Perché i lefebvriani e non gli altri? Le ragioni di una scomunica

lefebvriani scomunicati

Roma è indulgente sui vescovi comunisti cinesi, accoglie l’arcivescova anglicana ma scomunica i lefebvriani. Risposta alle obiezioni e ai falsi parallelismi.


 

 

di
Daniele Trabucco*
 
 
*docente di Diritto Costituzionale presso la SSML San Domenico

 
 

Vi è nel gesto di Écône del 01 luglio 2026 qualcosa di più grave di una semplice irregolarità canonica.

Vi è la pretesa, teologicamente vertiginosa, di trasformare la disobbedienza in obbedienza più alta, la rottura della forma visibile della comunione in servizio reso alla comunione stessa, l’atto compiuto senza mandato in testimonianza di fedeltà alla Chiesa.

È qui che la Fraternità San Pio X non si limita a contestare Roma. Finisce per installare se stessa come misura ultima di ciò che Roma dovrebbe essere.

 

Lefebvriani, una sfida pericolosa

L’omelia del Rev. don Davide Pagliarani, nel giorno delle ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, mostra con chiarezza questo corto circuito.

Il tono non è quello della sfida aperta. È più sottile e, proprio per questo, più problematico.

Pagliarani non rivendica una ribellione. Presenta il gesto come necessità, come dovere, come rimedio doloroso imposto dalla crisi della Chiesa.

L’argomento è noto: la Tradizione sarebbe minacciata, le anime avrebbero bisogno di pastori, Roma non garantirebbe più con sufficiente chiarezza la continuità della fede, dunque la Fraternità sarebbe costretta ad agire.

Questa costruzione possiede una forza retorica evidente, perché non si pone contro la Chiesa in nome di un principio estraneo. Si pone contro un atto della Chiesa in nome della Chiesa stessa. Ed è precisamente qui che diventa più pericolosa.

La Fraternità non dice semplicemente: disobbediamo. Dice: obbediamo meglio.

Non dice: ci separiamo. Dice: restiamo più profondamente uniti.

Non dice: sostituiamo il giudizio della Sede apostolica. Dice: ne custodiamo l’intenzione autentica contro le sue deviazioni storiche.

La disobbedienza viene così assorbita dentro un linguaggio sacrale che la rende quasi irriconoscibile.

 


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La cattolicità diventa autocertificazione

Il problema non è l’amore per la Tradizione. Il problema è l’appropriazione della Tradizione come criterio sovrano contro la forma ecclesiale che la rende cattolica.

La Tradizione, infatti, non è un contenuto puro, non è una dottrina sospesa in una regione incontaminata dello spirito, non è una biblioteca metafisica affidata ai più coerenti. È vita ricevuta, trasmessa, custodita dentro un corpo visibile, segnato dalla fragilità della storia e dall’autorità di Pietro.

Quando la Tradizione viene separata da questa forma visibile, smette di essere principio cattolico e tende a diventare possesso identitario.

Don Pagliarani sembra voler evitare proprio questa accusa, insistendo sul fatto che la Fraternità non intende fondare una Chiesa parallela.

Eppure la difficoltà rimane. Perché non basta dichiarare di non voler fondare una struttura parallela quando si compie l’atto episcopale più radicale senza il mandato di colui che garantisce la comunione episcopale. La formula “senza giurisdizione” non elimina il problema, lo sposta soltanto.

Anche senza rivendicare un territorio canonico, la Fraternità rivendica un potere di supplenza che, di fatto, le consente di giudicare quando la legge della comunione debba cedere davanti alla sua diagnosi della crisi. Qui il discorso si fa filosoficamente decisivo.

Ogni atto di eccezione contiene una domanda sulla fonte che lo autorizza. Chi decide che lo stato di necessità esiste? Chi decide che la necessità consente di superare il divieto? Chi decide che il bene custodito giustifica la ferita inferta alla forma comune?

Se la risposta ultima è lo decide il soggetto che compie l’atto, allora la cattolicità viene trasformata in autocertificazione. Non esiste più una comunione che giudica anche chi si ritiene puro. Esistono centri di purezza che giudicano la comunione.

 


Noi siamo Chiesa scomunicata da Papa Francesco
(28/05/2014)


 

Indulgenza sui vescovi cinesi comunisti?

L’obiezione sul caso cinese, a questo punto, appare più suggestiva che convincente.

Si dice: Roma usa indulgenza verso Vescovi provenienti da una situazione compromessa con il potere politico cinese, mentre colpisce la Fraternità che professa integralmente la fede.

L’obiezione tocca un punto reale, perché la diplomazia vaticana verso la Cina può suscitare inquietudini profonde. Tuttavia, le due situazioni non sono simmetriche.

Nel caso cinese, Roma tenta di ricondurre una ferita dentro un riconoscimento pontificio, in un contesto segnato da coercizione statale e da una pressione politica esterna alla libertà della Chiesa.

Nel caso della Fraternità, invece, un corpo ecclesiale che si dice pienamente cattolico sceglie consapevolmente di agire senza mandato pontificio, dopo aver ricevuto un chiaro invito a non procedere. La differenza è decisiva.

In Cina la Santa Sede cerca, anche con mezzi discutibili, di riassorbire una lacerazione. A Écône la lacerazione viene prodotta in nome di una purezza superiore.

