Storia dell’aborto

La storia dell’aborto ha migliaia di anni ed è una pratica nata ed equiparata da sempre all’eugenetica e alla selezione della specie migliore. Basta solo ricordare, come faremo qui sotto, che la prima volta che venne legalizzato fu sotto la dittatura dell’Unione Sovietica, seguita dalla Germania nazista e dalla Cina comunista. Qui sotto abbiamo documentato i passaggi storici fondamentali.

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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1. EBRAISMO

In Levitico 12, 2-6 si legge che la donna dopo il parto rimarrà immonda per 40 giorni se partorisce un maschio e 80 se partorisce una femmina. La fede ebraica è stata sempre generalmente contraria a infanticidio ed aborto, salvo eccezione che la gravidanza non rappresentasse un rischio per la vita della donna incinta o di altri figli. In alcuni casi la donna era obbligata ad abortire. L’ebreo Filone di Alessandria (20 aC – 47 dC), ha scritto sull’infanticidio e sulll’aborto condannando i non ebrei per la diffusione di queste pratiche[1].

 

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2. ANTICA GRECIA

Per gli antichi greci, solo l’uomo buono/bello (kalokagathia) poteva realizzarsi, non quello malato e deforme. Così a Sparta il legislatore Licurgo aveva imposto la regola che ogni neonato deforme doveva essere lanciato dal picco del Taigeto, mentre gli altri dovevano dormire all’aperto perché potessero sopravvivere i più forti. Un corpo disabile era immorale e andava eliminato[2]. Platone appoggiava completamente questa visione. Proponeva addirittura di non nutrire i bambini deboli o i figli di genitori troppo vecchi o malsani. Credeva infatti non si dovesse avere figli prima dei 37 e dopo i 55 anni (per gli uomini) e limitava il numero di figli per famiglia. Consigliava quindi l’aborto e l’abbandono dei bambini deboli o deformi. Aristotele, invece, credeva che un feto in gestazione avesse l’anima di un vegetale Dopo 40 giorni dal concepimento per i feti di sesso maschile e 90 giorni per quelli femminili, l’anima diventava “animata” [3]. Di conseguenza, l’aborto non era da lui condannato se eseguito precocemente.

 

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3. ANTICA ROMA

Nella civiltà romana un uomo poteva liberarsi di un figlio indesiderato semplicemente non riconoscendolo. I bambini non avevano alcun diritto e l’abbandono per strada, e il conseguente commercio di schiavi, era cosa assai frequente. È a fine repubblica che le donne romane cominciano a rifiutare la prole facendo uso di pozioni contraccettive e abortive, a base di ruta, ellèboro, artemisia, tutte estremamente nocive. È con le XII tavole che si ha una legislazione in materia di aborto: questo spetta al padre, e la donna che si procura l’aborto senza il suo consenso può essere ripudiata.
 

