Amoris Laetitia e divorziati risposati: chiarimento alla confusione

comunione divorziati bergoglioIl tema della comunione ai divorziati risposati, esploso dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia -in particolare il capitolo 8, è uno dei più controversi nel pontificato di Papa Francesco. In questo dossier abbiamo chiarito il più possibile i termini della vicenda, dando spazio agli interventi dei più autorevoli cardinali e teologi, oltre a Papa Francesco stesso.

 

Amoris Laetitia, capitolo 8°, nota 351: c’è ambiguità?

Sono due le questioni su cui permane una certa confusione. La prima è se Papa Francesco, attraverso Amoris Laetitia, abbia realmente “aperto” all’accesso all’Eucarestia di persone unite in seconda unione che rientrano in casi eccezionali e in circostanze attenuanti del peccato (cioè la violazione dell’indissolubilità del matrimonio). La seconda è se il principio delle circostanze attenuanti faccia parte della dottrina cattolica e sia un pensiero ortodosso all’interno del Catechismo. Fin dal principio chiariamo che, almeno a nostro avviso, sulla prima questione permane una certa ambiguità, mentre sulla seconda non più: vi sono stati infatti autorevolissimi interventi (tra essi quello dei cardinali Müller, Coccopalmerio e Sistach, del filosofo Buttiglione, dei vescovi Luigi Negri e Marcello Semeraro ecc.), -avvallati dalla Santa Sede- che hanno stabilito che il discernimento tramite circostanze attenuanti è assolutamente fedele al Catechismo cattolico. Perciò, anche se Amoris Laetitia avvallasse questo principio (ma, come detto, rimane su questo un punto interrogativo), concedendo l’Eucarestia in particolari situazioni irregolari, non è comunque in errore ed in eresia, e si pone in continuità con il pensiero di Giovanni Paolo II, espresso nella Familis consortio.

Certamente la nota 351 di Amoris Laeitia non ha aiutato a chiarire, anzi ha generato interpretazioni contrapposte. Nemmeno è servito il polverone alzato appositamente da giornalisti cattolici già in precedenza avversari di Francesco, che hanno introdotto nel dibattito dichiarazioni false e “sentito dire” di anonime fonti vaticane. Certamente Papa Francesco mai ha approvato la concessione indistinta dei sacramenti alle persone in seconda unione (i semplici divorziati, invece, possono da sempre ricevere l’Eucarestia), ha invece introdotto un netto cambio nell’approccio pastorale verso queste persone -sempre più numerose- invitando i pastori a farle sentire ancor di più parte integrante della comunità cattolica. All’interno di questo paradigma pastorale, per alcuni vi sarebbe in Amoris Laetitia l’approvazione di un’eccezione alla regola rispetto alla negazione assoluta del Sacramento dell’Eucarestia, già teorizzata nel 2015 dal card. Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede («in certi casi può esserci una licenza nella coscienza»). Anche Benedetto XVI studiò eccezioni alla totale negazione della Comunione ai divorziati risposati.

 

Principio cattolico delle circostanze attenuanti.

Tutto ruota attorno alla situazione sempre più frequente di fedeli cattolici a cui è stato imposto il divorzio da parte del partner, una separazione che non hanno voluto ma che hanno dovuto accettare per motivi legali. Altri sono stati abbandonati dal coniuge. Nel tempo queste persone si sono risposate e hanno avuto dei figli e, pur volendo “regolarizzarsi” dal punto di vista della dottrina cattolica, non possono separarsi nuovamente per non generare un torto più grande. Tuttavia soffrono nell’essere privati dell’aiuto spirituale dell’Eucarestia. Vi sono anche altri casi, come spiegato dal card. Gerhard Ludwig Müller, di fedeli «convinti in coscienza, e con buone ragioni, della invalidità del primo matrimonio pur non potendone offrire la prova canonica. In questo caso il matrimonio valido davanti a Dio sarebbe il secondo e il pastore potrebbe concedere il sacramento, certo con le precauzioni opportune per non scandalizzare la comunità dei fedeli e non indebolire la convinzione nella indissolubilità del matrimonio». Per risolvere questa (ed altre) situazioni complicate, in cui la colpevolezza dei singoli è attenuata dalle circostanze, molti teologi e partecipanti al Sinodo sulla Famiglia hanno aperto alla possibilità -convinti sia legittimo dal punto di vista cattolico- di concedere a questi casi eccezionali, in determinati condizioni (per esempio, dopo un percorso penitenziale), la possibilità di accostarsi ai Sacramenti, ritenendo ingiusta la loro esclusione per colpe che non hanno avuto.

Tra i favorevoli vi è anche l’ex vescovo di Ferrara, mons. Luigi Negri, stimato dal mondo tradizionalista, che ha sostenuto: «La pastorale ha una serie di strumenti, non escluso quello dell’Eucarestia, che possono rappresentare un aiuto fondamentale nel cammino della fede, ma non perché io ho il diritto all’Eucarestia! L’Eucarestia può essere un aiuto straordinario che in certe situazioni, lo dico io non il Papa, potrebbe essere anche dato con certe circostanze di discrezione, di riservatezza ecc. Ma sulla base di aiutare il ritorno alla fede, l’esperienza dell’incontro con Cristo».

Se anche fosse che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia abbia realmente aperto all’eccezione delle circostanze attenuanti (su questo permane l’equivoco), l’accesso alla Comunione per questi singoli casi non sarebbe comunque in contraddizione con il Catechismo e, in particolare, con il pensiero di Giovanni Paolo II, espresso nella Familis consortio. A spiegarlo in modo approfondito è stato il filosofo wojtyliano Rocco Buttiglione, apertamente supportato dal card. Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina, che ha firmato la prefazione del suo libro: “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”. Buttiglione ha indicato che il principio delle circostanze attenuanti soggettive, che diminuiscono la responsabilità della persona, «è proprio dell’equilibrio dell’etica cattolica e distingue l’etica realista di S.Giovanni Paolo II dell’etica oggettivista di alcuni avversari di Papa Francesco». Lo stesso è stato sostenuto dal card. Lluís Martínez Sistach, arcivescovo emerito di Barcellona e cosiddetto “ratzingeriano”, in un testo pubblicato su L’Osservatore Romano: «Possiamo dire che Amoris laetitia non ammette i divorziati risposati ai sacramenti», ha scritto, specificando che l’esortazione apostolica «rimanda alla consolidata dottrina della Chiesa quando fa riferimento alle circostanze attenuanti ed esimenti che influiscono sulla capacità di decisione e sulla diminuzione o addirittura sull’annullamento dell’imputabilità e della responsabilità, così come stabilisce il Catechismo della Chiesa cattolica». Ad esempio, ha precisato l’arcivescovo emerito di Barcellona, «se in una situazione, dopo aver compiuto questo processo di discernimento, l’interessato, con l’aiuto di un sacerdote, in coscienza e dinanzi a Dio, constata che c’è qualche circostanza che fa sì che alla situazione obiettiva di peccato della nuova unione non corrisponde un’imputabilità soggettiva grave, in quel caso si può accedere ai sacramenti».

Tra gli interventi chiarificatori segnaliamo anche quello del card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nel suo opuscolo intitolato: “Il capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post Sinodale Amoris Laetitia”. Il prelato ha spiegato che Amoris laetitia parla di coppie che pur nella «consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione» hanno «grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe», e situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione». Secondo il card. Coccopalmerio l’esortazione apostolica, pur non affermandolo esplicitamente, presuppone in modo implicito che queste persone siano intenzionate a «cambiare la loro condizione illegittima», si pongano «il problema di cambiare» e quindi abbiano «l’intenzione o, almeno, il desiderio» di farlo. Il cardinale fa l’esempio concreto di una donna convivente con un uomo che ha tre figli, abbandonato dalla moglie. «Questa donna ha salvato l’uomo da uno stato di profonda prostrazione, probabilmente dalla tentazione di suicidio; ha allevato i tre bambini non senza notevoli sacrifici; la loro unione dura ormai da dieci anni; è nato un nuovo figlio. La donna della quale parliamo ha piena coscienza di essere in una situazione irregolare. Vorrebbe sinceramente cambiare vita. Ma, evidentemente, non può. Se, infatti, lasciasse la unione, l’uomo tornerebbe nella condizione di prima, i figli resterebbero senza mamma. Lasciare l’unione significherebbe, dunque, non adempiere gravi doveri verso persone di per sé innocenti. È perciò evidente che non potrebbe avvenire “senza una nuova colpa”». Il cardinale ricorda quanto stabilito da Giovanni Paolo II in Familiaris consortio e cioè la possibilità di confessarsi e fare la comunione purché ci si impegni a vivere come «fratello e sorella», cioè astenendosi dai rapporti sessuali. E sottolinea anche che l’eccezione in proposito sollevata da Amoris laetitia si fonda su un testo della costituzione conciliare Gaudium et spes: «In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, “non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli”». Dunque, suggerisce l’autore del libro, «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché verificano il caso del soggetto del quale parla il n. 301 con questa chiara espressione: “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”».