Lì il problema nasce anche dall’interferenza di un potere politico. Qui nasce da una teologia dell’eccezione che si autolegittima.

Lì Roma tenta di recuperare la forma della comunione. Qui la Fraternità pretende di sospenderla per salvarne il contenuto.

 

Indulgenza sulla vescova anglicana?

Lo stesso vale per gli anglicani.

Si dice: l’”Arcivescovo” di Canterbury viene ricevuto con onore, benché rappresenti una comunione separata, mentre i Vescovi della Fraternità vengono trattati con severità.

Anche qui l’apparenza polemica inganna.

L’”Arcivescovo” di Canterbury non viene riconosciuto come vescovo cattolico. Non riceve giurisdizione nella Chiesa cattolica. Non viene autorizzato a compiere atti interni di governo sacramentale cattolico.

È accolto come interlocutore ecumenico, proprio perché permane una distanza. La cortesia diplomatica non equivale al riconoscimento ecclesiologico.

La Fraternità, al contrario, non si presenta come interlocutore esterno. Si presenta come cuore fedele della Chiesa, e da questa posizione compie un atto che appartiene al centro della struttura sacramentale cattolica.

Non chiede di essere ascoltata come realtà separata. Pretende di agire come soggetto interno, pur sottraendosi all’atto che rende internamente cattolico l’esercizio dell’episcopato. È questa pretesa a rendere più grave il caso, non meno grave.

 


Lefebvriani: se Tradizione e necessità sono idoli per autoproclamarsi
(14/05/2026)


 

Lefebvriani, soggettivismo travestito

Il cortocircuito della Fraternità consiste, dunque, nel voler essere dentro e fuori nello stesso tempo.

Dentro, quando rivendica la pienezza della fede cattolica. Fuori, quando si sottrae al giudizio concreto dell’autorità apostolica. Dentro, quando parla in nome della Chiesa. Fuori, quando decide da sé che cosa la Chiesa debba tollerare in nome della necessità.

Dentro, quando invoca Pietro. Fuori, quando ritiene di poter correggere Pietro mediante un fatto compiuto.

Una critica autenticamente cattolica alla crisi della Chiesa non può trasformarsi in sovranità privata. Può essere severa, lucida, persino profetica. Non può, però, erigere la propria diagnosi a fonte di legittimità sacramentale.

Nel momento in cui la Fraternità pretende di salvare la Tradizione sospendendo l’obbedienza che ne custodisce la cattolicità visibile, essa non difende soltanto un deposito ricevuto.

Introduce un principio nuovo e quel principio è più moderno di quanto essa immagini: il primato del giudizio autonomo sulla forma ricevuta.

Per questo il gesto di Écône appare teologicamente più inquietante di quanto la sua retorica devota lasci intendere.

Non è la Tradizione contro la modernità. È una forma estrema di modernità vestita da Tradizione, perché pone il soggetto, la sua coscienza storica, la sua diagnosi della crisi, al vertice pratico dell’ordine ecclesiale.

La Fraternità denuncia il soggettivismo contemporaneo e poi rischia di riprodurlo nella forma più alta, quella sacrale.

 


Gli amici di Ratzinger criticano «l’arroganza spirituale» della FSSPX
(25/06/2026)


 

Come si custodisce la Tradizione

La Chiesa può essere criticata. Può essere ferita dai suoi pastori. Può apparire opaca, incerta, perfino smarrita. Eppure nessuno salva la Chiesa sostituendosi al principio della sua unità.

La Tradizione non si custodisce diventando fonte di se stessa. Si custodisce rimanendo dentro quella comunione che spesso umilia, limita, ferisce l’orgoglio dei puri, e proprio per questo impedisce alla purezza di trasformarsi in scisma spirituale.

In conclusione, allora, il dramma della Fraternità non è avere visto la crisi. È avere creduto che la lucidità sulla crisi potesse autorizzare un’eccezione permanente.

È avere chiamato fedeltà ciò che, nella sua struttura profonda, somiglia sempre più a un’autoinvestitura.

È avere intuito che la Chiesa soffre, senza accettare che nessuna sofferenza ecclesiale autorizzi a diventare il proprio tribunale ultimo.

Autore

Daniele Trabucco

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22 commenti a Perché i lefebvriani e non gli altri? Le ragioni di una scomunica

  • Entella ha detto:

    A proposito del “solo loro” attenzione a non dimenticare che la Chiesa ha scomunicato a destra come a sinistra. Ricordiamoci la scomunica di Papa Francesco agli ultra-progressisti di Noi siamo Chiesa….Uccr ne aveva parlato abbondantemente: https://www.uccronline.it/2014/05/28/papa-francesco-ha-scomunicato-noi-siamo-chiesa/

  • Francesco ha detto:

    Aggiungo anche una cosa: la Tradizione, cioè quanto trasmesso dagli apostoli, riguarda in primo luogo i contenuti della fede. Non le forme del rito, che sono cambiate nel corso dei secoli e magari chissà, tra un secolo cambieranno ancors. La nostra fede è incarnata nella storia, e opporsi a un Concilio che invece si pone in continuità con l’insegnamento bimillenario della Chiesa (come hanno fatto notare anche cardinali solitamente inquadrati come “conservatori”) è un atto di presunzione e di arroganza.

