L’eutanasia la danno in due giorni, per le cure palliative servono mesi di attesa

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Il macabro paradosso di New York: in poco tempo si organizza la propria morte mentre vengono respinte per mesi le richieste di cure palliative.


 

Dal 5 agosto New York ha una nuova legge sull’eutanasia di Stato.

Consente agli adulti malati terminali, capaci di intendere e con un’aspettativa di vita non superiore a sei mesi, di chiedere farmaci per porre fine alla propria vita.

La misura, firmata dalla governatrice Kathy Hochul il 6 febbraio, rende New York il quattordicesimo Stato americano a consentire questa forma di suicidio medicalmente assistito.

 


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Le suore esentate dalla legge di New York

Intanto, però, il primo scontro giudiziario è già arrivato.

Le suore domenicane di Hawthorne hanno infatti contestato la normativa sostenendo che obblighi le loro strutture a partecipare, anche indirettamente, alla procedura di morte dei pazienti.

Una giudice federale ha dato loro ragione, impedendo (temporaneamente) allo Stato di applicare questi obblighi nei loro confronti. Alla causa si sono aggiunte le suore Carmelitane per gli anziani e gli infermi, le suore benedettine del St. Joseph’s Home for the Aged, le Piccole Sorelle dei Poveri e la diocesi cattolica di Rockville Center.

La legge, denominata “Medical Aid in Dying Act”, consentirà ai malati terminali che soddisfano determinati requisiti di ottenere in breve termine farmaci destinati a provocare la propria morte.

 


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Il contrasto: terapie di vita vs quelle di morte

Ma è la storia raccontata in questi giorni dalla canadese Colleen De Vos a mostrare il macabro paradosso di un suicidio assistito più facilmente accessibile delle cure destinate ad accompagnare il malato.

Nel 2023 suo padre, cattolico di 85 anni, era affetto da una malattia polmonare terminale e la famiglia cercò per lui un hospice o un programma di cure palliative a domicilio.

Tuttavia, per ben due volte, la richiesta fu respinta perché la sua diagnosi non venne ritenuta sufficiente per ottenere l’assistenza. «Eravamo assolutamente pronti a fornirgli assistenza 24 ore su 24», ha ricordato la donna.

Nel frattempo, un’infermiera gli parlò della possibilità del suicidio assistito. Così, l’uomo scelse infine di ricorrere al programma canadese di assistenza medica alla morte.

 


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Le parole del nuovo primo ministro inglese

Il contrasto rimase impresso nella memoria della figlia.

Ottenere le cure palliative era stato «molto difficile», mentre per il suicidio assistito tutto si era rivelato «molto semplice». I farmaci necessari arrivarono addirittura per posta, dentro una scatola di cartone.

Il paradosso emerse definitivamente il giorno fissato per la morte: proprio allora la famiglia venne informata che si era liberato un posto in hospice. Il padre, tuttavia, rifiutò.

È questa esperienza che dovrebbe scuotere le coscienze mentre New York inaugura il proprio nuovo sistema di morte somministrata dallo Stato.

Un problema rimarcato sorprendentemente anche dal nuovo Primo Ministro britannico, Andy Burnham.

Il quale ha dichiarato che il dibattito sulla legalizzazione del suicidio assistito dovrebbe attendere fino a quando non saranno stati sistemati i sistemi di cure palliative e di assistenza sociale per i cittadini.

 


Consulta il dossier: Eutanasia, 10 ragioni laiche contro il suicidio assistito

Autore

La Redazione

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2 commenti a L’eutanasia la danno in due giorni, per le cure palliative servono mesi di attesa

  • Sergio- ha detto:

    L’ennesima testimonianza che, una volta privati di trascendenza, negli uomini domina la morte.
    Una volta che la vita non abbia uno scopo metafisico, la logica dell’eutanasìa prevale: inevitabile..

  • Paolo ha detto:

    Questo macabro paradosso non è un semplice incidente di percorso, ma manifesta una precisa parabola antropologica. Esiste una profonda continuità tra la legittimazione dell’aborto e la normalizzazione dell’eutanasia: quando si accetta che la vita umana possa essere resa disponibile e selezionabile in determinate circostanze, viene indebolito il principio della sua indisponibilità oggettiva, aprendo la strada alla sua progressiva valutazione secondo criteri di utilità, qualità o autodeterminazione.

    Siamo così di fronte agli esiti estremi di quel relativismo che fa dell’uomo la misura del bene e del male, accompagnato da un immanentismo assoluto (inaugurato da Hegel) che recide progressivamente ogni riferimento a una trascendenza capace di fondare il valore della persona. Quando la vita perde il carattere di bene oggettivo e di dono, l’esistenza rischia di essere ridotta a una prestazione da mantenere finché ritenuta accettabile, oppure a un bilancio fra piacere e dolore.

    Il paradosso più inquietante è proprio quello denunciato nell’articolo: “lo Stato riesce a rendere disponibile la morte in due giorni, mentre lascia attendere per mesi chi chiede cure palliative”. Qui la tecnocrazia rivela il suo volto più contraddittorio: rapidissima nell’amministrare la morte, lentissima nel prendersi cura della persona.

    Non è vera compassione quando l’alternativa alla sofferenza viene identificata anzitutto con la soppressione di chi soffre. È il segno di un’antropologia che, avendo separato libertà e verità sul bene umano, trasforma la libertà stessa in una forma di autodterminazione sulla propria vita.

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