Aborto e dolore fetale

La questione del dolore fetale non è putroppo al centro del dibattito sull’aborto. Sembra che valutare se il feto umano soffra o meno durante un aborto sia secondario al presunto “diritto di scelta” della donna. Fino agli anni ’80 gli specialisti escludevano categoricamente che il feto potesse provare dolore, e ancora qualcuno lo sostiene ancora oggi.

Tuttavia la maggioranza dei ricercatori concorda che attorno alla 20° settimana dalla fecondazione, a circa metà gravidanza, il feto abbia la possibilità di percepire stimoli dolorifici. E’ una soglia che convince anche molti sostenitori dell’aborto. Ricordiamo comunque che esiste anche una buona fetta di medici che sostiene che il feto inizi a sentire dolore addirittura verso l’8° settimana dopo la fecondazione.

 

|ELENCO DI STUDI E PARERI SCIENTIFICI|

 

Nel maggio 2013 in una testimonianza giurata alla Commissione di Giustizia degli Stati Uniti, Maureen L. Condic, neurologo del dipartimento di Neurologia e Medicina della University of Utah, ha affermato: «C’è una forte evidenza scientifica che la comunicazione tra i neuroni del cervello è stabilito nella settima settimana. I circuiti neurali responsabili della risposta più primitivo al dolore, il riflesso spinale, sono in posizione dopo 8 settimane di sviluppo. Questo è il primo momento in cui il feto sperimenta il dolore», tant’è che risponde ad esso spostandosi dallo stimolo doloroso. «E’del tutto pacifico che un feto sperimenta il dolore in qualche modo, già a partire dalle 8 settimane di sviluppo».

 

Nel maggio 2012 due ricercatori dell’Università degli Studi di Siena hanno rilevato che la maggior parte degli studi fornisce l’evidenza di dolore fetale nel terzo trimestre di gestazione, ma tale riscontro diventa più debole prima di questa data, anche se non si può escludere la presenza crescente a partire dall’inizio della seconda metà della gestazione.

 

Il 13 giugno 2011 il governatore dell’Alabama, Robert Bentley, ha trasformato in legge un ddl sul divieto di aborto a 20 settimane (e dopo) della gravidanza. E’ ormai un’evidenza scientifica, dicono, che dopo questo tempo il feto prova sicuramente dolore.

 

Il 20 ottobre 2010 i media hanno annunciato che il governatore del Nebraska, Dave Heineman, ha trasformato in legge un ddl sul divieto di aborto dopo 20 settimane di gestazione sulla base del dolore fetale. Tra le motivazioni che hanno convinto gli esperti, c’è la testimonianza di Kanwaljeet “Sunny” Anand, il già citato docente dell’Università di Arkansas per le scienze mediche e maggior esperto mondiale sull’argomento, il quale ha più volte richiesto il divieto di aborto dopo le 20 settimane di gestazione poiché il feto subirebbe un “grave e lancinante dolore”. Si è inoltre verificato che i bambini non ancora nati, durante le osservazioni, «tentano di eludere certi stimoli dolorifici e rispondono ad essi con uno stress ormonale».

 

Il 18 ottobre 2010 l’equipe ostetrica londinese del professor Stuart Campbell ha ritratto, con una metodica detta Esplorazione 4-D, un feto di 17 settimane nell’atto di sorridere. In passato erano stati rilevati dei feti umani mentre piangevano alla 18°-19° settimana, ma finora nessun sorriso. Tale reperto è contestato dall’equipe del professor Eric Jauniaux, sempre di Londra, che lo ritiene un artefatto casuale poiché prima della 24° settimana, secondo lui, i collegamenti tra il cervello e il resto del corpo sono troppo incompleti perché si possa ritenere un’espressione del viso la manifestazione di un sentimento.

 

Il 27 giugno 2010 il neurologo dell’Università di Toronto, Paul Ranalli, ha analizzato lo studio del Royal College of Obtetrics and Gynecologists trovando parecchie contraddizioni, errori (scientifici, logici e filosofici) e sostenendo che sulla base della nostra attuale comprensione dello sviluppo anatomico, ormonale e comportamentale del feto umano, il momento scientificamente corretto del dolore fetale è a 20 settimane. Gli autori dello studio, sottolinea lo specialista, sembrano ignorare le recenti scoperte sulla “piastra neuronale” presente nel feto, la quale non è solo una caratteristica transitoria nella maturazione del cervello del feto, ma è una zona altamente attiva di attività neuronale, che crea consapevolezza nel feto sull’ingresso di segnali neuronali, compreso il dolore. Sostiene anche che le prove fornite sull’incoscienza del feto non siano sufficienti.