  • Zione ha detto:

    Sarebbe molto bello se Don Pagliarani et socii leggessero con attenzione, anzi meritasse, questo articolo davvero magistrale.

    • Joseph ha risposto a Zione:

      Articolo più che giusto. E in questa loro falsità mascherata da obbedienza ci vedo l’atteggiamento del diavolo. In particolare, a tal proposito mi viene in mente alcune apparizioni in cui si pose come penitente di fronte a Padre Pio, ma poi ogni volta giustificava le sue azioni, anche tremende, come se avessero avuto la sua logica e fossero cose normali. Il vero problema qui non é solo la mancata autorizzazione, ma il cercare di giustificarsi rigirando la verità in questo modo insidioso. E a proposito di San Pio, sia lui che Santa Veronica Giuliani, ma anche tanti altri Santi, hanno affrontato momenti di prova che hanno incluso l’essere fraintesi e limitati dalle autorità ecclesiali nonostante fossero innocenti. Loro si sono forse ribellati agendo in modo diverso da quanto era stato loro ordinato e concesso? No. Hanno obbedito, nonostante questo causasse loro sofferenza. Perché il sommo modo di aderire a Dio è obbedire, anche quando fa star male, offrendo questa propria mortificazione e la propria obbedienza a Dio, rispettando la Chiesa anche quando ancora deve giungere a capire, quando qualcosa che facciamo é giusto. E questo avrebbero dovuto fare anche loro. Comprendere, accettare e desistere, esattamente come Dio avrebbe voluto. La loro obbedienza sarebbe stata molto più gradita a Lui di quanto non abbiano preteso di fare. La ribellione, soprattutto se motivata in questo modo qui, viene dal Male. Piuttosto, si esprime il dissenso in altri modi e si cerca soprattutto di capire perché le cose sono state decise in questo modo dalla Chiesa.

  • Zione ha detto:

    Sarebbe molto bello se Don Pagliarani et socii leggessero con attenzione, anzi meditassero (erratum corrigo), questo articolo davvero magistrale.

  • lorenzo ha detto:

    Riposto il commento del vescovo Athanasius Schneider che ritengo, ma è ovviamente una mia personalissima opinione, molto più esperto in materia di un docente di Diritto Costituzionale:
    “Non è affatto scismatico. E dobbiamo correggere il significato stesso di “scismatico”. Negli ultimi secoli abbiamo avuto una visione molto riduttiva di ciò che è scismatico, una visione completamente legalistica. E abbiamo avuto una visione riduttiva anche di ciò che è l’obbedienza. Abbiamo persino assolutizzato l’obbedienza al papa, che è una creatura, non è Dio. Il Papa non è Dio. E in realtà, di fatto, devo affermare che nella psicologia di tante persone, tradizionali o conservatrici, persino vescovi e cardinali fino ai nostri giorni, c’è un’implicita divinizzazione del Papa. Dico implicita. Non formale, non esplicita, implicita. Pertanto, qualsiasi disobbedienza viene immediatamente etichettata: sei scismatico, perché sei disobbediente.

    Questo era estraneo alla grande tradizione della Chiesa. Era del tutto estraneo ai Padri della Chiesa. Sono uno studioso di patristica e, pertanto, quando sant’Atanasio disobbedì al papa, questi lo scomunicò. E così fece papa Liberio. Ritengo che quella scomunica fosse di natura formale. Naturalmente, secondo la legge si trattava di una scomunica. Ma ritengo che questa scomunica fosse, agli occhi di Dio, invalida. Come ha potuto papa Liberio, che collaborò in qualche modo con gli ariani, con tanta ambiguità, come ha potuto scomunicare il più grande difensore dell’ortodossia? Agli occhi della storia, questa scomunica di papa Liberio nei confronti di sant’Atanasio fu ingiusta e, credo, agli occhi di Dio invalida.

    Penso che ora la questione della consacrazione della Fraternità San Pio X sia in qualche modo provvidenziale. Dio la permette perché siamo una grande famiglia e la Fraternità San Pio X appartiene alla nostra famiglia. Non è al di fuori della Chiesa.”

    +Athanasius Schneider (vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana)

    • Antonio ha risposto a lorenzo:

      Athanasius Schneider è un piccolo ma rumoroso vescovo del Kazakistan a rischio scomunica da tempo, stretto amico dello scomunicato Viganò, sostenitore di teorie fantascientifiche sul Nuovo Ordine Mondiale e già visitatore apostolico della FSSPX, con la quale continua a mantenere legami ambigui. Qualunque cosa dica non ha per me alcuna credibilità da anni.

      • lorenzo ha risposto a Antonio:

        Mi cospargo il capo di cenere e mi inchino di fronte a chi, senza neppure il sacramento dell’Ordine, è più cattolico del vescovo Athanasius Schneider!

      • Morgan Firmato ha risposto a Antonio:

        Fantascienza un accidenti!

        Gli stessi massoni, lo stesso Schwab, creatore del WEF, parlano apertamente del Nuovo Ordine Mondiale e tutti i politici appartenenti ripetono a pappagallo: “to build back better “.

        Quindi o è obnubilato, o colluso, tertium non datur.

        Dio conosce la Verità e non è certo nella sua mera e limitata opinione umana.

