Perché i lefebvriani e non gli altri? Le ragioni di una scomunica
- Daniele Trabucco
- 10 Lug 2026

Roma è indulgente sui vescovi comunisti cinesi, accoglie l’arcivescova anglicana ma scomunica i lefebvriani. Risposta alle obiezioni e ai falsi parallelismi.

di
Daniele Trabucco*
*docente di Diritto Costituzionale presso la SSML San Domenico
Vi è nel gesto di Écône del 01 luglio 2026 qualcosa di più grave di una semplice irregolarità canonica.
Vi è la pretesa, teologicamente vertiginosa, di trasformare la disobbedienza in obbedienza più alta, la rottura della forma visibile della comunione in servizio reso alla comunione stessa, l’atto compiuto senza mandato in testimonianza di fedeltà alla Chiesa.
È qui che la Fraternità San Pio X non si limita a contestare Roma. Finisce per installare se stessa come misura ultima di ciò che Roma dovrebbe essere.
Lefebvriani, una sfida pericolosa
L’omelia del Rev. don Davide Pagliarani, nel giorno delle ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, mostra con chiarezza questo corto circuito.
Il tono non è quello della sfida aperta. È più sottile e, proprio per questo, più problematico.
Pagliarani non rivendica una ribellione. Presenta il gesto come necessità, come dovere, come rimedio doloroso imposto dalla crisi della Chiesa.
L’argomento è noto: la Tradizione sarebbe minacciata, le anime avrebbero bisogno di pastori, Roma non garantirebbe più con sufficiente chiarezza la continuità della fede, dunque la Fraternità sarebbe costretta ad agire.
Questa costruzione possiede una forza retorica evidente, perché non si pone contro la Chiesa in nome di un principio estraneo. Si pone contro un atto della Chiesa in nome della Chiesa stessa. Ed è precisamente qui che diventa più pericolosa.
La Fraternità non dice semplicemente: disobbediamo. Dice: obbediamo meglio.
Non dice: ci separiamo. Dice: restiamo più profondamente uniti.
Non dice: sostituiamo il giudizio della Sede apostolica. Dice: ne custodiamo l’intenzione autentica contro le sue deviazioni storiche.
La disobbedienza viene così assorbita dentro un linguaggio sacrale che la rende quasi irriconoscibile.
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La cattolicità diventa autocertificazione
Il problema non è l’amore per la Tradizione. Il problema è l’appropriazione della Tradizione come criterio sovrano contro la forma ecclesiale che la rende cattolica.
La Tradizione, infatti, non è un contenuto puro, non è una dottrina sospesa in una regione incontaminata dello spirito, non è una biblioteca metafisica affidata ai più coerenti. È vita ricevuta, trasmessa, custodita dentro un corpo visibile, segnato dalla fragilità della storia e dall’autorità di Pietro.
Quando la Tradizione viene separata da questa forma visibile, smette di essere principio cattolico e tende a diventare possesso identitario.
Don Pagliarani sembra voler evitare proprio questa accusa, insistendo sul fatto che la Fraternità non intende fondare una Chiesa parallela.
Eppure la difficoltà rimane. Perché non basta dichiarare di non voler fondare una struttura parallela quando si compie l’atto episcopale più radicale senza il mandato di colui che garantisce la comunione episcopale. La formula “senza giurisdizione” non elimina il problema, lo sposta soltanto.
Anche senza rivendicare un territorio canonico, la Fraternità rivendica un potere di supplenza che, di fatto, le consente di giudicare quando la legge della comunione debba cedere davanti alla sua diagnosi della crisi. Qui il discorso si fa filosoficamente decisivo.
Ogni atto di eccezione contiene una domanda sulla fonte che lo autorizza. Chi decide che lo stato di necessità esiste? Chi decide che la necessità consente di superare il divieto? Chi decide che il bene custodito giustifica la ferita inferta alla forma comune?
Se la risposta ultima è lo decide il soggetto che compie l’atto, allora la cattolicità viene trasformata in autocertificazione. Non esiste più una comunione che giudica anche chi si ritiene puro. Esistono centri di purezza che giudicano la comunione.