Il card. Coccopalmerio conclude dunque: «La Chiesa potrebbe ammettere alla penitenza e alla eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio»«dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale». Nessun soggettivismo, ma spazio al rapporto con il sacerdote. «Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza – spiega Coccopalmerio – che la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio è rispettata, perché i fedeli nella situazione ipotizzata si trovano in unioni non legittime, anzi, più precisamente, possiamo senz’altro affermare che tale condizione è oggettivamente di peccato grave. La dottrina del sincero pentimento che contiene il proposito di cambiare la propria condizione di vita come necessario requisito per essere ammessi al sacramento della penitenza è nel caso rispettata, perché i fedeli nelle situazioni ipotizzate, da una parte, hanno coscienza, hanno convinzione, della situazione di peccato oggettivo nella quale attualmente si trovano e, dall’altra, hanno il proposito di cambiare la loro condizione di vita, anche se, in questo momento, non sono in grado di attuare il loro proposito». A chi invece la Chiesa «non può assolutamente – sarebbe una patente contraddizione – concedere» i sacramenti? Al fedele che, «sapendo di essere in peccato grave e potendo cambiare, non avesse però nessuna sincera intenzione di attuare tale proposito». È quanto afferma Amoris laetitia, riferendosi a chi «ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa». In un’intervista, il card. Coccopalmerio ha aggiunto: «Il caso deve essere ben preciso: la persona vive in questa situazione non legittima, si rende conto di questo, vorrebbe cambiare ma non può. E il motivo dell’impossibilità è proprio di non andare contro o ledere persone innocenti, soprattutto se si tratta di bambini. In questo caso la Chiesa può dire: ‘Aiutiamo queste persone, con il sacramento della penitenza e dell’eucarestia, a progredire verso una maturità e pienezza di attuazione del proposito’. Deve essere ben chiaro che chi si trova in tali condizioni non può ‘auctoritate sua’ dire ‘accedo alla penitenza e all’eucarestia’. Deve comunque consultare l’autorità competente come il proprio parroco che potrà o dovrà consultarsi con un suo superiore che è l’ordinario diocesano».

 
 

Tutti i più autorevoli chiarimenti su Amoris Laetitia e comunione ai risposati

Di seguito, in ordine cronologico, abbiamo raccolto tutti gli interventi di Francesco e dei suoi più stretti collaboratori in merito a questa tematica:

Il 28 luglio 2013 durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco ha risposto ad una domanda sulla comunione ai divorziati risposati come dimostrazione di misericordia: «Questo è un tema che si chiede sempre. La misericordia è più grande di quel caso che lei pone. Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa hanno lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti […]. Con riferimento al problema della Comunione alle persone in seconda unione, perché i divorziati possono fare la Comunione, non c’è problema, ma quando sono in seconda unione, non possono. Io credo che questo sia necessario guardarlo nella totalità della pastorale matrimoniale. E per questo è un problema. Ma anche – una parentesi – gli Ortodossi hanno una prassi differente. Loro seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità, lo permettono. Ma credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale. E per questo, due cose; primo: uno dei temi da consultare con questi otto del Consiglio dei cardinali è come andare avanti nella pastorale matrimoniale, e questo problema uscirà lì […]. Siamo in cammino per una pastorale matrimoniale un po’ profonda. Il cardinale Quarracino, il mio predecessore, diceva che per lui la metà dei matrimoni sono nulli perché si sposano senza maturità, si sposano senza accorgersi che è per tutta la vita, o si sposano perché socialmente si devono sposare. E in questo entra anche la pastorale matrimoniale. E anche il problema giudiziale della nullità dei matrimoni, quello si deve rivedere, perché i Tribunali ecclesiastici non bastano per questo. E’ complesso, il problema della pastorale matrimoniale».

Il 16 dicembre 2013 nell’intervista per La Stampa, Francesco ha affermato: «L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione».

Il 23 aprile 2014 una donna argentina di nome Jaqueline Lisbona, ha rivelato ai media di aver ricevuto una telefonata da Papa Francesco. La donna è sposata civilmente con un uomo divorziato e ha rilasciato alcune dichiarazioni ambigue e confuse, in avversità verso il Vaticano, che non lasciano intendere cosa effettivamente le abbia detto il Pontefice. A suo dire, il Papa la avrebbe incoraggiarla a “tornare (alla Chiesa)”, assicurandole che in Vaticano “si stanno trattando” casi come il suo e di suo marito. La donna ha inoltre riferito che il Papa le avrebbe suggerito di non andare nella Chiesa del suo quartiere, anche perché se il prete conosceva la sua situazione personale era dovuto al fatto che lei gliela aveva rivleata in confessione. Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Parecchie telefonate hanno avuto luogo, nell’ambito dei rapporti personali pastorali del Papa Francesco. Non trattandosi assolutamente di attività pubblica del Papa non sono da attendersi informazioni o commenti da parte della Sala Stampa. Ciò che è stato diffuso a questo proposito, uscendo dall’ambito proprio dei rapporti personali, e la sua amplificazione mediatica conseguente, non ha quindi conferma di attendibilità ed è fonte di fraintendimenti e confusione. E’ perciò da evitare di trarre da questa vicenda conseguenze per quanto riguarda l’insegnamento della Chiesa».

Il 7 dicembre 2014 in un’intervista per “La Nacion”, Papa Francesco ha affermato: «Non è una soluzione dargli la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione. Non sono scomunicati. Ma non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo, non possono fare sette cose, ho l’elenco lì. Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto! Allora, aprire un po’ di più le porte. Perché non possono essere padrini? “No, guarda, che testimonianza vanno a dare al figlioccio?”. La testimonianza di un uomo e una donna che dicano: “Guarda, caro, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti”. Ma che testimonianza cristiana è questa? O se arriva uno di questi truffatori politici che abbiamo, corrotti, a fare da padrino ed è regolarmente sposato per la Chiesa, lei lo accetta? E che testimonianza va a dare al figlioccio? Testimonianza di corruzione?».

Il 6 marzo 2015 in un’intervista, Francesco ha affermato: «Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie replay? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali…. mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: “Ah, daranno la comunione ai divorziati“. Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: “No, io voglio fare la comunione e basta”. Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare»

Il 27 settembre 2015 durante un’intervista nella sua visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha risposto: «A me sembra un po’ semplicistico dire che il Sinodo… che la soluzione per questa gente è che possano fare la comunione. Questa non è l’unica soluzione. No.»

Il 17 ottobre 2015 padre Giovanni Cavalcoli, docente emerito di metafisica nello Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia Dogmatica nella Facoltà Teologica di Bologna, ha affermato: «L’attuale disciplina che regola la pastorale e la condotta dei divorziati risposati è una legge ecclesiastica, che intende conciliare il rispetto per il sacramento del matrimonio, la cui indissolubilità è un elemento essenziale, con la possibilità di salvezza della nuova coppia. La Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, ma può mutare le leggi da lei emanate, che riguardano la disciplina e la pastorale dei sacramenti. Dobbiamo quindi pensare che un eventuale mutamento dell’attuale regolamento sui divorziati risposati, non intaccherà affatto la dignità del sacramento del matrimonio, ma anzi sarà un provvedimento più adatto, per affrontare e risolvere le situazioni di oggi». Concedere, in determinati casi e a determinate condizioni (per esempio dopo un percorso penitenziale, o nel caso del coniuge abbandonato, etc.) la comunione ai divorziati che vivono una seconda unione «tocca chiaramente la disciplina e non la sostanza».

Il 19 ottobre 2015 il prefetto della Congregazione per la Dottrina, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, ha aperto alla possibilità di concedere la comunione ai divorziati risposati «esaminando i singoli casi e in particolari situazioni».

Il 22 dicembre 2015 il vaticanista Andrea Tornielli ha riportato le parole del del vescovo di Albano Marcello Semeraro, tra i relatori del documento finale del Sinodo della famiglia, il quale ha osservato che la soluzione proposta dal Sinodo «è di fatto coincidente con quanto, durante il pontificato di Paolo VI, fu affermato dalla Sacra congregazione per la dottrina della Fede». Anche Papa Wojtyla nel n. 84 dell’enciclica “Familiaris consortio” riproponeva l’importanza del discernimento delle diverse situazioni.