    • Paolo ha risposto a lorenzo:

      Lorenzo, grazie per aver riportato il pensiero di mons. Schneider. Pur rispettandone la figura, credo che il parallelismo con sant’Atanasio sia storicamente ed ecclesiologicamente molto problematico.

      Anzitutto, il caso di papa Liberio è tra i più complessi della storia della Chiesa. Gli studiosi discutono ancora oggi quale sia stata l’effettiva portata dei documenti firmati durante il suo esilio sotto la pressione dell’imperatore Costanzo II. È quindi difficile utilizzare quella vicenda come precedente chiaro.

      Ma il punto decisivo è un altro. Sant’Atanasio non si è mai costituito criterio ultimo della Tradizione né ha creato una successione episcopale indipendente dall’autorità del Romano Pontefice. Egli difese fino all’eroismo la fede definita dal Concilio di Nicea contro la pressione dell’autorità politica e di molti vescovi, rimanendo sempre convinto di appartenere alla Chiesa cattolica e attendendo che la verità fosse riconosciuta dalla Chiesa stessa.

      La situazione della FSSPX è diversa. Qui non siamo davanti alla difesa di un dogma definito da un Concilio ecumenico contro un’eresia, ma alla decisione di procedere deliberatamente a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, dopo un esplicito invito a non farlo, attribuendo alla propria valutazione della crisi ecclesiale un valore pratico superiore al giudizio dell’autorità competente.

      È proprio questo il punto messo bene in luce dall’articolo del Professor Trabucco: il problema non è l’amore per la Tradizione, ma il rischio che la Tradizione cessi di essere un dono ricevuto nella comunione ecclesiale e diventi il criterio con cui un soggetto giudica la Chiesa stessa.

      Credo che sia questa la differenza sostanziale tra il caso di sant’Atanasio e quello della Fraternità.

      • lorenzo ha risposto a Paolo:

        Se in coscienza sei convinto di quello che hai scritto, non spetta certo a me giudicare se la tua coscienza è retta o no: un abbraccio in Cristo.

        • Paolo ha risposto a lorenzo:

          Ricambio di cuore l’abbraccio con sincera stima e affetto. Affidiamo tutto alla Provvidenza del Signore, che guida la Sua Chiesa. Un caro saluto in Cristo.

  • Paolo ha detto:

    Articolo davvero notevole. Le dinamiche di questa “auto-investitura” e della pretesa di assumere la Tradizione come criterio ultimo di giudizio mi hanno fatto tornare alla mente una celebre pagina dei Promessi Sposi (cap. XXII), quando Manzoni descrive le pressioni esercitate sul cardinale Federigo Borromeo:

    […O] fossero di que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi.

    Vi è qui una straordinaria intuizione antropologica. Esiste infatti il rischio di trasformare il punto in cui siamo giunti noi stessi nel criterio con cui giudicare la realtà e perfino la Chiesa. È precisamente ciò che l’articolo mette in luce: quando la Tradizione cessa di essere un dono ricevuto nella comunione ecclesiale e diventa il criterio con cui il singolo o un gruppo pretende di misurare la Chiesa stessa, essa perde il suo carattere propriamente cattolico e rischia di diventare un possesso identitario.

    Per questo credo sia importante evitare anche l’errore opposto. Se una certa deriva tradizionalista rischia di assolutizzare la propria lettura della Tradizione, una certa deriva modernista rischia invece di relativizzare il deposito della fede. In entrambi i casi, il criterio ultimo non è più qualcosa che si riceve, ma qualcosa che il soggetto finisce per determinare.

    La vera Tradizione cattolica, invece, non è una “biblioteca metafisica” né un’identità da difendere contro la Chiesa, ma la vita della fede continuamente ricevuta, custodita e trasmessa nella comunione visibile della Chiesa guidata dal Successore di Pietro.

  • Sebastiano ha detto:

    Ho letto e riletto l’articolo ma non riesco a comprenderne la ragionevolezza ultima, lasciandomi il sospetto che si sia voluto dare una giustificazione posticcia, con argomentazioni poco convincenti e abbastanza arrampicate, su una questione che nella sua elementare vicenda è di una chiarezza sufficiente a se stessa: la FSSPX ha disobbedito al Papa, ordinando vescovi senza la sua approvazione. Per questo, e non per altro, è stata scomunicata. La scomunica era obbligatoria sia ai sensi dei sacri canoni sia del sensus fidei: si è in comunione (altrimenti si è fuori dalla communio, cioè scomunicati) se si obbedisce al papa su questioni di fede (e questa lo è), il contrario è l’autocostruzione di un’altra Chiesa (con o senza “giurisdizione, poco importa, sempre altera et extra risulta). Punto.

