Carlo Rovelli e i pregiudizi sui credenti: parola di matematico (credente)

carlo rovelli fede

“A me non piace chi crede”: così il fisico Carlo Rovelli spiega il suo essere ateo. Il commento del matematico Francesco Malaspina.

 


 

di
Francesco Malaspina*
*docente ordinario di Geometria presso il Politecnico di Torino

 

Il noto fisico e divulgatore Carlo Rovelli, per spiegare il suo non credere, ha utilizzato frasi che hanno suscitato un certo gradimento.

Voglio provare a commentarle, non per attaccare Rovelli personalmente (anzi ribadisco la mia stima come fisico e come divulgatore).

Piuttosto perché mi pare raccontino, in modo particolarmente incisivo, una serie di pregiudizi, malintesi e stereotipi sulla fede e sulle differenze rispetto al metodo scientifico.

 


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Carlo Rovelli: visione ingenua della fede

La frase «a me non piacciono coloro che credono in Dio» è oggettivamente intollerante ma riceve ugualmente grande consenso.

Non viene citato esplicitamente il cristianesimo, sembra però naturale pensare che l’autore, vivendo tra l’Italia e la Francia, si riferisca più a questa religione che ad altre.

Anche io mi riferirò soltanto ad esso perché è centrale nella mia esperienza.

Nel mondo, il pensare «a me non piacciono coloro che credono in Dio» porta ogni anno a migliaia di persone perseguitate. Tuttavia, siamo assuefatti a questo tipo di attacchi qui in Occidente e ci viene naturale lasciare un “like”.

Il primo malinteso riguarda il tema della paura e del piacere a Dio.

Ecco le parole di Rovelli:

«A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene. Non mi piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni. Non mi piace rispettare i miei simili perché sono figli di Dio. Mi piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione per le persone».

È una visione molto ingenua della religione.

L’incontro con Dio non è un qualcosa da temere o da meritare.

L’infinito si dona a noi in uno slancio completamente gratuito. La salvezza arriva prima, è già arrivata, e avendo ricevuto questa buona notizia si può eventualmente decidere di “comportarsi bene”.

«Non mi piace consolarmi della morte pensando che Dio mi accoglierà», afferma ancora Rovelli.

«Mi piace guardare in faccia la limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a sorella morte».

Certo è una consolazione guardare alla morte pensando che “Dio mi accoglierà”, ma ancora meglio è percepire che mi ha già accolto.

 


Sono un matematico, ecco perché ho scelto l’assioma di Cristo
(11/06/2016)


 

Fede e scienza: perché è meglio

Da matematico credente vorrei toccare il tema della meraviglia davanti al mistero e del dubbio.

Ecco cosa afferma Carlo Rovelli:

«Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perché Dio l’ha creata così bella. Mi piace emozionarmi perché è così bella. A me non piacciono quelli che mi spiegano che il mondo l’ha creato Dio, perché penso che non lo sappia nessuno di noi da dove viene il mondo; penso che chi dice di saperlo si illude; preferisco guardare in faccia il mistero, sentirne l’emozione tremenda, piuttosto che cercare di spegnerla con delle favole. A me non piacciono coloro che credono in Dio e così sanno dove sta la Verità, perché penso che in realtà siano ignoranti quanto me. Penso che il mondo è per noi ancora uno sterminato mistero. A me non piacciono quelli che conoscono le risposte. Mi piacciono di più quelli che le risposte le cercano, e dicono “non so”».

Si ha spesso l’impressione che la scienza sia aperta al dubbio e sappia mettersi in discussione mentre la fede sia chiusa e cristallizzata (ci sono dei dogmi: o ci credi o non ci credi, fine).

In realtà, anche se crediamo che tutto sia pienamente rivelato in Cristo la nostra comprensione è sempre molto limitata e c’è molto spazio per la ricerca e la creatività.

Dall’altra parte, anche nella scienza è molto presente la fiducia.

Lo scienziato, nella sua attività, deve fidarsi degli assiomi della teoria matematica che sta utilizzando e dei teoremi dimostrati da colleghi o esperimenti condotti da altri, come pure della comunità scientifica che controlla che tali teoremi o esperimenti siano corretti.

Non può controllare tutto personalmente o cominciare sempre da zero se vuole dire qualcosa di nuovo.

In ogni teoria c’è poi bisogno di qualche punto fermo condiviso (una sorta di dogma) per poter avanzare. Insomma, scienza e fede religiosa sono accumunati sia dal dubbio che dalla fiducia.

 


Carlo Rovelli su Trump, finalmente un libero pensatore!
(20/11/2024)


 

Un mondo senza Dio: cosa manca

Può anche sembrare normale che i teoremi abbiano un autore, ma la creazione no e che quindi un buon scienziato non debba essere credente.

In realtà, ad un teorema senza autore viene a mancare un elemento fondamentale ovvero la passione di chi l’ha dimostrato. Noi matematici diamo giustamente grande importanza alla passione. Un creato senza creatore sarebbe plausibile da un punto di vista matematico ma sarebbe come avere un universo senza amore.

Senza Dio viene a mancare quella spinta gratuita di amore e si perde un elemento che, anche i matematici più lontani dalla religiosità, considerano essenziale.

Insomma, anche a me, come a Rovelli, piace emozionarmi davanti alla bellezza della natura. L’appagamento squisitamente estetico è davvero importante anche nella ricerca matematica.

Nel pensare che tale bellezza derivi dalla passione di un Autore non sminuisce l’emozione ma anzi introduce un elemento in più, ritenuto da tutti centrale.

Ho raccontato queste cose in un incontro all’Università di Parma.

 

carlo rovelli fede

 

La fede come assioma matematico

Infine, quando scegliamo un assioma o anche una definizione non sappiamo a priori se è ragionevole.

Lo assumiamo e poi vediamo se davvero è interessante. Potremo dire che è efficace se poi ci produce una matematica bella.

Io parto da qualcosa che avrei potuto anche definire in un altro modo, che non so cosa sia meglio definire in questo momento, però poi a posteriori vediamo se da lì c’è qualche frutto.

In fondo il mio cammino spirituale è stato questo: ad un certo punto ho intuito che, nel servizio ai poveri, il cristianesimo poteva dirmi qualcosa di bello (non avevo per niente tutto chiaro). E mi son detto: proviamo a vivere come se questo fosse vero.

Proviamo a pensare che questo incontro con i poveri mi dica qualcosa di piccolo, di locale, sull’amore di Dio, su qualcosa che non ha fine, proviamo a vivere questa vita, spenderla interamente, pensando che c’è questa dimensione che non riesco a cogliere perché immensa.

