituati a vedere persone scartate. Questo è il motivo principale della povertà, non le famiglie numerose».

L’11 febbraio 2015 Francesco ha parlato nuovamente di famiglie numerose durante l’Udienza generale, riprendendo il concetto: «una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa […]. Se una famiglia generosa di figli viene guardata come se fosse un peso, c’è qualcosa che non va! La generazione dei figli dev’essere responsabile, come insegna anche l’Enciclica Humanae vitae del beato Papa Paolo VI, ma avere più figli non può diventare automaticamente una scelta irresponsabile. Non avere figli è una scelta egoistica. La vita ringiovanisce e acquista energie moltiplicandosi: si arricchisce, non si impoverisce!».

L’13 febbraio 2015 il vaticanista John Allen ha spiegato: «Papa Francesco dice e fa un sacco di cose che vengono definite come rivoluzionarie, ma in realtà non lo sono. Dire che i cattolici non devono figliare “come conigli,” per esempio, è un vecchio insegnamento ufficiale».

————- ————–

 
 

8. FECONDAZIONE ARTIFICIALE

Il Pontefice è intervenuto anche su questa specifica tematica entrata nel dibattito pubblico in questi ultimi anni. Nel richiamo alla sacralità della persona da mettere al centro della società, non ha evitato di ricordare che i bambini non sono oggetti di produzione, e che non è una «conquista scientifica m (15/11/14)

Purtroppo anche su questo è stato strumentalizzato, come ha fatto la blogger de “Il Fatto Quotidiano” Elisabetta Ambrosi, secondo cui Francesco «mai avrebbe concepito che a una coppia sterile scoraggiata e disperata fosse riservato un trattamento così disumano come quello previsto da una norma votata da un Parlamento privo, oltre che delle nozioni elementari del diritto, anche di qualsiasi traccia di pietà», riferendosi alla legge 40. Ma si tratta appunto di disinformazione sul pensiero del Papa.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 15 novembre 2014 nel discorso all’Associazione Medici Cattolici, Francesco ha ricordato che «il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”. Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre […]. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita. Ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono, come ho detto. Giocare con la vita. Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha affermato: «un impegno importante e ammirevole, poiché persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Le famiglie numerose sono una gioia per la Chiesa. In esse l’amore esprime la sua fecondità generosa. Questo non implica dimenticare una sana avvertenza di san Giovanni Paolo II, quando spiegava che la paternità responsabile non è «procreazione illimitata o mancanza di consapevolezza circa il significato di allevare figli, ma piuttosto la possibilità data alle coppie di utilizzare la loro inviolabile libertà saggiamente e responsabilmente, tenendo presente le realtà sociali e demografiche così come la propria situazione e i legittimi desideri».

 
 

————- ————–

9. EUTANASIA

Gli interventi del Pontefice contro l’eutanasia sono davvero numerosi, come mostreremo qui sotto. Egli include i suoi interventi al tema della “cultura dello scarto” che, come ha spiegato più volte, è il grande peccato della modernità di mettere l’uomo non più al centro della società. In particolare Francesco ha chiarito che non c’è alcuna dignità nel suicidio e nello scartare anziani e disabili, criticando «il pensiero dominante» che «propone a volte una “falsa compassione”. Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia […]. Tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: “No, la fine della vita la faccio io, come io voglio”. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo».

Anche su questo tema, purtroppo, Francesco è stato strumentalizzato. Lo ha fatto il filosofo Umberto Galimberti usandolo per chiedere una legge sull’eutanasia.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha affermato: «Una diffusa mentalità dell’utile, la “cultura dello scarto”, che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un “sì” deciso e senza tentennamenti alla vita […]. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare! Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa […]. Questa è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qualità. E non per un discorso di fede – no, no – ma di ragione, per un discorso di scienza! Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra. La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile».

Il 18 novembre 2013 durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, il Pontefice ha criticato «lo spirito della mondanità che anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico» che, nel libro dei Maccabei oggetto del suo commento, ha portato alle «condanne a morte, ai sacrifici umani. Voi pensate che oggi non si fanno sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti. E ci sono delle leggi che li proteggono». Il Papa fa riferimento al romanzo “Il padrone del mondo” di Benson che si sofferma proprio su «quello spirito di mondanità che ci porta all’apostasia». Oggi, avverte il Papa, si pensa che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha concesso un’intervista al “Corriere della Sera” e, alla domanda sul testamento biologico e sul prolungamento artificiale della vita in stato vegetativo, il Papa ha risposto: «Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata. La dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale. Nella mia pastorale, in questi casi, ho sempre consigliato le cure palliative. In casi più specifici è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti».

Il 9 maggio 2014 nel discorso ai capi esecutivi delle agenzie Onu, Francesco ha ricordato che occorre «sfidare tutte le forme di ingiustizia, opponendosi alla “economia dell’esclusione”, alla “cultura dello scarto” e alla “cultura della morte”, che, purtroppo, potrebbero arrivare a diventare una mentalità accettata passivamente […]. Oggi, in particolare, la coscienza della dignità di ogni fratello, la cui vita è sacra e inviolabile dal suo concepimento alla fine naturale, deve portarci a condividere, con totale gratuità, i beni che la provvidenza ha posto nelle nostre mani, siano essi ricchezze materiali che opere di intelligenza e di spirito, e a restituire con generosità e abbondanza ciò che ingiustamente possiamo aver negato agli altri».

Nell’ottobre 2014 Francesco ha rilasciato un’intervista in occasione della stesura del libro “Papa Francesco. Questa economia uccide” (Piemme 2015), in essa ha affermato: «Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica […]. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente».

Il 1 novembre 2014 durante la Messa al cimitero Verano, Francesco ha detto: <i«È l’industria della distruzione. È un sistema, anche di vita, che quando le cose non si possono sistemare, si scartano: si scartano i bambini, si scartano gli anziani, si scartano i giovani senza lavoro. Questa devastazione ha fatto questa cultura dello scarto».

Il 15 novembre 2014 nel discorso all’Associazione Medici Cattolici, Francesco ha ricordato che «il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”. Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre […]. La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza […]. Lo stesso vale per l’eutanasia: tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: “No, la fine della vita la faccio io, come io voglio”. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato che «l’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». Persiste così un «grande equivoco che avviene quando prevale l’assolutizzazione della tecnica, che finisce per realizzare una confusione fra fini e mezzi. Risultato inevitabile della “cultura dello scarto” e del “consumismo esasperato”. Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio».

Il 16 gennaio 2015 Francesco durante l’omelia nella Cattedrale di Manila, ha affermato: «Sappiamo quanto sia difficile oggi per le nostre democrazie preservare e difendere tali valori umani fondamentali, come il rispetto per l’inviolabile dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti di libertà di coscienza e di religione, il rispetto per l’inalienabile diritto alla vita, a partire da quella dei bimbi non ancora nati fino quella degli anziani e dei malati».

Il 1 febbraio 2015 durante l’Angelus Papa Francesco ha ricordato: «Oggi si celebra in Italia la Giornata per la Vita, che ha come tema “Solidali per la vita”. Rivolgo il mio apprezzamento alle associazioni, ai movimenti e a tutti coloro che difendono la vita umana. Mi unisco ai Vescovi italiani nel sollecitare «un rinnovato riconoscimento della persona umana e una cura più adeguata della vita, dal concepimento al suo naturale termine» (Messaggio per la 37ª Giornata nazionale per la Vita). Quando ci si apre alla vita e si serve la vita, si sperimenta la forza rivoluzionaria dell’amore e della tenerezza (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 288), inaugurando un nuovo umanesimo: l’umanesimo della solidarietà, l’umanesimo della vita. Saluto il Cardinale Vicario, i docenti universitari di Roma e quanti sono impegnati a promuovere la cultura della vita».

Il 5 marzo 2015 incontrando la Pontificia Accademia per la Vita, ha affermato: «“Onorare” oggi potrebbe essere tradotto pure come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o “fatto morire”. Tutta la medicina ha un ruolo speciale all’interno della società come testimone dell’onore che si deve alla persona anziana e ad ogni essere umano».

Il 22 marzo 2015 durante la visita pastorale a Napoli, Francesco ha, in modo politicamente scorretto, affermato «si scartano i bambini, si scartano gli anziani, perché si lasciano da soli. Noi anziani abbiamo acciacchi, problemi e portiamo problemi agli altri, e la gente forse ci scarta per i nostri acciacchi, perché non serviamo più. E c’è anche questa abitudine di – scusatemi la parola – di lasciarli morire e siccome a noi piace tanto usare eufemismi, diciamo una parola tecnica: eutanasia. Ma non solo l’eutanasia fatta con una puntura, ma l’eutanasia nascosta, quella di non darti le medicine, non darti le cure, renderti la vita triste e così si muore, si finisce».

Il 30 maggio 2015 durante l’udienza con l’associazione Scienza e Vita, Francesco ha detto: «noi ribadiamo che una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine naturale. Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «L’eutanasia e il suicidio assistito sono gravi minacce per le famiglie in tutto il mondo. La loro pratica è legale in molti Stati. La Chiesa, mentre contrasta fermamente queste prassi, sente il dovere di aiutare le famiglie che si prendono cura dei loro membri anziani e ammalati».


 
 

————- ————–

10. ABORTO

Anche sul tema dell’aborto, come per quello sull’eutanasia, Francesco è intervenuto in modo incessante. Lo scarto dei bambini prima della nascita è centrale nella sua volontà di riportare l’uomo al centro della società, spodestando il denaro e altri idoli.

In diversi suoi interventi ha anche spiegato che la difesa della vita si basa non su una posizione confessionale ma è materia di scienza e di ragione: «Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. “Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto, per esempio? E’ un problema religioso?” – “No, no. Non è un problema religioso” – “E’ un problema filosofico?” – “No, non è un problema filosofico”. E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. “Ma no, il pensiero moderno…” – “Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!”» (15/11/14). Così come ha esplicitamente invitato i medici a praticare l’obiezione di coscienza, spingendosi ben al di là dei suoi predecessori.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 10 settembre 2012, quando era arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio fece diffondere il comunicato “Sobre la resolución para abortos no punibles en la ciudad de Buenos Aires” in seguito all’introduzione nel parlamento della città (forte di un pronunciamento della corte suprema nazionale) di una più ampia depenalizzazione dell’aborto (poi bloccata da un veto del sindaco). Nel comunicato scrisse: «Rispetto alla regolamentazione dei casi di aborto non punibili da parte delle autorità amministrative cittadine di Buenos Aires, prendiamo atto una volta di più della deliberata intenzione di perseverare sulla strada della limitazione ed eliminazione del valore supremo della vita, e della volontà di ignorare il diritto dei bimbi a nascere. Nei confronti di una donna in stato di gravidanza dobbiamo sempre parlare di due vite, le quali debbono entrambe essere preservate e rispettate, poiché la vita è un valore assoluto […]. La scienza biologica indica in modo evidente attraverso il DNA, la sequenza del genoma umano, che dal momento del concepimento esiste una nuova vita umana che deve essere tutelata giuridicamente. Il diritto alla vita è un diritto umano fondamentale […]. L’aborto non è mai una soluzione. Occorre ascolto, vicinanza e comprensione da parte nostra per salvare tutte e due le vite: rispettare l’essere umano più piccolo e indifeso, adottare ogni mezzo che possa preservare la sua vita, permettere la sua nascita ed essere, inoltre, creativi nell’individuare percorsi che rendano possibile il suo pieno sviluppo […]. Questa decisione amministrativa che amplia le ipotesi di depenalizzazione dell’aborto, cedendo alle indebite pressioni della corte suprema nazionale – la quale, peraltro, ha prevaricato le proprie competenze in palese violazione del principio di divisione dei poteri e delle prerogative federali – comporta conseguenze di natura giuridica, culturale ed etica, poiché le leggi improntano la cultura di un popolo, e una legislazione che non protegge la vita favorisce una cultura di morte […]. Di fronte a questa deprecabile decisione lanciamo un appello a tutte le parti coinvolte, ai fedeli e ai cittadini, affinché, in un clima di massimo rispetto, vengano adottati mezzi positivi di promozione e protezione della madre e del suo bambino in tutti i casi, a favore sempre del diritto alla vita umana».

Il 12 maggio 2013 durante il Regina Caeli in piazza San Pietro, Francesco ha “benedetto” i partecipanti alla “Marcia per la Vita”: «Saluto i partecipanti alla “Marcia per la vita” che ha avuto luogo questa mattina a Roma e invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento. A questo proposito, mi piace ricordare anche la raccolta di firme che oggi si tiene in molte parrocchie italiane, al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza». Alla fine della celebrazione e smessi i paramenti sacri, si è avvicinato ai promotori dell’iniziativa, salutandoli e scambiando qualche parola con loro.

L’11 agosto 2013 nel messaggio per la Settimana Nazionale della Famiglia in Brasile, Francesco ha ricordato che i genitori sono «i primi collaboratori di Dio nell’orientamento fondamentale dell’esistenza e nella garanzia di un buon futuro», e dunque, per contrastare una «cultura dello scarto, che relativizza il valore della vita umana. I genitori sono chiamati a trasmettere, con le parole e soprattutto con le loro opere, le verità fondamentali sulla vita e l’amore umano, che ricevono una nuova luce dalla Rivelazione di Dio». In particolare, essi «sono chiamati a trasmettere ai loro figli la consapevolezza che essa deve essere sempre difesa, sin dal grembo materno, riconoscendovi un dono di Dio e garanzia del futuro dell’umanità, ma anche nella cura degli anziani, specialmente dei nonni, che sono la memoria viva di un popolo e trasmettono la saggezza della vita».

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha affermato: «Una diffusa mentalità dell’utile, la “cultura dello scarto”, che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un “sì” deciso e senza tentennamenti alla vita […]. Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo […]. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa […]. Mentre si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti, non sempre si tutela la vita come valore primario e diritto primordiale di ogni uomo. Il fine ultimo dell’agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita». Occorre dunque «l’impegno di coerenza con la vocazione cristiana verso la cultura contemporanea, per contribuire a riconoscere nella vita umana la dimensione trascendente, l’impronta dell’opera creatrice di Dio, fin dal primo istante del suo concepimento. È questo un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona. Il Signore conta anche su di voi per diffondere il “vangelo della vita”». Occorre così difendere la vita «nella sua fase iniziale e ricordate a tutti, con i fatti e con le parole, che questa è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qualità. E non per un discorso di fede – no, no – ma di ragione, per un discorso di scienza! Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra. La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile».

Il 18 novembre 2013 durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, il Pontefice ha criticato «lo spirito della mondanità che anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico» che nel libro dei Maccabei che stava commentando ha portato alle «condanne a morte, ai sacrifici umani. Voi pensate che oggi non si fanno sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti. E ci sono delle leggi che li proteggono».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, “ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo”. […]. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Il 13 gennaio 2014 incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Francesco ha detto: «Non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini, se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la “cultura dello scarto”. Purtroppo, oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani, che vengono “scartati” come fossero “cose non necessarie”. Ad esempio, desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell’aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l’umanità».

Il 18 gennaio 2014, in occasione della nona edizione della Marcia per la vita (“En marche pour la vie”) in Francia, il nunzio apostolico francese, arcivescovo Luigi Ventura, ha scritto alla organizzatrice dell’evento, Virginie Raoult-Mercier, dicendole che Papa Francesco è informato dell’iniziativa, saluta i partecipanti invitandoli a mantenere viva l’attenzione su un tema così importante, ricordando l’esortazione da lui rivolta il 16 giugno 2013 nell’omelia pronunciata in piazza San Pietro per la Giornata Evangelium Vitae: «Cari fratelli e sorelle, guardiamo a Dio come al Dio della vita, guardiamo alla sua legge, al messaggio del Vangelo come a una via di libertà e di vita. Il Dio Vivente ci fa liberi! Diciamo sì all’amore e no all’egoismo, diciamo sì alla vita e no alla morte; (…) in una parola diciamo sì a Dio, che è amore, vita e libertà».

Il 22 gennaio 2014, in occasione della 41.ma Marcia per la Vita a Washington, che ricorda la sentenza con cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli Stati Uniti nel 1973, Papa Francesco ha lanciato un tweet: «Mi unisco alla Marcia per la Vita a Washington con le mie preghiere. Possa Dio aiutarci a rispettare ogni forma di vita, in particolare i più vulnerabili».

Il 24 marzo 2014, nel discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, Francesco ha invitato «nella custodia e nella promozione della vita, in qualunque stadio e condizione si trovi, possiamo riconoscere la dignità e il valore di ogni singolo essere umano, dal concepimento fino alla morte».

L’11 aprile 2014 Francesco ha incontrato il Movimento per la Vita italiano ringraziando il presidente Carlo Casini, «ma soprattutto gli esprimo riconoscenza per tutto il lavoro che ha fatto in tanti anni nel Movimento per la Vita. Gli auguro che quando il Signore lo chiamerà siano i bambini ad aprigli la porta lassù». Ha quindi proseguito: «Noi lo sappiamo, la vita umana è sacra e inviolabile. Ogni diritto civile poggia sul riconoscimento del primo e fondamentale diritto, quello alla vita, che non è subordinato ad alcuna condizione, né qualitativa né economica né tantomeno ideologica», citando le parole della Evangelii gaudium sulla “cultura dello scarto”. «Occorre pertanto ribadire la più ferma opposizione ad ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa, e il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia […]. Io ricordo una volta, tanto tempo fa, che avevo una conferenza con i medici. Dopo la conferenza ho salutato i medici – questo è accaduto tanto tempo fa. Salutavo i medici, parlavo con loro, e uno mi ha chiamato in disparte. Aveva un pacchetto e mi ha detto: “Padre, io voglio lasciare questo a lei. Questi sono gli strumenti che io ho usato per fare abortire. Ho incontrato il Signore, mi sono pentito, e adesso lotto per la vita”. Mi ha consegnato tutti questi strumenti. Pregate per quest’uomo bravo! A chi è cristiano compete sempre questa testimonianza evangelica: proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Vi incoraggio a farlo sempre con lo stile della vicinanza, della prossimità: che ogni donna si senta considerata come persona, ascoltata, accolta, accompagnata. Il Signore sostenga l’azione che svolgete come Centri di Aiuto alla Vita e come Movimento per la Vita, in particolare il progetto “Uno di noi”».

Il 9 maggio 2014 nel discorso ai capi esecutivi delle agenzie Onu, Francesco ha ricordato che occorre «sfidare tutte le forme di ingiustizia, opponendosi alla “economia dell’esclusione”, alla “cultura dello scarto” e alla “cultura della morte”, che, purtroppo, potrebbero arrivare a diventare una mentalità accettata passivamente […]. Oggi, in particolare, la coscienza della dignità di ogni fratello, la cui vita è sacra e inviolabile dal suo concepimento alla fine naturale, deve portarci a condividere, con totale gratuità, i beni che la provvidenza ha posto nelle nostre mani, siano essi ricchezze materiali che opere di intelligenza e di spirito, e a restituire con generosità e abbondanza ciò che ingiustamente possiamo aver negato agli altri».

Il 12 maggio 2014 mons. Nunzio Galantino, nominato segretario generale della Conferenza episcopale italiana da Francesco, si è espresso in questo modo sui temi eticamente sensibili: «Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». Innumerevoli sono state le accuse ricevute, in realtà mons. Galantino stava semplicemente invitando a cambiare la modalità di difendere la vita, attraverso iniziative più efficaci. Galantino ha anche voluto chiarire il suo intervento in un’altra intervista, parlando di don Oreste Benzi, che delle recite del Rosario davanti alle cliniche abortistiche è stato pioniere: «È stato nella mia parrocchia per tenere alcuni incontri organizzati per la festa di San Luigi», ricorda. Definisce quei momenti «un dono per la nostra parrocchia». Alcuni hanno accusato Galantino di piegarsi al pensiero dominante, ma mons. Galantino è lo stesso che nel novembre 2014 ha criticato i sindaci che trascrivono le nozze gay contratte all’estero, aggiungendo: «L’Italia è fortemente segnata dall’azione lobbistica di minoranze aggressive, in grado di imporre un pensiero unico. Spesso a dettare l’agenda sono loro, non la maggioranza».

Il 17 agosto 2014 durante il viaggio apostolico in Corea del Sud, Papa Francesco ha voluto fermarsi in preghiera presso un cimitero di feti abortiti. Dopo essersi congedato dai disabili e dai loro assistenti incontrati nella vicina “House oh Hope” a Kkottongnae, ha visitato questo campo di croci bianche, salutando una rappresentanza degli attivisti “Pro-life” coreani.

Nell’ottobre 2014 Francesco ha rilasciato un’intervista in occasione della stesura del libro “Papa Francesco. Questa economia uccide” (Piemme 2015)), in essa ha affermato: «Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica […]. Vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro».

Il 28 ottobre 2014 Papa Francesco ha incontrato i movimenti popolari e ha detto: «Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini. Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente».

Il 1 novembre 2014 durante la Messa al cimitero Verano, Francesco ha detto: «È l’industria della distruzione. È un sistema, anche di vita, che quando le cose non si possono sistemare, si scartano: si scartano i bambini, si scartano gli anziani, si scartano i giovani senza lavoro. Questa devastazione ha fatto questa cultura dello scarto».

Il 15 novembre 2014 nel discorso all’Associazione Medici Cattolici, Francesco ha ricordato che «il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”», ha affermato il Pontefice. «Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre […]. La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza […]. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita. Ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono, come ho detto. Giocare con la vita. Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così. Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. “Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto, per esempio? E’ un problema religioso?” – “No, no. Non è un problema religioso” – “E’ un problema filosofico?” – “No, non è un problema filosofico”. E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. “Ma no, il pensiero moderno…” – “Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!”».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato che «l’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». Persiste così un «grande equivoco che avviene quando prevale l’assolutizzazione della tecnica, che finisce per realizzare una confusione fra fini e mezzi. Risultato inevitabile della “cultura dello scarto” e del “consumismo esasperato”. Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio».

Il 25 dicembre 2014, in occasione del messaggio Urbi et Orbi, Francesco ha detto: «il mio pensiero va a tutti i bambini oggi uccisi e maltrattati, sia a quelli che lo sono prima di vedere la luce, privati dell’amore generoso dei loro genitori e seppelliti nell’egoismo di una cultura che non ama la vita […]. Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode. Sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode. Davvero tante lacrime ci sono in questo Natale insieme alle lacrime di Gesù Bambino!».

Il 16 gennaio 2015 Francesco durante l’omelia nella Cattedrale di Manila, ha affermato: «Sappiamo quanto sia difficile oggi per le nostre democrazie preservare e difendere tali valori umani fondamentali, come il rispetto per l’inviolabile dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti di libertà di coscienza e di religione, il rispetto per l’inalienabile diritto alla vita, a partire da quella dei bimbi non ancora nati fino quella degli anziani e dei malati».

Il 21 gennaio 2015 Papa Francesco ha appoggiato la Marcia per la vita di Parigi tramite un messaggio affidato al nunzio apostolico nel Paese, mons. Luigi Ventura: «il Pontefice ricorda che “la vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile, e come tale va amata, difesa e curata”». Quindi, prosegue mons. Ventura, «al di là di una legittima manifestazione in favore della vita umana, il Santo Padre incoraggia i partecipanti alla Marcia per la vita a operare senza sosta per l’edificazione di una civiltà dell’amore e di una cultura della vita».

Il 22 gennaio 2015 attraverso Twitter Papa Francesco ha sostenuto la Marcia per la Vita di Washington: «Mi unisco alla Marcia per la Vita a Washington con le mie preghiere. Possa Dio aiutarci a rispettare ogni forma di vita, in particolare i più vulnerabili».

Il 31 gennaio 2015 Elizabeth Bunster, direttore del Proyecto Esperanza in Cile dopo una breve chiacchierata con Papa Francesco durante l’udienza generale, ha riferito che il Santo Padre è preoccupato per il progetto di ridefinizione dell’aborto in Cile: «E’ molto grave, sono preoccupato. Continuatà così, continuate a lavorare», ha detto.

Il 1 febbraio 2015 durante l’Angelus Papa Francesco ha ricordato: «Oggi si celebra in Italia la Giornata per la Vita, che ha come tema “Solidali per la vita”. Rivolgo il mio apprezzamento alle associazioni, ai movimenti e a tutti coloro che difendono la vita umana. Mi unisco ai Vescovi italiani nel sollecitare “un rinnovato riconoscimento della persona umana e una cura più adeguata della vita, dal concepimento al suo naturale termine” (Messaggio per la 37ª Giornata nazionale per la Vita). Quando ci si apre alla vita e si serve la vita, si sperimenta la forza rivoluzionaria dell’amore e della tenerezza (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 288), inaugurando un nuovo umanesimo: l’umanesimo della solidarietà, l’umanesimo della vita. Saluto il Cardinale Vicario, i docenti universitari di Roma e quanti sono impegnati a promuovere la cultura della vita».

Il 18 marzo 2015 durante l’Udienza generale dedicata ai bambini ha affermato: «oggi mi soffermerò sul grande dono che sono i bambini per l’umanità – è vero sono un grande dono per l’umanità, ma sono anche i grandi esclusi perché neppure li lasciano nascere».

Il 20 marzo 2015 nella lettera alla Commissione internazionale contro la pena di morte, Francesco ha scritto: «Il Magistero della Chiesa, a partire dalla Sacra Scrittura e dall’esperienza millenaria del Popolo di Dio, difende la vita dal concepimento alla morte naturale, e sostiene la piena dignità umana in quanto immagine di Dio (cfr. Gn 1, 26). La vita umana è sacra perché fin dal suo inizio, dal primo istante del concepimento, è frutto dell’azione creatrice di Dio (cfr.Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2258), e da quel momento, l’uomo, la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, è oggetto di un amore personale da parte di Dio (cfr. Gaudium et spes, n. 24)».

Il 21 marzo 2015 Papa Francesco ha inviato il suo sostegno alla Marcia per la Vita in Perù attraverso l’incoraggiamento «Viva la vita. Mi unisco con la preghiera nell’impegno di difendere e promuovere il bene fondamentale della vita umana, dal suo concepimento al suo termine naturale», invitando a «dare testimonianza con coraggio e annunciare sempre il carattere sacro di ogni essere umano, creato da Dio a sua immagine e redento da Cristo sulla croce».

Il 30 aprile 2015 Papa Francesco ha affermato: «ciò che ci offre oggi il mondo globalizzato è la cultura dello scarto: quello che non serve, si scarta. Si scartano i bambini, perché non si fanno bambini o perché si uccidono i bambini prima di nascere».

Il 22 maggio 2015 durante una conferenza sul ruolo della donna, Francesco ha detto: «Le questioni legate alla vita sono intrinsecamente connesse a quelle sociali; quando difendiamo il diritto alla vita, lo facciamo anche affinché quella vita possa, dal suo concepimento al suo termine naturale, essere una vita dignitosa, che non conosca le piaghe della fame e della povertà, della violenza e della persecuzione. Il Papa Benedetto XVI, nella sua Enciclica Caritas in veritate, sottolineava come la Chiesa proponga «con forza questo collegamento tra etica della vita e etica sociale nella consapevolezza che non può avere basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole e emarginata».

Il 23 maggio 2015 durante l’incontro con le ACLI, Francesco ha detto: «E questo dio-denaro distrugge, e provoca la cultura dello scarto: si scartano i bambini, perché non si fanno: si sfruttano o si uccidono prima di nascere; si scartano gli anziani, perché non hanno la cura dignitosa, non hanno le medicine, hanno pensioni miserabili… ».

Il 24 maggio 2015 nell’Enciclica Laudato Sii, Francesco ha scritto: «Dal momento che tutto è in relazione, non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto. Non appare praticabile un cammino educativo per l’accoglienza degli esseri deboli che ci circondano, che a volte sono molesti o importuni, quando non si dà protezione a un embrione umano benché il suo arrivo sia causa di disagi e difficoltà: «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono»».

Il 29 maggio 2015 durante l’incontro con alcuni bambini malati e le loro famiglie, Francesco ha detto: «Io davvero non so cosa dirvi perché ho tanta ammirazione per la vostra fortezza, per il vostro coraggio. Tu hai detto che ti hanno consigliato l’aborto. Hai detto: “No, che venga, ha diritto a vivere”. Mai, mai si risolve un problema facendo fuori una persona. Mai. Questo è il regolamento dei mafiosi: “C’è un problema, facciamo fuori questo…”. Mai».

Il 30 maggio 2015 durante l’udienza con l’associazione Scienza e Vita, Francesco ha detto: «noi ribadiamo che una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine naturale. Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente».

Il 06 novembre 2015 durante l’incontro con il Movimento per la Vita, Francesco ha affermato: «Vi incoraggio a proseguire la vostra importante opera in favore della vita dal concepimento al suo naturale tramonto, tenendo conto anche delle sofferte condizioni che tanti fratelli e sorelle devono affrontare e a volte subire. […]. Mediante l’opera capillare dei “Centri di Aiuto alla Vita”, diffusi in tutta Italia, siete stati occasione di speranza e di rinascita per tante persone. Vi ringrazio per il bene che avete fatto e che fate con tanto amore, e vi incoraggio a proseguire con fiducia su questa strada, continuando ad essere buoni samaritani! In particolare, c’è bisogno di lavorare, a diversi livelli e con perseveranza, nella promozione e nella difesa della famiglia, prima risorsa della società, soprattutto in riferimento al dono dei figli e all’affermazione della dignità della donna. […] Non appare praticabile un cammino educativo per l’accoglienza degli esseri deboli che ci circondano, che a volte sono molesti o importuni, quando non si dà protezione a un embrione umano benché il suo arrivo sia causa di disagi e difficoltà: “Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono”».

Il 26 novembre 2015 nell’omelia nel Campus dell’Università di Nairobi durante il suo viaggio in Africa, Francesco ha affermato: «In obbedienza alla Parola di Dio, siamo anche chiamati ad opporre resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini, feriscono o disprezzano le donne, non curano gli anziani e minacciano la vita degli innocenti non ancora nati».

Il 15 dicembre 2015 per la XLIX Giornata Mondiale per la Pace, Francesco ha invocato «l’adozione di politiche di cooperazione che, anziché piegarsi alla dittatura di alcune ideologie, siano rispettose dei valori delle popolazioni locali e che, in ogni caso, non siano lesive del diritto fondamentale ed inalienabile dei nascituri alla vita».

Il 11 gennaio 2016 durante il discorso ai diplomatici della Santa Sede, Francesco ha affermato: «Come non vedere in tutto ciò il frutto di quella “cultura dello scarto” che mette in pericolo la persona umana, sacrificando uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo? È grave assuefarci a queste situazioni di povertà e di bisogno, ai drammi di tante persone e farle diventare “normalità”. Le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani. Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili, quando ci sono molte persone e famiglie che soffrono fame e malnutrizione».

Il 28 gennaio 2016 durante il discorso al Comitato Nazionale di Bioetica, Francesco ha affermato: «Codesto Comitato ha più volte trattato il rispetto per l’integrità dell’essere umano e la tutela della salute dal concepimento fino alla morte naturale, considerando la persona nella sua singolarità, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. E’ la sfida di contrastare la cultura dello scarto, che ha tante espressioni oggi, tra cui vi è il trattare gli embrioni umani come materiale scartabile, e così anche le persone malate e anziane che si avvicinano alla morte».

Il 17 febbraio 2016 durante la conferenza stampa nel ritorno dal suo viaggio in Messico, Papa Francesco ha affermato: «L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto […]. L’aborto non è un problema teologico: è un problema umano, è un problema medico. Si uccide una persona per salvarne un’altra – nel migliore dei casi – o per passarsela bene. E’ contro il Giuramento di Ippocrate che i medici devono fare. E’ un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano – come ogni uccisione – è condannato».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «In questo contesto, non posso non affermare che, se la famiglia è il santuario della vita, il luogo dove la vita è generata e curata, costituisce una lacerante contraddizione il fatto che diventi il luogo dove la vita viene negata e distrutta. È così grande il valore di una vita umana, ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che cresce nel seno di sua madre, che in nessun modo è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano. La famiglia protegge la vita in ogni sua fase e anche al suo tramonto. Perciò a coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando l’accanimento terapeutico e l’eutanasia», ma «rigetta fermamente la pena di morte».

Il 20 novembre 2016 nell’intervista a Tv200, Papa Francesco ha risposto: «ho pensato all’abitudine di mandare via i bambini prima della nascita, questo crimine orrendo: li mandano via perché è meglio così, perché sei più comodo, è una responsabilità grande – è un peccato gravissimo».

 
 

————- ————–

11. CONTRACCEZIONE, CONTROLLO DELLE NASCITE E METODI NATURALI

Francesco è il Papa che ha maggiormente valorizzato Paolo VI e l’enciclica ”Humana Vitae”, famosa per la sua netta chiusura alla contraccezione artificiale. Non solo, il Pontefice ha apertamente onorato Paolo VI per il coraggio di questa scelta nonostante il parere negativo di moltissimi teologi, influenzati dalla mentalità sessantottina: «ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro», ha ricordato Francesco. E in un’altra occasione: «Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia […]. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo. Che dal Cielo ci benedica questa sera».

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha concesso un’intervista al “Corriere della Sera” e, alla domanda se la Chiesa può riprendere il tema del controllo delle nascite, come chiedeva il card. Martini, lasciandosi così alle spalle l’Humanae Vitae di Paolo VI, Papa Francesco ha risposto: «Tutto dipende da come viene interpretata l’Humanae Vitae. Lo stesso Paolo VI, alla fine, raccomandava ai confessori molta misericordia, attenzione alle situazioni concrete. Ma la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare». Ricordiamo che negli anni Sessanta si verificò una massiccia pressione di cambiamento sulla liceità dei contraccettivi, con teologi, vescovi e cardinali schierati in larga parte a favore. Nel 1968 Paolo VI decise contro, con l’enciclica “Humanae Vitae”, che subì aspre contestazioni da parte di interi episcopati e la disobbedienza di innumerevoli fedeli.

Il 2 giugno 2014 durante l’omelia della messa mattutina celebrata in Santa Marta, Francesco ha affermato che «ci sono cose che a Gesù non piacciono», ovvero i matrimoni sterili per scelta: «Questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità. Questa cultura del benessere di dieci anni fa ci ha convinto: “E’ meglio non avere i figli! E’ meglio! Così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna, tu stai tranquillo”… Ma è meglio forse – più comodo – avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino. E’ vero o no questo? Lo avete visto voi? E alla fine questo matrimonio arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine. Non è fecondo, non fa quello che Gesù fa con la sua Chiesa: la fa feconda».

Il 29 giugno 2014 in un’intervista al Messaggero Papa Francesco ha parlato nuovamente in modo poco politicamente corretto di quanto gli animali contino più dei bambini: «Si tratta di un altro fenomeno di degrado culturale. Questo perché il rapporto affettivo con gli animali è più facile, maggiormente programmabile. Un animale non è libero, mentre avere un figlio è una cosa complessa».

Il 16 gennaio 2015 durante l’incontro con le famiglie a Manila, Papa Francesco ha affermato: «Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Lui conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia, per questo nella sua Enciclica era molto misericordioso verso i casi particolari, e chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi e comprensivi con i casi particolari. Però lui guardò anche oltre: guardò i popoli della Terra, e vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo. Che dal Cielo ci benedica questa sera».

Il 19 gennaio 2015 durante la conferenza stampa con i giornalisti in ritorno dal suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «È vero che l’apertura alla vita è condizione del Sacramento del matrimonio. Un uomo non può dare il sacramento alla donna e la donna darlo all’uomo se non sono in questo punto d’accordo, di essere aperti alla vita. A tal punto che, se si può provare che questo o questa si è sposato con l’intenzione di non essere aperto alla vita, quel matrimonio è nullo, è causa di nullità matrimoniale, no? L’apertura alla vita, no? Paolo VI ha studiato questo con una commissione, come fare per aiutare tanti casi, tanti problemi, problemi importanti che fanno l’amore della famiglia. Il rifiuto di Paolo VI non era soltanto ai problemi personali, sui quali dirà poi ai confessori di essere misericordiosi e capire le situazioni e perdonare o essere misericordiosi, comprensivi, no? Ma lui guardava al neo-Malthusianismo universale che era in corso. E come si chiama questo neo-Malthusianismo? Eh, è il meno dell’1% del livello delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna. Quel neo-Malthusianismo che cercava un controllo dell’umanità da parte delle potenze. Questo non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. “Ma lei vuole lasciare orfani sette?”. Questo è tentare Dio. Si parla di paternità responsabile. Quella è la strada: la paternità responsabile. Ma quello che io volevo dire era che Paolo VI non è stato un arretrato [antiquato], un chiuso. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-Malthusianismo che è in arrivo». Ad un’altra domanda sullo stesso tema, ha risposto: «Io credo il numero di 3 per famiglia che lei menziona, credo che è quello che dicono i tecnici: che è importante per mantenere la popolazione, no? 3 per coppia, no? Quando scende questo, accade l’altro estremo, che accade in Italia, dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati. Il calo della popolazione, no? Per questo la parola chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anche io: è paternità responsabile. Come si fa questo? Col dialogo. Ogni persona, col suo pastore, deve cercare come fare quella paternità responsabile. Quell’esempio che ho menzionato poco fa, di quella donna che aspettava l’ottavo e ne aveva sette nati col cesareo: ma questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti da i mezzi, sii responsabile”. Alcuni credono che – scusatemi la parola, eh? – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante vie d’uscita lecite che hanno aiutato a questo». A seguito di queste parole molti opinionisti hanno parlato di “apertura alla contraccezione”, la vaticanista Franca Giansoldati, de “Il Messaggero”, ha scritto che il Papa avrebbe aperto alla contraccezione: in realtà Francesco sta smontando il vecchio luogo comune anticattolico sul sesso solo per procreazione, dimenticando gli insegnamenti sui metodi naturali, non a caso parla di «vie d’uscite lecite», invitando a chiudeere ai pastori e agli esperti nei gruppi matrimoniali delle parrocchie. Di «maternità e paternità responsabile» si parla nel Sinodo sulla Famiglia proprio nel capitolo contro la contraccezione e a favore dei metodi naturali. Di «paternità responsabile» si parla anche nella Humanae Vitae” di Paolo Vi citata da Francesco, universalmente nota per la sua forte opposizione ai metodi contraccettivi artificiali. Facciamo anche notare che Francesco ha più volte sostenuto e valorizzato la “Humanae Vitae” di Paolo VI, universalmente nota per la sua forte chiusura alla contraccezione artificiale.

Il 17 febbraio 2016 durante la conferenza stampa nel ritorno dal suo viaggio in Messico, Papa Francesco ha affermato: «L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto. Riguardo al “male minore”: evitare la gravidanza è un caso – parliamo in termini di conflitto tra il quinto e il sesto comandamento. Paolo VI – il grande! – in una situazione difficile, in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza. Non bisogna confondere il male di evitare la gravidanza, da solo, con l’aborto. L’aborto non è un problema teologico: è un problema umano, è un problema medico. Si uccide una persona per salvarne un’altra – nel migliore dei casi – o per passarsela bene. E’ contro il Giuramento di Ippocrate che i medici devono fare. E’ un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio, no, è un male umano. Ed evidentemente, siccome è un male umano – come ogni uccisione – è condannato. Invece, evitare la gravidanza non è un male assoluto, e in certi casi, come in quello che ho menzionato del Beato Paolo VI, era chiaro».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Anche il calo demografico, dovuto ad una mentalità antinatalista e promosso dalle politiche mondiali di salute riproduttiva, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire. Lo sviluppo delle biotecnologie ha avuto anch’esso un forte impatto sulla natalità. Possono aggiungersi altri fattori come l’industrializzazione, la rivoluzione sessuale, il timore della sovrappopolazione, i problemi economici, […]. La società dei consumi può anche dissuadere le persone dall’avere figli anche solo per mantenere la loro libertà e il proprio stile di vita. E’ vero che la retta coscienza degli sposi, quando sono stati molto generosi nella trasmissione della vita, può orientarli alla decisione di limitare il numero dei figli per motivi sufficientemente seri, ma sempre per amore di questa dignità della coscienza la Chiesa rigetta con tutte le sue forze gli interventi coercitivi dello Stato a favore di contraccezione, sterilizzazione o addirittura aborto. Tali misure sono inaccettabili anche in luoghi con alto tasso di natalità, ma è da rilevare che i politici le incoraggiano anche in alcuni paesi che soffrono il dramma di un tasso di natalità molto basso. Come hanno indicato i Vescovi della Corea, questo è agire in un modo contraddittorio e venendo meno al proprio dovere».

 
 

————- ————–

12. OBIEZIONE DI COSCIENZA

Difendere oggi l’obiezione di coscienza dei medici significa toccare l’argomento più divisivo della nostra società, perché se si usa l’obiezione, come fecero coloro che non intendevano combattere e uccidere, inevitabilmente l’aborto appare per quello che è: un omicidio. Francesco non solo ha più volte parlato di questo, ha più volte paragonato l’aborto ad un omicidio, ma ha palesemente invitato i medici a praticare l’obiezione di coscienza, andando ben oltre i suoi predecessori. Alla faccia di chi lo accusa di cercare il facile consenso mediatico.

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha fatto appello «alle coscienze, alle coscienze di tutti i professionisti e i volontari della sanità, in maniera particolare di voi ginecologi, chiamati a collaborare alla nascita di nuove vite umane». Perché «La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile». Infatti, «ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito», ha giudicato Francesco, «ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo». «Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!». Ha quindi spronato ad «un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona. Il Signore conta anche su di voi per diffondere il “vangelo della vita”».

Il 24 marzo 2014 Papa Francesco ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, autore di una controversa riforma sanitaria (l’obamacare), osteggiata dalla gerarchia cattolica americana, che prevede l’obbligo per le aziende, anche cattoliche, di copertura delle spese per la contraccezione e per l’aborto dei dipendenti. In una dichiarazione ufficiale la Santa Sede ha scritto che il Papa avrebbe enfatizzato «l’importanza per la chiesa dei diritti di libertà religiosa, vita e obiezione cosciente». Come hanno riportato i quotidiani, in queste poche righe –e Obama e i suoi l’hanno capito immediatamente– si trova una gelida presa di distanza dalle politiche sanitarie dell’amministrazione americana.

L’11 aprile 2014 Francesco ha incontrato il Movimento per la Vita italiano e ha ricordato questo episodio: «Io ricordo una volta, tanto tempo fa, che avevo una conferenza con i medici. Dopo la conferenza ho salutato i medici – questo è accaduto tanto tempo fa. Salutavo i medici, parlavo con loro, e uno mi ha chiamato in disparte. Aveva un pacchetto e mi ha detto: “Padre, io voglio lasciare questo a lei. Questi sono gli strumenti che io ho usato per fare abortire. Ho incontrato il Signore, mi sono pentito, e adesso lotto per la vita”. Mi ha consegnato tutti questi strumenti. Pregate per quest’uomo bravo!».

Il 15 novembre 2014 nel discorso all’Associazione Medici Cattolici, Francesco ha invitato apertamente i medici a praticare l’obiezione di coscienza: «il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”», ha affermato il Pontefice. «Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. […] La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza».

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto: «l’obiezione di coscienza è un diritto ed entra in ogni diritto umano. E’ un diritto, e se una persona non permette di esercitare l’obiezione di coscienza, nega un diritto. In ogni struttura giudiziaria deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto, un diritto umano».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «In questo contesto, non posso non affermare che, se la famiglia è il santuario della vita, il luogo dove la vita è generata e curata, costituisce una lacerante contraddizione il fatto che diventi il luogo dove la vita viene negata e distrutta. È così grande il valore di una vita umana, ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che cresce nel seno di sua madre, che in nessun modo è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano. La famiglia protegge la vita in ogni sua fase e anche al suo tramonto. Perciò a coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando l’accanimento terapeutico e l’eutanasia», ma «rigetta fermamente la pena di morte».

 
 

————- ————–

13. EDUCAZIONE SESSUALE E TEORIA DEL GENDER

Anche Benedetto XVI intervenne spesso su questa tematica, ma mai nessun Pontefice aveva mai paragonato l’ideologia del gender -ovvero la tesi secondo cui ognuno può scegliere la sua sessualità a prescindere dal dato biologico- alla colonizzazione ideologica simile a quella delle dittature naziste e fasciste. Francesco lo ha fatto: «Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender […]. Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che niente ha da fare col popolo; con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. […]. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo».

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

L’11 aprile 2014, incontrando la delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (BICE), il Papa ha richiamato il bisogno di «sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. E a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico”. Mi diceva, poco più di una settimana fa, un grande educatore: “A volte, non si sa se con questi progetti – riferendosi a progetti concreti di educazione – si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”». In seguito a questo pronunciamento il sito “Gayoggi” si è così espresso: «Grave, gravissima ingerenza quella di Papa Francesco. Coloro che avessero voluto vedere un’apertura verso i gay, dando una lettura superficiale delle sue parole, dovranno definitivamente ricredersi. Tirando in ballo la “dittatura del pensiero unico”, Bergoglio boccia indirettamente anche il DDL contro l’omofobia in discussione in Parlamento».

Il 14 ottobre 2014 Papa Francesco ha risposto, attraverso l’Assessore per gli affari generali della Segreteria di Stato monsignor Peter Brian Wells, alla lettera inviatagli da Arianna Lazzarini, vicecapogruppo regionale della Lega Nord nel Veneto. La consigliera lo informava della sua iniziativa a favore della famiglia tradizionale in fase di approvazione in aula, rivendicando il diritto dei genitori all’educazione dei figli secondo i propri valori e non basandosi sui documenti dell’OMS. Francesco ha risposto: «Sua Santità desidera manifestarLe viva gratitudine per il premuroso gesto e per i sentimenti di venerazione e affetto che lo hanno suggerito e chiede di perseverare nell’impegno a favore della persona umana, per l’adeguata tutela dei valori tradizionali e per il riconoscimento del proprio diritto all’educazione dei figli, secondo i valori cristiani».

Il 19 gennaio 2015 durante la conferenza stampa con i giornalisti in ritorno dal suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Venti anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un prestito forte per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender […]. Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che niente ha da fare col popolo; sì, con gruppi del popolo, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il Sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti (si impongano) certe condizioni […]. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza. I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia; ogni popolo ha la sua cultura. Ma quando vengono condizioni imposte dagli imperi colonizzatori, cercano di far perdere ai popoli la loro identità e fare una uguaglianza».

L’11 febbraio 2015 la Manif Pour Tous ha spiegato che l’ispirazione della loro attività contro il gender arriva da Papa Francesco, seguendo le sue indicazioni pubbliche.

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha affermato: «Abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia. Per questo ne ho parlato nelle Filippine perché è un problema molto serio. Gli africani si lamentano molto di questo. E anche in America latina. E a me è successo una volta. Sono stato testimone di un caso di questo tipo con una ministro dell’educazione riguardo l’insegnamento della teoria del “gender” che è una cosa che sta atomizzando la famiglia. Questa colonizzazione ideologica distrugge la famiglia. Per questo credo che dal sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale».

L’22 marzo 2015 durante la visita pastorale a Napoli, Francesco ha affermato: «La crisi della famiglia è una realtà sociale. Poi ci sono le colonizzazioni ideologiche sulle famiglie, modalità e proposte che ci sono in Europa e vengono anche da Oltreoceano Poi quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che crea tanta confusione. Così la famiglia è sotto attacco».

Il 15 aprile 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia».

L’20 maggio 2015 durante l’Udienza generlae Francesco ha detto: «si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo! Oggi ci sono casi di questo tipo».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare. D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata».

 
 

————- ————–

14.
COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI E L’ESORTAZIONE “AMORIS LAETITIA”

Questo tema è al centro delle polemiche contro Papa Francesco, anche se lui non ha mai affermato che concedere i sacramenti ai divorziati risposati sia la soluzione che ha in mente. Certo, ha dato spazio alla posizione del card. Walter Kasper che invece sembra optare per questa soluzione, ma il 22/02/14 ha anche creato cardinale mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e leader degli oppositori del card. Kasper su questo tema.

Un esempio di critica è quella del vaticanista Sandro Magister: «Bergoglio ha detto, ripetutamente, di non voler transigere sulla dottrina, di stare con la tradizione delle Chiesa. Ma poi ha aperto discussioni, come quelle sulla comunione ai risposati, che effettivamente toccano i capisaldi del magistero». In realtà Francesco ha spiegato che questo tema l’ha aperto non per risolverlo con la concessione dei sacramenti, ma proprio per studiare una soluzione adeguata che non violi il magistero: «si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale». E ancora: «Non è una soluzione dargli la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione. Non sono scomunicati».

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi del Pontefice su questa tematica:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sulla comunione ai divorziati risposati come dimostrazione di misericordia: «Questo è un tema che si chiede sempre. La misericordia è più grande di quel caso che lei pone. Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa hanno lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti […]. Con riferimento al problema della Comunione alle persone in seconda unione, perché i divorziati possono fare la Comunione, non c’è problema, ma quando sono in seconda unione, non possono. Io credo che questo sia necessario guardarlo nella totalità della pastorale matrimoniale. E per questo è un problema. Ma anche – una parentesi – gli Ortodossi hanno una prassi differente. Loro seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità, lo permettono. Ma credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale. E per questo, due cose; primo: uno dei temi da consultare con questi otto del Consiglio dei cardinali è come andare avanti nella pastorale matrimoniale, e questo problema uscirà lì […]. Siamo in cammino per una pastorale matrimoniale un po’ profonda. Il cardinale Quarracino, il mio predecessore, diceva che per lui la metà dei matrimoni sono nulli perché si sposano senza maturità, si sposano senza accorgersi che è per tutta la vita, o si sposano perché socialmente si devono sposare. E in questo entra anche la pastorale matrimoniale. E anche il problema giudiziale della nullità dei matrimoni, quello si deve rivedere, perché i Tribunali ecclesiastici non bastano per questo. E’ complesso, il problema della pastorale matrimoniale».

Il 16 dicembre 2013 nell’intervista per “La Stampa” Francesco ha affermato: «L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione».

Il 23 aprile 2014 Jaqueline Lisbona ha rivelato ai media di aver ricevuto una telefonata da Papa Francesco, la donna argentina è sposata civilmente con un uomo divorziato e sembra che proprio questo tema “caldo” sia stato il centro della telefonata. La donna ha rilasciato alcune dichiarazioni molto ambigue e confuse, in avversità verso il Vaticano, che non lasciano intendere cosa effettivamente le abbia detto il Pontefice. Il Papa la avrebbe incoraggiarla a “tornare (alla Chiesa)”, assicurandole che in Vaticano “si stanno trattando” casi come quello suo e di suo marito. La Lisbona ha inoltre riferito che il Papa le avrebbe suggerito di non andare nella Chiesa del suo quartiere, anche perché se il prete conosceva la sua situazione personale era dovuto al fatto che lei gliela aveva spiegata in confessione. Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Parecchie telefonate hanno avuto luogo, nell’ambito dei rapporti personali pastorali del Papa Francesco. Non trattandosi assolutamente di attività pubblica del Papa non sono da attendersi informazioni o commenti da parte della Sala Stampa. Ciò che è stato diffuso a questo proposito, uscendo dall’ambito proprio dei rapporti personali, e la sua amplificazione mediatica conseguente, non ha quindi conferma di attendibilità ed è fonte di fraintendimenti e confusione. E’ perciò da evitare di trarre da questa vicenda conseguenze per quanto riguarda l’insegnamento della Chiesa».

Il 7 dicembre 2014 in un’intervista per “La Nacion”, Papa Francesco ha affermato: «Non è una soluzione dargli la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione. Non sono scomunicati. Ma non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo, non possono fare sette cose, ho l’elenco lì. Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto! Allora, aprire un po’ di più le porte. Perché non possono essere padrini? “No, guarda, che testimonianza vanno a dare al figlioccio?”. La testimonianza di un uomo e una donna che dicano: “Guarda, caro, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti”. Ma che testimonianza cristiana è questa? O se arriva uno di questi truffatori politici che abbiamo, corrotti, a fare da padrino ed è regolarmente sposato per la Chiesa, lei lo accetta? E che testimonianza va a dare al figlioccio? Testimonianza di corruzione?».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha affermato: «Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie replay? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali…. mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: «Ah, daranno la comunione ai divorziati». Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: «No, io voglio fare la comunione e basta». Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare»

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto: «A me sembra un po’ semplicistico dire che il Sinodo… che la soluzione per questa gente è che possano fare la comunione. Questa non è l’unica soluzione. No».

Il 22 dicembre 2015 il vaticanista Andrea Tornielli ha riportato le parole del del vescovo di Albano Marcello Semeraro, tra i relatori del documento finale del Sinodo della famiglia, il quale ha osservato che la soluzione proposta dal Sinondo «è di fatto coincidente con quanto, durante il pontificato di Paolo VI, fu affermato dalla Sacra congregazione per la dottrina della Fede». Anche Papa Wojtyla nel n. 84 dell’enciclica «Familiaris consortio» riproponeva l’importanza del discernimento delle diverse situazioni.

Il 16 febbraio 2016 Papa Francesco, durante il suo viaggio in Messico ha ricevuto una coppia sposata civilmente dopo un divorzio, dimostrando come è possibile anche per loro vivere il cristianesimo senza ricevere l’Eucarestia. A riconoscerlo è stato anche il vaticanista Sandro Magister, uno dei portavoce dell’anti-bergoglionismo italiano. Questa coppia, ha scritto Magister, «esempio vivente di quelle coppie “irregolari” alle quali non pochi cardinali e vescovi vorrebbero dare la comunione sacramentale: questione sulla quale si attende a breve un pronunciamento di papa Francesco. Ma i due sposi non hanno affatto chiesto di fare la comunione. “Non possiamo accostarci all’eucaristia – ha detto Humberto, il marito – ma possiamo fare la comunione attraverso il fratello bisognoso, il fratello malato, il fratello privato della libertà”. E che cosa ha detto il papa alla folla, dopo averli ascoltati? Prima ha sottolineato che “Humberto e Claudia stanno cercando di trasmetterci l’amore di Dio nel servizio e nell’assistenza agli altri”. E poi si è rivolto a loro direttamente così: “E voi vi siete fatti coraggio, e voi pregate, voi state con Gesù, voi siete inseriti nella vita della Chiesa. Avete usato una bella espressione: ‘Noi facciamo comunione con il fratello debole, il malato, il bisognoso, il carcerato’. Grazie, grazie!”. Se occorreva una prova lampante di “integrazione” e di “più piena partecipazione” nella Chiesa, “come membra vive”, dei divorziati risposati – secondo quanto proposto nella “Relatio” finale del sinodo sulla famiglia e “secondo l’insegnamento della Chiesa” –, senza accedere alla comunione eucaristica, questa coppia l’ha data. E papa Francesco, ascoltandoli, annuiva convinto».

Il 08 aprile 2016 il vaticanista tradizionalista Marco Tosatti ha commentato così l’esortazione apostolica Amoris Laetitia: «sui temi scottanti che hanno appassionato giornali e monsignori negli ultimi due Sinodi, l’esortazione post-sinodale ha in buona sostanza lasciato le cose come stavano prima del clamore della battaglia. E’ stata abbandonata quella volontà di creare norme generali a favore dell’inclusione che hanno caratterizzato la prima parte del dibattito, in particolare da parte di alcune conferenze episcopali europee, e di alcuni teologi, come il card. Kasper».

Il 08 aprile 2016 don Juan José Pérez-Soba, docente di pastorale familiare nel Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, ha commentato così l’Amoris Laetitia: «chi aspettava un cambiamento nella dottrina della Chiesa non sarà accontentato e rimarrà deluso, chi aspettava che l’esortazione apostolica del Santo Padre andasse più avanti dei sinodi, rimarrà deluso anche lui. La prima conseguenza che si ricava dall’esortazione è che la proposta del cardinale Kasper, già respinta nel sinodo, non è stata accettata».

Il 09 aprile 2016 il cardinale statunitense Raymond Leo Burke ha spiegato che «Amoris laetitia non ha lo scopo di cambiare la pastorale della Chiesa per quanto riguarda quelli che vivono in una unione irregolare, ma di applicare fedelmente la pastorale costante della Chiesa, quale espressione fedele della pastorale di Cristo stesso, nel contesto della cultura odierna. L’unica chiave giusta per interpretare Amoris laetitia è la costante dottrina e disciplina della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio».

Il 10 aprile 2016 l’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, ha commentato così l’Amoris Laetitia: «L’unica vera rivoluzione che si può scorgere tra le pagine dell’esortazione è la rivoluzione della tenerezza che rappresenta non solo una delle categorie di questo pontificato, ma anche uno dei simboli con cui guardare la famiglia attraverso questo documento».

Il 04 maggio 2016 l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, stimatissimo dal mondo tradizionalista, ha commentato il capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, affermando che «è stato ampiamente sezionato e vivisezionato nel tentativo di spingerlo nel senso che fosse una rottura con la tradizione precedente. Questa è una falsificazione inaccettabile, non c’è una parola che dica che è possibile mettere fra parentesi alcuni aspetti fondamentali dell’insegnamento tradizionale della Chiesa». Rispetto alla nota 351, ha aggiunto: «la pastorale ha una serie di strumenti, non escluso quello dell’Eucarestia, che possono rappresentare un aiuto fondamentale nel cammino della fede, ma nel cammino della fede non perché io ho il diritto all’Eucarestia! L’Eucarestia può essere un aiuto straordinario che in certe situazioni, lo dico io non il Papa, potrebbe essere anche dato con certe circostanze di discrezione, di riservatezza ecc. Ma sulla base di aiutare il ritorno alla fede, l’esperienza dell’incontro con Cristo. Non so dove potrebbe essere l’equivoco, se prendono questa nota per dire che il Papa è d’accordo con la Comunione ai divorziati risposati, prendono una frase che non può essere certamente utilizzata in questo senso. Questa nota non è se non la conferma di questo atteggiamento di graduale e prudente apertura che favorisca il desiderio di ritornare alla fede, bisogna stare alle cose che sono scritte non all’enorme fenomeno di manipolazione nel quale siamo incorsi. La chiarezza c’è, non c’è obiezione alla tradizione magisteriale precedente».

Il 06 maggio 2016 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha commentato così l’Amoris Laetitia: «se la “Amoris laetitia” avesse voluto cancellare una disciplina tanto radicata e di tanta rilevanza l’avrebbe detto con chiarezza, presentando ragioni a sostegno. Invece non vi è alcuna affermazione in questo senso; né il papa mette in dubbio, in nessun momento, gli argomenti presentati dai suoi predecessori, che non si basano sulla colpevolezza soggettiva di questi nostri fratelli, bensì sul loro modo visibile, oggettivo, di vita, contrario alla parole di Cristo». Rispetto alla nota 351, «basta dire che questa nota fa riferimento a situazioni oggettive di peccato in generale, senza citare il caso specifico dei divorziati in nuova unione civile. La situazione di questi ultimi, effettivamente, ha caratteristiche particolari che la distinguono da altre situazioni. Un argomento che non è presente nella nota né nel suo contesto».

 
 

————- ————–

15. LAICITA’, LAICISMO E INTERVENTISMO NELLA POLITICA

La più efficace manipolazione mediatica contro Francesco è che la “sua Chiesa” avrebbe smesso di essere “interventista”, ovvero non avrebbe più intenzione di “intromettersi” -per usare il vocabolario laicista- nella politica e nella vita civile degli altri Paesi.

Purtroppo anche il vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli ha affermato che con Francesco sarebbe «messo in discussione» il modello «ruiniano di una Chiesa interventista, particolarmente concentrata su alcuni temi bioetici, che cerca di garantirsi spazi di influenza nelle questioni legislative» (concludendo il pezzo parlando dei fantomatici “diritti ai gay” che verrebbero dalle unioni civili). L’anticlericale Furio Colombo ha scritto: «Vi siete accorti che Francesco ha indotto, fin dal primo giorno, la curia vaticana – da monsignor Fisichella a S.E. Bagnasco – a smettere di dettar legge in Italia». Eppure, non solo mons. Bagnasco ha continuato ad intervenire con diritto nella scena pubblica, parlando a nome della Conferenza Episcopale Italiana, sia verso i corsi antiomofobia nelle scuole, sia verso le unioni civili ecc., ma lo stesso Francesco è più volte intervenuto, addirittura invitando i medici a praticare l’obiezione di coscienza, invocando una difesa giuridica dell’embrione, nonché leggi in favore della famiglia ecc. Tanto che il giornalista Massimo Fini ha accusato Francesco di ingerenza, «la deve smettere di intromettersi negli affari interni dello Stato italiano. Non sono affari suoi».