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4. CRISTIANESIMO

Si pensa che i primi cristiani fossero influenzati su questo argomento dal pensiero ebraico e greco, ma J.M. Roskamp conferma che in seguito rifiutarono completamente l’aborto, adottando «un nuovo concetto di preoccupazione per il feto»[4]. J.M. Gorman dichiara che «la posizione cristiana si distingue da tutte le altre quando disapprova l’aborto»[5]. Il Nuovo Testamento non contiene alcun riferimento esplicito a questo tema, tuttavia già dalle fonti del primo Cristianesimo, come la Didaché (fine I° sec.), emerge un rifiuto nei confronti dell’aborto: «Non uccidere, […] […] non devi abortire un bambino e non devi uccidere un neonato»[6]. Tertulliano (150-300 d.C.) scrive: «Posto una volta per tutte il divieto di uccidere un essere umano, ne consegue che nemmeno l’embrione nel corpo della donna […] può essere distrutto. Vi è omicidio anticipato quando si impedisce una nascita; non importa se si priva della vita un essere umano dopo la nascita oppure già prima, mentre essa è ancora in divenire. Un essere umano è già tale nella fase in cui lo sta divenendo, al pari di ogni frutto che è già contenuto nel suo seme»[7]. Nel Sinodo di Elvira (300-313 d.C.)[8] e nel Concilio di Ancira (314 d.C.)[9] si condannò esplicitamente la pratica abortiva, cosa che fece anche San Basilio Magno (330-379 d.C.). Sant’Agostino, in Manuale sulla fede, speranza e carità (421 d.C.), afferma:«Mi pare che ci voglia un bel coraggio, in effetti, per rifiutarsi di considerare come individui viventi quei feti che vengono estratti completamente smembrati dall’utero di donne incinte, per evitare, che rimanendovi ormai morti, finiscano per uccidere anche le madri. In realtà è da quando l’uomo comincia a vivere, che comincia già certamente a morire: una volta morto però, dovunque gli sia potuto capitare di morire, non riesco ad immaginare come costui possa essere escluso dalla risurrezione dei morti»[10]. San Tommaso d’Aquino aderì invece alla riflessione sull’epigenismo ispirandosi ad Aristotele. Non considerava quindi l’aborto un crimine anche se lo riteneva una violazione del diritto naturale[11]. Ricordiamo che solo nei tempi moderni la scienza embriologica ci ha mostrato che già a partire dal concepimento degli zigoti inizia l’esistenza di un organismo con un genotipo dotato di un’individualità e di caratteristiche specifiche, ossia di un nuovo essere umano unico e irripetibile[12]. Con la Decretum Gratiani (1140) e fino al 1869 il diritto canonico cattolico distinse tra feto “inanimato” e feto “animato”. Un’interruzione volontaria della gravidanza è sempre stata giudicata un peccato e come tale punita con una penitenza, tuttavia veniva considerata un assassinio solo nel caso in cui il feto che la subisse fosse “animato”. La distinzione tra feto inanimato e feto animato venne abolita da Papa Pio IX nel 1869, l’anima esiste già al momento del concepimento. Il Papa si basò anche sulle convinzioni del medico Paolo Zacchia[13].

 

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5. GIURAMENTO DI IPPOCRATE

Nel 400 a.C., Ippocrate, colui che è generalmente considerato il “Padre della Medicina”, ha realizzato (lui o un suo allievo) ciò che rimane della tradizione più duratura di tutta la medicina storia: “Il giuramento di Ippocrate”, cioè una dichiarazione che stabilisce le linee guida per un’etica medica. Nella sua forma originale, si legge quanto segue: «Io non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo»[14]. Eutanasia e aborto sono quindi fin dal primo codice etico proibiti. Tuttavia nei tempi moderni sono nate diverse varianti del giuramento originale, più politicamente corrette. In particolare, riporta un articolo della BBC[15], da un sondaggio nel 1993 condotto in oltre 150 scuole di medicina statunitensi e canadesi si è riscontrato che solo il 14% dei “giuramenti moderni” vietano l’eutanasia e l’8% vieta l’aborto. Eppure, si commenta, tutti questi sono punti chiave del giuramento originale. Fra i giuramenti moderni più importanti c’è la Dichiarazione di Ginevra, adottata dall’assemblea della Associazione Medica Mondiale nel 1948 ed emendata fino al 2006. Nacque dopo i crimini medici commessi dai medici nazisti nei campi di concentramento in Germania. In essa si legge: «Manterrò il massimo rispetto per la vita umana, dal momento del suo concepimento, anche sotto minaccia, non userò la mia conoscenza medica contro le leggi dell’umanità»[16]. Ancora una volta l’aborto è quindi vietato. Venne comunque modificata e oggi recita: «manterrò il massimo rispetto per la vita umana»[17]. Tali cambiamenti sono stati fortemente criticati e visti come un ulteriore allontanamento dalla tradizione ippocratica e deviati dalla preoccupazione emersa a Norimberga dopo l’epilogo del nazismo[18]. Un buon riassunto di tutte le interpretazione ideologiche moderne che hanno riguardato il Giuramento di Ippocrate lo si può trovare qui.