 

Nel 2010 su Best Pratice & Research Clinical Obstetrics and Gynaecology, il dr. Derbyshire ha dichiarato: «Per il feto, l’esistenza del dolore si fonda sulla presenza di uno stimolo che rappresenti una minaccia per il tessuto, che sia rilevato dal sistema nervoso e che sappia rispondere agli stimoli che rappresentano una minaccia. L’intera esperienza è completamente delimitata dai limiti del sistema sensoriale e la relazione tra questo sistema e lo stimolo. Se il dolore è concepito in questo modo allora diventa possibile parlare di sofferenza fetale in qualsiasi momento tra la 10 e la 17 settimane di gestazione, quando i nocicettori sono sviluppati e maturi».

 

Il 25 giugno 2010 un gruppo di studiosi britannici del Royal College of Obstetrics and Gynecologists (RCOG) ha sostenuto che il feto non può sentire dolore per almeno 24 settimane di gestazione, ovvero più di 5 mesi. Lo studio è stato intitolato Fetal awareness (coscienza fetale), ed in esso si spiega che il feto non ha connessioni nervose con la corteccia cerebrale e in tutta la gravidanza non ha mai una vera veglia, ma è tenuto dal contenuto chimico dell’utero in uno stato di incoscienza o sedazione.

 

Il 26 giugno 2010 il ginecologo e neonatologo Carlo Bellieni, dalle colonne del quotidiano “Avvenire”, ha commentato lo studio del Royal College, ricordando che, come emerge dal campo degli studi sullo stato vegetativo, per provare dolore non è necessaria l’attivazione della corteccia, ma solo il sottostante nucleo di cellule dette “talamo”, come ha affermato anche Sunny Anand, maggior esperto mondiale di dolore fetale, nella rivista ufficiale della Società degli studi sul dolore (Iasp). La convinzione che il feto umano sia in uno stato di continuo sonno, continua Bellieni, viene inoltre contraddetta dall’osservazione e da vari studi scientifici che, sulle riviste specializzate, hanno descritto approfonditamente le reazioni di fuga, di sobbalzo e spavento e perfino il pianto del feto in utero. Dopo aver sottolineato altre contraddizioni, ricorda come negli Stati Uniti si stia abbassando a 20 settimane il limite legale per l’aborto proprio per l’evidenza che da quel momento in poi percepisce, senza dubbio, il dolore.

 

Nel 2008 su Reproductive Health Matters è apparso un articolo del Dr. Stuart Derbyshire, docente di psicologia presso l’Università di Birmingham, intitolato “Fetal Pain: Do We Know Enough to Do the Right Thing?”, nel quale si sostiene che «il feto inizia a rispondere allo stimolo tattile verso la 7-8° settimana di gestazione, flettendo lateralmente il capo. I palmi delle mani invece diventano sensibili alle carezze verso le 10-11 settimane di gestazione e il resto del corpo diventa sensibile intorno alle 13-14 settimane di gestazione […]. Un’altra fase di sviluppo neurale avviene a 18 settimane, quando è stato dimostrato che il feto produce una risposta ormonale per diretta stimolazione nociva. La risposta prodotta comprende alterazioni emodinamiche del flusso sanguigno per proteggere organi essenziali, come il cervello».

 

Il 5 giugno 2008, commentando l’uscita del volume “Neonatal Pain: Suffering, Pain and the Risk of Brain Damage in the Fetus and Unborn” (ed. Springer), di Giuseppe Buonocore e Carlo Bellieni (prodotto da un lavoro congiunto di 9 esperti), entrambi membri del dipartimento di Pediatria, Ostetricia e Medicina Riproduttiva dell’Università di Siena, hanno dichiarato che «con l’introduzione dell’ultrasonografia a tre e a quattro dimensioni si è riusciti ad ottenere una valutazione molto più dettagliata del feto e delle sue reazioni a determinate stimolazioni. In casi di intervento sui feti, si registra una reazione allo stimolo invasivo sin dall’età di 16 settimane di gestazione. Persino a 12 settimane si può vedere come il feto si ritragga se viene toccato. Anand, ora professore di Medicina dell’Università dell’Arkansas e pediatra presso l’Arkansas Children’s Hospital a Little Rock, ha detto al New York Times di ritenere che il feto sia in grado di provare dolore sin dalla 20ª settimana di gravidanza, e forse anche prima».