Il cambiamento che c’è stato è aver dato ancora più responsabilità e autonomia alle specifiche Conferenze Epsicopali di ogni Paese nell’intervenire a livello sociale, ma questo va visto nell’ottica di un maggior intento “interventista” e non il contrario. Sul tema della laicità ha più volte criticato il tentativo di «ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice e i suoi collaboratori sono intervenuti “politicamente” e i pronunciamenti sul tema della laicità/laicismo e della secolarizzazione:

Il 03 maggio 2013 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è intervenuto sul referendum bolognese sulle scuole paritarie: «I fondi alle materne private? Non si tratta in alcun modo di un onere di Stato, e per questo risulta pretestuoso il riferimento all’articolo 33 della Costituzione fatto dai promotori».

Il 12 maggio 2013 durante il Regina Caeli in piazza San Pietro, Francesco ha “benedetto” i partecipanti alla Marcia per la Vita: «Saluto i partecipanti alla “Marcia per la vita” che ha avuto luogo questa mattina a Roma e invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento. A questo proposito, mi piace ricordare anche la raccolta di firme che oggi si tiene in molte parrocchie italiane, al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza». Alla fine della celebrazione e smessi i paramenti sacri, si è avvicinato ai promotori dell’iniziativa, salutandoli e scambiando qualche parola con loro.

Il 19 maggio 2013, in occasione del messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2013, Francesco ha ricordato: «a volte si pensa ancora che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà. Paolo VI ha parole illuminanti al riguardo: “Sarebbe un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà è un omaggio a questa libertà” (Esort, ap. Evangelii nuntiandi, 80). Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo».

Il 16 settembre 2013 Papa Francesco durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, ha spiegato: «A volte abbiamo sentito dire: un buon cattolico non si interessa di politica. Ma non è vero: un buon cattolico si immischia in politica offrendo il meglio di sé perché il governante possa governare».

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha indicato il modello di sistema sanitario ideale: «La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile», ricordando che «la Chiesa fa appello alle coscienze, alle coscienze di tutti i professionisti e i volontari della sanità, in maniera particolare di voi ginecologi, chiamati a collaborare alla nascita di nuove vite umane». Ha quindi spronato ad «un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona. Il Signore conta anche su di voi per diffondere il “vangelo della vita”».

Il 18 novembre 2013 durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, il Pontefice ha criticato «lo spirito della mondanità che anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico» che nel libro dei Maccabei che stava commentando ha portato alle «condanne a morte, ai sacrifici umani. Voi pensate che oggi non si fanno sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti. E ci sono delle leggi che li proteggono».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «Il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti. Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, “ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono solitamente da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale” [….]. Un sano pluralismo, che davvero rispetti gli altri ed i valori come tali, non implica una privatizzazione delle religioni, con la pretesa di ridurle al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe o delle moschee. Si tratterebbe, in definitiva, di una nuova forma di discriminazione e di autoritarismo. Il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in un modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose. Questo alla lunga fomenterebbe più il risentimento che la tolleranza e la pace. […]. Al momento di interrogarsi circa l’incidenza pubblica della religione, bisogna distinguere diversi modi di viverla. Sia gli intellettuali sia i commenti giornalistici cadono frequentemente in grossolane e poco accademiche generalizzazioni quando parlano dei difetti delle religioni e molte volte non sono in grado di distinguere che non tutti i credenti – né tutte le autorità religiose – sono uguali. Alcuni politici approfittano di questa confusione per giustificare azioni discriminatorie. Altre volte si disprezzano gli scritti che sono sorti nell’ambito di una convinzione credente, dimenticando che i testi religiosi classici possono offrire un significato destinato a tutte le epoche, posseggono una forza motivante che apre sempre nuovi orizzonti, stimola il pensiero, allarga la mente e la sensibilità. Vengono disprezzati per la ristrettezza di visione dei razionalismi. È ragionevole e intelligente relegarli nell’oscurità solo perché sono nati nel contesto di una credenza religiosa? Portano in sé principi profondamente umanistici, che hanno un valore razionale benché siano pervasi di simboli e dottrine religiose». Rispetto al diritto della Chiesa di intervenire nella società pubblica, «i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo […]. La conversione cristiana esige di riconsiderare «specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune. Di conseguenza, nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? Essi non potrebbero accettarlo. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra».

Il 27 novembre 2013 durante l’Udienza generale, Francesco ha spiegato: «A me sempre ha colpito la domanda: perché soffrono i bambini?, perché muoiono i bambini? Se viene intesa come la fine di tutto, la morte spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questo capita quando consideriamo la nostra vita come un tempo rinchiuso tra due poli: la nascita e la morte; quando non crediamo in un orizzonte che va oltre quello della vita presente; quando si vive come se Dio non esistesse. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo e un camminare verso il nulla. Ma esiste anche un ateismo pratico, che è un vivere solo per i propri interessi e vivere solo per le cose terrene. Se ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultare la morte, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura».

Il 28 novembre 2013 nella meditazione mattutina a Santa Marta, Francesco ha spiegato che il divieto di adorare Dio è il segno di una «apostasia generale», è la grande tentazione che prova a convincere i cristiani a prendere «una strada più ragionevole, più tranquilla», obbedendo «agli ordini dei poteri mondani» che pretendono di ridurre «la religione a una cosa privata».

Il 29 dicembre 2013 il vescovo ausiliare di Malta Francesco Sciclunatr ha riferito che nell’incontro con Papa Francesco del 12 dicembre hanno parlato del disegno di legge sulle unioni civili che permetterà le adozioni a persone dello stesso sesso e il Pontefice si è dichiarato “scioccato”. «Abbiamo discusso molti aspetti e quando ho sollevato il problema che mi preoccupa come vescovo mi ha incoraggiato ad intervenire».

Il 15 febbraio 2014 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è intervenuto contro una «strategia persecutoria» nei confronti della famiglia.

Il 18 agosto 2014 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Corea del Sud, Francesco ha affermato : «se pensiamo alla storia dell’Albania, è stata religiosamente l’unico dei Paesi comunisti che nella sua Costituzione aveva l’ateismo pratico. Se tu andavi a Messa era anticostituzionale. E poi, mi diceva uno dei ministri, che sono state distrutte – voglio essere preciso nella cifra – 1.820 chiese. Distrutte! Ortodosse, cattoliche… in quel tempo. E poi, altre chiese sono state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo…».

Il 29 maggio 2014 mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI (scelto direttamente da Papa Francesco), è intervenuto in merito al ddl sul divorzio breve: «non darà nessun contributo. Non credo si possa parlare di conquista, tanto meno definirla storica. Una accelerazione per quel che riguarda il divorzio non fa che consentire una deriva culturale. Togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società. La fretta non porterà da nessuna parte».

Il 14 ottobre 2014 Papa Francesco ha risposto, attraverso l’Assessore per gli affari generali della Segreteria di Stato monsignor Peter Brian Wells, alla lettera inviatagli da Arianna Lazzarini, vicecapogruppo regionale della Lega Nord nel Veneto. La consigliera lo informava della sua iniziativa a favore della famiglia tradizionale in fase di approvazione in aula, rivendicando il diritto dei genitori all’educazione dei figli secondo i propri valori e non basandosi sui documenti dell’OMS. Francesco ha risposto: «Sua Santità desidera manifestarLe viva gratitudine per il premuroso gesto e per i sentimenti di venerazione e affetto che lo hanno suggerito e chiede di perseverare nell’impegno a favore della persona umana, per l’adeguata tutela dei valori tradizionali e per il riconoscimento del proprio diritto all’educazione dei figli, secondo i valori cristiani».

Il 10 novembre 2014 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è intervenuto contro le unioni civili e i matrimoni per persone dello stesso sesso, affermando che « hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria – per scalzare culturalmente e socialmente il nucleo portante della persona e dell’umano».

Il 15 novembre 2014 nel discorso all’Associazione Medici Cattolici, Francesco ha invitato apertamente i medici a praticare l’obiezione di coscienza: «il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”», ha affermato il Pontefice. «Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. […] La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza».

Il 22 novembre 2014 mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei scelto personalmente da Papa Francesco, ha affermato che i sindaci che trascrivono le nozze gay contratte all’estero «come minimo, sono irrispettosi della legge. Ho lavorato tanto con i tossicodipendenti. Quei sindaci mi ricordano un mio ragazzo che mi dicesse: che male faccio se mi drogo e spaccio? Tanto tra poco la droga sarà liberalizzata. Basta mettersi la fascia, due foto e quattro firme. Un paio d’ore in tutto, al massimo. Invece una politica seria della famiglia richiederebbe mesi di lavoro, grande impegno, fatica. L’Italia è fortemente segnata dall’azione lobbistica di minoranze aggressive, in grado di imporre un pensiero unico. Spesso a dettare l’agenda sono loro, non la maggioranza».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato che «un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende. Proprio a partire dalla necessità di un’apertura al trascendente, intendo affermare la centralità della persona umana, altrimenti in balia delle mode e dei poteri del momento. In questo senso ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita. Tale contributo non costituisce un pericolo per la laicità degli Stati e per l’indipendenza delle istituzioni dell’Unione, bensì un arricchimento. Ce lo indicano gli ideali che l’hanno formata fin dal principio, quali la pace, la sussidiarietà e la solidarietà reciproca, un umanesimo incentrato sul rispetto della dignità della persona». Così, «un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità, può essere anche più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza […] In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela, alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie […] E una storia bimillenaria lega l’Europa e il cristianesimo. Una storia non priva di conflitti e di errori, ma sempre animata dal desiderio di costruire per il bene. Lo vediamo nella bellezza delle nostre città, e più ancora in quella delle molteplici opere di carità e di edificazione comune che costellano il continente. Questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere. Essa è il nostro presente e anche il nostro futuro. Essa è la nostra identità. E l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere, secondo lo spirito dei suoi Padri fondatori, nella pace e nella concordia, poiché essa stessa non è ancora esente dai conflitti».

Il 29 dicembre 2014 nell’incontro con l’Associazione nazionale delle Famiglie numerose, Francesco ha affermato: «Giustamente voi ricordate che la Costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole. Auspico quindi, anche pensando alla bassa natalità che da tempo si registra in Italia, una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!».

Il 26 gennaio 2015 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è intervenuto contro l’introduzione del gender nelle scuole: «si vuole colonizzare le menti dei bambini e dei ragazzi con una visione antropologica distorta e senza aver prima chiesto e ottenuto l’esplicita autorizzazione dei genitori».

Il 30 gennaio 2015 mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI, è intervenuto contro l’ideologia di gender accusata di «capovolgere l’alfabeto dell’umano», aggiungendo che «le unioni civili mi sembrano un diversivo per chi non è sintonizzato sul fuso orario della gente».

Il 7 febbraio 2015 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è nuovamente intervenuto sull’ideologia del gender invocando un intervento unitario: «contro l’insegnamento del gender a scuola, che va avanti, serve una mobilitazione che veda protagonisti anche realtà come i giuristi e i medici cattolici. Troppo spesso – ha aggiunto – sono i genitori stessi che non si oppongono con decisione a queste teorie, perché temono ritorsioni degli insegnanti contro i loro figli. Se si tratta di creare un caso nazionale, allora creiamo un caso nazionale!».

Il 23 marzo 2015 il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è nuovamente intervenuto sull’ideologia del gender.

Il 28 marzo 2015 il segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino (scelto personalmente da Papa Francesco), è duramente intervenuto contro il ddl Crinnà sulle unioni civili parlando di «forzatura ideologica».

Il 27 aprile 2015 durante l’udienza ai vescovi del Benin, Francesco ha affermato: «È dunque importante che il desiderio di una conoscenza profonda del mistero cristiano non sia appannaggio di una élite, ma animi tutti i fedeli, poiché tutti sono chiamati alla santità. Ciò è essenziale affinché la Chiesa in Benin possa resistere e vincere i venti contrari che si alzano ovunque nel mondo e che non mancheranno di soffiare da voi. So che siete vigili di fronte alle molteplici aggressioni ideologiche e mediatiche. Lo spirito del secolarismo è all’opera anche nel vostro paese, sebbene ciò sia ancora poco visibile. Solo una fede profondamente radicata nel cuore dei fedeli, e concretamente vissuta, permetterà di far fronte a tutto ciò».

Il 7 maggio 2015 durante l’udienza ai vescovi del Mali, Francesco ha detto: «Oggi le Chiese e le Comunità ecclesiali in Europa si trovano ad affrontare sfide nuove e decisive, alle quali possono dare risposte efficaci solo parlando con una voce sola. Penso, per esempio, alla sfida posta da legislazioni che, in nome di un principio di tolleranza male interpretato, finiscono con l’impedire ai cittadini di esprimere liberamente e praticare in modo pacifico e legittimo le proprie convinzioni religiose».

Il 24 maggio 2015 nell’Enciclica Laudato Sii, Francesco ha scritto: «Desidero ricordare che «i testi religiosi classici possono offrire un significato destinato a tutte le epoche, posseggono una forza motivante che apre sempre nuovi orizzonti […]. È ragionevole e intelligente relegarli nell’oscurità solo perché sono nati nel contesto di una credenza religiosa?». In realtà, è semplicistico pensare che i principi etici possano presentarsi in modo puramente astratto, slegati da ogni contesto, e il fatto che appaiano con un linguaggio religioso non toglie loro alcun valore nel dibattito pubblico. I principi etici che la ragione è capace di percepire possono riapparire sempre sotto diverse vesti e venire espressi con linguaggi differenti, anche religiosi».

Il 29 ottobre 2015 mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI (scelto direttamente da Francesco) è nuovamente intervenuto sulle unioni civili: ««La famiglia è una, quella fondata sul matrimonio di padre e madre e figli, non lo dice la Chiesa, ma la Sacra Scrittura e l’articolo 29 della Costituzione italiana, che prevede che la famiglia sia fondata su due persone di sesso diverso. L’aggettivo “tradizionale” non va applicato alla famiglia. Non esiste la famiglia tradizionale, esiste la famiglia, che è una e inconfondibile». Rispetto ai sindaci ribelli che trascrivono i matrimoni contratti all’estero di persone omosessuali ha affermato: «Marino e de Magistris vanno contro la Costituzione. Ci si mette più tempo a pensare a politiche serie per la famiglia che a realizzare un registro scritto: un’ora emezza per realizzare un registro delle coppie di fatto, mentre per intervenire su politiche per la famiglia occorrerebbero
tantissime energie»
.

Il 21 novembre 2015 al congresso sull’Educazione cattolica, Papa Francesco ha affermato: «Educare cristianamente non è soltanto fare una catechesi: questa è una parte. Non è soltanto fare proselitismo – non fate mai proselitismo nelle scuole! Mai! – Educare cristianamente è portare avanti i giovani, i bambini nei valori umani in tutta la realtà, e una di queste realtà è la trascendenza. Oggi c’è la tendenza ad un neopositivismo, cioè educare nelle cose immanenti, al valore delle cose immanenti, e questo sia nei Paesi di tradizione cristiana sia nei Paesi di tradizione pagana. E questo non è introdurre i ragazzi, i bambini nella realtà totale: manca la trascendenza. Per me, la crisi più grande dell’educazione, nella prospettiva cristiana, è questa chiusura alla trascendenza. Siamo chiusi alla trascendenza. Occorre preparare i cuori perché il Signore si manifesti, ma nella totalità; cioè, nella totalità dell’umanità che ha anche questa dimensione di trascendenza. Educare umanamente ma con orizzonti aperti. Ogni sorta di chiusura non serve per l’educazione […]. Don Bosco, ai tempi della più brutta massoneria del Nord Italia, ha cercato una “educazione di emergenza”. E oggi ci vuole una “educazione di emergenza”, bisogna puntare sull’“educazione informale”, perché l’educazione formale si è impoverita a causa dell’eredità del positivismo. Concepisce soltanto un tecnicismo intellettualista e il linguaggio della testa. E per questo, si è impoverita. Bisogna rompere questo schema».

Il 17 dicembre 2015, durante il discorso di presentazione degli ambasciatori di Guinea, Lettonia, India e Bahrein, Francesco ha affermato: «L’indifferenza verso Dio, quella verso il prossimo e quella verso l’ambiente sono tra loro collegate e si alimentano a vicenda; e pertanto si possono contrastare solamente con una risposta che le affronti tutte insieme, cioè con un rinnovato umanesimo, che ricollochi l’essere umano nella sua giusta relazione con il Creatore, con gli altri e con il creato».

Il 03 gennaio 2016, in un’intervista, mons. Nunzio Galantino, segretario della Cei, è intervenuto in difesa del Family Day: «È stata un’esperienza certamente positiva, per tanti motivi. Non fosse altro perché abbiamo sperimentato concretamente il valore delle parole rivolteci dal Papa: noi non dobbiamo essere vescovi-piloti. Ma questo non significa essere gente disattenta e distratta. Il tema del Family day e dei relativi dibattiti può trovare adeguata collocazione e diventare occasione di confronto leale, per la politica e per la stessa comunità ecclesiale».

Il 17 febbraio 2016 durante la conferenza stampa nel ritorno dal suo viaggio in Messico, al Papa è stato chiesto cosa ne pensasse delle unioni civili proposte dal governo italiano: «Prima di tutto, io non so come stanno le cose nel Parlamento italiano. Il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i Vescovi [italiani], nel maggio 2013, una delle tre cose che ho detto: “Con il governo italiano, arrangiatevi voi”. Perché il Papa è per tutti, e non può mettersi nella politica concreta, interna di un Paese: questo non è il ruolo del Papa. E quello che penso io è quello che pensa la Chiesa, e che ha detto in tante occasioni. Perché questo non è il primo Paese che fa questa esperienza: sono tanti. Io penso quello che la Chiesa sempre ha detto». E’ stato criticato da chi rileva una sua contraddizione: non si vorrebbe immischiare nella politica italiana ma si sarebbe immischiato nella politica americana sostenendo che il candidato alle primarie repubblicane, Donald Trump, non è cristiano. In realtà il Papa è rimasto coerente: «una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana. Questo non è nel Vangelo. Poi, quello che mi diceva, cosa consiglierei, votare o non votare: non mi immischio. Soltanto dico: se dice queste cose, quest’uomo non è cristiano. Bisogna vedere se lui ha detto queste cose. E per questo do il beneficio del dubbio».

Il 03 marzo 2016 durante un colloquio con il settimanale La vie, Papa Francesco ha criticato la politica francese: «La Francia deve diventare uno Stato più laico. Una critica che faccio alla Francia è che la laicità risulta talvolta troppo dalla filosofia dei Lumi, per la quale le religioni erano una sottocultura. La Francia non è ancora riuscita a superare questa eredità. Una laicità sana comprende un’apertura a tutte le forme di trascendenza, secondo tutte le differenti tradizioni religiose e filosofiche. La ricerca della trascendenza non è solo un fatto, ma un diritto».

Il 25 marzo 2016 durante la Via Crucis, La vie, Papa Francesco ha affermato: «O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato».

Il 01 novembre 2016 durante una conferenza stampa nel ritorno dal viaggio in Svezia, Papa Francesco ha risposto: «quando l’uomo riceve il mondo da Dio e per farlo cultura, per farlo crescere, dominarlo, a un certo punto l’uomo si sente tanto padrone di quella cultura – pensiamo al mito della Torre di Babele – è tanto padrone di quella cultura che incomincia a fare lui il creatore di un’altra cultura, ma propria, e occupa il posto di Dio creatore. E nella secolarizzazione io credo che prima o poi si arriva al peccato contro il Dio creatore. L’uomo autosufficiente. Non è un problema di laicità, perché ci vuole una sana laicità, che è l’autonomia delle cose, l’autonomia sana delle cose, l’autonomia sana delle scienze, del pensiero, della politica, ci vuole una sana laicità. No, un’altra cosa, è un laicismo piuttosto come quello che ci ha lasciato in eredità l’illuminismo».

 
 

————- ————–

16. ACCUSE DI RELATIVISMO, ANNULLAMENTO DEL PECCATO, RICERCA DELL’APPLAUSO E BUONISMO

Chi avanza questo tipo di accuse afferma che Francesco abbia archiviato il confronto con la modernità, la condanna al relativismo, alla secolarizzazione e al pensiero unico, tematiche care al suo predecessore. Ovviamente c’è chi si compiace di questo, usiamo come esempio il cattolico adulto Alberto Melloni, che ha scritto: «quella di Bergoglio non è una parola che usa il radicalismo come un frustino per deprecare ideologicamente i vizi della modernità o altri soggetti identificati con gli “-ismi” di ratzingeriana memoria (relativismo, laicismo, ecc.)». Leggendo le parole di Francesco si scopre invece una particolare insistenza su temi politicamente scorretti e contrari alle convinzioni della modernità: contro il relativismo della società che abbaglia la verità (cfr. 17/08/14), contro il progressismo adolescenziale (cfr. 18/11/13), contro il tradizionalismo zelante (cfr. 18/10/14), contro l’allarmismo catastrofico (cfr. 15/12/14), contro il feticismo degli idoli della società moderna (cfr. Evangelii gaudium); contro l’egoismo di chi ha paura di sposarsi (cfr. 4/10/13) e di chi non ama la vita (cfr. 25/12/14), contro il relativismo che rovina il matrimonio (cfr. 25/10/14); contro il consumismo esasperato della società (cfr. 25/11/14); contro il buonismo distruttivo (cfr. 18/10/14); contro il machismo in gonnella (cfr. 19/09/13) ecc.

Per non parlare delle critiche ai quotidiani e ai mass media, in un modo tanto diretto che si fa fatica a trovare affermazioni simili nei discorsi dei predecessori.

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice e i suoi collaboratori sono intervenuti in modo simile:

Il 25 maggio 2012, quando ancora era arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio ha affermato: «Il relativismo che, con la scusa del rispetto delle differenze, omogeneizza nella trasgressione e nella demagogia, consente tutto pur di non assumere la contrarietà che esige il coraggio maturo di sostenere valori e principi. Il relativismo è, curiosamente, assolutista e totalitario, non permette di differire dal proprio relativismo, in niente differisce dal “taci” o dal “fatti gli affari tuoi».

Il 23 aprile 2013 durante l’omelia in occasione della Festa di San Giorgio, Francesco ha detto: «Se noi vogliamo andare sulla strada della mondanità, negoziando con il mondo – come volevano fare i Maccabei, che erano tentati in quel tempo – mai avremo la consolazione del Signore. E se noi cerchiamo soltanto la consolazione, sarà una consolazione superficiale, non quella del Signore, sarà una consolazione umana. La Chiesa va sempre tra la Croce e la Risurrezione, tra le persecuzioni e le consolazioni del Signore. E questo è il cammino: chi va per questa strada non si sbaglia».

L’8 maggio 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha parlato della verità e di come vada comunicata: la verità «non entra in una enciclopedia»; è piuttosto l’«incontro con la somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità la verità non si può gestire a proprio piacimento, non si può strumentalizzare, neppure per difenderci. L’apostolo Pietro ci dice: “Voi dovete dar conto della vostra speranza”. Sì, ma una cosa è dar conto della propria speranza e altra cosa è dire: “Noi abbiamo la verità: questa è! Se voi non la accettate, andate via”». Aggiungendo: «quando la Chiesa perde il coraggio apostolico, diventa una Chiesa ferma. Ordinata, bella; tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove ci sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole».

Il 30 giugno 2013 durante l’Angelus domenicale, Francesco ha detto: «dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza. Ma attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace… Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele […] è nella coscienza che si dà dialogo con Dio; uomini e donne, capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione».

L’11 settembre 2013 nel Messaggio ai partecipanti alla Settimana sociale dei cattolici italiani, Francesco ha scritto: «La famiglia è scuola privilegiata di generosità, di condivisione, di responsabilità, scuola che educa a superare una certa mentalità individualistica che si è fatta strada nelle nostre società […]. Non possiamo ignorare la sofferenza di tante famiglie, dovuta alla mancanza di lavoro, al problema della casa, alla impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative».

Il 20 settembre 2013 nel suo discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, Francesco ha criticato la proliferazione e l’ideologia dei “nuovi diritti”: «Una diffusa mentalità dell’utile, la “cultura dello scarto”, che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un “sì” deciso e senza tentennamenti alla vita». Esiste una situazione paradossale, ha spiegato, dove «mentre si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti, non sempre si tutela la vita come valore primario e diritto primordiale di ogni uomo. Il fine ultimo dell’agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita». Invitando i medici a difendere la vita «è questo un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona».

Il 4 ottobre 2013 durante l’incontro con i giovani dell’Umbria, Francesco ha affermato: «la società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia – questi diritti individuali -, privilegia le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi e si vedono questi valori!».

Il 4 ottobre 2013, nel discorso durante l’incontro ad Assisi con i poveri della Caritas, Francesco ha affermato: «Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più umano – dicono – senza croce, senza Gesù, senza spogliazione? In questo modo diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci! Bellissimo, ma non cristiani davvero! Qualcuno dirà: “Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?”. Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. E’ un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte!”».

Il 18 novembre 2013 durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, il Pontefice, commentando il libro dei Maccabei, ha criticato «lo spirito della mondanità che anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico». Coloro che dicono: «Non ci chiudiamo. Siamo progressisti», «lo spirito del progressismo adolescente» secondo il quale, davanti a qualsiasi scelta, si pensa che sia giusto andare comunque avanti piuttosto che restare fedeli alle proprie tradizioni». Il Papa fa riferimento al romanzo “Il padrone del mondo” di Benson che si sofferma proprio su «quello spirito di mondanità che ci porta all’apostasia». Oggi, avverte il Papa, si pensa che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo. […] L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli familiari […]. La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza, molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Si produce allora un circolo vizioso, perché così non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono. […].  È evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una “desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane.  […]  In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario». E ancora: «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Si nota la critica alla «diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie verificatasi come reazione a tutto ciò che appare totalitario. Ciò non danneggia solo la Chiesa, ma la vita sociale in genere. Riconosciamo che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali». Il Papa critica anche la «diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie verificatasi come reazione a tutto ciò che appare totalitario. Ciò non danneggia solo la Chiesa, ma la vita sociale in genere. Riconosciamo che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali […]. Con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti. Come bene osservano i Vescovi degli Stati Uniti d’America, mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono solitamente da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale. Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori […]. La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza, molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Si produce allora un circolo vizioso, perché così non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono. In questo modo il compito dell’evangelizzazione diventa forzato e si dedicano ad esso pochi sforzi e un tempo molto limitato. […]. A volte perdiamo l’entusiasmo per la missione dimenticando che il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno. Non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa».

Il 28 novembre 2013 nella meditazione mattutina a Santa Marta, Francesco ha spiegato che il divieto di adorare Dio è il segno di una «apostasia generale», è la grande tentazione che prova a convincere i cristiani a prendere «una strada più ragionevole, più tranquilla», obbedendo «agli ordini dei poteri mondani» che pretendono di ridurre «la religione a una cosa privata».

Il 29 novembre 2013 nella meditazione mattutina a Santa Marta, Francesco ha affermato: «Il Signore vuole che noi capiamo cosa succede: cosa succede nel mio cuore, cosa succede nella mia vita, cosa succede nel mondo, nella storia… Cosa significa questo che accade adesso? Questi sono i segni dei tempi! Invece, lo spirito del mondo ci fa altre proposte, perché lo spirito del mondo non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà [….] vuole che andiamo per una strada di uniformità», ma, come avverte San Paolo, «lo spirito del mondo ci tratta come se noi non avessimo la capacità di pensare da noi stessi; ci tratta come persone non libere». «Il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole, un pensiero così diffuso. Lo spirito del mondo non vuole che noi ci chiediamo davanti a Dio: ‘Ma perché questo, perché quell’altro, perché accade questo?’. O anche ci propone un pensiero prêt-à-porter, secondo i propri gusti: ‘Io penso come mi piace!’. Ma quello va bene, dicono loro… Ma quello che lo spirito del mondo non vuole è questo che Gesù ci chiede: il pensiero libero, il pensiero di un uomo e di una donna che sono parte del popolo di Dio e la salvezza è stata proprio questa! Pensate ai profeti… ‘Tu non eri mio popolo, adesso ti dico popolo mio’: così dice il Signore. E questa è la salvezza: farci popolo, popolo di Dio, avere libertà».

Il 18 gennaio 2014 nel discorso ai dirigenti della Rai, Francesco ha spiegato: «La qualità etica della comunicazione è frutto, in ultima analisi, di coscienze attente, non superficiali, sempre rispettose delle persone, sia di quelle che sono oggetto di informazione, sia dei destinatari del messaggio. Ciascuno, nel proprio ruolo e con la propria responsabilità, è chiamato a vigilare per tenere alto il livello etico della comunicazione, ed evitare quelle cose che fanno tanto male: la disinformazione, la diffamazione e la calunnia. Mantenere il livello etico».

Il 30 gennaio 2014 durante l’omelia mattutina a Santa Marta, Francesco ha commentato: «Il cristiano non è un battezzato che riceve il Battesimo e poi va avanti per la sua strada. Il primo frutto del Battesimo è farti appartenere alla Chiesa, al popolo di Dio. Non si capisce un cristiano senza Chiesa. E per questo il grande Paolo VI diceva che è una dicotomia assurda amare Cristo senza la Chiesa; ascoltare Cristo ma non la Chiesa; stare con Cristo al margine della Chiesa. Non si può. E’ una dicotomia assurda. Il messaggio evangelico noi lo riceviamo nella Chiesa e la nostra santità la facciamo nella Chiesa, la nostra strada nella Chiesa. L’altro è una fantasia o, come lui diceva, una dicotomia assurda […]. Fedeltà alla Chiesa; fedeltà al suo insegnamento; fedeltà al Credo; fedeltà alla dottrina, custodire questa dottrina».

L’11 aprile 2014 , incontrando la delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (BICE), il Papa ha spiegato che «lavorare per i diritti umani presuppone di tenere sempre viva la formazione antropologica, essere ben preparati sulla realtà della persona umana, e saper rispondere ai problemi e alle sfide posti dalle culture contemporanee e dalla mentalità diffusa attraverso i mass media».

Il 1 giugno 2014 nel messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il Pontefice ha scritto: «Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute». Nel corso della conferenza stampa monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, ha risposto a una domanda dei giornalisti circa il rischio che un passaggio del messaggio papale venga letto come un’affermazione di relativismo. Mons Celli ha spiegato che invece è «in sintonia con tutto quello che è stato l’insegnamento della Chiesa. Non parliamo di un relativismo: direi che oggi ormai è diventato quasi un cliché, quando si analizzano certi discorsi di Papa Francesco. Secondo me, qui proprio è il capire che non è la dimensione della fede e del Vangelo che si relativizza, ma come io vivo il Vangelo e vivo quella fede». Ha quindi ricordato la somiglianza con le parole di Benedetto XVI quando diceva che la Chiesa «deve imparare a saper dialogare rispettosamente con la verità degli altri», eppure «a volte veniva accusato di essere dogmatico», ha commentato mons. Celli.

Il 2 giugno 2014 durante l’omelia della messa mattutina celebrata in Santa Marta, Francesco ha affermato che «ci sono cose che a Gesù non piacciono», ovvero i matrimoni sterili per scelta: «Questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità. Questa cultura del benessere di dieci anni fa ci ha convinto: “E’ meglio non avere i figli! E’ meglio! Così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna, tu stai tranquillo”… Ma è meglio forse – più comodo – avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino. E’ vero o no questo? Lo avete visto voi? E alla fine questo matrimonio arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine. Non è fecondo, non fa quello che Gesù fa con la sua Chiesa: la fa feconda».

Il 28 luglio 2014 Francesco ha rilasciato un’intervista al quotidiano argentino ”Clarin” sintetizzando in modo simpatico un decalogo di alcuni principi che possono aiutare le persone a vivere meglio. Alcune critiche sono arrivate parlando di “banalità” e relativismo, ma come si vede dal video dell’intervista -oltretutto piena di tagli- il contesto è in gran parte scherzoso e informale.

Il 17 agosto 2014 nel suo discorso ai vescovi dell’Asia durante il viaggio in Corea del Sud, Francesco ha affermato: «Il compito di appropriarci della nostra identità e di esprimerla si rivela tuttavia non sempre facile, poiché, dal momento che siamo peccatori, saremo sempre tentati dallo spirito del mondo, che si manifesta in modi diversi. Vorrei qui segnalarne tre. Il primo di essi è l’abbaglio ingannevole del relativismo, che oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione. È una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che “al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli” (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8). Non parlo qui del relativismo inteso solamente come un sistema di pensiero, ma di quel relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità. […] Un secondo modo attraverso il quale il mondo minaccia la solidità della nostra identità cristiana è la superficialità: la tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le distrazioni, piuttosto che dedicarsi alle cose che realmente contano (cfr Fil 1,10). In una cultura che esalta l’effimero e offre numerosi luoghi di evasione e di fuga, ciò presenta un serio problema pastorale». Ha quindi aggiunto: «In questo vasto Continente, nel quale abita una grande varietà di culture, la Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti. […] Ma nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il nostro punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità. Dal niente, dal nulla, dalla nebbia dell’autocoscienza non si può dialogare, non si può incominciare a dialogare. E, d’altra parte, non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo. Un chiaro senso dell’identità propria di ciascuno e una capacità di empatia sono pertanto il punto di partenza per ogni dialogo. Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi. E se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, dev’esserci apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture. Senza paura: la paura è nemica di queste aperture […]. Questa capacità di empatia conduce ad un genuino incontro – dobbiamo andare verso questa cultura dell’incontro – in cui il cuore parla al cuore. Siamo arricchiti dalla sapienza dell’altro e diventiamo aperti a percorrere insieme il cammino di una più profonda conoscenza, amicizia e solidarietà. “Ma, fratello Papa, noi facciamo questo, ma forse non convertiamo nessuno o pochi…”. Intanto tu fai questo: con la tua identità, ascolta l’altro. Qual è stato il primo comandamento di Dio Padre al nostro padre Abramo? “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. E così, con la mia identità e con la mia empatia, apertura, cammino con l’altro. Non cerco di portarlo dalla mia parte, non faccio proselitismo. Papa Benedetto ci ha detto chiaramente: “La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione». Francesco fa riferimento all’omelia di Benedetto XVI del 13 maggio 2007.

Il 21 settembre 2014 durante il suo viaggio in Albania, Francesco ha affermato: «vorrei accennare ad una cosa che è sempre un fantasma: il relativismo, “tutto è relativo”. Al riguardo, dobbiamo tenere presente un principio chiaro: non si può dialogare se non si parte dalla propria identità. Senza identità non può esistere dialogo. Sarebbe un dialogo fantasma, un dialogo sull’aria: non serve. Ognuno di noi ha la propria identità religiosa, è fedele a quella. Ma il Signore sa come portare avanti la storia. Partiamo ciascuno dalla propria identità, non facendo finta di averne un’altra, perché non serve e non aiuta ed è relativismo».

Il 18 ottobre 2014 nel discorso di conclusione dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha affermato: «Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori». Ha aggiunto poi: «Questa è la Chiesa, la nostra madre! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita, e questo non deve essere visto come motivo di confusione e di disagio».

Il 25 ottobre 2014 ricevendo il movimento apostolico Schoenstatt, Francesco ha spiegato che «c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti e la lasciano molto ferita!», criticando la «cultura del provvisorio […]. Quello che stanno proponendo non è un matrimonio, è una associazione. Ma non è matrimonio! E’ necessario dire cose molto chiare e questo dobbiamo dirlo! Quel “per sempre” che oggi viene messo in discussione dalla “cultura del provvisorio”».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato la situazione attuale priva di ideali dell’Occidente, invitando come soluzione la consapevolezza delle radici cristiane: «un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità, può essere anche più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza […]. In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela, alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie […] E una storia bimillenaria lega l’Europa e il cristianesimo. Una storia non priva di conflitti e di errori, ma sempre animata dal desiderio di costruire per il bene. Lo vediamo nella bellezza delle nostre città, e più ancora in quella delle molteplici opere di carità e di edificazione comune che costellano il continente. Questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere. Essa è il nostro presente e anche il nostro futuro. Essa è la nostra identità. E l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere, secondo lo spirito dei suoi Padri fondatori, nella pace e nella concordia, poiché essa stessa non è ancora esente dai conflitti […]. Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il suo futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda, difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!».

Il 2 dicembre 2014 padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e persona molto vicina a Papa Francesco, ha commentato: «C’è un vaticanismo che rischia di essere un “vaticinismo”, una palestra di vaticini, di predizioni, antiveggenze spesso fondate su dietrologie…Esiste un vaticanismo che vive di se stesso. Ma alla fine diventa paludoso e soprattutto, se parliamo di Chiesa, non respira l’aria sana del «popolo fedele di Dio in cammino».

Il 7 dicembre 2014 in un’intervista per “La Nacion”, Papa Francesco ha affermato: ««Sempre ci sono timori, però perché non leggono le cose, o leggono una notizia in un giornale, un articolo, e non leggono quello che ha deciso il Sinodo, quello che si è pubblicato. […]. Io ho scritto un’enciclica a quattro mani, e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e omelie, e questo è magistero. Questo sta lì, è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi. Vada lì, e lo trova ed è ben chiaro. L’”Evangelii gaudium” è molto chiara».

Il 9 dicembre 2014 nella lettera al presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Francesco ha scritto: «Siamo chiamati, invece, a rivedere il nostro stile di vita che è sempre esposto al rischio di venire “contagiato” da un mentalità mondana – individualista, consumista, edonista – e ritrovare sempre di nuovo la strada maestra, per vivere e proporre la grandezza e la bellezza del matrimonio e la gioia di essere e fare famiglia».

Il 15 dicembre 2014 durante l’Udienza ai Dirigenti, Dipendenti e Operatori della Televisione TV 2000, Francesco ha ricordato che il comunicatore deve evitare «quelli che, come ho già detto, sono i peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Questi tre sono i peccati dei media. La disinformazione, in particolare, spinge a dire la metà delle cose, e questo porta a non potersi fare un giudizio preciso sulla realtà. Una comunicazione autentica non è preoccupata di “colpire”: l’alternanza tra allarmismo catastrofico e disimpegno consolatorio, due estremi che continuamente vediamo riproposti nella comunicazione odierna, non è un buon servizio che i media possono offrire alle persone. Occorre parlare alle persone intere: alla loro mente e al loro cuore, perché sappiano vedere oltre l’immediato, oltre un presente che rischia di essere smemorato e timoroso. Di questi tre peccati – la disinformazione, la calunnia e la diffamazione – la calunnia sembra sia il più grave, ma nella comunicazione il più grave è la disinformazione, perché ti porta a sbagliare, all’errore; ti porta a credere soltanto una parte della verità».

Il 17 dicembre 2014 nella lettera ai partecipanti al colloqui internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna, Francesco ha scritto: «Nel nostro tempo il matrimonio e la famiglia sono in crisi. Viviamo in una cultura del provvisorio, in cui sempre più persone rinunciano al matrimonio come impegno pubblico. Questa rivoluzione nei costumi e nella morale ha spesso sventolato la “bandiera della libertà”, ma in realtà ha portato devastazione spirituale e materiale a innumerevoli esseri umani, specialmente ai più vulnerabili. È sempre più evidente che il declino della cultura del matrimonio è associato a un aumento di povertà e a una serie di numerosi altri problemi sociali che colpiscono in misura sproporzionata le donne, i bambini e gli anziani. E sono sempre loro a soffrire di più, in questa crisi».

Il 1 gennaio 2015 durante l’omelia per la solennità di Maria, Francesco ha affermato: «Altrettanto inseparabili sono Cristo e la Chiesa, perché la Chiesa e Maria vanno sempre insieme e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa. Separare Gesù dalla Chiesa sarebbe voler introdurre una “dicotomia assurda”, come scrisse il beato Paolo VI. Non è possibile “amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa” (Ibid.) Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. È la Chiesa che dice oggi: “Ecco l’agnello di Dio”; è la Chiesa che lo annuncia; è nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti […]. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori».

Il 9 gennaio 2015 durante l’omelia in Santa Marta, Francesco ha commentato: «Tu puoi fare mille corsi di catechesi, mille corsi di spiritualità, mille corsi di yoga, zen e tutte queste cose. Ma tutto questo non sarà mai capace di darti la libertà di figlio. Soltanto è lo Spirito Santo che muove il tuo cuore per dire ‘Padre’. Soltanto lo Spirito Santo è capace di scacciare, di rompere questa durezza del cuore e fare un cuore docile al Signore. Docile alla libertà dell’amore».

Il 15 gennaio 2015 durante la conferenza stampa nel viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «Ognuno non solo ha la libertà, il diritto, ha anche l’obbligo di dire quello che pensa per aiutare il bene comune […]. Abbiamo l’obbligo di dire apertamente, avere questa libertà, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli arriva un pugno! E’ normale! Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede. Papa Benedetto in un discorso – non ricordo bene dove – aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava alla fine a credere che le religioni o le espressioni religiose sono una sorta di sottocultura, che sono tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminata. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo “giocattolizza” la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dott. Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma. C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana. E io non posso prenderla in giro. E questo è un limite».

Il 17 gennaio 2015 alcune persone hanno equivocato un gesto delle mani di Papa Francesco a Manila, simile a quello dei rapper (le corna più il pollice). Tuttavia quel gesto significa “ti voglio bene” nel linguaggio dei segni in uso tra i sordomuti, tant’è che tra i partecipanti all’incontro con il Papa c’erano alcuni sordi con i quali si stava utilizzando quel linguaggio. Lo dimostrano queste foto.

Il 23 gennaio 2015 nel discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, Francesco ha affermato: «La crisi dei valori nella società non è certo un fenomeno recente. Il beato Paolo VI, già quaranta anni fa, proprio rivolgendosi alla Rota Romana, stigmatizzava le malattie dell’uomo moderno “talora vulnerato da un relativismo sistematico, che lo piega alle scelte più facili della situazione, della demagogia, della moda, della passione, dell’edonismo, dell’egoismo, così che esteriormente tenta di impugnare la “maestà della legge”, e interiormente, quasi senza avvedersi, sostituisce all’impero della coscienza morale il capriccio della coscienza psicologica” (Allocuzione del 31 gennaio 1974: AAS 66 [1974], p. 87). In effetti, l’abbandono di una prospettiva di fede sfocia inesorabilmente in una falsa conoscenza del matrimonio, che non rimane priva di conseguenze nella maturazione della volontà nuziale. […]. L’esperienza pastorale ci insegna che vi è oggi un gran numero di fedeli in situazione irregolare, sulla cui storia ha avuto un forte influsso la diffusa mentalità mondana».

L’11 febbraio 2015 Francesco ha contestato la bassa natalità dell’Europa: «una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa. Pensiamo a tante società che conosciamo qui in Europa: sono società depresse, perché non vogliono i figli, non hanno i figli, il livello di nascita non arriva all’uno percento. Perché? Ognuno di noi pensi e risponda. Se una famiglia generosa di figli viene guardata come se fosse un peso, c’è qualcosa che non va!».

Il 04 marzo 2015 il vaticanista Aldo Maria Valli ha scritto: «Qualcuno sostiene che la proposta di Francesco, con questa accentuazione del Vangelo di Gesù rispetto alla precettistica, rischia di cadere nel buonismo e di ridurre lo stesso messaggio cristiano a un invito consolatorio e sentimentale. Il rischio c’è, ma papa Francesco è il primo a esserne consapevole. Lo ha dimostrato quando, rivolto ai preti, ha chiesto di non essere né rigoristi né lassisti, perché se il rigorista, avendo in mente soltanto la legge, si comporta con freddo distacco, il lassista a sua volta dimostra di non avere sufficientemente a cuore la sorte delle anime affidate alle sue cure. Si tratta di trovare il giusto equilibrio, senza mai dimenticare che l’adesione a ogni tipo di obbligazione morale, tanto più a quelle più lontane e incomprensibili per la mentalità dominante, può nascere non dalla reiterazione di alcuni precetti, ma dal rapporto d’amore con il Padre attraverso il Figlio».

Il 12 marzo 2015 durante il discorso al Tribunale della Penitenzieria Apostolica, Francesco ha spiegato: «Tante volte si confonde la misericordia con l’essere confessore “di manica larga”. Ma pensate questo: né un confessore di manica larga, né un confessore rigido è misericordioso. Nessuno dei due. Il primo, perché dice: “Vai avanti, questo non è peccato, vai, vai!”. L’altro, perché dice: “No, la legge dice…”. Ma nessuno dei due tratta il penitente come fratello, lo prende per mano e lo accompagna nel suo percorso di conversione! L’uno dice: “Vai tranquillo, Dio perdona tutto. Vai, vai!”. L’altro dice: “No, la legge dice no”. Invece, il misericordioso lo ascolta, lo perdona, ma se ne fa carico e lo accompagna, perché la conversione sì, incomincia – forse – oggi, ma deve continuare con la perseveranza… Lo prende su di sé, come il Buon Pastore che va a cercare la pecora smarrita e la prende su di sé. Ma non bisogna confondere: questo è molto importante. Misericordia significa prendersi carico del fratello o della sorella e aiutarli a camminare. Non dire “ah, no, vai, vai!”, o la rigidità. Questo è molto importante. E chi può fare questo? Il confessore che prega, il confessore che piange, il confessore che sa che è più peccatore del penitente, e se non ha fatto quella cosa brutta che dice il penitente, è per semplice grazia di Dio. Misericordioso è essere vicino e accompagnare il processo della conversione».

Il 14 marzo 2015 il cardinale Walter Kasper, da molti tradizionalisti visto come il diavolo progressista in persona, ha spiegato che spesso «si confonde misericordia con un laissez-faire superficiale, con una pseudo-misericordia, e c’è chi sentendo parlare di misericordia subodora il pericolo che in tal modo si favorisca un’arrendevolezza pastorale e un cristianesimo light, un essere cristiani a prezzo scontato. Si vede così nella misericordia una specie di ammorbidente che erode i dogmi e i comandamenti e svaluta il significato centrale e fondamentale della verità. Questo è un rimprovero che nel Nuovo Testamento i farisei facevano anche a Gesù, ma la Sua misericordia li portò a un tale livello di incandescenza che decisero di farlo morire. Siamo però di fronte a un grossolano fraintendimento del senso biblico profondo della misericordia, perché essa è allo stesso tempo una fondamentale verità rivelata e un comandamento di Gesù esigente e provocante [….]. Non può perciò, se rettamente compresa, mettere in discussione la verità e i comandamenti.  Mettere la misericordia contro la verità o contro i comandamenti, e porli tra loro in opposizione, è perciò un non senso teologico. Nella gerarchia delle verità è invece corretto intendere la misericordia – la proprietà fondamentale di Dio e la più grande delle virtù – come principio ermeneutico, non per sostituire o scalzare la dottrina e i comandamenti ma per comprenderli e realizzarli nel modo giusto, secondo il Vangelo».

Il 22 marzo 2015 durante la visita pastorale a Napoli, Francesco ha, in modo politicamente scorretto, criticato la sostituzione dell’amore verso i bambini per quello verso gli animali: «I bambini non sono utili: perché avere bambini? Meglio non averne. Ma io ho comunque affetto, mi arrangio anche con un cagnolino e un gatto. La nostra società è così: quanta gente preferisce scartare i bambini e confortarsi con il cagnolino o con il gatto!».

L’11 aprile 2015 nella bolla d’indizione del Giubileo della Misericordia, il “Misericordiae Vultus”, Francesco ha scritto: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. In base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr Mt 25,31-45). Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine». Bisogna «consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti […]. Quando ti dicono la verità non è bello sentirla, ma se è detta con carità e con amore è più facile accettarla». Dunque, «si deve parlare dei difetti agli altri», ma con carità. Rispetto alla correzione fraterna: «Se tu non sei capace di farla con amore, con carità, nella verità e con umiltà, tu farai un’offesa, una distruzione al cuore di quella persona, tu farai una chiacchiera in più, che ferisce, e tu diventerai un cieco ipocrita, come dice Gesù. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio”. Ipocrita! Riconosci che tu sei più peccatore dell’altro, ma che tu come fratello devi aiutare a correggere l’altro […]. Giustizia e misericordia non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà. La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono».

L’18 maggio 2015 durante l’apertura dell’assemblea della CEI, Francesco ha detto: «La gioia del Vangelo, in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione – in questo quadro realisticamente poco confortante – la nostra vocazione cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri».

Il 24 maggio 2015 nell’Enciclica Laudato Sii, Francesco ha scritto: «Papa Benedetto ci ha proposto di riconoscere che l’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal nostro comportamento irresponsabile. Anche l’ambiente sociale ha le sue ferite. Ma tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall’idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti».

Il 29 maggio 2015 ai partecipanti del Pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione, Francesco ha detto: «Quanti uomini e donne, nelle periferie esistenziali generate dalla società consumista, atea, attendono la nostra vicinanza e la nostra solidarietà! Il Vangelo è l’annuncio dell’amore di Dio che, in Gesù Cristo, ci chiama a partecipare della sua vita».

Il 10 novembre 2015 durante nell’omelia durante la visita pastorale a Prato e a Firenze, Francesco ha affermato: «A Gesù interessa quello che la gente pensa non per accontentarla, ma per poter comunicare con essa. Senza sapere quello che pensa la gente, il discepolo si isola e inizia a giudicare la gente secondo i propri pensieri e le proprie convinzioni. Mantenere un sano contatto con la realtà, con ciò che la gente vive, con le sue lacrime e le sue gioie, è l’unico modo di poterla aiutare, di poterla formare e comunicare […]. Solo se riconosciamo Gesù nella Sua verità, saremo in grado di guardare la verità della nostra condizione umana, e potremo portare il nostro contributo alla piena umanizzazione della società. Custodire e annunciare la retta fede in Gesù Cristo è il cuore della nostra identità cristiana, perché nel riconoscere il mistero del Figlio di Dio fatto uomo noi potremo penetrare nel mistero di Dio e nel mistero dell’uomo. Alla domanda di Gesù risponde Simone: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Questa risposta racchiude tutta la missione di Pietro e riassume ciò che diventerà per la Chiesa il ministero petrino, cioè custodire e proclamare la verità della fede; difendere e promuovere la comunione tra tutte le Chiese; conservare la disciplina della Chiesa. Papa Leone è stato e rimane, in questa missione, un modello esemplare, sia nei suoi luminosi insegnamenti, sia nei suoi gesti pieni della mitezza, della compassione e della forza di Dio».

Il 12 novembre 2015 ai presuli della Conferenza episcopale slovacca, Francesco ha detto: «Di fatto, nonostante le tante lusinghe che invitano all’edonismo, alla mediocrità e al successo immediato, i giovani non si lasciano intimorire facilmente dalle difficoltà e sono particolarmente sensibili all’impegno senza riserve, quando si presenta loro l’autentico significato della vita. Hanno perciò bisogno di avere da voi chiare indicazioni dottrinali e morali, per edificare nella città dell’uomo la città di Dio».

Il 16 novembre 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha parlato di “mondanità, apostasia, persecuzione”, la mondanità è fare ciò che fa il mondo, è dire: «Mettiamo all’asta la nostra carta d’identità; siamo uguali a tutti. La mondanità ti porta al pensiero unico e all’apostasia. Non sono permesse, non ci sono permesse le differenze: tutti uguali. E nella storia della Chiesa, nella storia abbiamo visto, penso ad un caso, che alle feste religiose è stato cambiato il nome – il Natale del Signore ha un altro nome – per cancellare l’identità. Mi ha sempre colpito che il Signore, nell’Ultima Cena, in quella lunga preghiera, pregasse per l’unità dei suoi e chiedesse al Padre che li liberasse da ogni spirito del mondo, da ogni mondanità, perché la mondanità distrugge l’identità; la mondanità porta al pensiero unico. Incomincia da una radice, ma è piccola, e finisce nell’abominazione della desolazione, nella persecuzione. Questo è l’inganno della mondanità, e per questo Gesù chiedeva al Padre, in quella cena: ‘Padre, non ti chiedo che di toglierli dal mondo, ma custodiscili dal mondo’, da questa mentalità, da questo umanismo, che viene a prendere il posto dell’uomo vero, Gesù Cristo, che viene a toglierci l’identità cristiana e ci porta al pensiero unico: ‘Tutti fanno così, perché noi no?’. Questo, di questi tempi, ci deve far pensare: com’è la mia identità? E’ cristiana o mondana? O mi dico cristiano perché da bambino sono stato battezzato o sono nato in un Paese cristiano, dove tutti sono cristiani? La mondanità che entra lentamente, cresce, si giustifica e contagia: cresce come quella radice, si giustifica – ‘ma, facciamo come tutta la gente, non siamo tanto differenti’ -, cerca sempre una giustificazione, e alla fine contagia, e tanti mali vengono da lì. Chiediamo al Signore per la Chiesa, perché il Signore la custodisca da ogni forma di mondanità. Che la Chiesa sempre abbia l’identità disposta da Gesù Cristo; che tutti noi abbiamo l’identità che abbiamo ricevuto nel battesimo, e che questa identità per voler essere come tutti, per motivi di ‘normalità’, non venga buttata fuori. Che il Signore ci dia la grazia di mantenere e custodire la nostra identità cristiana contro lo spirito di mondanità che sempre cresce, si giustifica e contagia».

Il 18 novembre 2015 durante l’Udienza generale, Francesco ha affermato: «La gestione simbolica delle “porte” – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione. La porta si apre frequentemente, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta, e magari non ha il coraggio, forse neppure la forza di bussare. Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai. La porta dice molte cose della casa, e anche della Chiesa. La gestione della porta richiede attento discernimento e, al tempo stesso, deve ispirare grande fiducia».

Il 20 novembre 2015 durante l’incontro con la Congregazione del Clero, Francesco ha affermato: «Sapere e ricordare di essere “costituiti per il popolo” -popolo santo, popolo di Dio -, aiuta i preti a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari».

Il 14 dicembre 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha commentato una lettura del Libro dei Numeri: «””Nel suo cammino Balaam incontra l’angelo del Signore e cambia il cuore”. Non cambia di partito» ma «cambia dall’errore alla verità e dice quello che vede»: il Popolo di Dio dimora nelle tende in mezzo al deserto e lui «oltre il deserto vede la fecondità, la bellezza, la vittoria». Ha aperto il cuore, «si converte» e «vede lontano, vede la verità», perché «con buona volontà sempre si vede la verità».

Il 15 dicembre 2015 per la XLIX Giornata Mondiale per la Pace, Francesco ha affermato: «La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti. Contro questa autocomprensione erronea della persona, Benedetto XVI ricordava che né l’uomo né il suo sviluppo sono capaci di darsi da sé il proprio significato ultimo; e prima di lui Paolo VI aveva affermato che «non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento di una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana».

Nel gennaio 2016, nel libro-intervista “Il nome di Dio è Misericordia” (Piemme 2016), curato da Andrea Tornielli, Papa Francesco ha scritto: «La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità: questo è un peccato. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio. La Chiesa è chiamata a effondere la sua misericordia su tutti coloro che si riconoscono peccatori, responsabili del male compiuto, che si sentono bisognosi di perdono. La Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con quell’amore viscerale che è la misericordia di Dio. La corruzione è il peccato che invece di essere riconosciuto come tale e di renderci umili, viene elevato a sistema, diventa un abito mentale, un modo di vivere», ha spiegato Francesco. «Non ci sentiamo più bisognosi di perdono e di misericordia, ma giustifichiamo noi stessi e i nostri comportamenti. Il peccatore pentito, che poi cade e ricade nel peccato a motivo della sua debolezza, trova nuovamente perdono, se si riconosce bisognoso di misericordia. Il corrotto, invece, è colui che pecca e non si pente, colui che pecca e finge di essere cristiano, e con la sua doppia vita dà scandalo. Il corrotto non conosce l’umiltà, non si ritiene bisognoso di aiuto, conduce una doppia vita. Il corrotto si stanca di chiedere perdono e finisce per credere di non doverlo più chiedere. Non ci si trasforma di colpo in corrotti, c’è un declino lungo, nel quale si scivola e che non si identifica semplicemente con una serie di peccati. Il peccatore, nel riconoscersi tale in qualche modo ammette che ciò a cui ha aderito, o aderisce, è falso. Il corrotto, invece, nasconde ciò che considera il suo vero tesoro, ciò che lo rende schiavo, e maschera il suo vizio con la buona educazione, facendo sempre in modo di salvare le apparenze».

Il 16 marzo 2016 è comparsa sui media un intervento di Benedetto XVI risalente all’ottobre 2015, in cui il Papa emerito ha confermato il cuore del pontificato di Papa Bergoglio. Dopo ever elogiato che il tema della misericordia è sempre più centrale nella Chiesa, a partire da Suor Faustina e da Giovanni Paolo II, ha aggiunto che «la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto». Una profonda convergenza di vedute, quindi.

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Non dobbiamo temere di riconoscerci e confessarci peccatori. Tutti siamo peccatori, ma tutti siamo perdonati: tutti abbiamo la possibilità di ricevere questo perdono che è la misericordia di Dio. Non dobbiamo temere, dunque, di riconoscerci peccatori, confessarci peccatori, perché ogni peccato è stato portato dal Figlio sulla Croce».

Il 20 aprile 2016 nell’udienza generale, Papa Francesco ha detto: «Il fariseo non concepisce che Gesù si lasci “contaminare” dai peccatori. Ma la Parola di Dio ci insegna a distinguere tra il peccato e il peccatore: con il peccato non bisogna scendere a compromessi, mentre i peccatori – cioè tutti noi! – siamo come dei malati, che vanno curati, e per curarli bisogna che il medico li avvicini, li visiti, li tocchi. E naturalmente il malato, per essere guarito, deve riconoscere di avere bisogno del medico!».

Il 21 aprile 2016 il teologo padre Angelo Bellon ha scritto: «la misericordia predicata da Papa Francesco è la misericordia predicata e insegnata da sempre. È la misericordia che vuole vincere il male, non quella che lascia nel male. È la misericordia che vuole vincere il peccato, non quella che lascia nel peccato».

Il 03 maggio 2016 nella sua omelia a Santa Marta, Papa Francesco ha parlato dei cristiani confusi: «La loro vita è girare, di qua e di là, e perdono così la bellezza di avvicinarsi a Gesù nella vita di Gesù. Perdono la strada, perché girano e tante volte questo girare, girare errante, li porta ad una vita senza uscita: il girare troppo si trasforma in labirinto e poi non sanno come uscire. Quella chiamata di Gesù l’hanno persa. Non hanno bussola per uscire e girano, girano; cercano. Ci sono altri che nel cammino vengono sedotti da una bellezza, da una cosa e si fermano a metà strada, affascinati da quello che vedono, da quella idea, da quella proposta, da quel paesaggio… E si fermano! La vita cristiana non è un fascino: è una verità! E’ Gesù Cristo!».

 
 

————- ————–

17. INTERVISTE CONCESSE A EUGENIO SCALFARI

Sulle interviste che Papa Francesco ha rilasciato al quotidiano “Repubblica” si sono scritti fiumi di parole, Francesco ha lanciato un segno di apertura verso un ambiente culturale fortemente anticlericale, ha incontrato Eugenio Scalfari e ha dialogato con lui. Purtroppo, com’era prevedibile, Scalfari non si è dimostrato all’altezza e con disonestà ha pubblicato i dialoghi privati avuti con il Pontefice, mettendogli in bocca affermazioni ambigue che mai Francesco ha ripreso o ripetuto durante i suoi discorsi pubblici. Il portavoce della Santa Sede è intervenuto, anche duramente, per smentire l’attendibilità delle singole affermazioni attribuite al Papa. Il giochino è durato qualche mese, poi gli incontri, o semplicemente il permesso di pubblicare i contenuti, si sono interrotti.

 

Di seguito in ordine cronologico lo svolgimento dei fatti:

Il 4 settembre 2013 Papa Francesco ha risposto tramite lettera ad alcune domande poste da Eugenio Scalfari su “Repubblica”. Si legge: «Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità». E ancora: «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire […]. Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione».