 

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6. MARCHESE DE SADE E L’ABORTO

Nel 1980 il Journal of Medical Ethics ha pubblicato uno studio storico in cui attribuisce ad uno scritto del Marchese de Sade il momento in cui l’aborto venne accettato per la prima volta dalla società e in medicina. Nel 1795 venne infatti pubblicato “Philosophic dans le boudoir“, nella quale de Sade, ateo dichiarato, propose l’uso dell’aborto procurato per motivi sociali e come strumento di controllo della popolazione. E’ in gran parte a causa della popolarità degli scritti di de Sade -concludono i riceratori- che la concezione di aborto procurato ricevette l’impulso adatto per essere portato alla sua successiva diffusione nella società occidentale[19]. De Sade è considerato un esponente dell’ala estremista del Libertinismo, è quindi facile da immaginare che avesse diversi problemi con le donne di cui abusava mettendole in stato di gravidanza[20]. L’aborto viene dunque socialmente accettato a partire da un atto di egoismo da parte dell’uomo sulla donna, e l’attenzione non è certo rivolta ai diritti femminili.

 

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7. LEGALIZZAZIONE DELL’ABORTO IN URSS

Nel 1920 l’URSS divenne il primo Paese a legalizzare l’aborto sotto il dittatore ateo Vladmir Lenin. Invertì la sua posizione nel 1936, per poi legalizzarlo nuovamente nel 1955, espandendolo anche ai Paesi occupati, come Estonia, Lettonia e Lituania. Il comunismo riteneva la famiglia un istituto artificiale e non naturale, opponendosi al giusnaturalismo. Per Lenin (ispirato da Dom Deschamps, Morelly, Babeuf, Fourier e Marx), l’abolizione della proprietà privata significa anche abolizione dei rapporti familiari moglie-marito, genitori-figli, così oltre all’aborto introdusse anche il divorzio. Questa convinzione era supportata anche dal cardine del pensiero comunista, cioè il materialismo. L’uomo, e così pure il bimbo nel ventre materno, è pura materia, senza anima e destino immortali[21]. L’aborto venne usato come mezzo principale di “controllo delle nascite” e in alcuni anni gli aborti superarono le nascite[22]. Le conseguenze furono disastrose poiché ancora oggi nei Paese ex-sovietici l’aborto raggiunge numeri altissimi. Nel gennaio 1992 il direttore del Centro per gli studi demografici dell’Universita’ di Mosca, il prof. Elisarov, ha mostrato che per ogni cento nascite, si registrano 130.140 interventi abortivi, che secondo la legislazione sovietica non sono sottoposti ad alcuna restrizione[23]. Nei primi nove mesi del 2003 in Romania, ad esempio, sono stati commessi 170 mila aborti, numero più elevato delle nascite in quel periodo. Nel 1990 la Romania ci furono tre aborti per ogni nascita. In Russia, stime al ribasso, indicano che oggi il tasso di aborto è il 60% di tutte le gravidanze. Nel 2000 un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato che «in Russia e il centro-est europeo, che rappresentano il 10% della popolazione mondiale, si contano dai 30 ai 40 milioni di aborti registrati all’anno»[24].

 

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8. ABORTO, EUGENETICA E PLANNED PARENTHOOD