Sono partito così e, a posteriori, giudico quel passaggio della mia vita e vedo se ha prodotto una bella matematica.

Spesso ho necessità di ripercorrere quel passaggio, riscegliere la fede e giudicare nuovamente i frutti.

 


Due matematici cattolici a confronto su fede, ragione e dubbio
(15/07/2026)


 

Rovelli non crede, ma perché?

Rovelli non vuole correre il rischio di illudersi e usare questo modello (non solo sulla scommessa sulla morte ma anche sulla speranza che può essere data all’oggi) ma nel parlare del suo modo di accettare la prova cita una frase evangelica sugli uccelli che non hanno nido.

«Non mi piace chi si rifugia nelle braccia di una religione quando è sperso, quando soffre; preferisco chi accetta il vento della vita, e sa che gli uccelli dell’aria hanno il loro nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il suo capo».

Il suo spiegarci perché non crede si basa, ben poco razionalmente, nell’affermare che non gli piacciono quelli che credono.

Alla fine, però, su temi importanti converge sulle posizioni di Papa Leone. Non siamo così lontani.

Serpeggia ancora l’idea che un bravo scienziato non dovrebbe essere credente ma se si chiedono le ragioni ecco che si perde la logica.

In effetti, da sempre esistono scienziati credenti che credono con tutto il loro essere, ragione compresa.

E se gli chiedi il motivo, te lo sanno spiegare senza dirti che non gli piacciono gli atei (e senza scivolare nell’intolleranza).

 


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Autore

Francesco Malaspina

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35 commenti a Carlo Rovelli e i pregiudizi sui credenti: parola di matematico (credente)

  • Sergio- ha detto:

    Serpeggia ancora l’idea che un bravo scienziato non dovrebbe essere credente: ma se si chiedono le ragioni ecco che si perde la logica.

    Assolutamente corretto; l’ateismo è privo di qualsiasi logica.
    Solo in superficie, può illudersi di sostenerlo razionalmente.
    In profondità, svanisce ogni possibilità razionale-ragionevole.
    A meno di scivolare sul “nulla, che non è proprio un nulla, perchè al suo interno ci sono fluttuazioni quantistiche che portano all’esistere, all’universo, alla creatura autocosciente”.
    Tratto dalle elucubrazioni della buonanima di Margherita Hack, nel suo disperato tentativo di sostenere l’insostenibile.

    • Romi ha risposto a Sergio-:

      E molti la seguono…non è scienza, ma scientismo.

    • Alessandro ha risposto a Sergio-:

      Il punto centrale che molti credenti fingono di non capire è estremamente semplice, dice giustamente Armando Demetrio : l’ateismo non nasce come una fede alternativa, né come una nuova metafisica da opporre a quella religiosa. Nasce come rifiuto di accettare affermazioni prive di fondamento. Tutto qui. Non serve costruire una cosmologia atea, un culto dell’assenza o una dottrina parallela. È sufficiente osservare che, dopo millenni di teologie, dogmi, apologetiche e sistemi filosofici, nessuno ha mai mostrato una prova concreta dell’esistenza di Dio. E a quel punto il problema non è dell’ateo che dubita, ma di chi pretende che si creda comunque.
      Per questo è sempre stato grottesco il tentativo di ribaltare l’onere della prova. Chi afferma l’esistenza di un’entità soprannaturale dovrebbe dimostrarla, non pretendere che siano gli altri a smentirla. Nessuno passa la vita a confutare ogni creatura immaginaria concepibile. Non ci sentiamo obbligati a dimostrare che non esistano draghi invisibili, unicorni cosmici o civiltà nascoste sotto il nucleo terrestre. Il fatto che qualcosa sia teoricamente possibile non costituisce una ragione per considerarla vera. E invece, appena si pronuncia la parola “Dio”, molti sospendono improvvisamente il criterio che usano per qualsiasi altra affermazione sulla realtà.

      • Lamberto ha risposto a Alessandro:

        Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa di chi crede in Allah e di ciò che professa.

  • Michele ha detto:

    Ho letto con attenzione l’articolo del professor Malaspina e lo ringrazio per questo contributo. Credo che il dialogo tra fede e ragione ne tragga beneficio quando si fa con questo spirito: non per vincere una battaglia, ma per cercare insieme la verità.
    Permettetemi però di aggiungere alcune riflessioni, fatte nel desiderio di comprendere più che di confutare, considerando d’altra parte la risonanza enorme che hanno le parole di persone con un certo pubblico, e che per questo si caricano non solo del peso della responsabilità individuale, ma anche di una collettiva.
    Una domanda sulla struttura del discorso: Rovelli ci dice che non gli piacciono coloro che si comportano bene per paura dell’inferno, cioè chi sceglie per contrapposizione a qualcosa. Eppure, quando spiega il suo ateismo, la sua è una lunga sequenza di “non mi piace”: non mi piace chi crede per paura, non mi piace chi è buono per compiacere, non mi piace chi si rifugia nella religione. Mi chiedo: se il problema è la motivazione negativa (evitare il male), perché la sua motivazione positiva non riesce a emergere senza dover prima elencare tutto ciò che rifiuta? Non è per criticarlo, ma perché questa struttura mi ha fatto pensare che, forse senza volerlo, anche la sua identità atea rischia di essere costruita per alterità rispetto ai credenti.

    In secondo luogo una sincerità sulle tautologie: quando Rovelli dice che preferisce “la bellezza perché è bella” e le persone “buone perché sono buone”, io ci vedo delle tautologie. Non è che siano false, ma non ci dicono il perché . È legittimo ritenere che certi valori siano auto-evidenti, ma se questo è il fondamento del non-credere, allora non abbiamo una ragione: abbiamo solo un’affermazione di gusto. Mi chiedo se Rovelli stesso, con la sua rigorosa onestà intellettuale, non troverebbe un po’ sottile questo terreno.
    Di conseguenza mi pongo una preoccupazione fraterna: tutto il suo discorso ruota attorno al “mi piace” e al “preferisco”. Il criterio ultimo sembra essere il suo gusto personale. Non dico questo per accusarlo di orgoglio — non conosco il suo cuore, e non spetta a me giudicarlo — ma mi sembra di scorgere un rischio: quando il proprio io diventa il metro ultimo di ciò che è bello, buono, degno di essere scelto, funzionalmente quell’io occupa lo spazio che la fede riserva a Dio. Non è che l’ateismo sia necessariamente questo, ma questa forma di ateismo, esposta così, sembra fare affidamento su un io che giudica senza argomentare. E mi chiedo: non è un po’ solitario, come cammino?