Il 16 febbraio 2016 Papa Francesco, durante il suo viaggio in Messico ha ricevuto una coppia sposata civilmente dopo un divorzio, dimostrando come è possibile anche per loro vivere il cristianesimo senza ricevere l’Eucarestia. A riconoscerlo è stato anche il vaticanista Sandro Magister, uno dei portavoce dell’anti-bergoglionismo italiano. Questa coppia, ha scritto Magister, «esempio vivente di quelle coppie “irregolari” alle quali non pochi cardinali e vescovi vorrebbero dare la comunione sacramentale. Ma i due sposi non hanno affatto chiesto di fare la comunione. “Non possiamo accostarci all’eucaristia – ha detto Humberto, il marito – ma possiamo fare la comunione attraverso il fratello bisognoso, il fratello malato, il fratello privato della libertà”. E che cosa ha detto il papa alla folla, dopo averli ascoltati? Prima ha sottolineato che “Humberto e Claudia stanno cercando di trasmetterci l’amore di Dio nel servizio e nell’assistenza agli altri”. E poi si è rivolto a loro direttamente così: “E voi vi siete fatti coraggio, e voi pregate, voi state con Gesù, voi siete inseriti nella vita della Chiesa. Avete usato una bella espressione: ‘Noi facciamo comunione con il fratello debole, il malato, il bisognoso, il carcerato’. Grazie, grazie!”. Se occorreva una prova lampante di “integrazione” e di “più piena partecipazione” nella Chiesa, “come membra vive”, dei divorziati risposati – secondo quanto proposto nella “Relatio” finale del sinodo sulla famiglia e “secondo l’insegnamento della Chiesa” –, senza accedere alla comunione eucaristica, questa coppia l’ha data. E papa Francesco, ascoltandoli, annuiva convinto».

Il 08 aprile 2016 il vaticanista anti-bergogliano Marco Tosatti ha commentato così l’esortazione apostolica Amoris Laetitia: «Sui temi scottanti che hanno appassionato giornali e monsignori negli ultimi due Sinodi, l’esortazione post-sinodale ha in buona sostanza lasciato le cose come stavano prima del clamore della battaglia. E’ stata abbandonata quella volontà di creare norme generali a favore dell’inclusione che hanno caratterizzato la prima parte del dibattito, in particolare da parte di alcune conferenze episcopali europee, e di alcuni teologi, come il card. Kasper».

Il 08 aprile 2016 don Juan José Pérez-Soba, docente di pastorale familiare nel Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, ha commentato così l’Amoris Laetitia: «chi aspettava un cambiamento nella dottrina della Chiesa non sarà accontentato e rimarrà deluso, chi aspettava che l’esortazione apostolica del Santo Padre andasse più avanti dei sinodi, rimarrà deluso anche lui. La prima conseguenza che si ricava dall’esortazione è che la proposta del cardinale Kasper, già respinta nel sinodo, non è stata accettata».

Il 09 aprile 2016 il cardinale statunitense Raymond Leo Burke ha spiegato che «Amoris laetitia non ha lo scopo di cambiare la pastorale della Chiesa per quanto riguarda quelli che vivono in una unione irregolare, ma di applicare fedelmente la pastorale costante della Chiesa, quale espressione fedele della pastorale di Cristo stesso, nel contesto della cultura odierna. L’unica chiave giusta per interpretare Amoris laetitia è la costante dottrina e disciplina della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio».

Il 10 aprile 2016 l’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, ha commentato così Amoris Laetitia: «L’unica vera rivoluzione che si può scorgere tra le pagine dell’esortazione è la rivoluzione della tenerezza che rappresenta non solo una delle categorie di questo pontificato, ma anche uno dei simboli con cui guardare la famiglia attraverso questo documento».

Il 11 aprile 2016 mons. Livio Melina, preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia e definito “espressione di spicco della Curia wojtylo-ratzingeriana”, ha scritto: «L’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia accoglie con rispetto, gratitudine e filiale disponibilità l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, con la quale Papa Francesco ha completato il cammino sinodale iniziato ormai due anni or sono. Nel dibattito ecclesiale e nell’opinione pubblica c’è stato grande interesse riguardo ad una questione concreta, che non è certamente quella più importante da un punto di vista pastorale: l’eventuale ammissione all’Eucaristia dei divorziati in nuova unione civile. Infatti, come lo stesso Papa Francesco ha fatto notare, non era questo il problema centrale del Sinodo. Eppure si è voluto concentrare l’attenzione su quel punto specifico, considerandolo il test di verifica dell’auspicato eventuale cambiamento della posizione della Chiesa (una “rivoluzione” si è detto), magari, come si sosteneva, solo a livello pastorale e non dottrinale. E’ dunque legittima la domanda: il testo appena pubblicato rappresenta davvero un cambiamento nella disciplina tradizionale della Chiesa, permettendo finalmente ai divorziati “risposati” di ricevere la comunione, almeno in certi casi? Dopo aver letto il capitolo ottavo, in cui si esamina la questione, c’è una sola possibile conclusione: l’esortazione apostolica Amoris Laetitia non cambia la disciplina della Chiesa, che poggia su ragioni dottrinali, come indicato da Familiaris Consortio 84 e confermato da Sacramentum Caritatis 29. Infatti, il corpo del testo del capitolo ottavo neppure menziona l’Eucaristia. In nessuna parte della nuova esortazione post-sinodale Papa Francesco dice che i divorziati “risposati” possono accedere all’Eucaristia senza il requisito di “vivere come fratello e sorella” e pertanto questa esigenza di Familiaris Consortio 84 e di Sacramentum Caritatis 29 resta di piena validità come punto di riferimento per il discernimento. Ciò che il documento di Papa Francesco propone, invece, è un cammino d’integrazione, che permetta a questi battezzati di avvicinarsi gradualmente al modo di vita del Vangelo. Infatti le norme oggettive non riguardano la colpevolezza soggettiva, della quale può essere giudice solo Dio che scruta i cuori, ma mostrano le esigenze e la meta a cui tende ogni evangelizzazione: una vita piena conforme al Vangelo, che la Chiesa è chiamata ad offrire a tutti, senza eccezioni né casistiche. Essa infatti è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo. Quale è, dunque, la novità di questo capitolo ottavo? Non è la novità di un cambiamento di dottrina, ma dell’approccio pastorale misericordioso di Francesco, del suo desiderio di portare il Vangelo a coloro che sono lontani, seguendo così una logica d’integrazione progressiva. È per questo che il documento segnala che ci possono essere circostanze in cui le persone, che vivono obiettivamente in una situazione di peccato, magari non sono soggettivamente colpevoli a motivo dell’ignoranza, della paura, di affetti disordinati e di altre ragioni, che sempre la tradizione morale ha riconosciuto e che il Catechismo della Chiesa Cattolica menziona al n. 1735. Quest’affermazione è importante: significa che non dobbiamo giudicare o condannare queste persone, ma essere misericordiosi e pazienti con loro, così come lo è il Padre verso ciascuno di noi, e cercare per ognuno la strada di conversione dal peccato e di crescita nella carità. Certo l’affermazione di Amoris Laetitia dell’impossibilità di definire la mortalità del peccato personale a prescindere dalla verifica della responsabilità del soggetto, che può essere attenuata o mancare (n. 301), non toglie la necessità di dire che nondimeno è uno stato oggettivo di peccato (come si fa al n. 305). Ma, una volta escluse le interpretazioni casuistiche e tendenziose, cosa dunque il Santo Padre vuole dirci davvero con questo testo? Ecco la risposta semplice e decisiva: vuole annunciare in modo nuovo il Vangelo della Famiglia e vuole invitare tutti, in qualsiasi situazione si trovino, ad un cammino: “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!” (n. 325). Lui stesso aveva suggerito questa chiave di interpretazione fondamentale, quando, intervistato al ritorno dalla Terra Santa, nel maggio 2014, aveva detto che la domanda fondamentale che lo aveva ispirato nel promuovere il cammino sinodale non era una questione casuistica, ma l’urgenza di annunciare “ciò che Cristo porta alla famiglia”. Uscendo da una logica casuistica, va quindi colto il grande orizzonte positivo che il documento apre per la missione della Chiesa verso le famiglie, mettendo al centro la questione educativa come questione pastorale decisiva».