Il 1 ottobre 2013 il quotidiano “Repubblica” ha pubblicato un’intervista di Eugenio Scalfari a Francesco in cui quest’ultimo afferma: «ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce». Uno strano inno al relativismo in stile scalfariano, ed infatti Scalfari ha ammesso che nelle interviste «cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie. Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge». La segreteria di Stato Vaticano ha rimosso l’intervista dal proprio sito web e padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha spiegato benevolmente che il colloquio «non era stato rivisto parola per parola». Quindi l’intervista è «attendibile nel suo senso generale ma non nelle singole formulazioni. In questo senso è stato ritenuto più corretto lasciargli la sua natura giornalistica, con l’intervista pubblicata su Repubblica, e non il testo sul sito della Santa Sede».

Il 27 ottobre 2013 lo scrittore Antonio Socci ha scritto: «il Papa da settimane viene “impiccato” (moralmente) a una battuta attribuitagli da Eugenio Scalfari nel corso di un colloquio privato che poi è stato pubblicato sulla “Repubblica” il 1° ottobre. Si tratta di quelle due righe sulla coscienza, il bene e il male. Da settimane nella rete (e in qualche giornale) ribolle il malcontento di certi cattolici che, scandalizzati, sollevano sospetti sul Papa per quelle due righe. Nessuno di loro sembra porsi la domanda più ovvia: papa Francesco pensa veramente che ognuno possa decidere da solo cosa è bene e cosa è male e autogiustificarsi così? Possibile che il Papa professi un’idea per la quale non avrebbe più alcun senso né essere cristiani, né credere in Dio (tantomeno fare il papa)? E’ evidente che si tratta di una colossale baggianata. Qualunque persona in buonafede si rende conto facilmente che è assurdo aver alimentato tanta confusione per quelle due righe. Se poi qualcuno, più sospettoso, continuasse ad vere dei dubbi gli basterebbe, per chiarirsi le idee, ascoltare il magistero quotidiano di Francesco […] Ma chi sta col “randello” del pregiudizio in mano con l’unico obiettivo di coglierlo in fallo, non sente ragioni, si attacca a ogni pretesto ed è sempre pronto a colpire. Il fondamentalista non riflette su come quella frase sia stata veramente detta dal Papa e magari su com’è stata capita e riportata da Scalfari, non coglie la circostanza colloquiale, né il fatto che Bergoglio parla in una lingua che non è la sua e che non padroneggia alla perfezione. Infine tutto andrebbe valutato alla luce del vero e costante magistero ufficiale di papa Francesco. Non so cosa il papa sapesse di Scalfari e come si sia svolto quell’incontro. Però una volta che il malinteso si è prodotto il papa ha cercato di evitare equivoci. A padre Lombardi è stato detto di far presente che quell’intervista non era stata da lui rivista, è uscita dalla penna di Scalfari dopo una chiacchierata informale. Soprattutto – come padre Lombardi ha sottolineato – essa non fa parte in alcun modo del magistero di papa Francesco. Ma anche in questo caso ci sono i “troppo zelanti” che l’indomani, il 2 ottobre, hanno rilanciato quell’intervista addirittura sull’Osservatore romano. Pare che il papa se ne sia rammaricato e che il 4 ottobre, durante la visita ad Assisi, se ne sia lamentato col direttore Gian Maria Vian. C’è anche un video che probabilmente immortala proprio la protesta di papa Francesco per quell’improvvida iniziativa. Il Papa si è reso conto che è facile essere strumentalizzato dai media. Anche Benedetto XVI incappò nel doloroso malinteso di Ratisbona. Dipende molto dai media, dalla loro superficialità, approssimazioni o dalla malafede del pregiudizio».

Il 28 aprile 2014 il sito “Dagospia” ha rivelato che Scalfari si sarebbe fatto ricevere un’altra volta da Francesco. Una volta concluso il dialogo, Scalfari avrebbe ricevuto una telefonata dal segretario del Papa il qualo lo ha pregato di non rendicontare su ”Repubblica” i contenuti dell’incontro avuto. La fonte che ha diffuso questa notizia ci impone di parlare al condizionale.

Il 13 luglio 2014 su “Repubblica” è uscita una seconda intervista a Francesco da parte di Eugenio Scalfari, in essa il Papa affermerebbe: «Il due per cento di pedofili sono sacerdoti e perfino vescovi e cardinali», e rispetto all’abolizione dell celibato sacerdotale: «Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò».

Il 13 luglio 2014 padre Federico Lombardi è dovuto intervenire nuovamente su una nuova intervista di Eugenio Scalfari a Papa Francesco pubblicata su “Repubblica”: «Non si può e non si deve parlare in alcun modo di intervista nel senso abituale del termine. Il colloquio è cordiale e molto interessante e tocca principalmente i temi della piaga degli abusi sessuali su minori e dell’atteggiamento della Chiesa verso la mafia. Tuttavia come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo “fra virgolette” le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”. Se quindi si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente “intervista” apparsa su Repubblica, cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al Papa. Ad esempio e in particolare ciò vale per due affermazioni che hanno attirato molta attenzione e che invece non sono attribuibili al Papa. Cioè che fra i pedofili vi siano dei “cardinali”, e che il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, “le soluzioni le troverò”. Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente – le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura… Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?».

Il 15 luglio 2014 lo scrittore Vittorio Messori ha affermato a proposito dell’intervista di Scalfari a Francesco: «non solo siamo di fronte a un colloquio privato, e non a un testo magisteriale, ma in più non si sa nemmeno che cosa abbia detto il papa. Sappiamo che cosa ha detto Scalfari, o meglio, cosa ha capito, affibbiandolo poi al papa».

Il 02 novembre 2015 padre Federico Lombardi è tornato a smentire le affermazioni fatte da Eugenio Scalfari, il quale ha scritto di aver ricevuto una telefonata dal Papa il quale gli avrebbe detto (virgolettando le sue parole) che «per quanto riguarda l’ammissione dei divorziati ai Sacramenti conferma che quel principio è stato accettato dal Sinodo. Questo è il risultato di fondo, le valutazioni di fatto sono affidate ai confessori ma alla fine di percorsi più veloci o più lenti tutti i divorziati che lo chiedono saranno ammessi». Il portavoce del Papa ha commentato: «Come già avvenuto in passato, Scalfari riferisce con virgolettati cosa il Papa gli ha presumibilmente detto, ma spesso non corrisponde alla realtà, poiché non registra né trascrive le esatte parole del Papa, come egli stesso ha detto molte volte. Per cui è chiaro che quello che viene riferito da lui nell’ultimo articolo in merito ai divorziati risposati non è in alcun modo affidabile e non può essere considerato il pensiero del Papa».

 
 

————- ————–

18. PROGRESSISMO E TRADIZIONALISMO

Come abbiamo scritto siamo molto grati a Francesco per aver sconfessato sia l’ideologia progressista che quella tradizionalista, entrambi estremismi minoritari nella religione cattolica. I primi hanno cercato di manipolarlo facendo credere che fosse il Papa che finalmente avrebbe rivoluzionato la Chiesa adeguandola al mondo, e i secondi ci sono cascati opponendosi al profilo del Papa disegnato dai progressisti.

Né gli uni né gli altri raccontano il vero e Francesco ha ben pensato di lanciare stoccate agli uni e agli altri: si è scagliato contro il «progressismo adolescenziale» e contro il «tradizionalismo zelante»ha criticato l’allarmismo catastrofico così come il feticismo degli idoli della società moderna; si è opposto al buonismo distruttivo e al machismo in gonnella, ha criticato i gruppi tradizionalisti chiedendo però di rispettarli («dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare, di catechizzare, di dialogare, senza insultare, senza sporcarli, senza sparlare. Perché tu non puoi annullare una persona dicendo: “Questo è un conservatore”. No. Questo è figlio di Dio tanto quanto me. Ma tu vieni, parliamo. Se lui non vuole parlare è un problema suo, ma io ho rispetto. Pazienza, mitezza e dialogo»). Ha scomunicato i fondatori di “Noi siamo Chiesa”, riferimento principale del progressismo cattolico internazionale (gli amici di Vito Mancuso, per intenderci). Il discorso più importante è stato certamente quello a conclusione del Sinodo sulla Famiglia, quando ha preso posizione chiaramente contro entrambe queste ideologie.

Il prof. Guzmán Carriquiry Lecour, vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina e amico personale del Santo Padre, ha criticato «il rifiuto sistematico e pieno di pregiudizi che si avvertono in alcune reazioni di settori ultraminoritari in seno alla Chiesa stessa». Il Papa, per usare termini politici, è strumentalizzato da “sinistra” e combattuto da “destra”, «i reazionari concordano e si alimentano anche con la figura falsata che pretendono di diffondere ambienti ecclesiastici e mediatici di progressismo liberal. Li accomuna l’immagine di un Papa che vuole cambiare insegnamenti dottrinali e morali della Chiesa, e che viene contrapposto dai predecessori».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice ha parlato del progressismo e del tradizionalismo:

Il 12 giugno 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha ricordato che sono due le tentazioni da affrontare in questo momento della storia della Chiesa: andare indietro perché timorosi della libertà che viene dalla legge «compiuta nello Spirito Santo» e cedere a un «progressismo adolescente», incline cioè a seguire i valori più accattivanti proposti dalla cultura dominante. Il progressismo è una cultura che va avanti, dalla quale non riusciamo a distaccarci e della quale prendiamo le leggi e i valori che ci piacciono di più, come fanno appunto gli adolescenti. Alla fine il rischio che si corre è di scivolare, «così come la macchina scivola sulla strada gelata e va fuori strada».

Il 18 novembre 2013 durante la meditazione mattutina nella cappella di Santa Marta, il Pontefice, commentando il libro dei Maccabei, ha criticato «lo spirito della mondanità che anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico». Coloro che dicono: «Non ci chiudiamo. Siamo progressisti», «lo spirito del progressismo adolescente» secondo il quale, davanti a qualsiasi scelta, si pensa che sia giusto andare comunque avanti piuttosto che restare fedeli alle proprie tradizioni». Il Papa fa riferimento al romanzo “Il padrone del mondo” di Benson che si sofferma proprio su «quello spirito di mondanità che ci porta all’apostasia». Oggi, avverte il Papa, si pensa che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge una critica al «neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». In questo e in altri casi «né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico.»

Il 22 maggio 2014 è emersa la notizia che la Chiesa di Francesco ha scomunicato i due fondatori di “Noi siamo Chiesa”, Martha Heizer e il marito Gert. Si tratta di una delle organizzazioni “cattoliche” progressiste più critiche verso la Chiesa e il suo magistero, in Italia è vicina all’agenzia “Adista” e al vaticanista de “Il Manifesto” Luca Kocci, che infatti ha criticato duramente l’accaduto, scrivendo: «la sco­mu­nica alla pre­si­dente è un duro colpo al dia­logo con il mondo cat­to­lico di base, che sem­brava essersi ria­perto con papa Fran­ce­sco, il quale però era sicu­ra­mente infor­mato del provvedimento». La scomunica è arrivata da Francesco, come ha confermato la giornalista Tiziana Volpi di “Il mio Papa”. Anche il teologo Vito Mancuso ha scritto: «La chiesa di papa Francesco ha scomunicato di recente, il 18 settembre 2013, un sacerdote australiano, Greg Reynolds, per aver promosso l’ordinazione sacerdotale delle donne e il riconoscimento sacramentale delle coppie gay, e sempre sotto Francesco si è avuta un mese fa la scomunica di Martha Heizer, teologa cattolica austriaca, presidente del movimento internazionale “Noi Siamo Chiesa”, sostanzialmente per gli stessi motivi».

Il 18 ottobre 2014 nel discorso di conclusione del “Sinodo sulla Famiglia”, Francesco ha sintetizzato le caratteristiche dei momenti di tensione verificatosi: «una: la tentazione dell’ irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi – “tradizionalisti” e anche degli intellettualisti.  La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”. La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf.Gv 8,7) cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili” (Lc 10, 27). La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio. La tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”, credo, queste cose».

Il 10 novembre 2014 lo scrittore Antonio Socci ha accusato Francesco di occuparsi “soltanto” di randellare i “conservatori”: come si evince da questo dossier, Francesco ha “randellato” molto anche i “progressisti” (“progressismo adolescenziale”, cfr. 18/11/13 e 12/07/13). Tuttavia, chi pensava di aver la coscienza a posto in quanto “conservatore” e “tradizionalista” è stato preso in contropiede da Francesco che ha definito questo comportamento definendolo una «presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». Non stupisce la campagna antipapista di Antonio Socci e la coda di paglia dei tradizionalisti.

Il 13 novembre 2014 in un’intervista il vaticanista Sandro Magister ha parlato di presunte contraddizioni di Francesco, commentando anche il fatto che critichi sia i progressisti che i tradizionalisti: «È un altro dei moduli espressivi ricorrenti di questo pontefice: la reprimenda di una parte e all’altra. Però, a voler fare un inventario, le sue bacchettate ai tradizionalisti, ai legalisti, ai rigidi difensori dell’arida dottrina, appaiono molto più numerose e mirate. Quando invece se la prende con i buonisti, non si capisce mai a chi si riferisca». Suona abbastanza ridicolo mettersi a conteggiare gli interventi del Papa contro una parte piuttosto che contro l’altra, probabilmente Francesco sta cercando di equilibrare le critiche dato che i suoi predecessori hanno giustamente preso di mira sopratutto il “cattolicesimo adulto” dei progressisti. In secondo luogo è invece decisamente chiaro cosa intenda il Papa quando critica i “buonisti”: «La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”. La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio» . Più chiaro di così!

Il 10 novembre 2015 durante la sua visita pastorale a Prato e a Firenze, Francesco ha affermato: «L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di “rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli”. […]. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo. La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di “una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti”. Lo gnosticismo non può trascendere. La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo».

 
 

————- ————–

19. NOMINE RIVOLUZIONARIE E SOSTITUZIONE DEI CONSERVATORI

Francesco è stato incredibilmente anche accusato di aver nominato cardinali coloro che sentiva più vicini al suo pensiero e in linea con il suo pontificato. Lo ha fatto ad esempio il vaticanista Sandro Magister scrivendo che il Papa avrebbe immesso «nel collegio cardinalizio un buon numero di suoi favoriti, rimodellandolo a propria immagine e somiglianza più di quanto avvenisse in passato». Anche se fosse vero, è una cosa normale ed è difficile dimostrare che invece i suoi predecessori abbiano nominato cardinali persone lontane dal loro pensiero, magari progressisti e innovatori.

Un’altra accusa è che Francesco nomini cardinali soltanto i “progressisti” a discapito dei “conservatori”. Il giornalista Antonio Socci ha ad esempio teorizzato un complotto del “modernismo” sul fatto Francesco abbia annunciato la creazione di 10 nuovi cardinali il 15 febbraio 2014, oltre ai 19 creati nel febbraio 2013: «Perché così tante nomine ravvicinate?», si è chiesto. «Per ribaltare la tendenza “ratzingeriana” maggioritaria nel collegio cardinalizio? C’è una certa inquietudine nel mondo ecclesiastico perché si sospetta che gli ambienti progressisti della Curia, oggi al potere, premano per avere un futuro Conclave spostato verso la sinistra modernista. Al di là dei 78 anni del papa ci sono anche le frequenti voci di un suo ritiro. Prima che ciò avvenga forse qualcuno vuole il ribaltone progressista nel collegio cardinalizio. Esso infatti nel 2013 non era affatto “progressista” ed elesse Bergoglio solo perché si fece credere che fosse in continuità con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Non a caso poi, al recente Sinodo, Bergoglio è andato clamorosamente in minoranza. Dunque sta arrivando il ribaltone per il futuro Conclave?».

Il criterio della nomina dei cardinali per Francesco in realtà non è dettato dalla collimazione del pensiero ma piuttosto dall’area geografica, la sua intenzione è quella della “Chiesa in uscita” e intende coinvolgere gli episcopati di ogni parte del mondo alla guida della Chiesa, la quale non è italiana o occidentale ma universale. Si spiegano così le nomine cardinalizie di vescovi e arcivescovi dell’Etiopia, del Vietnam, di Myanmar, della Tailandia, di Panamá, dell’Arcipelago di Capo Verde e delle Isole di Tonga. D’altra parte lo ha spiegato anche padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: è il criterio della universalità: tra elettori ed emeriti, infatti, sono 18 i Paesi del mondo rappresentati. Non solo: tra le 14 nazioni di provenienza degli elettori, 6 non avevano un cardinale o non lo avevano mai avuto oppure si tratta «di comunità ecclesiali piccole o in situazioni di minoranza». Tra essi ci sono conservatori e progressisti. Anche il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha spiegato che le scelte cardinalizie sono «molto libere e direi scelte molto personali, che privilegiano la periferia e anche zone del mondo verso le quali non si era espressa finora una grande attenzione della Chiesa». All’osservazione che in questo concistoro non ci sono nuovi cardinali nordamericani, Parolin ha replicato: «Verranno più avanti, ma il concistoro non è contro nessuno, non dobbiamo leggere le scelte del papa secondo queste categorie, sono categorie che falsano la prospettiva del papa. I cardinali nordamericani sono già tanti, quindi non è assolutamente una scelta contro ma una scelta che ha adottato altri criteri rispetto a quelli tradizionali, questo sì, ma siamo abituati ormai a questo stile del papa».

 

Di seguito alcuni dati in ordine cronologico che smentiscono le accuse di nominare soltanto i “progressisti” a discapito dei cardinali “conservatori”:

Il 22 febbraio 2014 Papa Francesco ha nominato cardinale l’arcivescovo emerito di Pamplona, Fernando Sebastián Aguilar. Il vaticanista Sandro Magister ha fatto notare il forte legame tra Aguilar e Bergoglio, quest’ultimo addirittura ha ammirato i suoi libri e nel 2006, incontrandolo per la prima volta, gli ha rivelato di considerarsi “suo alunno” a distanza. In un’intervista, il neocardinale ha esposto la sua opinione sull’omosessualità, non proprio progressista: «Con tutto il rispetto dico che l’omosessualità è una maniera deficiente di manifestare la sessualità, perché questa ha una struttura e un fine, che è quello della procreazione. Il segnalare a un omosessuale una deficienza non è un’offesa, è un aiuto perché molti casi di omosessualità si possono ricuperare e normalizzare con un trattamento adeguato. Non è offesa, è stima. Quando una persona ha un difetto, il vero amico è colui che glielo dice».

Il 4 giugno 2014 il vaticanista Matteo Matzuzzi ha rivelato che Francesco ha nominato arcivescovo di Baden-Württemberg mons. Stephan Burger, ritenuto “un conservatore”. Il Papa avrebbe rifiutato una terna di nomi proposta poiché ritenuta troppo liberal. L’estate precedente aveva invece accettato immediatamente la rinuncia di mons. Robert Zollitsch, tra i più convinti sostenitori della necessità di un aggiornamento allo spirito del tempo dell’insegnamento cattolico, senza far trascorrere qualche mese o anno, come da prassi.

Il 24 novembre 2014 Papa Francesco ha nominato come nuovo prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti il cardinale guineano Robert Sarah. Il vaticanista Matteo Matzuzzi ha spiegato: «il mondo tradizionalista può tirare un sospiro di sollievo, ricordando come Sarah sia uno dei porporati che più sostengono l’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum». Sarah, infatti, durante il Sinodo dell’ottobre 2014 contestava «l’impianto del documento, e sulle aperture alle coppie formate da persone dello stesso sesso osservava che “quanto è stato pubblicato è un tentativo per fare pressione sulla chiesa e farle cambiare la dottrina”, visto che “mai s’è voluto giudicare la persona omosessuale, ma i comportamenti e le unioni omosessuali sono una grave deviazione della sessualità” […] Sempre nelle giornate sinodali, il cardinale guineano spiegava che “quelli messi in atto da determinati governi e da determinate organizzazioni sono tentativi di contrastare la concezione di famiglia naturale, fondata sul rapporto uomo-donna: e la chiesa non può tacere di fronte a questo”».

Il 30 novembre 2014 nella conferenza stampa durante il ritorno dal viaggio in Turchia, Papa Francesco ha risposto ad una giornalista che parlava di “gruppi ultraconservatori”: «Questi gruppi conservatori… dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare, di catechizzare, di dialogare, senza insultare, senza sporcarli, senza sparlare. Perché tu non puoi annullare una persona dicendo: “Questo è un conservatore”. No. Questo è figlio di Dio tanto quanto me. Ma tu vieni, parliamo. Se lui non vuole parlare è un problema suo, ma io ho rispetto. Pazienza, mitezza e dialogo».

Il 3 dicembre 2014 la vaticanista de “Il Messaggero”, Franca Giansoldati, si è inventata che il motivo per cui Papa Francesco avrebbe sostituito il comandante della Guardia Svizzera, Daniel Rudof Anrig, sarebbe stato quello che il Pontefice «avrebbe voluto vedere un corpo militare meno rigido, con regole meno ossessive di quanto non fossero quelle imposte dal colonnello Anrig», insultandolo gratuitamente con definizioni come «persona rigidissima. Teutonica». Il 7 dicembre 2014, in un’intervista per “La Nacion”, Francesco ha smentito questa ricostruzione: «Due mesi dopo la mia elezione era scaduto il suo mandato di cinque anni. Non mi sembrava giusto prendere una decisione in quel momento e prorogai il mandato». Durante la visita al quartier generale delle Guardie, «ho conosciuto le persone e mi è sembrato più sano un rinnovamento… nessuno è eterno. Ho parlato con lui a luglio, rimanendo d’accordo che alla fine dell’anno avrebbe lasciato. È un cambio normale, non c’è niente di strano, non c’è alcun suo peccato né alcuna sua colpa. E’ una persona eccellente, un cattolico molto buono che ha un’eccellente famiglia». Alla domanda se il cambio è avvenuto perché il comandante era troppo severo, risponde: «No, certamente no». E quanto al suo grande appartamento: «L’anno scorso si è fatta una ristrutturazione degli appartamenti, quello suo è certamente spazioso perché ha quattro figli». Nel febbraio 2015 la stessa Giansoldati ha intervistato Hanrig il quale ha spiegando che «è normale che un superiore possa prevedere un cambiamento. Per certi versi era prevedibile anche se francamente non me lo aspettavo […] Sono tuttavia felice e onorato che il Papa mi ha concesso una udienza di congedo per un saluto assieme alla mia famiglia prima di partire». Ha respinto le voci per le quali sarebbe stato congedato a causa delle sue regole troppo severe.

Il 4 gennaio 2015 il vaticanista de “L’Espresso”, Sandro Magister, ha osservato che tra i nominati, tra i nuovi cardinali, c’è anche Alberto Suárez Inda, il primo vescovo messicano a celebrare la messa in rito antico nella propria cattedrale, dopo la pubblicazione nel 2007 del motu proprio di Benedetto XVI “Summorum pontificum”.

Il 6 gennaio 2015 il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Politi, ha profetizzato che Francesco metterà uomini suoi (ovviamente progressisti) a capo delle Cause dei Santi e dell’Educazione.

Il 7 gennaio 2015 il vaticanista Andrea Tornielli ha fatto notare come di fatto Francesco abbia semplicemente voluto equilibrare meglio le nomine: infatti, nonostante le scelte di Bergoglio, l’Italia e gli Stati Uniti continuano a contare su un numero di porporati elettori con due cifre: per l’Italia ci sono 26 cardinali con diritto ad entrare in conclave, 10 sono vescovi residenziali e 16 curiali: una presenza pari al 21 per cento del collegio elettorale. Mentre gli Usa hanno 11 porporati elettori. In generale, su 125 porporati con diritto di voto, 34 appartengono alla Curia romana (in carica o emeriti con meno di ottant’anni): le porpore curiali pesano dunque per il 27 per cento.

L’13 febbraio 2015 il vaticanista John Allen ha spiegato che nell’ordinazione dei 20 cardinali «ci sono un paio di moderati ben noti, tra cui John Atcherley Dew della Nuova Zelanda e Ricardo Blázquez Pérez della Spagna. Ma ci sono anche i conservatori, come Berhaneyesus Souraphiel Demerew di Addis Abeba, in Etiopia, che ha firmato una lettera di sostegno al divieto costituzionale delle attività omosessuale. Era anche parte di una task force inter-religiosa in Etiopia che ha chiamato il comportamento omosessuale “l’apice della immoralità”. Tutto questo, naturalmente, non è altro che portare la leadership della Chiesa in tutte le realtà demografiche, bypassando i tradizionali centri di potere».

 
 

————- ————–

20. ALTRE RELIGIONI, ACCOGLIENZA MIGRANTI E ACCUSE DI SINCRETISMO RELIGIOSO

Francesco ha indubbiamente molto a cuore l’unità dei cristiani, ne ha parlato molte volte anche con insistenza. Ha introdotto anche un’osservazione che ormai è di dominio pubblico: l’ecumenismo del sangue. «Per coloro che uccidono, siamo cristiani», ha spiegato. «Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato». Spesso ha anche parlato dell’ecumenismo spirituale.

Francesco ha tuttavia ricevuto anche dure accuse di relativismo e sincretismo religioso che riteniamo infondate. Un caso spesso citato dai critici è il raccoglimento in preghiera assieme all’imam durante il viaggio in Turchia del novembre 2014 nella Moschea Blu di Instanbul, a cui abbiamo dedicato un paragrafo a parte.

Chi avanza queste accuse dimentica che proprio in un documento importante del suo pontificato, l’Evangelii Gaudium, Francesco ha messo in guardia dal «sincretismo conciliante», definito una forma di «totalitarismo». Ha quindi ricordato che la vera “apertura”, termine abusato da media e sincretisti, «implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa». Altrimenti un’apertura diplomatica «che dice sì a tutto per evitare i problemi, sarebbe un modo di ingannare l’altro e negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente». Per questo ha sostenuto che il dialogo interreligioso ha il fine di evangelizzare gli altri: «L’evangelizzazione e il dialogo interreligioso, lungi dall’opporsi tra loro, si sostengono e si alimentano reciprocamente».

Francesco ha anche ribadito insistentemente, molto più di quanto fecero Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, che senza Chiesa cattolica, Cristo non è carnalmente incontrabile, così come affermare “Cristo si e la Chiesa no” è una dicotomia assurda riprendendo l’espressione di Paolo VI. Dove si incontra Cristo? «Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica», ha spiegato. «È nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti […]. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori». In un’altra occasione: «Talvolta capita di sentire qualcuno dire: “Io credo in Dio, credo in Gesù, ma la Chiesa non m’interessa…”. Quante volte abbiamo sentito questo? E questo non va. C’è chi ritiene di poter avere un rapporto personale, diretto, immediato con Gesù Cristo al di fuori della comunione e della mediazione della Chiesa. Sono tentazioni pericolose e dannose».

Diverse volte ha criticato anche lo spiritualismo new age, spiegando che «nessuno diventa cristiano da sé. Nella Chiesa non esiste il “fai da te”, non esistono “battitori liberi”». E ancora: «Tu puoi fare mille corsi di catechesi, mille corsi di spiritualità, mille corsi di yoga, zen e tutte queste cose. Ma tutto questo non sarà mai capace di darti la libertà di figlio. Soltanto è lo Spirito Santo che muove il tuo cuore per dire ‘Padre’». Queste parole esprimono benissimo il pensiero del Papa, e rispondono alle ingiuste accuse che riceve. Un’altra accusa comune a Francesco è quella di ritenerlo favorevole ad una immigrazione incontrollata e sconsiderata in nome di un vago buonismo, più volte però il Pontefice ha chiarito la sua visione: l’accoglienza è un dovere cristiano ma dev’essere rapportata alle possibilità concrete del Paese ospitante.

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice è intervenuto su queste tematiche:

Il 23 aprile 2013 durante l’omelia in occasione della Festa di San Giorgio, Francesco ha detto: «L’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa, perché tutti questi appartenevano alla Chiesa, alla Chiesa Madre, perché trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile. Il grande Paolo VI diceva: è una dicotomia assurda voler vivere con Gesù senza la Chiesa, seguire Gesù fuori della Chiesa, amare Gesù senza la Chiesa. E quella Chiesa Madre che ci dà Gesù ci dà l’identità che non è soltanto un sigillo: è un’appartenenza. Identità significa appartenenza».

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato: «I movimenti sono una grazia dello Spirito. […]. Per questo credo che il movimento del Rinnovamento carismatico non solo serva ad evitare che alcuni passino alle confessioni pentecostali. Ma no! Serve alla Chiesa stessa! Ci rinnova. E ognuno cerca il proprio movimento secondo il proprio carisma, dove lo porta lo Spirito».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «Le forme proprie della religiosità popolare sono incarnate, perché sono sgorgate dall’incarnazione della fede cristiana in una cultura popolare. Per ciò stesso esse includono una relazione personale, non con energie armonizzanti ma con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un santo. Hanno carne, hanno volti. Sono adatte per alimentare potenzialità relazionali e non tanto fughe individualiste. In altri settori delle nostre società cresce la stima per diverse forme di “spiritualità del benessere” senza comunità, per una “teologia della prosperità” senza impegni fraterni, o per esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una ricerca interiore immanentista». Per quanto riguarda il rischio di sincretismo, Francesco ha spiegato: «In questo dialogo, sempre affabile e cordiale, non si deve mai trascurare il vincolo essenziale tra dialogo e annuncio, che porta la Chiesa a mantenere ed intensificare le relazioni con i non cristiani. Un sincretismo conciliante sarebbe in ultima analisi un totalitarismo di quanti pretendono di conciliare prescindendo da valori che li trascendono e di cui non sono padroni. La vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa, ma aperti “a comprendere quelle dell’altro” e “sapendo che il dialogo può arricchire ognuno”. Non ci serve un’apertura diplomatica, che dice sì a tutto per evitare i problemi, perché sarebbe un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente. L’evangelizzazione e il dialogo interreligioso, lungi dall’opporsi tra loro, si sostengono e si alimentano reciprocamente».

Il 16 dicembre 2013 nell’intervista per “La Stampa” Francesco ha affermato: «Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l’unità. Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso. […]. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».

Nel maggio 2014 è uscito in Italia il volume “Chi sono i gesuiti”, una conferenza tenuta dall’allora arcivescovo Bergoglio in Argentina nel 1985, preceduto dall’introduzione di Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica. Il teologo valdese Paolo Ricca ha criticato la pubblicazione poiché «è vero che le sue pagine risalgono a quasi 30 anni fa. Ma sono state pubblicate tali e quali 30 anni dopo, in italiano, nel maggio di quest’anno, senza la minima modifica o nota esplicativa, e anzi presentate come un “ricchissimo affresco”». Ricca riporta che per il card. Bergoglio, Lutero era eretico e l’eresia è «un’idea buona impazzita» (p. 22). Calvino, invece, oltre che eretico è stato anche scismatico in tre diverse aree: l’uomo, la società, la chiesa. Con lui avviene nell’uomo la scissione «tra la ragione e il cuore», da cui nasce «lo squallore calvinista» (p. 23). E lo scisma si verifica anche «tra la conoscenza positiva e la conoscenza speculativa», con danni irreparabili a «tutta la tradizione umanistica» (p. 23). Nella società, Calvino provoca lo scisma tra le classi borghesi, che egli privilegia «come apportatrici di salvezza» (p. 25), e le corporazioni dei mestieri che rappresentano «la nobiltà del lavoro». Calvino sarebbe promotore di «un’internazionale della borghesia» e, come tale, «il vero padre del liberalismo» (p. 26). Nella chiesa, infine, Calvino provoca lo scisma peggiore: «la comunità ecclesiale viene ridotta a una classe sociale» – quella borghese – e «Calvino decapita il popolo di Dio dell’unità con il Padre. Decapita tutte le confraternite dei mestieri privandole dei santi. E, sopprimendo la messa, priva il popolo della mediazione in Cristo realmente presente» (p. 32). Rispetto alle conseguenze della Riforma, secondo il card. Bergoglio «a partire dalla posizione luterana, se siamo coerenti, restano solo due possibilità fra cui scegliere nel corso della storia: o l’uomo si dissolve nella sua angoscia e non è niente (ed è la conseguenza dell’esistenzialismo ateo), o l’uomo, basandosi su quella medesima angoscia e corruzione, fa un salto nel vuoto e si auto decreta superuomo (è l’opzione di Nietzsche) … Un simile potere [quello vagheggiato da Nietzsche], come ultima ratio, implica la morte di Dio. Si tratta di un paganesimo che, nei casi del nazismo e del marxismo, acquisterà forme organizzate» (p. 34).

Il 19 maggio 2013 nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale, Francesco ha scritto: «A volte si pensa ancora che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà. Paolo VI ha parole illuminanti al riguardo: “Sarebbe … un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà … è un omaggio a questa libertà”. Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo. Gesù è venuto in mezzo a noi per indicare la via della salvezza, ed ha affidato anche a noi la missione di farla conoscere a tutti, fino ai confini della terra. E’ urgente far risplendere nel nostro tempo la vita buona del Vangelo con l’annuncio e la testimonianza, e questo dall’interno stesso della Chiesa. Perché, in questa prospettiva, è importante non dimenticare mai un principio fondamentale per ogni evangelizzatore: non si può annunciare Cristo senza la Chiesa. Evangelizzare non è mai un atto isolato, individuale, privato, ma sempre ecclesiale. Paolo VI scriveva che “quando il più sconosciuto predicatore, missionario, catechista o Pastore, annuncia il Vangelo, raduna la comunità, trasmette la fede, amministra un Sacramento, anche se è solo, compie un atto di Chiesa”. Egli non agisce “per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa”. E questo dà forza alla missione e fa sentire ad ogni missionario ed evangelizzatore che non è mai solo, ma parte di un unico Corpo animato dallo Spirito Santo».

Il 25 giugno 2014 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «Siamo cristiani perché apparteniamo alla Chiesa. È come un cognome: se il nome è “sono cristiano”, il cognome è “appartengo alla Chiesa”. Il cristiano appartiene a un popolo che si chiama Chiesa e questa Chiesa lo fa cristiano, nel giorno del Battesimo, e poi nel percorso della catechesi, e così via. Ma nessuno, nessuno diventa cristiano da sé. Nella Chiesa non esiste il “fai da te”, non esistono “battitori liberi”. Quante volte Papa Benedetto ha descritto la Chiesa come un “noi” ecclesiale! Talvolta capita di sentire qualcuno dire: “Io credo in Dio, credo in Gesù, ma la Chiesa non m’interessa…”. Quante volte abbiamo sentito questo? E questo non va. C’è chi ritiene di poter avere un rapporto personale, diretto, immediato con Gesù Cristo al di fuori della comunione e della mediazione della Chiesa. Sono tentazioni pericolose e dannose. Sono, come diceva il grande Paolo VI, dicotomie assurde. Ricordatevi bene: essere cristiano significa appartenenza alla Chiesa. Il nome è “cristiano”, il cognome è “appartenenza alla Chiesa”. Cari amici, chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, la grazia di non cadere mai nella tentazione di pensare di poter fare a meno degli altri, di poter fare a meno della Chiesa, di poterci salvare da soli, di essere cristiani di laboratorio. Al contrario, non si può amare Dio senza amare i fratelli, non si può amare Dio fuori della Chiesa; non si può essere in comunione con Dio senza esserlo nella Chiesa».

Il 30 giugno 2014 durante l’omelia nella Messa in Santa Marta, Francesco ha spiegato: «Non si capisce un cristiano senza Chiesa. E per questo il grande Paolo VI diceva che è una dicotomia assurda amare Cristo senza la Chiesa; ascoltare Cristo ma non la Chiesa; stare con Cristo al margine della Chiesa. Non si può. E’ una dicotomia assurda. Il messaggio evangelico noi lo riceviamo nella Chiesa e la nostra santità la facciamo nella Chiesa, la nostra strada nella Chiesa. L’altro è una fantasia o, come lui diceva, una dicotomia assurda».

Il 18 agosto 2014 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Corea del Sud, Francesco ha parlato della preghiera per la pace dell’8 giugno 2014 nei Giardini Vaticani alla presenza dei presidenti di Israele e Palestina, Shimon Peres e Abu Mazen, per invocare la fine del conflitto interreligioso: «Quella Preghiera per la pace, assolutamente non è stata un fallimento. Primo, l’iniziativa non è venuta da me: l’iniziativa di pregare insieme è venuta dai due Presidenti, dal Presidente dello Stato di Israele e dal Presidente dello Stato di Palestina. Loro mi avevano fatto arrivare questo desiderio. Poi, volevamo farla là [in Terra Santa], ma non si trovava il posto giusto, perché il costo politico di ognuno era molto forte se andava dall’altra parte. La Nunziatura, sì, sarebbe stata un posto neutrale, ma per arrivare in Nunziatura il Presidente dello Stato di Palestina sarebbe dovuto entrare in Israele e la cosa non era facile. E loro mi hanno detto: “Lo facciamo in Vaticano, e noi veniamo!”. Questi due uomini sono uomini di pace, sono uomini che credono in Dio, e hanno vissuto tante cose brutte, tante cose brutte che sono convinti che l’unica strada per risolvere quella storia lì è il negoziato, il dialogo e la pace. E’ stato un fallimento? No, io credo che la porta è aperta. Tutti e quattro, come rappresentanti, e Bartolomeo ho voluto che fosse lì come capo dell’Ortodossia, Patriarca ecumenico era bene che fosse con noi. E’ stata aperta la porta della preghiera. E’ un dono, la pace è un dono, un dono che si merita con il nostro lavoro, ma è un dono. E dire all’umanità che insieme con la strada del negoziato – che è importante -, del dialogo – che è importante – c’è anche quella della preghiera. Quell’incontro non era congiunturale: è un passo fondamentale di atteggiamento umano: la preghiera. Adesso il fumo delle bombe, delle guerre non lascia vedere la porta, ma la porta è rimasta aperta da quel momento. E siccome io credo in Dio, io credo che il Signore guarda quella porta, e guarda quanti pregano e quanti gli chiedono che Lui ci aiuti».

Il 21 settembre 2014 durante il suo viaggio in Albania, Francesco ha affermato: «vorrei accennare ad una cosa che è sempre un fantasma: il relativismo, “tutto è relativo”. Al riguardo, dobbiamo tenere presente un principio chiaro: non si può dialogare se non si parte dalla propria identità. Senza identità non può esistere dialogo. Sarebbe un dialogo fantasma, un dialogo sull’aria: non serve. Ognuno di noi ha la propria identità religiosa, è fedele a quella. Ma il Signore sa come portare avanti la storia. Partiamo ciascuno dalla propria identità, non facendo finta di averne un’altra, perché non serve e non aiuta ed è relativismo».

Il 30 novembre 2014 nella conferenza stampa durante il ritorno dal viaggio in Turchia, Papa Francesco ha parlato del rapporto con gli Ortodossi e del primato petrino: «Io credo che con l’Ortodossia siamo in cammino. Loro hanno i sacramenti, hanno la successione apostolica… siamo in cammino […]. Le Chiese cattoliche orientali hanno diritto di esistere, è vero. Ma l’uniatismo è una parola di un’altra epoca. Oggi non si può parlare così. Si deve trovare un’altra strada […] Io credo che tutti questi problemi che vengono tra di noi, tra i cristiani – almeno parlo della nostra Chiesa cattolica – vengono quando guarda se stessa: diventa autoreferenziale […] Loro accettano il Primato: nelle Litanie, oggi, hanno pregato per il “Pastore e Primate”. Lo riconoscono, lo hanno detto oggi, davanti a me. Ma per la forma del Primato, dobbiamo andare un po’ al primo millennio per ispirarci. Non dico che la Chiesa ha sbagliato, no. Ha fatto la sua strada storica. Ma adesso la strada storica della Chiesa è quella che ha chiesto san Giovanni Paolo II: “Aiutatemi a trovare un punto d’accordo alla luce del primo millennio”. Il punto chiave è questo. Quando si rispecchia in se stessa, la Chiesa rinuncia ad essere Chiesa per essere una “Ong teologica”».

Il 1 dicembre 2014, durante il discorso ai presuli della Conferenza Episcopale della Svizzera, frequentemente a contatto con la comunità protestante, Papa Francesco ha ricordato: «Nella preghiera e nell’annuncio comune del Signore Gesù dobbiamo però fare attenzione a permettere ai fedeli di tutte le confessioni cristiane di vivere la loro fede in maniera inequivocabile e libera da confusione, e senza ritoccare cancellando le differenze a scapito della verità. Quando, per esempio, con il pretesto di un certo andarsi incontro dobbiamo nascondere la nostra fede eucaristica, non prendiamo sufficientemente sul serio né il nostro patrimonio, né quello del nostro interlocutore. Allo stesso modo, nelle scuole l’insegnamento della religione deve tener conto delle particolarità di ogni confessione».

Il 1 gennaio 2015 durante l’omelia per la solennità di Maria, Francesco ha affermato: «Altrettanto inseparabili sono Cristo e la Chiesa, perché la Chiesa e Maria vanno sempre insieme e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa. Separare Gesù dalla Chiesa sarebbe voler introdurre una “dicotomia assurda”, come scrisse il beato Paolo VI. Non è possibile “amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa” (Ibid.) Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. È la Chiesa che dice oggi: “Ecco l’agnello di Dio”; è la Chiesa che lo annuncia; è nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti […]. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori».

Il 9 gennaio 2015 durante l’omelia in Santa Marta, Francesco ha commentato: «Tu puoi fare mille corsi di catechesi, mille corsi di spiritualità, mille corsi di yoga, zen e tutte queste cose. Ma tutto questo non sarà mai capace di darti la libertà di figlio. Soltanto è lo Spirito Santo che muove il tuo cuore per dire ‘Padre’. Soltanto lo Spirito Santo è capace di scacciare, di rompere questa durezza del cuore e fare un cuore docile al Signore. Docile alla libertà dell’amore».

Il 15 gennaio 2015 durante la conferenza stampa nel viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «Quando ero bambino – in quel tempo, 70 anni fa – tutti i protestanti andavano all’inferno, tutti. Così ci dicevano […]. Ma credo che la Chiesa sia cresciuta tanto nella coscienza del rispetto – come ho detto loro nell’Incontro interreligioso, a Colombo -, nei valori. Quando leggiamo quello che ci dice il Concilio Vaticano II sui valori nelle altre religioni – il rispetto – è cresciuta tanto la Chiesa in questo. E sì, ci sono tempi oscuri nella storia della Chiesa, dobbiamo dirlo, senza vergogna, perché anche noi siamo in una strada di conversione continua: dal peccato alla grazia sempre. E questa interreligiosità come fratelli, rispettandosi sempre, è una grazia».

Il 24 gennaio 2015 nel discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal pontificio istituto di studi arabi, Francesco ha affermato: «Bisogna fare attenzione a non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante ma, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori. Un comodo approccio accomodante, che dice sì a tutto per evitare i problemi, finisce per essere un modo di ingannare l’altro e di negargli il bene che uno ha ricevuto come un dono da condividere generosamente. Questo ci invita, in primo luogo, a tornare ai fondamenti».

Il 17 maggio 2016 in una intervista a La Croix, Francesco ha detto: «Non siamo in grado di aprire le porte in modo irrazionale. La domanda fondamentale da porsi è perché ci sono così tanti migranti oggi e il problema sono le guerre in Medio Oriente e Africa e il sottosviluppo del continente africano. Se c’è la guerra è perché ci sono produttori di armi -produzione giustificata in caso di difesa-, in particolare i trafficanti di armi».

Il 24 maggio 2015 durante il Regina Coeli, Francesco ha detto: «La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno».

Il 01 novembre 2016 durante una conferenza stampa, Francesco ha detto: «in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga. Qui, si paga politicamente; come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso. Io credo che il più cattivo consigliere per i Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura, e il miglior consigliere sia la prudenza».

 
 

————- ————–

21. ENCICLICA SULL’ECOLOGIA E AMBIENTALISMO NEW AGE

Il 24 maggio 2015 Papa Francesco ha pubblicato la sua Enciclica ”Laudato sii” sulla «cura della casa comune». Fin da prima della pubblicazione i suoi detrattori hanno iniziato a calunniare le intenzioni del Papa sostenendo di perseguire politiche ambientaliste, ecologiste in puro stile new age, dimenticandosi oltretutto tutti gli interventi dei suoi precedessori a favore del rispetto dell’ambiente e della natura, tanto che Giovanni Paolo II arrivò a invocare una “conversione ecologica” dell’uomo.

Fin dalle prime righe dell’enciclica ha chiarito che la sua preoccupazione per la “casa comune” è una preoccupazione per l’uomo, per la povertà e la fame del mondo, per la “cultura dello scarto” dovuta all’ideologia dell’efficentismo (si scarta la vita umana): «La distruzione dell’ambiente umano è qualcosa di molto serio, non solo perché Dio ha affidato il mondo all’essere umano, bensì perché la vita umana stessa è un dono che deve essere protetto da diverse forme di degrado». Infatti, «Benedetto XVI ha ricordato che il mondo non può essere analizzato solo isolando uno dei suoi aspetti, perché “il libro della natura è uno e indivisibile” e include l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti. Di conseguenza, “il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana”». Francesco stesso ha sintetizzato gli “assi portanti” dell’Enciclica: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita».

Allo stesso tempo Francesco ha spiegato l’errore nell’equiparare l’uomo agli altri esseri, così come divinizzare la terra: «Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani. Certamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri». Sono tematiche importanti, al centro del dibattito odierno e che non possono essere liquidate come “ambientalismo new age” o “pipponi ecologisti”..

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice è intervenuto su questa tematica, chiarendo il suo punto di vista:

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato la «responsabilità di custodire il Creato, prezioso dono che Dio ha messo nelle mani degli uomini. Ciò significa da un lato che la natura è a nostra disposizione, ne possiamo godere e fare buon uso; dall’altro però significa che noi ne siamo i padroni. Custodi, ma non padroni. La dobbiamo perciò amare e rispettare, mentre invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Rispettare l’ambiente significa però non solo limitarsi ad evitare di deturparlo, ma anche di utilizzarlo per il bene. Penso soprattutto al settore agricolo, chiamato a dare sostegno e nutrimento all’uomo. Non si può tollerare che milioni di persone nel mondo muoiano di fame, mentre tonnellate di derrate alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole. Inoltre, rispettare la natura, ci ricorda che l’uomo stesso è parte fondamentale di essa. Accanto ad un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona, che ho inteso richiamare quest’oggi rivolgendomi a voi».

Il 18 gennaio 2015, durante il suo viaggio nelle Filippine, Francesco ha affermato: «Siete chiamati a prendervi cura del creato non solo come cittadini responsabili, ma anche come seguaci di Cristo! Il rispetto dell’ambiente richiede di più che semplicemente usare prodotti puliti o riciclarli. Questi sono aspetti importanti ma non sufficienti. Abbiamo bisogno di vedere, con gli occhi della fede, la bellezza del piano di salvezza di Dio, il legame tra l’ambiente naturale e la dignità della persona umana. L’uomo e la donna sono creati ad immagine e somiglianza di Dio e a loro è stato dato il dominio sulla creazione (cfr Gen 1,26-28). Come amministratori della creazione, siamo chiamati a fare della Terra un bellissimo giardino per la famiglia umana. Quando distruggiamo le nostre foreste, devastiamo il suolo e inquiniamo i mari, noi tradiamo quella nobile chiamata».

Il 17 dicembre 2015, durante il discorso di presentazione degli ambasciatori di Guinea, Lettonia, India e Bahrein, Francesco ha affermato: «Sono molteplici le forme in cui tale atteggiamento di indifferenza si manifesta, e diverse sono anche le cause che concorrono ad alimentarlo, ma essenzialmente esse si riconducono ad un umanesimo squilibrato, in cui l’uomo ha preso il posto di Dio e, quindi, è rimasto a sua volta vittima di varie forme di idolatria. Anche la gravissima crisi ecologica che stiamo attraversando si può ricondurre a tale squilibrio antropologico».

Il 29 febbraio 2016 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha commentato la Laudato Sì, spiegando che grazie a questa Enciclica, «possiamo introdurre il tema della Creazione, per esempio», anche in ambienti lontani dal cattolicesimo, come quelli ecologisti e animalisti.

 
 

————- ————–

22. LA PREGHIERA NELLA MOSCHEA DI INSTABUL

Un caso spesso citato dai critici di papa Bergoglio per accusarlo di sincretismo religioso è la visita alla Moschea Blu di Instanbul nel novembre 2014, nella quale si è fermato in preghiera assieme all’imam di fronte al Mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca. Il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, lo ha definito un momento «di adorazione silenziosa» e di «dialogo interreligioso». Magdi Cristiano Allam ha accusato il Papa di “relativismo religioso” di “legittimazione dell’Islam”, un gesto di “sottomissione” all’Islam.

Il Pontefice stesso ha spiegato con queste parole il suo gesto: «Io sono andato lì, in Turchia, sono venuto come pellegrino, non come turista. E sono venuto precisamente, il motivo principale era la festa di oggi: sono venuto proprio per condividerla con il Patriarca Bartolomeo, un motivo religioso. Ma poi, quando sono andato in Moschea, io non potevo dire: “No, adesso sono turista”. No, era tutto religioso. E ho visto quella meraviglia! Il muftì mi spiegava bene le cose, con tanta mitezza, e anche con il Corano, dove si parlava di Maria e di Giovanni il Battista, mi spiegava tutto… In quel momento ho sentito il bisogno di pregare. E ho detto: “Preghiamo un po’?” – “Sì, sì”, ha detto lui. E io ho pregato: per la Turchia, per la pace, per il muftì… per tutti… per me, che ho bisogno… Ho pregato, davvero… E ho pregato per la pace, soprattutto. Ho detto: “Signore, finiamola con la guerra…”. Così, è stato un momento di preghiera sincera».

Sull’accaduto è intervenuto anche uno dei maggiori studiosi di Islam turco, Padre Alberto Fabio Ambrosio, domenicano, e professore associato presso il dipartimento di teologia dell’Università di Metz in Francia, che ha valorizzato il gesto di Francesco spiegando che non vi è stato nulla di sincretistico, blasfemo o relativistico.

Ricordiamo che anche Benedetto XVI fece una cosa simile quando nel 2006 si recò nella Moscha Blu: accompagnato dal Gran Mufti di Istanbul, Mustafa Cagrici, si è anch’egli fermato in preghiera davanti al Mihrab verso la quale indirizzano le loro preghiere i fedeli musulmani, come è stato descritto. In quell’occasaione padre Federico Lombardi precisò: «Davanti al Mihrab, nella Moschea Blu, il Papa ha sostato in meditazione e certamente ha rivolto a Dio il suo pensiero». La notizia della “preghiera di Benedetto XVI nella moschea” raggiunse subito i media, ma nessuno lo accusò di sincretismo o relativismo.

 
 

————- ————–

23. PROSELITISMO COME “SOLENNE SCIOCCHEZZA”

Alcuni hanno criticato Papa Francesco per aver affermato che il proselitismo è una “solenne sciocchezza”, inducendo subdolamente l’idea che proselitismo equivalga ad “evangelizzazione”. Il giornalista Antonio Socci, ad esempio, ha scritto ad esempio: la chiesa di Bergoglio «definisce “una solenne sciocchezza” l’annuncio cristiano e il proselitismo». E’ una manipolazione del pensiero del Papa, Francesco non ha mai equiparato l’annuncio cristiano (l’evangelizzazione) al proselitismo. In tantissimi suoi discorsi ha infatti parlato dell’urgenza di evangelizzare i popoli, della “Chiesa in uscita”, ha invitato a non cadere nel tranello di chi dice che «portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà». Ma non una testimonianza cristiana isolata perché «non si può annunciare Cristo senza la Chiesa. Evangelizzare non è mai un atto isolato, individuale, privato, ma sempre ecclesiale». Egli ha criticato soltanto il proselitismo, che è un’altra cosa: l’ideologia dell’ingrossare le file a tutti i costi perdendo la freschezza dell’annuncio cristiano. La differenza tra proselitismo e evangelizzazione l’ha spiegata molto bene durante l’omelia del 1 ottobre 2013. Il 13 aprile 2015 ha chiaramente detto: «il coraggio dell’annuncio è quello che ci distingue dal semplice proselitismo. Noi non facciamo pubblicità, dice Gesù Cristo, per avere più ‘soci’ nella nostra ‘società spirituale’, no? Questo non serve. Non serve, non è cristiano. Quello che il cristiano fa è annunziare con coraggio e l’annuncio di Gesù Cristo provoca, mediante lo Spirito Santo, quello stupore che ci fa andare avanti».

Oltretutto, è stato Benedetto XVI il primo ad affermare: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”». Il blog tradizionalista “Messainlatino” si è infatti scandalizzato per le parole di Francesco sul proselitismo come “solenne sciocchezza”, scrivendo che avrebbe riconfermato «le sconcertanti linee guida che aveva dato alla C.E. Brasiliana nel luglio scorso: “La Chiesa non faccia proselitismo”» (con tanto di link a quel discorso). Non si sono accorti che quelle parole sono di Benedetto XVI e risalgono al 2007, come infatti il loro stesso collegamento ipertestuale dimostra. Infatti, Papa Francesco si è sempre riferito a Benedetto XVI quando ha criticato il proselitismo, come ad esempio durante l’omelia a Santa Marta del maggio 2013, quando ha ricordato che San Paolo è «consapevole che deve evangelizzare, non fare proseliti». La Chiesa «non cresce nel proselitismo; Benedetto XVI ce lo ha detto; ma cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione. Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico, diventa una Chiesa ferma. Ordinata, bella; tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove ci sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole».

Il teologo Gianni Gennari ha risposto alle critiche a Francesco per la frase “il proselitismo è una solenne sciocchezza”: « Qualche commentatore, abituato a vagliare il pensiero dei Papi con le proprie idee come metro di misura, ha espresso dubbi sul significato di quelle parole, e su siti che da tempo non fanno altro che brontolare, e spesso distorcere apposta le parole e i gesti di Francesco, le sottolineature e le proteste sono state e sono ancora tante. E allora vale la pena di ricordare che la differenza tra missione e proselitismo è grande, e decisiva. La “missione” in senso cristiano è l’annuncio di salvezza, l’Evangelo, la buona notizia dell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, Figlio di Dio e Dio Egli stesso, e questo annuncio è fatto con i mezzi indicati da Lui stesso: come agnelli in mezzo ai lupi, nella mitezza e nella misericordia, senza la pretesa di usare mezzi di forza e di potere… Nessuna forzatura quindi della libera volontà degli “evangelizzati”, nessuna pretesa di convincere per forza, nessuna fretta di annettersi con altri mezzi persone di altre religioni, o di nessuna religione. La fede è dono che va annunciato e presentato alla libertà dell’uomo, di ogni uomo, di qualsiasi condizione. La novità del linguaggio di Francesco, e la sua perentorietà che può sorprendere, con quell’epiteto, “una solenne sciocchezza”, non è altro che traduzione odierna di una condotta che risale alla mitezza ed all’esempio di Gesù e di coloro che, tra i suoi discepoli davvero fedeli, hanno conservato nei secoli, lo “stile” autentico della missione cristiana, per la quale non c’è stato mai bisogno, come per altri “stili”, di chiedere perdono a Dio e agli uomini nel corso dei secoli».

Anche il vaticanista de ”L’Espresso”, Sandro Magister, molte volte critico con Papa Francesco ha riconosciuto: «Già numerose volte papa Jorge Mario Bergoglio ha insistito sul fatto che la Chiesa “non è una ONG assistenziale”. Né che fa “proselitismo”: pratica da lui bollata nel celebre colloquio con Eugenio Scalfari come “una solenne sciocchezza”, che “non ha senso”. Ma ciò non significa per Francesco che la Chiesa debba chiudersi in se stessa e rinunciare a convertire. Tutt’altro. Fin da quando è stato eletto alla sede di Pietro, papa Bergoglio non ha fatto che incitare la Chiesa ad “aprirsi”, a raggiungere gli uomini fin nelle loro più remote “periferie esistenziali”. In effetti, l’inaridimento della spinta missionaria è uno dei punti di maggior criticità della Chiesa cattolica degli ultimi decenni. È una crisi iniziata negli anni del Concilio Vaticano II e aggravatasi negli anni successivi, contro la quale Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno cercato di invertire la rotta. Con scarsi risultati. Ora ci prova Francesco».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice è intervenuto su questa tematica:

Il 19 maggio 2013 nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale, Francesco ha scritto: «Il Concilio Vaticano II ha sottolineato in modo speciale come il compito missionario, il compito di allargare i confini della fede, sia proprio di ogni battezzato e di tutte le comunità cristiane. Ciascuna comunità è quindi interpellata e invitata a fare proprio il mandato affidato da Gesù agli Apostoli di essere suoi “testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), non come un aspetto secondario della vita cristiana, ma come un aspetto essenziale: tutti siamo inviati sulle strade del mondo per camminare con i fratelli, professando e testimoniando la nostra fede in Cristo e facendoci annunciatori del suo Vangelo. Invito i Vescovi, i Presbiteri, i Consigli presbiterali e pastorali, ogni persona e gruppo responsabile nella Chiesa a dare rilievo alla dimensione missionaria nei programmi pastorali e formativi, sentendo che il proprio impegno apostolico non è completo se non contiene il proposito di “rendere testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni”, di fronte a tutti i popoli. Spesso l’opera di evangelizzazione trova ostacoli non solo all’esterno, ma all’interno della stessa comunità ecclesiale. A volte sono deboli il fervore, la gioia, il coraggio, la speranza nell’annunciare a tutti il Messaggio di Cristo e nell’aiutare gli uomini del nostro tempo ad incontrarlo. A volte si pensa ancora che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà. Paolo VI ha parole illuminanti al riguardo: “Sarebbe … un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà … è un omaggio a questa libertà”. Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo. Gesù è venuto in mezzo a noi per indicare la via della salvezza, ed ha affidato anche a noi la missione di farla conoscere a tutti, fino ai confini della terra. E’ urgente far risplendere nel nostro tempo la vita buona del Vangelo con l’annuncio e la testimonianza, e questo dall’interno stesso della Chiesa. Perché, in questa prospettiva, è importante non dimenticare mai un principio fondamentale per ogni evangelizzatore: non si può annunciare Cristo senza la Chiesa. Evangelizzare non è mai un atto isolato, individuale, privato, ma sempre ecclesiale. Paolo VI scriveva che “quando il più sconosciuto predicatore, missionario, catechista o Pastore, annuncia il Vangelo, raduna la comunità, trasmette la fede, amministra un Sacramento, anche se è solo, compie un atto di Chiesa”. Egli non agisce “per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa”. E questo dà forza alla missione e fa sentire ad ogni missionario ed evangelizzatore che non è mai solo, ma parte di un unico Corpo animato dallo Spirito Santo. […] La missionarietà della Chiesa non è proselitismo, bensì testimonianza di vita che illumina il cammino, che porta speranza e amore. La Chiesa – lo ripeto ancora una volta – non è un’organizzazione assistenziale, un’impresa, una ONG, ma è una comunità di persone, animate dall’azione dello Spirito Santo, che hanno vissuto e vivono lo stupore dell’incontro con Gesù Cristo e desiderano condividere questa esperienza di profonda gioia, condividere il Messaggio di salvezza che il Signore ci ha portato. E’ proprio lo Spirito Santo che guida la Chiesa in questo cammino».

Il 1 ottobre 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha affermato: «“La Chiesa – ci diceva Benedetto XVI – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per testimonianza. E quando la gente, i popoli vedono questa testimonianza di umiltà, di mitezza, di mansuetudine, sentono il bisogno che dice il profeta Zaccaria: ‘Vogliamo venire con voi!’. La gente sente quel bisogno davanti alla testimonianza della carità, di questa carità umile, senza prepotenza, non sufficiente, umile, che adora e serve”. “E’ semplice la carità: adorare Dio e servire gli altri! E questa testimonianza che fa crescere la Chiesa. Ecco perché una suora tanto umile, ma tanto fiduciosa in Dio, come Santa Teresa di Gesù Bambino, è stata nominata Patrona delle Missioni, perché il suo esempio fa sì che la gente dica ‘Vogliamo venire con voi!’».

Il 1 ottobre 2013 il quotidiano “Repubblica” ha pubblicato un’intervista di Eugenio Scalfari a Francesco, in essa Francesco ha (avrebbe) affermato: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogno». La Santa Sede ha comunque definito questa intervista “attendibile in senso generale ma non nelle singole formulazioni”. Molte critiche sono arrivate per questa frase, peccato che -come ha già esplicitato nell’introduzione e lo farà anche in seguito- Francesco stia citando Benedetto XVI nella sua omelia del 13 maggio 2007.