 

Ancora nel 2008, un articolo scientifico di R. Gupta, M. Kilby e G. Cooper su Continuing Education in Anaesthesia, recita: «i recettori nervosi periferici si sviluppano tra la 7 e 20 settimane di gestazione, le fibre spinotalamico (responsabili della trasmissione del dolore) tra la 16 e 20 settimana di gestazione, e le fibre talamo-corticale tra la 17 e 24 settimana di gestazione». Hanno anche dichiarato che: «il movimento del feto in risposta a stimoli esterni si verifica a partire dalla 8° settimana di gestazione […], una risposta a stimoli dolorosi si verifica dalla 22° settimana di gestazione [= 20 settimane dopo la fecondazione]», e ancora: «lo stress fetale in risposta a stimoli dolorosi è dimostrato dall’aumento delle concentrazioni di cortisolo e β-endorfine, da movimenti vigorosi e respirazione sforzata. Questo tipo stress avviene dalla 18° settimane di gestazione».

 

Nel 2008 il dr. Van Scheltema del Dipartimento di ostetricia al Liden University Medical Centre, nei Paesi Bassi, su Fetal and Maternal Medicine Review, ha dichiarato: «Il collegamento tra il midollo spinale e il talamo (un via obbligata attraverso la quale quasi tutte le informazioni sensoriali devono passare prima di raggiungere la corteccia) inizia a svilupparsi a partire dalla 14° settimana e termina a 20 settimane» (Van Scheltema PNA, Bakker S, Vandenbussche FPHA, Oepkes, D. “Fetal Pain”, Fetal and Maternal Medicine Review. 19:4 (2008) 311-324).

 

Nel dicembre 2006 uno studio di Roland Brusseau e Laura Myers su International Anesthesiology Clinics chiamato “Developmental Perpectives: is the Fetus Conscious?”, ha stabilito che: «Il primo requisito indispensabile per la nocicezione è la presenza di recettori sensoriali, i quali si sviluppano prima nella zona periorale a circa 7 settimane gestazione. Da qui si sviluppano nel resto del viso e nella superficie delle mani e delle piante dei piedi a 11 settimane. Dopo le 20 settimane sono presenti su tutta la superifice cutanea». Facendo un paragone con i neonati, ha affermato: «Nonostante l’assenza totale o quasi totale della corteccia cerebrale nei neonati, in modo molto chiaro essi dimostrano gli elementi di coscienza. Pare dunque che questi bambini dimostrino che lo sviluppo anatomico o l’attività funzionale della corteccia può non essere richiesta nella consapevolezza della percezione sensoriale. Essi possono rispondere a stimoli dolorosi o piacevoli nel modo che potremmo facilmente descrivere come “consapevolezza”».

 

Il 21 aprile 2006 si è diffusa la notizia di una controversa relazione pubblicata sul British Medical Journal, la quale sostiene che i feti non sono in grado di provare dolore, e che questa capacità può essere sviluppata solo dopo la nascita.

 

Il 19 aprile 2006, alla fine del Convegno di Bologna di Neonatologia, presso l’Aula Magna della Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, si è dichiarato: «è maturata negli ultimi anni la consapevolezza che anche i neonati d’età gestazionale estremamente bassa, così come quelli nella fase terminale della loro vita, siano in grado di percepire dolore. L’elaborazione di linee-guida relative alle cure compassionevoli, vale a dire quegli interventi non curativi che vanno incontro ai bisogni fisici, emozionali, sociali, culturali e spirituali dei neonati e delle loro famiglie non possono prescindere da tale consapevolezza».

 

Il 24 agosto 2005, un’importante metanalisi apparsa sul Journal of the American Medical Association, ha stabilito che il feto umano inizia a sentire dolore intorno al settimo mese di gravidanza, quando ha circa 28 settimane di vita (anche ” target=”_blank”>qui).