Il 26 aprile 2016 Stephan Kampowski, ordinario di Antropologia filosofica Presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia a Roma, ha scritto: «Si vede chiaramente che la domanda del divorzio e delle seconde unioni non è per nulla l’argomento principale dell’esortazione post-sinodale. Che cosa vuol dire tutto questo per i divorziati “risposati”? Si dovrebbe pensare che un Papa coraggioso come Francesco – un Papa che ha il cuore di un pastore e che si preoccupa del bene del gregge – si esprimerebbe con chiarezza se volesse cambiare in modo fondamentale la prassi attuale. Chi cerca sostegno per un cambiamento della prassi ecclesiale in genere fa riferimento al numero 305 con la nota a piè di pagina 351. A questo punto dobbiamo porci una sola domanda: è davvero probabile che Papa Francesco – che si augura una «pastorale del legame» e che è consapevole del fatto che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità» (AL 311) – voglia cambiare la prassi costante della Chiesa, che risale a Gesù e all’apostolo Paolo e che è radicata nella dottrina, con una nota a piè di pagina. Perciò nonostante la pressione dell’opinione pubblica e nonostante le mosse anche di chi all’interno della Chiesa vuole andare avanti e mettere davanti al fatto compiuto, una lettura oggettiva e studiata di Amoris laetitia non giustifica i cambiamenti rispetto alla domanda della comunione ai divorziati “risposati”».

Il 29 aprile 2016 il teologo domenica Angelo Bellon ha scritto: «Leggendo l’Esortazione dall’inizio alla fine, senza preconcetti e senza le caricature dei giornalisti o delle persone intervistate, non ho trovato nessuna rottura con il Magistero precedente, ma una continuità e uno sviluppo, soprattutto nell’atteggiamento di ricerca, di accoglienza, di accompagnamento e di integrazione di coloro che si trovano in difficoltà nell’essere conformi alla logica evangelica. La questione più controversa è quella relativa alla Santa Comunione ai divorziati risposati, che tuttavia non viene mai espressamente menzionata nell’Esortazione. Va notato che soprattutto nel capitolo 8° il linguaggio talvolta è molto sfumato e si può prestare a valutazioni non solo differenti, ma addirittura fra di loro opposte […]. Interpretati così, i punti più scottanti dell’Esortazione non fanno difficoltà. Mentre molte difficoltà nascono da una lettura diversa. Va considerato infine che questa Esortazione è tutta permeata da un clima di accoglienza e di misericordia. Questo è lo stile che le si è voluto dare. E ne va tenuto conto».

Il 24 marzo 2017 il teologo Angelo Bellon ha commentato: «Chi si trova in una condizione di adulterio pubblico e permanente vive in palese contrasto con il disegno divino sul matrimonio. Certo, c’è poi un discorso soggettivo e individuale da fare. Così come c’è un percorso pastorale da attuare. È quanto ha inteso fare Amoris laetitia quando scrive: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui “l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione” (FC 84). C’è anche il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di “coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido (FC 84)” (AL 298). Non c’è bisogno di un pronunciamento del Romano Pontefice per dare l’assoluzione e la Santa Comunione (escludendo evidentemente lo scandalo) a coloro che pur vivendo in uno stato oggettivo di disordine non ne possono uscire, si comportano castamente e vivono in grazia di Dio. È sufficiente il buon senso di qualunque pastore. Come del resto si è sempre fatto».

Il 04 maggio 2016 l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, stimato dal mondo tradizionalista, ha commentato il capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, affermando che «è stato ampiamente sezionato e vivisezionato nel tentativo di spingerlo nel senso che fosse una rottura con la tradizione precedente. Questa è una falsificazione inaccettabile, non c’è una parola che dica che è possibile mettere fra parentesi alcuni aspetti fondamentali dell’insegnamento tradizionale della Chiesa». Rispetto alla nota 351, ha aggiunto: «la pastorale ha una serie di strumenti, non escluso quello dell’Eucarestia, che possono rappresentare un aiuto fondamentale nel cammino della fede, ma nel cammino della fede non perché io ho il diritto all’Eucarestia! L’Eucarestia può essere un aiuto straordinario che in certe situazioni, lo dico io non il Papa, potrebbe essere anche dato con certe circostanze di discrezione, di riservatezza ecc. Ma sulla base di aiutare il ritorno alla fede, l’esperienza dell’incontro con Cristo. Non so dove potrebbe essere l’equivoco, se prendono questa nota per dire che il Papa è d’accordo con la Comunione ai divorziati risposati, prendono una frase che non può essere certamente utilizzata in questo senso. Questa nota non è se non la conferma di questo atteggiamento di graduale e prudente apertura che favorisca il desiderio di ritornare alla fede, bisogna stare alle cose che sono scritte non all’enorme fenomeno di manipolazione nel quale siamo incorsi. La chiarezza c’è, non c’è obiezione alla tradizione magisteriale precedente».

Il 06 maggio 2016 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha commentato così Amoris Laetitia: «se “Amoris laetitia” avesse voluto cancellare una disciplina tanto radicata e di tanta rilevanza l’avrebbe detto con chiarezza, presentando ragioni a sostegno. Invece non vi è alcuna affermazione in questo senso; né il papa mette in dubbio, in nessun momento, gli argomenti presentati dai suoi predecessori, che non si basano sulla colpevolezza soggettiva di questi nostri fratelli, bensì sul loro modo visibile, oggettivo, di vita, contrario alla parole di Cristo». Rispetto alla nota 351, «basta dire che questa nota fa riferimento a situazioni oggettive di peccato in generale, senza citare il caso specifico dei divorziati in nuova unione civile. La situazione di questi ultimi, effettivamente, ha caratteristiche particolari che la distinguono da altre situazioni. Un argomento che non è presente nella nota né nel suo contesto».

Il 26 luglio 2016 il teologo Angelo Bellon è intervenuto a proposito dell’Amoris Laetitia: «sebbene qua e là vi siano espressioni che necessitano di un’interpretazione, tuttavia la sostanza del documento è chiara. La dottrina, è stato ribadito più volte, non cambia e non può cambiare. Il Papa stesso a suo tempo ha detto: “Io sono figlio della Chiesa”. Mi scrivi: “ho sentito che il Papa vuole dare la comunione ai divorziati risposati”. Posta così l’affermazione, bisognerebbe dire che non è vera. Non è mai uscita dalla bocca del Papa né si trova scritta nel documento. Piuttosto il Papa dice che bisogna andare incontro a queste persone, che non bisogna abbandonarle, che non si sentano escluse, che è necessario accompagnarle. E, anche se non è scritto esplicitamente, indirizzarle a santità di vita. Il Papa nell’esortazione Amoris laetitia dice, come del resto diceva anche il magistero precedente di Giovanni Paolo II, che è necessario discernere i vari casi».

Il 12 settembre 2016 Papa Francesco ha inviato una lettera ai vescovi di Buenos Aires di apprezzamento al documento Criterios básicos para la aplicación del capítulo viii de Amoris laetitia (“Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo viii di Amoris laetitia”). Il documento dei vescovi spiega che l’esortazione è stata il «frutto del lavoro e della preghiera di tutta la Chiesa, con la mediazione di due Sinodi e del Papa». Ricorda anche che non «conviene parlare di “permesso” per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore». Questo processo deve essere «personale e pastorale». Si tratta di un itinerario, scrivono i vescovi, che richiede la carità pastorale del sacerdote, il quale «accoglie il penitente, lo ascolta attentamente e gli mostra il volto materno della Chiesa, mentre accetta la sua retta intenzione e il suo buon proposito di collocare la vita intera alla luce del Vangelo e di praticare la carità». Questo cammino, avvertono i presuli, non termina necessariamente nei sacramenti, ma può orientarsi in altre forme di maggiore integrazione nella vita della Chiesa. «Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede — si legge nel documento — si può proporre l’impegno di vivere in continenza». L’Amoris laetitia «non ignora le difficoltà di questa opzione e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando si manchi a questo proposito». In altre circostanze più complesse, e quando non si è potuto «ottenere una dichiarazione di nullità — sottolinea il testo — l’opzione menzionata può non essere di fatto praticabile». È possibile, tuttavia, compiere ugualmente «un cammino di discernimento». E «se si giunge a riconoscere che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia». Il documento sottolinea come occorra evitare di intendere questa possibilità come un «accesso illimitato ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione lo giustificasse». Ciò che si propone è piuttosto un discernimento che «distingua adeguatamente ogni caso».

Il 19 settembre 2016 quattro cardinali (Brandmüller, Caffarra, Burke e Meisner) hanno consegnato nelle mani del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Muller, una lettera chiedendo chiarimenti e manifestando i cosiddetti Dubia riguardanti l’interpretazione dell’esortazione Amoris laetiti sul matrimonio e la famiglia. I porporati hanno deciso di rendere pubblico il documento giustificandosi dicendo che non avevano ricevuto risposta dalla Santa Sede.