Il 16 ottobre 2013 durante l’Udienza generale, Francesco ha affermato: «la Chiesa è apostolica perché è inviata a portare il Vangelo a tutto il mondo. Continua nel cammino della storia la missione stessa che Gesù ha affidato agli Apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20). Questo è ciò che Gesù ci ha detto di fare! Insisto su questo aspetto della missionarietà, perché Cristo invita tutti ad “andare” incontro agli altri, ci invia, ci chiede di muoverci per portare la gioia del Vangelo! Ancora una volta chiediamoci: siamo missionari con la nostra parola, ma soprattutto con la nostra vita cristiana, con la nostra testimonianza? O siamo cristiani chiusi nel nostro cuore e nelle nostre chiese, cristiani di sacrestia? Cristiani solo a parole, ma che vivono come pagani? Dobbiamo farci queste domande, che non sono un rimprovero. Anch’io lo dico a me stesso: come sono cristiano, con la testimonianza davvero? La Chiesa ha le sue radici nell’insegnamento degli Apostoli, testimoni autentici di Cristo, ma guarda al futuro, ha la ferma coscienza di essere inviata – inviata da Gesù – , di essere missionaria, portando il nome di Gesù con la preghiera, l’annuncio e la testimonianza. Una Chiesa che si chiude in se stessa e nel passato, una Chiesa che guarda soltanto le piccole regole di abitudini, di atteggiamenti, è una Chiesa che tradisce la propria identità; una Chiesa chiusa tradisce la propria identità! Allora, riscopriamo oggi tutta la bellezza e la responsabilità di essere Chiesa apostolica! E ricordatevi: Chiesa apostolica perché preghiamo – primo compito – e perché annunciamo il Vangelo con la nostra vita e con le nostre parole».

Il 20 ottobre 2013 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: «Oggi ricorre la Giornata Mondiale Missionaria. Qual è la missione della Chiesa? Diffondere nel mondo la fiamma della fede, che Gesù ha acceso nel mondo: la fede in Dio che è Padre, Amore, Misericordia. Il metodo della missione cristiana non è il proselitismo, ma quello della fiamma condivisa che riscalda l’anima. Ringrazio tutti coloro che con la preghiera e l’aiuto concreto sostengono l’opera missionaria, in particolare la sollecitudine del Vescovo di Roma per la diffusione del Vangelo».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui che nei fatti è un inno alla necessità di evangelizzare e alla «gioia dell’evangelizzazione».: «quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale […]. Rimarchiamo che l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma “per attrazione” […]. L’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa […].  è il paradigma di ogni opera della Chiesa […].  “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7) […]. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà […]. Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze.  Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. […]. È imperioso il bisogno di evangelizzare le culture per inculturare il Vangelo. Nei Paesi di tradizione cattolica si tratterà di accompagnare, curare e rafforzare la ricchezza che già esiste, e nei Paesi di altre tradizioni religiose o profondamente secolarizzati si tratterà di favorire nuovi processi di evangelizzazione della cultura, benché presuppongano progetti a lunghissimo termine […] Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio».

Il 29 novembre 2013 nel colloquio con i Superiori Generali dei Gesuiti, Francesco ha ricordato: «Benedetto XVI ha detto che la Chiesa cresce per testimonianza, non per proselitismo. La testimo­nianza che può attirare veramente è quella legata ad atteggiamenti che non sono gli abituali: la generosità, il distacco, il sacrificio, il dimenticarsi di sé per occuparsi degli altri. E quella la testimonian­za, il “martirio” della vita religiosa. E per la gente è un “segnale di allarme”. I religiosi, con la loro vita, dicono alla gente: “Che cosa sta succedendo?”, queste persone mi dicono qualcosa! Queste persone vanno al di là dell’orizzonte mondano! Ecco, la vita religiosa deve permettere la crescita della Chiesa per la via dell’attrazione».

Il 5 aprile 2014 durante un’intervista con alcuni giovani del Belgio, Francesco ha risposto ad una ragazza che ha espresso timori nel parlare pubblicamente della sua fede: «Testimoniare con semplicità. Perché se tu vai con la tua fede come una bandiera, come le crociate, e vai a fare proselitismo, quello non va. La strada migliore è la testimonianza, ma umile: “Io sono così”, con umiltà, senza trionfalismo. Quello è un altro peccato nostro, un altro atteggiamento cattivo, il trionfalismo. Gesù non è stato trionfalista, e anche la storia ci insegna a non essere trionfalisti, perché i grandi trionfalisti sono stati sconfitti. La testimonianza: questa è una chiave, questa interpella. Io la dò con umiltà, senza fare proselitismo. La offro. E’ così. E questo non fa paura. Non vai alle crociate. ».

Il 17 agosto 2014 nel suo discorso ai vescovi dell’Asia durante il viaggio in Corea del Sud, Francesco ha affermato: «In questo vasto Continente, nel quale abita una grande varietà di culture, la Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti. […] Ma nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il nostro punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità. Dal niente, dal nulla, dalla nebbia dell’autocoscienza non si può dialogare, non si può incominciare a dialogare. E, d’altra parte, non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo […]. Siamo arricchiti dalla sapienza dell’altro e diventiamo aperti a percorrere insieme il cammino di una più profonda conoscenza, amicizia e solidarietà. “Ma, fratello Papa, noi facciamo questo, ma forse non convertiamo nessuno o pochi…”. Intanto tu fai questo: con la tua identità, ascolta l’altro. Qual è stato il primo comandamento di Dio Padre al nostro padre Abramo? “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. E così, con la mia identità e con la mia empatia, apertura, cammino con l’altro. Non cerco di portarlo dalla mia parte, non faccio proselitismo. Papa Benedetto ci ha detto chiaramente: “La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione».

Il 14 marzo 2015 durante il discorso alla comunità “Seguimi”, ha detto: «Siete chiamati a permeare di valori cristiani gli ambienti in cui operate con la testimonianza e la parola, incontrando le persone nelle loro situazioni concrete, affinché abbiano piena dignità e siano raggiunte dalla salvezza in Cristo».

Il 6 aprile 2015 Francesco ha spiegato che «l’annuncio che la Chiesa ripete fin dal primo giorno: “Cristo è risorto!”. E, in Lui, per il Battesimo, anche noi siamo risorti, siamo passati dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà dell’amore. Ecco la buona notizia che siamo chiamati a portare agli altri e in ogni ambiente, animati dallo Spirito Santo. La fede nella risurrezione di Gesù e la speranza che Egli ci ha portato è il dono più bello che il cristiano può e deve offrire ai fratelli».

Il 13 aprile 2015 durante la messa in Santa Marta, Francesco ha detto: «è l Spirito Santo l’unico capace di darci questa grazia del coraggio di annunciare Gesù Cristo. E questo coraggio dell’annuncio è quello che ci distingue dal semplice proselitismo. Noi non facciamo pubblicità, dice Gesù Cristo, per avere più ‘soci’ nella nostra ‘società spirituale’, no? Questo non serve. Non serve, non è cristiano. Quello che il cristiano fa è annunziare con coraggio e l’annuncio di Gesù Cristo provoca, mediante lo Spirito Santo, quello stupore che ci fa andare avanti».

Il 7 maggio 2015 durante l’udienza ai vescovi del Mali, Francesco ha detto: «gli sforzi compiuti nelle vostre Diocesi per lo sviluppo di nuovi manuali catechesi sono da accogliere con favore: con una formazione solida i fedeli saranno più radicati nella fede e saranno resi più forti per resistere a tutto ciò che minaccia. A questo proposito, vorrei salutare cordialmente i catechisti per la parte importante che generosamente prendono nel lavoro di evangelizzazione».

Il 24 maggio 2015 in occasione della Giornata Missionaria mondiale 2015, Francesco ha scritto: «La missione non è proselitismo o mera strategia; la missione fa parte della “grammatica” della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra “vieni” e “vai”. Nel comando di Gesù: “andate” sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa. In essa tutti sono chiamati ad annunciare il Vangelo con la testimonianza della vita; e in modo speciale ai consacrati è chiesto di ascoltare la voce dello Spirito che li chiama ad andare verso le grandi periferie della missione, tra le genti a cui non è ancora arrivato il Vangelo. Oggi, la missione è posta di fronte alla sfida di rispettare il bisogno di tutti i popoli di ripartire dalle proprie radici e di salvaguardare i valori delle rispettive culture. Si tratta di conoscere e rispettare altre tradizioni e sistemi filosofici e riconoscere ad ogni popolo e cultura il diritto di farsi aiutare dalla propria tradizione nell’intelligenza del mistero di Dio e nell’accoglienza del Vangelo di Gesù, che è luce per le culture e forza trasformante delle medesime. Il Vangelo è sorgente di gioia, di liberazione e di salvezza per ogni uomo. La Chiesa è consapevole di questo dono, pertanto non si stanca di annunciare incessantemente a tutti «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi» (1 Gv 1,1). La missione dei servitori della Parola – vescovi, sacerdoti, religiosi e laici – è quella di mettere tutti, nessuno escluso, in rapporto personale con Cristo. Nell’immenso campo dell’azione missionaria della Chiesa, ogni battezzato è chiamato a vivere al meglio il suo impegno, secondo la sua personale situazione. Una risposta generosa a questa universale vocazione la possono offrire i consacrati e le consacrate, mediante un’intensa vita di preghiera e di unione con il Signore e col suo sacrificio redentore».

Il 29 maggio 2015 ai partecipanti del Pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione, Francesco ha detto: «Proprio questi cambiamenti sono una felice provocazione a cogliere i segni dei tempi che il Signore offre alla Chiesa perché sia capace – come ha saputo fare nel corso di duemila anni – di portare Gesù Cristo agli uomini del nostro tempo. La missione è sempre identica, ma il linguaggio con cui annunciare il Vangelo chiede di essere rinnovato, con saggezza pastorale. Questo è essenziale sia per essere compresi dai nostri contemporanei, sia perché la Tradizione cattolica possa parlare alle culture del mondo di oggi e aiutarle ad aprirsi alla perenne fecondità del messaggio di Cristo. Quanti poveri – anche poveri nella fede – attendono il Vangelo che libera! Quanti uomini e donne, nelle periferie esistenziali generate dalla società consumista, atea, attendono la nostra vicinanza e la nostra solidarietà! Il Vangelo è l’annuncio dell’amore di Dio che, in Gesù Cristo, ci chiama a partecipare della sua vita. La catechesi, come componente del processo di evangelizzazione, ha bisogno di andare oltre la semplice sfera scolastica, per educare i credenti, fin da bambini, ad incontrare Cristo, vivo e operante nella sua Chiesa. È l’incontro con Lui che suscita il desiderio di conoscerlo meglio e quindi di seguirlo per diventare suoi discepoli. La sfida della nuova evangelizzazione e della catechesi, pertanto, si gioca proprio su questo punto fondamentale: come incontrare Cristo, qual è il luogo più coerente per trovarlo e per seguirlo».

Il 21 novembre 2015 al congresso sull’Educazione cattolica, Papa Francesco ha affermato: «Educare cristianamente non è soltanto fare una catechesi: questa è una parte. Non è soltanto fare proselitismo – non fate mai proselitismo nelle scuole! Mai! – Educare cristianamente è portare avanti i giovani, i bambini nei valori umani in tutta la realtà, e una di queste realtà è la trascendenza. Oggi c’è la tendenza ad un neopositivismo, cioè educare nelle cose immanenti, al valore delle cose immanenti, e questo sia nei Paesi di tradizione cristiana sia nei Paesi di tradizione pagana. E questo non è introdurre i ragazzi, i bambini nella realtà totale: manca la trascendenza. Per me, la crisi più grande dell’educazione, nella prospettiva cristiana, è questa chiusura alla trascendenza. Siamo chiusi alla trascendenza. Occorre preparare i cuori perché il Signore si manifesti, ma nella totalità; cioè, nella totalità dell’umanità che ha anche questa dimensione di trascendenza. Educare umanamente ma con orizzonti aperti. Ogni sorta di chiusura non serve per l’educazione […]. Don Bosco, ai tempi della più brutta massoneria del Nord Italia, ha cercato una “educazione di emergenza”. E oggi ci vuole una “educazione di emergenza”, bisogna puntare sull’“educazione informale”, perché l’educazione formale si è impoverita a causa dell’eredità del positivismo. Concepisce soltanto un tecnicismo intellettualista e il linguaggio della testa. E per questo, si è impoverita. Bisogna rompere questo schema».

Il 02 dicembre 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha detto: «La missionarietà, non è fare proselitismo: mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! Io mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente».

Il 06 dicembre 2015 durante l’Angelus, Francesco ha detto: «Pertanto ognuno di noi è chiamato a far conoscere Gesù a quanti ancora non lo conoscono. Ma questo non è fare proselitismo. No, è aprire una porta. «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16), dichiarava san Paolo. Se a noi il Signore Gesù ha cambiato la vita, e ce la cambia ogni volta che andiamo da Lui, come non sentire la passione di farlo conoscere a quanti incontriamo al lavoro, a scuola, nel condominio, in ospedale, nei luoghi di ritrovo? Se ci guardiamo intorno, troviamo persone che sarebbero disponibili a cominciare o a ricominciare un cammino di fede, se incontrassero dei cristiani innamorati di Gesù».

Il 30 gennaio 2016 durante l’udienza, Francesco ha detto: «la gioia di questo incontro, della sua misericordia, comunicare la misericordia del Signore. Anzi, il segno concreto che abbiamo davvero incontrato Gesù è la gioia che proviamo nel comunicarlo anche agli altri. E questo non è “fare proselitismo”, questo è fare un dono: io ti do quello che mi dà gioia. Leggendo il Vangelo vediamo che questa è stata l’esperienza dei primi discepoli: dopo il primo incontro con Gesù, Andrea andò a dirlo subito a suo fratello Pietro».

Il 04 dicembre 2016 durante l’Angelus, il Papa ha detto: «Quando un missionario va, un cristiano va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”. E così il missionario prepara la strada a Gesù, che incontra il suo popolo».

 
 

————- ————–

24. APERTURE, CAMBIAMENTO DELLA DOTTRINA, INNOVAZIONI E RIVOLUZIONI

“Apertura” è il termine più abusato per riferirsi al pontificato di Papa Francesco, come abbiamo scritto fa parte del progetto dei media progressisti di presentare un Pontefice in discontinuità con i suoi predecessori che rivoluziona la dottrina della Chiesa, “aprendola” alle verità del mondo, annullando e annacquando il concetto di peccato. A questa finzione hanno finito per crederci anche i tradizionalisti, convinti anche loro di questa discontinuità e a queste pericolose aperture al mondo.

Occorre considerare che chi accusa Francesco di fare “gesti innovativi” dimentica che il più grande gesto innovativo nella Chiesa degli ultimi secoli lo ha compiuto Benedetto XVI rinunciando al ministero petrino, senza che nessun tradizionalista lo abbia accusati di aver desacralizzato il papato. Come ha spiegato Andrea Fagioli, direttore del settimanale ”Toscana Oggi” delle diocesi toscane: «Questo Papa è sicuramente capace di grandi gesti innovativi, ma nel rispetto della dottrina della Chiesa. E non ci dimentichiamo che prima di lui la vera “rivoluzione” (se può passare questo termine) l’ha fatta l’austero teologo Joseph Ratzinger, da molti considerato un “conservatore”».

Il teologo Vito Mancuso ha ricattato Francesco scrivendo: «che ne sarebbe della Chiesa se fallisse Francesco?», cioè se non manterrà la promesse “aperture progressiste”? In particolare, ha scritto il teologo, se Francesco non manterrà le presunte promesse sull’apertura alla contraccezione allontanandosi dall’Humana Vitae di Paolo VI riconoscendone «il clamoroso fallimento pratico e teorico», non dire più «no soprattutto sulla fecondazione assistita, il destino degli embrioni congelati, la diagnosi degli embrioni prima dell’impianto, il principio di autodeterminazione a livello di testamento biologico», allora «sarebbe la fine della luce che si è accesa nell’esistenza di tutti gli esseri umani, con Roma che tornerebbe a essere periferia del mondo». Non solo Papa Francesco non ha intenzione di allontanarsi dalla “Humana Vitae”, ma ha elogiato la scelta di Paolo VI e della sua enciclica di chiudere alla contraccezione: «La sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice ha mostrato di non aver alcun interesse a modificare la dottrina della Chiesa, saranno citati e spiegati anche singoli episodi che hanno suscitato alcune polemiche:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato: «I passi che ho fatto in questi quattro mesi e mezzo vengono da due versanti: il contenuto di quello che si doveva fare, tutto, viene dal versante delle Congregazioni Generali dei cardinali. Erano cose che noi cardinali abbiamo chiesto a colui che sarebbe diventato il nuovo Papa. Io mi ricordo che chiesi molte cose, pensando che sarebbe stato un altro. Chiedevamo di far questo, per esempio la Commissione di otto cardinali, sappiamo che è importante avere una Consulta outsider, non le Consulte che già vi sono, ma outsider […]. La parte economica pensavo di trattarla il prossimo anno, perché non è la cosa più importante che bisognava trattare. Ma l’agenda è cambiata a causa delle circostanze che voi conoscete e che sono di dominio pubblico; sono apparsi problemi che dovevano essere affrontati. Il primo: il problema dello IOR, ossia, come incamminarlo, come delinearlo, come riformularlo, come sanare quello che c’è da sanare, e qui c’è la prima Commissione di riferimento, questo è il nome. Con riferimento a quella domanda che mi faceva dello IOR, io non so come finirà lo IOR; alcuni dicono che, forse, è meglio che sia una banca, altri che sia un fondo di aiuto, altri dicono di chiuderlo. Mah! Si sentono queste voci. Io non so. Io mi fido del lavoro delle persone dello IOR, che stanno lavorando su questo, anche della Commissione.». Rispetto alla presenza dei movimenti ecclesiali nella Chiesa, altra tematica che molti opinionisti usano per contrapporre Francesco ai suoi predecessori, ha risposto: «in questo momento della Chiesa credo che i movimenti siano necessari. I movimenti sono una grazia dello Spirito […]. Per questo credo che il movimento del Rinnovamento carismatico non solo serva ad evitare che alcuni passino alle confessioni pentecostali. Ma no! Serve alla Chiesa stessa! Ci rinnova. E ognuno cerca il proprio movimento secondo il proprio carisma, dove lo porta lo Spirito».

Il 14 novembre 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha affermato: «La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna”. Ma, guardi, la Madonna è Madre! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni. Queste novità allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio. Perché Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza. “Il Regno di Dio è in mezzo a voi!”, dice Gesù: è questa azione dello Spirito Santo, che ci dà la saggezza, che ci dà la pace». Molti hanno voluto pensare che Francesco con queste parole si stesse rivolgendo alla madonna di Medjugorje, in realtà non esiste questa correlazione, il Papa sta criticando la morbosa curiosità umana e la creduloneria di coloro che seguono qualunque veggente o santone che spunti, senza alcun discernimento, cosa che purtroppo è abbastanza frequente.

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge una rassicurazione ai cambiamenti, spiegando che non sono a prescindere contraddittori con quel che esisteva prima: «Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita». La «difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. […]. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Il 20 dicembre 2013 Francesco ha parlato della Madonna e dei suoi probabili dubbi davanti al calvario di Cristo: «era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno – questo è quello che abbiamo letto – mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento. Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”. Da alcune parti Francesco è stato accusato di blasfemia, di insultare la Madonna, di averla fatta dubitare di Dio. Accuse assurde e pretestuose: gli stessi discepoli -si legge nel Vangelo- erano dubbiosi e ormai delusi da Gesù stesso, si sentivano ingannati. Lo stesso Gesù sulla croce urlò: “Mio Dio mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Anche lui era blasfemo?

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha affermato nell’intervista al “Corriere della Sera”: «Io nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Non mi aspettavo questo trasferimento di diocesi, diciamo così. Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali nelle varie congregazioni».

Il 16 marzo 2014 alla fine dell’Angelus, Francesco ha salutato -come solitamente fa- le diverse associazioni presenti, tra cui il Rotary Club di Massafra-Mottola (il 04/02/15 ha salutato invece il Rotary Club di Roma). Alcuni hanno affermato che il Rotary Club sarebbe un’associazione massonica e che Francesco, salutando tale associazione, avrebbe avvallato la massoneria. Tuttavia non esiste alcun legame tra il Rotary Club e la massoneria (non ne parla né Wikipedia in lingua italiana, inglese e spagnola). Ricordiamo inoltre che il 23 ottobre 2010 il Rotary Club di Assisi ha consegnato al direttore del quotidiano della Cei, Marco Tarquinio, il premio “Ideale Rotariano 2010”, così come nel giugno 1979 Giovanni Paolo II incontrò il Rotary Interrnational, come fece prima di lui Paolo VI, riflettendo «sugli importanti scopi» e le «benemerite attività» dell’associazione. «Nei vostri sforzi e tentativi per il bene dell’uomo» – affermò Karol Wojtyla –, «potete essere sicuri della comprensione e della stima della Chiesa cattolica». E dopo aver espresso anche la propria stima personale, concluse l’intervento con l’augurio che: «Voglia Iddio sostenere il Rotary International nella nobile causa della missione di servizio all’umanità, all’umanità sofferente».. Nel novembre 2014 la diocesi di Milano, guidata dal card. Angelo Scola (con fama di conservatore ratzingeriano) ha collaborato con il Rotary club Meda e delle Brughiere per la raccolta di offerte a favore dei poveri.

L’11 aprile 2014 il vaticanista di “Repubblica” Paolo Rodari ha fatto notare che anche per quanto riguarda la proclamazione di nuovi santi, «Francesco nel suo primo anno di pontificato ha mantenuto i numeri da record che furono dei suoi due predecessori: nel 2013 ci sono state 18 cerimonie di beatificazione con 540 nuovi beati, dei quali 528 martiri e 12 confessori. Sempre lo scorso anno Francesco ha canonizzato 804 nuovi santi, ovvero 800 martiri di Otranto uccisi dai turchi nel 1480 e quattro confessori».

Il 25 aprile 2014 Francesco ha telefonato al leader radicale Marco Pannella in sciopero della sete contro le disumane condizioni delle carceri italiane. Molti hanno accusato Francesco di aver così sostenuto le politiche del leader radicale su aborto, divorzio ed eutanasia. Come ha spiegato Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, «la telefonata dell’aprile 2014 a Marco Pannella» è da intendersi nel fatto che quest’ultimo «non era protagonista di un “innocuo digiuno” inscenato “per aborto, eutanasia, omosessualità per tutti, teoria del gender…”, ma era a rischio della vita a causa di uno sciopero della sete contro la scandalosa situazione di vita nelle carceri italiane, la stessa denunciata, con grande forza e altri mezzi, da cappellani e volontari dell’associazionismo cattolico». Ricordiamo inoltre che anche Benedetto XVI, nella sua lettera al matematico anticlericale Piergiorgio Odifreddi, ha scritto: «Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro», cosa che ovviamente non suscitò nessuno scandalo né perplessità.

Il 5 maggio 2014 durante l’omelia mattutina Francesco ha ricordato quando Pietro ricevette dure critiche dai cristiani di Gerusalemme, scandalizzati dal fatto che il loro capo avesse mangiato con dei pagani “non circoncisi” e li avesse persino battezzati. Ha voluto spiegare la necessità di non porre barriere al battesimo tramite una metafora: «E’ una cosa che non si poteva pensare quella. Se domani venisse una spedizione di marziani, per esempio, e alcuni di loro venissero da noi, ecco… marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini … E uno dicesse: ‘Ma, io voglio il Battesimo!’. Cosa accadrebbe?». Francesco è stato accusato di voler “battezzare i marziani”, in realtà si capisce perfettamente che si tratta di una metafora che invita semplicemente a non chiudere le porte a nessuno: «Chi siamo noi per chiudere le porte” allo Spirito Santo?

Il 23 giugno 2014 il teologo Vito Mancuso si è lamentato con Papa Francesco per essere intervenuto duramente in alcune occasioni: «La chiesa di papa Francesco ha scomunicato di recente, il 18 settembre 2013, un sacerdote australiano, Greg Reynolds, per aver promosso l’ordinazione sacerdotale delle donne e il riconoscimento sacramentale delle coppie gay, e sempre sotto Francesco si è avuta un mese fa la scomunica di Martha Heizer, teologa cattolica austriaca, presidente del movimento internazionale “Noi Siamo Chiesa”, sostanzialmente per gli stessi motivi».

Il 29 giugno 2014 durante l’intervista a “Il Messaggero”, Francesco ha ribadito: «Sul programma, invece, seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il Consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c’era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni pre conclave. Nessuna cosa l’ho fatta da solo. Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata».

Il 16 ottobre 2014 alcuni organi di stampa hanno parlato dell’affitto della Cappella Sistina che Papa Francesco avrebbe fatto ad un privato (la casa automobilistica Porsche) per una cena di gala e l’ascolto di un concerto di musica classica. Immediatamente la notizia è stata ripresa dai siti tradizionalisti con queste parole: «Mercanti del tempio. La vomitevole deriva della Chiesa Cattolica è sotto gli occhi di tutti […]. L’asservimento della Chiesa – per vil denaro – ai potenti di turno». Peccato che i critici si siano dimenticati di ricordare che l’evento aveva un solo unico scopo: beneficenza. Monsignor Paolo Nicolini, responsabile amministrativo dei Musei Vaticani, ha spiegato: «La Cappella Sistina non potrà mai essere affittata perché non è un luogo commerciale. Sarà un evento di beneficenza, per raccogliere fondi destinati a senza tetto, malati, mense parrocchiali per i poveri. L’evento è organizzato direttamente dai Musei Vaticani e si rivolge a grandi aziende che, mediante il pagamento di un biglietto, possono contribuire a finanziare attività benefiche. Del resto la Cappella Sistina è visitabile in varie modalità: sabato sera in programma per i partecipanti ci saranno la visita, il concerto e la cena in una sala dei musei». All’evento non ha partecipato Papa Francesco, nonostante fosse stato invitato.

Il 25 ottobre 2014 ricevendo il movimento apostolico Schoenstatt, Francesco ha spiegato che «rinnovare la Chiesa non è fare un cambiamento qui, un cambiamento lì… Bisogna farlo perché la vita sempre cambia e quindi è necessario adattarsi. Però questo non è il rinnovamento. Anche qui, che è pubblico, lo posso dire: “Bisogna rinnovare la Curia”; “Si sta rinnovando la Curia; la Banca Vaticana, è necessario rinnovarla”. Tutti questi sono rinnovamenti esterni: questo è quello che dicono quotidianamente… E’ curioso, nessuno parla del rinnovamento del cuore. Non capiscono nulla di quello che significa rinnovamento del cuore: che è la santità, rinnovando il cuore di ognuno».

Il 30 dicembre 2014 il vaticanista de “La Stampa”, Marco Tosatti, ha scritto che «mi giunge, in via confidenziale», di una lettera scritta da Papa Francesco al cardinale brasiliano Claudio Hummes nella quale il pontefice incaricherebbe il porporato di sondare preso la Conferenza Episcopale brasiliana la possibilità di avviare la riflessione sul celibato ecclesiastico (ovvero concedere l’ordinazione sacerdotale) ai Viri Probati (anziani sposati che hanno condotto una vita religiosa esemplare), per sopperire alla mancanza di sacerdoti. Si parla di «un’innovazione clamorosa». Padre Federico Lombardi è intervenuto smentendo la notizia: «Non esiste alcuna lettera del Papa al card. Hummes».

Il 3 gennaio 2015 lo storico Roberto De Mattei ha profetizzato lo scisma della Chiesa, un «misterioso processo di autodemolizione della chiesa che sta giungendo alle ultime conseguenze» a causa di Papa Francesco, ha quindi affermato che «secondo alcune indiscrezioni Papa Francesco avrebbe intenzione di ammettere al sacerdozio alcuni laici sposati (i cosiddetti viri probati) e di reintegrare nell’amministrazione dei sacramenti preti già sposati, ridotti allo stato laicale». Solite indiscrezioni prive di fonte, infatti non si sono verificate e non si verificheranno.

Il 6 gennaio 2015 il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Politi, ha affermato che Francesco starebbe portando «un nuovo approccio in materia sessuale», anche se non esiste alcun pronunciamento “innovativo”. Ha anche accusato l’associazionismo cattolico del “Family day” di non prendere posizione sulle presunte affermazioni riformatrici del Papa circa aborto, convivenze, famiglia, sessualità. In realtà è proprio Politi a non aver scritto nulla tutte le volte che Francesco ha pesantemente criticato l’aborto, l’eutanasia la convivenza e difeso la famiglia naturale, come questo dossier dimostra.

Il 19 gennaio 2015 durante la conferenza stampa con i giornalisti in ritorno dal suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha chiarito la mancata udienza con il Dalai Lama: «è abitudine per il Protocollo della Segreteria di Stato di non ricevere capi di Stato o gente di quel livello quando sono in una riunione internazionale qui a Roma. Per esempio, per la Fao non ho ricevuto nessuno … È per questo che non è stato ricevuto. Ho visto che qualche giornale ha detto che non lo ha ricevuto per paura della Cina: quello non è vero. In quel momento la ragione è questa. Lui ha chiesto un’udienza e gli è stato detto una data a un certo punto. Lo aveva chiesto prima, ma non per questo momento, e siamo in relazione. Ma il motivo non era il rifiuto alla persona o paura per la Cina».

Il 12 febbraio 2015 nel suo discorso ai cardinali riuniti in Concistorio, Francesco ha spiegato che la riforma della Chiesa, «auspicata vivamente dalla maggioranza dei Cardinali nell’ambito delle Congregazioni generali prima del Conclave, dovrà perfezionare ancora di più l’identità della stessa Curia Romana, ossia quella di coadiuvare il Successore di Pietro nell’esercizio del suo supremo ufficio pastorale per il bene e il servizio della Chiesa universale e delle Chiese particolari. Esercizio col quale si rafforzano l’unità di fede e la comunione del popolo di Dio e si promuove la missione propria della Chiesa nel mondo».

Il 17 febbraio 2015 il giornalista Gianfranco Morra ha accusato Papa Francesco: «è il primo papa che della dottrina sociale della Chiesa non ha mai espressamente parlato. Sembra per lui una terra incognita». Forse per Morra sono un incognita i discorsi di Papa Francesco, come il messaggio per il festival della Dottrina sociale della Chiesa nel 2013 quando ha detto: «Un pensiero va anche alla Dottrina Sociale della Chiesa: il Magistero sociale è un grande punto di riferimento, esso rappresenta un orientamento frutto di riflessione e di operativa virtuosa. E’ molto utile per non perdersi […]. La Dottrina Sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle libere. Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare dentro il mercato, per stare dentro il mercato, guidati da una coscienza che mette al centro la dignità della persona, non l’idolo denaro. Nella pratica, tutto ciò non è sempre immediatamente evidente, ma se ci aiutiamo a vicenda, perseguire il bene comune diventa la scelta che trova riscontro anche nei risultati. La Dottrina Sociale, quando viene vissuta, genera speranza. E’ così che ognuno può trovare dentro di sé la forza per promuovere con il lavoro una nuova giustizia sociale. Si potrebbe affermare che l’applicazione della Dottrina Sociale contiene in sé una mistica. Ripeto la parola: una mistica. Sembra toglierti immediatamente qualcosa; sembra che applicarla ti porti fuori dal mercato, dalle regole correnti. Guardando ai risultati complessivi, questa mistica porta invece un grande guadagno, perché è in grado di creare sviluppo proprio in quanto – nella sua visione complessiva – richiede di farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali e non sottostà alle distorsioni di una visione economicistica. La Dottrina Sociale non sopporta che gli utili siano di chi produce e la questione sociale sia lasciata allo Stato o alle azioni di assistenza e di volontariato. Ecco perché la solidarietà è una parola chiave della Dottrina Sociale. Ma noi, in questo tempo, abbiamo il rischio di toglierla dal dizionario, perché è una parola incomoda, ma anche – permettetemi – è quasi una “parolaccia”. Per l’economia e il mercato, solidarietà è quasi una parolaccia». Cose simili ha detto nel messaggio dell’anno successivo. Nel febbraio 2015 ai fedeli brasiliani ha proprio spiegato: «Il contributo della Chiesa, nel rispetto della laicità dello Stato (cfr ibid., 76), e senza dimenticare l’autonomia delle realtà terrene (cfr ibid., 36), trova forma concreta nella sua dottrina sociale, con la quale vuole “portare il Vangelo e dal punto di vista dei compiti prioritari Unito che contribuiscono alla dignità dell’essere umano e di lavorare insieme con gli altri cittadini e le istituzioni per il bene dell’essere umano “(documento di Aparecida, 384)». Ovviamente il giornalista Antonio Socci ha subito ripreso la critica di Gianfranco Morra, aggiungendo: «a mio avviso travisa pure la Carità perché invece di indicare come esempi i santi, come Madre Teresa di Calcutta, indica certi agit-prop ideologici». Peccato che poche ore prima, durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha proprio citato Madre Teresa di Calcutta come esempio del fatto che «l’uomo è capace di fare tanto bene».

Il 03 marzo 2015 ha invitato i teologi a non distaccarsi dalla tradizione della Chiesa: «La teologia che elaborate sia dunque radicata e fondata sulla Rivelazione, sulla Tradizione, ma anche accompagni i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha spiegato perché vive a Santa Marta: «Semplicemente perché c’è gente. Lì, da solo, non l’avrei sopportato. Non perché fosse lussuoso, come alcuni hanno detto. L’appartamento non è lussuoso. È grande. Ma quella solitudine non l’avrei sopportata. Venire qui, mangiare nel refettorio, dove c’è tanta gente, celebrare una messa alla quale quattro giorni a settimana partecipa gente da fuori, dalle parrocchie, mi dà un po’ di benessere spirituale. Mi piace molto».

Il 6 maggio 2015 il card. Velasio De Paolis, con fama di ratzingeriano e tradizionalista, ha risposto alle perplessità di alcuni dell’annuncio che durante il Giubileo si può ottenere la remissione della scomunica per chi ha commesso un aborto: «L’aborto resta un peccato, non è che il Papa ha deciso di abrogarlo. Questo va chiarito subito per evitare fraintendimenti e fughe in avanti che, in una materia delicata come la difesa della vita, non hanno alcun senso. È un fatto normale che, in occasione di un evento altamente spirituale come un Giubileo, per giunta sulla misericordia, la Chiesa venga incontro ai peccatori e tolga tutti gli ostacoli per permettere l’assoluzione di un peccato gravissimo come l’aborto».

L’06 novembre 2015 in un’intervista al quotidiano olandese Straatnieuws, Francesco ha affermato: «Due giorni dopo essere eletto papa, sono andato (nella versione olandese: “come si dice ufficialmente”) a prendere possesso dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Non è un appartamento lussuoso. Ma è largo, è grande… Dopo aver visto questo appartamento mi è sembrato un imbuto al rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Io ho pensato: non posso vivere qua semplicemente per motivi mentali. Mi farebbe male. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare qui, a Santa Marta. E questo mi fa bene perché mi sento libero. Mangio nella sala pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Trovo gente, la saluto e questo fa che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Ma mi manca la strada».

L’10 novembre 2015 durante nell’omelia durante la visita pastorale a Prato e a Firenze, Francesco ha affermato: «Solo se riconosciamo Gesù nella Sua verità, saremo in grado di guardare la verità della nostra condizione umana, e potremo portare il nostro contributo alla piena umanizzazione della società. Custodire e annunciare la retta fede in Gesù Cristo è il cuore della nostra identità cristiana, perché nel riconoscere il mistero del Figlio di Dio fatto uomo noi potremo penetrare nel mistero di Dio e nel mistero dell’uomo. Alla domanda di Gesù risponde Simone: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Questa risposta racchiude tutta la missione di Pietro e riassume ciò che diventerà per la Chiesa il ministero petrino, cioè custodire e proclamare la verità della fede; difendere e promuovere la comunione tra tutte le Chiese; conservare la disciplina della Chiesa. Papa Leone è stato e rimane, in questa missione, un modello esemplare, sia nei suoi luminosi insegnamenti, sia nei suoi gesti pieni della mitezza, della compassione e della forza di Dio».

Il 16 novembre 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha parlato di “mondanità, apostasia, persecuzione”, la mondanità è fare ciò che fa il mondo, è dire: «Mettiamo all’asta la nostra carta d’identità; siamo uguali a tutti. La mondanità ti porta al pensiero unico e all’apostasia. Non sono permesse, non ci sono permesse le differenze: tutti uguali. E nella storia della Chiesa, nella storia abbiamo visto, penso ad un caso, che alle feste religiose è stato cambiato il nome – il Natale del Signore ha un altro nome – per cancellare l’identità. Mi ha sempre colpito che il Signore, nell’Ultima Cena, in quella lunga preghiera, pregasse per l’unità dei suoi e chiedesse al Padre che li liberasse da ogni spirito del mondo, da ogni mondanità, perché la mondanità distrugge l’identità; la mondanità porta al pensiero unico. Incomincia da una radice, ma è piccola, e finisce nell’abominazione della desolazione, nella persecuzione. Questo è l’inganno della mondanità, e per questo Gesù chiedeva al Padre, in quella cena: ‘Padre, non ti chiedo che di toglierli dal mondo, ma custodiscili dal mondo’, da questa mentalità, da questo umanismo, che viene a prendere il posto dell’uomo vero, Gesù Cristo, che viene a toglierci l’identità cristiana e ci porta al pensiero unico: ‘Tutti fanno così, perché noi no?’. Questo, di questi tempi, ci deve far pensare: com’è la mia identità? E’ cristiana o mondana? O mi dico cristiano perché da bambino sono stato battezzato o sono nato in un Paese cristiano, dove tutti sono cristiani? La mondanità che entra lentamente, cresce, si giustifica e contagia: cresce come quella radice, si giustifica – ‘ma, facciamo come tutta la gente, non siamo tanto differenti’ -, cerca sempre una giustificazione, e alla fine contagia, e tanti mali vengono da lì. Chiediamo al Signore per la Chiesa, perché il Signore la custodisca da ogni forma di mondanità. Che la Chiesa sempre abbia l’identità disposta da Gesù Cristo; che tutti noi abbiamo l’identità che abbiamo ricevuto nel battesimo, e che questa identità per voler essere come tutti, per motivi di ‘normalità’, non venga buttata fuori. Che il Signore ci dia la grazia di mantenere e custodire la nostra identità cristiana contro lo spirito di mondanità che sempre cresce, si giustifica e contagia».

Il 20 novembre 2015 Papa Francesco, incontrando i vescovi tedeschi, ha ricordato loro l’importanza della comunione con la Chiesa. Da più parte infatti, è stata fatto notare una certa autonomia del clero in Germania rispetto alla Chiesa di Roma, sopratutto in senso progressista rispetto a tematiche bioetiche: «In tale contesto della nuova evangelizzazione è indispensabile che il Vescovo svolge diligentemente il suo incarico quale maestro della fede – della fede trasmessa e vissuta nella comunione viva della Chiesa universale – nei molteplici campi del suo ministero pastorale. La fedeltà alla Chiesa e al magistero non contraddice la libertà accademica, ma esige un umile atteggiamento di servizio ai doni di Dio. Il sentire cum Ecclesia deve contraddistinguere in modo particolare coloro che educano e formano le nuove generazioni».

Il 28 aprile 2016 sui quotidiani è apparsa la notizia di una lettera di Papa Francesco al teologo progressista Hans Kung, nella quale il pontefice ha risposto alla richiesta del teologo di annullare l’infallibilità papale. Kung, si legge, «ha rifiutato di mostrare la lettera al National Catholic Reporter», ha soltanto detto che Francesco «non ha posto limiti alla discussione sul dogma».

Il 28 maggio 2016 il giornalista Antonio Socci ha accusato Francesco di non volersi «mischiare con le pecore» poiché ha atteso la processione del Corpus Domini all’arrivo, inoltre lo ha criticato per essersi rifiutato di inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento, definendolo satanico. Tuttavia, padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha spiegato, fin dal 2014, che Francesco rinuncia alla processione a piedi per motivi di stanchezza fisica e perché «l’attenzione dei fedeli rimanga concentrata sul Santissimo Sacramento esposto e portato in Processione», piuttosto che sul Papa. Altra menzogna è il mancato inginocchiarsi davanti al Santissimo, cosa che invece Papa Francesco fa abitualmente (almeno quando le ginocchia glielo consentono), come dimostrano queste fotografie (e questo video dal minuto 2:13:11).

Il 01 novembre 2016 durante una conferenza stampa nel ritorno dal viaggio in Svezia, Papa Francesco, ha spiegato: «Il Rinnovamento Carismatico nasce – e uno dei primi oppositori che c’è stato in Argentina è colui che vi sta parlando – perché io ero Provinciale dei Gesuiti a quell’epoca, quando è iniziato in Argentina, e io ho proibito ai Gesuiti di avere a che fare con loro. E ho detto pubblicamente che quando si faceva una celebrazione liturgica bisognava fare una cosa liturgica e non una “scuola di samba”. Quello ho detto. Ed oggi penso il contrario, quando le cose sono ben fatte».

 
 

————- ————–

25. CELIBATO SACERDOTALE

Seguendo il mito del “cambiamento” e delle “rivoluzioni” si sostiene che Francesco vorrebbe abolire anche il celibato sacerdotale. In realtà, come si evince dai suoi pronunciamenti, il Pontefice riconosce che non si tratta di un dogma e potrebbero essere possibili cambiamenti ma sottolinea anche la sua stima per esso, evidenziando la superiorità degli aspetti positivi rispetto a quelli negativi.

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice si è espresso su questo:

Il 28 marzo 2013 è uscito nelle librerie il volume “Il cielo e la terra” (Mondadori 2013) contenente una serie di profonde riflessioni del card. Bergoglio condivise con il rabbino argentino Abraham Skorka. Tra esse anche un accenno al celibato dei sacerdoti: «Mentre ero seminarista rimasi abbagliato da una ragazza che conobbi al matrimonio di uno zio. Mi colpì la sua bellezza, il suo acume… e bé, rimasi in confusione per un bel po’ di tempo, mi faceva girare la testa». Poi la decisione: «Tornai a scegliere il cammino religioso». Questo per rimarcare: «Io sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

Il 26 maggio 2014 durante la conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, Francesco ha risposto: «ci sono, nel rito orientale, preti sposati. Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, sempre c’è la porta aperta».

Il 13 luglio 2014 padre Federico Lombardi è dovuto intervenire nuovamente su una nuova intervista di Eugenio Scalfari a Papa Francesco pubblicata su “Repubblica”: nell’intervista sembra che «il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, “le soluzioni le troverò”. Nell’articolo pubblicato su “Repubblica” queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente – le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura… Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?».

Il 30 dicembre 2014 il vaticanista de “La Stampa”, Marco Tosatti, ha scritto che «mi giunge, in via confidenziale», di una lettera scritta da Papa Francesco al cardinale brasiliano Claudio Hummes nella quale il pontefice incaricherebbe il porporato di sondare preso la Conferenza Episcopale brasiliana la possibilità di avviare la riflessione sul celibato ecclesiastico (ovvero concedere l’ordinazione sacerdotale) ai Viri Probati (anziani sposati che hanno condotto una vita religiosa esemplare), per sopperire alla mancanza di sacerdoti. Si parla di «un’innovazione clamorosa». Padre Federico Lombardi è intervenuto smentendo la notizia: «Non esiste alcuna lettera del Papa al card. Hummes».

 
 

————- ————–

26. BATTESIMO PER FIGLI DI CONVIVENTI E PERSONE DIVORZIATE COME PADRINI O MADRINE

Francesco ha fatto più volte notare che i bambini non devono subire le conseguenze degli errori dei loro genitori. Per questo non è giusto che la Chiesa rifiuti il battesimo di bambini i cui genitori vivono situazioni irregolari nei confronti della Chiesa. Lui stesso, il 12 gennaio 2014, ha battezzato nella Cappella Sistina 32 bambini, tra i quali Giulia i cui genitori non sono sposati in Chiesa, ma solo civilmente.

Al contrario di quanto dicono i critici di Francesco, questo avviene abitualmente nelle chiese da anni, non è certo stata un’innovazione di questo pontificato. Nel 2007 -6 anni prima del pontificato di Bergoglio- Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria ha proprio risposto alla domanda se sia giusto battezzare i figli delle coppie non sposate, questo è «un caso che comincia a non essere più raro nella vita delle nostre comunità parrocchiali», spiegando che il parroco che battezza questi bambini «coglie l’opportunità per un cammino di fede da offrire ai genitori del bambino. Avrà avuto un colloquio con la coppia, durante il quale non si sarà limitato a chiedere una ragionevole garanzia per la futura educazione cristiana del bambino. Si sarà fatto prossimo di questa famiglia, forse anche per guardare insieme se i due potranno scoprire in se stessi quelle motivazioni che li porteranno a vivere anche la loro unione secondo la vocazione battesimale. La carità pastorale, allora, non si esaurisce negli incontri che preparano il rito battesimale, ma si prende cura del tempo successivo. In questa prospettiva e rimanendo nell’ambito della questione posta, ogni comunità parrocchiale, guidata dai suoi pastori, dovrebbe sentirsi chiamata ad offrire ai genitori dei bambini battezzati la possibilità di proseguire il proprio cammino di fede».

Nel 2014 Andrea Fagioli, direttore di ”Toscana Oggi”, settimanale delle Diocesi toscane, si è stupito del clamore suscitato dal Papa quando ha battezzato una figlia di una coppia irregolare: «Mi meraviglio anch’io che ci sia chi si meraviglia di quello che ha fatto il Papa. Francesco in quel caso non ha compiuto nessuno strappo, ma si è affidato alla normale prassi pastorale e al Codice di diritto canonico dove dice che “per battezzare lecitamente un bambino si esige: 1) che i genitori o almeno uno di essi o chi tiene legittimamente il loro posto, vi consentano; 2) che vi sia la fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica”. Per cui è sufficiente anche il solo impegno di un padrino o di una madrina. In questo senso non solo si può battezzare il figlio di una coppia sposata solo civilmente, ma anche il figlio di una coppia non sposata. Diversamente sarebbe come dire che le colpe dei padri ricadono sui figli. Un assurdo. L’unico limite è se la speranza di educazione nella religione cattolica “manca del tutto”. Solo in questo caso il battesimo, come dice ancora il Codice di diritto canonico, viene “differito, secondo le disposizioni del diritto particolare, dandone ragione ai genitori”».

Nell’”Instrumento laboris”, pubblicato nel giugno 2014, si danno le motivazioni e si affronta anche il caso del battesimo dei bambini adottati da coppie dello stesso sesso: «Si deve rilevare che le risposte pervenute si pronunciano contro una legislazione che permetta l’adozione di bambini da parte di persone in unione dello stesso sesso, perché vedono a rischio il bene integrale del bambino, che ha diritto ad avere una madre e un padre, come ricordato recentemente da Papa Francesco. Tuttavia, nel caso in cui le persone che vivono in queste unioni chiedano il battesimo per il bambino […] la Chiesa ha il dovere di verificare le condizioni reali in vista della trasmissione della fede al bambino. Nel caso in cui si nutrano ragionevoli dubbi sulla capacità effettiva di educare cristianamente il bambino da parte di persone dello stesso sesso, se ne garantisca l’adeguato sostegno – come peraltro è richiesto ad ogni altra coppia che chiede il battesimo per i figli. Un aiuto, in tal senso, potrebbe venire anche da altre persone presenti nel loro ambiente familiare e sociale. In questi casi, la preparazione all’eventuale battesimo del bambino sarà particolarmente curata dal parroco, anche con un’attenzione specifica nella scelta del padrino e della madrina».

Francesco ha anche spiegato che le persone che hanno sbagliato nella loro vita, ad esempio attraverso il divorzio e la separazione, non vanno per questo allontanate perché possono essere testimoni credibili di quanto è importante che gli altri non imitino i loro stessi errori. In particolare ne ha parlato il 7 dicembre 2014 nell’intervista a “La Naction” (traduzione italiana): i divorziati «non sono scomunicati. Ma non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo, non possono fare sette cose, ho l’elenco lì. Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto! Allora, aprire un po’ di più le porte. Perché non possono essere padrini? “No, guarda, che testimonianza vanno a dare al figlioccio?”. La testimonianza di un uomo e una donna che dicano: “Guarda, caro, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti”. Ma che testimonianza cristiana è questa? O se arriva uno di questi truffatori politici che abbiamo, corrotti, a fare da padrino ed è regolarmente sposato per la Chiesa, lei lo accetta? E che testimonianza va a dare al figlioccio? Testimonianza di corruzione?».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha affermato: «Ci sono sette cose che, secondo il diritto attuale, le persone in seconde unioni non possono fare. Non me le ricordo tutte, però una è essere padrino di battesimo. Perché? E che testimonianza potrà dare al figlioccio? Quella di dire: «Guarda caro, nella mia vita mi sono sbagliato. Ora sono in questa situazione. Sono cattolico. I principi sono questi. Io faccio questo e ti accompagno». Una vera testimonianza. Ma se viene un mafioso, un delinquente, uno che ha ammazzato delle persone, ma è sposato per la Chiesa può fare il padrino. Sono contraddizioni. C’è bisogno di integrare. Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo di integrare intendiamo tutto questo».

 
 

————- ————–

27. RUOLO DELLA DONNA, DIACONATO E SACERDOZIO FEMMINILE

Papa Francesco è certamente il pontefice che più di tutti ha invitato a concretizzare l’attenzione per il “genio femminile”, per valorizzare la presenza delle donne nella Chiesa, sottolineando più volte che “la” Chiesa ha un articolo femminile e spiegando che Maria era più imporatnte degli apostoli. Allo stesso tempo ha ribadito la chiusura definitiva alla possibilità del sacerdozio femminile: «con riferimento all’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e dice: “No”. L’ha detto Giovanni Paolo II, ma con una formulazione definitiva. Quella porta è chiusa».

Ma ha anche spiegato che la funzione sacerdotale non è né un potere né un merito, ma una vocazione: «Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere. Non bisogna dimenticare che quando parliamo di potestà sacerdotale “ci troviamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità”. Il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma la grande dignità viene dal Battesimo, che è accessibile a tutti. La configurazione del sacerdote con Cristo Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni “non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri”. Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi. Anche quando la funzione del sacerdozio ministeriale si considera “gerarchica”, occorre tenere ben presente che “è ordinata totalmente alla santità delle membra di Cristo”. Sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo. Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice si è espresso sulla donna, sul suo ruolo nella società e sull’ordinazione femminile:

Il 28 marzo 2013 è uscito nelle librerie il volume “Il cielo e la terra” (Mondadori 2013) contenente una serie di profonde riflessioni del card. Bergoglio condivise con il rabbino argentino Abraham Skorka. Tra esse anche un accenno sul sacerdozio femminile: «la donna ha un’altra funzione, che si riflette nella figura di Maria».

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato: «Una Chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria. Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, della Madonna; quella che aiuta a crescere la Chiesa! Ma pensate che la Madonna è più importante degli Apostoli! E’ più importante! La Chiesa è femminile: è Chiesa, è sposa, è madre. Ma il ruolo della donna nella Chiesa non solo deve finire come mamma, come lavoratrice, limitata … No! E’ un’altra cosa! Paolo VI ha scritto una cosa bellissima sulle donne, ma credo che si debba andare più avanti nell’esplicitazione di questo ruolo e carisma della donna. Non si può capire una Chiesa senza donne, ma donne attive nella Chiesa, con il loro profilo, che portano avanti. Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Non si può limitare al fatto che faccia la chierichetta o la presidentessa della Caritas, la catechista… No! Deve essere di più, ma profondamente di più, anche misticamente di più, con questo che io ho detto della teologia della donna. E, con riferimento all’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e dice: “No”. L’ha detto Giovanni Paolo II, ma con una formulazione definitiva. Quella è chiusa, quella porta, ma su questo voglio dirti una cosa. L’ho detto, ma lo ripeto. La Madonna, Maria, era più importante degli Apostoli, dei vescovi e dei diaconi e dei preti. La donna, nella Chiesa, è più importante dei vescovi e dei preti; come, è quello che dobbiamo cercare di esplicitare meglio, perché credo che manchi una esplicitazione teologica di questo».

Il 19 settembre 2013 nell’intervista a “La Civiltà Cattolica” Papa Francesco ha detto: ««È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa».

Il 12 ottobre 2013 nel discorso al Pontificio consiglio per i laici, Francesco ha affermato: «Tante cose possono cambiare e sono cambiate nell’evoluzione culturale e sociale, ma rimane il fatto che è la donna che concepisce, porta in grembo e partorisce i figli degli uomini. E questo non è semplicemente un dato biologico, ma comporta una ricchezza di implicazioni sia per la donna stessa, per il suo modo di essere, sia per le sue relazioni, per il modo di porsi rispetto alla vita umana e alla vita in genere. Chiamando la donna alla maternità, Dio le ha affidato in una maniera del tutto speciale l’essere umano. Qui però ci sono due pericoli sempre presenti, due estremi opposti che mortificano la donna e la sua vocazione. Il primo è di ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito, anche se nobile, ma che di fatto mette in disparte la donna con le sue potenzialità, non la valorizza pienamente nella costruzione della comunità. Questo sia in ambito civile, sia in ambito ecclesiale. E, come reazione a questo, c’è l’altro pericolo, in senso opposto, quello di promuovere una specie di emancipazione che, per occupare gli spazi sottratti dal maschile, abbandona il femminile con i tratti preziosi che lo caratterizzano. E qui vorrei sottolineare come la donna abbia una sensibilità particolare per le “cose di Dio”, soprattutto nell’aiutarci a comprendere la misericordia, la tenerezza e l’amore che Dio ha per noi. A me piace anche pensare che la Chiesa non è “il” Chiesa, è “la” Chiesa. La Chiesa è donna, è madre, e questo è bello. Dovete pensare e approfondire su questo».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini. Ad esempio, la speciale attenzione femminile verso gli altri, che si esprime in modo particolare, anche se non esclusivo, nella maternità. Vedo con piacere come molte donne condividono responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti, danno il loro contributo per l’accompagnamento di persone, di famiglie o di gruppi ed offrono nuovi apporti alla riflessione teologica. Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. […]. Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere. Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere. Non bisogna dimenticare che quando parliamo di potestà sacerdotale “ci troviamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità”. Il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma la grande dignità viene dal Battesimo, che è accessibile a tutti. La configurazione del sacerdote con Cristo Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni “non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri”. Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi. Anche quando la funzione del sacerdozio ministeriale si considera “gerarchica”, occorre tenere ben presente che “è ordinata totalmente alla santità delle membra di Cristo”. Sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo. Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa».

Il 16 dicembre 2013 nell’intervista per “La Stampa” Francesco ha affermato: «Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha detto al “Corriere della Sera”: «È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Rylko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie».

Il 29 giugno 2014 nell’intervista concessa a “Il Messaggero”, Papa Francesco ha ricevuto delle critiche dalla vaticanista-femminista Franca Giansoldati di parlare poco delle donne e solo in relazione all’essere madri e spose, così il Pontefice l’ha presa in giro: «Il fatto è che la donna è stata presa da una costola.. (ride di gusto)». Alla terza domanda se ci si possa aspettare da lui decisioni storiche, come far diventare le donne “capo del clero”, Francesco ha ironizzato ancora: «(ride) «Beh, tante volte i preti finiscono sotto l’autorità delle perpetue…». Seriamente ha quindi risposto: «Le donne sono la cosa più bella che Dio ha fatto. La Chiesa è donna. Chiesa è una parola femminile. Non si può fare teologia senza questa femminilità. Di questo, lei ha ragione, non si parla abbastanza. Sono d’accordo che si debba lavorare di più sulla teologia della donna. L’ho detto e si sta lavorando in questo senso».

Il 7 gennaio 2015 durante l’udienza generale Francesco ha richiamato il valore dell’essere madre: «Le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico […]. Essere madre non significa solo mettere al mondo un figlio, ma è anche una scelta di vita. Cosa sceglie una madre, qual è la scelta di vita di una madre? La scelta di vita di una madre è la scelta di dare la vita. E questo è grande, questo è bello. Una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale».

Il 19 gennaio 2015 durante la conferenza stampa in ritorno dal suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «Quando io dico che è importante che le donne siano più tenute in conto nella Chiesa, non è soltanto per darle una funzione di segretaria di un dicastero: questo può andare. No: perché loro ci dicano come sentono e guardano la realtà, perché le donne guardano da una ricchezza differente, più grande».

Il 7 febbraio 2015 durante il discorso al Pontificio consiglio per la cultura, Francesco ha parlato del tema tra uguaglianza e differenze tra donne e uomini spiegando che «questo aspetto non va affrontato ideologicamente, perché la “lente” dell’ideologia impedisce di vedere bene la realtà. L’uguaglianza e la differenza delle donne – come del resto degli uomini – si percepiscono meglio nella prospettiva del con, della relazione, che in quella del contro. Da tempo ci siamo lasciati alle spalle, almeno nelle società occidentali, il modello della subordinazione sociale della donna all’uomo, un modello secolare che, però, non ha mai esaurito del tutto i suoi effetti negativi. Abbiamo superato anche un secondo modello, quello della pura e semplice parità, applicata meccanicamente, e dell’uguaglianza assoluta. Si è configurato così un nuovo paradigma, quello della reciprocità nell’equivalenza e nella differenza. La relazione uomo-donna, dunque, dovrebbe riconoscere che entrambi sono necessari in quanto posseggono, sì, un’identica natura, ma con modalità proprie. L’una è necessaria all’altro, e viceversa, perché si compia veramente la pienezza della persona».

Il 16 maggio 2015 incontrando i religiosi di Roma, Francesco ha affermato: «quando mi dicono: “No! Nella Chiesa le donne devono essere capi dicastero, per esempio!”. Sì, possono, in alcuni dicasteri possono; ma questo che tu chiedi è un semplice funzionalismo. Quello non è riscoprire il ruolo della donna nella Chiesa. E’ più profondo e va su questa strada. Sì, che faccia queste cose, che vengano promosse – adesso a Roma ne abbiamo una che è rettore di una università, e ben venga! –; ma questo non è il trionfo. No, no. Questa è una grande cosa, è una cosa funzionale; ma l’essenziale del ruolo della donna va – lo dirò in termini non teologici – nel fare in modo che lei esprima il genio femminile. Quando noi trattiamo un problema fra uomini arriviamo ad una conclusione, ma se trattiamo lo stesso problema con le donne, la conclusione sarà diversa. Andrà sulla stessa strada, ma più ricca, più forte, più intuitiva. Per questo la donna nella Chiesa deve avere questo ruolo; si deve esplicitare, aiutare ad esplicitare in tante maniere il genio femminile».

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto: «le donne sacerdote: questo non può farlo. Il Papa san Giovanni Paolo II, in tempi di discussione, dopo lunga, lunga riflessione, lo ha detto chiaramente. Non perché le donne non hanno la capacità, ma guarda: nella Chiesa sono più importanti le donne che gli uomini, perché la chiesa è donna; è la Chiesa, non il Chiesa; la Chiesa è la sposa di Cristo, e la Madonna è più importante dei Papi, dei vescovi e dei preti. E’ una cosa che devo riconoscere: noi siamo un po’ in ritardo nella elaborazione di una teologia della donna. Dobbiamo andare più avanti in quella teologia».

Il 01 novembre 2016 durante una conferenza stampa nel ritorno dal viaggio in Svezia, Papa Francesco ha risposto: «Sull’ordinazione di donne nella Chiesa Cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane. Questo rimane».

 
 

————- ————–

28. COMMISSARIAMENTO FRATI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA

Nel luglio 2013 la Congregazione per i religiosi e le società di vita apostolica (con approvazione ex auditu di papa Francesco ) ha commissionato i Frati Francescani dell’Immacolata, comunità di religiosi fondata dagli ex frati Minori Conventuali Stefano Maria Manelli e Gabriele Maria Pellettieri nel 1970, riconosciuta dalla Chiesa cattolica nel 1990. Il commissariamento è arrivato in seguito ad una Visita Apostolica, condotta da monsignor Vito Angelo Todisco, dovuta dopo che un gruppo di cinque frati all’inizio del 2012 sono ricorsi alla Congregazione vaticana dei religiosi denunciando una presunta svolta tradizionalista della congregazione e chiedendo che si tornasse al carisma originario. Lo scopo del commissariamento è stato quello di «tutelare e promuovere l’unità interna degli Istituti religiosi e la comunione fraterna, l’adeguata formazione alla vita religiosa e consacrata, l’organizzazione delle attività apostoliche, la corretta gestione dei beni temporali». Si aggiunge inoltre che «il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l’uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata dalle competenti autorità per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta». Il commissario scelto è padre Fidenzio Volpi.