 

Il 12 ottobre 2004 il noto neonatologo ed esperto di bioetica Carlo Bellieni, segretario del Comitato di Bioetica della Società Italiana di Pediatria e docente di Terapia intensiva neonatale all’Università di Siena, ha dichiarato: «Sunny Anand e molti altri dopo di lui hanno evidenziato che il feto sente dolore per l’efficace sviluppo delle vie anatomiche del dolore. Già a 7 settimane di gestazione sono presenti recettori per il tatto nella regione periorale e può essere evocata una “avoiding reaction” o “reazione di fuga” toccando il feto. Per percepire un dolore servono dei recettori, delle vie neuronali funzionanti e una corteccia capace di ricevere e integrare l’informazione. Dalla metà della gestazione questo è già presente. I recettori cutanei coprono tutta la superficie corporea dalle 20 settimane di gestazione. Le vie nervose efferenti sono in sede dalla sesta settimana e numerosi neurotrasmettitori specifici compaiono dalle 13 settimane. Queste vie arrivano al talamo alla base del cervello dalle 20 settimane. Raggiungono la corteccia nel periodo 17-26 settimane. Il fatto che le fibre ancora non siano completamente mielinizzate (ovvero non abbiano la guaina che le isola chiamata “mielina”) non inficia il fatto che possano trasmettere stimoli».

 

Nel giugno 2004 in un articolo scientifico su Best Practice & Research Clinical Anaesthesiology, firmato da Myers LB, Bulich LA, Hess, P, Miller, e chiamato “Fetal endoscopic surgery: indications and anaesthetic management“, si legge: «Il primo requisito indispensabile per la nocicezione è la presenza di recettori sensoriali, che si sviluppano prima nella zona periorale a circa 7 settimane di gestazione e sono diffusamente presenti in tutto il corpo dalla 14° settimana […]. Una prima risposta motoria può essere vista come un allontanamento del corpo del feto da uno stimolo ed è notato in ecografia già a partire da 7,5 settimane dell’età gestazionale. La zona periorale è la prima parte del corpo a rispondere al tocco verso circa l’8° settimana, ma già dalla 14° la maggior parte del corpo è sensibile al tatto». Dopo aver citato diversi studi, ha concluso: «si può concludere che l’ipotalamo-ipofisi-surrenale del feto umano è funzionalmente abbastanza maturo per produrre una β-risposta di endorfina dalla 18° settimana e per la produzione di risposte al cortisolo e noradrenalina dalla 20° settimane di gestazione […]. Esistono prove sostanziali che dimostrano la capacità del feto di creare una risposta neuroendocrina in seguito a stimoli nocivi nel secondo trimestre».

 

Il 20 agosto 2001 è apparso uno studio realizzato dal prof. Eva Johnstone della Edinburgh University e pubblicato sul Medical Research Council, in cui si sosteneva come il nascituro può essere in grado di sentire dolore a non meno di 20 settimane di gravidanza, dunque intorno al quinto mese.

 

Nel 2000 la Camera dei Lord in Gran Bretagna ha condotto un’inchiesta sulla “sensibilità del feto”. Una parte dello studio ha affrontato con la capacità del feto di provare dolore, opponendosi a coloro che sostengono che la corteccia cerebrale sia l’unica zona in cui il dolore può essere sentito, chiamando in causa un’area inferiore del cervello. Essi hanno ipotizzato che il feto possa essere in grado di percepire qualche “forma di sensazione di dolore o sofferenza” prima che la corteccia sia collegata ai livelli inferiori del cervello, rilevando che i neonati con difetti importanti al cervello sono in gradi di percepire il dolore, come gli idrocefali che hanno gli emisferi cerebrali parzialmente o del tutto assenti. Hanno quindi concluso che dopo le 23 settimane di concepimento i nervi che trasmettono i segnali del dolore sono formati e attivi. Entro le 24 settimane il cervello è sufficientemente sviluppato per elaborare i segnali di dolore ricevuti tramite il talamo. Dopo le 6 settimane gli elementi del sistema nervoso cominciano a funzionare e quindi gli specialisti concordano sul fatto che questo momento segna il punto minimo possibile al quale la sensazione di dolore possa verificarsi.