Ma l’approvazione dell’aborto arrivò innanzitutto dall’approvazione sociale dell’eugenetica, sinonimo stesso di aborto, come rivela il dizionario: «Disciplina che si propone il miglioramento genetico della specie umana»[25]. Il termine “eugenetica” fu coniato nel 1883 da Sir Frances Galton, cugino di Charles Darwin. Gli Stati Uniti sono stati il Paese in cui l’eugenetica si è affermata principalmente. Nel 1910 venne fondata la prima grande istituzione di ricerca eugenetica, la Eugenics Records Office, nel 1923 si costituì l’American Eugenics Society, con filiali in 29 stati entro in breve tempo. Nel 1928 erano già nati 376 corsi universitari sull’eugenetica, anche nelle prestigiose Oxoford, Harvard e Princeton, e l’argomento lo si poteva trovare nei testi delle scuole superiori[26]. Nel 1916 venne anche fondato da Margaret Sanger il Planned Parenthood, ancora oggi l’ente abortista più grande del mondo. La Sanger non credeva alla distinzione tra “fit” (“idonei”) e “unfit” (“non idonei”), come sosteneva il nazismo, perché per lei c’erano soltanto i “tinfit” (cioè i poveri, gli epilettici, gli alcolisti, i criminali, i disabili fisici e mentali) cui doveva essere impedito di riprodursi, con la forza se necessario[27]. Nel suo “Birth Control Review” (Ottobre 1921, p. 5), dichiarò: «Forse metodi drastici e spartani potranno essere usati se la società continua a compiacersi di incoraggiare la possibilità e l’allevamento caotico causato dal nostro sentimentalismo stupidamente crudele»[28]. La Sanger non credeva solo al controllo delle nascite ma anche all’uso di esso tramite la sterilizzazione e la promozione dell’eugenetica. Sorprendentemente non sostenne apertamente l’aborto e il Planned Parenthood mantenne questa posizione fino alla sua morte nel 1966. Tuttavia, pur approvando il controllo delle nascite (compresa la sterilizzazione forzata) e l’eugenetica, la posizione anti-abortista fu una mossa tattica. Lo rivelò il suo amante Havelock Ellis, fu lui stesso a consigliarla in questo modo, convincendola del fatto che la società industriale non era ancora pronta. Infatti, prima di adottare questa posizione tattica, aveva sostenuto in più occasioni «il diritto di distruggere il non ancora nato»[29]. La Sanger e gli eugenisti americani ebbero molti contatti con i riformatori del sesso in Germania.

 

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9. ABORTO E NAZISMO

Abbiamo visto che i moderni giuramenti di Ippocrate nascono all’indomani della fine del nazismo. Attingiamo dall’importante documento presentato nel 2001 alla riunione annuale dell’Association for Interdisciplinary Research in Values and Social Change[30] .

Democrazia di Weimar. All’inzio del 1900, nello Stato di Prussia, si verificò un forte calo del tasso di natalità e un’importante immigrazione di slavi dall’est. Per questi motivi si decise inizialmente di aumentare il tasso di natalità in “quantità”. Tuttavia gli uomini erano notevolmente inferiori rispetto alle donne a causa della prima guerra mondiale e così diversi centri di consulenza matrimoniale cominciarono a favorire il concetto di una prole “sana” (“qualità”) più che la “quantità” di prole[31]. Sotto questo spirito nacquero organizzazioni di riforma sessuale interessate progressivamente alla sterilizzazione, all’eugenetica e alla liberalizzazione/legalizzazione dell’aborto, come ad esempio la National League for Birth Control and Sexual Hygiene (1915). La sua filiale di Amburgo iniziò a tenere conferenze intitolate “Teoria della razza, eugenetica e sterilizzazione” o “Lo sterminio della vita non idonea”, attraverso le quali promuoveva il benessere collettivo come principale preoccupazione nella riproduzione[32]. Nel 1928 i funzionari ministeriali del Department of Health tennero sessioni segrete con i luminari della razza per promuovere la sterilizzazione forzata e l’uccisione dei mentalmente disabili[33]. Nel 1932 il Consiglio di Stato prussiano (la Prussia occupava il 60% dell’area della Germania) disse a riguardo dei disabili: «L’umanità sarebbe stata risparmiata da una quantità enorme di sofferenza se molte di queste persone non furono mai nate»[34]. La campagna per la legalizzazione dell’aborto diventò un obiettivo per quasi tutta la storia della democrazia di Weimar e da crimine venne ridotto a reato non punibile[35]. Gli argomenti di promozione che utilizzavano era gli stessi di oggi: le donne hanno il diritto di selezionare, i bambini devono essere pianificati e voluti, la vita nascente è priva di senso, la morale è una questione personale, è un passaggio che la società deve attraversare ecc…[36].