Tale disposizione ha suscitato pesanti critiche all’interno della galassia tradizionalista e si è accusato di voler contraddire le disposizioni di Benedetto XVI contenute nel “Summorum Pontificum” con il quale viene data piena libertà a tutti i sacerdoti di rito romano di celebrare la messa tridentina. In realtà Francesco ha più volte spiegato di voler lasciare libertà, sia per chi vuole celebrare con l’antico, sia per chi vuole celebrare col nuovo rito, senza però che il rito diventi una bandiera ideologica.

 

Di seguito in ordine cronologico i fatti salienti di questa vicenda, dove si smentiscono anche le accuse al Papa:

Il 29 luglio 2013 Il vaticanista Sandro Magister ha infatti accusato il Papa di aver contraddetto Benedetto XVI sulla celebrazione della messa in rito antico (la Santa Sede risponderà, come si vedrà in seguito).

Il 30 luglio 2013 il portavoce dei Francescani dell’Immacolata, padre Alfonso Maria Bruno, il quale ha spiegato che dopo il Motu Proprio del 2007 di papa Ratzinger, i Francescani dell’Immacolata avevano deciso di adottare la “forma straordinaria” del rito romano, ovvero la messa tridentina, come loro rito predominante; per le loro suore, questo uso era stato addirittura esclusivo. Così facendo, però, si sono esposti alle “strumentalizzazioni” di alcuni gruppi tradizionalisti, alle quali era seguito un tentativo di agire da mediatori nelle trattative, poi fallite, tra il Vaticano e i lefebvriani della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Secondo padre Bruno, in un sondaggio condotto durante la visita apostolica la stragrande maggioranza dei membri dell’ordine si erano detti non d’accordo con la celebrazione esclusivamente della messa antica, “soprattutto nella pastorale delle parrocchie in Italia e nelle missioni”. In alcuni casi, infatti, il vecchio rito “non era stato ben accolto”. Malgrado il valore della messa tridentina, nota il portavoce dei Francescani dell’Immacolata, “se la gente non capisce, il messaggio non passa”. In una nota delle Suore Francescane dell’Immacolata si è in seguito precisato: «Parlare di scelta esclusiva del rito antico, come è stato fatto nell’articolo di Alessandro Speciale del 30 luglio 2013, è in contrasto sia con le dichiarazioni ufficiali dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata sia con la verità dei fatti».

Il 2 agosto 2013 padre Federico Lombardi, portavoce della Sala stampa della Santa Sede, ha spiegato che la nomina di un Commissario Apostolico per la Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata riguarda la vita e il governo della Congregazione nel suo insieme e non solo questioni liturgiche. Il fatto che Papa Francesco abbia disposto che i religiosi sacerdoti della stessa Congregazione siano tenuti a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario — a meno di esplicita autorizzazione delle competenti autorità per l’uso della forma straordinaria — non intende contraddire le disposizioni generali espresse da Benedetto XVI con il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, ma rispondere a problemi specifici e tensioni createsi in questa Congregazione a proposito del rito della celebrazione della Messa. Lo scopo che Benedetto XVI si era proposto – ha concluso padre Lombardi – era infatti di superare tensioni e non crearne.

Il 3 agosto 2013 i Francescani dell’Immacolata hanno precisato che il fondatore e superiore generale, padre Stefano Manelli, «non solo non ha mai imposto a tutte le Comunità F.I. l’uso – tanto meno l’uso esclusivo – del Vetus Ordo, ma non vuole nemmeno che ne diventi l’uso esclusivo, e lui stesso ne ha dato l’esempio celebrando ovunque secondo l’uno o l’altro Ordo. È bene sapere che prima, durante e dopo la Visita Apostolica (luglio 2012-luglio 2013), come pure attualmente, l’uso esclusivo o prioritario della maggior parte delle Comunità F.F.I. è il Novus Ordo (S. Messa e Breviario)».

Il 19 settembre 2013 sono stati pubblicati i risultati statistici del sondaggio-questionario sottoposto da mons. Vito Angelo Todisco, Visitatore Apostolico, a tutti i frati di voti perpetui dell’Istituto religioso. Esso si esprime attraverso la risposta a quattro domande a scelta multipla: in tutte e quattro le domande, le risposte maggiormente scelte dai frati dell’Immacolata sono l’evidenza di problemi e la necessità di risolverli attraverso il commissariamento dell’ordine (con percentuali fino all’85%). In particolare, alla domanda sullo “stile di governo del superiore generale”, il fondatore dell’Istituto, padre Stefano Manelli, il 61% ha risposto che “esistono problemi”, mentre il 74% che per risolverli è necessario o un Capitolo generale straordinario o il commissariamento. Nella seconda domanda, per quanto riguarda la decisione di padre Manelli di estendere a tutto l’Istituto l’uso della messa antica e del breviario antico, il 64% dei frati ha che esistono problemi e il 77% ha chiesto che vengano affrontato o da un Capitolo straordinario o attraverso il commissariamento. Per quanto riguarda le decisioni del fondatore padre Manelli circa la formazione dei giovani religiosi e dei candidati al sacerdozio, i frati hanno risposto per il 52% che esistono problemi e per il 73% serve o un Capitolo straordinario o il commissariamento. Infine, per quanto riguarda i rapporti del superiore generale con la congregazione delle suore Francescane dell’Immacolata, il 53% ha affermato che esistono problemi e per l’85% tali problemi sono risolvibili con un Capitolo straordinario o con il commissariamento. Il vaticanista Andrea Tornielli ha commentato: «Sono numeri significativi, che smentiscono clamorosamente tanti articoli e tante invettive apparse negli ultimi due mesi su blog e siti vicini al mondo tradizionalista: quei siti e quei blog che hanno cercato di ridurre la vicenda interna ai Francescani dell’Immacolata come l’iniziativa di un pugno di frati allergici alla messa antica e per questo trasformatisi in “traditori”». Il quale ha aggiunto: «Non si deve infine dimenticare che la messa antica nelle chiese officiate dai Francescani dell’Immacolata continua a essere autorizzata là dove vi siano gruppi stabili di fedeli che la seguono, come previsto dal motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI». Ha anche fatto notare che è stata filtrata una lettera del 29/05/13, la quale si è espressa contro il modo con cui sono state condotte la visita apostolica e il questionario ai frati dell’Immacolata. Tuttavia tale lettera è stata spedita solo tre mesi dopo che è avvenuto lo spoglio del questionario e quando la Santa Sede aveva già preso le sue decisioni.

Il 19 settembre 2013 il nuovo segretario generale padre Alfonso Bruno, chiamato dal commissario Volpi, ha spiegato: «Cinque confratelli che in passato avevano occupato ruoli di altissima responsabilità nell’Istituto, all’inizio del 2012 hanno cercato un dialogo con il Fondatore e il suo Consiglio per manifestare quelle che a loro avviso erano delle irregolarità, a partire dalle scelte liturgiche che non esaurivano tuttavia la loro lista di perplessità. Non ricevendo soddisfazione si sono rivolti ai dicasteri per la Vita Consacrata e per la Dottrina della Fede. Chi espone i fatti di sua conoscenza a un’autorità, che nel caso è la Chiesa con a capo il Papa, dimostra con ciò stesso di riconoscerla come tale, il che esclude ogni atteggiamento di “ribellione” al potere costituito. La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata ha ravvisato gli estremi per una visita apostolica che si è attivata nella seconda metà dello stesso anno. A ogni frate di voti perpetui, così come concordato col Consiglio Generale allora in carica, è stato fornito un questionario tutelato dal segreto di coscienza. Le domande sono state lette dal Visitatore apostolico all’allora Procuratore generale, padre Alessandro Apollonio. Oltre alla sua tacita approvazione, è stato lo stesso confratello padre Apollonio che suggerì al Visitatore l’inserimento di quattro domande a scelta multipla sulle eventuali risoluzioni che i frati prospettavano; l’ultima di essere era proprio il commissariamento. Il questionario è stato promulgato e distribuito senza nessuna contestazione o riserva. Il provvedimento di commissariamento è dovuto scattare in seguito ai risultati del questionario stesso. Solo a partire da quel momento la sua formulazione è stata oggetto di contestazione e critiche». Rispetto alla volontà di Francesco di restringere la messa antica, ha risposto: «Immagino solo che la preoccupazione del Pastore supremo sia stata quella di creare un clima di comunione con un ritorno al momento del “pre-divisione” e cioè a quella unità e armonia fraterna che regnava nella nostra famiglia religiosa fino al 2008 e che trovava nella preghiera liturgica momento d’incontro e non di scontro».

Il 6 dicembre 2013 padre Fidenzio Volpi, commissario dell’ordine di Frati Francescani dell’Immacolata ha replicato ad una lettera pubblicata in precedenza e scritta da un anonimo laico vicino ai Francescani dell’Immacolata, nella quale si criticava padre Volpi per aver «trasferito e allontanato, in fretta e furia, i frati fedeli al carisma dei Padri Fondatori e dopo aver promosso tutti quei frati che appoggiano la “nuova” linea nei vari conventi dei F.I. sparsi per il mondo […]. Dopo aver esiliato Padre Stefano, sempre obbediente, e averlo privato della possibilità di ricever visite finanche dagli stessi parenti di sangue, sotto pena di peccato grave e dopo avergli proibito di ricevere telefonate ed impedito ogni contatto diretto con il mondo » . Nella lettera dell’anonimo compaiono espressioni come «guerra senza limiti» e «purghe stalianiane». Padre Volpi ha replicato spiegando che «pur essendomi sforzato di agire con spirito fraterno, ricercando la più ampia collaborazione dei religiosi e senza mai ricorrere ad alcun provvedimento disciplinare, il decreto approvato ed emanato dalla più alta Autorità della Chiesa viene ancora dipinto come un’usurpazione, con la conseguente instaurazione di un regime arbitrario. Accanto ad aspetti positivi ed incoraggianti sono emerse nell’Istituto non poche difficoltà inerenti la coesione interna, le attività apostoliche, la formazione iniziale e permanente dei frati, lo stile di governo e l’amministrazione dei beni temporali. Il fondatore ed ex Ministro Generale, Padre Stefano Maria Manelli, che già nel gennaio del 2012 si era sottratto al dialogo costruttivo con i religiosi che lamentavano una deriva cripto-lefebvriana e sicuramente tradizionalista, al mio recente invito di chiarimento del 16 novembre scorso, in cerca di una ricomposizione, come anche al fine di chiedere conto, di tutte le opere e di tutti i beni mobili ed immobili dell’Istituto affidati a suoi familiari e figli spirituali durante il commissariamento, rispondeva con un certificato medico emanato da una clinica privata in cui è tuttora ricoverato su sua richiesta». Inoltre, per quanto riguarda «i frati trasferiti, ricordo che l’itineranza è una caratteristica della tradizione francescana che non conosce la stabilitas loci monastica. Ogni cambio di governo, in tutte le istituzioni civili ed ecclesiastiche, comporta parallelamente una revisione delle funzioni con i relativi trasferimenti. Per quanto mi riguarda, si è sempre trattato di provvedimenti amministrativi e non disciplinari. Dispiace se alcuni religiosi o laici ad essi legati non siano rimasti contenti, superando in resistenze quanto accade per i militari e gli impiegati dello Stato […]. Se ho disposto di una mera sospensione delle attività dei laici legati all’Istituto, è per evitare che ogni riunione, come di fatto già accaduto, si trasformi in occasione di dileggio pubblico contro il Papa, contro di me e contro altri frati. […]. L’agitazione sui blog e nei Cenacoli MIM palesa e conferma nuovi e più profondi problemi, che confermano la bontà del provvedimento di Commissariamento in corso. Se è vero che i Frati Francescani dell’Immacolata hanno realizzato e continuano a realizzare tante cose buone e belle per la gloria di Dio, è altrettanto vero che alcuni di essi, un tempo al governo o assegnati in posti di responsabilità, “hanno fatto qualcosa” di meno buono e di meno bello…».

L’8 dicembre 2013 il commissario padre Fidenzio Volpi ha scritto ai Francescani dell’Immacolata spiegando che il senso del commissariamento è per «aiutare le famiglie religiose, quando in queste si evidenziano difficoltà interne tali da non poter essere superate senza un aiuto diretto della suprema autorità della Chiesa; e ciò per salvaguardare l’unità della stessa famiglia religiosa e l’autenticità del suo carisma che, riconosciuto dalla Chiesa, da questa viene anche precisato nel caso di interpretazioni diverse. Ogni carisma, infatti, è dato per il bene di tutto il Corpo Mistico di Cristo (cfr. LG 7 ) e non solo per l’utilità di coloro che lo professano». Dopo essersi scusato se «pur senza volerlo, avessi con i miei modi urtato la sensibilità di qualcuno», ha quindi riconosciuto: «Con amaro sbigottimento ho preso atto di disobbedienze e intralci alla mia azione, di atteggiamenti di sospetto e di critica verso la Chiesa che è nostra madre, fino alla calunnia di attribuirle la “distruzione del carisma” (sic), attraverso la mia persona. Altra constatazione è la mancanza in tanti di una libertà e responsabilità di pensiero e di azione.  Si vive di paure e di “terrore reverenziale” verso le Autorità deposte». Parla anche «di uno stile di governo, di formazione incipiente e permanente,  di economia ed amministrazione non conformi in tutto alle direttive e alla dottrina della Chiesa». Viene criticato il coinvolgimento di siti web , così come l’attacco «con accenti anche offensivi i primi cinque religiosi che all’inizio hanno fatto ricorso alla Santa Sede». Appare un chiaro allontanamento della regola, sopratutto coloro che si sentono «irremovibili nei loro incarichi». «Mi sono chiesto del perché di questo spasmodico interessamento alla vicenda e ho concluso che l’Istituto era diventato il campo di battaglia per una lotta tra correnti curiali e soprattutto opposizioni al nuovo pontificato di Papa Francesco». Padre Volpi rivela inoltre il «trasferimento delle disponibilità dei beni mobili e immobili dell’Istituto. Tali operazioni gravemente illecite sotto il profilo morale e canonico, con risvolti anche in ambito civile e penale, sono state fatte dopo la nomina del Commissario Apostolico, manifestando così la volontà di sottrarre tali fondi al controllo della Santa Sede e di privare l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata dei necessari mezzi per il mantenimento dei religiosi e, soprattutto, per le opere di apostolato, e in particolare delle missioni». Si parla anche di una raccolta firme falsata, «estorta con l’inganno». Se molti religiosi hanno mostrato una fede pura, «molti altri frati identificano l’Istituto con la persona stessa del Fondatore, che è circondato da una specie di aureola di infallibilità, e vedono nell’intervento della Chiesa una specie di abuso di ciò che, a loro parere,sarebbe intoccabile e quasi proprietà privata dello stesso Fondatore. Tutto questo rivela gravi errori in campo ecclesiologico circa principi fondamentali della vita religiosa, e rivela una grande povertà spirituale e  una dipendenza psicologica incompatibile con quella “libertà dei figli di Dio” che si presuppone in chi si impegna in una donazione totale al Signore per mezzo della consacrazione religiosa» Vengono chiamate in causa anche le Suore francescane: «Alla formazione di questa mentalità “distorta” hanno contribuito non poco alcune esponenti di spicco delle Suore Francescane dell’Immacolata, le quali hanno influenzato fortemente anche lo stile di vita del ramo maschile». In seguito a questi fatti vengono presi dei provvedimenti seri: gli studenti trasferiti in altre sedi, i candidati in formazione dovranno accettare formalmente il “Novus ordo” «quale espressione autentica della tradizione liturgica della Chiesa e dunque della tradizione francescana (fermo restando quanto permesso dal Motu Proprio Summorum pontificum, una volta revocata l’attuale disposizione disciplinare di veto, ad hoc e ad tempus, per l’Istituto) e dei documenti del Concilio Vaticano II, secondo l’autorità riconosciuta loro dal Magistero» ecc.

Il 20 novembre 2013 il cardinale Castrillón Hoyos, presidente emerito della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”, ha spiegato che il provvedimento è nato da questioni interne all’ordine e non da contrarietà al rito antico , aggiungendo che dette disposizioni dovrebbero essere transitorie. Ha anche aggiunto che all’udienza avuta con papa Francesco subito dopo la celebrazione della messa tridentina in S. Pietro all’altare della Cattedra il 26 ottobre per il Pellegrinaggio Summorum Pontificum, il Santo Padre gli ha significato non esservi alcun problema con il rito romano antico né da parte sua alcuna contrarietà.

Il 10 giugno 2014 Francesco ha incontrato a Santa Marta un gruppo di Frati Francescani dell’Immacolata che gli hanno posto domande sui temi più spinosi riguardanti la vita interna dell’istituto. Papa Bergoglio si è mostrato informatissimo su tutto, sta seguendo la vicenda da vicino, e ha più volte dimostrato il suo apprezzamento per padre Volpi, smentendo così che le azioni di governo del commissario e dei suoi collaboratori vengano prese a sua insaputa. Sul “motu proprio” Francesco ha detto di non volersi distaccare dalla linea di Benedetto XVI, e ha ribadito che anche ai Frati Francescani dell’Immacolata rimane la libertà di celebrare la messa antica, anche se per il momento, viste le polemiche sull’uso esclusivo di quel messale – elemento che non faceva parte del carisma di fondazione dell’Istituto – è necessario «un discernimento» con il superiore e con il vescovo se si tratta di celebrazioni in chiese parrocchiali, santuari e case di formazione. Il Papa ha spiegato che ci deve essere libertà, sia per chi vuole celebrare con l’antico, sia per chi vuole celebrare col nuovo rito, senza che il rito diventi una bandiera ideologica. Francesco ha quindi risposto all’obiezione secondo la quale il Vaticano II sarebbe soltanto un Concilio pastorale che ha provocato danni alla Chiesa. Il Papa ha detto che pur essendo stato pastorale, contiene elementi dottrinali ed è un concilio cattolico, ribadendo la linea dell’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa presentata da Benedetto XVI nel discorso alla Curia romana del dicembre 2005. Francesco ha anche detto di aver voluto lui la chiusura dell’istituto teologico interno ai Francescani dell’Immacolata (STIM), facendo sì che i seminaristi studino nelle pontificie facoltà teologiche romane. Ha poi precisato che l’ortodossia viene garantita dalla Chiesa attraverso il successore di Pietro.

Nel dicembre 2014 uno dei protagonisti della decisione del commissariamento dei Francescani, mons. Rodriguez Carballo, è stato coinvolto nella vicenda della bancarotta dell’altra storica famiglia religiosa del francescanesimo, i Frati Minori, messi sotto inchiesta dalla Procura svizzera. Molti, come il sito web ”Corrispondenza Romana”, hanno fatto notare la presunta ipocrisia di mons. Carballo il quale è stato co-firmatario del Decreto di commissariamento dei Francescani anche a causa di non chiarite cattive vicende di auto-governo, comprese di gestione finanziaria. In realtà, il fatto che mons. Carballo sia sotto indagine per un’inadeguata gestione finanziaria non inficia il fatto che anche i Francescani possano aver mal gestito le finanze ed, inoltre, non si può certo ridurre la decisione di Commissariamento alla non adeguata gestione economica dell’ordine. Porre l’attenzione sui responsabili del commissariamento significa intraprendere una disputa ideologica, dimenticando che la decisione del commissariamento è arrivata direttamente da Papa Francesco.

Il 20 dicembre 2014 le Suore Francescane dell’Immacolata hanno precisato che non sono mai state commissariate dalla Santa Sede, anche perché non si è ancora conclusa la Visita Apostolica, iniziata il 19 maggio 2014. Hanno risposto alle accuse mediatiche di usare esclusivamente l’uso antico della liturgia e di non riconoscere il Pontefice, spiegando che la loro vita «è interamente spesa e offerta per sostenere la Madre Chiesa e il suo Supremo Pastore».

Il 26 marzo 2015 è scattato un maxi-sequestro preventivo da 30 milioni nella titolarità delle Associazioni “Missione dell’Immacolata” e “Missione del Cuore Immacolato”, riconducibili all’Istituto Religioso dei Frati francescani dell’Immacolata con sede a Frigento. Contestati, dunque i reati di truffa aggravata e falso ideologico.

Il 06 maggio 2015 è uscito un comunicato stampa da parte dei Francescani dell’Immacolata contro blog e siti web tradizionalisti -in particolare hanno linkato il blog Chiesa e post concilio– che hanno annunciato la morte di Padre Fidenzio Volpi. E’ una notizia falsa: «La nostra famiglia religiosa prega per la conversione di quanti da tempo, speculando e strumentalizzando il commissariamento, si stanno distinguendo per una campagna di sempre più spregiudicate calunnie e diffamazioni che colpiscono in definitiva la stessa Chiesa Cattolica. Padre Volpi che ancora oggi saluta e tranquillizza tutti con affetto era stato semplicemente colto da un malore il 29 aprile scorso con la necessità di un ricovero ospedaliero». Ad annunciare la morte di padre Volpi anche il sito web Papale papale attraverso Antonio Margheriti Mastino: l’articolo espone toni quasi soddisfatti e ironici di fronte alla (falsa) notizia, nei commenti sono rilevabili insulti al commissario vaticano.

Il 07 giugno 2015 è deceduto padre Fidenzio Volpi, commissario dei Francescani dell’Immacolata nominato dalla Santa Sede, a causa di una emorragia cerebrale. Al suo posto sono subentrati il salesiano don Sabino Ardito, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda e il cappuccino padre Carlo Calloni.

Il 16 giugno 2015 su ”Il Mattino” vengono pubblicati i contenuti di un nuovo e corposo dossier inviato alla Procura della Repubblica di Avellino: suore costrette a sottoscrivere col sangue voti di obbedienza ai fondatori; consorelle costrette a subire molestie e a consumare solo cibi scaduti, nonostante i lauti proventi dei benefattori; vocazioni forzate e confessioni sacramentali utilizzate come mezzo di ricatto. Si parla inoltre di presunti abusi, atti di libidine e prevaricazioni attuate dal fondatore Padre Stefano Maria Manelli, fanatismo, culto idolatrico verso il fondatore della Comunità e dei suoi presunti atteggiamenti autoritari, possessivi e narcisisti, volti al controllo assoluto e incondizionato di frati e suore. Si tratta di numerose testimonianze, depositate presso la Santa Sede già a partire dal 1998. La notizia è seguita da un comunicato della Superiora delle FI alle sue Suore nel quale vengono respinte tutte le accuse, si ipotizza una manovra di strumentalizzazione diffamatoria e si annuncia un ricorso legale verso i responsabili.

Il 01 luglio 2015 il Tribunale del Riesame di Avellino ha dissequestrato i beni di proprietà delle associazioni di laici vicine al fondatore dell’ Ordine dei Francescani dell’ Immacolata, Padre Stefano Manelli per un valore di circa 30 milioni.

Il 10 luglio 2015 un articolo su La Croce spiega che il Commissariamento è arrivato dopo la denuncia di cinque frati, i quali hanno rilevato 1) una “svolta tradizionalista” della congregazione, tanto nel seminario quanto nell’apostolato, e la vicinanza a esponenti del dissenso tradizionalista contestatori del Concilio Vaticano II; 2) l’implementazione autoritaria del Summorum Pontificum; 3) lo stile arbitrario nel governo dell’Istituto e la mancanza di meccanismi per affrontare il problema; 4) le ricadute di questi problemi sulla formazione interna dei religiosi; 5) l’influenza esercitata dall’ex-madre generale delle Suore Francescane dell’Immacolata sul Fondatore, nonché la sempre più marcata radicalizzazione delle suore. Va anche detto che molti attribuiscono la fecondità delle vocazioni dei FFI a un proselitismo piuttosto superficiale in materia di discernimento vocazionale (almeno rispetto alla prassi di altri ordini religiosi). E non si può tralasciare, tra le cause della crisi dell’Istituto, la vera e propria guerra intestina scatenatasi al suo interno già all’indomani del commissariamento. Ha dato impulso alla radicalizzazione del conflitto la mediatizzazione in chiave polemica della vicenda, alla quale hanno dato un massiccio contributo i circoli tradizionalisti vicini all’Istituto dei FFI (schierati dalla parte delle autorità decadute col commissariamento). Questa ingerenza mediatica ha esasperato gli animi alimentando un clima di veleni e asprezze. Da questa temperie si è così originata una autentica «guerra civile» tra fazioni «pro» e «contro» il commissariamento; una faida che sembra avere eletto il web (siti e blog) e i social network come terreno di scontro. L’ipotesi che una delle ragioni del commissariamento sia stata il favore con cui padre Manelli avrebbe guardato alla “messa antica” sembra essere stata fugata proprio dal Papa. Nel suo incontro coi giovani seminaristi e i formatori dei Frati Francescani dell’Immacolata (10 giugno 2014) papa Francesco ha motivato la sua decisione di demandare al commissario apostolico la facoltà di concedere il permesso di celebrare secondo il rito antico. Il provvedimento si è reso necessario, ha detto il Pontefice, affinché nessuno credesse che fosse «obbligatorio fare (il Vetus Ordo)», in modo da «ripristinare la libertà».

Il 28 ottobre 2015 sono state commissionate anche le Suore Francescane dell’Immacolata, la cui casa madre è a Frigento. Il motivo è per diverse perplessità relative alla conduzione della vita interna delle Suore. Alla Superiora generale, braccio destro del fondatore Padre Maria Stefano Manelli, subentreranno Suor Noris Calzavara delle Suore del Rosario coadiuvata, per quanto riguarda gli aspetti specifici della formazione e delle finanze, da Suor Paola Teresita Filippi delle Figlie della Misericordia e Suor Viviana Ballarin delle Suore Domenicane.

Il 04 novembre 2015 dalle indagini dei pm della procura di Avellino è emersa la testimonianza di una ex suora (per 12 anni) della Francescane dell’Immacolata che, insieme ad altre consorelle, sostiene di aver dovuto sottoscrivere un rito di devozione e fedeltà a padre Stefano Manelli tramite una dichiarazione scritta con il sangue. In un’intervista per il Corriere della Sera ha affermato: «Ho già testimoniato in Vaticano e sono disposta a far esaminare la lettera scritta col sangue e poi controfirmata da padre Stefano Manelli, dai periti della procura. Lo faccio perché ho il dovere di far emergere cosa accadeva in quei conventi lager, dove ci sono ancora nostre sorelle che soffrono». Un’altra ex suora mostra invece una foto di un marchio a fuoco sulla sua pelle. Raccontano di obbligo a mangiare cibi scaduti e le ceneri una volta a settimana, di praticare forme di auto-violenza e auto-lesionismo, compreso un giro di prostituzione. Dichiarazioni su indaga la procura di Avellino. Sono calunnie secondo padre Manelli, assistito dall’avvocato Enrico Tuccillo, che ha sporto denuncia contro queste suore. Le accuse contro Manelli sono contenute in un dossier che raccoglie tantissime testimonianze di religiosi dell’Istituto e parenti di suore e frati, un dossier raccolto dal commissario apostolico del Vaticano, padre Fidenzio Volpi, nominato nel 2013 dopo la sospensione di Manelli, e deceduto lo scorso giugno, consegnato, insieme ad un esposto, all’autorità giudiziaria. Queste testimonianze erano già note da mesi, nel luglio scorso una mamma di una suora francescana dell’Immacolata ha smentito queste accuse, sostenendo che la figlia non ha mai ricevuto alcun danno dal rapporto con padre Manelli, ma soltanto giovamento. Attualmente alla procura di Avellino pendono comunque due procedimenti: uno riguarda i presunti abusi subiti dai religiosi e descritti dai testimoni nel dossier (affidato dal procuratore Rosario Cantelmo alla pm Adriana Del Bene) e un altro relativo alla gestione dell’Istituto religioso che ha portato al sequestro di beni per 30 milioni di euro. Un sequestro annullato dal tribunale del Riesame su cui però pende un ricorso in Cassazione.

Il 05 novembre 2015 è emersa la testimonianza di una  mamma di due suore, visibilmente disperata, che conferma le confessioni delle due ex religiose appartenenti all’ordine fondato da p. Stefano Manelli. Allo stesso tempo è venuto alla luce un decreto voluto da Papa Francesco con il quale dispensa i frati e le suore francescane dell’Immacolata da qualsiasi voto o promessa fatti a padre Stefano Maria Manelli o ad altre cariche dell’ordine religioso. Si legge: «In seguito a segnalazioni attendibili relative ad un voto privato o promessa emesso da alcuni religiosi e religiose di speciale obbedienza alla parola del fondatore, oltre il comune voto canonico di obbedienza ai superiori, questo Dicastero si è premurato di portare il problema a conoscenza del Santo Padre dal quale ha ricevuto il mandato ed ogni necessaria facoltà speciale di provvedere al riguardo. Pertanto, la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, compiendo tale mandato per il bene delle anime, dispensa tutti i membri religiosi dei frati francescani dell’Immacolata e delle suore francescane dell’Immacolata ed eventuali associati di questi istituti, dal voto privato (o promessa) di speciale obbedienza alla persona del fondatore. In conseguenza stabilisce che tale voto o promessa non possa più essere emesso in futuro né sotto la forma finora praticata, né sotto qualsiasi altra forma. Inoltre perde ogni valore, qualora esistesse, ogni documento nel quale in qualsiasi modo si faccia riferimento al voto o promessa qui in oggetto».

Il 19 novembre 2015 una mamma abruzzese di uno dei Frati dell’Immacolata ha raccontato a “Il Mattino” quanto accaduto a cavallo tra il 2002 e il 2003 a suo figlio: «Uscì dal convento di Frigento tutto pelle e ossa, con gli occhi cerchiati, deperito, lontano da me nel cuore e nell’anima. Sono riuscito a tirarlo fuori da lì con una tenacia infinita, solo dopo aver minacciato padre Stefano Manelli di chiamare i carabinieri e di denunciarlo per sequestro di persona, visto che per mesi mi hanno negato di sentirlo. Solo dopo mesi dalla sua uscita dal convento, mio figlio, che ora non vuole più parlare di questa storia, si è aperto con me, raccontandomi di sevizie e flagellazioni obbligatorie. Mangiava solo cibo avariato, pane ammuffito, acqua e qualche brodaglia. Da allora ha sempre avuto problemi ai reni. Persino il panettone gli davano ammuffito e se provavano a sputarlo lo dovevano ringoiare». La testimonianza si aggiunge a quelle decine di voci di ex religiose e genitori di suore raccolte nel dossier depositato dall’avvocato Giuseppe Sarno presso la Procura di Avellino e prima ancora consegnato al commissario apostolico dei Francescani dell’Immacolata, padre Fidenzio Volpi.

Il 16 gennaio 2016 una donna ha rivelato che suo figlio, Frà Piero, sarebbe stato costretto a entrare nell’ordine da padre Manelli, una volta entrato sarebbe stato costretto a ore di preghiera, mangiare cibi scaduti, telefonate controllate. Anche alcune suore hanno rivelato penitenze corporali e costrizione a mangiare cibi scaduti.

 
 

————- ————–

29. VESCOVI E CARDINALI CONSERVATORI SI OPPORREBBERO A FRANCESCO

Secondo il progetto mediatico l’ordine, come già detto, è dipingere un Papa progressista che viene ostacolato dalla Chiesa conservatrice e anacronistica, incapace di apertura e modernizzazione. Oltre alle presunte “aperture” di Francesco i vaticanisti fanno a gare per ricordare la fatica di Francesco a far passare il suo messaggio ai pigri vescovi e cardinali.

Ad esempio il teologo Hans Küng ha sostenuto che Francesco non cambia la dottrina cattolica perché evidentemente «subisce le pressioni della congregazione della dottrina della fede e del suo prefetto, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller». Così ritorna l’equazione: «il Papa vorrebbe andare avanti – il “prefetto della fede” frena».

Al di là del fatto che non è possibile che tutti siano d’accordo con tutte le parole del Papa, questo è accaduto con tutti i pontificati. Benedetto XVI non era molto amato dai vescovi e cardinali tedeschi, molto progressisti e anche Giovanni Paolo II aveva i suoi problemi a far accettare la linea di governo. Non ci sarebbe nulla di strano, anzi più volte Francesco ha ringraziato per la franchezza con cui gli vengono esposte obiezioni, tuttavia vorremmo far notare che non c’è nessun “freno” attivo al pontificato di Francesco da parte di nessuno. Così come non esiste una Curia piena di vipere e incompetenti, pigri e spendaccioni monsignori.

 

Di seguito in ordine cronologico vari esempi dell’inesistenza della frangia di dissidenti conservatori inventata dal mondo mediatico:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato riguardo alla Curia: «Rispetto ai santi, questo è vero, ce ne sono, santi: cardinali, preti, vescovi, suore, laici; gente che prega, gente che lavora tanto, e anche che va dai poveri, di nascosto. Io so di alcuni che si preoccupano di dare da mangiare ai poveri o poi, nel tempo libero, vanno a fare ministero in una chiesa o in un’altra… Sono preti. Ci sono santi in Curia. E anche c’è qualcuno che non è tanto santo, e questi sono quelli che fanno più rumore. Voi sapete che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. E questo a me fa dolore quando ci sono queste cose. Ma ci sono alcuni che danno scandalo, alcuni. Una cosa – questo non l’ho mai detto, ma me ne sono accorto – credo che la Curia sia un poco calata dal livello che aveva un tempo, di quei vecchi curiali… il profilo del vecchio curiale, fedele, che faceva il suo lavoro. Se trovo resistenza? Mah! Se c’è resistenza, ancora io non l’ho vista. E’ vero che non ho fatto tante cose, ma si può parlare che sì, io ho trovato aiuto, e anche ho trovato gente leale. Per esempio, a me piace quando una persona mi dice: “Io non sono d’accordo”, e questo l’ho trovato. “Ma questo non lo vedo, non sono d’accordo: io lo dico, Lei faccia”. Questo è un vero collaboratore. E questo l’ho trovato, in Curia. E questo è buono. Ma quando ci sono quelli che dicono: “Ah, che bello, che bello, che bello”, e poi dicono il contrario dall’altra parte… Ancora non me ne sono accorto. Forse sì, ci sono alcuni, ma non me ne sono accorto. La resistenza: in quattro mesi non si può trovare tanto […]. Le persone, le persone, le persone buone che ho trovato. Ho trovato tante persone buone in Vaticano. Tante persone buone, tante persone buone, ma buone buone buone!».

Il 22 dicembre 2013 il card. Gerhard Ludwig Müller, fedelissimo di Ratzinger e suo successore alla Congregazione per la Dottrina della fede ha affermato: «la rinuncia di Benedetto XVI è stata sorprendente, un caso assolutamente nuovo: ha detto che gli mancavano le forze per adempiere a questo grande compito, tanto più gravoso nel tempo della globalizzazione delle informazioni. Ha deciso perché si potesse eleggere il nuovo Papa, e adesso Francesco è “il” Papa. Ratzinger è come un Padre della Chiesa e il suo pensiero resterà, Francesco lo richiama spesso anche per sottolineare la continuità teologica. Ma il Papa può essere solo una persona, non un collettivo. Non ce ne sono due. È il fondamento e principio permanente dell’unità della Chiesa. Eletto dai cardinali ma istituito dallo Spirito Santo».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha affermato al “Corriere della Sera” che durante il Concistorio «il cardinale Kasper ha fatto una bellissima e profonda presentazione, che sarà presto pubblicata in tedesco, e ha affrontato cinque punti, il quinto era quello dei secondi matrimoni. Mi sarei preoccupato se nel Concistoro non vi fosse stata una discussione intensa, non sarebbe servito a nulla. I cardinali sapevano che potevano dire quello che volevano, e hanno presentato molti punti di vista distinti, che arricchiscono. I confronti fraterni e aperti fanno crescere il pensiero teologico e pastorale. Di questo non ho timore, anzi lo cerco».

Il 18 ottobre 2014 nel discorso per la conclusione dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha affermato a proposito dei diversi punti di vista che si sono verificati: «Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace […]. Tanti commentatori, o gente che parla, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori».

Il 13 novembre 2014 il vaticanista Sandro Magister ha parlato di presunti cardinali in difficoltà nei confronti di Francesco. Tra di essi ci sarebbe quello di Bologna, Angelo Cafarra. Peccato che proprio un mese prima il ratzingeriano card. Cafarra, rispondendo a chi lo accusava di essere contro a Francesco, abbia risposto: «Scusatemi la battuta: avrei avuto più piacere che si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha un’amante piuttosto che si dicesse che ha un pensiero contrario a quello del Papa. Perché se un vescovo ha un pensiero contrario a quello del Papa se ne deve andare, ma proprio se ne deve andare dalla diocesi. Perché condurrebbe i fedeli su una strada che non è più quella di Gesù Cristo. Quindi perderebbe se stesso eternamente e rischierebbe la perdita eterna dei fedeli». Essere considerato contro il Pontefice argentino «è una cosa che mi ha profondamente amareggiato, perché è calunniosa. Io sono nato papista sono vissuto da papista e voglio morire da papista!».

Il 22 dicembre 2014 il vaticanista del “Corriere della Sera”, Gian Guido Vecchi, ha scritto un articolo entusiasta per le «quindici “malattie” della Curia» che Papa Francesco ha elencato durante il discorso per gli auguri di Natale alla Curia romana. Sorprendentemente il giornalista non ha citato il finale, dove Francesco ricorda che «tali malattie e tali tentazioni sono naturalmente un pericolo per ogni cristiano e per ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia, movimento ecclesiale, e possono colpire sia a livello individuale sia comunitario […]. Una volta ho letto che i sacerdoti sono come gli aerei: fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano. Molti criticano e pochi pregano per loro». Il quotidiano “Avvenire”, al contrario, non ha disinformato e non ha censurato la parte finale, oltretutto citando le parole in cui il Papa premette: «Desidero insieme a voi elevare al Signore un vivo e sentito ringraziamento per l’anno che ci sta lasciando», per «tutto il bene che Egli ha voluto generosamente compiere attraverso il servizio della Santa Sede».

Il 7 dicembre 2014, nell’intervista per “La Nacion”, il Pontefice ha spiegato di ritenere «le resistenze come punti di vista diversi, non come una cosa sporca. Hanno a che vedere con le decisioni che prendo, questo sì. È chiaro che ci sono decisioni che toccano alcuni aspetti economici, altre più pastorali… Non sono preoccupato, mi sembra tutto normale, sarebbe anormale che non ci fossero punti di vista divergenti. Sarebbe anormale che non emergesse nulla».

Il 22 dicembre 2014 il vaticanista di “Europa”, Aldo Maria Valli ha citato le solite fonti anonime interne al Vaticano che confiderebbero i segreti ai giornalisti: «Le resistenze però non mancano. Pochi giorni fa un cardinale ci confidava che all’interno di dicasteri e consigli molti responsabili non vogliono perdere il potere di cui godono né vedere le proprie competenze aggregate a quelle di altri. La difesa del proprio “orto” è a volte strenua e per il papa la battaglia è dura, così come lo è quella per la trasparenza economica e finanziaria di tutti gli uffici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano». Alle fonti anonime, si sa, si può far dire qualunque cosa, anche che il vaticanista Valli non ha alcuna fonte.

Il 6 gennaio 2015 il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Politi, ha insistito sulla tesi di Papa Francesco sarebbe ostacolato dalla gerarchia cattolica tradizionalista. Lo ha fatto citando, anche lui, le sue solite fonti anonime che farebbero dire a Bergoglio frasi come “a me non mi cambiano!”. Compare la solita mitologia del Papa che si serve da solo alla mensa (mentre Francesco aveva chiesto di interrompere questa forma di baciapilismo clericale, perché risultava offensiva).

Il 15 gennaio 2015 durante la conferenza stampa nel viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha spiegato il suo modo di lavorare e di scrivere le encicliche: «la prima bozza l’ha fatta il cardinale Turkson con la sua équipe. Poi io con l’aiuto di alcuni ho preso questa e ci ho lavorato. Poi con alcuni teologi ho fatto una terza bozza e ho inviato una copia alla Congregazione per la Dottrina della Fede, alla Seconda Sezione della Segreteria di Stato e al Teologo della Casa Pontificia, perché studiassero bene che io non dicessi “stupidaggini”. Tre settimane fa ho ricevuto le risposte, alcune grosse così, ma tutte costruttive. E adesso mi prenderò una settimana di marzo, intera, per finirla».

Il 4 febbraio 2015 il ratzingeriano cardinale e arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha affermato: «Il coraggio che il Papa dimostra è, invece, quello di dire che l’economia ci riguarda, mi riguarda, tanto che l’intervista rappresenta la silhouette intera del Pontefice e di un papato che tocca tutti gli argomenti con un umanesimo realista, partendo dalla radici dell’uomo, dalle relazioni di base, denunciando la dimenticanza del principio della destinazione universale dei beni che spesso anche i cattolici hanno smarrito […]. Non a caso la provvidenza sceglie l’uomo che guida la Chiesa».

Il 7 febbraio 2015 il ratzingeriano card. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, in un articolo sull’“Osservatore Romano” ha sottolineato la continuità tra i due Papi: «Benedetto XVI ha parlato della necessità di una Ent-Weltlichung della Chiesa, cioè di una sua liberazione da forme di mondanità. Papa Francesco ha decisamente continuato questo pensiero parlando della Chiesa povera e per i poveri», ricordando che «solo nella fede riusciamo a capire che il Papa e i vescovi godono di una potestà sacramentale e mediatrice della salvezza che ci collega con Dio». E ancora: «La Chiesa è il corpo di Cristo, è guidata e rappresentata dal collegio dei vescovi cum et sub Petro. Il Papa, rendendo visibile l’unità e l’indivisibilità dell’episcopato e della Chiesa intera, presiede nel contempo alla Chiesa locale di Roma». Ha quindi concluso: «Papa Francesco sta perseguendo una spirituale purificazione del tempio, nello stesso tempo dolorosa e liberatrice, allo scopo di far risplendere nella Chiesa la gloria di Dio, luce di tutti gli uomini. Ricordando allora, come i discepoli del Signore, la parola della Scrittura “lo zelo per la tua casa mi divora” (Giovanni, 2, 17), comprenderemo l’obiettivo della riforma della Curia e della Chiesa». Ricordiamo che Antonio Socci ha definito il card. Müller il «difensore della retta dottrina cattolica e del popolo di Dio».

Il 22 febbraio 2015 il responsabile di “Comunione e Liberazione”, don Julian Carron, ha affermato: «Noi con Papa Francesco sentiamo una sintonia totale per la sua insistenza sull’essenziale, sul guardare Cristo, insieme al desiderio della missione di andar fuori, perche’ noi dall’inizio delle nostra storia siamo stati sempre negli ambienti, nelle periferie, nelle universita’ piuttosto che nel mondo del lavoro, nelle borgate della citta’, rispondendo ai bisogni. Sentiamo da tutti i punti di vista una grandissima sintonia con Papa Francesco».

Il 4 marzo 2015 il cardinale guineano Robert Sarah, nominato recentemente proprio da Papa Francesco nuovo prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha criticato coloro che si oppongono a Francesco: «cosa pensare di un figlio o di una figlia che critica pubblicamente il padre o la madre? Come potrebbe la gente rispettare quella persona? Il Papa è nostro padre. Gli dobbiamo rispetto, affetto e fiducia (anche se le critiche non sembrano dargli fastidio). Per via di certi scritti o di certe dichiarazioni, alcuni potrebbero avere l’impressione che egli potrebbe non rispettare la dottrina. Personalmente, ho piena fiducia in lui ed esorto ogni cristiano a fare lo stesso». Ricordiamo che quando è stato nominato il card. Sarah il vaticanista Matteo Matzuzzi ha commentato: «il mondo tradizionalista può tirare un sospiro di sollievo, ricordando come Sarah sia uno dei porporati che più sostengono l’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum»».

Il 04 ottobre 2015 il card. Camillo Ruini, considerato dai media il leader degli ecclesiastici conservatori e ratzingeriani in Curia, ha risposto in un’intervista chiarendo il famoso “chi sono io per giudicare un omosessuale?”: «Questa è forse la parola più equivocata di papa Francesco. Si tratta di un precetto evangelico — non giudicare se non vuoi essere giudicato — che dobbiamo applicare a tutti, omosessuali evidentemente compresi, e che ci chiede di avere rispetto e amore per tutti. Ma papa Francesco si è espresso più volte chiaramente e negativamente sul matrimonio tra persone dello stesso sesso». Ha aggiunto: «Non ho difficoltà a riconoscere che tra papa Francesco e i suoi predecessori più vicini ci sono differenze, anche notevoli. Io ho collaborato per vent’anni con Giovanni Paolo II, poi più brevemente con papa Benedetto: è naturale che condivida la loro sensibilità. Ma vorrei aggiungere alcune cose. Gli elementi di continuità sono molto più grandi e importanti delle differenze. E fin da quando ero uno studente liceale ho imparato a vedere nel Papa prima la missione di successore di Pietro, e solo dopo la singola persona; e ad aderire con il cuore, oltre che con le parole e le azioni, al Papa così inteso. Quando Giovanni XXIII è succeduto a Pio XII, i cambiamenti non sono stati meno grandi; ma già allora il mio atteggiamento fu questo. Bisogna essere ciechi per non vedere l’enorme bene che papa Francesco sta facendo alla Chiesa e alla diffusione del Vangelo».

Il 21 novembre 2015 il card. Robert Sarah, pupillo del mondo tradizionalista, ha parlato della visita di Papa Francesco in Uganda, affermando: «Visiterà l’Uganda dove ci sono stati i primi martiri cristiani. Io spero che il suo messaggio rafforzi la fede, incoraggi anche a morire per la fede: ci sono tanti – in Egitto, in Nigeria – che muoiono per la fede. Io penso che la sua visita sarà un incoraggiamento per tutta l’Africa a restare fedele a Cristo».

Il 28 novembre 2015 il card. Robert Sarah, pupillo del mondo tradizionalista, ha commentato così la visita di Papa Francesco in Africa: ««Il pastore sta sempre con le pecore, soprattutto quando sono in pericolo. È un segno di amore pastorale, un segno di premura e di paternità. È un grande privilegio che offre agli africani: l’opportunità di entrare nella grazia della misericordia di Dio. È un appello a imboccare la strada della conversione al Vangelo che conduce alla vita piena con Dio. Varcare la soglia della porta santa non è un puro rito religioso magico, ma è entrare nella vita intima di Dio. Gesù stesso ha detto: “Io sono la porta delle pecore”. Attraverso la porta che è Cristo ogni uomo entra in rapporto intimo con il Padre. Il gesto del Papa è un invito ad accogliere Cristo nella vita».

Il 10 dicembre 2015 il card. Camillo Ruini ha affermato: «Sinceramente non vedo dicotomie tra i due pontificati (di Francesco e Benedetto XVI, nda), ma delle differenze che sono fisiologiche: ogni Papa ha una sua sensibilità e una sua storia, e proprio così porta il suo personale contributo».

Il 14 dicembre 2015 il card. Camillo Ruini ha detto in un’intervista a proposito di presunte contrapposizioni tra vescovi conservatori e il Papa: «Le contrapposizioni non fanno bene, specialmente all’interno della Chiesa. Quella tra Papa e vescovi è però una leggenda metropolitana». Ha quindi respinto l’opinione secondo cui se si rifacesse il Conclave Francesco non verrebbe rieletto: «E’ un’opinione che lascio volentieri» a chi la promuove. «Il valore di Papa Benedetto XVI e del suo pontificato emergerà sempre di più, nel tempo. I rapporti tra lui e papa Francesco dimostrano quanto sia sbagliato contrapporli».

Il 29 febbraio 2016 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha affermato che il «magistero di Papa Bergoglio, che non è affatto «rivoluzionario, ma si muove sulla linea dei suoi predecessori. L’originalità è il suo carisma, grazie al quale riesce a rompere i blocchi delle persone e le posizioni indurite». Lo ha definito: «semplicemente geniale».

Il 04 maggio 2016 l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, stimatissimo dal mondo tradizionalista, ha spiegato: «Il Papa non ha bisogno di essere adulato e non ha bisogno di essere contestato. Io ho detto al mio clero in questi anni: il Papa non lo si adula e non lo si contesta, lo si segue. E seguire implica mettere i nostri passi nei suoi, tentando di immedesimarci nel suo cammino e di confrontarlo con la nostra vita».

Il 06 maggio 2016 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha affermato: «All’inizio del suo pontificato, abbiamo parlato con Papa Francesco, osservando che durante i pontificati precedenti la stampa ha accusato la Chiesa di parlare solo di sessualità, di aborto e di questi problemi. Per questo abbiamo deciso, con Francesco, di parlare sempre, sempre, sempre in positivo. Se si guardano i testi completi di Papa Francesco, compare l’ideologia di genere, l’aborto…sì, appaiono ancora questi problemi, ma ci concentriamo sul positivo. Penso che possiamo tutti vedere, dalla reazione della stampa, che oggi ci sia meno aggressione contro la Chiesa. Non sono diventati tutti cattolici, chiaramente, ma almeno parlano di altre cose».

 
 

————- ————–

30. IL CASO DEL CARD. BURKE

Il “caso del card. Burke” è iniziato nel novembre 2014 quando il vaticanista di “Repubblica”, Marco Ansaldo, ha definito la sostituzione del cardinale conservatore statunitense Raymond Leo Burke, che ha lasciato la Segnatura apostolica per diventare patrono dell’Ordine di Malta, una «prima resa dei conti in Vaticano», parlando di Francesco come di un despota che elimina tutti coloro che non la pensano come lui: «E la scure di Francesco si abbatte sulle teste dei principali oppositori», come il card. Burke, «reo di avere criticato Francesco anche in alcune dichiarazioni pubbliche».

Pochi giorni dopo Papa Francesco, in nell’intervista per “La Nacion”, ha smentito questa ricostruzione: «Il cardinale Burke un giorno mi ha chiesto che cosa avrebbe fatto, dato che non era stato ancora confermato nel suo incarico. Gli ho detto: “Mi dia un po’ di tempo, perché si sta pensando a una ristrutturazione degli organismi giuridici nel C9″ e gli spiegai che ancora non c’era niente di fatto e che si stava pensando. Poi è arrivata la questione dell’Ordine di Malta e lì mancava un americano vivace, che si potesse muovere in quell’ambito, e mi è venuto in mente lui per quel compito. L’ho proposto a lui molto prima del Sinodo. E gli ho detto: “Questo avverrà dopo il Sinodo, perché voglio che lei partecipi come capo dicastero…”. Mi ha ringraziato molto, e lo ha accettato… è un uomo che si muove molto, che viaggia e lì avrà lavoro. Dunque non è vero che l’ho sostituito per come si è comportato al Sinodo». Non è arrivata alcuna smentita da parte del card. Burke.

Il mondo tradizionalista ha comunque esposto il suo sconcerto per questa presunta epurazione, tuttavia c’è stato molto imbarazzo quando nel gennaio 2015 sono apparse alcune controverse dichiarazioni proprio del card. Burke, che confermano l’opinione di chi ritiene che il porporato statunitense era poco adeguato al ruolo che copriva. All’interno di una giusta condanna dell’ideologia del gender, il card. Burke ha aggiunto: «I ragazzi non vogliono fare le cose con le ragazze. È naturale. Penso che questo abbia contribuito alla diminuzione delle vocazioni al sacerdozio . Servire come chierichetto accanto a un sacerdote richiede una certa disciplina, e la maggior parte dei sacerdoti ha le prime esperienze liturgiche profonde come chierichetto. Se non formiamo i ragazzi come chierichetti, dando loro un’esperienza nel servire Dio nella liturgia, non dobbiamo sorprenderci del fatto che le vocazioni siano crollate in modo drammatico […]. Al di là del sacerdote, il santuario è diventato pieno di donne. Le attività parrocchiali e perfino la liturgia sono state influenzate dalle donne e in molti luoghi sono diventate così femminili che gli uomini non vogliono essere coinvolti».

Nel febbraio 2015 in un’altra intervista, il card. Burke ha affermato: «Bisogna essere attenti e guardare al potere del papa. La frase classica è che il papa ha la pienezza del potere, questo è vero, ma non è un potere assoluto. È al servizio della dottrina della fede. Non ha il potere di cambiare l’insegnamento, la dottrina… Lasciamo da parte la questione del papa. Nella nostra fede è la verità della dottrina che ci guida». “Se il papa persiste in questa direzione lei cosa farà?”, ha chiesto l’intervistatore: «Resisterò, non posso fare altro. Non c’è dubbio che è un tempo difficile, questo, è chiaro. È chiaro». A seguito di questa affermazione, subito diffusa dai media per soddisfare la loro tesi della “Chiesa che resiste a Francesco”, il card. Burke ha ricevuto una critica dal ratzingeriano arcivescovo di Washington, Donald Wuerl: «Una delle cose che ho imparato in tutti questi anni è che, esaminando più attentamente, si riscontra un filo comune che attraversa tutti questi dissidenti. Essi sono in disaccordo con il Papa, perché lui non è d’accordo con loro e non segue le loro posizioni».

Nel marzo 2015 in un’intervista il card. Burke è tornato sulle sue parole contro il Papa rettificando: «Stavo rispondendo ad una domanda ipotetica. Alcune persone hanno cercato di interpretarlo come un attacco contro Papa Francesco; il che non era assolutamente vero. Mi è stata posta una domanda ipotetica, e ho semplicemente detto: “Nessuna autorità ci può comandare di agire contro la verità, e, allo stesso tempo, quando la verità è sotto ogni tipo di minaccia, dobbiamo lottare per essa”. Questo è quello che intendevo dire. E quando mi è stata posta l’altra domanda ipotetica: “E se questo progetto andasse fino in fondo?” Io ho risposto: “Beh, io semplicemente devo resistere. Questo è il mio dovere”».

Il 1 aprile 2015 il card. Burke è stato intervistato su La nuova bussola quotidiana, affermando: «Sono tutte sciocchezze. Non ho mai detto una sola parola contro il Papa, mi sforzo solo di servire la verità, compito che abbiamo tutti. Ho sempre visto i miei interventi, le mie attività come un appoggio al ministero petrino. Le persone che mi conoscono possono testimoniare che non sono affatto un antipapista. Al contrario sono sempre stato molto leale e ho sempre voluto servire il santo Padre, cosa che faccio anche ora. Io credo che siccome ho sempre parlato molto chiaramente sulla questione del matrimonio e della famiglia, c’è chi vuole neutralizzarmi dipingendomi come nemico del Papa, o addirittura pronto allo scisma». Rispetto alla frase “resisterò” rispetto all’eventualità che il Sinodo conceda la comunione ai divorziati, ha spiegato: «E’ stata una frase travisata, non c’era alcun riferimento a papa Francesco. La giornalista mi ha chiesto cosa farei se ipoteticamente – non riferendosi a papa Francesco – un pontefice prendesse decisioni contro la dottrina e contro la prassi della Chiesa. Io ho detto che dovrei resistere, perché tutti siamo a servizio della verità, a cominciare dal Papa. Per questo ho risposto che resisterò e non sarebbe la prima volta che questo accade nella Chiesa. Ci sono stati nella storia diversi momenti in cui qualcuno ha dovuto resistere al Papa, a cominciare da San Paolo nei confronti di San Pietro, nella vicenda dei giudeizzanti, che volevano imporre la circoncisione ai convertiti ellenici. Ma nel mio caso io non sto affatto facendo resistenza a papa Francesco, perché lui non ha fatto nulla contro la dottrina. E io non mi vedo affatto in lotta contro il Papa, come vogliono dipingermi. Io non sto portando avanti gli interessi di un gruppo o di un partito, cerco solo come cardinale di essere maestro della fede».

 
 

————- ————–

31. COMUNISMO, MARXISMO E TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

Il mondo mediatico è molto banale, divide tutto in buoni e cattivi, destra e sinistra senza alcuna riflessione un pochino più complessa. Così, se Francesco parla spesso di povertà allora va incasellato nel filo-comunismo e filo-marxismo. In realtà più volte, vedremo qui sotto, il Papa ha spiegato che l’ideologia marxista e comunista è sbagliata, è falsa e oltretutto ha rubato il tema della povertà al cristianeismo, al Vangelo.

Una critica un po’ più approfondita è l’accusa di avere in simpatia la Teologia della liberazione che nel sudamerica ha unito la fede marxista al Vangelo, imbracciando spesso anche le armi. Riteniamo che Francesco abbia teso semplicemente un braccio a queste persone, come Leonardo Boff, così come ha provato ad allungare la mano verso Eugenio Scalfari e verso il transessuale incontrato in udienza privata. Sono simboli di “Chiesa in uscita” offerti in prima persona da Francesco, che intende dare il buon esempio. Confondere questi gesti con legittimazione o strizzatina d’occhio è un’operazione scorretta e immatura.

 

Di seguito in ordine cronologico vari interventi di Francesco su questa tematica:

L’08 luglio 2013 il vaticanista Sandro Magister ha fatto notare che nel 2005 il card. Bargoglio, a proposito della teologia della liberazione, disse: «Dopo il crollo del ‘socialismo reale’ queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre».

Il 16 dicembre 2013 nell’intervista per “La Stampa” Francesco ha affermato: «L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone».

Il 5 marzo 2014 nell’intervista al “Corriere della Sera” ha spiegato che non si sente dispiaciuto delle accuse di marxismo: «Per nulla. Non ho mai condiviso l’ideologia marxista, perché non è vera, ma ho conosciuto tante brave persone che professavano il marxismo».

Il 5 aprile 2014 durante un’intervista con alcuni giovani del Belgio, Francesco ha affermato: «Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: “Questo Papa è comunista”. No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà… E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. E’ così nel Vangelo, è semplice, molto semplice».

Il 29 giugno 2014 in occasione dell’intervista concessa a “Il Messaggero”, Papa Francesco ha affermato: «Io dico solo che i comunisti ci hanno derubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è al centro del Vangelo. I poveri sono al centro del Vangelo. Prendiamo Matteo 25, il protocollo sul quale noi saremo giudicati: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ignudo. Oppure guardiamo le Beatitudini, altra bandiera. I comunisti dicono che tutto questo è comunista. Sì, come no, venti secoli dopo. Allora quando parlano si potrebbe dire loro: ma voi siete cristiani».

Nell’ottobre 2014 Francesco ha rilasciato un’intervista in occasione della stesura del libro “Papa Francesco. Questa economia uccide” (Piemme 2015), in essa ha affermato: «Se ripetessi alcuni brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. Questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia».

Il 28 ottobre 2014 Papa Francesco ha incontrato i movimenti popolari per parlare con loro di povertà, di terra, di casa, di lavoro. «Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa […]. Siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio», ha detto loro Francesco. «Al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il dominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori […]. Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini. Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente ». E ancora: «Perché in questo sistema l’uomo, la persona umana è stata tolta dal centro ed è stata sostituita da un’altra cosa. Perché il mondo si è dimenticato di Dio, che è Padre; è diventato orfano perché ha accantonato Dio. Diciamo insieme dal cuore: nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità che dà il lavoro. Cari fratelli e sorelle: continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi». Lo scrittore Antonio Socci ha accusato Francesco di aver «ospitato in Vaticano vari movimenti noglobal, compreso il Leoncavallo […] dove non ha fatto mai l’annuncio della salvezza di Cristo». Oltre al fatto che ha ribadito che al centro del sistema sociale dev’esserci l’uomo come creatura di Dio e che un mondo senza Dio è un mondo orfano, Francesco ha mostrato a realtà in gran parte lontane dalla Chiesa che le loro esigenze e interessi sociali sono gli stessi della Chiesa, è stato un importante momento di ecumenismo, di dialogo. Ai movimenti no global Francesco ha parlato di aborto e di eutanasia spiegando loro che anche questi sono argomenti che dovrebbero rientrare nella critica al sistema economico quando mette i benefici al di sopra dell’uomo, quando non mettono l’uomo al centro del loro interesse.

