L’aborto indotto aumenta il rischio di placenta previa

Si soffre di placenta previa quando la placenta prende contatto con la parete uterina in una zona “anomala”, cioè sul cosiddetto collo dell’utero. E’ una condizione clinica che impone una osservazione scrupolosa della paziente in regime di ricovero e i rischi materni sono di tipo emorragico: perdite ematiche ripetute, con conseguente anemizzazione, oppure vere e proprie emorragie. I rischi fetali sono legati essenzialmente alla prematurità, ad una minore ossigenazione ed alla perdita ematica.

Esistono molti studi scientifici che dimostrano l’associazione tra aborto chirurgico e placenta previa nella gravidanza successiva, qui sotto ne abbiamo elencati alcuni.

 

|ELENCO DI STUDI SCIENTIFICI|

 

Nel 1981 sull’American Journal of Obstetrics & Gynecology è comparso uno studio che dimostra come l’aborto indotto nel primo trimestre di gravidanza sia un fattore significativo che predispone alla placenta previa[1].

 

Nel 1993 è apparso uno studio sull’International Journal of Obstetrics & Gynaecology finalizzato al valutare l’impatto dell’aborto indotto e quello spontaneo al verificarsi di placenta previa nelle gravidanze successive. Basandosi su un campione di 486 donne affette da placenta previa tra il 1984-1987, i ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano subito un aborto indotto (in particolare con il metodo di “aspirazione con curettage”) avevano il 30% in più di probabilità di essere affette da placenta previa nella successiva gravidanza rispetto alle donne che avevano portato a termina la gravidanza[2].

 

Nel 1994 sulla rivista italiana di Ostetricia e Ginecologia, “Placenta“, sono apparsi i risultati di uno studio di ricercatori milanesi, i quali basandosi su un campione di 49.765 cartelle cliniche consegne dalla Clinica Mangiagalli dal 1979 al 1991, hanno stabilito che l’età avanzata e aborti precedenti sono associati ad un aumento della frequenza di placenta previa[3].

 

Nel 1997 su The Journal of Obstetrics & Gynaecology è comparsa una metanalisi sul rapporto tra il rischio di placenta previa in base alla presenza e al numero di parti cesarei, aborti indotti e spontanei. I ricercatori hanno esaminato gli studi sull’argomento tra il 1950 e il 1996 è hanno dimostrato la forte associazione tra l’avere un precedente parto cesareo, un aborto indotto o uno spontaneo, e il successivo sviluppo di placenta previa. Le donne che hanno subito uno di questi eventi, in particolare i primi due, devono essere considerate ad alto rischio, hanno sostenuto i ricercatori[4].

 

Nell’aprile del 1999 ricercatori del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia del National University Hospital di Singapore, hanno pubblicato uno studio sul Journal of Obstetrics and Gynaecology Research in cui hanno analizzato il rapporto tra il rischio di placenta previa e un precedente taglio cesario o un aborto indotto. Entrambi i fattori hanno determinato un aumento del rischio[5]

 

Nel 2001 su Acta et Obstetricia Gynecologica Scandinavica è comparso uno studio chiamato “Induced abortion and placenta complications in the subsequent pregnancy” basato su un campione di circa 60.000 donne in gravidanza. I ricercatori hanno rilevato un rischio di placenta previa leggermente più elevato nelle donne che avevano precedentemente eseguito un aborto[6]

 

Nell’ottobre del 2002 sull’East African Medical Journal è apparsa una ricerca basata su 136 donne nigeriane in gravidanza. I ricercatori hanno rilevato che tra i fattori di rischio per l’insorgere della placenta previa vi è, oltre un precedente taglio cesario e l’età materna avanzata, anche un precedente aborto indotto[7]

 

Nel gennaio 2003 ricercatori del Department of Epidemiology dell’University of North Carolin, hanno pubblicato uno studio sul Obstetrical and Gynecological Survey, intitolato “Long-Term Physical and Psychological Health Consequences of Induced Abortion: Review of the Evidence”. Con esso rilevano alcune conseguenze psicologiche dell’aborto indotto. Inoltre sottolineano un legame tra la placenta previa e un precedente aborto indotto. Sono convinti che una riduzione del 50% dell’aborto sarebbe necessaria per evitare l’1,5% dei casi di placenta previa, di per sé fenomeno abbastanza raro. Concludono dicendo: dato che «l’impatto di questo cambiamento è così piccolo, non ci sentiremmo obbligati a citare questo alle donne che contemplano il loro primo aborto. Il nostro consiglio potrebbe cambiare se una donna avesse avuto un precedente taglio cesareo o se stesse contemplando una seconda interruzione di gravidanza. In altre sedi può essere approprieto informare circa l’esistenza e la grandezza di questo rischio»[8].

 

Nel dicembre 2003 sul Croatian Medical Journal è apparso uno studio epidemiologico in cui si sono analizzate tutte le cause dell’aumento di rischio di placenta previa. I ricercatori hanno rilevato tra questi fattori anche un precendente l’aborto indotto. Ovviamente all’aumentare del numero di aborti cresceva anche il fattore di rischio[9]

 

Nel 2007 sull’International Journal of Obstetrics & Gynaecology è comparso uno studio asiatico il quale ha valutato quali siano i fattori rischio per l’insorgere di placenta previa. Oltre ad un precedente parto prematuro, il fumo e un’avanzata età materna, i ricercatori hanno trovato che anche precedenti aborti indotti erano tra le cause[10]

 

Nel maggio 2008 uno studio chiamato “The relationship of placenta previa and history of induced abortion” è stato pubblicato sull’International Journal of Obstetrics & Gynaecology. I ricercatori hanno stabilito che il rischio di placenta previa aumentava in seguito all’aborto praticato con il metodo del curettage[11]

 

 

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NOTE
[1]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/7315904
[2]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8515932
[3]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8066055
[4]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9396896
[5]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10379130
[6]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11846708
[7]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12635759
[8]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12544786
[9]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14652887
[10]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17316644
[11]^ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12706277

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