Il 22 novembre 2016 Roby Ronza, uno dei principali collaboratori de La Nuova Bussola Quotidiana, organo web il cui direttore, Riccardo Cascioli è pesantemente contrario ad Amoris Laetitia e a Papa Francesco, ha scritto sul suo blog personale un articolo a favore dell’esortazione apostolica di Francesco. «Vorrei contribuire al dibattito spiegando perché, per quanto mi riguarda, non mi sento al riguardo né smarrito, né confuso». In seguito Ronza deciderà di abbandonare LaNuovaBQ per impossibilità ad esprimere la sua opinione a favore del Pontefice.

Il 18 dicembre 2016 mons. Angelo Becciu, nominato nel 2011 da Benedetto XVI sostituto della Segreteria di Stato, ha risposto alle polemiche sull’esortazione apostolica: «Io non entro nel merito delle polemiche, ma voglio solo ribadire i principi che mi sono sempre stati insegnati dalla sana tradizione della Chiesa: come umile collaboratore del Papa, sento il dovere di dirgli lealmente il mio pensiero quando è in fase di elaborazione una decisione. Una volta che è stata presa, io obbedisco totalmente al Santo Padre. L’unità della Chiesa, per la quale Gesù ha sudato sangue e ha dato la vita, viene prima delle mie idee, pur belle che siano. Quelle vissute in disubbidienza hanno rovinato la Chiesa».

Il 20 dicembre 2016 il cardinale Raymond Leo Burke, uno dei firmatari dei cinque Dubia sull’Amoris Laetitia, ha dato una sorta di ultimatum a Francesco: se il Pontefice non risponderà procederà con una «correzione formale».

Il 22 dicembre 2016 Anne-Marie Pellettier, professoressa associata di lettere moderne e vincitrice del Premio Ratzinger 2014, ha risposto alle critiche sollevate: «È sbagliato affermare che, invitando in questo modo al discernimento e all’integrazione, il Papa svenda la verità, edulcori la fede, renda sfocato l’appello alla santità, ritagli su misura una pastorale compiacente. La verità è che parla facendo lui stesso ciò che invita i lettori a fare: prendere la Parola di Dio come ‘compagna di viaggio. Il grande soffio di vita del Vangelo rovescia i banchi di quanti sono occupati a stabilire pesi e misure, a opporre ai peccatori che si presentano un regolamento, come a un posto di dogana. Così la chiarezza, che i censori di Amoris laetitia esigono, non può essere la linea di confine che delimita ciò che è conforme e ciò che è sbagliato».

Il 26 dicembre 2016 uno dei firmatari dei cinque Dubia sull’Amoris Laetitia, il cardinale tedesco Walter Brandmüller, ha precisato: «Innanzitutto noi Cardinali attendiamo la risposta ai Dubia, in quanto una mancata risposta potrebbe essere vista da ampi settori della Chiesa come un rifiuto dell`adesione chiara e articolata alla dottrina definita. I Dubia intendono promuovere nella Chiesa il dibattito, come sta avvenendo. Il Cardinale Burke nell’intervista originale in inglese (non come hanno riportato i media italiani) non ha indicato una scadenza, ma solo risposto che ora dobbiamo pensare a Natale e poi si affronterà la questione. Inoltre il Cardinale non ha detto che una eventuale correzione fraterna (conf. Gal. 2,11-14) debba avvenire pubblicamente. Devo, invece, ritenere che sia convinto, che in prima istanza una correzione fraterna debba avvenire in camera caritatis. Del resto devo dire che il Cardinale ha espresso-in piena autonomia-la sua opinione, che, senz`altro potrebbe essere condivisa pure da altri cardinali». Tale comunicato è stato inviato dal cardinale al vaticanista Andrea Tornielli, in seguito ad una loro conversazione telefonica. Il 10/01/17 Riccardo Cascioli, direttore della “Nuova Bussola Quotidiana” ha accusato Tornielli di aver “estorto” tale dichiarazioni a Brandmüller, ma il vaticanista ha pubblicato l’intero messaggio che ha ricevuto, che effettivamente corrisponde a quanto lui ha pubblicato. Il giornalista Francesco Agnoli ha contro-replicato dicendo di non voler rivelare «quanto ambienti vicini al cardinale tedesco, intimo amico di Benedetto, mi hanno raccontato nei giorni passati», dubitando dell’onestà professionale di Tornielli. Quest’ultimo ha a sua volta risposto difendendosi: «Non c’è stata estorsione semplicemente perché il cardinale poteva dirmi che non se ne faceva nulla e il nostro dialogo telefonico (non un intervista) sarebbe rimasto riservato. Proprio perché non intendevo forzare né strumentalizzare ho inviato un testo via email al cardinale, perché ne prendesse visione, lo correggesse, lo cambiasse o semplicemente dicesse che preferiva lasciar perdere. Ha invece deciso di inviarmi quella dichiarazione scritta e meditata, che io ho utilizzato».

Il 09 gennaio 2017 il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (e ritenuto da Antonio Socci «il difensore della retta dottrina cattolica e del popolo di Dio») è intervenuto durante il programma “Stanze Vaticane” di Tgcom24 in difesa dell’Amoris Laetitia, prendendo le distanze dai quattro cardinali dei dubia e dalla paventata “correzione formale” che il card. Raymond Leo Burke intenderebbe promuovere verso il Papa: «una possibile correzione fraterna del Papa mi sembra molto lontana, non è possibile in questo momento perché non si tratta di un pericolo per la fede, come San Tommaso ha detto. “Amoris Laetitia” è molto chiara nella sua dottrina e possiamo interpretare tutta la dottrina di Gesù sul matrimonio, tutta la dottrina della Chiesa in 2000 anni di storia. I cardinali hanno il diritto di scrivere una lettera al Papa. Mi sono stupito perché questa però è diventata pubblica, costringendo quasi il Papa a dire sì o no. Questo non mi piace. E’ un danno per la Chiesa discutere di queste cose pubblicamente».

L’11 gennaio 2017 il card. Lorenzo Baldisseri ha risposto ai cardinali autori dei Dubia: «Sono state già fornite diverse risposte. Si sono espresse anche persone competenti per il loro ruolo e la loro autorità. Si tratta innanzitutto di procedere al fine di rinforzare la famiglia e di assicurare la stabilità del matrimonio e la serenità della vita familiare. Inoltre è importante presentare la bellezza del matrimonio cristiano anche a chi non vive un’unione sacramentale. Lì dove ci si trova in presenza di persone che vengono da una precedente unione fallita, occorre saper distinguere le situazioni, le responsabilità e gli atteggiamenti che esse assumono al fine di procedere gradualmente a una maggiore integrazione nella comunità ecclesiale. A questo proposito è indispensabile un discernimento attento e appropriato per la singola persona, essendo capaci di integrare adeguatamente il rapporto tra la norma e la coscienza. Non penso che ci sia bisogno di aggiungere altro, se non ribadire che tutte le risposte che si richiedono sono già contenute nel testo della stessa esortazione apostolica».

Il 16 gennaio 2017 mons. Livio Melina, preside emerito del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, ha commentato il lavoro di tre studiosi dell’istituto che presiede, i teologi José Granados e Juan-José Pérez-Soba e il filosof Stephan Kampowski, sull’esortazione apostolica. Melina ha scritto: «Con l’esortazione apostolica post-sinodale, papa Francesco non ha voluto chiudere “tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali” (AL 3), mediante un intervento magisteriale di carattere definitorio, ma piuttosto “avviare un processo”, ammettendo anche francamente che potranno esistere “diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che ne derivano”. E in effetti siamo di fronte ad una molteplicità di interpretazioni, a volte diametralmente opposte, spesso incompatibili tra loro, che hanno prodotto una grande confusione tra fedeli e pastori, anche perché talvolta ci si è accontentati con una prima lettura semplificatrice e addirittura manipolatrice dei grandi mezzi di comunicazione. Tempo e pazienza saranno necessari per “fare chiarezza”. Il testo dell’esortazione infatti non è sempre chiaro: la presenza di tante ermeneutiche diverse e opposte e l’iniziativa dei “Dubia” lo documentano al di là di ogni possibile negazione. Papa Francesco non consiglia letture affrettate del lungo e complesso documento (AL 7)». Per quanto riguarda le discusse note 336 e 351, mons. Melina spiega che nello studio vengono «proposte delle spiegazioni delle note 336 e 351, rispettivamente dei nn. 300 e 305 di AL, che ne mostrano la continuità col magistero precedente della Chiesa, in particolare di Familiaris consortio 84 e di Sacramentum Caritatis 29. È questa la novità che il documento di papa Francesco porta alla pastorale ecclesiale: la misericordia non è semplice compassione emotiva, né può confondersi con una tolleranza complice del male, ma è offerta sempre gratuitamente e generosamente proposta alla libertà di una possibilità di ritorno a Dio, che ha la natura di un itinerario sacramentale ed ecclesiale […]. L’obiettivo del discernimento non è perciò quello di aggirare le leggi con eccezioni, ma di trovare i modi di un cammino di conversione realistico, con l’aiuto della grazia di Dio. Adattare la legge morale a quelle che percepiamo essere le capacità nostre o dei fedeli non sarebbe un’azione pastorale, ma piuttosto un’azione legale che finisce col rendere superflua l’azione pastorale. Il cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una dichiarazione del 1 dicembre 2016 ad un’agenzia cattolica austriaca, ha affermato che pur rispettando la decisione del papa Francesco di non rispondere ai Dubia, in ogni caso “questo documento [Amoris laetitia, ndr] non deve essere interpretato in modo tale da indicare che le precedenti dichiarazioni dei papi e della Congregazione della Dottrina della fede non sono più valide”. Del resto sarebbe molto strano che proprio dopo aver proclamato solennemente san Giovanni Paolo II “il Papa della famiglia”, Francesco volesse poi allontanarsi dal suo chiaro insegnamento su un punto tanto rilevante, nel quale è in gioco l’unità di fede e vita, di sacramento e testimonianza. Impensabile poi che cercasse di farlo surrettiziamente, accreditando una prassi per poter poi mutare anche la dottrina».