    A riflettere su quanto scritto nell’articolo sembra che invece il peccato più grave della FSSPX, ancora più delle ordinazioni vescovili senza mandato, sia di aver operato questa disobbedienza “da dentro”, perché si è autonominata nel ruolo di custode migliore della fede. Mi sembra una forzatura, e non da poco. Ci sono altri moltissimi casi di “disobbedienza da dentro”, alcuni sfocianti e altri già sfociati in aperta e palese violazione tanto della dottrina scritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica quanto dell’obbedienza riserva a Pietro. E guarda caso riguardano proprio le situazioni tedesca e cinese (cosa che l’articolista si affanna a distinguere, per controbattere le accuse di simmetria). Si dice:

    Nel caso cinese, Roma tenta di ricondurre una ferita dentro un riconoscimento pontificio, in un contesto segnato da coercizione statale e da una pressione politica esterna alla libertà della Chiesa

    Una visione quantomeno edulcorata, come se la “coercizione statale” o la “pressione politica esterna alla libertà della Chiesa” non fossero una costante in tutta la storia della Chiesa, a partire da San Pietro in poi; a distanza ormai di anni (e quindi neppure giustificabile come “sperimentazione”), sulla base di un accordo segreto di Paroliniana fattura (e quando mai i figli di Dio hanno bisogno di segreti e non invece di poter agire alla luce del sole?), ben paludato nelle vesti della diplomazia (il che giustifica, a quanto pare, la qualunque), la realtà è sotto gli occhi di tutti: i “vescovi della chiesa patriottica” nominati dal partito comunista e senza mandato pontificio (scomunicati anch’essi latae sententiae, sì o no?), vengono promossi al rango di Vescovi della chiesa Cattolica, spodestando non di rado vescovi fedeli a Roma e al Papa e che per questa fedeltà hanno pagato con la vita e con il carcere, e dopo, solamente dopo, riconosciuti, obtorto collo, dal vaticano. Molto istruttivo, giusto per fare un solo esempio, ma se ne possono trovare numerosi altri, questo articolo: https://www.diakonos.be/chi-nomina-i-vescovi-in-cina-le-narrazioni-opposte-di-roma-e-di-pechino/ (e ora non si dica che “però Sandro Magister ecc. ecc.”, guardiamo alla luna e non al dito). Affermare che non c’è simmetria mi sembra alquanto azzardato. Nel frattempo, la situazione della Chiesa Cattolica in Cina, anziché migliorare sta peggiorando, con chiese costrette a esporre (all’interno) la bandiera del partito comunista e con il divieto per le comunità di insegnare il catechismo ai minori di 18 anni.
    Viene alla mente il detto attribuito a Churchill: “potevate scegliere tra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”

    La questione tedesca è, se possibile, ancora più maleodorante. La FSSPX è accusata (presumo a ragione, ma non sono un esperto) fra le altre cose (e per qualcuno sono ancora più gravi e fondanti dell’aver disubbidito al Papa) di non accettare il Concilio Vaticano II e i suoi atti (concilio che, pur non avendo ufficialmente promulgato alcun dogma, ha elaborato atti che vengono considerati da certi interpreti alla stessa stregua del dogma stesso).
    Ora, se diversi Vescovi tedeschi, e una non piccola parte parte del clero, agisce in aperta violazione di atti dello stesso concilio, della dottrina cattolica e, soprattutto, delle disposizioni vincolanti e dei richiami fatti dal vaticano (si presume con l’approvazione del Papa), cosa si dovrebbe pensare di costoro? Anche in questo caso, non sono questioni di ieri sera e neppure di avantieri (la pazienza, anche quella ecclesiale, deve avere un limite, altrimenti è condiscendenza). Cito solo l’ultima in ordine di tempo: il vescovo ausiliare Christian Würtz di Friburgo che ha dato pieno appoggio all’appello del Synodale Weg (il famoso cammino sinodale tedesco, che ogni tanto ne sforna qualcuna in omaggio alla democrazia parlamentare e non a Gesù Cristo): “Poiché l’orientamento omosessuale è parte integrante della persona umana creata da Dio, esso deve essere giudicato eticamente allo stesso modo dell’orientamento eterosessuale. La sessualità omosessuale, anche quando espressa attraverso atti sessuali, non è quindi un peccato che separa da Dio“. Da confrontare con quanto è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357 (che, per carità di patria, non riporto). Richiami? Ammonimenti severi? Minacce di scomunica (che, peraltro, sarebbe pienamente giustificata, visto che insegnano cose diverse dalla dottrina cattolica)? Nessuna.
    Fa il paio, con accenti ancora peggiori, un’altra vicenda: a Londra, il cardinale Timothy Radcliffe, assieme al vescovo John Rawsthorne (non esattamente due viceparroci di campagna), hanno celebrato una messa per festeggiare i “50 anni di amicizia” di due noti gay, “sposati civilmente”, e ovviamente sostenitori dell’agenda lqbtq+. Cerimonia conclusa con benedizione pubblica della coppia (“preghiamo te, Dio d’amore, di effondere la tua grazia su Julian e Martin in occasione del cinquantesimo anniversario della loro unione”) che ovviamente tutti ovviamente, e correttamente, hanno interpretato come benedizione alla loro unione omosessuale. Mi chiedo cosa ne penserà Tucho Fernandez, rileggendo Fiducia Supplicans, paragrafo 40: “Tale benedizione non deve mai essere impartita in competizione con, né in relazione a, riti di unione civile. Né deve essere eseguita con abiti, gesti o parole specifici di un matrimonio”. Si sarà messo a contare quanti secondi ci hanno messo? di più o dimeno dei famosi 10-15? o si sarà chiesto se l’hanno fatto con o senza i paramenti sacri, e dentro o fuori dai confini del sagrato? E anche su questo niente da dire? E anche questo disastro non proviene forse “da dentro”, pretendendo di saperne di più dell’Autorità Costituita della Chiesa e delle sue disposizioni vincolanti in quanto atti magisteriali? E non è forse anche questo un “soggettivismo travestito”?
    Infine la questione della papessa anglicana. Si scrive:

    L’”Arcivescovo” di Canterbury non viene riconosciuto come vescovo cattolico. Non riceve giurisdizione nella Chiesa cattolica. Non viene autorizzato a compiere atti interni di governo sacramentale cattolico.

