Melita Cavallo, il giudice arcobaleno non scandalizza nessuno?

cavalloNel novembre 2015 si è alzato un polverone mediatico sulla sentenza del Consiglio di Stato, attraverso la quale è stata ribadita l’incostituzionalità del matrimonio omosessuale in quanto «privo dell’indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell’atto di matrimonio».

Gli attivisti arcobaleno si sono scagliati contro uno dei cinque magistrati che hanno firmato la sentenza, Carlo Deodato, reo di essere cattolico e aver condiviso su Twitter un articolo di giornale in cui si criticavano le nozze gay. Insulti, minacce e sberleffi gli sono stati rivolti accusandolo di pregiudizio ideologico. Il magistrato e il suo buon operato sono stati tuttavia prontamente difesi anche da colleghi laici e apertamente favorevoli alle unioni tra persone dello stesso sesso, come Vladimiro Zagrebelski, da giuristi come Mario Chiavario, professore emerito di Procedura Penale nell’Università di Torino e dall’ex procuratore generale Ennio Fortuna.

Stupisce, ma non troppo, che la stessa agitazione mediatica non si sia verificata anche nei confronti di Melita Cavallo, 70 anni, presidente del Tribunale per i minori di Roma e, possiamo ormai dirlo, attivista e paladina Lgbt (o “giudice delle coppie gay”, come la definisce Repubblica). Non si contano, infatti, i suoi continui interventi mediatici in aperto sostengo alle istanze omosessuali, dal ddl Cirinnà alla stepchild adoption, così come sono ben quindici le sentenze che ha personalmente firmato a favore dell’adozione di bambini in coppie omosessuali. Nel 2014, quando ha approvato il primo caso, ha sostenuto di essere contraria a tale pratica ma «come giurista non avevo alcun mezzo per oppormi», pochi mesi fa ha invece negato l’importanza di padre e madre, arrivando a dichiararsi favorevole all’utero in affitto in caso di fantomatiche “donne generose”, come se l’assenza di denaro bastasse a legittimare il regalo di bambini, trattati come pacchi natalizi da sfornare e donare a chi non ne ha.

La Cavallo risponde alla critiche dei colleghi, che definiscono “eversive” le sue sentenze, sostenendo che il suo agire è «convenzionalmente orientato». E’ autrice del libro “Si fa presto a dire famiglia” (Laterza 2016), in cui si scaglia contro l’ipocrisia dei discorsi pubblici sulla famiglia tradizionale, volume presentato, ovviamente, al fianco di Monica Cirinnà. La Cavallo parteciperà anche al Festival del Giornalismo di Perugia a parlare, manco a dirlo, di diritti lgbt.

Il problema non è avere delle convinzioni, anche se forse manifestarle in modo così militante può risultare imprudente e inopportuno per il delicato ruolo pubblico che si ha. La vera questione è che per un semplice tweet il giudice Deodato è stato crocifisso dai media per settimane, mentre per l’intensa e pluriennale attività arcobaleno del giudice Cavallo nessuno dice nulla, nessuno si lamenta o parla di incompatibilità di ruolo, di pregiudizio ideologico o conflitto di interessi. Strano, ma vero.

La redazione

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