L’aborto porta a nascite premature e aborti spontanei

Le nascite premature sono diffusissime negli Stati Uniti e in molti paesi sviluppati e continuano ad essere la ragione principale di morte infantile (mortalità) e malattia (morbilità), come paralisi cerebrale, ritardo mentale, epilessia, deficit visivo, disabilità uditiva, lesioni gastrointestinali, sofferenza respiratoria e di infezioni gravi. Anche gli aborti spontanei sono numerosi: si parla di circa un terzo delle gravidanze.

Numerosi studi, che elenchiamo in parte qui sotto, dimostrano il legame diretto tra aborto indotto e aumento del rischio di future nascite premature e tra aborto indotto e aborto spontaneo.

 

|ELENCO DI STUDI SCIENTIFICI|

 

 

Nel maggio 2016 sull’American Journal of Obstetrics & Gynecology è stata pubblicata una meta-analisi di ben 36 studi internazionali, che sommariamente hanno coinvolto più di un milione di donne, concludendo, ormai definitivamente, che «nella popolazione generale, le donne con alle spalle un’interruzione volontaria di gravidanza o un aborto spontaneo, hanno un rischio significativamente più elevato di successive nascite premature» (titolo studio: Prior uterine evacuation of pregnancy as independent risk factor for preterm birth: a systematic review and metaanalysis).

 

Nel novembre 2015 lo studioso Brent Rooney ha riassunto in una metanalisi quattro studi sulle nascite premature in cui compare non solo una correlazione con un precedente aborto volontario, ma anche un nesso diretto di causalità.

 

Nell’agosto 2012 uno studio pubblicato sulla rivista medica “Human Reproduction”, ha scoperto che su 300.858 madri finlandesi, 31083 avevano avuto un aborto prima di un parto tra il 1996 e il 2008, 4417 ne aveva avuti due e 942 ne avevano avuti tre o più. Coloro che avevano avuto tre o più aborti hanno avuto un aumento del rischio di nascita prematura e il doppio del rischio di peso alla nascita molto basso per il parto successivo, rispetto alle donne che non avevano avuto aborti. Si è verificato un leggero aumento del rischio di parto prematuro anche per le donne che avevano avuto due aborti.

 

Nel 2010 su The Journal of Paediatric and Perinatal Epidemiology sono stati pubblicati i risultati di uno studio australiano basato su circa 1400 donne in gravidanza tra l’aprile 2002 e l’aprile 2004 in 73 diversi ospedali. L’analisi ha dimostrato l’esistenza di rischi coerenti e similari di nascita prematura dopo una storia di aborti spontanei o indotti

 

Su The Australian and New Zealand Journal of Obstetrics and Gynaecology, ancora nel 2009, è invece stato citato uno studio che dimostra come l’interruzione della gravidanza tramite misoprostolo (metodo molto usato in Nuova Zelanda) aumenta il rischio di parto pretermine in una successiva gravidanza.

 

Uno studio tedesco pubblicato nel 2009 su The Journal of Paediatric and Perinatal Epidemiology, basato su un campione di 247.593 donne incinte, tra il 1998 e il 2000, e che avevano subito un aborto indotto precedentemente, ha dimostrato che il tasso di nascite pretermine aumenta con il numero degli aborti precedenti.

 

Sempre nel 2009, su Acta et Obstetricia Gynecologica Scandinavica, è apparso uno studio sul rapporto tra aborto indotto e aborto spontaneo. Sono state valutate tutte le donne tra i 15-49 anni di età di Oslo (Norvegia) incinte durante il triennio di studio (un totale di 27.932 donne). Il rischio di aborto spontaneo è risultato essere maggiore nel gruppo che presentava il più alto tasso di aborto indotto.

 

Un studio apparso nel 2009 sul Journal of Maternal-Fetal and Neonatal Medicine, ha analizzato le nascite nel Sud dell’Australia tra il 1998-2003 (n = 42.269). I fattori di rischio che hanno aumentato il rischio di nascite premature che sono emersi sono stati: l’essere indigeni, essere single, avere oltre 40 anni, fumare e avere avuto un precedente aborto indotto.

 

Ancora nel 2009, in una metanalisi apparsa sull‘International Journal of Obstetrics & Gynaecology, sono stati messi a confronto l’interruzione volontaria di gravidanza e la nascita di un bambino sottopeso in una gravidanza successiva, la nascita pretermine e la bassa età gestazionale. Dai 37 studi analizzati si ricava che l’aborto indotto è associato ad un aumento significativo del rischio di basso peso alla nascita e nascita prematura, ma non una bassa età gestionale.

 

Nel 2009, su The Journal of Reproductive Medicine è stata pubblicata una metanalisi condotta dal Dipartimento di Pediatria dell’University of South Alabama, la quale prova senza mezzi termini, valutando tutti gli studi realizzati fino ad allora, l’associazione tra aborto indotto o spontaneo e l’aumento del rischio di parto prematuro.