    Sarà curioso osservare che nessuno ha mai formulato accuse del genere (che sarebbero, oltre che manifestamente false, anche banalmente idiote). Molti, fra i quali il sottoscritto, hanno invece osservato che i responsabili della FSSPX avrebbero dovuto, a maggiori e più pressanti ragioni di quelle essenzialmente diplomatiche, essere ricevuti in udienza dal Papa (e credo che ne avessero ben di più di una “sacerdotessa” anglicana, attivista omosessuale “sposata” con un’altra donna), ma non perché ciò avrebbe sottinteso a un loro “riconoscimento ufficiale” (questo è solo un sospetto dei soliti cosacedietristi), ma per scovarli e metterli alle strette, in chiaro e davanti a tutti, sul punto fondamentale: se le ordinazioni vescovili fossero davvero dettate dallo “stato di necessità” (cosa che io non credo) o piuttosto non fossero (come poi sono state realmente) una forzatura mascherata al principio fondamentale della Chiesa: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni caelorum”.
    Tutto il resto sono chiacchiere da salotto.

    • Paolo ha risposto a Sebastiano:

      Sebastiano, il tuo intervento è di rara lucidità e tocca corde che molti cattolici avvertono come profondamente dolenti. Hai perfettamente ragione nel denunciare le macroscopiche incoerenze e i pesanti doppi pesi nella gestione della disciplina ecclesiale: i casi tedesco e londinese mostrano derive dottrinali gravissime che feriscono la comunione ‘da dentro’, e l’interrogativo sul perché non si usi la stessa fermezza è un problema di governo reale, che non può essere liquidato come semplice ‘chiacchiera da salotto’. Colpisci nel segno anche quando suggerisci che un’interlocuzione più visibile e paterna da parte della Santa Sede avrebbe rafforzato la posizione di Roma, mostrando che si è tentata ogni via prima del dramma della rottura.

      Tuttavia, credo che per cogliere l’essenza dell’articolo di Trabucco occorra fare un passo ulteriore, spostandoci dal piano (legittimo) della critica alla diplomazia o alla coerenza pastorale, a quello strettamente ecclesiologico. Stiamo guardando due livelli diversi.

      Il vero nodo strutturale della vicenda FSSPX non è semplicemente l’obbedienza o la disobbedienza in sé, e non è del tutto simmetrico alla Cina o alla Germania. In Cina si tenta, pur tra mille fatiche e compromessi discutibili, di ricondurre una realtà ferita dentro l’alveo romano; in Germania, pur davanti a tesi eretiche, nessuno ha finora compiuto l’atto ontologico e formale di creare una successione apostolica e una gerarchia parallela.

      Il cuore del problema risiede in una domanda fondamentale: chi ha l’autorità di giudicare e decretare lo stato di necessità?

      La tesi lefebvriana si fonda sull’idea che il singolo o un gruppo possano dichiarare autonomamente lo stato di necessità e, in base a questo proprio giudizio, compiere atti sacramentali e di governo contro l’esplicito divieto del Papa. Se si accetta questo principio, la Chiesa rischia di cessare di essere un corpo organico, perché il criterio ultimo della comunione non sarebbe più un’autorità ricevuta, ma il giudizio di ciascun soggetto sulla gravità della crisi. Finisce così per costruirsi una prassi ecclesiologica autonoma.

      Se il giudizio sullo stato di necessità appartenesse al singolo soggetto, allora non esisterebbe più alcun criterio oggettivo per distinguere il profeta dal fondatore di uno scisma: ciascuno potrebbe sempre appellarsi alla propria coscienza per giustificare l’eccezione. È precisamente questo il meccanismo che Trabucco definisce ‘autoinvestitura’: il soggetto non riceve più la Tradizione e la comunione dalla Chiesa guidata da Pietro, ma si autonomina misura ultima della Tradizione stessa.

      Il dramma del nostro tempo è che, pur partendo da presupposti opposti, modernismo e tradizionalismo radicale rischiano di convergere nello stesso errore formale: il criterio ultimo della verità non è più qualcosa che si riceve nella comunione della Chiesa, ma qualcosa che il soggetto ritiene di poter determinare da sé.