Il 01 febbraio 2017 la rivista Il Timone ha pubblicato un’intervista la card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il quale ha affermato: «non è Amoris Laetitia che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa». Sul nostro sito web abbiamo fatto notare che l’intervista è riservata agli abbonati del mensile, mentre nelle presentazioni pubbliche dell’intervista da parte dei due intervistatori, Riccardo Cascioli e Lorenzo Bertocchi -notoriamente anti-bergoliani- queste esplosive parole non sono state riportate. Cascioli le ha censurate nella sua presentazione su La Nuova Bussola Quotidiana, mentre Bertocchi ha censurato il prefetto nel suo articolo di presentazione dell’intervista su La Verità. Al contrario di quanto è avvenuto sul resto della stampa, anche a livello internazionale.

Il 03 febbraio 2017 il filosofo cattolico Rocco Buttiglione, profondo conoscitore del pensiero di Giovanni Paolo II, ha spiegato che la rivoluzione di Papa Wojtyla «non è stata compresa ed è stata rigettata da molti teologi moralisti che parlavano a nome della “svolta antropologica nella teologia morale”. Essi si sono opposti all’insegnamento del Papa. La proposta di S.Giovanni Paolo II è stata sostanzialmente rigettata o almeno è rimasta incompresa da parte di molti “tradizionalisti” che hanno visto in essa solo la conferma delle proprie posizioni sulla oggettività dell’etica ma hanno passato sotto silenzio il suo aspetto innovativo. Proprio per questo il Magistero di S.Giovanni Paolo II contiene ancora molte potenzialità inespresse. A me sembra che Papa Francesco con la Esortazione Apostolica postsinodale Amoris Laetitia si situi esattamente sulla linea di queste potenzialità inespresse». Ha proseguito: «Molti critici di Amoris Laetitia la oppongono a Veritatis Splendor. La stessa cosa fanno alcuni presunti sostenitori che la considerano una specie di rivincita della teologia della situazione contro S. Giovanni Paolo II. Sbagliano gli uni e sbagliano gli altri. L’errore nasce dal fatto di non considerare il fatto che Papa Francesco si pone sul terreno non della giustificazione dell’atto ma delle circostanze attenuanti soggettive che diminuiscono la responsabilità dell’agente. Questo è proprio dell’equilibrio dell’etica cattolica e distingue l’etica realista di S.Giovanni Paolo II dell’etica oggettivista di alcuni avversari di Papa Francesco. Certamente non è cambiato nulla dal punto di vista della teologia del matrimonio. Il Papa non dice, contrariamente a quello che pretendono i più scriteriati dei suoi critici (ed anche qualche suo falso sostenitore): adesso i divorziati risposati sono ammessi alla comunione. Dice se mai che adesso sono ammessi alla confessione. Vadano dal confessore, dicano le loro ragioni, se ne hanno, ed il confessore, insieme con il penitente, valuterà».

Il 03 febbraio 2017 è emerso che il card. Gerhard Ludwig Müller ha sostenuto fin dall’inizio la proposta, poi contenuta in Amoris laetitia, rispetto ai divorziati risposati. «Ogni testo del gruppo di lingua tedesca» durante il Sinodo del 2015, «ogni relatio, fu votata unanimente, nessun voto contrario», ha affermato il card. Reinhard Marx. Il che significa che anche il cardinale Müller ha votato a favore dell’eccezione proposta.

Il 07 febbraio 2017 il cardinale Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid e vice presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, è intervenuto spiegando che «l’Amoris Laetitia è la continuità, non la rottura».

Il 09 febbraio 2017 Michael Sean Winters, editorialista del National Catholic Reporter, ha scritto che «il Santo Padre ha saggiamente scelto di non rispondere ai cinque dubia» in quanto «non sono realmente espressione di dubbi o domande, ma piuttosto affermazioni che “Amoris Laetitia” sembra aver abbandonato o alterato gli insegnamenti fondamentali della tradizione cattolica. Rispondendo pubblicamente avrebbe incoraggiato solo quei pochi che resistono alla pastorale del papa». Winters ha fatto sua la riflessione del teologo Louis J. Cameli, apparsa qualche giorno prima.

Il 10 febbraio 2017 il cardinale Lluís Martínez Sistach, arcivescovo emerito di Barcellona e creato cardinale nel 2007 da papa Benedetto XVI, che gli ha dato incarichi molto importanti in Curia, ha affermato: «Possiamo dire che Amoris laetitia non ammette i divorziati risposati ai sacramenti. Il Papa non parla di “categorie” ma di “persone”, ed è sotto questo aspetto che occorre compiere in ciascun caso il processo di discernimento che configura una logica diversa da quella del “sì si può” o del “no non si può”». Ha chiesto di evitare «di ridurre tutto il suo ricchissimo contenuto all’ottavo capitolo. Perché c’è chi sminuisce il suo valore dottrinale, riducendolo a semplici orientamenti pastorali. Amoris laetitia – sottolinea Sistach – rimanda alla consolidata dottrina della Chiesa quando fa riferimento alle circostanze attenuanti ed esimenti che influiscono sulla capacità di decisione e sulla diminuzione o addirittura sull’annullamento dell’imputabilità e della responsabilità, così come stabilisce il Catechismo della Chiesa cattolica». Spiega l’emerito di Barcellona: «Se in una situazione, dopo aver compiuto questo processo di discernimento, l’interessato, con l’aiuto di un sacerdote, in coscienza e dinanzi a Dio, constata che c’è qualche circostanza che fa sì che alla situazione obiettiva di peccato della nuova unione non corrisponde un’imputabilità soggettiva grave, in quel caso si può accedere ai sacramenti». E’ «il testo di morale che aspettavamo dal Concilio Vaticano II e che sviluppa il contenuto esposto nel Catechismo della Chiesa cattolica e in Veritatis splendor». Il testo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano

L’11 febbraio 2017 il quotidiano Avvenire ha osservato la mobilitazione straordinaria di diocesi (centoventi), associazioni, movimenti, istituti di scienze religiose e facoltà teologiche per divulgare l’Esortazione postsinodale di papa Francesco.

