Lo schwa spacca i progressisti: «Abuso linguistico»

La nuova invenzione dei progressisti è la schwa, vocale no gender ed inclusiva, usata tra tutti da Michela Murgia e Roberto Saviano. Ma è battaglia con linguisti ed accademici, in difesa dalla deriva ideologica. Tra essi l’Accademica della Crusca.


 

Il linguaggio inclusivo è la nuova deriva omologante del progressismo.

Se solitamente le loro campagne “inclusive” finiscono per escludere puntualmente l’esistenza delle donne (si pensi a questi due casi recenti), con il linguaggio inclusivo l’obbiettivo da colpire è la lingua italiana.

Negli ultimi anni è infatti in corso una vera battaglia tra “inclusivisti” radicali e linguisti accademici.

Se il primo tentativo fu far terminare le parole con entrambe le forme maschili e femminili, come bambini/e e geometra/o, nel tempo si è arrivati all’asterisco, così da cancellare direttamente l’ultima lettera: bambin*, geometr* ecc.

La forma che sembra però andare per la maggiore in certi ambienti è la schwa (ə): bambinə e geometrə. Un vocale indistinta, fluida, no gender.

 

Michela Murgia e Saviano, progressisti dello schwa

Michela Murgia, macchietta antifascista de L’Espresso (che sugli ebrei dice di pensarla «come Hamas»), è stata tra le prime in Italia ad usarlo.

La giornalista di La7, Flavia Fratello, ha provato a farle il verso leggendo un brano di Murgia usando la neo-lingua rendendo il tutto molto comico:

 

Pochi giorni fa anche Roberto Saviano, leader indiscusso dell’ingenuo progressismo italiano, ha anch’egli aderito alla schwa, con l’intenzione di definire le identità “non binarie”: «Per la prima volta sono felice di utilizzare la vocale schwa: come molto rispettosamente suggerito dalla mia amica e collega scrittrice Michela Murgia», ha scritto.

Saviano ha quindi iniziato ad usare la terza persona plurale (“loro”) per riferirsi ai singoli, partorendo un testo al limite del ridicolo.

 

Schwa, linguisti ed accademici contro progressisti

Dopo che anche il ministero dell’Istruzione ha usato lo schwa (ə) in un documento ufficiale, numerosi intellettuali italiani hanno deciso di intervenire con una petizione (“Pro lingua nostra”), preoccupati da questa colonizzazione ideologica.

I primi firmatari sono tutti esponenti della sinistra radicale, come Alessandro Barbero, Paolo Flores d’Arcais, Massimo Cacciari e Angelo D’Orsi.

E poi ancora, conduttori radiofonici come Alberto Crespi (Rai Radio 3) e Michele Mirabella, Cristina Comencini, Edith Bruck, Ascanio Celestini, Piergiorgio Odifreddi, Ettore Boffano, ex vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, i linguisti Francesco Sabatini e Luca Serianni.

Coadiuvati da Massimo Arcangeli, ordinario di Linguistica italiana all’Università di Cagliari e direttore artistico del Festival della lingua italiana, hanno invitato a firmare contro «una pericolosa deriva, spacciata per anelito d’inclusività da incompetenti in materia linguistica, che vorrebbe riformare l’italiano». «Promotori dell’ennesima follia, bandita sotto le insegne del politicamente corretto; pur consapevoli che l’uso della “e” rovesciata non si potrebbe mai applicare alla lingua italiana in modo sistematico».

Secondo i firmatari la schwa brandita dai progressisti è un artificio «frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo; intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica». L’obbiettivo è vietare l’uso del “linguaggio inclusivo” in documenti ufficiali.

Lo stesso linguista Arcangeli ha spiegato che «una certa sinistra ingannatrice, opportunista e finto-progressista mi ha convito della necessità di lanciare una petizione contro lo schwa non più rinviabile».

Anche Cecilia Robustelli, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, ha preso posizione sostenendo che «se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione». Il genere grammaticale, infatti, «viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso».

Robustelli in alternativa ripropone un binarismo sessuale forzato, ovvero attribuire sempre a donne l’utilizzo di termini femminili. Ad esempio, spiega, «non è opportuno né permesso chiedere alla persona con cui si parla come vuole essere chiamata. Se è donna, è ministra, avvocata, direttrice di orchestra». E se qualcuna dice di voler essere chiamata al maschile? «La risposta deve essere ‘no’. Non lo chiedo io ma la lingua italiana».