Leggi naziste. Nel 1933, meno di sei mesi dopo il loro arrivo al potere, i nazisti approvarono una legge per prevenire “le nascite congenitamente difettose”. Entro un anno arruolarono circa 250 giudici, la cui funzione era di decidere chi fosse degno di procreare e chi no[37]. Nel marzo 1934, la Corte di Amburgo pronunciò una sentenza con la quale affermava che praticare l’aborto per motivi di salute razziale non era più reato[38]. Nel giugno 1935 venne modificata la legge sulla sterilizzazione consentendo l’aborto anche per motivi eugenetici e permettendo la sterilizzazione della donna. L’aborto divenne quindi legale, sia per motivi culturali come la negazione di un’anima personale[39], sia per questione eugenetiche. Oltre ai nazisti, anche i progressisti, liberali e la sinistra approvarono i cambiamenti sostenendo il “diritto di scelta”. Si opposero inutilmente il centro e la destra politica, così come le chiese e la maggior parte dei medici[40]. Il 15 giugno 1937 il Dr. Ley, igienista razziale nazista, durante una riunione di pianificazione delle nascite disse qualcosa di molto familiare anche oggi: «L’aborto è un male necessario che dobbiamo accettare per rispetto della vita»[41]. Associazioni come la Lebensborn, fondata da Himmler, potevano scegliere donne non sposate da accoppiare a riproduttori ariani. Guarda caso, contemporaneamente le feste cristiane e popolari vennero sostituite con festività della natura o di ispirazione laica[42]. Nel 1938 il governo annunciò che gli ebrei avrebbero potuto essere abortiti in qualunque momento della gravidanza, in quanto questo era vantaggioso per il popolo tedesco[43]. Gli ebrei divennero così “non idonei” e i tedeschi giustificarono questo come un “diritto di scelta”. Durante la seconda guerra mondiale (1939-1945), i nazisti usarono la sterilizzazione e l’aborto, il controllo delle nascite e la promozione dell’omosessualità nell’Europa orientale con l’obiettivo di indebolire queste nazioni e ostacolare la riproduzione dei popoli slavi[44]. Nel 1942 Adolf Hitler dichiarò: «Noi non siamo interessati al fatto che la popolazione non-tedesca si moltiplichi. Dobbiamo usare tutti i mezzi per inculcare nella popolazione l’idea che è pericoloso avere molti bambini, le spese che essi causano e l’effetto pericoloso sulla salute delle donne. Sarà necessario aprire speciali istituzioni per l’aborto e i medici dovranno essere capaci di venirne fuori nei casi in cui ci sia una violazione della loro deontologia professionale»[45].

Congresso di Norimberga. Nel 1948, alla fine della guerra, un procuratore del Congresso di Norimberga -parlando di ciò che in una certa cultura oggi è dichiarato essere una vittoria dei diritti umani- dichiarò: «L’aborto procurato in Oriente contro la popolazione slava è un crimine contro l’umanità. Esso costituisce un atto di sterminio, di persecuzione per motivi razziali, è un atto disumano. Anche se per ipotesi la sua richiesta fosse stata autenticamente volontaria, costituisce comunque un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità»[46]. Il 10 marzo 1948, due ufficiali delle SS hanno ricevuto 25 anni per aborti procurati e altri crimini[47]. Oggi paradossalemnte si può finire in galera se ci si oppone all’aborto.

 