L’14 febbraio 2017 il card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha presentato il suo opuscolo “Il capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post Sinodale Amoris Laetitia”. Il direttore della Libreria Editrice Vaticana (LEV) ha precisato che non si tratta di una risposta ai Dubia dei 4 cardinali. Il cardinale ricorda, citandoli, i testi dell’esortazione che contengono «con assoluta chiarezza tutti gli elementi della dottrina sul matrimonio in piena coerenza e fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa». L’esortazione afferma ripetutamente la «volontà ferma di restare fedeli alla dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia». E ricorda che «in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza… La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi». Il cardinale spiega che Amoris laetitia, citando anche Giovanni Paolo II, parla di coppie che pur nella «consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione» hanno «grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe», e situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione». Coccopalmerio osserva che il testo, pur non affermandolo esplicitamente, presuppone in modo implicito che queste persone siano intenzionate a «cambiare la loro condizione illegittima». Cioè si pongano «il problema di cambiare» e quindi abbiano «l’intenzione o, almeno, il desiderio» di farlo. Il cardinale fa l’esempio concreto «di una donna che è andata a convivere con un uomo sposato canonicamente e abbandonato dalla moglie con tre bambini ancora piccoli. Orbene, questa donna ha salvato l’uomo da uno stato di profonda prostrazione, probabilmente dalla tentazione di suicidio; ha allevato i tre bambini non senza notevoli sacrifici; la loro unione dura ormai da dieci anni; è nato un nuovo figlio. La donna della quale parliamo ha piena coscienza di essere in una situazione irregolare. Vorrebbe sinceramente cambiare vita. Ma, evidentemente, non lo può. Se, infatti, lasciasse la unione, l’uomo tornerebbe nella condizione di prima, i figli resterebbero senza mamma. Lasciare l’unione significherebbe, dunque, non adempiere gravi doveri verso persone di per sé innocenti. È perciò evidente che non potrebbe avvenire “senza una nuova colpa”». Il cardinale ricorda quanto stabilito da Giovanni Paolo II in Familiaris consortio e cioè la possibilità di confessarsi e fare la comunione purché ci si impegni a vivere come «fratello e sorella», cioè astenendosi dai rapporti sessuali. E sottolinea anche che l’eccezione in proposito sollevata da Amoris laetitia si fonda su un testo della costituzione conciliare Gaudium et spes: «In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, “non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli”». Dunque, suggerisce l’autore del libro, «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché verificano il caso del soggetto del quale parla il n. 301 con questa chiara espressione: “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”». «La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla penitenza e alla eucaristia – conclude Coccopalmerio – i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio. È evidente che le condizioni essenziali di cui sopra dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale». Nessun soggettivismo, ma spazio al rapporto con il sacerdote. Il cardinale afferma che potrebbe essere «necessario» o almeno «assai utile un servizio presso la Curia», in cui il vescovo «offra una apposita consulenza o anche una specifica autorizzazione a questi casi di ammissione ai sacramenti». «Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza – spiega Coccopalmerio – che la dottrina, nel caso, è rispettata. La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio è nel caso rispettata, perché i fedeli nella situazione ipotizzata si trovano in unioni non legittime, anzi, più precisamente, possiamo senz’altro affermare che tale condizione è oggettivamente di peccato grave. La dottrina del sincero pentimento che contiene il proposito di cambiare la propria condizione di vita come necessario requisito per essere ammessi al sacramento della penitenza è nel caso rispettata, perché i fedeli nelle situazioni ipotizzate, da una parte, hanno coscienza, hanno convinzione, della situazione di peccato oggettivo nella quale attualmente si trovano e, dall’altra, hanno il proposito di cambiare la loro condizione di vita, anche se, in questo momento, non sono in grado di attuare il loro proposito». A chi invece la Chiesa «non può assolutamente – sarebbe una patente contraddizione – concedere» i sacramenti? Al fedele che, «sapendo di essere in peccato grave e potendo cambiare, non avesse però nessuna sincera intenzione di attuare tale proposito». È quanto afferma Amoris laetitia: «Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità. Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione…». In un’intervista, il card. Coccopalmerio ha aggiunto: «Il caso deve essere ben preciso: la persona vive in questa situazione non legittima, si rende conto di questo, vorrebbe cambiare ma non può. E il motivo dell’impossibilità è proprio di non andare contro o ledere persone innocenti, soprattutto se si tratta di bambini. In questo caso la Chiesa può dire: ‘Aiutiamo queste persone, con il sacramento della penitenza e dell’eucarestia, a progredire verso una maturità e pienezza di attuazione del proposito’. Deve essere ben chiaro che chi si trova in tali condizioni non può ‘auctoritate sua’ dire ‘accedo alla penitenza e all’eucarestia’. Deve comunque consultare l’autorità competente come il proprio parroco che potrà o dovrà consultarsi con un suo superiore che è l’ordinario diocesano».

Il 22 febbraio 2017 il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore presso il Tribunale della Penitenzieria Apostolica, nominato da Benedetto XVI arcivescovo, prefetto della congregazione per il Clero, presidente del Consiglio internazionale per la catechesi e cardinale (definito sui media “uomo di Ratzinger”) ha spiegato che «per coloro che non hanno familiarità con la teologia del matrimonio, possono sollevare alcune domande», ma, ha insistito, «nulla è cambiato nella gestione del sacramento della penitenza, perché non è possibile modificare un sacramento». In questo modo, ha detto, «il Papa non voleva fare la rivoluzione dei sacramenti ma aiutare ad educare i fedeli a analizzare bene la propria situazione e anche guardare bene se le caratteristiche sono soddisfatte per accedere all’assoluzione sacramentale».

Il 26 febbraio 2017 il cardinale ratzingeriano Angelo Scola, arcivescovo di Milano, è intervenuto sulle polemiche riguardo a Amoris Laetitia: «La grande novità delle due assemblee sinodali, ripresa anche nell’Esortazione, è quella di aver indicato la famiglia come un oggetto diretto dell’annuncio di Cristo». Rispetto alle famiglie ferite o “non in regola”, ha aggiunto il cardinale, «non sono fuori dalla comunione con la Chiesa. Per quanto riguarda Amoris Laetitia a me sembra che Francesco non abbia voluto dare altre regole rispetto a quelle dei suoi predecessori».

Il 26 febbraio 2017 il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller, è intervenuto nuovamente affermando: «Abbiamo il messaggio di Gesù e la Bibbia che dicono parole chiare sul fondamento del matrimonio nella volontà salvifica di Dio. Le condizioni sociologiche cambiano ma occorre anche tenere presente che vi sono diverse antropologie che non accettano la nostra, fondata nella Parola di Dio. Occorre annunciare il Vangelo senza tradirlo. Francesco vuole far sentire la vicinanza del Buon Pastore al popolo di Dio con la predicazione e la testimonianza della vita cristiana».

Il 01 marzo 2017 monsignor Pio Vito Pinto, decano della Rota Romana, ha risposto a chi sostiene che Papa Francesco, con le nuove norme sul processo, voglia “fare sconti” sul sacramento del matrimonio: «Papa Francesco, con l’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia e con i due Motu proprio sul processo matrimoniale, non ha mai messo in dubbio l’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Proprio per ribadirla ha voluto dare maggiore fiducia a parroci e vescovi, che sentono la responsabilità del loro compito nel difendere la sacralità del vincolo matrimoniale. Il Santo Padre ha fiducia nella consacrazione episcopale: certo, i vescovi sono uomini e come tali possono anche sbagliare, ma nelle loro Chiese particolari sono ‘i dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita’, come si legge nella Lumen Gentium».

Il 20 marzo 2017 il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha affermato: «Non credo proprio che l’indissolubilità del matrimonio sia in pericolo a causa di Amoris Laetitia, tutt’altro: ne parla ben 11 volte. Più che polemiche accademiche su questioni specifiche – e certamente importanti nella misura in cui riguardano la dottrina – o letture ermeneutiche che ne approfondiscono e ne arricchiscono la comprensione, conta ricordare quanto diceva già san Giovanni XXIII riguardo al Concilio che aveva indetto: “Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo sempre meglio”; così, parafrasando, dovremmo dire che non è cambiato il significato del matrimonio cristiano (e l’annuncio della sua bellezza da parte della Chiesa), ma devono cambiare – nel senso di accrescimento e approfondimento – la pastorale, la cura, l’attenzione della Chiesa nei confronti delle famiglie, soprattutto verso quelle più bisognose di aiuto, sostegno e accompagnamento».

Il 23 marzo 2017 il teologo Angelo Bellon ha osservato: «non è vero che il Papa in Amoris Laetitia non proibisca la contraccezione», ed ha elencato tutti i passi dell’esortazione in cui il Papa si pronuncia in questo senso».

Il 24 marzo 2017 il teologo Angelo Bellon ha commentato: «Chi si trova in una condizione di adulterio pubblico e permanente vive in palese contrasto con il disegno divino sul matrimonio. Certo, c’è poi un discorso soggettivo e individuale da fare. Così come c’è un percorso pastorale da attuare. È quanto ha inteso fare Amoris laetitia quando scrive: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui “l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione” (FC 84). C’è anche il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di “coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido (FC 84)” (AL 298). Non c’è bisogno di un pronunciamento del Romano Pontefice per dare l’assoluzione e la Santa Comunione (escludendo evidentemente lo scandalo) a coloro che pur vivendo in uno stato oggettivo di disordine non ne possono uscire, si comportano castamente e vivono in grazia di Dio. È sufficiente il buon senso di qualunque pastore. Come del resto si è sempre fatto».

Il 25 marzo 2017 il cardinale nigeriano John Onaiyekan ha spiegato: «Non c’è niente che il Papa abbia detto dove non stavamo già lavorando più o meno lungo quella linea. Può darsi che un uomo e una donna siano in condizioni irregolari, ma ciò non significa che siano scomunicati. Abbiamo sempre trovato il modo di accoglierli. Forse con Amoris Laetitia , troveremo un modo migliore di accoglierli».