    Una convergenza forse non detta è che Malaspina ha ragione nel dire che qui Rovelli, forse senza volerlo, abbandona la razionalità per un’intolleranza emotiva. Io aggiungerei che l’analogia tra fede e assioma matematico, pur essendo a doppio taglio, ha il merito di una umiltà che mi sembra mancare nel discorso di Rovelli: Malaspina ammette di fare un atto di fiducia. Rovelli, invece, sembra non accorgersi di fare un atto di fiducia nel proprio gusto.

    Quindi avanzo un invito. Credo che la verità si cerchi meglio quando nessuno di noi si sente in possesso della verità completa. Forse Rovelli e noi credenti siamo più vicini di quanto pensiamo: anche noi, nella fede, dobbiamo ogni giorno riscegliere, dubitare, cercare. Forse potremmo farlo insieme, con quella carità che non rinuncia alla verità, ma la cerca sempre con rispetto per chi la cerca da un’altra parte.
    Pace e bene a tutti.

    • Marco ha risposto a Michele:

      Grazie Michele.
      Trovo che il livello dell’ articolo e dei commenti sia nettamente più alto della “letterina” di Rovelli. Mi dispiace la durezza, ma posso, tanto per mettermi allo stesso livello, direi che “non mi piace”? La trovo di una superficialità imbarazzante per un fisico e divulgatore così competente. Se John Lennon l’avesse messa in musica almeno avremo forse una bella musica, così è solo un temino da elementari con correzioni da penna rossa

    • Francesco Malaspina ha risposto a Michele:

      Grazie Michele per le tue interessanti osservazioni. Spero che chi leggerà l’articolo avrà la pazienza di leggere anche il tuo bel commento.

    • Alessandro ha risposto a Michele:

      La celebre provocazione della teiera orbitante di Bertrand Russell continua a essere devastante proprio perché mette a nudo questo doppio standard. Se qualcuno sostenesse che una minuscola teiera di porcellana fluttua tra la Terra e Marte, invisibile a ogni strumento umano, nessuno considererebbe razionale credergli solo perché è impossibile dimostrare il contrario. Verrebbe chiesta una prova, ed è esattamente ciò che fanno gli atei con le religioni. La differenza è che l’idea di Dio gode di una protezione culturale e psicologica che altre affermazioni assurde non ricevono. Viene trattata come rispettabile a priori, indipendentemente dalla qualità delle evidenze.
      Qui emerge anche una confusione enorme sul significato del dubbio. Molti credenti accusano l’ateismo di essere “dogmatico”, ma il nucleo della posizione atea è in realtà molto vicino al metodo scientifico. La scienza non dichiara falso tutto ciò che non è stato ancora osservato ; semplicemente non accetta come vero qualcosa in assenza di dati sufficienti. È teoricamente possibile qualunque quantità di scenari improbabili. Potrebbero esistere extraterrestri con caratteristiche bizzarre, universi paralleli abitati da forme di vita inconcepibili o fenomeni ancora ignoti alla fisica. Ma nessuno costruisce convinzioni solide partendo da possibilità astratte. La differenza tra immaginare e conoscere è tutta lì

  • lorenzo ha detto:

    Rovelli sarà anche un “noto fisico e divulgatore”, ma quando afferma che “Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perché Dio l’ha creata così bella. Mi piace emozionarmi perché è così bella”, dimostra di essere poco razionale.
    Suggerirei a Rovelli di soffermarsi on po’ a riflettere sul cosa abbia voluto esattamente significare il Metastasio col suo aforisma: “Dovunque il guardo giro, immenso Dio, ti vedo: nell’opre tue t’ammiro, ti riconosco in me.”

    • Alessandro ha risposto a lorenzo:

      L’auto illusione cosi come l’auto convinzione sono caratteristiche umane ben descritte nella neurofenomenologia !
      Trovo curioso che molti religiosi invochino la ragione finché essa sembra utile alla fede, salvo poi screditarla appena diventa scomoda…. Quando le contraddizioni emergono, quando le prove mancano, quando le narrazioni religiose collidono con la storia, la biologia o la cosmologia, improvvisamente si sente dire che la mente umana sarebbe “limitata”, troppo arrogante per giudicare il divino. Ma una volta accettato questo principio, qualunque credenza diventa inattaccabile. Se la ragione deve fermarsi davanti all’assenza di prove, allora si può credere letteralmente a tutto. Non esiste più alcun criterio per distinguere una religione da una fantasia, o illusione privata.

  • Marta ha detto:

    Grazie dell’articolo.
    Lo trovo molto interessante anche se da parte di Rovelli non credo ci sia la volontà di affrontare o approfondire seriamente l’argomento.
    Non puoi argomentare seriamente contro la fede dicendo: «Mi piace guardare in faccia la limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a sorella morte» senza accorgerti di star citando San Francesco nel Cantico delle creature.
    Evidentemente stai parlando a vanvera.

  • Romi ha detto:

    Purtroppo queste frasi mi sono dolorosamente note. Si tratta di grandi pregiudizi che nascono anche dall’ignoranza, spesso non sanno nulla della dottrina Cattolica. Anche se ci si riferisce a qualsiasi religione, ma è il cattolicesimo che viene preso più di mira, questo è ciò che mi risulta.
    Si tratta spesso di una mentalità scientista e non scientifica. Non di rado dietro questo modo di pensare si nasconde una vanità intellettuale, l’idolatria della razionalità che diventa razionalismo.
    Certo, si può amare il prossimo anche senza credere in Dio.
    Kant diceva di amare il prossimo per dovere morale. Quindi non è la carità l’obiettivo supremo, ma il dovere.
    Ma da un punto di vista umano come si può amare una persona che ci fa del male, che corrompe o uccide i nostri figli?
    Per amare le persone ci vuole un motivo più alto dei loro difetti. Se non lo si trova, è difficile amare queste persone.
    Ma il motivo più alto c’è. Ed è Dio.
    Dio da portare dentro di loro, come radice della loro trasformazione interiore.
    Non è facile, ma neanche impossibile. Ed è proprio in questo che si dovrebbe distinguere il cristiano. Ecco perché si prende di mira soprattutto la religione cattolica, intesa come una dottrina ipocrita, impossibile per gli uomini.