 

Sempre nel 2008, sul Journal of Epidemiology & Community Health, sono apparsi i risultati di uno studio in cui si è messo in relazione un aborto precedente con la nascita sottopeso (LBW) e il parto prematuro (PB). Ebbene, basandosi sui dati dell’United States Collaborative Perinatal Project, i ricercatori hanno concluso che un aborto precedente è un fattore di rischio significativo sia per LBW che per il PB, e il rischio aumenta con la crescita del numero di aborti precedenti.

 

Nel 2008, la celebre rivista medica britannica The Lancet (solitamente orientata su posizioni abortiste), ha ammesso che l’aborto aumenta il rischio di parto prematuro. Si è sostenuto: «Occorre una maggiore consapevolezza pubblica e professionale delle prove che la ripetuta strumentazione uterina – ad esempio, il raschiamento uterino o la biopsia dell’endometrio- è associata ad un aumentato del rischio di successive nascite premature e questo potrebbe col tempo influenzare il processo decisionale in merito alla procedura».

 

Nel 2007 su The Journal of Reproductive Medicine è apparso uno studio intitolato Cost consequences of induced abortion as an attributable risk for preterm birth and impact on informed consent”, nel quale ci si è concentrati sulle conseguenze dei costi umani e monetari del parto prematuro in relazione all’aborto indotto. I ricercatori hanno stabilito che l’aborto indotto contribuisce ad un aumento significativo dei costi della salute neonatale, provocando il 31,5% di tutte le nascite premature.

 

Nell‘aprile 2005 un altro studio epidemiologico ha dimostrato l’associazione aborto chirurgico-nascita prematura. Compare sul Obstetrical and Gynecological Survey ed è chiamato “Previous induced abortions and the risk of very preterm delivery: results of the Epirage study”. Anche qui la conclusione è la stessa: «I precedenti aborti indotti sono associati ad un aumento del rischio di parto prematuro. La forza dell’associazione aumenta al diminuire dell’età gestazionale».

 

Nel settembre del 2005 invece, sul Journal of Obstetrics and Gynaecology, uno studio americano ha descritto gli esiti ostetrici dopo aborti chirurgici alle 20 settimane, avvenuti tra il 1996 e il 2003. Le donne che avevano abortito con il metodo della dilatazione del collo dell’utero avevano più probabilità di avere successivamente un parto prematuro. Le pazienti sottoposte al metodo abortivo dilatazione ed evacuazione (D&E) avevano invece tassi di rischio di parto prematuro identici a coloro che avevano preferito il metodo abortivo “dilatazione ed estrazione (D&X). Tutte le tipologie di aborto hanno comunque dato risultati associabili al parto prematuro.

 

Nel 2004, uno studio apparso su International Journal of Obstetrics & Gynaecology ha studiato un campione di 1709 donne in gravidanza tra il giugno e l’ottobre del 2002 per identificare le cause della nascita prematura. I ricercatori hanno rilevato che tra gli altri fattori (come una vita lavorativa molto stressante e inadeguate cure prenatali) tra le principali cause vi era anche l’aborto indotto procurato meno di 12 mesi prima.

 

Nel 2004 su una rivista dell’Università di Oxford, chiamata Human Reproduction, è apparso uno studio con il quale si è voluto indagare il rapporto tra l’aborto indotto in precedenza e il parto prematuro in varie parti d’Europa. In totale sono state analizzate circa 2938 nascite pretermine. I ricercatori hanno concluso che precedenti aborti indotti erano significativamente associati ad un parto pretermine e il rischio di parto pretermine aumentava con l’aumentare del numero di aborti.

 

Nel 2003 sull’ International Journal of Epidemiology, è apparso uno studio cinese che valuta l’impatto dell’aborto indotto al primo trimestre sul rischio di aborto spontaneo in una successiva gravidanza. E’ stato svolto a Shanghai tra il novembre del 1993 e il marzo del 1998 su un campione di 2953 donne in gravidanza. I ricercatori hanno rilevato che l’aborto indotto, in particolare utilizzando il metodo di “aspirazione a vuoto”, è associato ad un maggiore rischio di aborto spontaneo nel primo trimestre della gravidanza successiva.