Il 20 novembre 2017 il filosofo Rocco Buttiglione ha commentato l’uscita del suo nuovo libro (“Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”) -con prefazione del card. Mueller- affermando: «Credo che, grazie al mio libro e alla prefazione del cardinale Müller, per la prima volta i critici sono stati costretti a rispondere e non possono negare un punto: esistono circostanze attenuanti in forza delle quali un peccato mortale (un peccato che sarebbe altrimenti mortale) diventa un peccato più lieve, solo veniale. Esistono quindi alcuni casi nei quali dei divorziati risposati possono (dal confessore e dopo un adeguato discernimento spirituale) essere considerati in grazia di Dio e quindi meritevoli di ricevere i sacramenti. Sembra una novità sconvolgente ma è una dottrina interamente, oserei dire graniticamente tradizionale. Il Papa non dice che siano molti e probabilmente saranno pochissimi in certi contesti e più numerosi in certi altri. Le circostanze attenuanti sono infatti la mancanza di piena avvertenza e deliberato consenso. Anche se i casi fossero pochissimi i passi incriminati di Amoris Laetitia sarebbero perfettamente ortodossi e gravissima sarebbe la colpa di coloro che hanno accusato di eresia il Papa: calunnia, scisma ed eresia».

Il 07 novembre 2017 il giornalista Andrea Tornielli ha rilevato la confusione dei critici di Amoris Laetitia, in particolare di Sandro Magister e Roberto De Mattei. I due, infatti, soltanto dopo la chiara approvazione del card. Mueller all’esortazione papale, hanno riconosciuto la possibilità -seppur in casi molto rari- di concedere la comunione a dei divorziati risposati, contraddicendo così la loro lunga campagna mediatica contro il “Pontefice eretico”.

Il 12 dicembre 2017 il card. Lluís Martínez Sistach, ratzingeriano e nominato dal Papa emerito membro della Segnatura Apostolica e membro del Pontificio Consiglio per i Laici, ha affermato: «Penso che l’esortazione Amoris Laetitia sia chiara e lo è, soprattutto, il capitolo otto (dedicato ai divorziati). È un principio morale tradizionale di circostanze attenuanti che si applicano in questo caso ai divorziati risposati civilmente, ma che in precedenza si applicava a tutti gli atti umani nella loro valutazione etica. Riguardo alla nuova unione, dobbiamo vedere se è stabile, se ci sono bambini, se sono battezzati e catechizzati, se si celebra la fede. Questi sono elementi da tenere in considerazione per vedere quale sia l’atteggiamento della parte interessata. Quindi dobbiamo vedere se ci sono circostanze attenuanti, situazioni in cui la persona è incapace di prendere decisioni. Il documento del Papa dice che né il sinodo né l’esortazione stabiliscono norme perché le norme si applicano sempre su un caso concreto. Possiamo affermare che Amoris laetitia non è in contraddizione con l’insegnamento di altri Papi sul matrimonio, e non ammette i sacramenti ai divorziati e risposati civilmente. Il Papa non parla di “categorie”, ma di persone ed è sotto questo aspetto che è necessario il processo di discernimento che forma una logica diversa da quella del si “può” o “non si può»“.

Il 31 dicembre 2017 il card. Gerhard Ludwig Müller ha commentato la sua iniziativa di firmare la prefazione al libro Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia di Rocco Buttiglione, il quale sostiene la continuità tra la Familiari consortio e Amoris Laetitia, sostenendo l’esistenza di circostanze attenuanti. «Sono convinto che egli [Buttiglione] abbia dissipato i dubbi dei cardinali e di molti cattolici che temevano che in “Amoris Laetitia” si fosse realizzata una alterazione sostanziale della dottrina della fede sia sul modo valido e fecondo di ricevere la santa comunione come anche sulla indissolubilità di un matrimonio validamente contratto fra battezzati […]. È possibile che il penitente sia convinto in coscienza, e con buone ragioni, della invalidità del primo matrimonio pur non potendone offrire la prova canonica. In questo caso il matrimonio valido davanti a Dio sarebbe il secondo e il pastore potrebbe concedere il sacramento, certo con le precauzioni opportune per non scandalizzare la comunità dei fedeli e non indebolire la convinzione nella indissolubilità del matrimonio».

Il 27 gennaio 2018 mons. Luigi Negri, vescovo emerito di Ferrara, ha preso le distanze dall’ossessione di alcuni verso l’esortazione: «ciò che è importante per noi pastori è di leggere l’Amoris Laetitia nella sua totalità, collegandola al resto dell’insegnamento magisteriale. Altrimenti ci limitiamo a isolare delle righe di un documento e ci esauriamo in una specie di esegesi della quale al nostro popolo credo che interessi poco. L’unica strada per leggere Amoris Laetitia è di farlo alla luce del Magistero e non il contrario come invece si sta cercando di imporre: cioè rileggere il magistero alla luce di Amoris Laetitia. Perché non c’è nessun documento della Chiesa leggendo il quale si possa prescindere dalla Tradizione».

Il 03 marzo 2018 il vescovo di Albano, Marcello Semeraro, segretario del C9 e molto vicino a Papa Francesco, ha pubblicato un’istruzione pastorale su Amoris Laetitia, spiegando: «L’accoglienza e l’integrazione di chi si avvicina con il desiderio di essere riammesso alla partecipazione della vita ecclesiale comporta un congruo tempo di accompagnamento e di discernimento, che varia da situazione a situazione. Attendere, pertanto, una nuova normativa generale di tipo canonico, uguale per tutti, è assolutamente fuori luogo. Da parte del vescovo, di un parroco o di un confessore, non si tratta affatto di concedere una sorta di permesso per accedere alla comunità dei fedeli, o più semplicemente per poter fare la comunione. Questo chiarimento è di capitale importanza, anche al fine di non alimentare equivoci nell’opinione pubblica che attraverso taluni media semplifica l’argomento con un categorico: “tutti i divorziati risposati civilmente possono accedere ai sacramenti”. Posta in questi termini la questione è radicalmente fuorviante rispetto all’obbiettivo della nostra azione pastorale». Esistono condizioni indispensabili: «non si tratti di una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e famiglie intere, o la situazione di qualcuno che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari. Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il vangelo propone per il matrimonio e la famiglia». Inoltre, siano «garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio. Sono da escludere coloro che ostentano la propria situazione irregolare e di oggettivo peccato, quasi facendo intendere che la loro situazione non è contraria all’ideale cristiano, oppure mettono i propri desideri individuali al di sopra del bene comune della Chiesa, o peggio ancora, pretendono di perseguire un percorso cristiano diverso da quello insegnato dalla Chiesa». Vi deve essere «una abituale partecipazione alla vita della comunità parrocchiale, a cominciare da quel segno esterno di presenza che è la partecipazione alla messa domenicale. meglio ancora se accompagnata da altre forme di presenza e di servizio (ad esempio nell’attività della Caritas parrocchiale, nell’assistenza ai malati, nell’attività dell’oratorio, in gruppi familiari, o altri ambiti di vita comunitaria)». Rispetto alla precedente unione, bisogna capire -secondo le casistiche citate dall’esortazione papale- «quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subìto un abbandono ingiusto, o quello di coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei gli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». Riguardo invece alla nuova unione, l’istruzione richiede che essa sia «consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe». «Dovendo valutare se un determinato atto è, o meno “di scandalo” non si può trascurare la domanda se chi agisce ha la volontà di spingere altri a peccare. Come si vede, si tratta sempre di comporre armonicamente elementi di ordine oggettivo e altri di ordine soggettivo». Appare peraltro «alquanto azzardato ritenere a priori “scandalosi” – ossia spinti dalla volontà d’indurre gli altri a peccare – quanti hanno affrontato, in mezzo a tante sofferenze e mai con leggerezza, profonde lacerazioni nella loro vita di coppia! Chi è, o è stato vicino a questi drammi familiari e personali è testimone dei dolori e delle angosce che affliggono chi ne è coinvolto». Il vescovo ribadisce che Amoris laetitia «non parla mai di un “permesso” generalizzato per accedere ai sacramenti da parte di tutti i divorziati risposati civilmente; nemmeno dice che il cammino di conversione iniziato con coloro che lo desiderano debba portare necessariamente all’accesso ai sacramenti». Bisogna «essere consapevoli che non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivono in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante», come afferma Amoris laetitia. Al tempo stesso bisogna agire «facendo attenzione a non far passare l’idea sbagliata che una possibile ammissione ai sacramenti sia un semplice pro forma e che qualsiasi situazione possa giusti care tale decisione. Dobbiamo imparare ad avere la pazienza di valutare la realtà di volta in volta e caso per caso, dedicando tempo e compiendo scelte per gradi».

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