    • Alessandro ha risposto a Romi:

      Ed è qui che il rapporto tra scienza e religione diventa inevitabile. Spesso si sente ripetere che la scienza non potrebbe occuparsi di Dio. In realtà dipende da come Dio viene definito. Se si parla di un’entità totalmente astratta, invisibile, irrilevante e incapace di interagire con il mondo materiale, allora si sta parlando di qualcosa indistinguibile dal nulla. Ma le religioni storiche non hanno mai sostenuto questo. Parlano di miracoli, guarigioni, apparizioni, interventi nella storia, preghiere esaudite, eventi fisici provocati da una volontà soprannaturale. E nel momento in cui un’affermazione pretende di produrre effetti nel mondo reale, quella pretesa entra automaticamente nel territorio dell’indagine razionale e scientifica.

  • Romi ha detto:

    «Non mi piace consolarmi della morte pensando che Dio mi accoglierà». Così spesso gli atei si sentono più forti e coraggiosi dei credenti. Credere in un’altra vita è consolatorio, ci fa vivere meglio… Ma è proprio così?
    Per certi versi potrebbe essere vero, ma non è forse anche consolatorio credere che non ci sia nulla dopo la morte? Perché se io sono il metro di me stessa, non dovrò rendere conto a nessuno se non a me stessa.
    Molti, non tutti, preferiscono il nulla proprio per questo motivo, hanno il terrore di Dio in realtà, paura di una esistenza eterna in cui potrebbe esserci una specifica retribuzione.
    Molti, infatti, preferiscono le religioni orientali, tanto di moda in occidente, perché considerate più soft, tutt’al più c’è la reincarnazione.
    Altri rimangono dell’ateismo o vivono un personalismo religioso, prendendo e interpretando solo ciò che conviene.
    Poi, per carità, ci sono atei che non riescono, nonostante vorrebbero, credere in Dio.
    Quelli che invece “negano” per paura mi fanno pensare a degli struzzi. Ed è aberrante preferite il nulla pur di poter peccare.

  • Paolo ha detto:

    Un grande ringraziamento al professor Malaspina per questo splendido articolo. Ha colto perfettamente il punto: l’ateismo di Rovelli, ridotto a un puro elenco di “mi piace” e “non mi piace”, scivola in una caricatura ingenua della fede, dipinta erroneamente come una morale basata sulla paura del giudizio o sulla sottomissione formale.

    Se vogliamo restare sul terreno del gusto personale tanto caro al fisico, vorrei proporre un contrappunto. Vorrei dire ciò che invece mi piace del cristianesimo. Non mi piacciono le favole consolatorie, ma amo profondamente quello che San John Henry Newman definiva “assenso reale”: una verità osservata concretamente e vissuta in modo viscerale, fino al dono totale di sé. Questo assenso non nasce dal timore, ma da un amore così gratuito da disarmare la logica del mondo.

    I frutti di questa “bella matematica” della fede sono scritti nella carne della storia attraverso testimoni straordinari (spesso richiamati dal Vescovo Robert Barron):

    Padre Jacques Hamel: un prete di 85 anni, fragile e minuto, sgozzato sull’altare nella sua parrocchia francese. Fino all’ultimo secondo ha invocato il potere di Dio contro Satana, opponendo la forza della preghiera alla violenza cieca.
    Padre Jerzy Popiełuszko: un giovane sacerdote polacco che a soli 37 anni ha sfidato l’oppressione del regime comunista. È stato brutalmente ucciso per aver difeso la libertà, armato solo della forza mite della verità e del perdono.
    I 21 martiri copti in Libia: giovani operai che, in ginocchio sulla spiaggia davanti ai carnefici dell’ISIS, hanno affrontato una morte certa con una calma impressionante, sussurrando preghiere ed espressioni di fede fino all’ultimo respiro.
    I martiri di Namugongo: adolescenti e ragazzi ugandesi che nel XIX secolo hanno preferito essere bruciati vivi piuttosto che rinnegare la propria coscienza e la fedeltà a Cristo.

    Davanti a queste vite non siamo di fronte a persone che cercano una scappatoia psicologica o che agiscono per paura dell’inferno. Siamo davanti all’esatto contrario: persone che hanno amato il prossimo e la Verità più della loro stessa esistenza.

    Se l’assioma cristiano va giudicato “a posteriori” dai suoi frutti, questa è una matematica straordinariamente bella, logica e profondamente umana. Una realtà storica che la pretesa del “mi piace” individualista non riesce proprio a decifrare.

    • Francesco Malaspina ha risposto a Paolo:

      Grazie Paolo, per questi esempi di matematica sublime nati dall’ assioma di Cristo

      • Paolo ha risposto a Francesco Malaspina:

        Grazie a Lei, Prof. E’ proprio questa la “matematica” che più mi affascina: quando l’assioma di Cristo diventa vita concreta, fino al dono totale di sé. La verità cristiana smette di essere una semplice proposizione e diventa una realtà storicamente visibile.

  • Matteo Bonatti ha detto:

    Gentilissimi credenti, ma perchè vi fa così orrore pensare che persone che non credono nel Vostro dio o in una entità ultraterrena e di purissima invenzione (quale che sia la fede religiosa abbracciata), possano ciononostante comprendere cosa sia giusto e cosa sbagliato? Il non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi stessi, non è un sentire (solo) cristiano, ma comune agli esseri umani. Il fatto che una religione l’abbia eletto a proprio credo (non è solo quella cattolica ad averlo fatto, come insegnano buddismo ed altre religioni), non implica che allora quel credo non possa che valere sotto l’egida di una divinità.
    Il fatto che siamo “nati per credere” (come ci spiegano bene Pievani e Corbellini in un omonimo e bel libro della Codice Edizioni) spiega semmai come la necesdità di una credenza sia biologicamente molto forte in noi, ma non che questo sia un fine inevitabile. Occorre che ogni credente si convinca che anche la laicitá (o l’agnosticismo) hanno pari dignitá rispetto alla loro religiosità. Dunque non si offendano se qualcuno spiega, come ha fatto Rovelli, che il senso dell’equità e della giustizia non sono necessitatamente il portato di un credo religioso. Se davvero si cerca un dialogo coi non credenti, lo si cerchi evitando di assumere il consueto tono paternalistico di coloro che pretendono di essere i detentori di una sapienza morale superiore, se non esclusiva. Il numero delle religioni che hanno attraversato la storia dovrebbe essere sufficiente monito per una più ampia disponibilità ad accettare che vi siano anche persone (enon poche) che non necessitano di dogmi o insegnamenti che si pretendono calati dall’alto dei cieli (o da altrove al di fuori dell’uomo). Occorre rammentare a tutti i religiosi, quale che sia la fede abbracciata, che tutti i loro precetti sono e restano dettati da altri esseri umani… Dunque si prosegua il dialogo, ma senza la supponenza che traspare da tutti i commenti che qui si leggono. Grazie

    • Simone ha risposto a Matteo Bonatti:

      È vero, leggendo questa infilata di commenti mi sembra che l’unico argomento sia quello di dare un nome a ciò che va oltre la nostra (attuale?) capacità di spiegare. I cristiani mettono Dio in cima, altri potrebbero metterci Satana. A quel punto sotto questo nome rientra tutto ciò che fa comodo e che altrimenti non avrebbe nome. Io, personalmente, sono contrario ad ogni dialogo tra credenti e non credenti. Preferisco che ognuno sia felice delle proprie convinzioni. Quando ci si incontra, si parla sesso, droga e rock’n’roll.