Sorprende che una linguista cada in un errore così banale, la lingua italiana non prevede nemmeno queste forzature. Infatti, un geometra non potrebbe mai pretendere di essere chiamato al maschile (“geometro”), così come sarebbe un abuso linguistico farlo con la guardia medica, la sentinella ecc.

Mariangela De Luca, giovane insegnante di lettere, ha spiegato che «l’italiano è una lingua binaria, non conosce il neutro che è il genere, tra l’altro, delle cose. Non è giusto adottare lo schwa, un’invenzione posticcia, un qualcosa di creato a tavolino e nato in seno alla lingua scritta».

Gli accademici hanno anche sottolineato che i progressisti che, tramite la schwa difendono l'”inclusivismo radicale”, con la scrittura inclusiva escludono i disabili in quanto l’uso della e rovesciata porta con sé anche «il rischio di arrecare seri danni a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche».

 

No allo schwa dall’Accademia della Crusca

Tra i firmatari della petizione anche il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini.

In un’intervista, Marazzini ha dichiarato:

«Questi segni grafici rispondono, evidentemente, a una battaglia ideologica. Non siamo in grado di dire come andrà a finire la partita, ma faccio notare che in Italia le “riforme grafiche”, quelle poche che ci sono state, non hanno mai avuto successo. L’unica precedente riforma imposta in modo autoritario che mi viene in mente è il “voi” al posto del “lei” imposto in epoca fascista. Ovviamente la riforma fallì. Fra l’altro, c’è incoerenza: si usa lo schwa per il sostantivo, ma l’aggettivo e l’articolo restano identici, con la marca del maschile. Allora la domanda è: ma costoro stanno progettando una riforma della lingua, oppure giocano con la lingua, cambiando qualcosina qua e là, tanto per mandare un segnale? Voglio vedere chi avrà il coraggio di imporre un obbligo in queste cose, anche se in alcuni tra gli innovatori cova un certo gusto autoritario. Per ora non è quindi una questione di omologazione, ma di conformismo. Alcuni abbracciano la soluzione dello schwa o dell’asterisco non perché ci credano o abbiano capito il problema, ma per quieto vivere: di fronte a minoranze aggressive, molti preferiscono vivere tranquilli».

 

Nel 2021 la Crusca è intervenuta anche con il linguista Paolo D’Achille, decretando la totale bocciatura dello schwa, mentre sul sito web della Treccani, la linguista Cristiana De Santis (Università di Bologna) ha definito «impercorribile» la via dello schwa.

 

Il progressismo moralizzatore, un fallimento

Questo dibattito è una riprova dell’eterna e misteriosa ossessione psicologica dei progressisti di apparire tra i buoni ed i giusti della storia.

Una perversione morale che ha prodotto la cancel culture, definita da Francesco Magni, docente di Pedagogia Generale all’Università di Bergamo, una «operazione di igiene e purificazione» del mondo tramite la censura di libri, il divieto di citare pensatori celebri del passato, l’abbattimento di statue. Ed ora anche tramite il linguaggio-.

Autore

La Redazione

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3 commenti a Lo schwa spacca i progressisti: «Abuso linguistico»

  • anonimo ha detto:

    Questa cosa dello schwa,ricorda molto l’obbiettivo della politica fascista di eliminare le parole non italiane dalla letteratura e dal parlato quotidiano

    • Roan83 ha risposto a anonimo:

      Effettivamente anche il presidente della Crusca ha fatto riferimento al fascismo, d’altra parte lo stesso Papa sostiene che queste “colonizzazioni ideologiche” ricordano molto il modus operandi dei totalitarismi del Novecento.

  • Sisco ha detto:

    Se fosse solo questo… basti pensare al conformismo d’obbligo nei programmi televisivi, con un conduttore di parte che impone i modelli dell’esprimersi senza lasciare nessuna fuga verso la “diversità” nel linguaggio. Tale conformismo d’obbligo fa pensare alla povertà nei mezzi d’espressione dell’epoca attuale dove si anticipa volontariamente qualsiasi voce fuori dal coro, costretta ad adesioni forzate pena il silenzio. Questa rimozione dell’ignoto a volte tristemente nota, deriva dalla strenua difesa dalla paura che vorrebbe attanagliare questi nostri cattivi maestri così consolatori nel loro metodo di esposizione ormai solo giornalistico.