 

Nel settembre 1999, sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology, la prof Vivette Glover, medico abortista del Queen Charlotte’s and Chelsea Hospital, docente di Psicobiologia Perinatale presso l’Imperial College di Londra ed esperta degli effetti dello stress durante la gravidanza sullo sviluppo del feto e del bambino, ha dichiarato: «La maggior parte dei percorsi in entrata, inclusi quelli nocicettivi, vengono instradati attraverso il talamo e penetrano nella “zona della piastra” a circa 17 settimane. Queste fibre cominciano a invadere la “zona della piastra” a 13 settimane e raggiungono la corteccia a circa 16 settimane. Questo porta alla probabilità che il feto possa essere a conoscenza di tutto ciò che sta succedendo nel suo corpo o altrove. Dalle evidenze anatomiche, è possibile stabilire che il feto senta dolore dalla 20° settimana, percepisce invece uno stress già a partire dalla 15° o 16° settimana». Il 29 agosto 2000 sul The Telegraph ha invece pubblicato la richiesta di far terminare tutte le gravidanze tra la 17 e 24 settimana sotto anestesia per evidenza di dolore fetale. Il 22 dicembre 2004, sulla rivista Conscience, la Glover, ha invece dichiarato: «Il feto inizia a compiere movimenti in risposta all’essere toccato dalle otto settimane, e compie movimenti più complessi, come rilevato dagli ultrasuoni, nel corso delle successive settimane».

 

Nel 1996 il fisiologo Peter McCullagh al Parlamento britannico ha dichiarato: «In quale fase dello sviluppo umano prenatale appaiono quelle strutture anatomiche che sottendono la sensibilità del dolore? L’insieme delle prove, in questo momento, indica che queste strutture sono presenti e funzionali prima della decima settimana di vita intruterina».

 

Nel 1995 Sir Albert Lilley, considerato tra i padri della fetologia, ha affermato in un’intervista che «durante dall’8° alla 10° settimana, come ha dimostrato il Dr. Davenport Hooker, i feti sono sensibili al tatto. Risponde anche violentemente agli stimoli dolorosi, alle iniezioni di freddo o a stimoli di soluzioni ipertoniche. Il dolore è un’esperienza personale e soggettiva e non c’è alcun test biochimico o fisiologici che possiamo fare per dire che uno è in fase di sofferenza. Allo stesso modo, ci manca qualsiasi prova sul fatto che gli animali sentano il dolore. Tuttavia, a giudicare dalle risposte della gente, sembra che essi soffrano, tanto da avere un’organizzazione come la Society for Prevention of Cruelty to Animals» (R.L. Sassone, “The tiniest humans”, American Life League 1995).

 

Il 19 novembre 1987 su New England Journal of Medicine, è apparso un articolo scientifico di K.S. Anand, considerato il maggior esperto mondiale di dolore fetale, direttore del Pain Neurobiology Laboratory presso l’Arkansas Children‟s Hospital Research Institute, e docente di Pediatria, Anestesiologia, Farmacologia e Neurobiologia presso l’University of Arkansas College of Medicine. Egli sostiene che i recettori sensoriali cutanei appaiono nella zona periorale del feto umano durante la 7a settimana di gestazione, si diffondono nel resto della faccia, sui palmi delle le mani, e sulle piante dei piedi, durante l’11a settimana, sul tronco e le parti prossimali delle braccia e delle gambe durante la 15a settimana, e per tutte le altre superfici cutanee e le mucose entro la 20a settimana». Nel 2005, chiamato a testimoniare davanti alla Congresso americano della Camera dei Rappresentanti, ha dichiarato sotto giuramento: «La mia opinione è che molto probabilmente la maggior parte dei feti a 20 settimane dopo il concepimento sarà in grado di percepire uno spiacevole dolore in seguito a stimoli nocivi».. Un anno dopo, nel 2006, sulla rivista Pain: Clinical Updates, dirà: «La nostra attuale comprensione dello sviluppo prevede l’attuarsi delle strutture anatomiche, dei meccanismi fisiologici, e delle prove funzionali per la percezione del dolore, durante il secondo trimestre, non certo nel primo, ma ben prima che inizi il terzo trimestre di gestazione» (Anand KJS. Fetal Pain? Pain: Clinical Updates. 14:2 (2006) 1-4 anand 2006).

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