  • Paolo ha detto:

    Matteo, credo che su un punto possiamo essere pienamente d’accordo: non è affatto necessario essere cristiani per riconoscere che alcune azioni sono giuste e altre ingiuste. Un ateo può essere moralmente migliore di un credente, e la storia ne offre certamente degli esempi. Né il cristianesimo ha mai sostenuto che la fede debba sostituire la ragione morale.

    Ma proprio per questo eviterei di presentare la questione come una semplice alternativa fra “precetti religiosi calati dall’alto” e una morale autonomamente costruita dall’uomo. La questione filosofica è molto più antica del cristianesimo stesso.

    Socrate, Platone e Cicerone non erano cristiani, e tuttavia non pensavano affatto che il bene e la giustizia fossero semplicemente il prodotto delle convenzioni umane o delle nostre preferenze soggettive. Si chiedevano, al contrario, se esistesse un ordine oggettivo del bene che la ragione può riconoscere e al quale l’uomo deve conformarsi.

    Il celebre dilemma socratico (noto attraverso l’Eutifrone) pone esattamente questo problema: il giusto è giusto perché gli uomini lo stabiliscono, oppure gli uomini lo riconoscono perché è intrinsecamente giusto? Se la seconda possibilità è vera, allora la morale non è semplicemente “dettata da altri esseri umani”, come scrivi tu. Significa che la ragione stessa ci pone davanti a una realtà morale oggettiva che non abbiamo arbitrariamente creato, ma che scopriamo.

    Anche i pur validi studi biologici ed evolutivi sulla nostra tendenza a cooperare o a credere — come quelli da te citati — spiegano la genesi storica o neurologica del nostro comportamento, ma lasciano totalmente aperta la domanda filosofica: cosa rende un’azione universalmente e moralmente vincolante?

    Qui il cristianesimo non chiede affatto di abbandonare la ragione naturale; la assume e la porta al suo compimento. San Paolo stesso, nella Lettera ai Romani (Rm 2,14-15), parla di una legge morale “scritta nei cuori” dei pagani. La legge naturale, nella prospettiva cattolica, non è un insieme di ordini arbitrari imposti dall’esterno, ma la partecipazione della creatura razionale all’ordine intelligibile dell’essere.

    Perciò il credente non possiede una “sapienza morale superiore” per il solo fatto di credere. Credente e non credente possono incontrarsi sul terreno della ragione naturale e discutere razionalmente sul bene, sulla giustizia e sulla dignità umana.

    Il vero punto di divergenza si sposta sul fondamento: se riconosciamo che il bene non è una nostra invenzione utilitaristica, che cosa fonda la sua oggettività? Se la giustizia è realmente vincolante anche quando nessuna società la approva, da dove viene questa normatività?

    È una domanda che, in tempi più recenti, è emersa con forza anche nel dibattito pubblico, come nel celebre confronto del 2005 sull’Etsi Deus non daretur tra il cardinale Carlo Caffarra e Paolo Flores d’Arcais. In quella linea di pensiero, la riflessione sulla norma morale conduce inevitabilmente alla questione della “verità dell’essere“: la morale trova il suo punto d’appoggio non in un decreto estrinseco della volontà (umana o divina), ma nella struttura intima della realtà e dell’uomo. Non si tratta dunque di opporre una morale religiosa a una laica, ma di stabilire se il bene abbia un fondamento reale o se sia un mero prodotto di convenzioni o dell’evoluzione.

    Continuiamo pure il dialogo, senza paternalismi e senza supponenza. Ma il dialogo deve valere in entrambe le direzioni. L’agnosticismo e l’ateismo hanno piena dignità come posizioni da discutere razionalmente; ma non sono per questo esentati dalla domanda sul fondamento ultimo della verità e della giustizia. È proprio partendo dalla comune domanda socratica su che cosa sia veramente il bene che credenti e non credenti possono smettere di scontrarsi e iniziare a cercarlo insieme.

    • Matteo ha risposto a Paolo:

      Grazie Paolo, finalmente una risposta sensata e priva di pre-giudizi. Personalmente non credo in un bene oggettivo e ante o a-umano. Credo che la morale sia uno dei frutti dell’evoluzione per selezione, e lo dimostra forse il suo continuo divenire, il suo modificarsi a seconda delle culture e dei costumi nel tempo. Ciò non toglie che abbia un gran senso dialogare tra atei e credenti, soprattutto a proposito delle azioni dei singoli che possono modificare realmente l’andamento del mondo, della storia. Su queste basi filosofiche, culturali e anche scientifiche merita spostare il tiro. Il che implica, però, una cultura scientifica che vedo assai latente, oltre ad una disponibilità al dialogo e al confronto filosofico altrettanto rara. Spiace cioè constatare come il livello del dialogo si sposti verso il basso a causa spesso di una scarsa preparazione culturale di base, oltre che di una scarsa disponibilità ad impegnarsi in un ragionamento complesso. Chi ragiona e utilizza il pensiero critico viene dileggiato come radical chic, mentre si scambia per pensiero critico l’opinione incolta figlia dello stomaco… L’attuale agone politico ne è marchiana dimostrazione. Ben vengano dunque blog come questi…
      Grazie ancora e buona giornata

      • Paolo ha risposto a Matteo:

        Matteo, credo che la tua spiegazione evolutiva colga qualcosa di reale: la selezione naturale può certamente aiutarci a spiegare perché disposizioni come la cooperazione, l’empatia, la reciprocità o l’altruismo possano essersi sviluppate e conservate. Ma distinguerei la genesi di una disposizione morale dal fondamento della sua normatività.

        L’evoluzione può spiegare perché abbiamo determinati impulsi; non spiega, da sola, perché dobbiamo obbedire a un impulso piuttosto che a un altro.