      • Sebastiano ha risposto a Paolo:

        Paolo, grazie per la tua risposta, come sempre attenta e ben articolata.
        Mi lascia perplesso però il modo in cui, ragionando “in ambito ecclesiologico”, focalizzi le questioni su Cina (“compromessi discutibili”, “ricondurre una realtà ferita dentro l’alveo romano”) e Germania (“tesi eretiche”, ma “nessuno ha finora compiuto l’atto ontologico e formale”).
        Sembra quasi che pur riconoscendo che si tratti di posizioni eterodosse (se non apertamente eretiche e scismatiche), esse siano giustificate (o comunque con minor colpa) perché si tratta (finora) solo di praxis e non di doxa.
        Mi sembra una tesi debole: se una prassi viene tollerata e non corretta adeguatamente e per tempo, presto o tardi (in questi casi direi presto, vista la velocità con la quale si susseguono le storture e vengono tollerate le devianze) la prassi giustificherà immancabilmente la doxa successiva (è più o meno quel che si sta operando a vari livelli: non si contesta apertamente una disposizione, ma non la si applica, e una volta che poi sarà diventata un costume comune si chiederà di giustificarla a posteriori, pena il disastro di altre dolorose separazioni).
        Dici bene: “chi ha l’autorità di giudicare e decretare lo stato di necessità?; su questo andava affrontata la questione della FSSPX. Le argomentazioni a sostegno della Salus Animarum non avevano e non hanno basi solide, e andavano demolite prima dello scoppio del bubbone: il medico pietoso fa la piaga purulenta.
        Questo criterio però andrebbe applicato sempre (anche in Cina, in Germania, in Inghilterra e in qualunque parte del mondo), non solo quando la pressione mediatica lo impone.
        Se l’errore consiste, e giustamente, nel fatto che “il giudizio di ciascun soggetto…finisce per costruirsi una prassi ecclesiologica autonoma” tale criterio allora vale anche per le situazioni riportate, quantunque non lo si affermi in chiaro. L’errore della FSSPX, stando a questo ragionamento, sarebbe stato quello di praticarlo, “ecclesiologicamente” parlando, in pubblico. Gli altri lo fanno di nascosto e mentendo, ma non per questo è meno grave o meno insidioso.
        Grazie di nuovo per la tua cortesissima risposta. Mediterò anche su quanto mi hai suggerito.

        • Paolo ha risposto a Sebastiano:

          Sebastiano, ti ringrazio sinceramente per questa ulteriore riflessione, perché coglie un punto decisivo. Hai ragione quando osservi che una praxis tollerata troppo a lungo rischia di trasformarsi, col tempo, in una nuova doxa: è un fenomeno ben noto nella storia della Chiesa e costituisce una delle maggiori preoccupazioni anche di molti fedeli. Su questo non credo ci sia molto da obiettare.

          Proprio per questo, però, continuo a ritenere che il caso della FSSPX ponga una questione ulteriore, propriamente ecclesiologica, che non coincide con quella – gravissima – delle derive dottrinali o pastorali che vediamo altrove.

          Un vescovo che insegna una dottrina erronea abusa dell’autorità che ha ricevuto e merita certamente di essere corretto. Ma l’autorità da lui esercitata continua, almeno formalmente, a provenire dalla comunione gerarchica della Chiesa. Diverso è il caso di chi istituisce una successione episcopale contro l’esplicito divieto del Romano Pontefice appellandosi a uno “stato di necessità” definito dal proprio stesso giudizio.

          Qui nasce, a mio avviso, la domanda decisiva: chi ha l’autorità di stabilire quando lo stato di necessità autorizza un’eccezione alla costituzione gerarchica della Chiesa?

          Se questo discernimento appartiene al singolo soggetto, allora il criterio ultimo della comunione non è più un’autorità ricevuta, ma il giudizio personale sulla gravità della crisi. È precisamente questo che Trabucco definisce “autoinvestitura”: non semplicemente una disobbedienza, ma la pretesa di attribuire a se stessi il potere di stabilire quando la comunione ecclesiale possa essere sospesa per salvaguardarne il contenuto.

          Questo, naturalmente, non assolve affatto le gravissime incoerenze che tu richiami riguardo alla Germania, alla Cina o ad altri contesti. Anch’esse, se non corrette, rischiano di produrre effetti devastanti. La differenza, però, non riguarda la gravità morale degli errori, bensì la loro natura ecclesiologica.

          Forse è proprio questo il dramma del nostro tempo: pur partendo da presupposti opposti, tanto il modernismo quanto il tradizionalismo radicale rischiano di convergere nello stesso schema formale. In entrambi i casi il criterio ultimo non è più qualcosa che si riceve nella comunione della Chiesa, ma qualcosa che il soggetto ritiene di poter determinare autonomamente. È questo, almeno a mio avviso, il punto più profondo che l’articolo di Trabucco cerca di mettere in luce.

          • Sebastiano ha risposto a Paolo:

            Grazie Paolo, comincio a vederci più chiaro.
            Qualche perplessità resta (soprattutto per l’inazione colpevole di chi dovrebbe correggere, mi sembra prodromica all’avvio di nuove tempeste), ma ci rifletterò più a fondo.
            Grazie ancora.

        • Paolo ha risposto a Sebastiano:

          Grazie a te, Sebastiano, per il confronto così onesto, profondo e rispettoso. Ammiro profondamente la tua capacità raziocinante, il tuo intellectus fidei e vorrei imitarti ma ne sono lontano, per questo attingo al patrimonio della tradizione e dei dottori della Chiesa. Le tue perplessità sulla fermezza del governo ecclesiale e sull’inazione di chi dovrebbe correggere sono non solo comprensibili, ma toccano una ferita reale che interpella la nostra fede.