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10. LEGALIZZAZIONE ABORTO IN CINA E POLITICA DEL FIGLIO UNICO

La Cina popolare comunista, guidata dall’ateismo governativo dal 1912, ha autorizzato l’aborto e la contraccezione nel 1957. Nel 1962 sono stati imposti: ritardo obbligatorio dell’età del matrimonio, sterilizzazione, tecniche contraccettive spesso forzate. L’obbligo di un figlio solo a famiglia, impartito dal 1979[48], ha determinato, oltre al precoce invecchiamento della popolazione, una strage delle figlie femmine: i genitori cinesi, potendo avere un solo figlio, spesso uccidono una eventuale figlia femmina dal momento che non potranno giovarsi del suo aiuto nella lavorazione della terra. Oppure è il governo stesso ad eliminarle, tramite aborti selettivi e forzati, anche all’ottavo e nono mese e infanticidi[49]. Avviene addirittura che i medici vengano pagati dallo Stato a seconda delle sterilizzazioni forzate o degli aborti effettuati (che spesso vengono spacciati, alle povere madri, per terapeutici)[50]. Nel migliore dei casi alcune famiglie, dopo il primo figlio, decidono di non uccidere le loro bambine e riescono, pagando chi di dovere, a non farle registrare, per evitare che siano gli impiegati statali ad eliminarle: in tal caso però queste bimbe, di fronte alla legge, non esistono, e non hanno quindi accesso all’istruzione, alla sanità ecc[51]. Slogan come “avere meno figli ti fa vivere una vita migliore” e “stabilizzare la pianificazione familiare crea un futuro più luminoso” sono dipinti sugli edifici delle zone più rurali. Slogan come “Meno bambini, più maiali”, “Più bambini, più tombe”, oppure “Se partorisci figli in più, la tua famiglia sarà distrutta”, sono stati banditi nel 2007 in seguito alla rabbia dei contadini[52]. Si ha così uno squilibrio all’interno della popolazione, per cui oggi mancano all’appello, in Cina circa 40 milioni di donne e vi sono più di 20 milioni di uomini che non possono sposarsi[53]. Un funzionario del governo cinese ha dichiarato che la politica del figlio unico ha impedito circa 300 milioni di nascite, l’equivalente della popolazione europea[54]. Nel 2009 gli aborti in Cina sono stati 30 milioni[55].

Finanziamenti europei. In questo panorama desolante si inserisce l’appoggio economico per l’incentivazione dell’aborto dato al governo cinese dall’agenzia Unfpa (dell’ONU) e dall’Ippf: quest’ ultime, fino al luglio 2002, erano a loro volta finanziate dagli Stati Uniti, che però hanno poi deciso di sospendere i versamenti, non volendo più collaborare a programmi di “aborto forzato o di sterilizzazione non voluta”. Prontamente è intervenuta la Commissione Europea, guidata dall’italiano Romano Prodi, che, con una decisione di straordinaria gravità, ha stanziato contributi per ben 32 milioni di euro, facendo così dell’Europa il motore della diffusione dell’aborto (anche forzato, e tardivo) nel mondo[56]. Nel 2007 la Commissione sullo status delle donne (Csw), l’organismo delle Nazioni Unite, ha rifiutato di condannare l’aborto selettivo delle bambine cinesi, indiane e di altri paesi asiatici. Canada e e tutti i paesi dell’Unione europea hanno contributo all’affossamento della proposta di eliminare “tutte le forme di discriminazione e violenza contro giovani donne e bambine”[57].

 

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11. LEGALIZZAZIONE ABORTO IN INGHILTERRA

Dopo il mondo comunista è quello anglosassone ad introdurre l’aborto. L’Inghilterra lo legalizza nel 1968. Già nel 1932 però, Aldous Huxley (figlio di un famosissimo biologo darwiniano), scrisse “Il Mondo Nuovo” dove ipotizza un mondo i cui abitanti sono rigidamente controllati, manipolati, soggiogati dal potere in ogni aspetto della loro vita. Nel 1958 dira che non esistono «l’intelligenza e la volontà, che quasi mai ritroviamo nel formicaio di analfabeti che popolano il mondo, per attuare il controllo delle nascite. Forse non è impossibile la gestazione in vitro come non è impossibile il controllo centralizzato della riproduzione. Ma è chiaro che per molti anni a venire la nostra rimarrà una specie vivipara, che si riproduce a casaccio. Il nostro sregolato capriccio non solo tende a sovrappopolare il pianeta, ma anche, sicuramente, a darci una maggioranza di uomini di qualità biologicamente inferiore». Suo fratello, Sir Julian Huxley, diverrà primo direttore generale dell’UNESCO, il cervello dell’ONU, e porterà all’interno di questo organismo un’avversione alla vita che rimane tutt’oggi. La sua filosofia è ben espressa in un suo opuscolo[58] in cui si fanno proposte estremamente simili a ciò che succede nel romanzo di Aldous. Inoltre sir Julian è anche nel 1920 uno dei fondatori della Società Eugenetica Britannica. Il 6 settembre 1962, a nome del Comitato per la legalizzazione della sterilizzazione eugenetica, scriveva: «Gli argomenti a favore della sterilizzazione di certe classi di genti anormali o deficienti mi sembrano schiaccianti»[59]