Il 13 luglio 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto sull’incontro con i Movimenti popolari: «E’ una cosa che organizza [il Pontificio Consiglio] Giustizia e Pace. Io sono vicino a questa realtà, perché è un fenomeno presente in tutto il mondo, in tutto il mondo. Anche in Oriente, nelle Filippine, in India, in Tailandia. Sono movimenti che si organizzano fra loro, non solo per fare una protesta, ma per andare avanti e poter vivere. E sono movimenti che hanno forza, e questa gente, che sono tanti e tanti, non si sente rappresentata dai sindacati, perché dicono che i sindacati adesso sono una corporazione, non lottano – sto semplificando un po’ – per i diritti dei più poveri. E la Chiesa non può essere indifferente. La Chiesa ha una Dottrina sociale e dialoga con questo movimento, e dialoga bene. Voi avete visto, avete visto l’entusiasmo di sentire che la Chiesa – dicono – non è lontana da noi, la Chiesa ha una dottrina che ci aiuta a lottare per questo. E’ un dialogo. Non è che la Chiesa faccia una scelta per la strada anarchica. No, non sono anarchici: questi lavorano, cercano di fare tanti lavori anche con gli scarti, le cose che avanzano; sono lavoratori davvero… Questo è il primo, l’importanza di questo [movimento]. Il mondo dei movimenti popolari è una realtà; è una realtà molto grande, in tutto il mondo. Io che ho fatto? Ciò che ho fatto è dare a loro la dottrina sociale della Chiesa, lo stesso che faccio con il mondo dell’impresa. Sono io che seguo la Chiesa qui, perché semplicemente predico la dottrina sociale della Chiesa a questo movimento. ».

Il 13 luglio 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto sul regalo ricevuto dal presidente Morales di un Cristo con falce e martello: « io lo qualifico come arte di protesta che in alcuni casi può essere offensiva, in alcuni casi. Padre Espinal è stato ucciso nell’anno 80. Era un tempo in cui la teologia della liberazione aveva tanti filoni diversi, uno di questi era con l’analisi marxista della realtà, e Padre Espinal apparteneva a questo. Questo sì, lo sapevo, perché in quel tempo io ero rettore della Facoltà Teologica e si parlava tanto di questo, dei diversi filoni e di quali ne erano i rappresentanti. Nello stesso anno, il Padre Generale della Compagnia di Gesù, Padre Arrupe, fece una lettera a tutta la Compagnia sull’analisi marxista della realtà nella teologia, un po’ fermando questo, dicendo: no, non va, sono cose diverse, non va, non è giusto. E quattro anni dopo, nell’84, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblica il primo volumetto piccolino, la prima dichiarazione sulla teologia della liberazione, che critica questo. Poi viene il secondo, che apre le prospettive più cristiane. Sto semplificando. Facciamo l’ermeneutica di quell’epoca. Espinal è un entusiasta di questa analisi della realtà marxista, ma anche della teologia, usando il marxismo. Da questo è venuta quell’opera. Facendo un’ermeneutica del genere io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto fare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate».

Il 22 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto: « I motivi per pensare se uno è comunista, non è comunista… Io sono certo che non ho detto una cosa in più che non sia nella Dottrina sociale della Chiesa. Credo di non avere detto una cosa che non sia nella Dottrina sociale della Chiesa. Le cose si possono spiegare. Forse una spiegazione ha dato un’impressione di essere un pochettino più “sinistrina”, ma sarebbe un errore di spiegazione. No. La mia dottrina, su tutto questo, sulla Laudato si’, sull’imperialismo economico e tutto questo, è quella della Dottrina sociale della Chiesa. E se è necessario che io reciti il “Credo”, sono disposto a farlo!».

L’06 novembre 2015 in un’intervista al quotidiano olandese Straatnieuws, Francesco ha affermato: «Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. Poi la Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto di avere un tetto sopra di te. Nei movimenti popolari si lavora con tre ‘t’ spagnole, trabajo (lavoro), techo (casa) e tierra (terra). La chiesa predica che ogni persona ha il diritto a queste tre ‘t’».

 
 

————- ————–

32. APPROVAZIONI LAICISTE, FALSI AMICI E IDEALIZZAZIONE DI PAPA FRANCESCO

Il pontificato di Francesco è caratterizzato da un fenomeno unico degli ultimi secoli: una gara a chi si definisce più papista e in sintonia con il Pontefice, anche se nei fatti è quanto più lontano possa stare dalla Chiesa cattolica. Atei militanti, anticlericali, laicisti, associazioni per l’eutanasia, femministe, combattenti per le nozze e adozioni gay…tutti hanno rilasciato commenti positivi ed entusiasti per Francesco.

Giuliano Ferrara ha giustamente rilevato: «Chi è fuori dalla Chiesa fino a ieri considerava quasi un dovere l’inimicizia verso i Papi, salvo rarissime eccezioni di tipo sentimentale (per esempio Giovanni XXIII). Questo era un anticomunista polacco, quest’altro un teologo bavarese che voleva insegnare agli altri a vivere, Paolo VI era pieno di pregiudizi, s’impicciava nelle cose del sesso e della procreazione con argomenti retrogradi spiacenti anche al suo clero, figuriamoci gli intellettuali di sinistra europei […]. Oggi tutto finito. I volterriani sono diventati bigotti, di Francesco papa niente se non buone cose». Tuttavia l’ex direttore de ”Il Foglio” ha proseguito accusando di questo proprio Francesco, così come fanno i settori tradizionalisti del cattolicesimo. Non hanno capito che si tratta di una indebita idealizzazione di un Papa che nella realtà non esiste, ma si sono convinti che Francesco sia davvero quello amato dal laicismo. Dunque se è apprezzato da “loro” allora c’è davvero qualcosa che non torna in lui. Invece, ha proseguito Ferrara, «una Chiesa percepita come elemento di contraddizione dal mondo che la circonda, e che spesso minaccia di imporle i suoi modelli di vita, è puro sale evangelico. E’ scritto che i cristiani sono il sale del mondo, e come tali devono comportarsi, e Cristo aggiunge che se il sale perde la salinità, allora davvero sono guai, e magari il Signore tornerà sulla terra e troverà un banale ossequio per la Chiesa ma non la fede degli uomini».

Ferrara e i tradizionalisti dimenticano però che anche Gesù Cristo è uno dei personaggi più amati da atei anticlericali e solitamente la sua “bontà”, il suo permissivismo e la “rinuncia a giudicare” vengono contrapposti alla “cattiveria” della Chiesa. Anche Gesù allora non è più segno di contraddizione? E la colpa sarebbe dell’ambiguità di Gesù? No, semplicemente sia per Francesco che per Gesù si tratta di una idealizzazione e di una manipolazione di figure talmente oggettivamente positive che non si può non cercare di portarle dalla propria parte.

Francesco infatti se n’è accorto e ha commentato«Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazionec’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo».

 

Di seguito in ordine cronologico le più assurde dichiarazioni dei “falsi amici” di Francesco:

Il 1 ottobre 2013 il quotidiano “Repubblica” ha pubblicato un’intervista di Eugenio Scalfari a Francesco in cui si parla di diverse tematiche. Abbiamo già fatto notare l’inattendibilità dell’intervista dato che lo stesso Scalfari ha ammesso che nelle interviste «cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie. Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge». Facciamo notare come il fondatore di ”Repubblica” si sia approfittato meschinamente della disponibilità del Papa, senza alcuna correttezza etica.

Il 15 novembre 2013 Umberto Veronesi è giunto alla conclusione che quello che dice Papa Francesco è tanto condivisibile perché «lui non ci parla in nome di Dio, ma in nome dell’uomo».

Il 29 novembre 2013 Claudia Mori, madre dell’attrice omosessuale Rosalinda Celentano, ha citato la frase di Francesco “chi sono io per giudicare?” per giustificare una posizione di neutralità educativa nei confronti della figlia sul tema dell’omosessualità: «a un genitore che scopre l’omosessualità di suo figlio direi solo di non farli mai sentire soli. E se ci troviamo impreparati, come genitori ma anche come figli, cerchiamo di scoprire insieme il modo di comprendere gli uni e gli altri. “Chi sono io per giudicare?”: papa Francesco lo ha detto e la strada è questa». Come abbiamo fatto notare, la frase è stata decontestualizzata dato che in quell’occasione Francesco parlava semplicemente invitando a scindere le persone con tendenze omosessuali dal fare una lobby gay. In generale, richiamava la differenziazione del Catechismo tra peccato e peccatore, non invitava certo ad una neutralità su questa tematica. Anche perché ha spiegato che su questo tema la Chiesa si è già espressa chiaramente e lui è «figlio della Chiesa».

Il 17 dicembre 2013 “Repubblica” ha citato le motivazioni per cui il Papa è stato premiato come “uomo dell’anno” dalla rivista “Time”: «Papa Francesco è persona dell’anno 2013 perché parla dei poveri, dei disperati, degli immigrati; perché vuole la Chiesa come un ospedale da campo per curare le ferite di chi soffre, delle vittime di tutte le guerre, degli ultimi; persona dell’anno perchè vuole lui stesso una Chiesa povera, vicina ai poveri; perché denuncia continuamente lo scandalo della fame, difende i valori della vita e della famiglia ed ha avviato concretamente un’opera di ricostruzione della credibilità della Chiesa».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco nell’intervista al “Corriere della Sera” ha affermato: «Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale».

Il 2 aprile 2014 il vaticanista Sandro Magister ha riflettuto sulla popolarità di Papa Francesco, di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, rilevando alcuna differenza, tutti e tre godevano degli stessi indici di popolarità. «La novità è un’altra. Con Francesco, per la prima volta da tempo immemorabile, un papa è osannato non solo dai suoi, ma quasi più ancora da quelli di fuori, dall’opinione laica, dai media secolari, dai governi e dalle organizzazioni internazionali. Persino quel rapporto di una commissione dell’Onu che ai primi di febbraio ha attaccato ferocemente la Chiesa lo ha risparmiato, inchinandosi a quel “chi sono io per giudicare?” ormai assunto universalmente come il motto emblematico delle “aperture” di questo pontificato. I suoi due ultimi predecessori no. All’apogeo della popolarità avevano a loro favore il popolo cristiano. Ma gli altri li avevano tutti contro. Anzi. Tanto più il “secolo” avversava il papa, tanto più egli giganteggiava […]. Una novità di cui Papa Francesco sotto sotto diffida. Ha detto nella sua recente intervista al “Corriere della Sera”: “Non mi piace una certa mitologia di papa Francesco. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione”».

Il 10 aprile 2014 la blogger de “Il Fatto Quotidiano”, Elisabetta Ambrosi ha strumentalizzato Papa Francesco, facendogli approvare la fecondazione eterologa e l’intervento della Corte Costituzionale contro la legge 40: «Non sappiamo come papa Francesco, che ieri alla consueta udienza del mercoledì ha gridato nuovamente contro la guerra in Siria, abbia accolto la storica sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa stabilito dalla legge 40 del 2004. Ma ascoltando, sempre ieri, la dolcezza e insieme incantevole ironia con cui parlava delle “povere mamme che vanno da una parte all’altra con i problemi dei bambini”, possiamo essere certi di molte cose. Ad esempio che Bergoglio – che dall’inizio del suo papato ha parlato con abbondanza di amore, bambini, allegria, accoglienza, speranza, vita, senza mai usare la bioetica come spada ideologica contro la vita stessa – mai avrebbe concepito che a una coppia sterile scoraggiata e disperata fosse riservato un trattamento così disumano come quello previsto da una norma votata da un Parlamento privo, oltre che delle nozioni elementari del diritto, anche di qualsiasi traccia di pietà». La Ambrosi ha quindi sostenuto che chi, anche in politica, si batte a favore della vita è contro la Chiesa di Francesco: «Ma cosa hanno a vedere tutti costoro – che sulla difesa astratta dell’embrione hanno persino costruito carriere – con la Chiesa, anzi la chiesa dei poveri con la p minuscola, come scriverebbe Francesco?».

Il 25 aprile 2014 Francesco ha telefonato al leader radicale Marco Pannella in sciopero della sete contro le disumane condizioni delle carceri italiane. Molti hanno accusato Francesco di aver così sostenuto le politiche del leader radicale su aborto, divorzio ed eutanasia. Come ha spiegato Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, «la telefonata dell’aprile 2014 a Marco Pannella» è da intendersi nel fatto che quest’ultimo «non era protagonista di un “innocuo digiuno” inscenato “per aborto, eutanasia, omosessualità per tutti, teoria del gender…”, ma era a rischio della vita a causa di uno sciopero della sete contro la scandalosa situazione di vita nelle carceri italiane, la stessa denunciata, con grande forza e altri mezzi, da cappellani e volontari dell’associazionismo cattolico». Ricordiamo inoltre che anche Benedetto XVI, nella sua lettera al matematico anticlericale Piergiorgio Odifreddi, ha scritto: «Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro», cosa che ovviamente non suscitò nessuno scandalo né perplessità.

Nel maggio 2014 in seguito ai vari pronunciamenti di Francesco a favore della famiglia e matrimonio come unione unica tra uomo e donna e al diritto dei bambini di avere un padre e una madre, finalmente il sito “Gayoggi” ha tolto la maschera del finto papismo: «Grave, gravissima ingerenza quella di Papa Francesco. Coloro che avessero voluto vedere un’apertura verso i gay, dando una lettura superficiale delle sue parole, dovranno definitivamente ricredersi. Non solo Bergoglio ha tenuto a precisare con chiarezza che le coppie gay non sono una famiglia, ma ha anche bocciato nettamente le iniziative contro l’omofobia nelle scuole. Nel fare ciò, ha usato proprio quelli che sono gli slogan tanto cari agli omofobi cattolici di professione, con tanto di accusa di nazi-fascismo e dittatura del pensiero unico. Tirando in ballo la “dittatura del pensiero unico”, Bergoglio boccia indirettamente. Tirando in ballo la “dittatura del pensiero unico”, Bergoglio boccia indirettamente anche il DDL contro l’omofobia in discussione in Parlamento».

Il 13 luglio 2014 padre Federico Lombardi è dovuto intervenire sull’intervista di Eugenio Scalfari a Papa Francesco, sottolineando la non attendibilità «in particolare per due affermazioni che hanno attirato molta attenzione e che invece non sono attribuibili al Papa. Cioè che fra i pedofili vi siano dei “cardinali”, e che il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, “le soluzioni le troverò”. Nell’articolo pubblicato su “Repubblica” queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente – le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura… Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?».

Il 15 luglio 2014 lo scrittore Vittorio Messori ha ironizzato suoi “nuovi amici” del Papa, come Scalfari. «Un altro è Corrado Augias. Li osservo con curiosità, sorrido, ma non ne sono sorpreso. Arrivati alle soglie del Mistero o fanno come l’Augias, l’allievo dei Maristi sino alla maturità, che cercano teologi “adulti” che li tranquillizzino, dicendogli che o non c’è niente o tutti si salvano; oppure alla Scalfari: meno male, ecco un papa che ha abolito la nozione stessa di peccato. Pensi la contraddizione: si entusiasmano per la “misericordia”, dimenticando che questa presuppone, appunto, il peccato. Se non c’è questo, che bisogno c’è di misericordia? Un’ansia di rassicurazione che a me non fa certo rabbia ma compassione. Non voglio sembrare edificante ma va pur detto: c’è da pregare per loro».

Il 9 ottobre 2014 l’omosessuale Alessandro Cecchi Paone ha sostenuto che Papa Francesco sarebbe a favore della «rivoluzione dell’amore», ovviamente omosessuale. Quello di Francesco, ha affermato, «è un messaggio fondamentale per tutti. Per i credenti riporta all’insegnamento cristiano del non giudicare e non scagliare la prima pietra. Mi auguro sia utile ai cattolici di centrosinistra. Ricordo che ai tempi del papato di Ratzinger, in prima fila negli enti locali contro le iniziative pro unioni civili c’erano gli esponenti della Margherita, poi confluita nel Pd». L’intervento del ministro dell’Interno Angelino Alfano contro i sindaci che hanno trascritto le unioni omosessuali contratte all’estero, ha detto: «in questo senso Alfano e Ncd appaiono schierati con coloro che fanno la guerra a Bergoglio, non riconoscono il primato del Papa e si oppongono alla rivoluzione dell’amore».

Il 18 ottobre 2014 il filosofo Umberto Galimberti ha usato papa Francesco (e il Vangelo) per chiedere una legge sull’eutanasia. Ha scritto: «Sulle questioni cosiddette etiche i nostri governi si sono espressi sempre con estrema prudenza (eufemismo per dire “ipocrisia”), perché temevano di confliggere con i principi ritenuti “non negoziabili” dalla Chiesa, e quindi di perdere il suo appoggio in occasione delle elezioni, in un Paese, il nostro, dove la gente va sempre meno in chiesa, ma non rinuncia a definirsi cattolica e ossequiente ai principi religiosi. Ma oggi questa prudenza ipocrita non ha più ragion d’essere, perché Papa Francesco ha anteposto alla difesa dei principi la difesa della persona: la sua vera rivoluzione».

Il 29 ottobre 2014 il cantante Elton John, omosessuale dichiarato con un figlio strappato dalla madre tramite utero in affitto, ha elogiato papa Francesco, è «il mio eroe» ha detto durante un evento a New York per la lotta all’Aids. «E’ un uomo compassionevole che persegue l’inclusione di tutti nell’amore di Dio. E’ formidabile ciò che sta tentando di fare contro molte, molte persone nella Chiesa. E’ coraggioso e intrepido e questo è ciò di cui abbiamo bisogno oggi nel mondo. Bisogna farne un santo oggi, ok?».

Il 15 novembre 2014 l’anticlericale Furio Colombo de “Il Fatto Quotidiano” si è scagliato contro il card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, per le sue parole contro le unioni civili per le coppie dello stesso sesso. Nel farlo ha prevedibilmente contrapposto il card. Bagnasco a Papa Francesco: «Il fatto stupefacente, però, è che Bagnasco si rivolga agli italiani, su cui ha compito pastorale, come se il capo (il Papa) del contenitore più grande (la chiesa) non fosse Francesco. O come se Francesco non contasse. Ma è lo strappo brusco e anche volgare nel modo di agire, contrapposto non alla dolcezza (Francesco non è zuccheroso) ma al rispetto che dimostra e predica Francesco per le altre persone, prima di tutto coloro che ti sembrano estranei e lontani». Peccato che Francesco si sia mostrato completamente d’accordo con il card. Bagnasco, come è dimostrato in questo dossier.

Il 24 dicembre 2014 lo scrittore Vittorio Messori ha criticato Papa Francesco per la telefonata «a Giacinto Marco Pannella, impegnato nell’ennesimo, innocuo digiuno e che gli augura «buon lavoro», quando, da decenni, il «lavoro» del leader radicale è consistito e consiste nel predicare che la vera carità sta nel battersi per divorzio, aborto, eutanasia, omosessualità per tutti, teoria di gender». Come ha spiegato Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, «la telefonata dell’aprile 2014 a Marco Pannella» è da intendersi nel fatto che quest’ultimo «non era protagonista di un “innocuo digiuno” inscenato “per aborto, eutanasia, omosessualità per tutti, teoria del gender…”, ma era a rischio della vita a causa di uno sciopero della sete contro la scandalosa situazione di vita nelle carceri italiane, la stessa denunciata, con grande forza e altri mezzi, da cappellani e volontari dell’associazionismo cattolico». Ricordiamo inoltre che anche Benedetto XVI, nella sua lettera al matematico anticlericale Piergiorgio Odifreddi, ha scritto: «Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro», cosa che ovviamente non suscitò nessuno scandalo né perplessità.

Il 6 gennaio 2015 il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Politi ha accusato l’associazionismo cattolico del “Family day” di non prendere posizione sulle presunte affermazioni riformatrici del Papa circa aborto, convivenze, famiglia, sessualità. In realtà è proprio Politi a non aver scritto nulla tutte le volte che Francesco ha pesantemente criticato l’aborto, l’eutanasia la convivenza e difeso la famiglia naturale.

Il 27 gennaio 2015 su ”Ilsussidiario.net” è stata mostrata una chiara strumentalizzazione di Francesco da parte del sito web del ”Corriere della Sera”: il titolo di apertura in grande, è: Bagnasco: «No ai manuali gender a scuola, si colonizza la mente dei bambini». E subito sotto: ”Papa riceve trans in Vaticano”. Il messaggio che arriva al lettore è molto chiaro: il cardinale Bagnasco esprime la solita chiusura mentale della Chiesa contro gli omosessuali e un’educazione moderna alla sessualità, con parole aggressive come il verbo “colonizzare”. Di contro, c’è un Papa aperto e progressista, che vorrebbe rivoluzionare la Chiesa e addirittura riceve un trans in Vaticano. Aprendo l’articolo si leggono i toni forti usati da Bagnasco: «No all’insegnamento della cultura gender a scuola, no alle famiglie non tradizionali», si legge nella prima frase, che prosegue così: «mentre papa Francesco incontra un transgender, il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio Cei si scaglia nettamente contro le coppie diverse da quelle composte da uomo e donna, e lancia l’allarme contro la “colonizzazione ideologica” in atto». Poco più avanti, dopo aver citato la polemica del cardinale contro i libri sull’educazione alla diversità che girano nelle scuole, l’articolista insiste: «Conservatore su tutti i fronti della famiglia, Bagnasco si scaglia anche contro l’aborto». Insomma, Bagnasco «si scaglia»; il Papa, invece, «incontra». Messaggio: il Papa è una cosa, la Chiesa un’altra. Il ”Corriere della Sera” mente, sostenendo l’insostenibile. Lo fa con la volontà di prendere in giro la gente e di modificarne i pensieri.  Infatti il cardinal Bagnasco non fa altro che seguire fedelmente il Papa, fino a ripetere testualmente le parole che Francesco ha pronunciato una settimana prima: «La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io». E quale esempio di «colonizzazione ideologica» – le stesse parole di Bagnasco! – fa il Papa? «Un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender». Il cardinal Bagnasco, cioè, dice le stesse identiche cose del Papa. Anzi, il Papa è stato un po’ più duro: «Perché dico “colonizzazione ideologica”? Perché prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e rafforzarsi, per mezzo dei bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai “Balilla”, pensate alla Gioventù Hitleriana… Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo».

Il 17 aprile 2015 su “Avvenire” è stato fatto notare che i principali quotidiani italiani hanno censurato le parole di Francesco contro la teoria del gender dette nell’udienza generale, quando invece erano ben presenti nelle edizioni online.

Il 28 agosto 2015, Francesca Pardi, proprietaria della casa editrice “Lo Stampatello”, che diffonde i libri gender nelle scuole, ha ricevuto una risposta da Papa Francesco, tramite mons. Peter Brian Wells, a una sua lettera precedente in cui lo invitava a leggere i libri che diffonde. Nella lettera di risposta dal Vaticano, mons Wells risponde che il Santo Padre ringrazia per il gesto delicato e per i sentimenti che lo hanno suggerito, augura che l’attività sia sempre più proficua al servizio dei giovani, sperando che questo avvenga nel rispetto dei valori umani e cristiani. La Pardi ha usato questa risposta come un avvallo del Papa alla sua attività. Tuttavia il portavoce di Francesco, padre Lombardi, ha voluto precisare che “in nessun modo la lettera della Segreteria di Stato intende avallare comportamenti e insegnamenti non consoni al Vangelo. È del tutto fuori luogo una strumentalizzazione del contenuto della lettera”. La sala stampa del Vaticano ha anche precisato che la benedizione del papa “è stata alla persona e non a eventuali insegnamenti non in linea della Chiesa sulla teoria gender”.

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sul fatto che è considerato una star: «Tu sai quale era il titolo che usavano i Papi e che si deve usare? “Servo dei servi di Dio”. E’ un po’ differente dalla star! Le stelle sono belle da guardare, a me piace guardarle quando il cielo è sereno d’estate… Ma il Papa deve essere – deve essere! – il servo dei servi di Dio. Sì, nei media si usa questo, ma c’è un’altra verità: quante star abbiamo visto noi che poi si spengono e cadono… E’ una cosa passeggera. Invece essere servo dei servi di Dio, questo è bello! Non passa. Non so… Così la penso».

L’06 novembre 2015 in un’intervista al quotidiano olandese Straatnieuws, Francesco ha affermato: «Non penso tanto al fatto che sono famoso. Dico a me stesso: adesso ho un posto importante, ma in dieci anni nessuno ti consocerà più (ride). Sai, ci sono due tipi di fama: la fama dei ‘grandi’ che hanno fatto grandi cose, come Madame Curie, e la fama dei vanitosi. Ma quest’ultima fama è come una bolla di sapone».

L’21 dicembre 2015 il direttore di “Studi cattolici” e delle Edizioni Ares, Cesare Cavalleri, ha commentato il rapporto tra Scalfari e Papa Francesco: «Quello del Papa è un atteggiamento apostolico, per lui Scalfari è un’anima da salvare e le anime vanno salvate una a una. Da qualcuno bisogna pur cominciare…».

L’16 marzo 2016 Dario Fo, ha sostenuto: «Questo Papa mi piace molto quando dice che il denaro è lo sterco del diavolo, che l’amore per i poveri è nel Vangelo prima del marxsismo». Una strumentalizzazione della posizione del Papa, il quale non ha mai detto che il denaro è lo sterco del diavolo ma lo diventa se non viene usato in modo corretto: «Il denaro è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità. Tuttavia, questo mezzo ma può ritorcersi contro l’uomo», ha detto ad esempio. Tutte le parole del Papa su questo argomento si possono trovare qui.

Il 20 novembre 2016 nell’intervista a Tv200, Papa Francesco ha risposto: «Io ho allergia degli adulatori. Ho allergia. Mi viene naturale, eh?, non è virtù. Perché adulare un altro è usare una persona per uno scopo, nascosto o che si veda, ma per ottenere qualcosa per se stesso. Anche, è indegno. Noi, a Buenos Aires, nell’argot porteño nostro, gli adulatori li chiamiamo “lecca calze” [leccapiedi], e la figura è proprio di quello che lecca le calze dell’altro. E’ brutto masticare le calze dell’altro, perché … è un nome ben fatto… E anche a me, quando mi lodano, anche qualcuno che mi loda per qualcosa che è uscita bene: ma subito, tu ti accorgi chi ti loda lodando Dio, “ma, sta bene, bravo, avanti, questo si deve fare!”, e chi lo fa con un po’ di olio per farsi viscido».

 
 

————- ————–

33. POCO AMATO, POCHI FEDELI E SUE CRITICHE AI CATTOLICI

Alcuni cattolici hanno sostenuto che Francesco continui a colpire e criticare il comportamento dei cristiani, non prendendo posizione sul mondo laico. Molti sostengono anche che non sia affatto amato dentro la Chiesa, ma soltanto fuori da essa.

Non sembra affatto così, in realtà. La Chiesa con Francesco ha mantenuto e accresciuto la sua autorità morale nel mondo, anzi la sua voce è ancora più ascoltata di tanti altri Pontefici. Vocazioni e conversioni non sembrano affatto diminuite, e chi sostiene che lo siano per “colpa sua” dovrebbe allo stesso modo affermare che nei luoghi in cui sono aumentate, si è verificato “per merito suo”. Proprio questo è infatti accaduto nei luoghi toccati dai suoi viaggi apostolici, ad esempio nelle Filippine. Chi invece sostiene che sia “colpa sua” il calo dei fedeli alle udienze del mercoledì, per coerenza dovrebbe incolpare anche Benedetto XVI quando in un anno perse mezzo milione di fedeli partecipanti.

Per quanto riguarda le continue correzioni ai cattolici, ci sembrano assolutamente indispensabili alla luce del fatto che in Italia, ad esempio, il 90% delle persone si definisce cattolica e le chiese rimangono vuote. Nell’“Evangelii Gaudium”, Francesco ha scritto: «Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. La mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra».

Il 24 novembre 2014 Don Piero Coda, ordinario di Teologia sistematica e preside dell’Istituto Universitario Sophia a Loppiano ha spiegato: «Un Pontefice che non ha paura di mettere in rilievo le fragilità, i punti deboli, le incongruenze della vita ecclesiale per invitare ad una conversione permanente. Se il Papa, che è un grande uomo di Dio, ci dice queste cose vuol dire che ne abbiamo bisogno. Forse non ci rendiamo sufficientemente conto del momento che viviamo come Chiesa e come umanità. Oggi c’è bisogno di una Chesa ‘purificata. E se il Signore ci ha mandato questo Papa che dice queste cose, in ascolto della voce dello Spirito, vuol dire che ne abbiamo bisogno»

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha spiegato il senso del discorso sulle quindici malattie della Curia: «Il quadro del mio discorso — eravamo alla fine dell’anno — era di fare un esame di coscienza. E secondo me le tentazioni o le malattie — le ho usate come sinonimi — più tipiche della Curia sono queste due. Ho pensato per esempio a una a cui nessuno ha fatto caso e per me è la principale: dimenticare il primo amore. Quando cioè uno si trasforma in un buon impiegato e dimentica di avere una missione di identità con Gesù Cristo, che è il primo amore. Ho ripassato le tentazioni che io ho avuto, da arcivescovo perché si verificano in ambienti ecclesiastici, o che ho visto in altri. E le ho chiamate tentazioni o malattie. Alla fine si è avvicinato un cardinale scherzoso, un po’ più giovane di me, non molto, e mi ha detto: «Mi dica Santità cosa devo fare? Andare a confessarmi o in farmacia?». È un esame di coscienza e ho voluto comunicarlo in questo modo. Forse non è piaciuto. Lo stile non era molto adatto a un messaggio di fine d’anno ma, al contrario, alla fine dell’anno bisogna fare un esame di coscienza. E l’ho detto chiaramente due volte perché ci si confessi. Perché io voglio che qui tutti si confessino. E lo facciamo, no? Credo che in questo siano fedeli. Ma confessioni reali, concrete, no? Chiediamo perdono a Gesù per quelle cose che facciamo male o perché offendiamo qualcuno o siamo ingiusti. È stato un esame di coscienza e ho usato come sinonimi: tentazione e malattia. Ma non è che la Curia stia cadendo a pezzi per tutte queste complicazioni o malattie».

Il 22 aprile 2015 abbiamo mostrato, attraverso diverse statistiche, che la presenza di Papa Francesco ha portato una maggior fiducia non soltanto verso la sua persona ma anche nei confronti della Chiesa cattolica.

Il 26 maggio 2015 l’Ordine dei Frati Minori ha annunciato che il numero di vocazioni è iniziato ad aumentare dopo l’elezione di Papa Francesco.

Il 22 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sul fatto che si è discusso se fosse un Papa cattolico: «Un Cardinale amico mi ha raccontato che è andata da lui una signora, molto preoccupata: molto cattolica, un po’ rigida, la signora, ma buona, buona, cattolica, e gli ha chiesto se era vero che nella Bibbia si parlava di un anticristo. E lui le ha spiegato. E’ anche nell’Apocalisse, no? E poi, se era vero che si parlava di un antipapa … “Ma perché mi fa questa domanda?”, ha chiesto il Cardinale. “Perché io sono sicura che Papa Francesco è l’antipapa”. “E perché? – chiede quello – Perché ha questa idea?”. “Eh, perché non usa le scarpe rosse!”. E’ così, storico… e è necessario che io reciti il “Credo”, sono disposto a farlo!».

Il 02 novembre 2015 don Giuseppe Costa, direttore della Libreria editrice vaticana ha spiegato che «le richieste del nostro catalogo sono aumentate del 12-15%, grazie proprio alle opere di Papa Francesco, che fanno da traino anche per altri nostri libri. L’ultima enciclica del Santo Padre, Laudato si, attualmente è pubblicata nel mondo da 60 editori, molti dei quali nostri nuovi clienti provenienti in modo particolare dall’America Latina, ma anche dall’Europa. Se entriamo in una qualsiasi libreria – afferma don Costa – vediamo che il libro religioso viene ben esposto o addirittura viene collocato ben in vista in uno spazio dedicato. Come pure sfogliando sulla stampa le classifiche dei libri più venduti, notiamo che le encicliche del Santo Padre o altri libri di tematiche religiose molte volte occupano anche i primi posti. Un fatto questo che fino ad alcuni anni fa era impensabile».

Il 20 luglio 2015 il portale Asianews ha informato che dopo il viaggio apostolico di Papa Francesco nelle Filippine, un numero sempre crescente di giovani, uomini e donne, si rivolgono ai centri vocazionali dicendo di aver trovato ispirazione nelle parole e nei gesti del Pontefice.

 
 

————- ————–

34. IL CASO DELLA “VIOLENZA FRATICIDA” E DELL’OFFESA DEI CRISTIANI UCRAINI

Il 4 febbraio 2015 Francesco ha rivolto un pensiero «all’amato popolo ucraino. Purtroppo la situazione sta peggiorando e si aggrava la contrapposizione tra le parti», facendo riferimento agli scontri con i filo-russi. «Preghiamo anzitutto per le vittime, tra cui moltissimi civili, e per le loro famiglie, e chiediamo al Signore che cessi al più presto questa orribile violenza fratricida. Rinnovo l’accorato appello affinché si faccia ogni sforzo – anche a livello internazionale – per la ripresa del dialogo, unica via possibile per riportare la pace e la concordia in quella martoriata terra. Fratelli e sorelle, quando io sento le parole “vittoria” o “sconfitta” sento un grande dolore, una grande tristezza nel cuore. Non sono parole giuste; l’unica parola giusta è “pace”. Questa è l’unica parola giusta. Io penso a voi, fratelli e sorelle ucraini … Pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando fra cristiani. Pensate a questo scandalo. E preghiamo tutti, perché la preghiera è la nostra protesta davanti a Dio in tempo di guerra».

A causa di queste parole sono arrivate alcune critiche da parte di gruppi cattolici ucraini, che hanno interpretato questa riflessione come una accusa verso di loro. Il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, è intervenuto chiarendo: «Di fronte alle diverse interpretazioni che sono state date alle parole del Papa, specialmente quelle di mercoledì 4 febbraio all’udienza generale, ritengo utile precisare che egli ha sempre inteso rivolgersi a tutte le parti interessate, confidando nello sforzo sincero di ciascuna per applicare le intese raggiunte di comune accordo e richiamando il principio della legalità internazionale, al quale la Santa Sede ha fatto riferimento più volte da quando è cominciata la crisi».

Il 20 febbraio 2015 il vaticanista Sandro Magister ha tuttavia accusato Francesco di aver offeso il popolo ucraino «mettendo tutti alla pari, aggressori e aggrediti». Il 23 febbraio 2015 è arrivata la risposta su “Il Sismografo”: «In queste ore alcuni analisti si dilettano, nel caso del dramma ucraino, a cercare di usare certe parole del Papa o dei presuli dell’Ucraina per sostenere e alimentare personali campagne contro Francesco. In questa occasione si cerca di montare un caso mediatico con l’espressione “guerra fratricida”, scrivendo che il Papa avrebbe usato questa dicitura, la quale se applicata al conflitto nel Paese, “ferisce la sensibilità degli ucraini”. In realtà il Papa il 4 febbraio scorso alla fine dell’Udienza generale parlò di “violenza fratricida” e lo fece perché, come ha spiegato mille volte con chiarezza, coraggio e lucidità (si legga l’omelia della Messa nel Sacrario di Redipuglia), ogni conflitto, guerra, scontro… è sempre fratricida semplicemente perché oppone tra se, con l’uso dell’odio, della menzogna, degli strumenti di morte, della propaganda e tanto altro, essere umani che sono tutti e comunque fratelli. Dal punto di vista evangelico e morale non ha nessuna importanza se una guerra è interna, civile, di aggressione o espansione imperialistica, o di difesa … perché è sempre “violenza fratricida”; oppure c’è chi, a seconda la definizione tecnica e geopolitica, è in grado di dire chi è o chi non è fratello? E poi, perché si ignorano gli altri concetti espressi dal Papa, le sue esortazioni, e i suoi appelli nel caso in questione? Perché? Per il cattivo gusto di trovare ogni giorno un pretesto, spesso infondato, per attaccare e criticare il Papa. Sarebbe molto più serio scrivere sul proprio blog: “Sono contro il Papa comunque e a prescindere”, almeno il lettore così capisce subito».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha spiegato il senso del discorso sulle quindici malattie della Curia: «Il quadro del mio discorso — eravamo alla fine dell’anno — era di fare un esame di coscienza. E secondo me le tentazioni o le malattie — le ho usate come sinonimi — più tipiche della Curia sono queste due. Ho pensato per esempio a una a cui nessuno ha fatto caso e per me è la principale: dimenticare il primo amore. Quando cioè uno si trasforma in un buon impiegato e dimentica di avere una missione di identità con Gesù Cristo, che è il primo amore. Ho ripassato le tentazioni che io ho avuto, da arcivescovo perché si verificano in ambienti ecclesiastici, o che ho visto in altri. E le ho chiamate tentazioni o malattie. Alla fine si è avvicinato un cardinale scherzoso, un po’ più giovane di me, non molto, e mi ha detto: «Mi dica Santità cosa devo fare? Andare a confessarmi o in farmacia?». È un esame di coscienza e ho voluto comunicarlo in questo modo. Forse non è piaciuto. Lo stile non era molto adatto a un messaggio di fine d’anno ma, al contrario, alla fine dell’anno bisogna fare un esame di coscienza. E l’ho detto chiaramente due volte perché ci si confessi. Perché io voglio che qui tutti si confessino. E lo facciamo, no? Credo che in questo siano fedeli. Ma confessioni reali, concrete, no? Chiediamo perdono a Gesù per quelle cose che facciamo male o perché offendiamo qualcuno o siamo ingiusti. È stato un esame di coscienza e ho usato come sinonimi: tentazione e malattia. Ma non è che la Curia stia cadendo a pezzi per tutte queste complicazioni o malattie».

 
 

————- ————–

35. IL CASO DEL “PUGNO” DI FRANCESCO E DEL “VANGELO COME TEORIA”

Il caso del “pugno” di Francesco è emerso durante la conferenza stampa nel viaggio nelle Filippine, al Papa è stata posta questa domanda: “Santo Padre, ieri mattina durante la Messa ha parlato della libertà religiosa come diritto umano fondamentale. Ma nel rispetto delle diverse religioni fino a che punto si può arrivare nella libertà di espressione, che anche quella è un diritto umano fondamentale?”. La domanda richiama il discorso sulla libertà d’espressione in seguito all’attentato terroristico al settimanale satirico “Charlie Hebdo”. Francesco ha risposto: «abbiamo l’obbligo di dire apertamente, avere questa libertà, ma senza offendere». Per farlo capire meglio ha quindi fatto una battuta: «Perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli arriva un pugno! E’ normale! Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo “giocattolizza” la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dott. Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma. C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana. E io non posso prenderla in giro. E questo è un limite. Ho preso questo esempio del limite, per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti come quello della mia mamma».

In seguito a questa risposta, da più parti Francesco è stato accusato di “istigazione alla violenza”. Antonio Socci ha parlato di «legittimazione della violenza fisica», sul Papa contrario «alla civiltà giuridica e soprattutto cestina il Vangelo», che è tornato alla «legge del taglione», che non andrebbero prese alla lettera ma aiutano a capire meglio il senso del discorso. La stessa metafora è stata utilizzata anche dal grande educatore don Luigi Giussani, padre spirituale di Antonio Socci: «Quando uno mi viene a dire: “Ma io voglio bene a questa ragazza, è un pezzo che siamo insieme, però non sono più innamorato di lei!», gli darei un pugno, perché l’unico modo per rispondere è quello di fargli capire che c’è qualcosa di storto (il naso, per esempio!)». (L. Giussani, “Uomini senza patria, 1982-1983”, Bur 2008, p. 332). Basterebbe anche ricordare la violenza di Gesù quando rovescia i tavoli e scaccia violentemente i mercanti davanti al Tempio di Gerusalemme o quando afferma: «È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (Lc 17,1-6). Gesù non istiga alla violenza neppure quando disse: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34). Basta mettere da parte l’ideologia e contestualizzare le parole.

Come ha spiegato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, il Papa «parlava di una reazione spontanea che si può sentire e che, di fatto, uno sente, quando è offeso profondamente. Ha voluto ricordare che ci sono due libertà che vanno tenute assieme: quella di espressione e quella religiosa, che implica il rispetto della religione altrui. Ha usato un esempio che tutti possiamo capire, quando veniamo toccati nei nostri sentimenti più profondi».

Il 19 gennaio 2015 al Pontefice è stato chiesto di chiarire meglio le sue parole dopo la loro strumentalizzazione, ha risposto: «In teoria, possiamo dire che una reazione violenta davanti a un’offesa, a una provocazione, in teoria sì, non è una cosa buona, non si deve fare. In teoria, possiamo dire quello che il Vangelo dice, che dobbiamo dare l’altra guancia. In teoria, possiamo dire che noi abbiamo la libertà di esprimere e questa è importante. Nella teoria siamo tutti d’accordo, ma siamo umani, e c’è la prudenza, che è una virtù della convivenza umana. Io non posso insultare, provocare una persona continuamente, perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta, non giusta. Ma è umano, quello. Per questo dico che la libertà di espressione deve tenere conto della realtà umana e perciò dico [che] deve essere prudente. È una maniera di dire che deve essere educata, pure, no? Prudente: la prudenza è la virtù umana che regola i nostri rapporti. Io posso andare fino a qui, posso andare di là, di là … Questo volevo dire: che in teoria siamo tutti d’accordo: c’è libertà di espressione, una reazione violenta non è buona, è cattiva sempre. Tutti d’accordo. Ma nella pratica fermiamoci un po’, perché siamo umani e rischiamo di pro-vo-care gli altri e per questo la libertà deve essere accompagnata dalla prudenza. Quello volevo dire. ».

La risposta è stata nuovamente oggetto di accuse da parte del giornalista Antonio Socci, il quale ha accusato il Papa di essersi «rimangiato lo scivolone del pugno» e di aver definito il Vangelo «una teoria». Anche in questo caso è una mistificazione della realtà: Francesco non ha rimangiato nulla, gli è stato chiesto di chiarire meglio il suo discorso a causa di alcune strumentalizzazioni mediatiche e lui lo ha fatto, riproponendo lo stesso identico concetto. Ha invitato gli uomini, cristiani e non, alla prudenza nell’uso della libertà d’espressione: è vero che il Vangelo chiede di porgere l’altra guancia ma non si può confidare sul fatto che tutti ascoltino il Vangelo, e c’è il rischio serio di provocare reazioni violente. Francesco si è messo nei panni dell’uomo qualunque che sentendosi minacciato nel profondo reagisce a modo suo, facendo dunque capire quale rischio si corre nell’offendere gli altri.

II 30 gennaio 2015 il prof. Paolo Branca, docente di Islamistica presso l’Università Cattolica di Milano, ha scritto: «La sua battuta a proposito della probabile reazione di chiunque senta insultare la propria madre nasce dal semplice buon senso. Dire che un buon cristiano dovrebbe “porgere l’altra guancia” (com’è stato fatto) significa sia banalizzare il vero senso del perdono, sia fingere che non esistano istinti “sani”… cui certamente non si deve cieca obbedienza, ma che dovrebbero essere alla base di una conoscenza onesta dell’essere umano in quanto “animale simbolico”. Dire o meno qualcosa, come andarsene in giro vestiti o nudi non è, né potrà mai essere, “la stessa cosa”, in barba al “se ti senti bene con te stesso, fai pure tutto quel che ti passa per la mente”. Questa non è libertà, ma la sua caricatura».

Sulla “questione del pugno” è intervento il 6 febbraio 2014 anche il vaticanista anticlericale Marco Politi de ”Il Fatto Quotidiano”, citando le occasioni in cui Francesco ha parlato in questo modo colorito: il pugno a chi offende la mamma, un calcione “là dove non batte il sole” a un faccendiere e il papà che dice: “ogni tanto devo picchiare un po’ i figli, ma mai in faccia per non avvilirli”, mimando la sculacciata. Ha commentato Politi: «Si era pensato che, quando Francesco in aereo aveva esposto ai giornalisti l’immagine del pugno, si trattasse di uno scivolone. Invece il nuovo linguaggio pare riflettere una strategia per scuotere la terminologia del politically correct, allontando da sé ogni sospetto di buonismo liquoroso e cominciando a porre interrogativi scomodi. Se la libertà di satira è un diritto assoluto, è giusto porsi anche la domanda delle reazioni che può provocare in situazioni infiammate? Anche sul piano educativo Bergoglio mette in questione – con parole da parroco – l’ideologia pedagogica del “vietato vietare”, con il suo corollario “schiaffoni mai”. Questione controversa, che spesso ha prodotto esiti contrastanti: i ribelli coccolati a oltranza in famiglia, dove tutto è permesso, il più delle volte posti a confronto delle rigide gerarchie sociali nel mondo reale strisciano davanti alle autorità o supposte tali».

Nel gennaio 2015 Egidio Bandini, massimo conoscitore delle opere di Guareschi, ha fatto notare che il “pugno” di Francesco non è differente dalle “pedate” di Don Camillo.

 
 

————- ————–

36. RAPPORTO CON BENEDETTO XVI

Una delle accuse più frequenti dei tradizionalisti filo-ratzingeriani è quella di sottolineare la discontinuità tra Francesco e il suo predecessore. Benedetto XVI era un Papa, Francesco sarebbe un impostore che sta rinnegando le posizioni di Papa Ratzinger. Eppure lo scrittore tradizionalista Vittorio Messori ha scritto ai critici di Francesco: «E a chi volesse giudicare, non dice nulla l’approvazione piena, più volte ripetuta – a voce e per iscritto – dell’attività di Francesco da parte di quel “Papa emerito” pur così diverso per stile, per formazione, per programma stesso?».

Occorre ricordare inoltre quante volte Francesco ha elogiato il pontificato del suo predecessore e quante volte il segretario personale di Ratzinger, mons. Georg, sia intervenuto ricordando l’alta stima di Benedetto XVI per Francesco, spiegando l’inesistenza di contraddizioni tra i due, così come la comunanza dei contenuti del loro pontificato. Ma anche il Papa emerito ha fatto sapere di avere «un grande identità di vedute e amiciza di cuore» con Francesco.

 

Di seguito in ordine cronologico vari esempi che smentiscono una contrapposizione tra i due pontificati:

Il 17 marzo 2013 il quotidiano ”Telegraph” ha ripreso una vecchia notizia affermando che «papa Francesco è andato vicino a perdere la sua posizione all’interno della Chiesa cattolica, dopo aver criticato il suo predecessore sette anni fa». Il quotidiano inglese parla di un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, sul famoso discorso a Ratisbona. Bergoglio, scrive il quotidiano, «parlando attraverso un suo portavoce» avrebbe detto: «La dichiarazione di Papa Benedetto non riflette le mie opinioni, Queste dichiarazioni serviranno per distruggere in 20 secondi l’attenta costruzione di un rapporto con l’Islam, che Papa Giovanni Paolo II ha costruito nel corso degli ultimi venti anni». La notizia è stata poi ripresa da altri siti web e quotidiani, come ha fatto in Italia “Libero” il 22/08/14. Proprio nella stessa data però il vaticanista Andrea Tornielli ha smontato la bufala, scrivendo: «L’ultima – nel senso della più recente – puntata di questa “guerra” contro il successore di Pietro combattuta con la carta e il web s’inventa un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, sul caso Ratisbona. La presunta “notizia”, “scoperta” dal Telegraph, è stata subito rilanciata sui social network da quanti si sentono investiti della missione di cantargliele al Papa qualunque cosa dica, faccia o non faccia. I fatti sono questi: padre Guillermo Marcó, giornalista, incaricato dei rapporti con la stampa dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, si fece intervistare da “Newsweek” (nella sua versione in lingua spagnola), criticando Ratzinger: disse di non sentirsi rappresentato da quelle parole sull’islam, affermò di ritenere quello di Ratisbona un passo indietro rispetto all’atteggiamento di Giovanni Paolo II. L’intervista fece ovviamente scalpore, anche in Vaticano. Marcó spiegò di aver rilasciato l’intervista non in quanto incaricato dei media della diocesi, ma come presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso. Leggendola appare del tutto evidente che il sacerdote parlava a titolo personale (“quelle parole non MI rappresentano”), senza alcun mandato della diocesi né tantomeno dell’allora arcivescovo di Buenos Aires. Ciononostante, visto il comprensibile imbarazzo che quell’intervista – e anche altre dichiarazioni – avevano provocato, padre Marcó, venne rimosso dal suo incarico di responsabile dei rapporti con la stampa, per volere del cardinale Bergoglio, e destinato altrove. Una circostanza che quanti hanno scovato e rilanciato la presunta notizia si guardano dal raccontare, perché rovinerebbe questa nuova pretestuosa accusa. Attribuire al futuro Papa le parole di Marcó, per contrapporlo a Benedetto XVI è dunque un’operazione propagandistica».

Il 25 febbario 2014 il segretario personale di Benedetto XVI, mons. Georg Ganswein, ha risposto ad un’intervista per il “Washington Post”, affermando: «La stima di Benedetto [per Papa Francesco] è molto alta ed è aumentata per il coraggio del nuovo papa, settimana dopo settimana. All’inizio, non si conoscevano molto bene. Ma poi Papa Francesco gli ha telefonato, gli ha scritto, si reca a trovarlo e lo ha invitato [a riunioni private], in modo che il loro contatto è diventato molto personale e riservato». Ha anche aggiunto: «Il Papa emerito Benedetto è ben consapevole della fama del suo successore, ma lui non è geloso perché vede che la celebrità come un aiuto ai fedeli.

Il 16 marzo 2014 è emerso il racconto di mons. Georg Ganswein, prefetto della Casa Pontifica e segretario di Benedetto XVI, sul fatto che Papa Francesco, prima di mandare alle stampe la sua intervista per “La Civiltà Cattolica” l’aveva sottoposta per una verifica a Benedetto XVI: «Quando padre Spadaro ha consegnato la prima copia di questa intervista papa Francesco me l’ha data e mi ha detto: “Adesso la porti a Benedetto. Vede, la prima pagina dopo l’indice è vuota. Qui papa Benedetto dovrebbe scrivere le sue critiche che gli vengono in mente durante la lettura e poi riportamelo o rimandamelo». Benedetto ha risposto con quattro pagine di suggerimenti. Mons. Georg ha anche spiegato che lo scambio tra i due è di vario tipo e avviene anche per telefono.

Il 24 gennaio 2014 il teologo Hans Küng ha citato una lettera inviatagli da Benedetto XVI (datata 24 gennaio 2014) in cui il Papa emerito ha scritto: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiere». Il 18 febbraio 2014 Benedetto XVI ha confermato la lettera rispondendo al giornalista Andrea Tornielli: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui».

Il 23 gennaio 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, ha criticato i tentativi di opporre Francesco a Benedetto XVI: «Come contrasto si costruisce una opposizione che non esiste. Non conosco dichiarazioni dottrinali di Francesco che siano contrarie a quelle del suo predecessore. Questo sarebbe assurdo […]. Non ci stati circoli tradizionalisti che hanno fatto questo tentativo, eccetto i rappresentanti dell’Alleanza teologica e alcuni giornalisti. Parlare di un antipapa è semplicemente sciocco, e allo stesso tempo irresponsabile. Va nella direzione di provocare un incendio nel dibattito teologico».

Il 15 febbraio 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, è intervenuto in un’intervista spiegando «Benedetto stesso ha detto di aver preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione. E ha assicurato “reverenza e obbedienza” al nuovo Papa. Benedetto XVI è convinto che la decisione presa e comunicata sia quella giusta. Non ne dubita. È serenissimo e certo di questo: la sua decisione era necessaria, presa “dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio”. La consapevolezza che le forze del corpo e dell’animo venivano meno, di dover guardare non alla propria persona ma al bene della Chiesa. Le ragioni sono nella sua declaratio. La Chiesa ha bisogno di un timoniere forte. Tutte le altre considerazioni e ipotesi sono sbagliate». Perché si dubita della validità dell’elezione di Papa Francesco, è forse mancanza di senso della Chiesa?, ha chiesto l’intervistatore. «Sì, i dubbi sulla rinuncia e l’elezione nascono da questo», ha risposta mons. Georg. «Non si possono fondare ipotesi su cose che non sono vere, totalmente assurde. Benedetto e Francesco sono diversi, talvolta molto diversi, i modi di espressione. Ma li accomuna la sostanza, il contenuto, il depositum fidei da annunciare, da promuovere e da difendere».

Il 17 marzo 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, è intervenuto ancora affermando: «Con l’annuncio dell’Anno santo straordinario, Papa Francesco ha dato un’altra prova della sua capacità di sorprendere. Papa Francesco è una persona autentica: è come appare a chi lo guarda da lontano o in tv. C’è chi magari non ha la sua stessa visione, ma non si può dire che Papa Francesco sia ostacolato o contrastato. L’atteggiamento accogliente di Papa Francesco verso Benedetto XVI è stato, ed è, esemplare. Tra i due c’è davvero un rapporto molto cordiale e rispettoso».

Il 14 aprile 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, è intervenuto in un’intervista al programma televisivo “La strada dei miracoli”, affermando: «L’ultima volta Francesco ha fatto visita al Papa Emerito durante la Settimana Santa, il martedì. Loro quando s’incontrano stanno sempre a quattr’occhi. Posso immaginare che anche su questo argomento, se Francesco parla di Benedetto come di un nonno saggio, a un nonno saggio avrà chiesto qualche consiglio!».

Il 14 dicembre 2015 il card. Camillo Ruini ha detto in un’intervista a proposito di presunte contrapposizioni tra vescovi conservatori e il Papa: «Le contrapposizioni non fanno bene, specialmente all’interno della Chiesa. Quella tra Papa e vescovi è però una leggenda metropolitana». Ha quindi respinto l’opinione secondo cui se si rifacesse il Conclave Francesco non verrebbe rieletto: «E’ un’opinione che lascio volentieri» a chi la promuove. «Il valore di Papa Benedetto XVI e del suo pontificato emergerà sempre di più, nel tempo. I rapporti tra lui e papa Francesco dimostrano quanto sia sbagliato contrapporli».

Il 16 marzo 2016 sui quotidiani è comparsa un’intervista a Benedetto XVI realizzata dal gesuita belga Jacques Servais, dopo ever elogiato che il tema della misericordia è sempre più centrale nella Chiesa, a partire da Suor Faustina e da Giovanni Paolo II, ha aggiunto che «la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto». Una profonda convergenza di vedute, quindi, come abbiamo sottolineato.

Il 23 marzo 2016 il segretario personale di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein, ha parlato nuovamente di Benedetto XVI e di Papa Francesco: «Sono diversi nei loro caratteri, nelle personalità e anche nel modo di comunicare e di relazionarsi. Per me, vivere con papa Francesco è uno stimolo: lui cerca il contatto diretto, persino fisico, accarezza e si lascia accarezzare, superando così le distanze personali. Papa Benedetto, invece, è più riservato: accarezza con le parole, piuttosto che con gli abbracci. Sono due personalità differenti, ma la cosa più importante è che sono entrambi autentici, non cercano di “copiare” nessuno».

 
 

————- ————–

37. DESACRALIZZAZIONE DEL PAPATO

Il fatto di preferire farsi chiamare come Vescovo di Roma e abitare fuori dall’appartamento pontificio, così come adottare uno stile di vita sobrio, ha indotto molti a ritenere che Francesco abbia desacralizzato il papato.

Bisogna considerare che il papato non è sacralizzato da gesti esteriori ma in quanto successione di Pietro e basata sulla Tradizione, è dunque di fatto impossibile desacralizzarlo. Occorre ricordare inoltre che chi accusa Francesco dimentica che il più grande gesto “desacralizzante” degli ultimi secoli lo ha compiuto Benedetto XVI rinunciando al ministero petrino. Oltretutto, definirsi “Vescovo di Roma” non è certo una novità, diverse volte prima di lui altri Pontefici si sono spesso dichiarati così. Ricordiamo ad esempio che nell’enciclica Ut Unum Sint Giovanni Paolo II si autodefinì “vescovo di Roma” ben 22 volte.

Nel giugno 2013 il vaticanista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Politi, ha teorizzato che la scelta di non abitare nel Palazzo apostolico mette in discussione l’autorità della Chiesa, «frantuma l’icona ideologica della “sede apostolica” come centro di un potere di impronta divina. Francesco si presenta solo come “vescovo di Roma” e archivia l’aura onnipotente di Pontefice Massimo». Il 2 dicembre 2014 Politi si contraddirà sostenendo che Francesco non sta sminuendo «il prestigio del romano pontefice», come invece , secondo lui, direbbero i gruppi conservatori.

 

Di seguito in ordine cronologico vari esempi che dimostrano la non pertinenza dell’accusa:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Rio de Janeiro, Papa Francesco ha affermato: «Io non potrei vivere da solo nel Palazzo, e non è lussuoso. L’appartamento pontificio non è tanto lussuoso! E’ largo, è grande, ma non è lussuoso. Ma io non posso vivere da solo o con un piccolo gruppetto! Ho bisogno di gente, di trovare gente, di parlare con la gente… E per questo quando i ragazzi delle scuole gesuite mi hanno fatto la domanda: “Perché Lei? Per austerità, per povertà?”. No, no: per motivi psichiatrici, semplicemente, perché psicologicamente non posso. Ognuno deve portare avanti la sua vita, con il suo modo di vivere, di essere». Rispetto al fatto di insistere molto sul farsi chiamare “vescovo di Roma”, ha risposto: «in questo non si deve andare più avanti di quello che si dice. Il Papa è vescovo, Vescovo di Roma, e perché è Vescovo di Roma è successore di Pietro, Vicario di Cristo. Sono altri titoli, ma il primo titolo è “Vescovo di Roma”, e da lì viene tutto. Parlare, pensare che questo voglia dire essere primus inter pares, no, questo non è conseguenza di questo. Semplicemente, è il titolo primo del Papa: Vescovo di Roma. Ma ci sono anche gli altri … Credo che lei abbia detto qualcosa di ecumenismo: credo che questo favorisca un po’ l’ecumenismo. Ma, soltanto questo».

Il 19 settembre 2013 nell’intervista a “La Civiltà Cattolica” a proposito della scelta di non andare a vivere nell’appartamento pontificio: «Ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Il 5 marzo 2014 Papa Francesco ha spiegato al “Corriere della Sera”: «Il Papa non è solo nel suo lavoro perché è accompagnato e consigliato da tanti. E sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità».

Il 12 marzo 2014 il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del dicastero dei Testi legislativi, ha spiegato che Francesco in un anno ha rivoluzionato il rapporto tra il Papa e i fedeli grazie a una concezione della «sacralità» del papato che si esprime nella reale vicinanza alle persone. «Un atteggiamento che solleva le critiche di chi concepisce, legittimamente, il sacro in un altro modo», cioè come distanza, precisa il porporato, ma che ha avvicinato a Bergoglio la gente «in maniera inspiegabile e straordinaria».

Il 7 giugno 2014 Francesco ha spiegato di non stare meditando un pontificato a tempo, come alcuni vaticanisti hanno sostenuto: «Vi benedico e prego per voi, e vi chiedo di pregare per me, perché anche io devo fare il mio gioco che è il vostro gioco, è il gioco di tutta la Chiesa! Pregate per me perché possa fare questo gioco fino al giorno in cui il Signore mi chiamerà a sé. Grazie».

Il 29 giugno 2014 nell’intervista a “Il Messaggero”, Papa Francesco ha spiegato perché preferisce farsi chiamare vescovo di Roma: «Il primo servizio di Francesco è questo: fare il Vescovo di Roma. Tutti i titoli del Papa, Pastore universale, Vicario di Cristo eccetera, li ha proprio perché è Vescovo di Roma. E’ la scelta primaria. La conseguenza del primato di Pietro. Se domani il Papa volesse fare il vescovo di Tivoli è chiaro che mi cacceranno via».

Il 18 agosto 2014 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Corea del Sud, Francesco ha risposto al motivo per cui si recherà in Albania: è perché c’è «un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta tanto ed è equilibrato. E questo va bene, è armonizzato. La presenza del Papa è per dire a tutti i popoli: “Si può lavorare insieme!”. Io l’ho sentito come se fosse un vero aiuto a quel nobile popolo».

Il 18 ottobre 2014 nel discorso per la conclusione dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha affermato a proposito del Sinodo: «era necessario vivere tutto questo con tranquillità, con pace interiore anche perché il Sinodo si svolge cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti. Parliamo un po’ del Papa, adesso, in rapporto con i vescovi… Dunque, il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge – nutrire il gregge – che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite. Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle. Il suo compito è di ricordare a tutti che l’autorità nella Chiesa è servizio (cf. Mc 9, 33-35) come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI […]. Quindi, la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore – il “servus servorum Dei”; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (Can. 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf. Cann. 331-334)».

Il 10 dicembre 2014 durante l’Udienza generale, Francesco ha ricordato che durante il Sinodo sulla famiglia «tutto è avvenuto “cum Petro et sub Petro”, cioè con la presenza del Papa, che è garanzia per tutti di libertà e di fiducia, e garanzia dell’ortodossia. E alla fine con un mio intervento ho dato una lettura sintetica dell’esperienza sinodale».