        È qui che la distinzione diventa concreta. Un istinto ci spinge dall’interno: fame, paura, desiderio sessuale, impulso alla conservazione. La coscienza morale, invece, può esigere da noi qualcosa anche contro questi impulsi. Se sono esausto e desidero rimanere a letto, ma ho promesso a un amico di aiutarlo in un’urgenza, posso alzarmi perché riconosco che devo mantenere la promessa. E se vedo una persona aggredita, posso persino mettere a rischio la mia vita per soccorrerla.

        Non significa che ogni giudizio della coscienza sia necessariamente corretto, né che l’evoluzione non possa spiegare alcuni comportamenti altruistici. Significa che l’obbligazione morale non coincide con la forza dell’impulso biologico. Gli istinti possono essere molteplici e perfino contraddittori: talvolta dobbiamo assecondarli, talvolta dominarli. La questione morale è proprio quale impulso debba essere seguito e quale debba essere subordinato.

        Pensa al sacrificio di San Massimiliano Kolbe(di cui proprio oggi si ricorda la memoria liturgica): possiamo certamente cercare spiegazioni psicologiche, biologiche o sociali del suo comportamento. Ma queste spiegazioni non ci dicono ancora perché fosse moralmente giusto sacrificare la propria vita per un altro uomo. E, soprattutto, non lo spiegano quando l’azione altruistica comporta un evidente costo per la propria sopravvivenza.

        Qui ritorna il problema classico del passaggio dall‘is (fatto) all’ought (dovere). Dalla proposizione “la cooperazione favorisce la sopravvivenza” non segue logicamente “dobbiamo cooperare”. Per ottenere questa conclusione occorre aggiungere una premessa normativa: “ deve essere perseguito ciò che favorisce la sopravvivenza”. Ma quel deve non è più un fatto biologico: è già un giudizio morale.

        Per questo non contesterei la spiegazione evolutiva della genesi di alcune nostre disposizioni morali. Mi chiedo piuttosto se essa possa spiegare anche la loro validità: se la morale fosse soltanto un prodotto della selezione, quale criterio indipendente ci permetterebbe di dire che ciò che l’evoluzione ha favorito è moralmente vero, e non semplicemente biologicamente utile?

        È, in fondo, la vecchia domanda socratica: stiamo spiegando perché gli uomini chiamano qualcosa “bene”, oppure stiamo cercando di capire che cosa renda realmente buono ciò che chiamiamo bene?

        Ed è proprio su questa domanda, credo, che atei ( anche se preferirei dire persone che non hanno ancora sperimentato l’amore di Dio) e credenti possono incontrarsi seriamente sul terreno della ragione.

        • Giuseppe ha risposto a Paolo:

          sono contento di aver letto tutto l’ interagire fra Paolo e Matteo , evitando così di ripetere e male quanto di atipico utile e interessante, in esso espresso .
          In particolare l’ aver messo in risalto l’ assenza dell’ approccio scientifico nel trattare il tema generale della fede.
          Aggiungo sommessamente che trovo fuori luogo e tempo ripartire da Platone e Si.Agostino.
          siamo andati fin troppo ed in modo irrispettoso fuori da seminato , che per guardarci dentro si dovrebbe riparti da prima degli assiro babilonesi , dal genere animale . Da lì dove ancora non c’ era il bene e il male ,nel senso che , a parte parte qualche eccezione , dei lupi o lo scorpione ma limitato al quanto basta . ccumulare è una specialità prettamente umana , non può essere quindi frutto di creazione intelligente.
          Ed è per questa ragione che non mi piace la divulgazione di Rovelli .Non eccelle neanche in quel poco di scienza che servirebbe oggi per parlare di Dio con il distacco della ragione .
          le religioni , le credenze in genere sono il primo atto nel mettere su pietra o nero su bianco regole di comportamento sociale .
          Nessuno quindi ha il diritto di sputare sul piatto che lo ha formato , ma di ripulirlo si, è tutta opera umana .
          Ed in fine , il peccato imperdonabile dei credenti è raccontare il proprio pensiero come direttamente disceso da lassù per vie selezionate , prescelte e personalizzate .
          Ripartire dall’ animale per misura su quanto fatto si buono col senno di poi , sulla via della umanizzazione e quanto resta da fare.Ma soprattutto e più urgente quanto fatto male e persino irrecuperabile .

          • Paolo ha risposto a Giuseppe:

            Giuseppe, grazie per aver letto l’intero scambio. Mi sembra però che proprio il tuo intervento mostri quanto sia necessario distinguere i diversi livelli della questione.

            Ripartire dall’animale può certamente essere utile per studiare l’origine evolutiva di determinati comportamenti umani. Ma questo non equivale ancora a spiegare l’origine o il fondamento della ragione, della libertà, della coscienza morale e, soprattutto, della distinzione fra ciò che è bene e ciò che è male.

            Ad esempio, scrivi che «accumulare è una specialità prettamente umana» e che, proprio per questo, «non può essere quindi frutto di creazione intelligente». Ma qui non vedo il nesso logico: dal fatto che una caratteristica sia specificamente umana non segue affatto che non possa essere stata voluta o resa possibile da una causa intelligente. Se mai, la specificità dell’umano diventa essa stessa un problema da spiegare.

            Anche l’affermazione secondo cui le religioni sarebbero semplicemente «il primo atto nel mettere su pietra o nero su bianco regole di comportamento sociale» mi sembra ridurre ciò che si dovrebbe prima comprendere. Una cosa è sostenere che le religioni abbiano avuto anche una funzione sociale e normativa; altra cosa è concludere da ciò che esse siano soltanto costruzioni umane. Sarebbe come dire che, poiché la matematica ha avuto applicazioni sociali e tecniche, la matematica non possa avere un fondamento ulteriore rispetto a tali applicazioni.

            A questo proposito, come osserva spesso mons. Robert Barron, la scienza contemporanea, soprattutto nella fisica, non può prescindere dalla matematizzazione della realtà. Assistiamo continuamente alla scoperta dell’intelligibilità matematica del reale. E qui emerge una questione filosofica che la scienza, in quanto tale, non può semplicemente eliminare: le strutture matematiche che riconosciamo nella realtà non sono esse stesse oggetti materiali particolari. Numeri, equazioni e relazioni appartengono a un ordine di intelligibilità che non si lascia semplicemente identificare con la materia sensibile.

            In questo senso è significativo che David Tracy abbia indicato nelle scienze, proprio per la loro dimensione matematica, uno dei luoghi contemporanei nei quali l’uomo viene nuovamente posto davanti alla questione dell’invisibile. A chi si proclama semplicemente «materialista» si potrebbe dunque chiedere se il materialismo, inteso come tesi secondo cui è reale soltanto ciò che è materiale, sia davvero sufficiente a rendere conto dell’intera esperienza razionale e scientifica. Già Platone e Aristotele avevano compreso, sebbene in modi molto diversi, che il visibile non esaurisce ciò che è intelligibile.