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Indulgenza sui vescovi cinesi comunisti?
L’obiezione sul caso cinese, a questo punto, appare più suggestiva che convincente.
Si dice: Roma usa indulgenza verso Vescovi provenienti da una situazione compromessa con il potere politico cinese, mentre colpisce la Fraternità che professa integralmente la fede.
L’obiezione tocca un punto reale, perché la diplomazia vaticana verso la Cina può suscitare inquietudini profonde. Tuttavia, le due situazioni non sono simmetriche.
Nel caso cinese, Roma tenta di ricondurre una ferita dentro un riconoscimento pontificio, in un contesto segnato da coercizione statale e da una pressione politica esterna alla libertà della Chiesa.
Nel caso della Fraternità, invece, un corpo ecclesiale che si dice pienamente cattolico sceglie consapevolmente di agire senza mandato pontificio, dopo aver ricevuto un chiaro invito a non procedere. La differenza è decisiva.
In Cina la Santa Sede cerca, anche con mezzi discutibili, di riassorbire una lacerazione. A Écône la lacerazione viene prodotta in nome di una purezza superiore.
Lì il problema nasce anche dall’interferenza di un potere politico. Qui nasce da una teologia dell’eccezione che si autolegittima.
Lì Roma tenta di recuperare la forma della comunione. Qui la Fraternità pretende di sospenderla per salvarne il contenuto.
Indulgenza sulla vescova anglicana?
Lo stesso vale per gli anglicani.
Si dice: l’”Arcivescovo” di Canterbury viene ricevuto con onore, benché rappresenti una comunione separata, mentre i Vescovi della Fraternità vengono trattati con severità.
Anche qui l’apparenza polemica inganna.
L’”Arcivescovo” di Canterbury non viene riconosciuto come vescovo cattolico. Non riceve giurisdizione nella Chiesa cattolica. Non viene autorizzato a compiere atti interni di governo sacramentale cattolico.
È accolto come interlocutore ecumenico, proprio perché permane una distanza. La cortesia diplomatica non equivale al riconoscimento ecclesiologico.
La Fraternità, al contrario, non si presenta come interlocutore esterno. Si presenta come cuore fedele della Chiesa, e da questa posizione compie un atto che appartiene al centro della struttura sacramentale cattolica.
Non chiede di essere ascoltata come realtà separata. Pretende di agire come soggetto interno, pur sottraendosi all’atto che rende internamente cattolico l’esercizio dell’episcopato. È questa pretesa a rendere più grave il caso, non meno grave.

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Lefebvriani, soggettivismo travestito
Il cortocircuito della Fraternità consiste, dunque, nel voler essere dentro e fuori nello stesso tempo.
Dentro, quando rivendica la pienezza della fede cattolica. Fuori, quando si sottrae al giudizio concreto dell’autorità apostolica. Dentro, quando parla in nome della Chiesa. Fuori, quando decide da sé che cosa la Chiesa debba tollerare in nome della necessità.
Dentro, quando invoca Pietro. Fuori, quando ritiene di poter correggere Pietro mediante un fatto compiuto.
Una critica autenticamente cattolica alla crisi della Chiesa non può trasformarsi in sovranità privata. Può essere severa, lucida, persino profetica. Non può, però, erigere la propria diagnosi a fonte di legittimità sacramentale.
Nel momento in cui la Fraternità pretende di salvare la Tradizione sospendendo l’obbedienza che ne custodisce la cattolicità visibile, essa non difende soltanto un deposito ricevuto.
Introduce un principio nuovo e quel principio è più moderno di quanto essa immagini: il primato del giudizio autonomo sulla forma ricevuta.
Per questo il gesto di Écône appare teologicamente più inquietante di quanto la sua retorica devota lasci intendere.
Non è la Tradizione contro la modernità. È una forma estrema di modernità vestita da Tradizione, perché pone il soggetto, la sua coscienza storica, la sua diagnosi della crisi, al vertice pratico dell’ordine ecclesiale.
La Fraternità denuncia il soggettivismo contemporaneo e poi rischia di riprodurlo nella forma più alta, quella sacrale.

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Come si custodisce la Tradizione
La Chiesa può essere criticata. Può essere ferita dai suoi pastori. Può apparire opaca, incerta, perfino smarrita. Eppure nessuno salva la Chiesa sostituendosi al principio della sua unità.
La Tradizione non si custodisce diventando fonte di se stessa. Si custodisce rimanendo dentro quella comunione che spesso umilia, limita, ferisce l’orgoglio dei puri, e proprio per questo impedisce alla purezza di trasformarsi in scisma spirituale.
In conclusione, allora, il dramma della Fraternità non è avere visto la crisi. È avere creduto che la lucidità sulla crisi potesse autorizzare un’eccezione permanente.
È avere chiamato fedeltà ciò che, nella sua struttura profonda, somiglia sempre più a un’autoinvestitura.
È avere intuito che la Chiesa soffre, senza accettare che nessuna sofferenza ecclesiale autorizzi a diventare il proprio tribunale ultimo.


















1 commenti a Perché i lefebvriani e non gli altri? Le ragioni di una scomunica
A proposito del “solo loro” attenzione a non dimenticare che la Chiesa ha scomunicato a destra come a sinistra. Ricordiamoci la scomunica di Papa Francesco agli ultra-progressisti di Noi siamo Chiesa….Uccr ne aveva parlato abbondantemente: https://www.uccronline.it/2014/05/28/papa-francesco-ha-scomunicato-noi-siamo-chiesa/