 

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12. LEGALIZZAZIONE ABORTO NEGLI USA

Negli Stati Uniti l’aborto viene introdotto nel 1973 dopo il famoso processo “Roe v. Wade”. Ne è protagonista una donna, Norma Mc Corvey, detta Roe, la quale ha subito un’infanzia terribile, tra il riformatorio, lavori precari, mariti che la picchiano, stupri e droga[60]. Grazie a lei l’aborto viene legalizzato anche in America. Oggi si è convertita al cattolicesimo e da anni si è pentita e sta tentando di riscrivere la storia chiedendo che la sua vittoria sia revocata[61]. Tuttavia gli USA sono oggi i motori dell’abortismo nel mondo.

 

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13. LEGALIZZAZIONE ABORTO IN EUROPA

Dopo l’America l’aborto venne introdotto in Germania, in Francia (1975) e gradualmente in quasi tutti i paesi europei. Rimane fuori l’Irlanda cattolica (EIRE), anche grazie a Niamh Nic Mhathuna, presidente di Youth Defence, vincitrice per sette anni del titolo per la migliore musica tradizionale irlandese[62].

 

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12. LEGGE 194 E LEGALIZZAZIONE ABORTO ITALIA

Diossina a Seveso. Nel 1976 in Italia, a Seveso (MB), esplose un reattore dell’industria chimica Icmesa, producendo vari tipi di diossine nocive per l’ambiente e per gli abitanti dei dintorni. La paura si diffuse in un attimo, amplificata dalla stampa. Immediatamente partì la campagna mediatica promossa da radicali affinché fosse permesso alle donne incinte di Seveso e dintorni di abortire. Si sostenne che chi avesse abortito, avrebbe partorito dei mostri. Il sindaco di allora, Franesco Rocca, ha raccontato recentemente in un libro gli avvenimenti[63]. Alcuni radicali arrivarono addirittura ad agitare cartelli con minaccie molto esplicite per le vie della cittadina, affinché le gestanti “non facciano le sentimentali”, e capiscano che è essenziale comportarsi da persone “mature”, “consapevoli”. Le conseguenze, dissero, sarebbero state malformazioni, tumori e deformazioni di ogni genere. Il quotidiano “La Stampa” propose l’aborto coatto per tutte le donne incinte. Solo il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, si battè per offrire una possibilità alternativa, invitando le donne impaurite per eventuali malformazioni a partorire ugualmente, e chiese alle famiglie di offrirsi per accogliere i futuri bambini malati. La sua prospettiva era quella della carità reciproca: la società, la comunità, è chiamata a farsi carico delle debolezze e dei dolori dei fratelli, non ad isolarli in una scelta solitaria e dolorosa. In realtà, a Seveso, non muorì proprio nessuno. Gran parte delle donne incinte decidettero di tenersi il figlio e pochissime abortiranno utilizzando un escamotage legislativo (cioè l’aborto eugenetico). A Seveso e dintorni i bambini nati dopo l’esplosione risulteranno sani, nella norma, anche dopo analisi nel lungo periodo. I pochi feti abortiti, spediti in un laboratorio straniero per essere analizzati, non riveleranno alcun problema particolare. Putroppo l’esito delle indagini rimarrà a lungo nascosto, tanto che ancor oggi, nell’immaginario collettivo, Seveso rimane una catastrofe di portata epocale. La battaglia per la legalizzazione dell’aborto nacque da qui e avvenne sull’onda dell’emozione[64].