            Quanto poi alla tua osservazione sul «peccato imperdonabile» dei credenti che presenterebbero il proprio pensiero come «disceso da lassù», qui tocchi invece una questione che condivido in parte. La fede cristiana non autorizza il credente a trasformare ogni propria opinione personale in parola di Dio. Proprio per questo la tradizione cristiana ha elaborato criteri di discernimento rigorosi, distinguendo fra Rivelazione pubblica e rivelazioni private, ragione naturale, Scrittura, Tradizione e Magistero.

            Ma questo ci riporta esattamente al punto iniziale della discussione: per criticare seriamente il cristianesimo bisogna prima confrontarsi con ciò che esso realmente afferma, non con una sua riduzione sociologica. E soprattutto bisogna evitare di confondere la genealogia di una credenza con la verità o falsità di ciò che essa afferma.

            Che una credenza abbia avuto una storia, una funzione sociale o persino una spiegazione psicologica non dimostra ancora che il suo contenuto sia falso. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso ragionamento anche alle nostre convinzioni morali, scientifiche e filosofiche.

            Continuo insomma a pensare che il problema sia anzitutto epistemologico: prima di decidere che cosa sia vero, dobbiamo chiarire “quali” strumenti ci consentano di riconoscere la verità e quali siano i limiti di ciascun metodo di conoscenza. Ecco che il dialogo fra arti, scienze, filosofia perenne, esegesi biblica, teologia fondamentale e , permettimi un affondo, anche la mistica, diventa inevitabile.

  • Francesco Malaspina ha detto:

    Gentile Matteo, grazie per l’apprezzamento al blog e per il cordialissimo scambio che abbiamo avuto privatamente.

  • roberto ha detto:

    grazie al prof. Malaspina per questo bell’articolo e per le interessanti riflessioni da esso scaturite. Aggiungo solo che se si affrontasse la scienza con la stessa superficialità con cui si affronta la religione, in particolare quella cristiana, si verrebbe tacciati di ignoranza. Le riflessioni di rovelli sulla fede sembrano, per continuare il parallelismo, riflessioni di uno studente delle medie che parla di relatività o di quantistica dicendo che secondo lui non hanno senso. Quando si capirà la portata culturale e la necessità di approfondimento che merita la religione allora forse qualcosa cambierà. Ci fidiamo di chi studia per vent’anni una materia come la fisica senza mettere in discussione le conclusioni di questo sudio (idem per la matematica come sottolinea Francesco), ma non ci fidiamo di un monaco che sperimenta e studia la sua fede per quarant’anni, o meglio ancora, le riflessioni e gli studi di Giovanni Della Croce che sono vere e proprie opere della scienza spirituale. Se dovessi mettere in discussione il passato, come dice nell’articolo Francesco Malaspina, non potrei andare avanti con gli studi matematici… invece non posso fidarmi e devo mettere in discussione le riflessioni millenarie sulla religione, perchè? perchè ho della religione una visione da scuole medie, se va bene, per cui la fede è un ingenuo sentimento o favoletta… direi che qualche pregiudizio o bias è evidente.

    • Paolo ha risposto a roberto:

      Roberto, condivido soprattutto il punto metodologico della tua riflessione. Il problema, a mio avviso, sta realmente a monte: prima ancora di discutere le singole conclusioni della religione, bisognerebbe insegnare l’arte stessa del ragionare.

      Se non si comprendono l’analogia dell’essere, la metafisica e la logica aristotelica come strumenti del pensiero, diventa quasi inevitabile applicare alla realtà religiosa categorie epistemologiche proprie di determinati ambiti del sapere, affermatesi soprattutto con la rivoluzione scientifica e con la modernità. Da qui può derivare anche la progressiva assolutizzazione della figura dello scienziato come depositario privilegiato, se non esclusivo, della conoscenza della realtà, quasi una sorta di nuovo “sacerdote” del sapere. Ma il cristianesimo non è semplicemente una religione naturale fondata sullo scambio cultuale, un do ut des: è un evento salvifico, gratuito, offerto nel Figlio dal Padre della luce.

      Si finisce così per chiedere alla teologia e alla metafisica di produrre lo stesso tipo di evidenza richiesto alle scienze empirico-matematiche, oppure per considerare reale soltanto ciò che può essere sottoposto a misurazione e formalizzazione.

      Ed è qui che il parallelismo del prof. Malaspina diventa particolarmente istruttivo. Nessuno considererebbe sufficiente, per giudicare la relatività o la meccanica quantistica, una conoscenza elementare della fisica accompagnata dall’impressione personale che «non abbiano senso». Ma qualcosa di molto simile accade spesso quando si pretende di giudicare duemila anni di filosofia e teologia cristiana senza averne studiato neppure le categorie fondamentali, compresa la distinzione tra argomentazione fondata sull’autorità e argomentazione fondata sulla ragione — distinzione che, curiosamente, non è un portato della modernità, ma appartiene già alla riflessione medievale.

      Naturalmente questo non significa che un credente debba accettare acriticamente tutto ciò che è stato pensato nella tradizione cristiana. Significa esattamente il contrario: per criticare seriamente una tradizione bisogna prima comprenderne seriamente il linguaggio, i principi e gli strumenti argomentativi.

      Altrimenti si verifica un curioso squilibrio epistemologico: alla scienza concediamo il diritto di essere complessa e di richiedere vent’anni di studio; alla religione chiediamo invece di essere immediatamente comprensibile attraverso le categorie del senso comune contemporaneo.

      Ma una tradizione che ha prodotto Agostino, Tommaso, Giovanni della Croce, Bonaventura e una riflessione filosofica e mistica millenaria non può essere seriamente liquidata sulla base dell’idea che «la fede è soltanto credere senza prove».

      • Roberto ha risposto a Paolo:

        Sottoscrivo ogni sillaba. Grazie Paolo

      • Francesco Malaspina ha risposto a Paolo:

        La ringrazio davvero per tutti gli spunti che ci sta dando con i suoi splendidi commenti. Anche altri utenti mi hanno detto di esserne stati colpiti. Se volesse scrivermi via mail in privato ne sarei molto lieto.

        • Paolo ha risposto a Francesco Malaspina:

          Grazie davvero, Prof! Accolgo molto volentieri il Suo invito. Mi fa particolarmente piacere sapere che queste riflessioni possano essere state utili anche ad altri lettori. Le scriverò senz’altro in privato.