          A questo proposito, mi fa piacere condividere con te una riflessione profonda di padre Giovanni Cavalcoli, che credo offra una sintesi perfetta dello stato d’animo di molti fedeli oggi:

          «L’amore è associato al dolore. Quanto più amiamo una persona, tanto più soffriamo se vediamo che si comporta male. […] Ora è vero che un fedele figlio della Chiesa non può non provare dolore ed amarezza, e a volte anche sdegno, sia per i mali dai quali è afflitta e sia per le offese che le arrecano certi suoi figli. Tuttavia occorre, per quanto è possibile, essere bene informati, obbiettivi nei giudizi e far uso di criteri validi, che la Chiesa stessa ci fornisce. Occorre evitare due estremi opposti: da una parte il catastrofismo, che può dipendere da un certo atteggiamento farisaico e dall’altra parte la leggerezza, che minimizza le cose che non vanno per poter giustificare la propria condotta lassista e irresponsabile. Il primo atteggiamento si nota nei lefevriani, il secondo si nota nei modernisti. Siccome i lefevriani sono oppressi, per loro tutto va male. Siccome invece i modernisti sono una lobby al potere, per loro tutto va bene.»

          Custodire questo dolore senza cedere né al catastrofismo farisaico né alla leggerezza lassista è la grande ascesi a cui siamo chiamati oggi per rimanere autenticamente cattolici.

          Ti auguro una buona e feconda riflessione e una santa domenica! Un caro saluto in Cristo, Maria e Giuseppe!

          • Paolo ha risposto a Paolo:

            Caro Sebastiano, aggiungo solo una breve e doverosa nota a margine, rivolta anche ai tanti lettori che in questi mesi hanno seguito silenziosamente i miei interventi qui su UCCR. Nei prossimi tempi ridurrò sensibilmente la mia presenza in questa combox. Avverto infatti l’esigenza di dedicare più tempo all’apologetica nei luoghi del web dove la fede cattolica è più frequentemente messa in discussione, in particolare nelle sezioni dei commenti di YouTube.Desidero ringraziare di cuore tutti voi per l’attenzione, le osservazioni, le critiche costruttive e i confronti sempre stimolanti che mi hanno aiutato a crescere. Molti dei dialoghi avuti qui mi accompagneranno anche in questo nuovo impegno.Spero che le nostre strade possano incrociarsi ancora, sempre nella comunione della Chiesa e nella ricerca sincera della verità. Vi affido alle mie preghiere e vi chiedo di ricordarmi nelle vostre.Un caro saluto a tutti, nel Sacro Cuore di Gesù, per Maria e con san Giuseppe.

  • Mauro Mazzoldi ha detto:

    Mi spiace ma questo articolo fa’ acqua da tutte le parti. Primo es. Se mio padre mi insegna ad uccidere è giusto che un parente onesto mi sottragga dalla sua nefasta presenza. È abbondantemente acclarato che anche Papa Leone nei suoi discorsi è assolutamente neo modernista. Basta studiare l omelia sulle chiavi di Pietro. Poi ci aiuta la parola di Dio ,ormai in disuso: MC 9,38-40… grazie

  • lorenzo ha detto:

    Faccio un copia incolla da questo link ” https://pellegrininellaverita.com/2026/07/01/il-papa-econe-e-il-topos-del-peccato/ ” perché, credo, metta bene a fuoco il vero problema:
    “Quando due soggetti, entrambi persuasi di servire Cristo, entrambi persuasi di operare per il bene della Chiesa, entrambi convinti di custodire un bene autentico, giungono a una situazione nella quale ogni nuovo gesto sembra approfondire la distanza invece di ricostruire la comunione, allora il problema non consiste più soltanto nello stabilire quale dei due abbia una porzione maggiore di ragione. Il problema consiste nel riconoscere che entrambi stanno ormai agendo all’interno di un medesimo topos, nel quale la logica della frattura tende continuamente a riprodurre se stessa: l’aver ragione non è l’aver la verità.
    Ogni padre di famiglia conosce questa esperienza: due figli iniziano una discussione, ma mentre all’inizio è relativamente semplice distinguere chi abbia provocato e chi abbia reagito, quando il litigio si prolunga, accade qualcosa di infinitamente più grave dell’offesa iniziale in quanto la relazione stessa cambia natura. Ogni parola viene interpretata come un’accusa e ogni silenzio come un’offesa ed ogni tentativo di spiegazione come una nuova provocazione: il padre continua naturalmente a sapere che il bene e il male esistono, ma comprende che la sua prima responsabilità non consiste più nel proclamare un vincitore, ma consiste proprio nel sottrarre i figli al luogo nel quale il litigio li ha ormai imprigionati.
    Forse questa immagine familiare a tutti, può aiutarci a comprendere anche la sofferenza della Chiesa in questi giorni: il dramma non consiste nel fatto che il Papa difenda l’unità ecclesiale e sarebbe ben assurdo rimproverarglielo visto che è precisamente il compito affidatogli da Cristo. E neppure tale dramma consiste nel fatto che la Fraternità ritenga di difendere ciò che considera un patrimonio essenziale della Tradizione in quanto anche questa convinzione possiede una propria coerenza interna, che non può essere liquidata con superficialità.
    Il dramma è che entrambe le posizioni sembrano ormai incapaci di generare quella comunione alla quale entrambe dichiarano di tendere ed è precisamente questa incapacità che mi sembra rivelare il topos del peccato.”