La falsità sull’aborto clandestino. Nel 1978, dopo gli avvenimenti di Seveso (MB), si pensò di utilizzare il falso problema dell’aborto clandestino per portare l’aborto nella legalità. Questa volta i radicali riuscirono nell’intento, pur basandosi su dati completamente gonfiati, del tutto incontrollati e mai provati. Vediamo perché: secondo Marco Pannella gli aborti clandestini erano 1,5 milioni, il Psi al Senato nel 1971 parlava di 2-3 milioni con circa 20 mila donne morte, ma alla Camera le morti lievitavano a 25 mila. “Il Giorno” del 7/9/1972 dichiarava 3-4 milioni di aborti clandestini all’anno, Il Corriere della sera del 10/9/1976 parlava dai 1,5 a 3 milioni[65]. Anche se ipotizzassimo 3-4 milioni di aborti clandestini si deriverebbe un tasso medio di abortività in base al quale – alla fine – tutte le donne italiane avrebbero praticato nella loro vita almeno 8 aborti clandestini. Solo questo basta per rendere assurde le cifre. Un’altra prova della truffa si può ricavare dai dati sull’aborto legale di oggi, che sono sui 130 mila all’anno. Domanda: come è possibile che, nonostante oggi ci sia facile accesso all’aborto, sia continuamente propagandato e sia una pratica legale e assistita in qualunque ospedale, esso sia assolutamente inferiore di quando era illegale, tanto da rischiare il carcere per chi lo praticasse? Anche le 25 mila donne morte a causa dell’aborto clandestino erano false: dall’Annuario Statistico del 1974 risulta infatti che le donne in età feconda (cioè dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, cioè prima della legge 194, furono in tutto 15.116 e quindi la metà delle presunti morti per aborto. Inoltre, tra queste, solo 409 risultavano morte di gravidanza o parto. E fra queste bisogna ancora dividere le morti “per gravidanza o parto” da quelle dovute ad aborto clandestino. Sostanzialmente le vittime dell’aborto clandestino erano qualche decina ogni anno[66]. Ogni morte è drammatica ma si trattava di emergenza nazionale?

Fallimento legge 194. L’entrata in vigore della significativa e improvvisa diminuzione statistica, la 194 non ha modificato alcunché. In legge 194, poi, non ha affatto diminuito la mortalità delle donne in età feconda, non ha avuto alcunaoltre non ha portato neanche alla sparizione dell’aborto clandestino. Sull’Espresso del 10/11/2005, Chiara Valentini scrive che la relazione del ministro della Salute nell’anno 2005 stima circa in 20 mila gli aborti clandestini. E la stessa cifra è ribadita dal demografo Massimo Livi Bacci. Dunque la 194 è clamorosamente fallita: non ha estirpato neanche la piaga della clandestinità. Lo stesso fenomeno è accaduto in Gran Bretagna, nei Paesi Scandinavi, in Germania, Giappone, Russia Polonia, Romania e via dicendo. L’unica cosa che ha fatto la 194 è stata quella di portare 20-30 mila aborti clandestini a 150-200 mila aborti legali. Due ricercatori dell’Università di Trento, Erminio Guis e Donatella Cavanna hanno inoltre scoperto che il 32% delle donne che hanno abortito non l’avrebbe fatto se non ci fosse stata la legge 194 a permetterlo[67]. Quindi migliaia di aborti che – in mancanza della 194 – sarebbero stati evitati.

Effettivamente si è verificata una relativa diminuzione degli aborti legali dal 1978 ad oggi, ma bisogna innanzitutto considerare la capillare diffusione di abortivi chimici. In secondo luogo il fenomeno è tutto italiano ed è dovuto a una forte sensibilizzazione sui temi della vita fatta dalla Chiesa italiana e dai Centri di aiuto alla vita, i quali hanno salvato dall’aborto circa 80 mila bambini e altrettante mamme. Negli altri Paesi europei, come Francia e Inghilterra, dove la presenza cattolica (e la cultura della vita) è irrilevante, gli aborti legali non sono in discesa, ma semmai in salita.

 

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Note

[1]^ Filone di Alessandria, “Sulle singole leggi“, 3, 20, 110
[2]^ K.P. Depierri,”One Way of Unearthing the Past“, The American Journal of Nursing 1968, pp. 521–524 e Plato “Theaetetus. in Harold North Fowler“, Harvard University Press 1921
[3]^ Aristotele “Storia degli animali“, libro VII, capitolo 3, 583b.
[4]^ J.M. Röskamp, “Christian Perspectives On Abortion-Legislation In Past And Present“, GRIN Verlag 2005
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