  • alessandro dott .massarotti ha detto:

    Ottimo articolo! A me non piace lo intitolerei! La mia famiglia cattolica,attenzione umbra! Molto importante le origini!La terra di Santo Francesco di Assisi! Una regione completamente da ricostruire dopo la terribile seconda guerra mondiale! Da un lato le nuove amministrazioni! Dall’ altro la Fede cattolica, che batte tutti!

  • Roberto Buscetta ha detto:

    Non sono riuscito a leggere attentamente tutti i commenti e le risposte ad essi. Io vorrei solo intervenire sostenendo che è fuorviante dividere gli esseri umani in “credenti” e “non credenti”, così come definire (o definirsi) atei chi non professa una religione, o addirittura chi non si riconosce affatto nella religione cattolica. Il fatto che ogni religione si basi su “favolette”, ossia su aneddoti mitologici creati per rendere l’idea della grandezza e della soprannaturalità di un dio o di un santo, non significa automaticamente che non sentirsi appartenente a nessun credo culturalmente strutturato voglia dire essere ateo o non credente. La spiritualità è semplicemente la fiducia e la convinzione (quindi c’è un bel credere) dell’esistenza di una dimensione infinita, perfetta, eterna, che si opponga, guidi e dia senso alla nostra esistenza imperfetta, finita e temporanea. Chiunque ricerchi dei percorsi spirituali che si orientino in direzione di un senso di Assoluto e di valori universali quali l’amore, la fratellanza, la condivisione, la compassione e la pace, non può essere etichettato come ateo o non credente per il solo fatto di non riconoscersi in nessuna delle religioni confezionate ad uso e consumo di una precisa società, collocata in un preciso spazio geografico e in una precisa era storica. Se fossimo nati altrove e/o in un’altra epoca, avremmo forse ereditato dei dogmi e delle etichette religiose molto diverse dal cattolicesimo in cui ci siamo trovati culturalmente a crescere.

    • Paolo ha risposto a Roberto Buscetta:

      Roberto, grazie per il tuo contributo (posso darti del tu per semplicità?). Tocchi un punto interessante, che rispecchia una sensibilità oggi davvero molto diffusa. Tuttavia, proprio qui vedo una distinzione che mi sembra decisiva (preferisco sempre distingure per unire come faceva Tommaso, piuttosto che unire per distinguere, come faceva Cartesio!): confondere la fede cristiana con una generica “spiritualità” significa rischiare di perdere ciò che è propriamente cristiano.

      Come osserva Peter Kreeft, un filosofo che amo molto e con cui sono legato da immeritata amicizia, il cristianesimo non è semplicemente una “spiritualità”, ma una chiamata alla santità. La differenza è radicale. Una spiritualità, quando viene intesa come ricerca umana di un senso dell’Assoluto, della pace o di valori universali, può rimanere essenzialmente nell’ambito della ricerca dell’uomo. La fede cristiana, invece, nasce dalla pretesa — e dalla responsabilità — di un’iniziativa che viene da Dio verso l’uomo: l’incontro con una Persona storica, Gesù Cristo, che non abbiamo costruito noi.

      Allo stesso modo, se riduciamo le religioni a “favolette” prodotte dalle diverse società per rappresentare simbolicamente il soprannaturale, rischiamo di confondere la funzione sociologica di una religione con la questione della verità delle sue affermazioni. Che una religione abbia una storia, una cultura, dei simboli e anche una funzione sociale non dimostra che il suo contenuto sia falso.

      A questo proposito, tu osservi che se fossimo nati in un’altra epoca o cultura avremmo probabilmente ereditato un’altra religione. Questo è indubbiamente vero dal punto di vista sociologico, ma non ne consegue che tutte le religioni siano equivalenti. Il fatto che la nostra appartenenza sia storicamente condizionata dalla nascita non dimostra che la verità stessa sia relativizzata dalla nascita: altrimenti la provenienza storica di una convinzione diventerebbe automaticamente un argomento contro la sua verità (un errore logico che applicheremmo, allora, anche alla scienza o alla morale).

      Ecco la peculiarità irriducibile del cristianesimo: non nasce anzitutto come un sistema di regole sociali o come una tecnica per raggiungere una dimensione spirituale, ma come l’annuncio di un evento storico: Dio è entrato nella storia facendosi uomo in Gesù Cristo.

      Il Vangelo della donna siro-fenicia, tema centrale della liturgia cattolica di oggi, domenica 20a del tempo ordinario, mi sembra particolarmente illuminante. Quella donna non si rifugia in una vaga spiritualità astratta: si mette davanti a una Persona concreta, Gesù; accetta persino la durezza della sua risposta, persevera nell’invocazione e riconosce la propria radicale dipendenza da Lui. La sua fede non è una costruzione spirituale privata: è una relazione, ed è un atto rischioso di affidamento che significa uscire dalla posizione di colui che pretende di essere il giudice ultimo della realtà per lasciarsi valutare da Dio.

      Per questo la distinzione tra credente e non credente non è un’etichetta sociologica o burocratica. Riguarda una questione molto più radicale: che cosa facciamo di questa pretesa cristiana? Possiamo ritenerla falsa, sospenderne il giudizio, oppure riconoscervi una verità alla quale affidare la nostra esistenza. Ma in quest’ultimo caso non siamo più semplicemente davanti a una “spiritualità”: siamo davanti alla fede.

  • Gio Dilan ha detto:

    Quando si parla di origini o necessità evolutive per spiegare religioni o comportamenti morali o altro per la sopravvivenza dovremmo capire perché esiste l’evoluzione cosa è questa forza che spinge la VITA in tutte le sue forme ad andare avanti con infinite strategie incomprensibili ai concetti umani. È facile dare spiegazioni evolutive quando non abbiamo la minima idea di che cosa sia l’ origine della vita e perché essa debba esistere e andare avanti a tutti i costi.Con la teoria della selezione naturale cerchiamo di spiegare tutto quando non sappiamo perché ci debba essere

  • Alessandro ha detto:

    Salve :
    La scienza non ha la pretesa di fornire delle verità grande V, ma modelli risultanti da confrontazioni con l’osservazione e l’esperienza.
    Nella scienza è necessario sviluppare teorie contraddittorie ; esplorare tutte le possibilità, quindi decidere –sempre tramite la sua severa e unica metodologia- quello che è dimostrabile, ripetibile a volontà, o confutabile, da quello che non lo è.
    alessandro pendesini – Bruxelles