Il 12 febbraio 2015 nel suo discorso ai cardinali riuniti in Concistorio, Francesco ha spiegato che la riforma della Chiesa, «auspicata vivamente dalla maggioranza dei Cardinali nell’ambito delle Congregazioni generali prima del Conclave, dovrà perfezionare ancora di più l’identità della stessa Curia Romana, ossia quella di coadiuvare il Successore di Pietro nell’esercizio del suo supremo ufficio pastorale per il bene e il servizio della Chiesa universale e delle Chiese particolari. Esercizio col quale si rafforzano l’unità di fede e la comunione del popolo di Dio e si promuove la missione propria della Chiesa nel mondo».

Il 16 febbraio 2015 nel suo discorso all’associazione “Pro Petri Sede”, Francesco ha detto: «Con il prezioso dono che fate oggi al Successore di Pietro, voi venite in aiuto di popolazioni duramente provate in diverse parti del mondo. Con questa solidarietà voi offrite loro anche il conforto spirituale di non sentirsi dimenticate nelle loro prove, e di conservare la speranza».

Il 6 marzo 2015 nell’intervista a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, Francesco ha spiegato il senso del suo gesto appena eletto Pontefice: «Ho sentito nel profondo che un ministro ha bisogno della benedizione di Dio, ma anche di quella del suo popolo. Non ho osato chiedere al popolo di benedirmi. Semplicemente ho detto: «Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica». Mi è uscito tutto in modo spontaneo»

Il 27 aprile 2015 durante l’udienza ai vescovi del Benin, Francesco ha affermato: «Il nostro incontro manifesta la comunione fraterna che esiste tra tutti i vescovi, e con colui che presiede questa comunione: il successore di Pietro. Formulo il voto che, una volta ritornati nelle vostre diocesi, teniate presente questa realtà profonda e soprannaturale: non siete mai soli. Siamo tutti uniti al servizio di un unico Signore».

Il 04 maggio 2015 durante l’udienza alle Guardie svizzere, Francesco ha affermato: «So che il vostro servizio è impegnativo. Quando ci sono compiti supplementari, possiamo sempre contare sulla Guardia Svizzera. Lo so. Vi ringrazio con affetto ed esprimo il mio grande apprezzamento per tutto quello che fate per la Chiesa e per me come Successore di Pietro».

Il 17 ottobre 2015 in occasione de 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi, Francesco ha ricordato che «il fatto che il Sinodo agisca sempre cum Petro et sub Petro – dunque non solo cum Petro, ma anche sub Petro – non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità. Infatti il Papa è, per volontà del Signore, “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei Fedeli”. A ciò si collega il concetto di «ierarchica communio», adoperato dal Concilio Vaticano II: i Vescovi sono congiunti con il Vescovo di Roma dal vincolo della comunione episcopale (cum Petro) e sono al tempo stesso gerarchicamente sottoposti a lui quale Capo del Collegio (sub Petro). […]. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell’apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese».

Il 03 novembre 2015 il sociologo anti-cattolico Marco Marzano ha osservato giustamente che nelle innumerevoli divisioni di cardinali e vescovi tra cordate progressiste e conservatrici, « è chiaro che è soprattutto il ruolo di Franesco come suprema autorità cattolica ad emergere e a rafforzarsi. Quello che il papa ha mostrato a tutti al termine di questo lungo e complicato processo sinodale è che l’unico, ma proprio l’unico, leader della chiesa cattolica universale, il solo capace di tenere insieme un’organizzazione tanto divisa e frammentata, è lui, il vescovo di Roma, il sommo pontefice. Altro che indebolimento del magistero petrino!».

 
 

————- ————–

38. SILENZIO SULL’ISLAM, ASIA BIBI E I CRISTIANI PERSEGUITATI

Nonostante i suoi ripetuti interventi, incredibilmente Francesco è stato anche accusato di tacere sulla discriminazione dei cristiani, in particolare quella di Asia Bibi, e di essere così complice del terrorismo islamico.

MANCATA CONDANNA ISLAMISMO. In particolare viene accusato a Francesco di non condannare l’ideologia islamista dei persecutori. Eppure Francesco ha più volte fatto appello ai leader islamici invitandoli a condannare il terrorismo, operando giustamente una distinzione tra islam e fondamentalismo religioso. Nella ”Evangelii Gaudium”, ha scritto: «Prego, imploro umilmente i Paesi di tradizione islamica affinché assicurino libertà ai cristiani, affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza».

Occorre anche ricordare che nemmeno Benedetto XVI volle mai creare la generalizzazione equiparando l’islam al terrorismo, preferendo restare sul generale: il 18/07/05, parlò solo di “orribile attentato”; il 19/04/06, parò di “atto terroristico”; il 9/05/09, parlò di “perversione della religione”; il 15/05/09 /parlò di “terrorismo”)l’11/11/10, parlò di “discriminazione e violenza”; il 2/01/11, parlò di “strategia di violenza!; il 25/01/11, parlò di “grave atto di violenza”; il 20/10/12, parlò di “terribile attentato”; il 7/01/13 parlò di “pernicioso fanatismo di matrice religiosa” e di “falsificazione della religione stessa” ecc. Tanto che nel 2009 la Chiesa di Benedetto XVI fu accusata dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, di avere “reazioni ammiccanti all’islam”.

 

Asia Bibi. Lo scrittore Antonio Socci ha accusato Francesco di tacere sul caso specifico di Asia Bibi, la cristiana imprigionata da cinque anni. Lo stesso ha fatto il vaticanista Sandro Magister. Benedetto XVI aveva espresso vicinanza alla donna una volta sola, il 17/11/10, ma da allora le cose non sono affatto migliorate, anzi la Corte d’appello ha confermato la sua condanna a morte. Socci ha ricordato che «la povera donna scrisse al Papa, ma invano», eppure Asia Bibi chiese semplicemente a Francesco di pregare per lei e non di esprimersi pubblicamente, aggiungendo: «ti esprimo tutto il mio ringraziamento per la tua vicinanza». Evidentemente la diplomazia vaticana ritiene inopportuno esprimersi ancora pubblicamente, come ha spiegato il vaticanista J. Allen: «papi e funzionari del Vaticano hanno sempre pesato le parole con attenzione, per paura che dire qualcosa di provocatorio possa peggiorare le cose. In questo contesto si apprezza il fatto che il Vaticano possa preferire operare dietro le quinte». Sandro Magister, riferendosi a Francesco, ha infatti scritto che «è lui in persona a dettare tempi e modi della geopolitica vaticana». Nell’aprile 2015 Asia Bibi ha approvato il viaggio che suo marito Ashiq Masih e una delle sue figlie hanno intrapreso in Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sua carcerazione con queste parole: «Quando bacerete la mano del Papa, fatelo anche per me. Quello sarà il mio bacio. E chiedetegli una benedizione».

Padre Bernardo Cervellera ha osservato «tutte le volte che abbiamo fatto una campagna per chiedere la sua liberazione, ci sono stati gruppi di fondamentalisti che hanno protestato, chiedendo la sua immediata esecuzione. Per questo motivo, la chiesa locale invita ad essere cauti nel tenere manifestazioni a sostegno di Asia Bibi, così come raccolte firme o campagne per la sua liberazione, perché si rischia di creare reazioni negative dei fondamentalisti». Lo stesso ha detto Jacques Behnan Hindo, capo dell’arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi: «il momento è delicato e ogni iniziativa o parola non calibrata e presa senza ponderazione può aumentare i rischi per tutti». Vittorio Messori ha paragonato la prudenza di Francesco a quella di Pio XII verso gli ebrei: «proprio coloro che lodano (e giustamente) la prudenza di Pio XII verso coloro che seguivano il Mein Kampf, si lagnano della prudenza del suo attuale successore soprattutto verso coloro che seguono, fino alle estreme conseguenze, un altro libro, il Corano». Il prof. Paolo Branca, docente di Islamistica presso l’Università Cattolica, ha spiegato che ogni presa di posizione del capo della Chiesa richieda la massima ponderatezza, considerato «il rischio di possibili ripercussioni sulle comunità cristiane presenti nei Paesi», e visto anche il «tentativo di molti di soffiare sulle divisioni confessionali – vedasi in Egitto – per creare caos e invocare governi forti».

 

Di seguito in ordine cronologico le varie occasioni in cui il Pontefice si è espresso sui cristiani perseguitati:

Il 14 aprile 2013 durante il Regina Caeli, Francesco ha affermato: «Preghiamo in modo particolare per i cristiani che soffrono persecuzione; in questo tempo ci sono tanti cristiani che soffrono persecuzione, tanti, tanti, in tanti Paesi: preghiamo per loro, con amore, dal nostro cuore. Sentano la presenza viva e confortante del Signore Risorto».

Il 19 maggio 2013 nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale, Francesco ha scritto: «Un pensiero infine ai cristiani che, in varie parti del mondo, si trovano in difficoltà nel professare apertamente la propria fede e nel vedere riconosciuto il diritto a viverla dignitosamente. Sono nostri fratelli e sorelle, testimoni coraggiosi – ancora più numerosi dei martiri nei primi secoli – che sopportano con perseveranza apostolica le varie forme attuali di persecuzione, Non pochi rischiano anche la vita per rimanere fedeli al Vangelo di Cristo. Desidero assicurare che sono vicino con la preghiera alle persone, alle famiglie e alle comunità che soffrono violenza e intolleranza e ripeto loro le parole consolanti di Gesù: «Coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16,33)».

Il 12 giugno 2013 dopo l’Angelus, Francesco ha detto: «In particolare, pregherò per le vittime della violenza, specialmente per i cristiani che hanno perso la vita a causa delle persecuzioni».

Il 25 settembre 2013 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «Quando sento che tanti cristiani nel mondo soffrono, sono indifferente o è come se soffrisse uno di famiglia? Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e danno anche la vita per la propria fede, questo tocca il mio cuore o non mi arriva? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia che sta dando la vita per Gesù Cristo? Preghiamo gli uni per gli altri? Vi faccio una domanda, ma non rispondete a voce alta, soltanto nel cuore: quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno risponda nel cuore. Io prego per quel fratello, per quella sorella che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?».

Il 20 ottobre 2013 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: « In questa Giornata siamo vicini a tutti i missionari e le missionarie, che lavorano tanto senza far rumore, e danno la vita. Come l’italiana Afra Martinelli, che ha operato per tanti anni in Nigeria: qualche giorno fa è stata uccisa, per rapina; tutti hanno pianto, cristiani e musulmani. Le volevano bene. Lei ha annunciato il Vangelo con la vita, con l’opera che ha realizzato, un centro di istruzione; così ha diffuso la fiamma della fede, ha combattuto la buona battaglia! Pensiamo a questa sorella nostra, e la salutiamo con un applauso, tutti!».

Il 17 novembre 2013 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: «pensiamo a tanti fratelli e sorelle cristiani, che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Ce ne sono tanti. Forse molti di più dei primi secoli. Gesù è con loro. Anche noi siamo uniti a loro con la nostra preghiera e il nostro affetto; abbiamo ammirazione per il loro coraggio e la loro testimonianza. Sono i nostri fratelli e sorelle, che in tante parti del mondo soffrono a causa dell’essere fedeli a Gesù Cristo. Li salutiamo di cuore e con affetto».

Il 24 novembre 2013 viene pubblicata l’“Evangelii Gaudium” in cui si legge: «In quest’epoca acquista una notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam, oggi particolarmente presenti in molti Paesi di tradizione cristiana dove essi possono celebrare liberamente il loro culto e vivere integrati nella società. Non bisogna mai dimenticare che essi, “professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale”. Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte degli insegnamenti cristiani; Gesù Cristo e Maria sono oggetto di profonda venerazione ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi. Al tempo stesso, molti di loro sono profondamente convinti che la loro vita, nella sua totalità, è di Dio e per Lui. Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri. Per sostenere il dialogo con l’Islam è indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni. Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza».

Il 25 novembre 2013 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha affermato: «Quando noi sentiamo la vita dei martiri, quando noi leggiamo sui giornali le persecuzioni contro i cristiani, oggi, pensiamo a questi fratelli e sorelle in situazioni limite, che fanno questa scelta. Loro vivono in questo tempo. Loro sono un esempio per noi e ci incoraggiano a gettare sul tesoro della Chiesa tutto quello che abbiamo per vivere ».

Il 22 settembre 2013, in seguito al doppio attacco a Peshawar (Pakistan) dopo messa, dove hanno perso la vita 78 persone, Francesco, concludendo la visita a Cagliari e incontrando un gruppo di giovani, è intervenuto dicendo: «Oggi in Pakistan, per una scelta sbagliata, di odio, di guerra, è stato fatto un attentato e sono morte 70 persone. Questa strada non va, non serve. Soltanto la strada della pace, che costruisce un mondo migliore. Ma se non lo fate voi, se non lo fate voi, non lo farà un altro, eh? Questo è il problema, e questa è la domanda che io vi lascio: ‘Sono disposto, sono disposta a prendere una strada per costruire un mondo migliore?’. Soltanto quello. E preghiamo un Padre nostro per tutte queste persone che sono morte in questo attentato in Pakistan. La Madonna ci aiuti sempre a lavorare per un mondo migliore, a prendere la strada della costruzione, la strada della pace e mai la strada della distruzione e la strada della guerra».

Il 26 dicembre 2013 Francesco attraverso Twitter ha inviato questo messaggio: «Davanti al Presepe, preghiamo in modo speciale per quanti soffrono persecuzione a motivo della fede».

Il 26 dicembre 2013 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: « oggi preghiamo in modo particolare per i cristiani che subiscono discriminazioni a causa della testimonianza resa a Cristo e al Vangelo. Siamo vicini a questi fratelli e sorelle che, come santo Stefano, vengono accusati ingiustamente e fatti oggetto di violenze di vario tipo. Sono sicuro che, purtroppo, sono più numerosi oggi che nei primi tempi della Chiesa. Ce ne sono tanti!  Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o non è pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che sulla carta tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove di fatto i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni. Io vorrei chiedervi di pregare per questi fratelli e sorelle un attimo in silenzio […] E li affidiamo alla Madonna».

Il 10 maggio 2014, in seguito al rapimento delle studentesse cristiane in Nigeria da parte degli islamisti di Boko Haram, Papa Francesco si è unito all’appello per la loro liberazione: «Uniamoci tutti nella preghiera per l’immediato rilascio delle liceali rapite in Nigeria. BringBackOurGirls». Nel novembre 2014 Socci lo accuserà di aver «taciuto su questa tragedia».

Il 13 giugno 2014 durante l’intervista a “La Vanguardia”, Papa Francesco ha affermato: «I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno. Ma ci sono dei luoghi dove è proibito avere una Bibbia o insegnare catechismo o portare una croce… C’è una cosa che voglio però mettere in chiaro: sono convinto che la persecuzione contro i cristiani oggi sia più forte che nei primi secoli della Chiesa. Oggi ci sono più cristiani martiri che a quell’epoca. E non è una fantasia, lo dicono i numeri».

Il 20 giugno 2014, ai partecipanti di un convegno sulla libertà religiosa, Francesco ha detto: «Alla luce delle acquisizioni della ragione, confermate e perfezionate dalla rivelazione, e del progresso civile dei popoli, risulta incomprensibile e preoccupante che, a tutt’oggi, nel mondo permangano discriminazioni e restrizioni di diritti per il solo fatto di appartenere e professare pubblicamente una determinata fede. È inaccettabile che addirittura sussistano vere e proprie persecuzioni per motivi di appartenenza religiosa! Anche guerre! Questo ferisce la ragione, attenta alla pace e umilia la dignità dell’uomo. E’ per me motivo di grande dolore constatare che i cristiani nel mondo subiscono il maggior numero di tali discriminazioni. La persecuzione contro i cristiani oggi è addirittura più forte che nei primi secoli della Chiesa, e ci sono più cristiani martiri che in quell’epoca. Questo accade a più di 1700 anni dall’editto di Costantino, che concedeva la libertà ai cristiani di professare pubblicamente la loro fede. Auspico vivamente che il vostro convegno illustri con profondità e rigore scientifico le ragioni che obbligano ogni ordinamento giuridico a rispettare e difendere la libertà religiosa».

Il 20 luglio 2014 dopo l’Angelus, Francesco ha affermato: «Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane. Vi esorto, inoltre, a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina. Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace! Preghiamo in silenzio, chiedendo la pace; tutti, in silenzio…. Maria Regina della pace, prega per noi!».

Il 1 agosto 2014 il sociologo Massimo Introvigne ha scritto: «Papa Francesco ha ricordato oltre venti volte, in meno di un anno e mezzo di pontificato, i cristiani perseguitati oggi nel mondo. Chissà perché, non è la parte del suo magistero su cui i grandi media insistono di più, anche se Francesco ha cercato di attirare l’attenzione su questo tema più di ogni altro Pontefice precedente e certamente più di qualunque leader politico mondiale».

L’8 agosto 2014 Francesco attraverso Twitter ha inviato tre messaggi: «Chiedo a tutti gli uomini di buona volontà di unirsi alle mie preghiere per i cristiani iracheni e per tutte le comunità perseguitate; Vi prego di dedicare un momento oggi alla preghiera per tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro casa in Iraq. #prayforpeace; Signore, ti preghiamo di sostenere coloro che in Iraq sono privati di tutto. #prayforpeace”».

Il 10 agosto 2014 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: «ci lasciano increduli e sgomenti le notizie giunte dall’Iraq: migliaia di persone, tra cui tanti cristiani, cacciati dalle loro case in maniera brutale; bambini morti di sete e di fame durante la fuga; donne sequestrate; persone massacrate; violenze di ogni tipo; distruzione dappertutto; distruzione di case, di patrimoni religiosi, storici e culturali. Tutto questo offende gravemente Dio e offende gravemente l’umanità. Non si porta l’odio in nome di Dio! Non si fa la guerra in nome di Dio! Noi tutti, pensando a questa situazione, a questa gente, facciamo silenzio adesso e preghiamo. Ringrazio coloro che, con coraggio, stanno portando soccorso a questi fratelli e sorelle, e confido che una efficace soluzione politica a livello internazionale e locale possa fermare questi crimini e ristabilire il diritto. Per meglio assicurare la mia vicinanza a quelle care popolazioni ho nominato mio Inviato Personale in Iraq il Cardinale Fernando Filoni, che domani partirà da Roma».

Il 12 agosto 2014 il prof. Massimo Introvigne, vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica e coordinatore dell’Osservatorio della libertà religiosa, ha commentato: «Altri invece contrappongono Benedetto XVI al suo successore Francesco, sostenendo che Papa Ratzinger, a differenza dell’attuale Pontefice, avrebbe chiaramente denunciato il potenziale di violenza e di odio dell’islam. Nell’uno e nell’altro caso, si rischia di presentare un’immagine riduttiva di Benedetto XVI». Ha anche «insegnato che il dialogo interreligioso con l’islam è una scelta irrinunciabile della Chiesa. Poco prima di morire, proprio Oriana Fallaci confidava che il Papa tedesco, a lei che definiva questo dialogo “impossibile”, avrebbe ribadito che si tratta di un dialogo “impossibile, ma obbligatorio”».

Il 18 agosto 2014 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Corea del Sud, Francesco ha risposto alla domanda se approva che gli Stati Uniti abbiano iniziato a bombardare dei terroristi in Iraq per prevenire un genocidio, per proteggere il futuro delle minoranze: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo anche avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto questo, niente di più. Secondo, le minoranze. Grazie della parola. Perché a me dicono: “I cristiani, poveri cristiani…” Ed è vero, soffrono. I martiri, sì, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti di Dio. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male». Rispetto ai profughi del Kurdistan, ha rivelato: «ci siamo detti: che cosa si può fare? Abbiamo pensato tante cose. Abbiamo scritto prima di tutto un comunicato che ha fatto padre Lombardi a nome mio. Dopo, questo comunicato è stato inviato a tutte le Nunziature perché fosse comunicato ai governi. Poi, abbiamo scritto una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite… Tante cose… E alla fine abbiamo deciso di inviare un Inviato Personale, il Cardinale Filoni. E infine abbiamo detto: se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea, possiamo andare lì. Era una delle possibilità. Questa è la risposta: sono disponibile. In questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto a questo».

Il 22 agosto 2014 il vaticanista Andrea Tornielli ha risposto a coloro che criticano i presunti silenzi di Papa Francesco nei confronti dei cristiani perseguitati: «Hanno pesantemente criticato il Papa (meglio Bergoglio, come lo definiscono, senza mai ricordare una volta il nome pontificale di Francesco, dato che per qualcuno di costoro il vero Papa è l’emerito) per i suoi presunti “silenzi” circa l’Iraq, con le stesse identiche motivazioni per le quali esattamente mezzo secolo fa, pochi anni dopo la sua morte, venne messo alla berlina Pio XII. Dimenticano di rileggersi le dichiarazioni analoghe fatte dai predecessori negli ultimi decenni in casi di persecuzioni, guerre, emergenze umanitarie (scoprirebbero che il Papa quando interviene in questi casi, evita sempre di additare con nome e cognome i “cattivi” e la loro eventuale appartenenza religiosa, si vedano gli interventi di Papa Wojtyla sul Kosovo)».

Il 3 settembre 2014 durante l’udienza generale, Francesco ha affermato: «Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dall’Iraq. La chiesa è Madre e, come tutte le madri, sa accompagnare il figlio bisognoso, sollevare il figlio caduto, curare il malato, cercare il perduto e scuotere quello addormentato e anche difendere i figli indifesi e perseguitati. Oggi vorrei assicurare, specialmente a questi ultimi, cioè gli indifesi e perseguitati, la vicinanza: siete nel cuore della Chiesa; la Chiesa soffre con voi ed è fiera di voi, fiera di avere figli come voi; siete la sua forza e la testimonianza concreta e autentica del suo messaggio di salvezza, di perdono e di amore. Vi abbraccio tutti, tutti! Il Signore vi benedica e vi protegga sempre!».

Il 21 settembre 2014 durante il suo viaggio in Albania, Francesco ha affermato: «Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. […]. Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano».

L’8 ottobre 2014 il vescovo francescano, mons. Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo ha rivelato in seguito al suo incontro con Francesco: «Mi ha detto che ha la Siria nel suo cuore e nella sua preghiera, e che prega per tutti i cristiani del Medio Oriente. E’ ben consapevole di quello che sta succedendo ai cristiani e per questo noi lo ringraziamo veramente. E io, quando sono andato a Roma, molti – non solo cristiani, ma soprattutto musulmani – mi hanno detto: “Per favore, ringrazi il Santo Padre a nostro nome per tutto quello che sta facendo per noi”».

Il 20 ottobre 2014, in occasione della fine del Sinodo sulla Famiglia, Francesco ha ricordato «un’altra questione che mi sta molto a cuore, ovvero il Medio Oriente e, in particolare, la situazione dei cristiani nella regione. Come ho avuto occasione di ribadire a più riprese, non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù. Gli ultimi avvenimenti, soprattutto in Iraq e in Siria, sono molto preoccupanti. Assistiamo ad un fenomeno di terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili. Tanti nostri fratelli sono perseguitati e hanno dovuto lasciare le loro case anche in maniera brutale. Sembra che si sia persa la consapevolezza del valore della vita umana, sembra che la persona non conti e si possa sacrificare ad altri interessi. E tutto ciò, purtroppo, nell’indifferenza di tanti».

Il 10 novembre 2014 lo scrittore Antonio Socci ha accusato Francesco di non essere intervenuto sulla morte di due cristiani gettati in una fornace e bruciati. E’ vero, ma sono due anni che ogni mese ricorda i cristiani perseguitati e infatti interverrà su questo caso specifico due giorni dopo. Lo stesso silenzio, ha affermato Socci, ci sarebbe stato anche sul caso di Meriam: una falsità, non solo appena la donna è stata liberata ha voluto incontrare Papa Francesco, ma ha anche «ringraziato per il sostegno che nella sua vicenda ha sempre avuto dalla Chiesa cattolica». E da questo si evince chiaramente che c’è stato un lavoro dietro le quinte per la sua liberazione, gestito da Francesco.

Il 12 novembre 2014, al termine dell’Udienza generale, Francesco ha affermato: «Con grande trepidazione seguo le drammatiche vicende dei cristiani che in varie parti del mondo sono perseguitati e uccisi a motivo del loro credo religioso. Sento il bisogno di esprimere la mia profonda vicinanza spirituale alle comunità cristiane duramente colpite da un’assurda violenza che non accenna a fermarsi, mentre incoraggio i Pastori e i fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Ancora una volta, rivolgo un accorato appello a quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale, come pure a tutte le persone di buona volontà, affinché si intraprenda una vasta mobilitazione di coscienze in favore dei cristiani perseguitati. Essi hanno il diritto di ritrovare nei propri Paesi sicurezza e serenità, professando liberamente la nostra fede. E adesso per tutti i cristiani, perseguitati perché cristiani, vi invito a pregare il Padre Nostro».

Il 25 novembre 2014 nel discorso al Parlamento Europeo, Francesco ha ricordato «le numerose ingiustizie e persecuzioni che colpiscono quotidianamente le minoranze religiose, e particolarmente cristiane, in diverse parti del mondo. Comunità e persone che si trovano ad essere oggetto di barbare violenze: cacciate dalle proprie case e patrie; vendute come schiave; uccise, decapitate, crocefisse e bruciate vive, sotto il silenzio vergognoso e complice di tanti».

Il 30 novembre 2014 nella conferenza stampa durante il ritorno dal viaggio in Turchia, Papa Francesco ha affermato: «Sull’islamofobia: è vero che davanti a questi atti terroristici, non solo in questa zona ma anche in Africa, c’è una reazione e si dice: “Se questo è l’islam, mi arrabbio!”. E tanti islamici sono offesi, tanti, tanti islamici. Dicono: “No, noi non siamo questo. Il Corano è un libro di pace, è un libro profetico di pace. Questo non è islam”. Io capisco questo e credo che – almeno io credo, sinceramente – che non si possa dire che tutti gli islamici sono terroristi: non si può dire. Come non si può dire che tutti i cristiani sono fondamentalisti, perché anche noi ne abbiamo, in tutte le religioni ci sono questi gruppetti. Io ho detto al Presidente [Erdogan]: “Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, leader religiosi o leader accademici – parlino chiaramente e condannino quegli atti, perché questo aiuterà la maggioranza del popolo islamico a dire “no”; ma davvero, dalla bocca dei suoi leader: il leader religioso, il leader accademico, tanti intellettuali, e i leader politici”. Questa è stata la mia risposta. Perché noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale, anche da parte degli islamici, che hanno quella identità e che dicano: “Noi non siamo quelli. Il Corano non è questo”. Questa è la prima cosa. Cristianofobia: è vero! Non voglio usare parole un po’ addolcite, no. Noi cristiani, ci cacciano via dal Medio Oriente. Alcune volte, come abbiamo visto in Iraq, nella zona di Mosul, devono andarsene e lasciare tutto, o pagare la tassa, che poi non serve… E altre volte ci cacciano via con i guanti bianchi. Per esempio, in uno Stato, una coppia, il marito vive qua, la donna vive là… No, che il marito venga a vivere con la donna. No, no: che la donna lasci e lasci libera la casa. Questo succede in alcuni Paesi. E’ come se volessero che non ci siano più cristiani, che non rimanga niente di cristiano. In quella zona c’è questo. E’ vero, è un effetto del terrorismo, nel primo caso, ma quando si fa diplomaticamente, con i guanti bianchi, è perché c’è un’altra cosa dietro, e questo non è buono […]. Tornando ai due primi aspetti, soprattutto a quello dell’islamofobia, dobbiamo sempre distinguere qual è la proposta di una religione dall’uso concreto che di quella proposta fa un determinato governo. Forse dice: “Io sono islamico – io sono ebreo – io sono cristiano”. Ma tu governi il tuo Paese non come islamico, non come ebreo, non come cristiano. C’è un abisso. Bisogna fare questa distinzione, perché tante volte si usa il nome, ma la realtà non è quella della religione».

Il 6 dicembre 2014 il vaticanista John L. Allen è entrato nel merito delle accuse a Francesco sui suoi “silenzi” verso Asia Bibi, la cristiana incarcerata in Pakistan per un’assurda accusa di blasfemia. «Tuttavia, papi e funzionari del Vaticano hanno sempre pesato le parole con attenzione, per paura che dire qualcosa di provocatorio possa peggiorare le cose. In questo contesto si apprezza il fatto che il Vaticano possa preferire di operare dietro le quinte».

Il 21 dicembre 2014 Francesco ha inviato una lunga lettera ai cristiani del Medio Oriente, scrivendo: «Lo faccio nell’imminenza del Santo Natale, sapendo che per molti di voi alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri […]. L’afflizione e la tribolazione non sono mancate purtroppo nel passato anche prossimo del Medio Oriente. Esse si sono aggravate negli ultimi mesi a causa dei conflitti che tormentano la Regione, ma soprattutto per l’operato di una più recente e preoccupante organizzazione terrorista, di dimensioni prima inimmaginabili, che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell’uomo, colpendo in modo particolare alcuni di voi che sono stati cacciati via in maniera brutale dalle proprie terre, dove i cristiani sono presenti fin dall’epoca apostolica. Nel rivolgermi a voi, non posso dimenticare anche altri gruppi religiosi ed etnici che pure subiscono la persecuzione e le conseguenze di tali conflitti. Seguo quotidianamente le notizie dell’enorme sofferenza di molte persone nel Medio Oriente. Penso specialmente ai bambini, alle mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, a quanti patiscono la fame, a chi deve affrontare la durezza dell’inverno senza un tetto sotto il quale proteggersi. Questa sofferenza grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa. A tutti voglio esprimere la vicinanza e la solidarietà mia e della Chiesa, e offrire una parola di consolazione e di speranza […].  Ricordo con affetto e venerazione i Pastori e i fedeli ai quali negli ultimi tempi è stato chiesto il sacrificio della vita, spesso per il solo fatto di essere cristiani. Penso anche alle persone sequestrate, tra cui alcuni Vescovi ortodossi e sacerdoti dei diversi Riti. Possano presto tornare sane e salve nelle loro case e comunità! Chiedo a Dio che tanta sofferenza unita alla croce del Signore dia frutti di bene per la Chiesa e per i popoli del Medio Oriente […].  Le sofferenze patite dai cristiani portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. E’ l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo. […]. Il vostro sforzo di collaborare con persone di altre religioni, con gli ebrei e con i musulmani, è un altro segno del Regno di Dio. Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada. Il dialogo basato su un atteggiamento di apertura, nella verità e nell’amore, è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni. Il dialogo è al tempo stesso un servizio alla giustizia e una condizione necessaria per la pace tanto desiderata. La maggior parte di voi vive in un ambiente a maggioranza musulmana. Potete aiutare i vostri concittadini musulmani a presentare con discernimento una più autentica immagine dell’Islam, come vogliono tanti di loro, i quali ripetono che l’Islam è una religione di pace e può accordarsi con il rispetto dei diritti umani e favorire la convivenza di tutti. Sarà un bene per loro e per l’intera società. La situazione drammatica che vivono i nostri fratelli cristiani in Iraq, ma anche gli yazidi e gli appartenenti ad altre comunità religiose ed etniche, esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte di tutti i responsabili religiosi, per condannare in modo unanime e senza alcuna ambiguità tali crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli […]. Continueremo ad aiutarvi con la preghiera e con gli altri mezzi a disposizione. Nello stesso tempo continuo a esortare la Comunità internazionale a venire incontro ai vostri bisogni e a quelli delle altre minoranze che soffrono; in primo luogo, promuovendo la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico, cercando di arginare e fermare quanto prima la violenza che ha causato già troppi danni. […]. Ogni giorno prego per voi e per le vostre intenzioni. Vi ringrazio perché so che voi, nelle vostre sofferenze, pregate per me e per il mio servizio alla Chiesa. Spero tanto di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e confortarvi».

Il 3 gennaio 2015 lo storico Franco Cardini ha spiegato che gli jihadisti non «rappresentano il nuovo volto dell’Islam. Ci sono un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo e gli integralisti sono una minima parte. Certo potrebbe aumentare, ma, pur essendo l’Islam come l’ebraismo una religione di “Legge”, cioè finalizzata alla realizzazione della giustizia divina e non della pace in senso stretto tra gli uomini, non vedo i presupposti per una sua trasformazione globale in senso estremista». L’osservazione è giusta e questo aiuta a spiegare perché Francesco abbia tentato di evitare il più possibile di accusare l’islam del massacro dei cristiani, preferendo parlare di fondamentalismi religiosi in generale.

Il 3 gennaio 2015 è stato recensito il saggio di Angela Lano, giornalista e saggista esperta di islam, nel quale la studiosa spiega che per l’Is il mondo non si riduce più a “musulmani” e “non credenti” (cristiani, ebrei, buddisti, atei, ecc.), ma a “credenti veri” (loro) e “miscredenti” (tutti gli altri, musulmani compresi). Il che dà l’idea della profondità della faglia apertasi con l’affermazione militare ed economica dello Stato islamico. Per questo l’Is rappresenta una minaccia anche per l’islam più autentico e pacifico e per questo non ha senso accusare l’islam del terrorismo verso i cristiani ed è più sensato parlare di fondamentalismo religioso, come ha optato -anche in segno ecumenico- Papa Francesco.

Il 7 gennaio 2015 un gruppo di prominenti imam francesi ha assistito all’udienza generale di Papa Francesco. Raggiunti dalla notizia dell’attentato al settimanale satirico Charlie Hebdo da parte di terroristi musulmani, hanno subito condannato i fatti: «E’ necessario che la comunità musulmana si ribelli» per esprimere il suo «disgusto» di fronte al fatto che «la maggioranza silenziosa si vede presa in ostaggio da dei folli». Allo stesso modo ha fatto l’Unione delle moschee francesi parlando di «attentato vile, criminale e imperdonabile», poiché «nulla, assolutamente nulla, può giustificare o scusare questo crimine». E’ evidente che il mondo musulmano non c’entra nulla con il fondamentalismo dell’Is e Francesco, correttamente, scinde l’islam dai fomentatori di odio.

L’8 gennaio 2015 è intervenuto il prof. Massimo Introvigne, vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica e coordinatore dell’Osservatorio della libertà religiosa, spiegando: «sbagliano i politicanti estremisti e sciacalli di tutte le risme, i quali sperano di lucrare su queste tragedie per fare i martiri con il sangue degli altri alla ricerca di un miserabile tornaconto elettorale, o per arruolare anche i poveri morti di Parigi in rese dei conti ecclesiastiche che hanno di mira Papa Francesco, accusato di inventare un dialogo con l’islam che invece già Benedetto XVI in un discorso del 28 novembre 2006 definiva “non opzionale”, cioè obbligatorio. Sbagliano i buonisti per cui i terroristi “non sono islamici” ma sbagliano anche i “cattivisti” per cui tutti gli islamici sono terroristi». Invece «la “strategia Francesco” che Papa Bergoglio ha più volte proposto di fronte alle stragi dell’ISIS è l’unico modo ragionevole di rispondere alla criminale follia dei terroristi. Non è spegnendo la luce del dialogo e strillando in piazza slogan contro l’Islam che si disinnesca l’ultra-fondamentalismo assassino. Al contrario, lo si alimenta. E’ solo trovando interlocutori islamici disposti non a rinnegare la propria storia e la propria identità ma a cercare al loro interno le ragioni per condannare e isolare i terroristi che gli assassini potranno essere davvero sconfitti. È la strategia di Papa Francesco, era la vera strategia di Papa Benedetto. È la strategia più difficile. Ma non ce ne sono altre».

Il 12 gennaio 2015 nel discorso al corpo diplomatico presso la Santa Sede, Francesco ha affermato: «Il pensiero corre subito al Pakistan, dove un mese fa oltre cento bambini sono stati trucidati con inaudita ferocia. Alle loro famiglie desidero rinnovare il mio personale cordoglio e l’assicurazione della mia preghiera per i tanti innocenti che hanno perso la vita». Ha ricordato anche «la tragica strage avvenuta a Parigi alcuni giorni fa». Accade questo perché «l’essere umano da libero diventa schiavo, ora delle mode, ora del potere, ora del denaro, talvolta perfino di forme fuorviate di religione […]. Il Medio Oriente è purtroppo attraversato anche da altri conflitti, che si protraggono ormai da troppo tempo e i cui risvolti sono agghiaccianti anche per il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq. Tale fenomeno è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio. Il fondamentalismo religioso, infatti, prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico. Di fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e altri gruppi etnici e religiosi della Regione – gli yazidi, per esempio – occorre una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato. Nel sollecitare la comunità internazionale a non essere indifferente davanti a tale situazione, auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione, volta a giustificare tali atti di violenza».

Il 13 gennaio 2015 durante il suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha affermato: «Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra. Dobbiamo essere chiari e non equivoci nell’invitare le nostre comunità a vivere pienamente i precetti di pace e convivenza presenti in ciascuna religione e denunciare gli atti di violenza quando vengono commessi».

Il 15 gennaio 2015 il francescano custode di Terrasanta, padre Pierbattista Pizzaballa, ha spiegatore: «Il Papa ha uno sguardo d’assieme sulla realtà mondiale che pochi altri possono avere. Ha colto il cambiamento epocale e, in esso, la violenza che lo abita come nocciolo. Il fanatismo, il dire io sono nel giusto; o diventi come noi, o devi sparire. Poi, a seconda delle situazioni, si avrà in Medio Oriente l’Isis e in Africa Boko Haram. È un ritorno al punto più buio di secoli passati».

Il 21 gennaio 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha invitato a «pregare insieme per le vittime delle manifestazioni di questi ultimi giorni nell’amato Niger. Sono state fatte brutalità verso i cristiani, i bambini e le chiese. Invochiamo dal Signore il dono della riconciliazione e della pace, perché mai il sentimento religioso diventi occasione di violenza, di sopraffazione e di distruzione. Non si può fare la guerra in nome di Dio! Auspico che quanto prima si possa ristabilire un clima di rispetto reciproco e di pacifica convivenza per il bene di tutti».

Il 24 gennaio 2015 mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha spiegato cosa si intenda per “dialogare con i terroristi”: «Qui il realismo del Papa ci aiuta molto. (…) Il dialogo sì, sempre, ma  non significa mettersi di fronte all’altro e necessariamente aspettare che lui impari la mia lingua quando la sua è soltanto orientata, sintonizzata sulla violenza e sul sopruso. Bisogna che io trovi tutti i mezzi possibili e necessari perché l’altro capisca che il suo linguaggio è sbagliato, che sta portando morte».

Il 27 gennaio 2015 l’arcivescovo Metropolita di Aleppo, mons. Jean-Clément Jeanbart ha spiegato che «la religione c’entra solo perché alcuni hanno tentato di coprire gli interessi economici con quelli presunti religiosi. Questo non corrisponde alla realtà. Io ho rapporti con tantissimi esponenti religiosi, anche autorevoli, dell’islam. Nessuno è convinto che in nome di Dio si possa uccidere. E’ la violenza di pochi che prevale sulla volontà alla pace di molti».

Il 30 gennaio 2015 durante il discorso alla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico, Francesco ha affermato: «In questo momento, in maniera particolare, noi condividiamo la costernazione e il dolore per quanto accade in Medio Oriente, specialmente in Iraq e in Siria. Ricordo tutti gli abitanti della regione, compresi i nostri fratelli cristiani e molte minoranze, che vivono le conseguenze di un estenuante conflitto. Insieme a voi prego ogni giorno affinché si trovi presto una soluzione negoziata, supplicando la bontà e la pietà di Dio per quanti che sono colpiti da questa immensa tragedia. Tutti i cristiani sono chiamati a lavorare insieme in mutua accettazione e fiducia per servire la causa della pace e della giustizia. Possano l’intercessione e l’esempio di molti martiri e santi, che hanno dato coraggiosa testimonianza di Cristo in tutte le nostre Chiese, sostenere e rafforzare voi e le vostre comunità cristiane».

Nel febbraio 2015 una delle massime autorità religiose musulmane, Ahmed Al Tayeb ha attaccato l’Isis parlando di  “organizzazione terrorista satanica”.

Il 06 febbraio 2015 durante l’omelia a Santa Marta, Francesco ha affermato: «penso ai nostri martiri, ai martiri dei nostri giorni, quegli uomini, donne, bambini che sono perseguitati, odiati, cacciati via dalle case, torturati, massacrati. E questa non è una cosa del passato: oggi succede questo. I nostri martiri, che finiscono la loro vita sotto l’autorità corrotta di gente che odia Gesù Cristo. Ci farà bene pensare ai nostri martiri. Oggi pensiamo a Paolo Miki, ma quello è successo nel 1600. Pensiamo a quelli di oggi! Del 2015».

Il 16 febbraio 2015 nel discorso al moderatore della Chiesa di Scozia, Francesco ha affermato: «oggi ho potuto leggere dell’esecuzione di quei ventuno o ventidue cristiani copti. Dicevano solamente: “Gesù aiutami!”. Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani. Lei, fratello, nel suo discorso ha fatto riferimento a quello che succede nella terra di Gesù. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, copti, luterani non importa: sono cristiani! E il sangue è lo stesso. Il sangue confessa Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di confessare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’un l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che ci sta dando forza, l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani».

Il 17 febbraio 2015 prima della messa a Santa Marta, Papa Francesco ha chiesto: «Offriamo questa Messa per i nostri 21 fratelli copti, sgozzati per il solo motivo di essere cristiani. Preghiamo per loro che il Signore come martiri li accolga, per le loro famiglie, per il mio fratello Tawadros, che soffre tanto».

Il 01 marzo 2015 durante l’Angelus Papa Francesco ha detto: «non cessano, purtroppo, di giungere notizie drammatiche dalla Siria e dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e di altri gruppi. Vogliamo assicurare a quanti sono coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine all’intollerabile brutalità di cui sono vittime. Insieme ai membri della Curia Romana ho offerto secondo questa intenzione l’ultima Santa Messa degli Esercizi Spirituali, venerdì scorso. Nello stesso tempo chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq…. Preghiamo in silenzio…».

Il 02 marzo 2015 incontrando i vescovi del Nord Africa, ha affermato: (qui una traduzione) «mi unisco ai fedeli delle vostre diocesi del Nord dell’Africa. Portate loro l’affetto del Papa e la certezza che egli resta vicino a loro e li incoraggia nella generosa testimonianza che rendono al Vangelo di pace e di amore di Gesù. Vorrei in particolare rendere omaggio al coraggio, alla fedeltà e alla perseveranza dei Vescovi in Libia, come pure dei sacerdoti, delle persone consacrate e dei laici che rimangono nel Paese nonostante i molteplici pericoli. Sono autentici testimoni del Vangelo. Li ringrazio vivamente, e vi incoraggio tutti a proseguire i vostri sforzi per contribuire alla pace e alla riconciliazione in tutta la vostra regione».

Il 02 marzo 2015 l’arcivescovo Jacques Behnan Hindo, capo dell’arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi ha spiegato che i capi delle Chiese e delle comunità locali cercano di tenere aperti i contatti e i negoziati con i miliziani dell’Is attraverso la mediazione di alcuni leader tribali musulmani locali. Se lo scrittore Antonio Socci accusa il Vaticano di non “tuonare” contro l’Islam, mons. Behnan Hindo, fisicamente a fianco dei cristiani perseguitati, ha affermato: «Il momento è delicato e ogni iniziativa o parola non calibrata e presa senza ponderazione può aumentare i rischi per tutti».

Il 02 marzo 2015 nella lettera ai vescovi nigeriani, Francesco ha scritto: «Credenti, sia cristiani che musulmani, sono stati accomunati da una tragica fine, per mano di persone che si proclamano religiose, ma che abusano della religione per farne una ideologia da piegare ai propri interessi di sopraffazione e di morte».

Il 15 marzo 2015 durante l’Angelus, Francesco ha affermato: «Con dolore, con molto dolore, ho appreso degli attentati terroristici di oggi contro due chiese nella città Lahore in Pakistan, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Sono chiese cristiane. I cristiani sono perseguitati. I nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per le loro famiglie, chiedo al Signore, imploro dal Signore, fonte di ogni bene, il dono della pace e della concordia per quel Paese. Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace».

Il 16 marzo 2015 Shahid Mobeen, docente di Pensiero e religione islamica alla Pontificia università lateranense e all’Urbaniana e fondatore dell’associazione dei pachistani cristiani in Italia ha risposto alle critiche che riceve Papa Francesco secondo le quali dovrebbe fare di più per i cristiani perseguitati: «Non condivido questa critica. Personalmente, come pachistano cattolico, mi sento rappresentato dal pontificato e ringrazio Francesco per quanto sta facendo […]. Francesco, dopo Benedetto, ha per la prima volta chiamato il problema col suo nome, ha detto ciò che tutti dovrebbero dire: in Pakistan i cristiani sono perseguitati per la loro fede».

Il 29 marzo 2015 durante la celebrazione della Domenica delle Palme, Francesco ha detto: «Pensiamo anche all’umiliazione di quanti per il loro comportamento fedele al Vangelo sono discriminati e pagano di persona. E pensiamo ai nostri fratelli e sorelle perseguitati perché cristiani, i martiri di oggi – ce ne sono tanti – non rinnegano Gesù e sopportano con dignità insulti e oltraggi».

Il 03 aprile 2015 il giornalista ratzingeriano Vittorio Messori è intervenuto affermando: «in certi settori ecclesiali c’è malcontento verso papa Francesco, sospettato di reagire in modo tiepido, timido, a questa mattanza di figli della Chiesa di cui pure è pastore. Verità imporrebbe di riconoscere che il rimprovero non sembra giustificato: in effetti, qualcuno ha potuto compilare una sorta di antologia delle denunce al proposito del pontefice. E’ comunque curioso: proprio coloro che lodano (e giustamente) la prudenza di Pio XII verso coloro che seguivano il Mein Kampf, si lagnano della prudenza del suo attuale successore soprattutto verso coloro che seguono, fino alle estreme conseguenze, un altro libro, il Corano. Il realismo cattolico ha portato i papi a firmare concordati con Napoleone, con Mussolini, con Hitler, e con molti altri tiranni. E’ lo stesso realismo che li ha indotti poi a una Ost Politik che scandalizzava i puri e duri dell’anticomunismo, che ha portato Giovanni XXIII a negoziare con i sovietici il silenzio del Concilio sul comunismo in cambio di una mitigazione della persecuzione e che porta ora Bergoglio a non ignorare il problema, ma a muoversi con prudenza obbligata. Obbligata, certo, come fu sempre quella ecclesiale coi tanti persecutori della storia: non dimenticare ma, al contempo, tutelare le pecorelle minacciate dai lupi, cercando di porre limite alla loro ferocia o con trattati o, almeno, non eccedendo con la protesta pubblica. Facili, edificanti, virtuose le altisonanti denunce al riparo delle mura vaticane. Non altrettanto benvenute per chi debba poi, in lontani Paesi, subirne la conseguenze».

Il 5 aprile 2015 nella domenica di Pasqua, Francesco ha affermato: «A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ce ne sono tante!».

Il 6 aprile 2015 Francesco ha detto: «ono lieto di accogliere la delegazione del Movimento Shalom, che è arrivata all’ultima tappa della staffetta solidale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il vostro itinerario sulle strade è finito, ma deve continuare da parte di tutti il cammino spirituale di preghiera intensa, di partecipazione concreta e di aiuto tangibile in difesa e protezione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi, e sono tanti, possiamo dire che sono più numerosi che nei primi secoli. Auspico che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la Comunità Internazionale non volga lo sguardo dall’altra parte».

Il 6 aprile 2015 Asia Bibi ha approvato il viaggio che suo marito Ashiq Masih e una delle sue figlie hanno intrapreso in Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sua carcerazione con queste parole: «Quando bacerete la mano del Papa, fatelo anche per me. Quello sarà il mio bacio. E chiedetegli una benedizione».

Il 12 aprile 2015 nel saluto ai fratelli armeni, Francesco ha detto: «In diverse occasioni ho definito questo tempo un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra».

Il 21 aprile 2015 durante la messa a Santa Marta, Francesco ha affermato: «In questi giorni, quanti Stefani ci sono nel mondo! Pensiamo ai nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; pensiamo a quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano; pensiamo a quei migranti che in alto mare sono buttati in mare dagli altri, perché cristiani; pensiamo – l’altro ieri – a quegli etiopi, assassinati perché cristiani … e tanti altri. E tanti altri che noi non sappiamo, che soffrono nelle carceri, perché cristiani … Oggi la Chiesa è Chiesa di martiri: loro soffrono, loro danno la vita e noi riceviamo la benedizione di Dio per la loro testimonianza. Uniamoci a Gesù nell’Eucaristia, e uniamoci a tanti fratelli e sorelle che soffrono il martirio della persecuzione, della calunnia e dell’uccisione per essere fedeli all’unico pane che sazia, cioè a Gesù».

Il 21 aprile 2015 nella lettera al patriarca della chiesa ortodosso-etiopica, Francesco ha scritto: «Con grande costernazione e dolore, ho appreso la notizia dell’ennesima violenza perpetrata contro innocenti cristiani in Libia. So che Vostra Santità soffre profondamente per le atrocità di cui sono vittima i suoi amati fedeli, uccisi per il solo fatto di essere seguaci di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Mi rivolgo a Lei nella più sentita solidarietà, per assicurarLa della mia vicinanza nella preghiera davanti al continuo martirio che viene inflitto in modo così crudele a cristiani in Africa, in Medio Oriente ed in alcune regioni dell’Asia. Non fa alcuna differenza che le vittime siano cattolici, copti, ortodossi o protestanti. Il loro sangue è uno medesimo nella loro confessione di Cristo! Il sangue dei nostri fratelli e delle nostre sorelle cristiani è una testimonianza che grida per farsi sentire da tutti coloro che sanno ancora distinguere tra bene e male. E questo grido deve essere ascoltato soprattutto da coloro che hanno nelle mani il destino dei popoli».

Il 22 aprile 2015 il vaticanista Sandro Magister ha elogiato Francesco per la schiettezza con cui difende i cristiani perseguitati, contrapponendogli mons. Galantino accusato di essere “politicamente corretto”. Lo stesso è stato fatto su Il Foglio.

L’11 maggio 2015 durante la Messa a Santa Marta, Francesco ha detto: «Oggi siamo testimoni di questi che uccidono i cristiani in nome di Dio, perché sono miscredenti, secondo loro. Questa è la Croce di Cristo: ‘Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me’. ‘Questo che è accaduto a me – dice Gesù – accadrà anche a voi – le persecuzioni, le tribolazioni – ma per favore non scandalizzatevi; sarà lo Spirito a guidarci e a farci capire’». Ha quindi ricordato il colloquio telefonico avuto il giorno prima col Patriarca copto Tawadros, «io ricordavo i suoi fedeli, che sono stati sgozzati sulla spiaggia perché cristiani. Questi fedeli, per la forza che ha dato loro lo Spirito Santo, non si sono scandalizzati. Morivano col nome di Gesù sulle labbra. E’ la forza dello Spirito. La testimonianza. E’ vero, questo è proprio il martirio, la testimonianza suprema”».

L’19 maggio 2015 durante la Messa a Santa Marta, Francesco ha detto: «Pensiamo oggi a quei poveri Rohingya del Myanmar. Al momento di lasciare la loro terra per fuggire dalle persecuzioni non sapevano cosa sarebbe accaduto loro. E da mesi sono in barca, lì… Arrivano in una città, dove danno loro acqua, cibo, e dicono: ‘andatevene via’. E’ un congedo. Tra l’altro, oggi accade questo congedo esistenziale grande. Pensate al congedo dei cristiani e degli yazidi, che pensano di non tornare più nella loro terra, perché cacciati via dalle loro case. Oggi».

L’20 maggio 2015 durante l’Udienza generlae Francesco ha detto: «La Conferenza Episcopale Italiana ha proposto che nelle Diocesi, in occasione della Veglia di Pentecoste, si ricordino tanti fratelli e sorelle esiliati o uccisi per il solo fatto di essere cristiani. Sono martiri. Auspico che tale momento di preghiera accresca la consapevolezza che la libertà religiosa è un diritto umano inalienabile, aumenti la sensibilizzazione sul dramma dei cristiani perseguitati nel nostro tempo e che si ponga fine a questo inaccettabile crimine».

L’30 maggio 2015 Joseph Nadeem, che provvede dell’assistenza legale di Asia Bibi, ha affermato tornando dal tour europeo per sensibilizzare i governi e l’opinione pubblica: «Siamo andati a trovare Asia in carcere a Multan giovedì scorso. Sta abbastanza bene ma è molto debole. In questi giorni ha avuto leggeri malanni. Le abbiamo raccontato del nostro viaggio e le abbiamo portato la benedizione del Papa. Asia era commossa e felice. Continua ad aspettare e sperare, con fede, per la sua liberazione».

L’14 ottobre 2015 il patriarca Louis Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, ha invitato l’alleanza tra cristiani e musulmani: «È innanzitutto necessario formare una coalizione internazionale con i Paesi arabi e musulmani nell’ambito di un mandato delle Nazioni Unite per intraprendere un’azione militare seria volta a liberare le aree occupate dai gruppi terroristici e ripristinare la stabilità politica, securitaria, economica e un buon vicinato. I musulmani nel mondo devono assumersi le proprie responsabilità di fronte al terrorismo che si ammanta della religione per ottenere potere e denaro. I capi religiosi devono affrettarsi a decostruire questo pensiero takfirista che costituisce una minaccia diretta per i musulmani, per i cristiani e non solo. Infine, sarà importante promulgare una legge che garantisca il rispetto di tutte le religioni e punisca chi compie atti che offendono la religione e le cose sacre, le forme di discriminazione, e l’istigazione all’odio e alla divisione, sull’esempio di quanto recentemente fatto dagli Emirati Arabi». Ricordiamo che Sako è molto stimato da coloro, come Antonio Socci, che accusano l’intero mondo musulmano di complicità con l’Isis.

Il 16 ottobre 2015 durante l’intervista concessa a “Paris Match”, Francesco ha affermato: «I cristiani sono cittadini a pieno titolo di quei paesi, sono presenti come seguaci di Gesù da due millenni, pienamente inseriti in quei contesti culturali, nella storia dei loro popoli. Abbiamo il dovere umano e cristiano di agire di fronte all’emergenza».

Il 28 ottobre 2015 durante l’Udienza generale interreligiosa, Francesco ha affermato: «Penso in particolare ai musulmani, che – come ricorda il Concilio – «adorano il Dio unico, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini» (Nostra ætate, 5). Essi si riferiscono alla paternità di Abramo, venerano Gesù come profeta, onorano la sua Madre vergine, Maria, attendono il giorno del giudizio, e praticano la preghiera, le elemosine e il digiuno (cfr ibid.). Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione».

Il 05 novembre 2015 nel messaggio in occasione del Global Christian Forum, Francesco ha affermato: «desidero salutare i nostri fratelli e sorelle delle diverse tradizioni Cristiane, che rappresentano comunità che soffrono per la loro fede in Gesù Cristo, Nostro Signore e Salvatore. Penso con grande tristezza alla crescente discriminazione e persecuzione dei cristiani del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia e di altri luoghi nel mondo. La vostra riunione dimostra che, come Cristiani, non siamo indifferenti alle sofferenze dei fratelli e delle sorelle. In diverse parti del mondo, la testimonianza di Cristo, talvolta fino all’effusione del sangue, è divenuta un’esperienza comune di Cattolici, Ortodossi, Anglicani, Protestanti, Evangelici e Pentecostali, che è molto più profonda e forte delle differenze che ancora separano le nostre Chiese e comunità ecclesiali. La communio martyrum è il segno più evidente del nostro cammino comune. Allo stesso tempo, la vostra riunione darà voce alle vittime di tale ingiustizia e violenza, e cercherà di mostrare la via che guiderà la famiglia umana fuori da questa tragica situazione».

Il 05 novembre 2015 il card. Mar Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti del Libano, ha spiegato: «Per prima cosa che la guerra cessi perché a causa del conflitto sia i cristiani che i musulmani moderati emigrano e se ne vanno. Il Medio Oriente si sta svuotando e si lascia campo libero a fondamentalisti e organizzazioni terroristiche. Il secondo è che ci sia un appello forte perché cessi la guerra. Gli Stati non ne parlano, gli unici appelli li fa il papa Francesco».

Il 30 novembre 2015 durante l’incontro con la comunità musulmana nel suo viaggio in Africa, Papa Francesco ha fatto riferimento agli attentati in Francia di qualche settimana prima, affermando: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli. Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi. Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni. Dobbiamo dunque rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il Volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune. Insieme, diciamo no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, Dio salam».

Il 02 dicembre 2015 durante l’udienza generale, Francesco ha detto: «In questo contesto così drammaticamente attuale ho avuto la gioia di portare la parola di speranza di Gesù: “Siate saldi nella fede, non abbiate paura”. Questo era il motto della visita in Africa. Una parola che viene vissuta ogni giorno da tante persone umili e semplici, con nobile dignità; una parola testimoniata in modo tragico ed eroico dai giovani dell’Università di Garissa, uccisi il 2 aprile scorso perché cristiani. Il loro sangue è seme di pace e di fraternità per il Kenia, per l’Africa e per il mondo intero».

Il 28 marzo 2016 durante l’angelus domenicale, Papa Francesco ha condannato gli attentati in Pakistan: «ieri, nel Pakistan centrale, la Santa Pasqua è stata insanguinata da un esecrabile attentato, che ha fatto strage di tante persone innocenti, per la maggior parte famiglie della minoranza cristiana – specialmente donne e bambini – raccolte in un parco pubblico per trascorrere nella gioia la festività pasquale. Desidero manifestare la mia vicinanza a quanti sono stati colpiti da questo crimine vile e insensato, e invito a pregare il Signore per le numerose vittime e per i loro cari. Faccio appello alle Autorità civili e a tutte le componenti sociali di quella Nazione, perché compiano ogni sforzo per ridare sicurezza e serenità alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili. Ripeto ancora una volta che la violenza e l’odio omicida conducono solamente al dolore e alla distruzione; il rispetto e la fraternità sono l’unica via per giungere alla pace. La Pasqua del Signore susciti in noi, in modo ancora più forte, la preghiera a Dio affinché si fermino le mani dei violenti, che seminano terrore e morte, e nel mondo possano regnare l’amore, la giustizia e la riconciliazione. Preghiamo tutti per i morti di questo attentato, per i familiari, per le minoranze cristiane e etniche di quella Nazione: Ave o Maria…».

Il 19 marzo 2016 nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco ha scritto: «Le persecuzioni dei cristiani, come anche quelle di minoranze etniche e religiose, in diverse parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, rappresentano una grande prova: non solo per la Chiesa, ma anche per l’intera comunità internazionale. Ogni sforzo va sostenuto per favorire la permanenza di famiglie e comunità cristiane nelle loro terre di origine».

Il 02 aprile 2014 padre Bernardo Cervellera, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e direttore di Asianews, ha replicato indirettamente a coloro che accusano Francesco di non citare mai il caso di Asia Bibi: «Sappiamo della grande sofferenza che sta vivendo, ma sappiamo anche che tutte le volte che abbiamo fatto una campagna per chiedere la sua liberazione, ci sono stati gruppi di fondamentalisti che hanno protestato, chiedendo la sua immediata esecuzione. Per questo motivo, la chiesa locale invita ad essere cauti nel tenere manifestazioni a sostegno di Asia Bibi, così come raccolte firme o campagne per la sua liberazione, perché si rischia di creare reazioni negative dei fondamentalisti, impossibili poi da controllare. Asia Bibi sa che tutti i cristiani del mondo, il Papa in prima persona, la sostengono».

Il 24 aprile 2016 durante l’Udienza generale, Papa Francesco ha affermato: «È sempre viva in me la preoccupazione per i fratelli vescovi, sacerdoti e religiosi, cattolici e ortodossi, sequestrati da molto tempo in Siria. Dio Misericordioso tocchi il cuore dei rapitori e conceda quanto prima a quei nostri fratelli di essere liberati e poter tornare alle loro comunità. Per questo vi invito tutti a pregare, senza dimenticare le altre persone rapite nel mondo».