 

Nell’ottobre del 2003, su Human Reproduction, rivista di medicina della Oxford University è apparso uno studio dal titolo: “History of induced abortion as a risk factor for preterm birth in European countries: results of the Europe survey” (“Storia dell’aborto indotto come rischio di nascita prematura in sondaggi europei”). I ricercatori, dopo aver spiegato il metodo di analisi del campione selezionato, concludono: «Gli aborti indotti precedente sono significativamente associati ad un parto prematuro e il rischio di parto prima del termine aumenta all’aumentare del numero di aborti»

 

Nel 2003 è apparso sul Journal of American Physicians and Surgeons una ricerca intitolata: “Induced Abortion and Risk of Later Premature Births” (“Aborto indotto e rischio di nascite premature”). I ricercatori, Brent Rooney e Byron C. Calhoun, introducono dicendo: «Esistono almeno 49 studi specialistici che dimostrano un aumento statisticamente significativo di nascite premature (PB) o basso peso alla nascita (LBW) per i figli di donne che hanno alle spalle aborti indotti (IAS)». Il parto prematuro causa tragicamente danni cerebrali e un’altra serie di gravi lesioni perenni, dalla paralisi cerebrale alla cecità, e addirittura la morte. Almeno 17 studi hanno trovato che i precedenti aborti indotti aumentano anche il rischio di paralisi cerebrale nei bambini. Concludono dicendo: «Questi risultati suggeriscono che le donne che contemplando l’interruzione di gravidanza devono essere informate di questo rischio potenziale per le gravidanze successive, e i medici dovrebbero essere consapevoli della potenziale responsabilità e l’eventuale necessità di intensificare la cura prenatale».

 

Nel gennaio 2003 ricercatori del Department of Epidemiology dell’University of North Carolin, hanno pubblicato uno studio sul Obstetrical and Gynecological Survey, intitolato “Long-Term Physical and Psychological Health Consequences of Induced Abortion: Review of the Evidence”. Con esso rilevano alcune conseguenze psicologiche dell’aborto indotto. Hanno inoltre trovato una connessione diretta tra l’aborto indotto e il rischio di parto prematuro nelle gravidanze successive. Alla luce di questi dati, concludono, «riteniamo che le donne devono essere informate che le procedure dell’aborto chirurgico possono aumentare il rischio di successive nascite pretermine»

 

Una prova demografica sulla connessione tra aborto e nascita prematura sembra emergere dall’unione di due studi epidemiologi. Il primo è realizzato dal The Centers for Disease Control and Prevention (CDC) nel 2002, nel quale si sono analizzati i dati sugli aborti legalmente indotti negli Stati Uniti fino a quel momento, concludendo che il tasso di aborto per le donne di colore è circa tre volte superiore a quella delle donne bianche. Il secondo studio, realizzato dalla Washington University School of Medicine nel 2007, nel quale si sono analizzati i dati legati all’aborto indotto tra il 1989 e il 1997, concludendo che le donne di colore hanno tre volte più probabilità di partorire bambini prematuramente rispetto alle donne caucasiche. Associando i due risultati si ottiene che all’aumentare del tasso di aborto, aumentano anche le nascite premature.

 

Nel maggio 2001 uno studio comparativo realizzato dal Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Tel Aviv (Israele) e intitolato “Are singleton assisted reproductive technology pregnancies at risk of prematurity?”, è stato pubblicato sul Journal of Assisted Reproduction and Genetics. I ricercatori stabiliscono che le singole gravidanze con riproduzione assistita aumentano il rischio di parto prematuro rispetto alle singole gravidanze avvenute da concepimento spontaneo. Il tasso più elevato può essere anche attribuito al fatto che precedenti interruzioni di gravidanza hanno dilatato il collo dell’utero.

 

Nel 2001 lo studio intitolato “Impatto di aborti indotti sull’esito della gravidanza successiva: risultati di un’indagine nazonale perinatale francese del 1995 pubblicato ancora una volta sul Journal of Obstetrics and Gynaecology, conclude che «una storia di aborti indotti aumenta il rischio di parto pretermine, in particolare per le donne che hanno avuto aborti ripetuti».

 

Nel dicembre del 1999 su Journal of Obstetrics and Gynaecology compare uno studio intitolato: “Interruzione della gravidanza e durata della gravidanza successiva“. I ricercatori norvergesi, tra altri risultati, hanno rilevato un aumento di gravidanze pre-termine e post-termine dopo aborti indotti.

 

Nel 1997 su “Epidemiology” è comparso uno studio con il quale si è cercato di individuare le cause dell’aumento del rischio di aborti spontanei nel primo trimestre di gravidanza. Fra i diversi fattori determinanti l’aborto spontaneo (come ad esempio lo status socio-economico), i ricercatori hanno anche trovato l’utilizzo di metodi contraccettivi.

 

Nel novembre del 1985 i ricercatori RM Pickering e JF Forbes hanno esaminato le schede di dimissione ospedaliera in Scozia per gli anni 1980-81 e hanno pubblicato i risultati sul Journal of Obstetrics and Gynaecology, i quali evidenziano che le donne con una storia di aborto indotto o aborto spontaneo sperimentano un aumentato rischio di parto prematuro, ma non di basso peso alla nascita per l’età gestazionale

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