Il 02 maggio 2016 nella sua omelia a Santa Marta, Francesco ha parlato delle grandi persecuzioni, di cui «la storia della Chiesa è piena, che porta i cristiani nel carcere o li porta perfino a dare la vita. E’ – dice Gesù – il prezzo della testimonianza cristiana. ‘Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio’. Il cristiano, con la forza dello Spirito, dà testimonianza che il Signore vive, che il Signore è risorto, che il Signore è fra noi, che il Signore celebra con noi la sua morte, la sua risurrezione, ogni volta che ci accostiamo all’altare. Anche il cristiano dà testimonianza, aiutato dallo Spirito, nella sua vita quotidiana, col suo modo di agire. E’ la testimonianza continua del cristiano. Ma tante volte questa testimonianza provoca attacchi, provoca persecuzioni».

L’11 novembre 2016 in un’intervista Francesco ha dichiarato: «Non ho mai pensato a guerra ed armi. Il sangue sì, può essere sparso, ma saranno eventualmente i cristiani ad essere martirizzati come sta avvenendo in quasi tutto il mondo ad opera dei fondamentalisti e terroristi dell’Isis i carnefici. Quelli sono orribili e i cristiani ne sono le vittime».

 
 

————- ————–

39. TESI DEL CONCLAVE INVALIDO E COMPLOTTO SULLE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI

Non riuscendo a screditare il Pontefice con accuse varie e fantasiose lo scrittore Antonio Socci ha tentato di “tagliare la testa al toro”, avanzando dubbi sul fatto che il Conclave che ha eletto Francesco non sarebbe valido e ha scritto che dietro alla rinuncia del Papa emerito vi sia un «attacco occulto» contro Benedetto XVI.

 

DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI.
Legata infatti alla tesi del Conclave invalido c’è anche la convinzione che il Papa emerito sia stato costretto a dimettersi da qualcosa o qualcuno, chi lo sostiene evidentemente lo ritiene un bugiardo dato che lo stesso Benedetto XVI ha spiegato chiaramente la sua decisione: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino […]. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». Secondo Antonio Socci, Ratzinger avrebbe rinunciato soltanto all’esercizio attivo e non al papato.

Il Papa emerito è comunque intervenuto smentendo le accuse ricevute da Antonio Socci e altri opinionisti. Nel febbraio 2014 ha inviato una lettera rispondendo ad alcune domande. Si legge: «Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Per quanto riguarda il mantenimento dell’abito bianco, ­«nel momento della mia rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI, ha anche lui risposto a chi sostiene che Ratzinger non avrebbe rinunciato al papato ma solo all’esercizio attivo: «Ritengo che sia una sciocchezza teologica e anche logica. Il testo della rinuncia di Benedetto XVI, pronunciato l’11 febbraio 2013 nella Sala del Concistoro, è inequivocabilmente chiaro. Non c’è niente da “interpretare”. Alla rinuncia seguiva la Sede vacante, poi il Conclave e alla fine l’elezione del nuovo Papa. Il Papa legittimo si chiama Francesco».

Il sociologo Giuliano Guzzo ha espresso una delle tante motivazioni per respingere la tesi di Socci: «Chiamerebbe in causa davvero tante, troppe responsabilità: da quella di tutti i cardinali presenti nel Conclave, nessuno dei quali ha tutt’ora eccepito alcunché di fronte ad un’irregolarità che in fin dei conti sarebbe della massima gravità, a quella dello stesso Benedetto XVI, il quale non era presente nel Sacro Collegio ma che, allo stato, pare non aver mai sollecitato alcun chiarimento sull’elezione di Francesco».

Nel febbraio 2015 la prof.ssa Geraldina Boni, ordinario di Diritto Canonico dell’Università di Bologna, ha contestato la tesi che Benedetto XVI abbia rinunciato solamente all’esercizio attivo del papato: «Tale tesi è, secondo me, assolutamente non condivisibile: le distinzioni avanzate sono del tutto prive di fondamento. Benedetto XVI ha agito validamente e lecitamente rinunciando al munus-officium di papa. Quello che non ha deposto – né era nelle sue facoltà: il potere pontificio non è illimitato ma fluisce entro gli argini segnati dallo ius divinum – è, semmai, il munus ricevuto sacramentalmente con la consacrazione episcopale, come qualunque altro vescovo. Non ci sono due titolari del munus petrinum, tesi insostenibile, oltre che francamente aberrante e pericolosa».

Nel febbraio 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, è intervenuto in un’intervista spiegando che il dubitare della validità dell’elezione di Papa Francesco nasce dalla «mancanza di senso della Chiesa». E ha aggiunto: «Benedetto stesso ha detto di aver preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione. E ha assicurato “reverenza e obbedienza” al nuovo Papa. Benedetto XVI è convinto che la decisione presa e comunicata sia quella giusta. Non ne dubita. È serenissimo e certo di questo: la sua decisione era necessaria, presa “dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio”. La consapevolezza che le forze del corpo e dell’animo venivano meno, di dover guardare non alla propria persona ma al bene della Chiesa. Le ragioni sono nella sua declaratio. La Chiesa ha bisogno di un timoniere forte. Tutte le altre considerazioni e ipotesi sono sbagliate».

Nell’aprile 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, ha ribadito che l’unico motivo per cui Benedetto XVI si dimise fu l’incapacità fisica di sostenere il papato: «disse che il ministero petrino necessita di vigore sia del corpo, sia dell’animo, “vigor quidam corporis et animae necessarius est”. Parlò, insomma, di forze fisiche e anche di spirito. È ovvio che tutto ciò che è successo nei due anni precedenti l’11 febbraio consumò le sue forze, ma non fu motivo per la rinuncia. Non fu una fuga. Era convinto che il pastore non deve mai fuggire da nulla, neanche dai lupi se li incontrasse.Questa è la chiave per la giusta comprensione della sua decisione. Non è fuggito, ha semplicemente e umilmente ammesso di non avere più la forza per reggere la Chiesa di Cristo».

 

CONCLAVE INVALIDO. Per quanto riguarda la tesi del Conclave invalido, essa è emersa nel settembre 2014 con il libro “Non è Francesco” di Antonio Socci, in cui ha posto dubbi sull’elezione di Bergoglio: la giornalista Elisabetta Piqué, nel libro “Francesco. Vita e rivoluzione” (Lindau 2013) ha rivelato che durante il Conclave sarebbe stata depositata nell’urna una scheda in più rispetto ai votanti, i cardinali avrebbero decisero di bruciare tutto e di effettuare subito un nuovo scrutinio (p. 39-40). In base a questa notizia, riferita alla Piqué dallo stesso Francesco, lo scrittore ha sostenuto che le norme non lo consentirebbero. L’autore ha proseguito sottolineando come Benedetto XVI sarebbe il vero pontefice in carica, dato che continua a vestirsi di bianco, continua (continuerebbe) a firmarsi come Benedictus XVI, con tanto di P. P. a indicare la potestà papale, è rimasto perfino dentro il recinto di Pietro, egli non parla, ma «parlano però i suoi gesti, i suoi segni e le sue decisioni». Il manifesto antibergogliano dello scrittore cattolico viene giustificato da quest’ultimo in obbedienza «al grido della mia coscienza».

La tesi di Socci è stata confutata nell’ottobre 2014 su “La Nuova Bussola Quotidiana” dal prof. Giancarlo Cerrelli, avvocato specializzato in Diritto canonico e Massimo Introvigne, sociologo ma con anche una laurea in legge. Nel gennaio 2015 è stata la prof.ssa Geraldina Boni, docente ordinaria di diritto canonico e di storia del diritto canonico nella università “Alma Mater Studiorum” di Bologna, nonché membro del consiglio direttivo della “Consociatio Internationalis Studio Iuris Canonici Promovendo” a replicare alla tesi di Antonio Socci, definendola “del tutto infondata giuridicamente”.

Nel febbraio 2015 mons. Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, è intervenuto in un’intervista spiegando che il dubitare della validità dell’elezione di Papa Francesco nasce dalla «mancanza di senso della Chiesa».

 

COLLABORAZIONE PER L’ELEZIONE DI BERGOGLIO.
Nel dicembre 2014 è emersa un’altra polemica, portata in Italia dal vaticanista de “La Stampa” Marco Tosatti che ha ripreso la notizia di un “caso” relativo alla biografia di papa Francesco scritta da Austen Ivereigh, uomo stampa del card. Murphy O’Connor, centrato sulle settimane prima del Conclave 2013: nel libro si afferma che un certo numero di cardinali – che l’autore definisce il “team Bergoglio” – subito dopo le dimissioni di Benedetto XVI hanno intessuto una tela per portare al soglio di Pietro l’arcivescovo di Buenos Aires. Il caso è stato lanciato dal “Daily Telegraph” e ripreso in seguito da altri siti web. Scrive Ivereigh: i cardinali che avevano tentato di eleggere, senza riuscirci, Bergoglio nel 2005 (Murphy O’Connor, Kasper e altri), «avevano imparato la lezione del 2005 e stavolta erano ben organizzati. Prima di tutto si assicurarono il consenso di Bergoglio. Quando gli domandarono se fosse disponibile rispose che riteneva che in un simile momento di crisi per la Chiesa nessun cardinale, ove glielo si fosse chiesto, potesse rifiutare (Murphy O’Connor lo avvertì a bella posta di “stare attento” che stavolta era il suo turno, e l’altro rispose in italiano: “Capisco”)». Quello che ha scritto andrebbe contro le regole del Conclave, stabilite dalla “Universi Dominici Gregis”, al N. 81: «I Cardinali elettori si astengano, inoltre, da ogni forma di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere, che li possano costringere a dare o a negare il voto ad uno o ad alcuni. Se ciò in realtà fosse fatto, sia pure sotto giuramento, decreto che tale impegno sia nullo e invalido e che nessuno sia tenuto ad osservarlo; e fin d’ora commino la scomunica latae sententiae ai trasgressori di tale divieto. Non intendo, tuttavia, proibire che durante la Sede Vacante ci possano essere scambi di idee circa l’elezione». Poche ore dopo l’articolo Maggie Doherty, responsabile stampa di Murphy O’Connor ha scritto al Daily Telegraph, affermando che il cardinale «vuole rendere chiaro che nessun approccio all’allora cardinale Bergoglio fu fatto da lui, o per quanto ne sa, da nessun altro cardinale per cercare il suo assenso a diventare un candidato al papato». Austen Ivereigh ha risposto a questo con un tweet: «”Si assicurarono il suo assenso” (p.355) avrebbe dovuto essere letto “Credevano che non si sarebbe opposto alla sua elezione”. Sarà corretto nelle future edizioni». Tosatti, e chi parla di questo nuovo “caso”, si dimentica di ricordare che avvenne qualcosa di simile anche per l’elezione di Benedetto XVI, come scrisse Andrea Tornielli sulla rivista “Limes” nel 2005, pubblicando gli appunti riservati di un cardinale, seppur anonimo: «Dagli appunti del cardinale, venuti in possesso della rivista, si apprende innanzitutto che la candidatura di Ratzinger era fortissima fin dall’inizio: il settantottenne porporato bavarese era l’unico che potesse contare sull’appoggio di un gruppo ben organizzato deciso a sostenerlo. Vengono poi smentite le ricostruzioni secondo le quali un ruolo determinante nell’elezione di Benedetto XVI avrebbe avuto il cardinale Carlo Maria Martini, coetaneo del nuovo Papa, ex arcivescovo di Milano. E viene invece confermata la notizia pubblicata dal quotidiano milanese “Il Giornale” il giorno dopo il conclave: l’unico vero antagonista di Ratzinger che ha potuto contare su un numero consistente di consensi arrivando fino a 40 è stato l’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio […]. Dopo cena si tengono piccole riunioni per decidere il da farsi e soprattutto convincere gli indecisi. “Piccoli gruppi, due-tre persone, non ci sono maxi riunioni” […]. Già nella Sistina, prima del trasferimento a Santa Marta per il pranzo ci sono i primi commenti e i primi contatti. Grande preoccupazione fra i porporati che auspicano l’elezione del cardinale Ratzinger; s’infittiscono i contatti, il più attivo è il cardinale Lopez Trujillo…». Perché nessuno tirò fuori anche la presunta invalidità dell’elezione di Benedetto XVI?

Il 2 dicembre 2014 il vaticanista de “La Stampa” Marco Tosatti ha proseguito con la notizia contenuta nella biografia di papa Francesco di Austen Ivereigh, “The Great Reformer”, secondo cui un gruppo di cardinali, il “Team Bergoglio” avrebbe pianificato sin dalle dimissioni di Benedetto XVI l’elezione di Francesco, ottenendo il suo assenso previo. Si riporta un altro brano del libro: «Il giorno dopo, Francesco incontrò l’intero collegio cardinalizio, compresi i non elettori, nella sala delle benedizioni. Quando comparve il cardinal Murphy O’Connor, lo abbracciò e, agitando l’indice in segno di rimprovero, disse con una risata: “E’ colpa sua! Che cosa mi ha fatto?”. Murphy O’Connor, oltre gli ottanta anni di età, non era entrato in Conclave; quindi la sua “responsabilità” poteva essere solo precedente all’”Extra Omnes». Viene citato anche un altro tweet di Austen Ivereigh: «Il capitolo sul Conclave, letto nella sua interezza, rende assolutamente chiaro che JMB (Jorge Mario Bergoglio, n.d.r.) non fece assolutamente nulla per cooperare nella sua elezione». Il sito web “Il Sismografo” ha anche riportato: «In merito a quanto circola sull’ultimo Conclave abbiamo interpellato padre Federico Lombardi, Direttore della Sala stampa della Santa Sede. Ecco la risposta di padre Lombardi: “In un libro di recente pubblicazione a proposito del Papa Francesco, scritto da Austen Ivereigh e uscito in inglese con il titolo: “The Great Reformer. Francis and the Making of a Radical Pope” (Henry Holt and Company), e in italiano: “Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio” (Mondadori), si afferma che nei giorni precedenti il Conclave quattro cardinali – Murphy O’Connor, Kasper, Daneels e Lehmann – si “assicurarono il consenso” del card. Bergoglio alla sua eventuale elezione, e poi “si misero al lavoro” con una campagna per la promozione della sua elezione. Posso dichiarare che tutti e quattro i cardinali sopra nominati negano esplicitamente questa descrizione dei fatti, sia per quanto riguarda la richiesta di un consenso previo da parte del card. Bergoglio, sia per quanto riguarda la conduzione di una campagna per la sua elezione, e desiderano che si sappia che sono stupiti e contrariati per quanto pubblicato». Secondo Tosatti: «Con tutto il rispetto dovuto ai quattro cardinali, la serietà dell’autore e la ricchezza di dettagli del libro (che certamente dà un’immagine molto positiva del Papa, in ogni fase della sua vita) fanno sì che la smentita non appaia tale da risolvere il “caso” sollevato da Ivereigh». Rimane l’obiezione già fatta: perché nessuno tirò fuori anche la presunta invalidità dell’elezione di Benedetto XVI, dato che questi patteggiamenti avvennero anche nel 2005, come è stato descritto?

Secondo il giornalista e scrittore Antonio Socci, è intervenuto sul caso del “team bergoglio”, «i fatti riferiti dal libro dell’inglese non mettono in discussione di per sé la legittimità dell’elezione. Casomai fanno emergere qualcosa della lotta che si è svolta dietro le quinte nel 2013 (dalla rinuncia di Benedetto all’elezione di Francesco) e dei suoi protagonisti».

La prof.ssa Geraldina Boni ha confutato l’accusa di patteggiamenti tra cardinali per eleggere Bergoglio: «Non è inoltre ozioso segnalare che la costituzione giovanneo-paolina non sanziona con l’invalidità neppure dell’elezione […] frutto di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere fra cardinali».

 
COMPLOTTISMO SUL CONCLAVE.
Lo scritore Antonio Socci ha sostenuto: «Dalla fumata bianca alla sua comparsa è passato infatti un lasso di tempo doppio rispetto a Benedetto XVI. Perché? Cosa è accaduto? […] Sarebbe interessante capire perché la fumata bianca fu data alle 19.06, circa un’ora prima dell’Habemus papam che avvenne alle 20.12». Non è affatto vero che il tempo trascorso tra la fumata bianca e l’apparizione di Bergoglio sia stata il doppio di quella di Ratzinger: come conferma la Sala Stampa della Santa Sede, la fumata bianca di Benedetto XVI è apparsa alle 17,50 e alle 18,48 è apparso sulla loggia di San Pietro: esattamente sette minuti prima di quella di Francesco, non certo la metà del tempo.

Oltre a questo, Socci ha avvalorato le parole di Scalfari sui momenti dell’elezione in cui Francesco si sarebbe ritirato «per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza». Non si capisce cosa ci sia di sospetto e di misterioso sul fatto che Bergoglio -anche se fosse vero- si sia preso del tempo per riflettere sull’accettazione, senza contare l’aver avvalorato un’intervista che lo stesso Socci non aveva considerato attendibile soltanto pochi mesi prima, quando scriveva: «Il fondamentalista non riflette su come quella frase sia stata veramente detta dal Papa e magari su com’è stata capita e riportata da Scalfari». Nemmeno la Santa Sede ha avvalorato tale episodio, sopratutto considerando che lo stesso Scalfari ha ammesso di aver attribuito al Papa espressioni che non aveva mai pronunciato. Il sito “VaticanInsider” ha rilevato inoltre «un errore riguardante quanto accaduto nella Sistina. In una delle risposte, si diceva che il Pontefice dopo aver raggiunto il quorum necessario per l’elezione, prima di accettare si sarebbe ritirato in preghiera. Circostanza non vera, e smentita da diversi cardinali, tra i quali l’arcivescovo di New York Timothy Dolan». Lo stesso Francesco ha smentito questa ricostruzione nell’intervista a “La Stampa” del 16/12/13: « Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».

 
 

————- ————–

40. ACCUSE DI CONNIVENZA CON LA DITTATURA ARGENTINA E FRASE MISOGINA

Come dicevamo, anche con Francesco, almeno per il primo periodo, si è pensato di usare l’attacco diretto e la calunnia, esattamente come per Benedetto XVI (tanto che Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle disse: «scavando nel suo passato per trovare ogni piccola ombra. Questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?»). Vediamo come si è svolta la primissima fase.

La macchina del fango è ripartita di gran cassa subito dopo l’elezione di Bergoglio, ricominciando laddove aveva interrotto con Benedetto XVI. Pochi minuti dopo l’annuncio del nuovo pontefice, la sua pagina Wikipedia è stata vandalizzata con la frase «God is gay, god is gay». .

Il 14 marzo 2013 sono piovute addosso a Bergoglio le accuse di presunta complicità con la dittatura argentina tra il 1976 e il 1983. Ad occuparsene quattro quotidiani in particolare: il “New York Times”, “Página 12” di Buenos Aires, il “Fatto Quotidiano” e il “Manifesto”.
Le vicende sono state raccontate dall’accusatore principale di Bergoglio, il giornalista ed ex guerrigliere marxista Horacio Verbitsky, ovviamente collaboratore del “Fatto Quotidiano” (giornale che, come vedremo, continuerà più degli altri a calunniare Papa Francesco anche quando la verità emerse palese, Massimo Introvigne parla di «versione rozza del “Fatto” di Marco Travaglio che spara a zero sul Papa»).

Il direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro, ha invece spiegato al Pontefice argentino che cosa gli succederà se darà fastidio: gli sarà chiesta «piena trasparenza sui suoi rapporti con la dittatura militare argentina, sugli scandali di compromissione che lo hanno chiamato in causa come gesuita in vicende mai chiarite». Daniela Padoan sul “Fatto Quotidiano” non ha nemmeno lasciato margine al dubbio: «Dunque abbiamo un Francesco in Vaticano. Non è venuto dal nulla, camminando scalzo. Era a Buenos Aires, sprezzante di tutte le figure che sono state vittime della dittatura argentina. Sembra di cattivo gusto evocare le porte chiuse in faccia alle madri e alle nonne di Plaza de Mayo, e le circostanziate testimonianze di una vicinanza a un regime che torturava gli oppositori. Ma non è concesso accantonare con un’alzata di spalle ciò che un uomo ha fatto durante una dittatura. Chi ha vissuto durante una dittatura ha subito la più difficile delle prove, e non è ininfluente se si è schierato dalla parte dei persecutori o da quella delle vittime. Non si tratta solo di rispettare e dar credito alle parole di un giornalista che, come Horacio Verbitsky, ha passato la vita a ricostruire brandello per brandello le testimonianze di quegli anni, ma di guardare l’operato, nella sua sede vescovile di Buenos Aires, di un uomo che non ha fatto mistero della propria collocazione ideale: Dio, patria, famiglia. Gli ideali della dittatura argentina. Di tutte le dittature».

Il nome di Bergoglio è emerso principalmente riguardo ad un fatto specifico: nel febbraio del 1976, un mese prima del golpe, egli, a capo dei Gesuiti argentini -ed intenzionato a mantenere la non politicizzazione della Compagnia di Gesù-, chiese a due gesuiti Orlando Yorio e Francisco Jalics, di lasciare la loro missione nelle favelas a causa dell’adesione esplicita alla ambigua “Teologia della Liberazione”. Poco prima del colpo di stato del 24 marzo 1976, ha voluto nuovamente avvertirli del pericolo offrendo loro rifugio nella casa dei gesuiti, ottenendo come risposta un rifiuto. Dopo questi fatti, i due sacerdoti vennero espulsi dall’ordine e, sempre stando alla ricostruzione dell’ex terrorista argentino, Bergoglio fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a officiare messa. Poco dopo il colpo di Stato, i due religiosi furono sequestrati, detenuti e torturati nella Scuola meccanica della Marina (Esma), simbolo delle violenze e delle torture contro i desaparecidos. Una volta liberati, dietro esplicite pressioni del Vaticano, uno di loro, Yorio, raccontò che quella espulsione dai gesuiti rappresentò una sorta di via libera per i golpisti (è poi morto per cause naturali).

L’altro sacerdote, Jalics, ha invece tutt’ora buoni rapporti con Bergoglio. Ha affidato una dichiarazione al sito dei gesuiti tedeschi jesuiten.org spiegando: «Per la mancanza di informazioni di allora e per false informazioni fornite appositamente la nostra posizione era stata fraintesa anche nella chiesa». Con Bergoglio i due gesuiti imprigionati si videro anni dopo, «celebrammo pubblicamente una messa insieme, ci abbracciammo solennemente. A Papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio». Il fratello di Jalics ha mostrato alla televisione tedesca una lettera inviata da Bergoglio alla famiglia di Jalics dopo l’arresto, datata 15 settembre 1976: «Ho preso molte iniziative per arrivare alla liberazione di vostro fratello, finora non abbiamo avuto successo», si legge. «Ma non ho perduto la speranza che suo fratello verrà presto rilasciato. Ho deciso che la questione è il mio compito. Le difficoltà che suo fratello e io abbiamo avuto tra di noi sulla vita religiosa non hanno nulla a che fare con la situazione attuale. Ferenke è per me un fratello. Ho amore cristiano per suo fratello e farò tutto quanto potrò perché egli torni libero». In un secondo comunicato, Jalics ha precisato: «Dopo la mia spiegazione del 15 marzo di questo anno ho ricevuto molte richieste, per questo vorrei completare con quanto segue. Mi sento quasi obbligato, poiché alcuni commenti significano il contrario di quello che ho inteso. I fatti sono questi: Orlando Yorio ed io non fummo denunciati da padre Bergoglio. Come avevo chiarito nella mia precedente spiegazione, fummo incarcerati a causa di una catechista che dapprima lavorava con noi e poi entrò nella guerriglia. Per tre quarti di un anno non l’abbiamo vista. Due o tre giorni dopo il suo arresto fummo arrestati anche noi. L’ufficiale che mi interrogò controllò i miei documenti. Quando vide che ero nato a Budapest, mi ritenne una spia. Nella provincia dei gesuiti argentina e nei circoli ecclesiali già negli anni precedenti erano state diffuse false informazioni sul fatto che ci saremmo trasferiti nella favela perché anche noi appartenevamo alla guerriglia. Ma era falso. La mia supposizione è che furono queste voci il motivo per il quale non fummo liberati subito. In passato anch’io tendevo a pensare che eravamo stati vittima di una denuncia. Ma alla fine degli anni Novanta dopo numerosi colloqui mi è stato chiaro che questa supposizione era infondata. E’ dunque falso supporre che il nostro arresto è avvenuto a causa di padre Bergoglio».

E’ inoltre emersa una nota del 19 agosto 1977 inviata da Bergoglio al provinciale tedesco Juan Hegyi, si legge: «Osservo che padre Jalics (e forse anche padre Yorio) ha l’impressione di essere stato accusato in qualche modo su alcuni punti […] Le voci sui contatti che alcuni padri della comunità avrebbero intrattenuto con gruppi estremisti mi paiono inesatte ed ingiuste […] È una grandissima leggerezza l’accusa di falsa dottrina formulata contro Jalics, giacché i suoi scritti e i suoi corsi possono contare sull’imprimatur e il nihil obstat ecclesiastico e fanno del bene a tanta gente». Bergoglio sottolineava l’afflizione per le sofferenze del «buon padre Jalics nei suoi 6 mesi di detenzione da innocente» e di comprensione per i suoi sentimenti per «essere stato sospettato di contatti con i guerriglieri o di cattiva dottrina».

Occorre ricordare che l’accusatore principale di Bergoglio, Verbitsky, è stato membro dell’organizzazione terroristica Montoneros e responsabile di un attacco armato all’edificio Libertador (marzo 1976), nel quale persero la vita diversi civili innocenti. Egli è stato associato anche all’assalto alla caserma di La Tablada nel 1989, che ha causato la morte di 39 persone e decine di feriti. Il terrorista è stato definito dal perorista Julio Bárbaro un «poveretto che, pur di scrollarsi le colpe di dosso, è capace di raccontare irrazionalità» e che «si va prosciugando con il passare del tempo […] ripete le stesse assurdità più volte». Fa parte, ha continuato Bárbaro, di quell’«un’ala stupida che pensa che chi la pensa diversamente da loro è un nemico». Secondo il “Wall Street Journal” il card. Bergoglio è stato «un sostenitore instancabile della critica alla corruzione contro il malaffare del governo del presidente Cristina Kirchner» e «il pitbull del governo Kirchner, Horacio Verbitsky, un ex membro del gruppo guerrigliero noto come Montoneros ed ora redattore presso il quotidiano filogovernativo Pagina 12, ha immediatamente iniziato una campagna per diffamare la reputazione del nuovo pontefice. La calunnia non è nuova. Gli ex membri di gruppi terroristici come il signor Verbitsky hanno usato la stessa tattica per anni per cercare di distruggere i loro nemici». Il quotidiano Il Foglio ha spiegato che Bergoglio «contestò l’apertura dei gesuiti alla Teologia della Liberazione, negli anni ’70 e questa posizione forse gli è valsa l’accusa ingiusta di connivenza con il regime dei generali, anche se peraltro non ci sono mai state prove né indizi della sua vicinanza alla dittatura».

Le accuse a Francesco sono state prontamente smentite inizialmente da padre Federico Lombardi, il portavoce della Santa Sede, il quale ha replicato: «È noto il ruolo di Bergoglio nel promuovere il perdono della Chiesa in Argentina per non aver fatto abbastanza nel tempo della dittatura. Le accuse appartengono all’uso di analisi storico-sociologico durante la dittatura fatto da anni dalla sinistra anticlericale contro la Chiesa. E devono essere respinte con decisione. La campagna contro Bergoglio è ben nota e risale a diversi anni fa. L’accusa si riferisce a quando Bergoglio era Superiore dei gesuiti argentini e due sacerdoti, che lui non avrebbe protetto, furono rapiti. Non vi è mai stata un’accusa concreta credibile nei suoi confronti. La giustizia argentina che lo ha interrogato una volta come persona informata dei fatti non gli ha mai imputato nulla ed egli ha negato le accuse in modo documentato. Moltissime dichiarazioni, invece, sono state fatte per dimostrare quanto egli fece per proteggere le persone durante la dittatura».

Nel libro-intervista col giornalista Sergio Rubin “Il Gesuita” (2010), lo stesso Bergoglio ha risposto alle accuse affermando di essersi da subito speso per l’immediato rilascio dei due preti, arrivando addirittura a contattare il comandante Videla, e che comunque non aveva agito in alcun modo tale da permettere, anche solo indirettamente, il grave gesto dell’esercito.

Anche il “Fatto Quotidiano” ha riconosciuto che non vi sono testimonianze o indizi che provino il coinvolgimento di Bergoglio. Infatti, nessuna denuncia formale è stata mai depositata in un tribunale argentino. Anzi, i rappresentanti della Giustizia argentina che hanno indagato sul possibile coinvolgimento di Jorge Bergoglio nel sequestro e nella tortura di due sacerdoti assicurano che le imputazioni contro papa Francesco sono totalmente false, avallate dalla sentenza emessa dal giudice Germán Castelli insieme ai magistrati Daniel Obligado e Ricardo Farías il 28 dicembre 2011. «È del tutto falso dire che Jorge Bergoglio abbia consegnato quei sacerdoti. Abbiamo analizzato la questione, ascoltato quella versione, visto le prove e abbiamo capito che il suo agire non ha avuto implicazioni giuridiche in questi casi. In caso contrario, lo avremmo denunciato», ha dichiarato il giudice Castelli
. Lo ha confermato Julio Strassera, storico procuratore nel processo contro la giunta militare responsabile degli anni bui dei desaparecidos: quel che è emerso contro Bergoglio «è assolutamente falso». Il presidente della Corte Suprema di Giustizia argentina, Ricardo Lorenzetti, ha spiegato a sua volta che Papa Francesco «è una persona assolutamente innocente. Al di là del fatto che ci sia gente che non è d’accordo, o che dice che potrebbe aver fatto una cosa o l’altra, resta il fatto certo che non esiste nessuna accusa concreta».

L’assenza di prove è stata riconosciuta anche dallo stesso accusatore, Horacio Verbitsky, intervistato da “Repubblica”, il quale ha spiegato che nonostante abbia cercato per anni qualcosa, «non ci sono prove schiaccianti». Soltanto delle testimonianze, che però arrivano tutte da parte marxista. Anche Amnesty International ha spiegato che «non abbiamo documenti per confermare o smentire la partecipazione del nuovo Papa in questi fatti. Nessuna accusa formale è stata rivolta contro Jorge Mario Bergoglio, e non abbiamo alcun documento nei nostri archivi riguardanti un qualsiasi coinvolgimento dell’ex arcivescovo di Buenos Aires in altri casi. Non dobbiamo dimenticare che all’interno della chiesa in Argentina e nella regione sono stati molti coloro che si opponevano a questi regimi e hanno subito intimidazioni, torture, sparizioni o l’esecuzione. Molti di loro hanno lavorato e continuano a lavorare per la promozione e la protezione dei diritti umani per tutti, senza discriminazioni. Non è possibile generalizzare il ruolo della chiesa cattolica in Argentina, così come in ogni altro paese della regione»Secondo l’avvocato Horacio Morel, del foro di Buenos Aires, «i vertici della Chiesa argentina, di cui Bergoglio non faceva ancora parte, mantennero inizialmente un atteggiamento pubblico ambiguo verso il cosiddetto Processo Militare, ma senza dubbio tale posizione cambiò quando i crimini e il piano sistematico di eliminazione di qualsiasi elemento sospetto od oppositore furono evidenti. Molti prelati optarono per il lavoro silenzioso dedicandosi a salvare vite umane, come nel caso dello stesso Bergoglio. Una scelta che è lontanissima dalla complicità con il potere militare di allora che l’apparato kirchnernista cerca di attribuire a papa Francesco per screditarlo».

Adolfo Pérez Esquivel, pacifista argentino, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1980 per le denunce contro gli abusi della dittatura militare argentina negli anni Settanta, ha spiegato alla BBC: «Ci sono stati vescovi che erano complici della dittatura in Argentina, ma non Bergoglio», negando ogni validità alle accuse. «Jorge Mario Bergoglio fu una delle tante vittime della dittatura, non un complice»ha aggiunto«È anche vero che egli non ebbe il coraggio, come lo ebbero altri sacerdoti, religiosi, religiose, e anche vescovi, di porsi alla guida di coloro che lottavano per i diritti umani; questo non lo fece. Mi consta però che egli cercò di protestare per la violazione di questi diritti. Dobbiamo comunque collocare questi fatti  nel clima tremendo di quell’epoca di dittatura militare. Mi ricordo di avere allora parlato con il rappresentante della Santa Sede di quel tempo, monsignor Pio Laghi, sul problema della difesa dei diritti umani in Argentina, e anche delle suore e dei religiosi incarcerati e torturati. Egli mi disse: “Che vuole che faccia? Io sono il nunzio apostolico; noi protestiamo, protestiamo con i militari, ma essi, pur dando ad intendere di ascoltarci, non fanno poi quello che chiediamo loro”. Bergoglio, come tanti altri, fece lo stesso; si limitò a protestare. A me sembra, però, che non sia giusto accusarlo di complicità». A Esquivel ha risposto Nello Scavo, autore di un’indagine accurata sulla vicenda: «Colui che diventerà Papa Francesco si comportò come Pio XII. Per poter salvare molte vite, non doveva esporsi. A chi sarebbe servito un paladino dei diritti umani incarcerato oppure morto? Fra l’altro Bergoglio all’epoca era un illustre sconosciuto, una sua denuncia pubblica non avrebbe fatto né caldo né freddo ai golpisti. E non dimentichiamo che il regime assassinò una trentina fra vescovi, preti e suore e fece sparire centinaia di catechisti reputati “comunisti”».

E’ intervenuta anche l’ex membro della Commissione Nazionale sui desaparecidos (CONADEP), creata dopo il ritorno alla democrazia, l’attivista argentina per i diritti umani Graciela Fernández Meijide, che ha riferito«so che non c’è assolutamente nessuna prova che mostra la complicità di Bergoglio con la dittatura. Ho lavorato per anni sotto la dittatura nella “Asamblea Permanente por los Derechos Humanos”, ho ricevuto centinaia di testimonianze e in nessun momento è stato nominato Bergoglio. Ora sono nella CONADEP, ma nessuno lo ha mai menzionato, né come mandante, né come niente». Rispetto alle accuse sui due sacerdoti rapiti, anche lei ha confermato: «Bergoglio ha ripetutamente detto loro di andarsene perché temeva per loro, perché non sarebbe stato in grado di coprirli. Finché un giorno sono stati rapiti e torturati»Dalla sua parte anche le madri di Plaza de Mayo, durissime (non del tutto a torto) nei confronti della gerarchia cattolica argentina. Anche l’Associazione 24 marzo, che ha spesso assunto la veste di accusatore, in tribunale, dei militari argentini, ha difeso Bergoglio. Il suo presidente, Jorge Ithurburu ha dichiarato«Una cosa è la responsabilità della Chiesa cattolica come organizzazione, altra quella dei singoli. Bergoglio all’epoca non era neanche vescovo e di sue responsabilità individuali non c’è traccia, è evidente che l’episodio può essere letto in due modi: i capi dei due gesuiti sono responsabili di averli lasciati soli, o gli stessi capi sono intervenuti per ottenerne la liberazione. Propenderei per la seconda ipotesi: l’Esma non liberava nessuno per caso. Ma nessuno nella Chiesa ammetterà mai che è stata condotta una trattativa segreta, la Chiesa non parla di queste cose. La liberazione dei due sacerdoti resta però un fatto».

Da presidente dei vescovi argentini, Bergoglio ha spinto la Chiesa argentina a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, nel 2006: “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente”  era il titolo della missiva apostolica. Nel 2010, interrogato come «persona informata dei fatti», dunque senza alcun capo d’imputazione, il futuro Papa ribadì alle autorità ciò che aveva confidato solo agli amici più stretti. L’allora cardinale Bergoglio rivelò di aver salvato numerosi dissidenti, ma mai se ne fece pubblico vanto. «Nel collegio Máximo dei gesuiti, a San Miguel, nella regione del Gran Buenos Aires, dove ho vissuto, ne nascosi alcuni. Non ricordo esattamente quanti. Dopo la morte di monsignor Enrique Angelelli, ho accolto nel collegio tre seminaristi della sua diocesi che studiavano teologia. Questi non sono stati nascosti, ma curati, protetti sì». Addirittura, l’attuale ministro kirchnerista Nilda Garré, ex Montonera, deve la sua vita all’attuale Papa. Una delle persone salvate dal futuro Papa è l’attivista per i diritti umani (dichiarata “difensore del popolo della città di Buenos Aires”, nel 1998), Alicia Oliveira, diventata poi sua grande amica, che ha affermato chiaramente: «quando ho denunciato la dittatura, lui era con me. Conosco l’impegno di Jorge: quando qualcuno ha dovuto lasciare il paese perché non riusciva a resistere, lo ha salutato con un pasto. E lui c’era sempre. Jorge era molto angosciato. stava cercando di convincere la gente fuori dal paese. Aveva un atteggiamento collaborativo con le persone bisognose». E rispetto ai due sacerdoti rapiti: «Bergoglio ha parlato con tutti per farli liberare, anche con Massera e Videla».

Il teologo Leonardo Boff, uno dei fondatori della Teologia della liberazione, ha commentato«Bergoglio? Salvò e nascose molti perseguitati dalla dittatura militare»E’ intervenuta anche Maria Elena Bergoglio, sorella dell’attuale Pontefice: «Mio padre scappò dall’Italia per il fascismo: vi pare possibile che mio fratello fosse complice di una dittatura militare? Sarebbe stato come tradire la sua memoria. Protesse e aiutò molti perseguitati dalla dittatura. Erano tempi cupi e serviva prudenza, ma il suo impegno per le vittime è provato».

Secondo la ricostruzione dei giornalisti americani Brian Murphy e Michael Varren, dell’Associated Press«Entrambi i sacerdoti furono liberati dopo che il cardinale Bergoglio si mosse in modo straordinario dietro le quinte per salvarli. Arrivò a convincere il prete di famiglia del dittatore Jorge Videla a fingersi malato, in modo che lui stesso Bergoglio, potesse dire la messa nella casa del capo della giunta militare, dove a tu per tu con Videla invocò la grazia. Verosimilmente il suo intervento salvò le vite dei due sacerdoti, ma Bergoglio non rese mai pubblici i dettagli fino all’intervista di Rubin. Bergoglio disse a Rubin che era solito nascondere persone in immobili di proprietà della Chiesa durante il periodo della dittatura e una volta diede i proprio documenti di identità ad un uomo che gli assomigliava, mettendolo in condizione di fuggire attraverso la frontiera». «Ho visto due volte il generale Jorge Videla e l’ammiraglio Emilio Massera»ha dichiarato lo stesso Bergoglio. «Ricordo che era un sabato pomeriggio e tenni Messa nella residenza del comandante in capo dell’esercito, davanti a tutta la famiglia di Videla. Poi ho chiesto di parlare con lui, con Videla, proprio per capire dove tenessero i sacerdoti arrestati», ovvero Orlando Yorio e Francisco Jalics.

Interessante la testimonianza di padre Juan Isasmendi, uno dei sacerdoti impegnati nella “Villa 21-24”, le baraccopoli di Buenos Aires, il quale ha raccontato che Bergoglio, arcivescovo della città, si spese personalmente per contrastare le minacce di morte ricevute da un sacerdote che nel 2009 aveva denunciato la diffusione di una nuova droga tra i poveri delle baraccopoli. «Si presentò una mattina senza essere annunciato e camminò lentamente per tutta la villa, come per dire, se toccate loro, toccate me», ha spiegato. E «si offrì di dormire nella parrocchia» per contrastare, con la propria autorità, le minacce subite dai sacerdoti. In un editoriale del 2005 Aldo Cazzullo ha parlato di «un’infamia alimentata dai nemici di Bergoglio indicò in lui l’ispiratore del sequestro; era vero il contrario: il Provinciale andò di persona da Videla per chiedere la liberazione dei due religiosi, e agli atti della giunta militare risulta la richiesta di un passaporto per loro». Non si piegò mai, spiega ancora Cazzullo, ai caudillos, ai militari e ai politici, che si sono alternati alla guida dell’Argentina, anzi «si mosse per salvare preti e laici dai torturatori, ma non ebbe parole di condanna pubblica che del resto non sarebbero state possibili se non a prezzo della vita, e tenne a freno i confratelli che reclamavano il passaggio all’opposizione attiva»Andrea Velardi, ricercatore presso l’Università di Messina, ha affermato che i due gesuiti rapiti sono stati liberati «per l’opera silenziosa di Bergoglio che si mosse segretamente per riportare quei preti a casa, sani e salvi».

«Bergoglio è stato molto critico nei confronti delle violazioni dei diritti umani durante la dittatura, ma ha sempre criticato anche i guerriglieri di sinistra. Egli non dimentica quella parte» ha scritto il suo biografo Sergio Rubin. Il premio Nobel Pérez Esquivel in un’intervista per Repubblica, ha aggiunto: «So bene che il nuovo Papa è accusato di non aver fatto abbastanza durante gli anni della dittatura e di essere implicato nella scomparsa di due sacerdoti: ma io so che si è battuto di fronte ai militari per difendere delle persone, so che molte altre ne ha aiutate a fuggire. Non tutte le sue parole sono state ascoltate, i militari alla fine facevano quello che volevano. Ma non lo si può accusare di essere stato complice. Molti vescovi cercarono di fare cose durante la dittatura e non furono ascoltati: posso raccontare di quello che intervenne in mio favore, per mesi, cercando di farmi liberare. Non ci riuscì. Bergoglio ha cercato di aiutare le vittime della dittatura: nessuno di noi sa con precisione come e quanto, ma lo ha fatto, e non è poco».

Nel settembre 2013 è uscito il libro La lista di Bergoglio. I salvati da papa Francesco. Le storie mai raccontate (EMi 2013) di Nello Scavo con la prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, nel quale si raccontano le vicende di quanti – dissidenti, sindacalisti, preti, studenti, intellettuali, credenti e no – l’allora padre Jorge Mario Bergoglio riuscì a mettere in salvo perché perseguitati dalla giunta militare. Si parla di un centinaio di nomi, ma appare largamente incompleta. Il provinciale dei gesuiti aveva costruito una rete clandestina per salvaguardare i perseguitati (a cui offriva un campionario di consigli su come depistare la polizia e la censura) e organizzare le fughe verso l’estero. Uno di questi è Juan Manuel Scannone, massimo esponente di quella che dagli anni Ottanta in poi è stata definita “teologia del popolo”, che racconta«Padre Jorge si prese cura di noi com’era, del resto, suo dovere. Oggi le cose possono essere osservate e giudicate con altri occhi, ma allora Bergoglio fece ciò che nella sua posizione andava fatto. Si rapportava frequentemente con il padre generale, che era al corrente di quanto avveniva, e offriva a noi consigli su come evitare guai, aggirare il pressante controllo del regime, senza però mai dover rinunciare alle nostre idee. Padre Jorge non solo mantenne il segreto allora, ma non ha mai voluto farsi vanto di quella sua particolarissima missione. Egli si adoperò non solo per proteggere, tutelare e salvare padri gesuiti e seminaristi, ma anche per nascondere giovani studenti finiti nel mirino della dittatura, i quali venivano portati nel nostro collegio, con tutte le cautele del caso, allo scopo di tenerli al riparo dai rapimenti della polizia». Oltre ai racconti in prima persona dei perseguitati protetti dal futuro Papa, il saggio contiene racconti e documenti inediti, tra cui la trascrizione dell’interrogatorio dell’allora cardinal Bergoglio, reso nel 2010 in qualità di persona informata dei fatti, davanti ai magistrati che indagavano sulla violazione dei diritti umani durante la dittatura. Con forza emerge l’integrità morale, la coerenza, il coraggio, spesso a rischio della propria vita, del gesuita che diventerà papa Francesco.

E’ intervenuto anche Alfredo Somoza, ex allievo di Bergoglio, sequestrato e incarcerato nel 1981 a Buenos Aires, fuggito prima in Brasile e poi in Italia, dove è arrivato nel 1982 come rifugiato politico, da sempre socialista e non credente. Ha affermato«Verbitsky si è chiesto se Bergoglio potesse essere ritenuto responsabile dell’arresto dei due gesuiti, io penso invece che è grazie al suo operato e a quello di tutti i gesuiti che i due religiosi ne sono usciti vivi, rilasciati dopo cinque mesi, quando in quel periodo era frequente “scomparire”. Jorge Mario Bergoglio e i gesuiti sono riusciti a salvare tante persone negli anni bui della giunta militare in Argentina. Ne sono stato testimone oculare. Questa della sua compromissione con la dittatura militare è una storia che vorrebbe ridurre il valore della sua elezione a Papa». Anche dal gesuita Josè Luis Caravais, esponente di spicco della Teologia della liberazione, perseguitato in Paraguay dalla dittatura di Alfredo Strousser (1954-1989), ha spiegato«Padre Bergoglio mi salvò la vita. Se non mi avesse protetto a Buenos Aires dai repressori della dittatura, non sarei qui». Padre Jorge Mario sapeva di essere finito nella lista nera delle personalità da spiare notte e giorno e con lui tanti altri, compreso un giovane che finirà a lavorare in Vaticano. Bergoglio, che a quel tempo non era ancora vescovo, s’era accorto che il ragazzo gli somigliava parecchio e sfruttò la somiglianza per farlo scappare. Lo ha confermato lui stesso quando venne interrogato dalla commissione d’inchiesta sugli anni del regime: «Ho fatto scappare dal Paese, passando da Foz do Iguacu un giovane che mi somigliava molto, dandogli la mia carta d’identità e vestendolo da prete: solo così potevo salvargli la vita»

Il 14 ottobre 2014 è uscito nelle librerie il secondo volume dell’indagine di Nello Scavo, intitolata: “I sommersi e i salvati di Bergoglio” (Piemme 2014). E’ la continuazione della rivelazione sull’impegno dell’allora gesuita e poi cardinale Bergoglio per salvare tanti dissidenti dalla dittatura argentina. Anche in questa occasione vengono riportate svariate testimonianze di prima mano.

Il 18 maggio 2015 il blog argentino www.plazademayo, in un articolo intitolato Verbitsky: Con Dios y Con el Diablo (Verbitsky: Con Dio e Con il Diavolo), scritto da due reporter investigativi, Gabriel Levinas e Sergio Serrichio, che hanno trascorso più di un anno a indagare sulla questione e si sono avvalsi della testimonianza di personaggi chiave, ha rivelato che Horacio Verbitsky, l’uomo che ha accusato pubblicamente e ripetutamente Jorge Mario Bergoglio di complicità con gli esponenti della dittatura militare argentina quando era provinciale dei Gesuiti nella seconda metà degli anni Settanta, ha lavorato per i dittatori militari del Paese dal 1978 al 1981 ed era sul loro libro paga. In particolare era uno dei ghostwriter del capo della Giunta Militare del Paese, il brigadiere Omar Domingo Rubens Graffigna e scrisse i discorsi dei massimi comandanti delle Forze Armate durante la dittatura.

 

BUFALE SU MISOGINIA.
Il 15 marzo 2013 sono emerse accuse su alcune presunte frasi misogine dette da Bergoglio. Quand’era arcivescovo di Buenos Aires, avrebbe detto: «Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale ed i fatti ci insegnano che l’uomo è un uomo politico per eccellenza, le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, ma niente più di questo»

La frase è stata diffusa in modo capillare tanto che addirittura una deputata del Costa Rica ha attaccato la Chiesa parlando di “misoginia”. Ancora una volta “Il Fatto Quotidiano”, questa volta tramite la giornalista Silvia Truzzi, è stato il principale calunniatore del Pontefice. La Truzzi ha sostenuto il sospetto di connivenza di Bergoglio con la dittatura argentina ironizzando sul portavoce del Pontefice, padre Lombardi, quando ha preso le sue difese. «Sarebbe bello che papa Francesco spiegasse perché quelle accuse sono infondate», ha scritto inoltre, «con la stessa semplicità con cui ha salutato i fedeli in San Pietro». Aggiungendo: «E sarebbe bello che spiegasse anche la infelice e presunta frase del cardinal Bergoglio» contro le donne. Quando la verità è emersa, sia per quanto riguarda le accuse di connivenza che per la frase misogina, la Truzzi non ha mai voluto pubblicare un articolo per chiarire l’equivoco da lei creato nei suoi lettori. Ha invece preferito difendere Barack Obama dalle accuse di sessismo, senza chiedere all’accusato di chiarire il suo pensiero. Sempre sul “Fatto” è toccato alla femminista Lidia Ravera attaccare Bergoglio, anche lei senza verificare le fonti, scrivendo un pistolotto al neo-pontefice su come vadano trattate le donne e concludendo ironica: «Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano»Daniela Padoan sempre sul “Fatto Quotidiano” non ha nemmeno lasciato margine al dubbio: «Dunque abbiamo un Francesco in Vaticano. Non è venuto dal nulla, camminando scalzo. Era a Buenos Aires, sprezzante di tutte le figure che sono state vittime della dittatura argentina […]. Un uomo che non ha fatto mistero della propria collocazione ideale: Dio, patria, famiglia. Gli ideali della dittatura argentina. Di tutte le dittature. Dove le donne sono funzione dell’uomo: perché stupirsi di presunte frasi coerenti sulla loro subordinazione?».

Tuttavia, si è scoperto, la frase attribuita a Bergoglio è una bufala. Essa viene riportata quasi sempre senza fonte, tranne in pochi casi in cui vi è scritto “Buenos Aires, 4 de junio 2007 (Télam)”. Télam è la più grande agenzia di stampa argentina, peccato che se si fa una ricerca nel suo archivio relativo agli articoli del 4 giugno 2007, non si trova nulla su Bergoglio. Neppure se si immette nel motore di ricerca interno la presunta frase (ovviamente in spagnolo, chiunque può provare). Come è stato poi verificato, la bufala è nata nel 2007 quando Cristina Kirchner è stata candidata alla presidenza dell’Argentina, inventata dal nulla e comparsa per la prima volta su “Yahoo Answers” da un utente argentino con il nickname “Bumper Crop”, che ovviamente non ha citato alcun link. Lo scopo, è spiegato sui siti argentini, era inventare un attacco del cardinale Bergoglio verso la Kirchner.

Una ricerca approfondita su Google, si rileva sui siti web anti-bufale, dimostra che prima del 13 marzo 2013 non vi è traccia di tali dichiarazioni in rete da parte di Bergoglio, tranne che, appunto, su Yahoo Answers. Se davvero i media argentini (o internazionali) avessero ricevuto dall’agenzia Télem (o da qualsiasi altra fonte attendibile) le dichiarazioni misogine dell’arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza episcopale argentina, certamente le avrebbero pubblicate, montando, giustamente, uno scandalo. Fortunatamente molti quotidiani internazionali, come Eleconomista, hanno cominciato a riportare la rettifica, spiegando che la frase è inventata. La quale oltretutto contraddice la nota amicizia e l’ammirazione del pontefice per molte donne argentine che hanno ricoperto cariche politiche e che si sono con lui congratulate dopo la sua elezione a Pontefice. Una sua grande sostenitrice, ad esempio, è l’attivista per i diritti umani, Alicia Oliveira, salvata da lui dalla dittatura argentina, che ha raccontato di aver ricevuto da lui un mazzo di rose quando è stata licenziata dal ruolo di giudice della Corte suprema da parte del governo dittatoriale, mostrando in questo modo il suo totale sostegno.

 

BUFALA DEL DITTATORE VIDELA.
Il terzo tentativo di calunnia somiglia molto alle accuse di militanza negli squadroni nazisti da parte del giovane Joseph Ratzinger, sostenute dal fotomontaggio del futuro pontefice mentre sembra fare il saluto nazista con il braccio teso (bufala smentita, anche quella successiva). Dopo le accuse di connivenza con la dittatura, dopo la diffusione della frase misogina, sono state fatte circolare due foto di un presunto Bergoglio assieme al dittatore Videla.

La prima foto è stata diffusa dal regista statunitense Michael Moore (il quale si è in seguito scusato) di un anziano prete, di spalle, nell’atto di offrire la comunione al primo presidente della dittatura, Jorge Videla. E’ stato dimostrato, anche grazie al video dell’evento rappresentato nella foto, che il sacerdote è Carlos Berón de Astrada e non Papa Francesco. Il luogo è la cappella della Pequeña Obra de la Divina Providencia Don Orione il 30 dicembre 1990 (Bergoglio aveva 54 anni), quindi alla fine della dittatura quando Videla stava scontando una condanna all’ergastolo. «L’ex presidente argentino Jorge Rafael Videla – si legge nella didascalia originale dell’immagine custodita dall’agenzia Corbis – riceve la comunione in una chiesa di rito cattolico romano a Buenos Aires, in questa foto del 20 dicembre 1990». Eppure, opportunamente “tagliata” in modo da rendere quasi impossibile l’identificazione del prete, quello scatto è stato fatto passare per la prova regina della «contiguità» di Bergoglio anche dopo la caduta del regime, nel 1983. E’ stata quindi diffusa una contro-fotografia, segnalando che si tratta di un’attribuzione falsa.

La seconda fotografia mostra un sacerdote che passeggia sorridendo fianco a fianco sempre con Jorge Videla, anche in questo caso l’accusa implicita è quella di identificare in quel sacerdote Jorge Mario Bergoglio. Come è stato spiegato, papa Francesco è nato nel 1936 e quindi nell’epoca in cui fu scattata questa foto (cioè quando Videla era al governo) aveva tra i 35 e i 45 anni, decisamente più giovane del prelato presente nella fotografia. Inoltre, Bergoglio non è calvo nemmeno ora che ha 76 anni, al contrario del sacerdote della fotografia. Infine, Bergoglio negli anni della dittatura della Giunta militare argentina era un semplice sacerdote membro dell’ordine gesuita, mentre il prelato nella fotografia porta chiaramente una veste da monsignore o da vescovo.

 
 

————- ————–

41. MOTU PROPRIO E “DIVORZIO CATTOLICO”

Il 15 agosto 2015 Papa Francesco ha varato il Motu proprio “Mitis et misericordis Jesus con lo scopo di favorire la celerità delle cause di dichiarazione di nullità nel Codice di Diritto Canonico. Lui stesso ha spiegato”: «i voti della maggioranza dei miei Fratelli nell’Episcopato, riuniti nel recente Sinodo straordinario, che ha sollecitato processi più rapidi ed accessibili. In totale sintonia con tali desideri, ho deciso di dare con questo Motu proprio disposizioni con le quali si favorisca non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio. Ho fatto ciò, comunque, seguendo le orme dei miei Predecessori, i quali hanno voluto che le cause di nullità del matrimonio vengano trattate per via giudiziale, e non amministrativa, non perché lo imponga la natura della cosa, ma piuttosto lo esiga la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo: e ciò è esattamente assicurato dalle garanzie dell’ordine giudiziario».

Inevitabilmente i costanti critici del Papa hanno colto l’occasione per accusarlo di stravolgere la dottrina cattolica, in particolare lo hanno accusato di aver introdotto il “divorzio cattolico”. Lo ha scritto Sandro Magister e, a ruota, lo ha detto (con toni più volgari) anche Antonio Socci (anche qui).

 

Di seguito in ordine cronologico tutti gli interventi che chiariscono le cose e replicano alle accuse:

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto a chi lo accusa di aver aperto al “divorzio cattolico” con il Motu Proprio sulla facilitazione della nullità dei matrimoni: «Nella riforma dei processi, della modalità, ho chiuso la porta alla via amministrativa che era la via attraverso la quale poteva entrare il divorzio. E si può dire che quelli che pensano al “divorzio cattolico” sbagliano perché questo ultimo documento ha chiuso la porta al divorzio che poteva entrare – sarebbe stato più facile – per la via amministrativa. Questo è stato chiesto dalla maggioranza dei Padri sinodali al Sinodo dell’anno scorso: snellire i processi, perché c’erano processi che duravano 10-15 anni. Questo Motu proprio facilita i processi nei tempi, ma non è un divorzio, perché il matrimonio è indissolubile quando è sacramento, e questo la Chiesa no, non lo può cambiare. E’ dottrina. E’ un sacramento indissolubile. Il procedimento legale è per provare che quello che sembrava sacramento non era stato un sacramento. Il “divorzio cattolico” non esiste. O non è stato matrimonio – e questa è nullità, non è esistito –, o se è esistito è indissolubile».

Il 04 ottobre 2015 il card. Camillo Ruini, ratzingeriano e leader dei conservatori, secondo l’etichette mediatiche, ha difeso il Motu Proprio di Francesco. Alla domanda se le nuove disposizioni al riguardo non rischiano di ammorbidire il vincolo matrimoniale, introducendo una sorta di divorzio cattolico, il card. Ruini ha spiegato: «Il rischio può esistere solo se le nuove disposizioni non vengono applicate con serietà. Bisogna migliorare anzitutto la preparazione dei giudici. Introdurre surrettiziamente una specie di divorzio cattolico sarebbe una pessima ipocrisia, molto dannosa per la Chiesa e per la sua credibilità. Ma la decisione di papa Francesco, che molti di noi —me compreso —auspicavano, non ha niente a che fare con un’ipocrisia del genere».

Il 17 ottobre 2015 il professore di Diritto processuale canonico della Santa Croce, monsignor Joaquín Llobell, ha parlato del Motu proprio di Francesco smontando le varie accuse e spiegando le esigenze per cui è stato introdotto. Lo ha fatto in due parti: parte uno e parte due. La conclusione è stata: «sono convinto che la nuova legge è un buono strumento per rendere agili le cause matrimoniali, però richiede al tempo stesso una maggiore preparazione e coscienza da parte di tutti coloro che intervengono nel processo per poter raggiungerne il fine, ossia il rispetto della verità sulla validità o la nullità del matrimonio».

Il 04 novembre 2015 monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, ha affrontato la questione della funzione personale del Vescovo diocesano nel processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio: «il concetto di una potestas iudiciaria demandata a un tribunale interdiocesano o regionale, nella legislazione canonica era pressoché ignorato almeno fino al 1938, anno in cui Pio XI costituì in Italia i tribunali regionali, per le cause contenziose di nullità di matrimonio. La dottrina non ha mai negato la potestas iudicialis episcopalis e, nel solco di questa antica traditio Ecclesiae, l’intero magistero dei successori di Pietro lo ha più volte ribadito, soprattutto in occasione delle allocuzioni alla Rota Romana. Il ritorno alla funzione personale del vescovo diocesano nel processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio», stabilita da Papa Francesco, «è la risposta emersa dal Sinodo straordinario sulla famiglia».

Il 04 maggio 2016 l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, stimatissimo dal mondo tradizionalista, ha commentato il motu proprio sulla nullità matrimoniale, che alcuni giornalisti definiscono come apertura al “divorzio cattolico”, ma che «non lo hanno certamente letto se non le due righe citate da “Repubblica” o dal “Corriere della Sera”».

 
 

————- ————–

42. CONCLUSIONE

In questo lungo dossier abbiamo preso in esame le maggiori accuse ricevute da Papa Francesco, sottolineando la loro fragilità e pretestuosità. Abbiamo seguito il criterio suggerito dal Papa stesso: andare a leggere e mostrare quel che lui ha davvero detto e non ciò che i media hanno riportato, è sufficiente questo per smentire le accuse senza bisogno di interpretare intellettualisticamente le sue parole.

Come ha scritto Antonio Socci poco prima di rinnegare tutto e farsi trascinare nell’antipapismo dai blog tradizionalisiti, «tutto fa brodo per attaccare Francesco, perfino il colore delle scarpe o il fatto che dica “Buongiorno” e “Buon pranzo”. Ogni inezia viene guardata col sospetto di eterodossia e di infedeltà alla tradizione. Ma degli atti ufficiali del suo magistero se ne infischiano, così pure snobbano il suo magistero quotidiano». C’è «chi sta col “randello” del pregiudizio in mano», ha proseguito lo scrittore, «con l’unico obiettivo di coglierlo in fallo, non sente ragioni, si attacca a ogni pretesto ed è sempre pronto a colpire». Anche lui ha riconosciuto i due fuochi che hanno preso di mira il Papa, quello progressista e quello tradizionalista: « Alla forzatura di certi media che attribuiscono arbitrariamente a Francesco un profilo “sovversivo”, fanno da sponda certi fondamentalisti che alimentano all’interno della cristianità la stessa idea. Il disorientamento che si produce così non va sottovalutato. La sofferenza è manifestata soprattutto da buoni cattolici ed ecclesiastici finora fedeli al papa che dicono di sentirsi orfani di Benedetto XVI. Questi sedicenti ratzingeriani dimenticano che papa Benedetto ha proclamato fin dall’inizio la sua affettuosa sequela al nuovo papa e ha ricordato a tutti – alla vigilia del Conclave – il fondamento del cattolicesimo: “Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura”. Se non si crede questo, come ci si può dire cattolici?».

 
 

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace