Emanuela Orlandi: cronologia dei fatti

Emanuela OrlandiIl 22 giugno 1983 è sparita a Roma Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. E’ uno dei casi più misteriosi nella storia italiana anche a causa dei numerosissimi depistaggi verificatisi nel corso degli anni, dall’assenza della richiesta di un riscatto credibile da parte dei presunti rapitori nonché di una prova dell’esistenza in vita di Emanuela.

Ammirevole il dispendio di energie della famiglia Orlandi, oggi di Pietro e Natalina in particolare, che hanno voluto verificare personalmente ognuna delle numerose soffiate ricevute, anche le più improbabili. Perplessità emergono invece, forse anche sospetti, per la confusione e la poca professionalità da parte delle autorità di polizia (compresi i servizi segreti del Sisde) che hanno svolto inizialmente le indagini e per l’eccessiva cautela e riservatezza da parte della città del Vaticano o di ecclesiasti conoscitori di informazioni, così come affermato da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede.

Esistono numerose ipotesi formulate che richiamano da vicino altre vicende legate agli anni ’80 e ’90. Le strade principali, secondo noi, possono essere categorizzate in quattro diverse macro-ipotesi: 1) Ricatto al Vaticano per motivi politici: attentato a Giovanni Paolo II e la vicenda di Alì Agca; 2) Ricatto al Vaticano per motivi criminali: l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la Banda della Magliana e il Banco Ambrosiano; 3) Pista a sfondo sessuale in cui potrebbero essere stati coinvolti alti (o altissimi) prelati, personalità dello Stato italiano e/o persone vicine alla famiglia Orlandi; 4) Ricatto multiplo: Emanuela sarebbe sparita a causa della macro-ipotesi 1) o 2) o 3) o per allontanamento volontario o per opera di un serial killer, successivamente personaggi estranei ai fatti avrebbero approfittato della situazione (e finto di essere i sequestratori) per avanzare i loro ricatti politici e/o criminali;

Il cristiano non teme la verità, anche se dovesse essere scomoda, perché essa avvicina a Colui che è Vero. La verità va perseguita con coraggio, senza paura di scoprire quel che non si vorrebbe e sapendo superare facili scandalizzazioni. La prima parte di questo dossier ricostruisce la cronologia dettagliata a ritroso degli eventi, dai giorni attuali al 22/06/83. La seconda parte invece, pubblicata separatamente, analizza le quattro marco-ipotesi qui sopra citate. Le due pagine, come sempre, saranno continuamente aggiornate con il procedere delle eventuali novità.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

12 aprile 2016
La perizia psichiatrica voluta dalla Procura su Marco Fassoni Accetti ha decretato che è capace di intendere e di volere, e lo era anche al momento della sua rivelazione.

 

11 novembre 2015
Sul Corriere Fabrizio Peronaci rivela che un anno dopo la scomparsa di Alessia Rosati, il 6 luglio 1995, sulla segreteria telefonica dei genitori fu lasciato un messaggio. «Alessia sta tanto male… Rintracciatela!», ripeteva in modo concitato una donna. Il padre, al momento di presentare denuncia al commissariato di zona, specificò che la voce era «verosimilmente straniera, forse jugoslava, dal tono imprecisato». «L’impressione mia e di mia moglie – spiega oggi Antonio Rosati – fu che la misteriosa signora, che doveva essere abbastanza giovane, ci stesse esortando a fare qualcosa per nostra figlia. Pareva in grande ansia, preoccupata. Solo che non forniva alcuna traccia, né lasciò un contatto».

 

08 novembre 2015

Sempre in questa data, monsignor Francesco Camaldo, ex decano dei cerimonieri pontifici e attuale canonico vaticano, ha replicato alle accuse che gli sono state mosse nel libro “Via Crucis” secondo cui si sarebbe in grado di “provare il mio coinvolgimento nella sepoltura in basilica del boss della Banda della Magliana”. «Non mi sono mai occupato della scomparsa di Emanuela Orlandi né della tumulazione a S.Apollinare di Enrico De Pedis», ha detto. «Rispetto profondamente il dolore della famiglia Orlandi. Ho sentito il fratello Pietro sostenere che in Vaticano alcuni esponenti delle alte sfere sono a conoscenza di cosa sia effettivamente accaduto a sua sorella Emanuela. Io non credo che sia così. Lavoro in Curia da molti anni e mai mi ha sfiorato il sospetto che qualcuno sappia e taccia sulla scomparsa della ragazza. Certo giornalismo soffia sulle polemiche per alzare polveroni senza l’appoggio di prove reali. Come ha detto giustamente il cardinale Velasio De Paolis, bisogna fare attenzione a non cadere nel populismo e nella demagogia, accettando lezioni di moralità da rappresentanti dei mass media che non mi sembrano proprio titolati a darle».

 

17 settembre 2015
L’avvocato di Marco Fassoni Accetti, Giovanni Luigi Guazzotti, ha presentato un esposto-denuncia indirizzato al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, in merito al presunto trafugamento della bara di Kathy Skerl dal cimitero Verano di Roma.

 

13 novembre 2013
La trasmissione “Chi l’ha visto” ha diffuso la notizia che il nome di Marco Fassoni Accetti (con indirizzo e numero di telefono) compare nella lista di estremisti di destra che stilò Valerio Verbano prima di essere ucciso il 22 febbraio 1980. Oltre a lui anche il nome di Angelo Rizzo, il Mostro del Circeo.

Dal suo blog Marco Fassoni Accetti ha replicato (si veda tra i commenti) che «non vi è alcuna prova che io frequentassi Angelo Izzo». E ancora: «venuto da Tripoli di Libia e da 5 anni di collegio ignoravo che cosa fosse il Fronte della Gioventù, che promuoveva una manifestazione per la libertà religiosa della Lituania nel 1972. Tutto degenerò in guerriglia, fui arrestato ed il mio nome pubblicato sui giornali come appartenente a gruppi di destra. Ma non sono mai stato fascista, come tutte le mie opere cinematografiche e fotografiche, realizzate in questi quarant’anni, possono più che testimoniare la mia appartenenza ad una visione militante che si può ben definire di reale sinistra, culturalmente e politicamente trattando, come del resto lo stesso caso Orlandi – Gregori era mosso da esigenze che confluivano univocamente nella stessa direzione».

Nel suo articolo ha citato la sentenza della Corte d’Assise che lo ha giudicato come omicida del piccolo Garramon dove si contempla la possibilità che il ragazzo stesse attraversando la carreggiata, questo per smentire che il piccolo Garramon si trovasse con lui sul furgone e stesse da lui scappando, come sostiene ancora oggi la madre. Ha inoltre sospettato che dietro la costante diffamazione della trasmissione televisiva nei suoi confronti serva per proteggere il SISDE. Lui stesso dice di essersi recato in procura «proprio per chiedere che si indagasse sui comportamenti di alcuni membri di questo servizio riguardo» la morte del piccolo Garramon. «Per non coinvolgere tali funzionari hanno censurato le mie parole e deviato in innumerevoli ipotesi cialtronesche, che gravitano dalla pedofilia alla massoneria, ai massacratori del Circeo e in ultimo alla morte di Valerio Verbano. Ma non una sola volta che abbiano riferito le mie frasi sulla sospetta partecipazione del predetto servizio, che attraverso i comunicati a firma fittizia “Phoenix” ci minacciava di una morte che si sarebbe verificata proprio all’interno di una pineta. Faccio presente che tale trasmissione si avvale dell’apporto della Polizia di Stato, che li facilita nell’ottenere documenti altrimenti indisponibili. Per cui è mia opinione che per tale rapporto si sia voluta difendere la onorabilità dell’allora struttura del Sisde del 1983».

 

09 novembre 2013
Su una pagina Facebook dedicata al “caso Orlandi”, Marco Fassoni Accetti ha parlato del collegamento tra Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: «Per quanto riguarda il collegamento del caso Orlandi con il caso Gregori, il signor Nicotri lo ha sempre escluso appellandosi ad una sentenza del giudice Rando che negava tale suddetto rapporto. Ma gli attuali inquirenti hanno superato quella sentenza e hanno ottenuto nuovi elementi sui quali indagare e verificarne l’autenticità. E’ questo che io ritengo apodittico, il fatto che esistano nuovi indizi evidentemente importanti al punto di aver fatto aprire una istruttoria. Ed è chiaro che ogni istruttoria è sempre una “ipotesi”, che si scioglierà diventando tesi nel momento che la stessa istruttoria avrà conclusione».

 

08 novembre 2013
“Radio Radicale” ospita un confronto tra Pino Nicotri e Marco Fassoni Accetti ma è costretta a chiuderlo dopo 30 minuti a causa di insulti, minacce e offese reciproche. In una pagina Facebook dedicata ad Emanuela il confronto continua e Pino Nicotri spiega perché non crede all’artista: «Come ho dimostrato scatenando le ire funeste di MFA, lui NON può essere l’Americano per il semplice motivo che questi telefonava, anche a fine dicembre ’83, mentra MFA era in carcere. La sua versione sul “rapimento” di Emanuela non fa neppure ridere i polli, ma offende la memoria di Emanuela e della sua intera famigla. Offende Emanuela perché la fa passare per una figlia che pur potendolo fare NON ha mai telefonato o scritto ai genitori per tranquillizzarli, e la fa passare anche per una minus habens quando afferma – posto che sia vero ciò che si è letto su alcuni giornali – che l’avevano convinta che i suoi erano d’accordo con il “rapimento” messinscena. E offende l’intera famiglia Orlandi perché un tale asserito comportamento menefreghista di Emanulela nei loro confronti sottintende che possa essere stato provocato dall’aver subìto chissà quali torti». MFA risponde: « produce un altro falso clamoroso: non esiste alcuna telefonata dell’Amerikano nell’84, al di là della testimonianza di un privato, che avendo ricevuto una telefonata (non intercettata e non registrata) asserisce che la voce del telefonista ASSOMIGLIAVA a quella dell’Amerikano (soltanto assomigliava), per cui non vi è alcuna certezza giudiziaria, non essendoci la prova, che tanto a Lei piacciono, che costui fosse realmente il cosiddetto Amerikano».

 

07 novembre 2013
Nel suo blog, Marco Fassoni Accetti torna alle accuse a lui rivolte di pedofilia respingendole con varie motivazioni. Parlando della morte di José Garramòn, investito da lui nei pressi di una pineta, scrive: «va evidenziata la presenza in situ della villa del giudice Santiapichi, che sapevamo essere “in pectore” per presiedere la prossima Corte d’Assise giudicante la delegazione bulgara, accusata per il fatto del cosiddetto attentato al Papa. Altresì, il giorno seguente si sarebbe verificata l’uscita dal carcere di Rebibbia di Sergej Antonov, un cittadino bulgaro calunniato dal signor Agca di aver ordito il suddetto evento criminoso».

E’ stato condannato a 8 mesi il sedicente agente segreto “Lupo”, Luigi Gastrini, per simulazione di reato per le sue dichiarazioni sul caso Orlandi.

 

05 novembre 2013
Sul suo blog, Marco Fassoni Accetti scrive una lunga lettera contro la trasmissione “Chi l’ha visto”, criticando i vari tuttologi del caso. Ad un certo punto si legge che queste persone «hanno inficiato il mio appello a quanti con me parteciparono, in quanto chi è contiguo o all’interno dell’ambiente ecclesiastico non può che ritrarsi innanzi a tanto clangore di presunta perversione». Per smentire le accuse della signora Garramòn, madre del piccolo José investito e ucciso da Fassoni Accetti, l’artista pubblica anche una parte della sentenza della Corte d’Assise del processo per la morte di Josè Garramòn del 1986 di cui è stato accusato in cui si legge l’estraneità del soggetto da motivazioni a sfondo pedopornografico.

 

04 novembre 2013
Durante la trasmissione televisiva “I fatti vostri” si manda in onda un’intervista (piena di tagli e montaggi) a Marco Fassoni Accetti, presente in studio Pietro Orlandi. Riportiamo alcune risposte di Fassoni Accetti: Perché Emanuela fu rapita? «Per far credere che questo sequestro fosse stato operato da alcuni prelati, d’accordo con la ragazza tra l’altro, dove c’era anche una molestia sessuale. Si fece credere alla ragazza che il padre fosse in pericolo, sotto ricatto…c’erano delle pressioni che lui subiva, per cui la ragazza fu ingannata». Dove è stata portata? «Erano due appartamenti, uno sul litorale uno su un quartiere vicino alla villa stritch dove risiedeva mons. Marcinkus. Io ricordo che una delle nostre ragazze mi disse che doveva andare in farmacia a comprarle dei tamponi perché la ragazza in quei giorni aveva il ciclo. Ha fatto delle richieste, come “la famiglia cosa ne pensa?” e noi dicevamo “la famiglia sa”, non le è stato detto che doveva stare dei mesi lì. Studiava i libri che noi le portammo, aveva un piccolo pianoforte verticale, un flauto. Ricordo che ricamava a volte». Eravate a volto scoperto? «Io avevo una parrucca, le lenti a contatto marroni. Una volta mi chiamavo “Fabio” un’altra “Paolo”, a seconda delle esigenze». Perché compare soltanto ora? «In tutti questi anni mi sono riservato di farlo il giorno in cui poteva esserci la possibilità di rivolgere un appello a quanti con me all’epoca avevano collaborato. Se il flauto non fosse quello di Emanuela Orlandi non lo avrei presentato lasciandoli la matricola». Il flauto di Emanuela che fine fa dopo il sequestro? «Viene sostituito con un altro flauto senza la matricola, quindi non riconducibile alla Orlandi, anche perché la Orlandi cambia identità e poteva ancora benissimo esercitarsi al flauto. Nel 1983 noi lo volevamo restituire ai carabinieri che si stavano recando in perquisizione in questi sotterranei della Basilica [Santa Francesca romana, nda] ma non sono riusciti a rinvenirlo. Lo recuperammo nel 1987, io lo occultai in questa sezione dello stabilimento cinematografico ex De Laurentis, una sezione che era adibita all’oggettistica, per cui se fosse stato rintracciato laddove lo avevo occultato, poteva essere facilmente scambiato per un oggetto usato in qualche pregressa lavorazione cinematografica». Emanuela e Mirella sono state portate in Francia? «Per questioni di sicurezza furono portate all’estero. A me fu sempre detto in modo lapidario: “All’estero stanno bene, meglio non farle rientrare perché si creerebbe uno scandalo inutile”. Non so cos’è successo alle ragazze, io personalmente, né chi è accanto a me, le ha uccise. A nessuno frega niente della Orlandi e della Gregori, stiamo parlando di qualcosa che è accaduto trent’anni fa e tutta la forza degli inquirenti non è stata mai capace di comprendere nulla, neanche di sentire l’odore di qualcuno di noi. Evidentemente c’è un qualcosa di anomalo che è accaduto». Lei è l’Americano? «Io dico sempre, lo sono, non lo sono, non lo voglio dire, questo lo deve dire la procura». Perché non ha mai fatto i nomi dei suoi complici? «Proprio perché nessuno rispetta la parola data, io ho dato la mia parola, a torto o a ragione. Una parola non si rimangia mai, se avessimo ammazzato qualcuno sarebbe giusto rimangiarsela».

Alla fine dell’intervista, Fassoni Accetti ha fatto un appello: «Mi rivolgo all’aspetto femminile della vicenda: lo so avete molti figli, avete una famiglia e un marito, è difficile raccontare al marito e ai figli…io non vi chiamerò mai in correità, ma se volete aiutare, non tanto me, ma queste famiglie, chiudiamola lì anche perché, non prendetela come una minaccia, se si dovesse presentare qualcun altro, al di là di me, e dovesse fare i vostri nomi, ci fate una cattiva figura».

Pietro Orlandi durante la trasmissione ha commentato: «Lui sicuramente ha avuto un ruolo in questa storia, ne sono convinto. Me lo fa pensare quel flauto, che secondo me è quello di Emanuela. Su di esso c’era il numero di matricola e questa persona non poteva sapere se noi lo avevamo tenuto oppure no, in questo caso sarebbe stato smentito subito». Si dimostra scettico sul fatto che Emanuela fosse stata d’accordo con i suoi rapitori, anche perché -dice- avrebbe evitato di prendere appuntamento con la sorella Cristina dopo la scuola.

Durante la trasmissione Pietro Orlandi sostiene anche che papa Francesco, quando lo incontrò all’uscita di una messa domenicale in Vaticano, gli ripeté per ben quattro volte che Emanuela è morta. Pino Nicotri ha ricordato che fino a prima del 4 novembre Pietro aveva detto che papa Francesco quell’affermazione l’aveva fatta una sola volta e che a sentirla gli si era “ghiacciato il sangue”. Tuttavia nel filmato del breve incontro tra Pietro e Papa Francesco alle parole che gli dice il papa il fratello di Emanuela sorride e non pare proprio ricevere da lui una notizia agghiacciante come la morte di Emanuela, oltretutto ripetuta per quattro volte.

 

28 ottobre 2013
Durante la trasmissione “La vita in diretta” Pietro Orlandi afferma che Emanuela poco prima di sparire telefonò a casa dalla scuola di musica dicendo di avere un appuntamento con un tizio “che doveva darle un pacco di volantini da portare a casa. Affermazione, ha spiegato Pino Nicotri, smentita dalle testimonianze verbalizzate degli stessi familiari, che si sono sempre limitati a parlare di una telefonata nel corso della quale Emanuela aveva solo detto di avere avuto un’offerta di lavoro consistente nel distribuire volantini a una sfilata di moda. Pietro sostiene anche che le centinaia di ossa di bambini nel sotterraneo della basilica gli fanno venire in mente le vittime della “pedofilia rituale” diffusa anche negli alti gradi del clero, dichiarazione priva di fondamento.

 

25 ottobre 2013
Marco Fassoni Accetti nei recenti interrogatori in Procura avrebbe fatto i nomi di almeno tre ragazze coinvolte a partire dal 1987, quando sia Emanuela sia Mirella «le avevamo già trasferite all’estero, inizialmente in Francia, una in auto passando da Milano, l’altra con un volo decollato dall’Aeroporto dell’Urbe, sotto i falsi nomi di Fatima e Rosi». Tra queste “sosia” di Emanuela, anche una ex starlette di “Non è la Rai”, che conferma di conoscerlo: «Mi avvicinò mentre ero in viale Libia con mia mamma, mi riempì di complimenti. Disse di avere entrature nel mondo dello spettacolo e che poteva aiutarmi. Io ero minorenne, avevo 16 anni, ma confesso che l’idea mi piaceva. Lo vidi più volte, sempre con mia madre o mia sorella grande. Sì, di fotografie me ne fece tante. Mi portò anche a un concorso, Miss Abbronzatissima, e a una serata in cui recitai una poesia. Mi dava disagio, era un tipo strano. Dopo qualche settimana smisi di incontrarlo». Anche le altre due “sosia della Orlandi” erano giovanissime con i capelli lunghi neri e il viso regolare, solare. Una aveva 18 anni e di lì a poco sarebbe rimasta incinta. L’altra, neanche maggiorenne, oggi poetessa di una certa notorietà, «nel maggio 1987 la portammo a un convegno in Campidoglio tenuto dalla fondazione Re Cecconi, per fare delle foto con dirigenti della Lazio, utili a chiarire un certo conflitto che si era instaurato». Probabilmente si riferisce ad un messaggio sul sequestro Orlandi, arrivato all’Ansa il 17 ottobre 1983, che chiamava in causa il calciatore Arcadio Spinozzi.

Tutte e tre le «controfigure» furono fotografate a loro insaputa, non in primo piano, di profilo, in modo che potessero essere facilmente scambiate con la quindicenne cittadina vaticana. In seguito tali immagini sarebbero state usate «a scopo di minaccia o ricatto, facendo credere alla nostra controparte che continuavamo a detenere la Orlandi». «Le pressioni – ha messo a verbale Fassoni Accetti in Procura – erano su due livelli. Primo: contrastare la gestione dello Ior di monsignor Marcinkus e di Thomas Macioce, l’uomo d’affari americano che fin dal 1987-88 si diceva potesse sostituirlo. Secondo: evitare il rischio che Alì Agca tornasse ad accusare il mondo dell’Est, i bulgari, come mandanti dell’attentato a papa Wojtyla, considerato che in quel periodo ci sarebbe stato il processo d’appello». Ha anche affermato di aver studiato in piazza di Spagna, al San Giuseppe De Merode: «In quel collegio io avevo studiato e conosciuto monsignor Pierluigi Celata, che fu mio direttore e confessore spirituale, figura di riferimento del nostro gruppo, senza che lui fosse coinvolto nelle nostre attività».

 

24 ottobre 2013
La Procura ha accertato che non sono di Emanuela Orlandi le ossa ritrovate nella cripta della basilica di Sant’Apollinare a Roma. Secondo Pino Nicotri si chiude definitivamente il capitolo della pista della basilica nato nel 2005 da una telefonata a “Chi l’ha visto”

Nel frattempo sono uscite alcune affermazioni di Fassoni Accetti in Procura sui tabulati telefonici delle telefonate dell’Americano. Una risalirebbe al 19 luglio 1983, quando chiamò il cardinale Casaroli dal «bar rosticceria di viale Regina Margherita 4», poi un’altra «dal bar d’angolo di piazza San Silvestro: la polizia ci intercettò e le volanti arrivarono pochi secondi dopo, basta controllare il brogliaccio». La telefonata con la voce di Emanuela partì da «un telefono pubblico ai Parioli» e nell’ottobre 1983 «dal capolinea del metrò Laurentino». Infine quella «durante la trasmissione Telefono giallo, da una cabina in una traversa di piazza Vittorio».

Ha chiarito che l’ala progressista di cui faceva parte, contraria alla linea anticomunista di Wojtyla, dal 1979-80 avrebbe fatto pressioni sullo Ior di Marcinkus per frenare l’invio di fondi al sindacato Solidarnosc. Secondo quanto ha raccontato il fine del rapimento era anche indurre Agca (cosa che poi accadde) a ritrattare «le calunnie» contro i bulgari, facendogli credere che sarebbe stato liberato, grazie alle pressioni (legate a Emanuela) sul Vaticano e a quelle (legate a Mirella) sull’Italia, in particolare sul presidente Pertini, titolare del potere di grazia (e anche questa arrivò, seppure solo nel 2000).

Rispetto alla scomparsa di Mirella, il 7 maggio 1983, sarebbe avvenuta quel giorno, e non il 6 o l’8, perché «il 7 era un codice: doveva richiamare ad ambienti interni il 7 giugno dell’anno precedente, data dello storico incontro tra il papa polacco e il presidente Usa Reagan, in cui i due decisero di potenziare i finanziamenti a Solidarnosc da noi osteggiati».

 

23 settembre 2013
Marco Fassoni Accetti ha richiamato in Procura l’attenzione su Paola Diner, la donna di 33 anni morta vittima di un incidente domestico il 5 ottobre 1983 nella sua casa in via Gregorio VII, di cui lo MFA aveva già parlato al “Corriere” il 17 maggio scorso. «Paola Diener fu da noi contattata perché aveva un parente in Vaticano: volevamo convincerla ad accusare di molestie sessuali qualche prelato della fazione a noi avversa, nell’ambito delle nostre attività di pressione», ha spiegato MFA. «Il mio gruppo posizionò nella casa di via Gregorio VII delle microspie. Io ero fuori, in strada, per controllare che non arrivasse nessuno della famiglia. Volevamo essere certi che la donna non riferisse al padre il contatto avuto con noi, e per questo la microfonammo. L’appartamento era al piano terra, entrando sulla destra. C’era un cagnolino vivacissimo, tanto che dovemmo interrompere l’azione per dargli da mangiare».

I riscontri effettuati hanno per ora confermato solo che il padre della Diener, morto mesi fa, aveva lavorato in Vaticano come responsabile dell’Archivio segreto della Santa Sede. Dagli atti del caso Orlandi la data di morte della Diener apparve, allora inspiegabilmente, in un comunicato inviato dai sequestratori il 23 ottobre 1983: «Comunicheremo al cardinale Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-1983 a causa della reprensibile condotta vaticana». Precisa ancora Accetti: «Stavamo bluffando. Volevamo usare quella morte, a noi estranea, per creare scandalo ed esercitare pressioni sulla controparte. Ricordo che in quei giorni era in corso il Sinodo dei vescovi…».

Fassoni Accetti ha aggiunto un particolare: fu arruolato nel nucleo di «intelligence e controspionaggio» per contrastare la linea anticomunista di papa Wojtyla, «grazie alla pregressa conoscenza di monsignor Pierluigi Celata, mio confessore al collegio San Giuseppe De Merode». «Fu questa – ha ripetuto nei 13 interrogatori il teste – la ragione principale che indusse alcuni ecclesiastici lituani e francesi a creare un gruppo occulto negli anni 1979-80». E’ in questo contesto che il nucleo avrebbe organizzato il «finto sequestro, poi sfuggito di mano» delle due quindicenni, con l’intento di indurre Alì Agca a ritrattare le sue accuse contro la Bulgaria.

 

17 settembre 2013
La trasmissione televisiva “Linea gialla” mette a confronto (tagliando e montando molte parti) Pietro Orlandi e Marco Fassoni Accetti. Pietro ricorda che MFA ha detto di aver sentito da persone appartenenti al suo gruppo che Emanuela è stata portata in una comunità islamica a Milano fondata da un italiano che aveva contatti con la grande moschea di Parigi». MFA ha risposto: «Io tra l’83 e l’85 ero in carcere, quindi posso solo riferire de relato, se avessi saputo di più avrei già informato la Procura. Dovrei riparlare con questa persona?». Pietro vuole che MFA dica i nomi dei suoi complici e quest’ultimo più volte ripete: «Ho dato la mia parola a suo tempo, io dovrei tradire la parola data». Si è presentato ora perché «è cambiato il pontefice e si dice, non lo dico io, che non è curiale e questo dovrebbe psicologicamente influire su certe persone che, a torto o a ragione, vogliano credere a questo, che in Curia ci sarà un po’ più di rispetto».

Parlando del gruppo di cui ha fatto parte ha parlato di «un gruppo di pochi ecclesiastici, minori tra l’altro di secondo o terzo grado, e pochi laici che insieme hanno convenuto di operare, non c’era un mandante». Lo scopo del rapimento «era per ottenere determinati risultati in un certo ambito politico che concerne la Città del Vaticano e i suoi rapporti con altri Stati». Poteva una ragazzina avere questa forza? «Non era stata scelta Emanuela, c’era tutto un ventaglio…c’erano varie ragazze, c’erano delle donne, c’erano delle signore..». Emanuela è stata scelta per la sua cittadinanza? «Certo». «Si era anche pensato a Cristina, la minore, ma la Cristina come altre ragazze non avevano la predisposizione caratteriale per poter con loro dialogare e simulare, questo non vuol dire che Emanuela abbia delle caratteristiche da disprezzare, al contrario…proprio per la sua generosità, per il suo essere aperta, fresca».

Pietro Orlandi si dimostra scettico sul fatto che Emanuela abbia accettato di assentarsi da casa in quanto la famiglia sapeva, «questo dimostra che tu non hai mai avuto contatti con Emanuela, non avrebbe mai fatto così». MFA risponde: «Mai dire mai». Secondo MFA Emanuela era già d’accordo prima di quel giorno, Pietro chiede perché allora avrebbe insistito per farsi accompagnare da lui. «Per rispettare gli orari», ha risposto MFA anche se con i vari tagli non si capisce pienamente la sua reazione a tale obiezione. Si è finito con le telefonate che l’Americano fece a casa Orlandi, Pietro pone una domanda a MFA su una cosa che disse l’Americano su qualcosa che accadde a Emanuela nei primi giorni, fisicamente, e aggiunse di stare tranquilli perché accanto a lei c’era una persona..questa cosa non uscì sui giornali, ma MFA non ricorda. Si conclude con un appello di MFA: «Io non faccio i nomi però sappiano, le persone a cui mi rivolgo, che le indagine nel loro sviluppo possono arrivare ad identificarvi per cui è bene presentarvi avendo l’attenuante, per lo meno, che vi siete presentati».

 

12 settembre 2013
Fabrizio Peronaci sul “Corriere” fa notare Marco Fassoni Accetti si presenta in Procura il 27 marzo 2013, chiamando i complici a farsi avanti, mentre nell’aprile 2013 Antonietta Gregori e una compagna di musica di Emanuela ricevono i due inquietanti plichi con scritto: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». Le ultime righe paiono evocare l’omicidio di Katy Skerl: capelli (biondi), data del ritrovamento del corpo (21 gennaio), luogo (una vigna). L’anonimo invitando le «belle more» a «non cantare» (tacere) si riferisce a Emanuela e Mirella (se vive)? Oppure si riferisce alle amiche che hanno aiutato a far cadere nella trappola Emanuela e Mirella, come raccontato sempre da MFA? Potrebbe essere ancora attiva la «parte avversa» a quella di Fassoni Accetti?

Rispetto all’omicidio Skerl, Fassoni Accetti sostiene che sarebbe stato la «risposta» alle pressioni esercitate in ambienti vaticani tramite Emanuela (figlia del messo papale) e Mirella (vicina di casa di un funzionario della Gendarmeria). Assieme alla lettera, Antonella Gregori e l’amica di Emanuela hanno ricevuto anche la foto di un teschio, scattata nella chiesa di via Giulia che raccoglie le spoglie di cadaveri abbandonati nell’800, il quale appartenne a una certa Eleonora. Una delle ragazze a conoscenza di fatti relativi all’operazione Orlandi-Gregori ha lo stesso nome.

 

29 luglio 2013
I magistrati Giancarlo Capaldo e Simona Maisto hanno convocato tutti coloro che hanno ricevuto per un motivo o per l’altro un avviso di garanzia per la scomparsa di Emanuela Orlandi: don Pietro Vergari, ex rettore della basilica di S. Apollinare e Marco Fassoni Accetti, non sono stati invece convocati, essendo per loro scaduti i termini, Angelo Cassani, detto Ciletto, Gianfranco Cerboni, detto Gigetto, Sergio Virtù e la “super testimone” Sabrina Minardi. L’unico presentatosi di persona alla convocazione di lunedì mattina in Procura è stato don Vergari, gli altri erano tutti rappresentati dai rispettivi avvocati. “Ho così scoperto che mi è stato assegnato un avvocato d’ufficio. Io, non essendo mai stato interrogato, non ho mai provveduto a nominarmene uno”, ha commentato don Vergari.

I due magistrati hanno chiesto alla Questura e ai Carabinieri di Roma notizie sulla manifestazione dei radicali del 22 giugno 1983 in piazza Navona, a Roma, cioè a pochi metri dalla fermata dell’autobus di fronte al Senato, in corso del Rinascimento, volendo sapere se alla manifestazione abbia preso parte Marco Fassoni Accetti, all’epoca militante del partito radicale. A quanto hanno appreso Marco Fassoni Accetti sarebbe stato fotografato mentre partecipava ad almeno una manifestazione radicale vestito da prete.

 

24 luglio 2013
Marco Fassoni Accetti in una testimonianza in procura avrebbe parlato di un ruolo, seppure marginale, avuto dal suo gruppo in relazione all’attentato in piazza San Pietro, due anni prima del rapimento Orlandi. «Eravamo in contatto con due idealisti turchi e tentammo di limitare gli effetti dell’azione di Agca a qualche sparo in aria, a un atto dimostrativo». Sarebbe stato ancora lui a suggerire di alloggiare il killer turco, nei sopralluoghi preparatori nella Capitale, «all’hotel Archimede di via dei Mille, che conoscevo perché vicino c’era un negozio di fotografia, e all’ostello Ymca di piazza Indipendenza, dove frequentavo una palestra».

 

12 luglio 2013
Ai magistrati Marco Fassoni Accetti avrebbe fornito spunti anche per spiegare la morte di Jeanette May, già baronessa de Rothschild, il cui scheletro (assieme a quello di un’amica, Gabriella Guerin) fu trovato nel gennaio 1982 nei boschi marchigiani. «Pensammo a lei per fare un’operazione contro Marcinkus e altre figure che detenevano il potere nello Ior, come il cardinal O’ Connor e l’uomo d’affari Thomas Macioce. La baronessa Rothschild avrebbe dovuto accusare monsignor Marcinkus di molestie: colpendo lui puntavamo a frenare i finanziamenti in Polonia voluti da papa Wojtyla per abbattere il comunismo». Sul suo blog Fassoni Accetti integra: «Nel 1979- 80, ben prima che si ideasse il “finto sequestro” con due giovani ragazze, l’idea originale per esercitare una pressione nei confronti di alcuni ecclesiastici era quella di servirsi di due signore altolocate, che avrebbero dovuto riferire fittiziamente di aver appreso all’interno di una liaison con alcuni ecclesiastici certe notizie riservate e destinate a non esser mai rese pubbliche, ciò avrebbe creato una turbativa con conseguente clamore. La ricerca e selezione di tali signore fu effettuata a vasto raggio, e particolarmente all’interno del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta, tra le Dame di Grazia e Devozione, d’Onore e Devozione. Questo ordine era già nelle nostre attenzioni in quanto alcuni dei suoi membri erano il Dtt. Macioce e l’avvocato Ortolani (condannato per lo scandalo Ambrosiano, ndr ). E comunque si vagliarono estensivamente le signore altolocate che gravitavano in quei millieu tra diplomazia italiana e quella della Città del Vaticano. La Baronessa Rothschild conduceva in sé quei significati che la posero alla nostra attenzione: la sua famiglia era “consulente” finanziario della Sezione Ordinaria della Amministrazione della Sede Apostolica. La Baronessa frequentava i circoli di araldica vicini a Mons. Bruno Heim, delegato apostolico in Inghilterra».

Il ricatto da attuare attraverso la nobildonna sarebbe stato ideato 3 anni prima del sequestro di Emanuela e Mirella. Ma il 29 novembre 1980, mentre era a Sarnano (Macerata) per la ristrutturazione del suo casolare, la de Rothschild svanì nel nulla: «Noi la signora non arrivammo a contattarla, tutto rimase allo stadio di progetto: la sua scomparsa è estranea alle nostre attività», precisa Accetti. Che però, sullo scontro tra fazioni all’ombra del Vaticano, ha fornito un elemento in più: «Alcuni membri della parte a noi avversa credettero di ravvisare in noi i responsabili di tale scomparsa, per cui nel 1983, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, suggerirono alle famiglie delle ragazze la nomina legale dell’avvocato Gennaro Egidio, già legale della famiglia Rothschild in ordine alla scomparsa della baronessa». Secondo i ricordi di Pietro Orlandi, l’avvocato fu loro consigliato pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela, da uno 007 in contatto con la famiglia: «Fu Gianfranco Gramendola, carabiniere del Sisde, nome in codice Leone, a presentarcelo esclamando: “Tranquilli, quest’avvocato è la mano di Dio!”. Poi fu lo stesso Egidio a dirci che si era occupato dei Rothschild e, mi pare, del caso Calvi». In un’altra occasione dice: «Quando sapemmo della scomparsa della baronessa, pensammo che fosse stata un’operazione della parte a noi avversa, che a sua volta sospettò di noi. Un fatto è certo: il mio gruppo era completamente estraneo».

Marco Fassoni accetti torna anche sul caso di Mirella Gregori: «Mirella ed Emanuela erano d’accordo con noi, bastò un piccolo inganno, con l’aiuto inconsapevole di alcune loro amiche, per portarle via. A Mirella citofonai io: lei inventò una scusa per scendere e venne via con me, senza alcuna violenza. Io e il mio gruppo pensavamo di sfruttare questi sequestri per ricattare il Vaticano»

Maria Antonietta Gregori, intervistata, parla dell’amica di Mirella, Sonia De Vito, l’ultima a vederla: «Da quel maledetto giorno non si è mai più fatta viva con noi, proprio lei che mia madre trattava come un’altra figlia. Mai una telefonata, una visita. E per la mia famiglia è stato un grande dolore: lei e Mirella erano sempre insieme. Questo comportamento ci è sempre sembrato strano». E ancora: « «Lei non aveva alcun motivo per andar via di casa, Fassoni Accetti la deve smettere. Quest’uomo deve dire la verità e non inventarsi episodi senza senso: ha detto perfino che mia madre avrebbe incontrato Mirella in Francia, dieci anni fa! Ma vi pare possibile? Quella è una storia totalmente falsa che ci ha fatto stare molto male. Mia mamma è morta col nome di Mirella sulle labbra».

 

09 luglio 2013
Sul suo blog Fassoni Accetti scrive una lettera alla signora Garramòn, madre di José Garramon, il bambino investito e ucciso dall’artista. La madre più volte ha detto che un medico le aveva detto con sicurezza che il bambino era morto sull’ambulanza e non sul colpo, quindi Fassoni Accetti avrebbe potuto salvarlo al posto di andarsene dal luogo dell’incidente. L’artista ha risposto: la donna è «smentita dai verbali che riportano le dichiarazioni del personale paramedico della stessa autoambulanza». Nei commenti sotto l’articolo l’artista approfondisce: «dalle risultanze dell’autopsia emerge che il bambino è morto, in seguito alla lacerazione della aorta e alla sezione completa in più punti del midollo spinale, lesioni che depongono verso la tesi del decesso pressoché istantaneo. Inoltre la morte si sarebbe verificata verso le ore 19, orario contestuale all’incidente, ed il rapporto dei soccorritori delle 19:50 ca. dimostra intanto che il bambino non è morto sull’ambulanza come dichiarato dalla madre». Rispetto alla sentenza contro Fassoni Accetti, «l’omicidio è stato derubricato in primo grado da volontario a colposo, e questo non equivale ad una assoluzione per insufficienza di prove ma ad una formula piena. Addirittura il Pubblico Ministero, Franco Ionta, che rappresentava l’accusa, aveva chiesto in primo grado l’assoluzione per l’omicidio volontario».

Nei mesi scorsi Martha, la governante di casa Garramòn, ha ricordato alla trasmissione “Chi l’ha visto” che Fassoni Accetti avrebbe fatto visita alla loro casa prima dell’incidente. Fassoni Accetti replica: «dopo trent’anni, vedendo una mia foto mostrata dalla redazione della trasmissione Rai, si ricorderebbe di avermi visto per pochi secondi sull’uscio di casa, ed aggiunge che all’epoca, durante le indagini, i carabinieri le mostrarono una foto in cui io recavo la barba, per cui non l’associò con l’uomo che un mese prima bussò alla sua porta. Questo è falso, perché i carabinieri per le indagini non si servirono di una mia foto con la barba, ma di un’altra, verbalizzata agli atti, in cui non portavo alcuna barba. Inoltre, all’epoca, la governante non fece presente, durante gli interrogatori dei carabinieri ed in seguito con il giudice istruttore, di aver ricevuto alcuna visita sospetta. Per questa ragione è stata da me querelata per diffamazione».

Rispetto alla pedofilia, Fassoni Accetti ha spiegato: «“ci ‘travestivamo’ spacciandoci per pedofili, intendendo che, quando individuavamo all’interno di una realtà ecclesiale una situazione di pedofilia, la penetravamo per ottenere un qualcosa ed esercitare pressioni. Per facilitarci il compito simulavamo comunanza e temperatura pedofila, apparente complicità. Non certo nei confronti dei minori, ma esclusivamente verso l’ecclesiastico in questione». Ed infine un appello diretto: «Sappia che per quanto sopra, collaborerò esclusivamente con gli inquirenti, e non certo con il suo legale, già impegnato a difenderla dalla querela che intendo indirizzarLe».

 

07 luglio 2013
La grafologa Sara Cordella ha analizzato la lettera spedita da Boston (precisamente dalla Kenmore Station ) il 22 settembre 1983 a Richard Roth e ricevuta il 27 settembre 1983 presso la sua residenza romana, rilevando un rigido piegamento verso sinistra (“Rovesciata”), aggiungendo che tale segno si trova soprattutto nelle scritture femminili.

Il 6 giugno 2013 Marco Fassoni Accetti ha rivelato che «una ragazza le scrisse in Roma ed un’altra le spedì da Boston. Non confermo se si trattava o meno della mia ex-moglie».

 

06 luglio 2013
Fabrizio Peronaci sul “Corriere” svela alcune affermazioni di Marco Fassoni Accetti in Procura, compresi i nomi degli alti prelati ai quali (senza che ciò comporti un loro coinvolgimento) avrebbero fatto riferimento i gruppi di potere coperto dal cui scontro sarebbe germinato il sequestro di Emanuela e Mirella. Marco Accetti, collegiale al San Giuseppe De Merode, grazie al suo direttore spirituale Pierluigi Celata nei primi anni ’70 conosce alcuni religiosi che gli mettono a disposizione abiti talari e locali per attività filmiche. È questa la sua prima «entratura». Poi maturano altri contatti: «Sacerdoti un po’ peccatori mi proposero: visto che sei così bravo con la cinepresa, vuoi renderti utile?». Le azioni del «nucleo di controspionaggio», elenca Accetti, nascono per «tutelare il dialogo con i Paesi del Patto di Varsavia» (il che coincideva con la linea Casaroli) e contrastare la gestione di Ior e Apsa. «Volevamo condizionare in senso progressista le scelte del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa… Agivamo nell’area di monsignor Backis […]. Nella sua Fiat collocammo microspie per attenzionare persone che erano con lui». Altre figure vicine erano «monsignor Martin, della Prefettura pontificia, e Deskur, preposto alle Comunicazioni sociali», nonché «il cardinal Hume, alle prese con i debiti della sua diocesi». Quanto alla parte avversa, è con l’ascesa nel 1978 del pontefice polacco che il gruppo individua i bersagli: «Ci opponevamo ai finanziamenti a Solidarnosc e in generale alla spinta anticomunista di Wojtyla». Per questo, vittime di ricatti e dossieraggi sarebbero stati il cardinal Caprio (anni prima espulso dalla Cina, spiato con cimici «sotto la moquette gialla») e monsignor Hnilica (condannato per il caso Calvi), oltre a Marcinkus, discusso capo dello Ior, all’uomo d’affari Thomas Macioce e al cardinal O’Connor. Arrivano poi Emanuela e Mirella: ««Le prelevammo dopo la promessa dei servizi segreti ad Agca di liberarlo entro due anni: la Gregori, cittadina italiana, serviva a premere per la grazia presidenziale. Io ci misi le mie capacità di sceneggiatura…».

 

03 luglio 2013
Margherita Gerunda, l’ex pubblico ministero che indaginò nelle prime ore che seguirono il rapimento, ha affermato: «Mi feci subito l’idea, come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in un agguato, violentata e uccisa, comunque morta in seguito alle violenze. Certo non ci sentivamo di esternarlo perché sarebbe stato crudele nei confronti della famiglia. Tale convinzione è tuttora confermata dai fatti successivi». E accusa i media: «Se non ci fosse stato questo assedio le indagini avrebbero potuto avere un qualche esito tempestivo. Lo dico sulla base della mia esperienza, che all’epoca era già notevole. Interpretai il mio essere tolta dal caso Orlandi come la precisa volontà di assecondare i clamori e sposare in pieno la pista del rapimento politico per lo scambio con Agca. Direi che oggi non è cambiato nulla. Con continui colpi di scena uno meno credibile dell’altro si vuole evitare che i magistrati possano lavorare senza intralci su piste non di fantasia».

Parlando delle prime ipotesi: «Non ho mai avuto alcun elemento per appuntare l’attenzione sulla ditta Avon. Nessuno me ne parlò. Non credo inoltre che quel giorno Emanuela Orlandi sia andata alla scuola di musica passando per corso del Rinascimento, dove si usa credere che sia stata vista da un vigile e da un poliziotto. Ho maturato la convinzione che i testimoni si siano prestati a dire o a confermare cose che permettevano loro di andare sui giornali, dare interviste, insomma avere il loro piccolo momento di fama se non di gloria. Per uscire almeno una volta nella vita dall’anonimato e sentirsi protagonisti, alla ribalta, partecipi di una storia che interessa molta gente».

 

2 luglio 2013
Marco Fassoni Accetti ha rivelato ai procuratori che Emanuela «fu a Roma per tutto l’83 e poi portata in Francia», secondo il teste era stata ribattezzata Fatima (con tanto di passaporti indiano e iraniano), per richiamare il terzo segreto. Mirella, invece, Rosi: da Rossitza Antonov, moglie del caposcalo della Balkan Air arrestato per l’attentato. Alla Gregori, inoltre, sarebbe stato intimato di dire che al citofono il giorno in cui sparì la chiamò l’amico Alessandro, per «ricordare» a chi di dovere il capo dello Sdece, servizi segreti francesi, marchese Alexander De Marenches». «Pierluigi», autore delle prime telefonate, «alludeva» a un tal monsignore [Pier Luigi Celata, ndr] acerrimo nemico di Marcinkus; «Barbarella», come fu anche chiamata la Orlandi, doveva servire «a localizzare la ragazza» in zona Campo de’ Fiori, vicino la chiesa di Santa Barbara; e infine la basilica di Santa Francesca Romana, dove l’«Amerikano» telefonò una volta, altro non sarebbe stato che un riferimento al doppio nome della nipote di Ilario Martella, giudice istruttore su Agca e accusatore dei bulgari, per questo minacciato. «Ma di che vi stupite?», afferma Accetti, «leggere questi fatti con gli occhi di oggi è vano. Vero è che all’epoca, in piena guerra fredda, operazioni del genere avvenivano così: tramite codici, coperture, raffinatissime dissimulazioni».

 

1 luglio 2013
Dino Marafioti intervista su “Radio Radicale” Marco Fassoni Accetti (intervista si svolge il 25 giugno).
MFA saluta gli ascoltatori, all’inizio e alla fine, come “compagni” tenendoci a mostrare le sue simpatie comuniste, e afferma di essere stato ascoltato in Procura, finora, in circa 10 udienze. «Con un nuovo Pontefice non curiale veniva meno, almeno nelle mie, nelle nostre speranze, quella possibile difesa culturale, psicologica che poteva e può ancora esserci in certi ecclesiastici che all’epoca erano a conoscenza dei fatti». Con i precedenti pontefici, «il prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede, poi diventò pontefice, lui certo non era a conoscenza di nulla, ma all’epoca alcuni prelati che componevano tale congregazione ne erano a conoscenza, erano un po’ la nostra controparte. Vi era la necessità di chiedere e questa domanda andava necessariamente sforzata attraverso delle pressioni. Alcuni segmenti della Curia, per lo meno quella Curia, ottenevano e chiedevano attraverso degli sforzi, delle minacce. Per cui bisognava rispondere con lo stesso sistema “culturale”». Tuttavia ora la televisione di stato tramite notizie calunniose ha «vanificato il mio appello se non inficiato per cui non credo che persone appartenenti al mondo ecclesiale desiderino entrare in questo inferno mediatico creato senza alcun controllo dalla televisione di stato».

Si passa al fatto del flauto che MFA considera «di minore importanza. Anche se fosse quello della Orlandi chiunque poteva benissimo ottenerlo in un secondo tempo, l’importante è aver fornito dei riscontri riguardo a delle azioni specifiche del 1983». Tornando alle attività, «non c’era nessun nucleo e nessun controspionaggio, erano pochi laici e pochi ecclesiastici che cercavano di condizionare la politica dell’allora Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, che era un’estensione della Segreteria di Stato quindi attraverso questa camarilla si cercava di suggerire certe scelte, non tutte, della Segreteria di Stato. Poche persone ma che disponevano informazioni attinenti all’interno del Vaticano rientrava nei loro interessi». Come controparte, «non meglio identificate persone di non meglio identificati circoli occidentali cercavano sempre di conoscere le procedure all’interno della Curia per poi farne un uso proprio, deviato». Quella di MFA era una «realtà mobile, non istituzionalizzata, io ero un laico e assieme ad altri laici appoggiavamo ecclesiastici appartenenti ad una corrente progressista». I servizi segreti infiltrati in Vaticano «non parteciparono mai né a livello esecutivo né come entità mandante».

Rispetto al caso Orlandi, «nessuno di noi ha commesso alcun omicidio, non da parte mia e non da parte delle persone che con me collaboravano. Io non posso sapere quale fu la sorte di questa ragazza perché nell’84 fui arrestato dopodiché sono stato accorpamentato poiché ero stato attenzionato da indagini che potevano essere non soltanto al fatto della pineta e di Garramòn». «Mi trovo anch’io dentro un enigma, io non ho la soluzione: non c’è il movente per ucciderle ma le ragazze non ci sono, quindi anche per me questo è un mistero». La Orlandi e la Gregori «sono state fatte riparare all’estero, ma le altre testimoni che hanno concorso con loro e quindi sono a conoscenza dello svolgimento dei fatiti nella loro genesi e nel loro iter tecnico sono rimaste tutte nel loro contesto familiare perché non sono mai state individuate. Solo alcune sono state sospettate: la Orlandi aveva una compagna di scuola e una del corso di musica e un’altra amica ancora, la Gregori aveva una ex-compagna di scuola media di via Montebello nonché un’amica. E anch’io mi accompagnavo con ragazze che all’epoca avevano tutte tra i 17 e i 21 anni, tutte testimoni dello stesso fatto. Allora se avessimo voluto fare la tacitazione testimoniale con la Orlandi e la Gregori, perché non sopprimere anche queste ragazze? Non vedo perché qualcuno le abbia dovute uccidere ma al tempo stesso 30 anni sono assolutamente troppi. Negli anni mi è stato detto è che l’imbarazzo di raccontare, la paura, l’inibizione…era possibile nei primi anni ’80 ma si sarebbe dovuta dissolvere negli anni, ho sempre pensato invece che ci sia una forzatura, un farle vivere bene, un usare una pressione perché le ragazze dimentichino, non ritornino nel proprio nucleo familiare, nel proprio contesto sociale. L’omicidio no, è aleatorio ma potrebbe essere stato commesso compiendo un errore di calcolo enorme, anche perché tutte le ragazze coinvolte potrebbero farsi avanti e per paura di finire allo stesso modo denunciare i responsabili». All’estero dove? «La Francia o la Svizzera per tutte e due, la Francia è sempre stata una protagonista nella nostra storia perché per tradizione sono sempre i servizi francesi ad occuparsi della sicurezza del Papa». L’ultimo riscontro in vita «il 20 dicembre 1983 Emanuela e nell’autunno del 1993 la Gregori», quando incontrò la madre. Sembra inverosimile, «ma cosa c’è di verosimile in questa vicenda? E’ verosimile che Alì Agca dica di essere Gesù Cristo rovinando il processo? In realtà è perché aveva paura per la sorella, noi minacciavamo anche lei».

«Se lei elabora quello che è accaduto il 22 giugno e il 6 maggio, le date della scomparsa di ambedue, pensate che sia veramente accaduto così come dicono i fatti? Un sequestro che possa accadere in questo modo? Io credo che chiunque abbia indagato nel passato vi ha nascosto 5/10 dell’istruttoria, io sono convinto che in tutte le istruttorie del passato vi sono delle parti secretate perché noi lasciavamo tanti e tanti indizi di lettura, volontariamente, che io non li ho mai riscontrati in tutte le istruttorie che sono state poi rese pubbliche. Non comprendere che quel 22 giugno non può essere un sequestro, non comprendere che un sequestratore che va a citofonare alla ragazza spacciandosi per il suo ex compagno di scuola di 16 anni e la ragazza riconoscerebbe in quella voce il compagno di scuola e nessun giudice ha il coraggio di scriverlo che dietro c’è un qualcos’altro. La ragazza scompare il 22 e scomparendo dice “il 25 accadrà qualcosa”, il 25 viene pubblicato (avevamo una persona legata ai servizi con il nome in codice “Ecce homo”) su “Il Tempo” un trafiletto sulla scomparsa della ragazza e una lettera di Alì Agca di un anno prima indirizzata al card. Oddi, e questa lettera dice: “spero che qualcosa accadrà in futuro, qualcuno mi risponda dal Vaticano”, e dopo 3 giorni comincia la ritrattazione su un bulgaro. E nessuno ha indagato, lo racconta oggi il mitomane. Non vedono che la promessa dei due anni dei servizi si manifesta l’83? Non vedono che il 22 giugno 1983 negli stessi momenti il Papa a Cracovia sta incontrando davanti al Senato della Repubblica i membri del Senato accademico? Per questo noi abbiamo scelto quel luogo deputato. Non si accorgono che Agca racconterà anni dopo che un giudice bulgaro lo ha minacciato durante una rogatoria e che faranno altri sequestri per lui, e noi gli stessi giorni della rogatoria abbiamo già spedito una lettera da Boston dove diciamo “facciamo altri sequestri per te”, la lettera parte il 15 da Boston e il 20 lui è minacciato»

Le due ragazze non sapevano davvero i fatti, conoscevano la storia al contrario, non conoscevano i nostri nomi, le nostre reali fattezze, ma sono comunque testimoni che confermano che all’interno della Città del Vaticano è accaduto qualcosa di illegittimo, illegale e di scabroso…è questo l’imbarazzo della loro testimonianza». «Anche la Orlandi e la Gregori erano d’accordo con noi…c’era un inganno è stato un sequestro atipico, un evento moderno, sofisticato..ero un’altra persona, ma era l’unico modo in quel sistema culturale di violenze per imporsi». Perché due minorenni? «Per aumentare scabrosità…la pedofilia, la usavamo come strato di copertura alle nostre reali azioni e nello stesso tempo era un’arma di pressione in un ambiente ecclesiastico». Rispetto alla Gregori, «noi avevamo una persona nel Servizio civile della sicurezza democratica (SISDE) che ci disse che si erano recati verso la fine dell’81 a parlare con il signor Agca e gli avevano accennato che in cambio di un suo pentimento, attraverso il perdono del Pontefice ed attraverso la grazia del presidente della Repubblica Pertini, entro due anni poteva essere libero. Il termine dei due anni è l’83, quindi una cittadina vaticana per quanto riguarda il perdono papale e una cittadina italiana per quanto riguarda la grazia del presidente italiano. A lui fu fatto credere che questo sequestro fosse una trattativa per la sua liberazione, chiaramente non era vero, ma per farglielo credere noi gli dicemmo, attraverso la corruzione di un agente del penitenziario, che doveva essere la classica scappatella perché la Repubblica italiana non avrebbe mai accettato una trattativa del genere e lo sapeva anche lui, ma doveva essere occulta questa trattativa, doveva essere una scappatella e dovevano esserne a conoscenza soltanto gli inquirenti e il presidente della Repubblica che soltanto per umanità avrebbe concesso la grazia, non certo nell’83 ma probabilmente dopo il processo per l’attentato al Papa quindi verso l’87-88. Era il Pontefice che per la liberazione di una cittadina vaticana avrebbe chiesto al Presidente di concedere la grazia, si trattava solo di un ferimento in fondo».

Il fatto della Gregori entra in scena dopo un mese dal rapimento Orlandi perché «arrivò un comunicato di un non meglio identificato Turkesh che noi pensiamo essere la controparte, che proprio il giorno che noi stiamo aspettando l’elezione del nuovo ministro di grazia e giustizia Martinazzoli, sempre perché intervenivano anche sul ministero di grazia e giustizia per il discorso Antonov, per cui loro ci suggeriscono con una domanda: “Vogliamo notizie sulla Gregori”, quasi a dire “vi vogliamo favorire sul fatto di Antonov però cercate di non parlare più della Orlandi”. Noi interpretammo che dovevano spostarci dall’attenzionare la città del Vaticano sul governo italiano, tant’è che chiedemmo l’ottobre successivo l’appello al presidente Pertini».

E ancora: «Non c’era alcuna liberazione di Agca, era un bluff per i giornalisti e per gli inquirenti, lui avrebbe dovuto ritirare le calunnie e lo ha fatto rovinando il processo. Noi abbiamo disseminato tutta la nostra storia di riferimenti a Fatima, il terzo segreto non rivelato. Quando Agca nell’86 va alla prima udienza lui si esprime dicendo che l’attentato al Papa è legato al terzo segreto di Fatima e parla della crocifissione, elemento portante del segreto che non fu rivelato negli anni ’80 ma soltanto nel 2000/01. Agca conosce questo elemento, come fa a saperlo? C’eravamo solo noi in quel momento che parlavamo di Fatima. Inoltre aggiunge che se dal Vaticano mi smentiscono io non parlerò più, nel senso che se si adoperano per me io ritratto. Ha cominciato a folleggiare e noi abbiamo ottenuto che lui ha rovinato il processo». Anche a Emanuela: «ti promettiamo ragazza 375mila lire…che cifra esagerata…ma non vedete che un anagramma della data di Fatima? 3 come 13, 5 come 5 maggio e 7 come 1917. Il codice 158, 5 del 1981…non se n’è accorto nessuno».

«La prosa esasperata dei comunicati era apposita per passare come mitomani. Cari signori della Repubblica italiana voi eravate la nostra cassa di risonanza, voi dovevate dire che noi sicuramente eravamo mitomani, che non c’entravamo niente. Io non sono mai stato un sosia di Benigni, era un travestimento come tanti perché in quel momento del 1999 nel caso io fossi stato individuato da un’indagine avrebbero dovuto dire: “Ma ti pare che un sosia di Benigni potesse…”, ma ti pare che “potevano chiedere la liberazione di Agca tramite il rapimento della Orlandi”, dovevate pensare che noi -così come i comunicati roboanti, con sintassi impropria, con termini arabeggianti-, lo Stato italiano, gli inquirenti, la stampa era fuori dai giochi, era una cosa interna, sotteranea, dovevate fare un grosso disturbo per stancare la nostra controparte…non prendi la ragazzina in cambio di Agca, ma perché non è per questo, ma perché la ragazzina poi devi far credere alla controparte che possa sapere qualcosa magari riguarda ad una certa basilica, ad una certa congregazione…non era vero nulla, era tutto finto. Era un bluff, nel bluff e nel bluff.»

Rispetto i telefonisti: «quelli che si conosco è perché sono stati intercettati, erano 8-10, altri chiamavano verso utenze telefoniche che però non erano controllate. Io potrei anche dire che sono l’Amerikano, non lo dico perché non facendo chiamate di correo non voglio escludendo una figura di telefonista lasciare poi scoperte le altre e permettere l’individuazione. Ero uno dei maggiori, erano due quelli maggiori, io ero quello che chiamava in pubblico. C’è un signore, un altro telefonista che chiama in televisione e cerca di spacciarsi per i telefonisti dell’epoca…forse in questo personaggio c’è l’autore delle famose lettere anonime che sono arrivate ultimamente».

«La nostra controparte erano alcune persone dell’ambiente dell’avvocato Ortolani, alcune persone del dott. Thomas Macioce che però poi si avvalevano della conoscenza di una persona del Sisde che diede corpo al “Phoenix”, lo sapevamo già allora. Ci minacciò di dar corpo di una violenza in questa pineta. Io mi sono presentato massimamente per il fatto della pineta perché io ho avuto un’accusa mostruosa, il fatto di essere stato assolto non mi ha affatto acquietato e in trent’anni ho sempre pensato “un giorno racconterò”. All’epoca non ho raccontato la verità perché dovevo coprire certe realtà di quella pineta. Vorrei portare le indagini su chi ha condotto questo ragazzo in quella pineta in quanto il mio sospetto è che qualcuno all’interno del Sisde forse è a conoscenza, non che siano stati loro». Quelli di Phoenix «non volevano che ci rivolgessimo al Quirinale, stavamo mettendo sotto pressione oltre al Ministero di Grazia e Giustizia alcune persone del Quirinale, sopratutto della nunziatura di una certa persona che era mons. Calamoneri [Assistente della Nunziatura Apostolica in Italia, nda], in particolare modo…quindi crearono questo scherno per minacciarci, per confonderci, tra cui la famosa minaccia della pineta».

«Ho già fornito i riscontri, quali erano le cabine e cosa ci si diceva in telefonate non pubblicate. Essi dichiarano che io ero nell’azione, non posso pretendere che si creda ai miei “perché” che possono essere una mia interpretazione..se non si fanno avanti altri testimoni che confermano il racconto, ho fatto un appello rovinato dalla televisione di stato. Forse mi ritroverò da solo davanti ad una Corte d’Assise, sarà evidente che io c’ero ma il perché andrà perduto. Se fossi un assassino non mi sarei mai presentato, riconosco l’illegittimità e l’illegalità di tutto quello che abbiamo prodotto, che doveva durare appena 24 ore. Si è rovinato tutto perché la prima notte non c’era la denuncia, ci voleva quel pezzo di carta per produrlo in copia per Alì Agca, poi perché arrivarono domani delle voci che la Commissione bilaterale voluta dalla segreteria insieme allo stato italiano per esaminare i fatti dell’Istituto per le Opere di Religione non riusciva ad arrivare ad una conclusione entro il 30 giugno, questo per loro fu molto sospetto per cui decisero di tenere Emanuela oltre il 30. Poi arrivò l’appello papale, poi arrivò il signor Agca che rilanciò, dopo averle ritrattate, le accuse nel cortile della questura. E allora si andava di settimana in settimana, io ero contrario da sempre perché non pensavo che quest’insieme di persone così giovani potesse mantenere il riserbo».

In molti hanno collegato la città francese di Neauphle-le-Château, dove Fassoni Accetti dice possa aver vissuto Emanuela, con il fatto che essa fu l’ultima città in cui compì il suo esilio l’ayatollah Khomeyni, prima di lasciarla nel 1978, cinque anni prima della scomparsa di Emanuela Orlandi, per raggiungere e poi governare l’Iran in rivolta contro lo shah Reza Pahlavi. All’epoca si disse che Emanuela era stata rapita per farne scambio con la libertà per Ağca, che al tempo affermava di avere eseguito l’attentato proprio su ordine di Khomeyni. MFA nel suo blog ha spiegato: «Ho sempre dichiarato che la Orlandi aveva risieduto in questa località solo per gli anni ’84-’85».

Marco Fassoni Accetti parla in procura di Mirella Gregori, secondo la ricostruzione di Peronaci il «nucleo di controspionaggio» circuì Mirella Gregori per «esercitare pressioni» sull’allora Gendarmeria vaticana, in particolare sul un funzionario che abitava nei pressi dell’abitazione della quindicenne, Raul Bonarelli, del tutto estraneo ma che tuttavia anni dopo fu indagato per reticenza e poi prosciolto. Il ricatto (basato sulla minaccia di far balenare un coinvolgimento nel sequestro) avrebbe avuto anche ulteriori e più alti bersagli: ambienti dell’anticamera papale, monsignori polacchi e i vertici dello Ior allora guidato da Paul Marcinkus. Per attuare il «rapimento dimostrativo», Mirella sarebbe stata indotta ad allontanarsi dopo che gli organizzatori del piano le fecero incontrare «un ragazzo biondo, bellissimo», di nazionalità svizzera, cantone tedesco, che parlava poco l’italiano e la stessa quindicenne avrebbe conosciuto l’estate prima, in villeggiatura. «Si innamorò di lui e per questo non abbiamo avuto bisogno di nessuna costrizione. Hanno vissuto insieme a Roma, in affitto, zona corso Italia, fino a tutto il 1983, e poi sono andati all’estero», sostiene il superteste indagato, il quale ha riferito anche di un successivo breve incontro, dieci anni dopo, di Mirella («che si faceva chiamare Rosy») con sua madre a Roma. Prima del presunto «innamoramento», per tranquillizzarla, i sequestratori avrebbero detto alla Gregori che la sua scomparsa era «necessaria», e condivisa in famiglia, per fare pressioni sui creditori, forse usurai, che avevano prestato soldi a suo padre per la ristrutturazione del bar appena terminata.

Secondo “Il Corriere”, giorni fa, nel massimo riserbo, i magistrati avrebbero interrogato Sonia De Vito, che quel 7 maggio fu vista con Mirella in un bar vicino casa, dove si intrattennero per almeno un quarto d’ora nella toilette. L’ipotesi è che Mirella in quel frangente si sia cambiata i vestiti, per impedire che la madre, descrivendoli, mettesse gli investigatori sulle sue tracce, e che abbia lasciato quelli smessi nel bagno pubblico, o li abbia consegnati a qualcuno. Quattro mesi dopo, nel settembre 1983, i sequestratori telefonarono al bar del padre e descrissero minuziosamente gli indumenti della ragazza, compresa la marca della biancheria intima.

 

29 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti spiega alla Procura i motivi per cui Emanuela non tornò dalla famiglia e cioè a causa di fatti «non preventivati» che fecero «precipitare la situazione». Emanuela «doveva tornare a casa in 24 ore», ma ciò fu impedito «prima perché il 23 giugno non avevamo in mano la denuncia di scomparsa da produrre in fotocopia ad Agca». E questo trova riscontro: la famiglia fu invitata a non sporgere subito denuncia al Collegio romano, nella speranza di una «scappatella». In un secondo momento, 24-25 giugno, «perché ci arrivò voce che la commissione bilaterale tra Stato vaticano e italiano per esaminare la situazione dello Ior, fissata al 30 giugno, non sarebbe arrivata a un accordo». «E’ bene tenerle», sarebbe stato l’ordine impartito da non meglio precisati ambienti agli esecutori dei sequestri.

 

24 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti ha replicato a chi lo accusa di “mania di protagonismo” spiegando che esso «confligge con il fatto che, pur vivendo in un sistema mediatico che offre innumerevoli occasioni di apparire, io non sono mai “apparso” se non in alcuni fatti del lontano 1999, nonostante abbia avuto negli anni innumerevoli inviti a comparire in varie trasmissioni della Rai e di Mediaset. E tutto questo è documentato».

Ha inoltre criticato il comportamento del sito “Affaritaliani”: «Avevo precedentemente dichiarato presso l’emittente “Roma Uno” che insieme a me collaborò, nel 1983, una semplice fiancheggiatrice della Staatssicherheit (Stasi). Non vi erano altre connessioni con servizi d’informazione di alcun paese. E ritrovo a riassunto di questa mia dichiarazione, nel sito “Affaritaliani”, che io avrei raccontato che la ragazza non era una fiancheggiatrice ma “una bionda 007 dell’est, agente della Stasi, di nome Ulrike, la quale rapì la Orlandi”. L’aspetto grave è che vari siti hanno ripreso tale articolo con commenti derisori, dimostrando l’acriticità e la distrazione perpetrata e perpetuata, da quanti in questi siti dichiarano di cercare la verità».

 

21 giugno 2013
Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, partecipando a un incontro nella terza edizione del Festival Trame a Lamezia, afferma: «Emanuela Orlandi è morta, ma il caso della sua scomparsa potrebbe risolversi. Finora ci sono state molte false piste e molti depistaggi. La verità sulla fine di Emanuela non si è trovata per molto tempo perché troppi temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda».

Ha in seguito chiarito la sua posizione: «Che Emanuela Orlandi sia morta è evidente. Che altro si può pensare di una persona scomparsa che non s’è fatta mai viva con nessuno per ben 30 anni di fila? Se un magistrato pensasse che una sua inchiesta non porterà a nulla eviterebbe di proseguirla. Direi che l’ottimismo è d’obbligo in qualunque caso giudiziario affrontato con serietà. E poiché l’inchiesta da me coordinata è stata affrontata e condotta con serietà penso che si potrà arrivare a chiarire perché Emanuela Orlandi è scomparsa. Ovviamente non rispondo di ciò che a quanto pare viene detto con frequenza eccessiva riguardo “nuovi scenari” e ”soluzione imminente”. Tutto lascia pensare che troppe persone temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda. Non necessariamente per l’ambiente clericale». Rispetto a Marco Fassoni Accetti: «Delle indagini in corso non posso ovviamente parlare. Certo, nel caso si appurasse che questo testimone volontario non la racconti giusta sarà utile capire perché è entrato in scena. Se di propria iniziativa o su stimolo di qualcuno. E il perché e il tipo di un tale eventuale stimolo. Alle verità si può arrivare anche capendo i perché degli eventuali depistaggi. Insomma, i vari “cui prodest?”».

 

20 giugno 2013
Pietro Orlandi ha spiegato: «Marco Fassoni Accetti, il supertestimone-indagato che ha fatto ritrovare il presunto flauto di Emanuela aveva come suo confessore all’istituto romano San Giuseppe De Merode l’attuale vice Camerlengo di Santa Romana Chiesa, l’arcivescovo Pier Luigi Celata che all’epoca della scomparsa di mia sorella era il segretario del premier vaticano Agostino Casaroli e come tale riceveva le telefonate sulla linea codificata 158».

Ha quindi affermato: «Chiediamo a papa Francesco di unirsi al nostro momento di preghiera in piazza San Pietro e di consegnare alla magistrature le bobine delle trattativa tra la Santa Sede e i rapitori: siamo sicuri che contengano il ricatto al Vaticano».

 

19 giugno 2013
Alla trasmissione “Metropolis” partecipano Ilario Martella, presidente aggiunto onorario della Corte di Casssazione e colui che ha indagato sull’attentato a Giovanni Paolo II, Fabrizio Peronaci e un collegamento telefonico con Marco Fassoni Accetti. Quest’ultimo spiega di essere stato «il maggior telefonista», dunque inequivocabilmente l’Amerikano e sottolinea al giudice che il 25 giugno 1983, giorno della sparizione di Emanuela, su “Il Tempo” appare una lettera di Alì Agca al Vaticano, risalente il 24 settembre 1982. Secondo Fassoni Accetti è un messaggio ad Agca, il quale tre giorni dopo (28/6/83), cambierà per la prima volta versione.

Rispetto al rapimento Orlandi spiega: «era un sequestro ma fatto con l’inganno, facendole credere che il padre era sotto ricatto per certi comportamenti per i quali era assolutamente estraneo ed innocente, aveva indirettamente potuto collaborare con i fatti dell’attentato». Rispetto all’incontro tra la madre della Gregori e Mirella sarebbe stato all’inizio dell’inverno del 1993, «c’era un motivo gravissimo per cui le abbiamo fatte incontrare: la signora Gregori, a nostro avviso, non aveva realmente vissuto il fatto del sovrastante Bonarelli per il fatto che costui non si accompagnava tanto tempo presso le sedie di quel bar, c’era qualcosa che ci insospettì molto come se qualcuno potesse averglielo riferito. Quindi stava portando molto pericolosamente l’attenzione sull’ex Gendarmeria che era estranea, ma alcune persone alcune persone erano a conoscenza e per timore o chissà per cos’altro potevano cedere di fronte ad un evento del genere, per cui si cercò questo incontro che all’inizio doveva essere soltanto con l’esibizione di materiale fotografico che però poi la signora poteva anche non riconoscere. Fu impervio, difficilissimo: la signora fu avvicinata da una ragazza, pensava ad una truffa per anziani, noi pensavamo potesse finire tutto quel giorno…ed invece accadde. Ed era soltanto perché la signora doveva assumere certi comportamenti, il fatto che poi non lo racconterà in seguito come dice la figlia, io lo interpreto come un voler proteggere la figlia. Mirella le raccontò che non era esistito nessun sequestro o di possibili mitomani, che la sua era stata una fuga d’amore, la madre avrebbe dovuto perdonare. La madre non le aveva creduto e quindi penso che abbia sospettato un possibile pericolo per lei e per questo motivo può aver taciuto».

Ha quindi detto di essersi pentito per quelle azioni, non le rifarebbe ma non furono cruente, «noi avevamo come 16 ragazze, avremmo dovuto ucciderle tutte per tacitazione testimoniale. C’era una compagna di scuola della Gregori, c’era una amica della Gregori, c’era un’altra compagna del Convitto della Orlandi, c’erano altre due amiche». Si è presentato solo ora perché «io non voglio presentarmi in Corte d’Assise da solo, non faccio chiamate di correo ma ho fatto degli appelli che prima era inverosimile poter produrre in quanto avevamo l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui poche..una o due persone ne facevano parte, prima ancora c’era Wojtyla. Ora con questo nuovo papato io potrei avere una piccola speranza che il mio appello possa essere accolto». Ed infine: «lo stato della Città del Vaticano è completamente estranea nei suoi vertici, nella sua politica, nella sua religiosità, erano pochissimi ecclesiastici che operavano come una sorta di camarilla per influenzare l’allora Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa. Nessun servizio segreto, di nessun Paese ma noi ci avvalevamo della partecipazione della Stasi di soli due membri in Roma che facevano una sorta di fiancheggiamento. Era una ragazza e un ecclesiastico, che non erano agenti ma all’epoca si diceva persone di “informalità”. Era un fiancheggiamento per respingere le calunnie, era sempre un fatto di controspionaggio per evitare che certi circoli occidentali, diciamo, potessero forviare le attività ecclesiastiche allora si faceva quel minimo intervento».

Alle accuse di Martella di non portare riscontri, MFA spiega che portarono Emanuela a Villa Lante per far credere che a scegliere il posto fosse stata Claire Sterling (giornalista americana, anticomunista che accusava dell’attentato al Papa i servizi segreti bulgari per conto dell’Unione Sovietica), «che abitava proprio accanto a Villa Lante», per far credere che facesse parte di questo sequestro. «Quando scegliemmo la chiesa di Santa Francesca Romana nel 1983, chiedo scusa al giudice Martella io ero contrario a questa minaccia nei suoi confronti, si chieda il giudice se il nome Francesca Romana se può essere riconducibile alla sua persona o qualcuno vicino a lei». Il giudice replica: «Lei è veramente bravo, un bravo mistificatore, il nome a cui fa riferimento semmai doveva essere un altro». MFA chiude: «era un codice per ricordare un altro nome. Ci sono dei codici e in trent’anni voi non siete riusciti mai a comprendere nulla perché noi ci chiudevamo nei codici».

 

12 giugno 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto” la governante di casa Garramon, Martha, ha riconosciuto in Marco Fassoni Accetti un fotografo che un mese prima dell’incidente al piccolo José si sarebbe recato alla loro abitazione per consegnare delle foto dei bambini.

Dal suo blog MFA ha replicato: «Non mi sono mai assolutamente recato presso l’abitazione della famiglia Garramòn e mi sembra sorprendente il fatto che la domestica della suddetta famiglia racconti come nel ’83, un mese prima dell’incidente un qualcuno abbia bussato alla loro abitazione qualificandosi come fotografo che avrebbe dovuto consegnare delle foto dei bambini. E la stessa domestica non si sia allarmata che questi potesse essere un malintenzionato e non ne avesse fatto menzione ai propri datori di lavoro, non nel giorno stesso né nei giorni susseguenti l’incidente e durante le indagini, tenendo conto che fu interrogata sia dai carabinieri, sia dal giudice istruttore. Costei, sulla sola informazione che io sia un fotografo, riesce a ricostruire dopo trent’anni sia il presunto episodio dell’uomo che si qualifica come fotografo e addirittura il volto».

 

17 maggio 2013
Il giornalista Pino Nicotri ha sottolineato come la trasmissione “Chi l’ha visto” diffonda informazioni sbagliate su fatti importanti riguardanti Emanuela Orlandi, nonostante abbiano dimostrato di conoscere i fatti come realmente si svolsero.

 

06 giugno 2013
Marco Fassoni Accetti risponde e chiarisce, sul suo blog, diverse accuse mossegli dal programma “Chi l’ha visto?” : «Quando inizialmente mi recai in Procura il 27 marzo 2013 dichiarai che mi presentavo principalmente per chiarire il fatto dell’investimento occorsomi nella pineta di Castel Porziano. Avevo patito all’epoca ingiuste ed abominevoli accuse e la conseguente assoluzione non mi aveva affatto acquietato e volevo chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area. Ed ora, per farlo, dovevo necessariamente mettere il suddetto fatto in rapporto alle scomparse Orlandi – Gregori, rivelarne la consustanzialità. Auspicavo, attraverso un appello rivolto a certi ecclesiastici ormai in pensione, il loro presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali. Era l’appropriato momento storico, con l’elezione di un Pontefice non curiale, per sperare che in certi contesti venissero meno certe difese. Tutto questo risulta essere nel primo verbale firmato presso il giudice G. Capaldo. In seguito, per dar vigore all’appello, necessitavo d’un momento mediatico quale il ritrovamento del flauto, ed alla redazione della trasmissione di Rai 3 spiegai minuziosamente quanto raccontato in Procura e sopra esposto. Per tutta risposta questi autori hanno omesso il dire che la mia prima intenzione fosse quella di riaprire il caso della pineta e all’interno della puntata, ingannando i telespettatori, hanno fatto credere che, indagando sui miei trascorsi, fossero stati loro ad aver “scoperto” la vicenda dell’investimento».

MFA avanza dei sospetti per spiegare questo comportamento della trasmissione: «La redazione di questa trasmissione ha un rapporto di collaborazione con le forze dell’ordine, per ottenere informazioni e quant’altro sui casi trattati. Ed io, apportando nuovi elementi, chiedevo d’indagare su chi potesse aver vergato il comunicato del Phoenix– Sisde, che indicava in una pineta il luogo dove si sarebbe manifestata la loro esecuzione nei confronti della nostra parte. Ritengo verosimile la possibilità che nella redazione abbiano ricevuto un “consiglio” da parte di una qualunque autorità ad investire un solo singolo di tutte le responsabilità del caso Orlandi – Gregori, recidendo ogni legame con lo Stato e non ledendo l’onorabilità dell’allora Servizio d’Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde). Ed ecco quindi le inverosimili coperture: “Costui ama apparire”, la mitomania, pedofilia, assassinio, “La sua credibilità è meno di zero”. Censurando quanto avevo loro dichiarato e non considerando quanto potevo aver detto agli inquirenti».

Fassoni Accetti cita anche degli elementi di sospetto coinvolgimento di persone in rapporto con Sisde: «1) Josè Garramòn era figlio di un “diplomatico” della Fao. Diplomatico come nella promessa fatta a Mehemet Alì Agca di liberarlo con il sequestro di un diplomatico. 2) Garramòn era uruguyano, nazione feudo dell’avvocato Umberto Ortolani, i cui uomini erano la parte a noi opposta (l’avvocato aveva in Grottaferrata una villa. A futura spiegazione) 3) Abitava in viale dell’Aeronautica all’Eur, nei pressi dell’abitazione del signor Enrico de Pedis. 4) Josè Garramòn frequentava il mio stesso collegio St. George School, sito sulla via Cassia, dove io feci le scuole elementari. 5) L’incidente s’è verificato vicino alla villa del giudice Santiapichi, presidente del primo processo ad Agca per l’attentato al Papa ed in predicato per essere il presidente della Corte d’Assise del secondo processo per l’attentato al Pontefice. 6) Esattamente un mese prima, alla fine di novembre (e questo è agli atti) io ed una ragazza, mia coetanea e collaboratrice, fermammo in corso Vittorio Emanuele un dodicenne che avremmo dovuto coinvolgere in una sua presunta testimonianza contro un membro della curia. La stessa età di Josè Garramòn. 7) In quella medesima pineta, precedentemente si erano verificati degli episodi che al momento non posso rivelare in quanto coperti da riserbo istruttorio (episodi che la stessa Sabrina Minardi rievoca pur trasfigurandoli)».

Si discolpa del rapimento di José Garramon sospettato dalla trasmissione televisiva: «sono io a raccontare, la notte dell’arresto, ai carabinieri, di aver incrociato la strada percorsa dal ragazzo il quale era avviato verso la propria abitazione». Inoltre ha spiegato varie motivazioni per cui era poco opportuno un tale rapimento, anche perché è stato accertato che il furgone viaggiava a 60km/h quando lo ha investito e il corpo del bambino è stato ritrovato sul ciglio della strada («che in qualche modo stava per traversare» si legge nella sentenza), tutti elementi poco concordanti con la tesi che l’investitore fosse stato anche il rapitore. Anche perché «non sono state rilevate impronte digitali del ragazzo all’interno del furgone. All’interno del quale non ero solo, ma in compagnia di una ragazza. Tra l’altro, in quei tempi, ero sempre accompagnato da ragazze per motivi di copertura». «Io non ho mai dichiarato che qualcuno potesse aver spinto il ragazzo sotto le mie ruote», ha spiegato. «Questo lo trovo alquanto improbabile. Ho chiesto solo d’indagare sulla sua presenza più che sospetta in quella pineta».

MFA ha anche risposto alle accuse di aver fotografato “una ragazza morta dentro una bara” come si vede nel suo sito web e ha anche toccato l’accusa di pedofilia ricevuta, pubblicando un estratto della sentenza di Corte d’Assise che la smentisce. Gli adolescenti che ha contattato per fotografare «avevano sempre al loro seguito le famiglie che avrebbero poi dovuto firmare la liberatoria necessaria per la pubblicazione dell’opera stessa».

Essendo emerso che Fassoni Accetti è stato sosia di Roberto Benigni, ha voluto chiarire anche questo aspetto: «Nel 1998 e 1999 ricevetti minacce telefoniche di uno sconosciuto che pretendeva la restituzione di materiale fotografico che a suo dire lo avrebbe ritratto durante determinate azioni negli anni precedenti, e che sempre a suo dire io avrei seppellito nel 1986 in una certa località. Località nella quale veramente mi ero recato con uno dei due idealisti turchi, presenti nel processo per l’attentato al Papa. Credetti di riconoscere in quella voce telefonica una persona vicina agli ambienti di Monsignor Bruno della diocesi di New York. Era l’anno 1999 in cui il regista Roberto Benigni aveva vinto l’Oscar ed io in una di queste telefonate di minaccia risposi al telefonista di aver compreso la sua identità e dicendogli che mi sarei presentato nella trasmissione Rai “Domenica In”, dove presentandomi come sosia di Benigni mi sarei attribuito il suo nome, il nome di colui che mi stava minacciando, ma che in verità non conoscevo. Simulavo. Utilizzai invece il nome Alì (Agca, che spara) Estermann (il comandante delle Guardie Svizzere, che muore). Dopodiché mi recai in New York dove cercai di far pressioni nell’ambiente della suddetta diocesi e presso alcune conoscenze di Mons. Cheli, spacciandomi direttamente per l’attore in questione, affinché l’interesse della stampa locale ed italiana avrebbe ancor più accentuato le stesse pressioni. Non sono mai stato un “sosia” di Benigni, era un travestimento. Una iperbole come anche chiedere la liberazione di Agca in cambio della Orlandi, il fermare la stessa davanti al Senato, l’aver usato Mario Appignani – alias Cavallo Pazzo, e le sovrastrutture “gotiche” ed i riferimenti al terzo segreto di Fatima inseriti nei codici e nei comunicati. Per comprendere quest’uso inconsueto e spregiudicato di creare tali coperture bisognerebbe, credo, superare la limitatezza di un certo provincialismo che caratterizza noi italiani. Adoperando non solo l’iconografia, ma anche l’iconologia, la scienza che studia l’interpretazione dei segni e del loro inserimento in un contesto. Vi furono comunque, per necessità d’azione, anche travestimenti come da sacerdote, agente di Pubblica Sicurezza ed altro».

Ha poi accennato ad un telefonista anonimo mandato più volte in onda da “Chi l’ha visto?”, «che già da alcuni anni contatta la loro redazione. Costui cerca d’imitare il mio modo di parlare quando all’epoca eseguivo le telefonate. Credo di riconoscere nella sua voce la stessa persona che mi minacciò nel ’98. Forse un tentativo di arrecare disturbo al mio l’appello nei confronti dei sodali del tempo. Forse è sempre lui ad aver scritto le due lettere anonime che minacciavano le ragazze testimoni, lettere che riconducono ai codici da noi adottati negli anni ‘80 ed al mio stilema fotografico».

 

29 maggio 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto” si prosegue a suggerire il coinvolgimento di Marco Fassoni Accetti nel rapimento del piccolo José Garramon. Si informa anche che nell’interrogatorio alla moglie di Fassoni Accetti, dopo il 20 dicembre 1983, si scopre che la donna è stata a Boston (USA) presso l’abitazione del fratello, dal 2 agosto al 10 novembre 1983, ininterrottamente. Effettivamente l’8 maggio 2013 Fassoni Accetti ha rivendicato la paternità delle missive spedite da Boston nel settembre-ottobre 1983. Marco Accetti ha precisato in Procura che nell’estate di trent’anni fa una «ragazza», militante come lui nel «nucleo di controspionaggio» avrebbe sequestrato la Orlandi, e si trasferì a Boston «nell’ambito della stessa operazione». La «moglie» e la «ragazza» erano quindi la stessa persona? «Sì», risponde senza esitazioni al Corriere della Sera il supertestimone indagato.

Il 31/05/13 la collaboratrice di Marco Fassoni Accetti, Dany Astro, diffonde un comunicato nel quale scrive: «Nessuna lettera firmata Phoenix è stata mai spedita da Boston. Si tratta di lettere che sono state scritte da una ragazza a Roma e spedite da un’altra ancora da Boston. Marco, che non fa mai chiamate di correità, non ha mai dichiarato a nessuno che si trattasse dell’allora sua moglie diciottenne. Inoltre, lui personalmente non ha mai dichiarato che lei si trovasse in quel periodo a Boston. A farlo è stata la sua ex consorte quando è stata interrogata per i fatti della pineta, e questo figura nei verbali». Lo stesso Marco Accetti precisa: «Le lettere firmate Phoenix le scriveva una ragazza sotto dettatura in Roma, e un’altra le spediva da Boston. Delle due ragazze non ho mai fornito le generalità e a loro mi appello affinché si presentino per fare testimonianza e chiarezza. Il cosiddetto Phoenix non scrisse alcuna missiva da Boston e comunque non eravamo noi».

Durante la trasmissione si informa anche che un telefonista anonimo ha chiamato la redazione del programma televisivo, dice questo: «Non sono né uno sciacallo né un mitomane. Sono il telefonista del 2008 nonché del 1983…settembre. About Mirella Gregori….Vorrei che comunicaste quanto segue alla signora Maria Antonietta..che presto andrò a trovarla personalmente al bar (…) per riferirle quanto so sullo sparimento…sulla sparizione, padron…di sua sorella. Distinti saluti». L’uomo è lo stesso che ha chiamato la trasmissione il 04/05/11 e non il 2008, come ha invece detto. Marco Fassoni Accetti ha commentato il 6 giugno 2013: «Durante le trasmissioni hanno sovente mandato in onda la voce di un telefonista anonimo che già da alcuni anni contatta la loro redazione. Costui cerca d’imitare il mio modo di parlare quando all’epoca eseguivo le telefonate. E la redazione stessa allude al pubblico che questi sarei io. Credo di riconoscere nella sua voce la stessa persona che mi minacciò nel ’98. Forse un tentativo di arrecare disturbo al mio l’appello nei confronti dei sodali del tempo. Forse è sempre lui ad aver scritto le due lettere anonime che minacciavano le ragazze testimoni, lettere che riconducono ai codici da noi adottati negli anni ‘80 ed al mio stilema fotografico»

 

28 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti scrive a Pino Nicotri: «Sono ben tre puntate che la nota trasmissione Rai manda in onda il suo filmato di ricostruzione, che mostra come il bambino dell’incidente della pineta stia correndo fuggendo innanzi al furgone che lo insegue. Le invio l’estratto della sentenza di Corte d’Assise che descrive come contrariamente il bambino “in qualche modo stava per traversare”. Tenendo conto che la redazione di detta trasmissione possiede la sentenza appena citata, se ne deduce che tale filmato di ricostruzione è una falsificazione. Una contraffazione per farmi apparire un assassino solitario e far venir meno i legami che la vicenda Orlandi – Gregori possono aver avuto con lo Stato. Con questo e molti altri elementi da me già prodotti la trasmissione in questione dovrà pagare in causa civile i denari dei contribuenti italiani. Inoltre continuano a mandare in onda la dichiarazione della madre del bambino che racconta di un dottore che le avrebbe comunicato che lo stesso morì sull’autoambulanza, mentre i verbali raccontano che l’equipaggio medico non aveva alcuno strumento per constatare la condizione in vita o in morte dell’investito quando questi giaceva sul ciglio della strada. Questa trasmissione, mentendo manca di rispetto verso la ricerca di ogni verità e verso il suo stesso pubblico». Effettivamente la sentenza esclude l’investimento volontario, la morte di Josè per mancato soccorso da parte dell’investitore e, infine, la pratica della pedofilia da parte di MFA.

A palazzo di giustizia, si informa nell’articolo, ha suscitato un po’ di sorpresa il fatto che l’avvocato Maria Calisse, legale di MFA è lo stesso che hanno avuto sia la “supertestimone” Sabrina Minardi e della giornalista di “Chi l’ha visto?”, Raffaella Notariale, per la querela intentatale dai familiari di De Pedis.

 

23 maggio 2013
Gli esperti della scientifica hanno accertato la presenza di oltre 40 reperti biologici sul flauto fatto ritrovare da Marco Accetti, ma le loro dimensioni, ed il livello di logorio, non consentono una comparazione con il dna di Emanuela. Devono essere conclusi quelli sul rilevamento di impronte digitali.

 

22 maggio 2013
Durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto” si confrontano i percorsi realizzati da Marco Fassoni Accetti e il piccolo Josè Garramon la sera del 20 dicembre 1983, quando il primo investì e uccise il secondo. Secondo la trasmissione ci fu un momento in cui entrambi si incrociarono nello stesso punto in zona Eur alle ore 19 mentre Josè tornava a casa, suggerendo che l’uomo è anche il rapitore del ragazzo oltre che il suo involontario (secondo la sentenza) assassino. Si ipotizza anche che Fassoni Accetti sia l’Americano.

Sul sito web Notte criminale appare un’intervista a Marco Accetti il quale spiega: «Mi sono presentato in questo momento storico dinnanzi ai magistrati poiché con un nuovo pontefice non curiale potrebbe esserci la possibilità che alcuni personaggi ecclesiastici possano avere meno resistenze nel presentarsi alla Procura mettendola al corrente di fatti che non erano assolutamente cruenti come contrariamente si narra. Ho fatto rinvenire il flauto per avere un momento mediatico nel quale evidenziare l’appello. La motivazione della mia richiesta era quella di avere chiarimenti in merito all’incidente del 1983 nel quale fui condannato per omicidio colposo. All’epoca non potevo chiarire, in quanto avrei dovuto mettere l’ episodio in relazione ad altri eventi, tra cui il caso Orlandi – Gregori. Quella pineta era un’area nella quale avevamo delle intenzioni nei confronti del giudice Santiapichi, doveva diventare presidente del processo d’appello ad Antonov, ma questo avrebbe consolidato le calunnie di Agca ai Bulgari, noi invece volevamo che il Turco ritrattasse per salvare gli equilibri politici tra est e ovest. Il nostro obiettivo era Arianna, la figlia del magistrato». Alì Agca, prima del 20 dicembre 1983, «ricevette un messaggio nel quale si parlava del sequestro del figlio di un diplomatico. Vicino alla casa di Garramon – all’eur, in via Vittorini – abitava De Pedis». Parla poi dell’incidente nella pineta di Castel Porziano: «Due mesi prima il servizio per le informazioni della sicurezza democratica (Sisde) occultato in un gruppo denonimato Phoenix ci indirizzò un comunicato le cui minacce si sarebbero dovute verificare in una “pineta”. Per una minaccia di morte si possono immaginare luoghi meno peregrini che non l’uso di una pineta, (ad esempio in una colata di cemento, “suicidio” in casa). Ma una pineta è un riferimento troppo specifico. Ecco un altro indizio: quel ragazzino abitava vicino alla casa di Enrico de Pedis all’eur. Era figlio di un diplomatico. Ecco un diplomatico. Proprio così come nella promessa iniziale fatta ad Ali Agca della possibilità di liberarlo con il sequestro di un diplomatico, per l’appunto. Jose G. frequentava le scuole medie nello stesso collegio sulla Cassia che tra l’altro frequentai anche io. In particolar modo il ragazzino aveva la stessa età di un altro minorenne, Stefano G., fermato in Corso Vittorio Emanuele II, a fine novembre, esattamente un mese prima, con l’intenzione di fabbricarne una finta testimonianza di adescamento sessuale nei confronti di un ecclesiastico a noi avverso. Io mi trovai ad investire questo ragazzo, ma non ho mai potuto spiegare la presenza dello stesso in questa pineta tenendo conto che l’indomani era anche un giorno particolare: l’uscita dal carcere di Serghei Antonov, per recarsi ai domiciliari. Non poteva trattarsi di un mio omicidio volontario perché per la giuria della Corte d’assise non vi era alcuna possibilità tecnica che rimandava all’ipotesi della volontarietà. Le perizie stabilirono che il furgone correva alla velocità di 70 km orari, una velocità eccessiva per rincorrere qualcuno. E non furono riscontrate impronte del bimbo e ne altro». Rispetto alle ipotesi di Chi l’ha visto nei suoi confronti spiega: «Non contattavo per il mio lavoro solo ed esclusivamente gli adolescenti, ma donne, uomini e anziani. Le mie opere sono visibili nel sito. E tutti i minorenni avevano un’autorizzazione dai propri genitori che tra l’altro erano presenti nell’esercizio delle mie funzioni. Possiedo le agende con i numeri di telefono che cominciano dagli anni’ 70 e ho anche tutte le liberatorie. Mi sono rivolto alla trasmissione televisiva per riportare all’attenzione della Procura il caso del piccolo Josè G. Ho chiesto al giudice Capaldo di indagare su chi mai avesse redatto e ideato quel comunicato del Sisde. E tutto questo venne riferito da me alla redazione della nota trasmissione televisiva. Ma i filmati sono stati censurati e non portati a conoscenza del pubblico. La trasmissione si limitò nel parlare esclusivamente dei primi sospetti concernenti la prima fase istruttoria anziché delle conclusioni scaturite dal dibattemento”».

 

19 maggio 2013
Rita di Giovacchino intervista Marco Fassoni Accetti, il quale afferma: «Sono stato in carcere 2 anni e bollato da accuse infamanti. Fu un incidente stradale, l’auto procedeva a 70 km orari, l’ipotesi dell’inseguimento ventilato da una trasmissione televisiva è insensata. Non so perché il ragazzino si trovasse lì, so perché mi ci trovavo io. Voglio parlare del capitolo Pineta, è la chiave di tutto. Noi cercavamo di dare una mano a un piccolo gruppo di prelati che cercava di opporsi alle iniziative di Wojtyla. Lì vicino c’era la casa del giudice Santiapichi, doveva diventare presidente del processo d’appello ad Antonov, ma questo avrebbe consolidato le calunnie di Agca ai Bulgari, noi invece volevamo che il Turco ritrattasse per salvare gli equilibri politici tra est e ovest. Il nostro obiettivo era Arianna, la figlia del magistrato». E ancora: «Non parliamo di Vaticano, facevo controspionaggio per conto di un piccolo nucleo di preti e monsignori, l’ala progressista che cercava di ostacolare la politica dello Ior. Ero legato a monsignor Pierluigi Celata, direttore dell’istituto San Giuseppe, che si trova a piazza di Spagna, che frequentavo. Era il mio direttore spirituale. La scuola è vicina all’ingresso delle Sorelle Fontana. Quando si scrive Sorelle Fontana, si deve leggere Celata, quando si parla di Sala Borromini, si indica Francesco Pazienza che abitava alle spalle della Chiesa nuova dove incontrava i suoi amici della Magliana. I codici sono importanti nelle operazioni camuffate. Tra l’Istituto San Giuseppe e le Sorelle Fontana c’era il tabernacolo dove il 5 ottobre è stato deposto un messaggio accompagnato da due proiettili calibro 357 magnum. Se aggiunge due volte 1 vien fuori la data dell’apparizione della Madonna di Fatima 13 maggio 1915, lo stesso gioco va fatto con la cifra indicata a Emanuela: 375 mila lire. Un messaggio all’éntourage polacco. Perchè uno come De Pedis si mette in bella vista davanti al Senato, parcheggia di traverso una Bmw? Ecco, vedete, sono io, la Banda della Magliana, vogliamo i nostri soldi. C’era ben altro. Come si chiamava Celata? Pierluigi. Che Celata facesse pressioni su Pazienza perché agisse su Marcinkus non sono stato io a raccontarlo ma lui, molti anni dopo, nel suo libro “Il disubbediente”. Per essere un pedofilo mitomane non è che sapevo in anticipo un po’ troppe cose? Mettono la foto di Benigni, mi definiscono il “sosia”. Ah, ah, questo è l’uomo che sa tutto! Sono stato io a inventare il gioco». Ed infine torna sul piccolo José Garraomn: «Il giorno dopo ad Antonov sono stati concessi gli arresti domiciliari e Acga ha cominciato a ritrattare le accuse. Mettiamo in fila le date: il 20 dicembre 1983 vengo arrestato, il 21 Antonov esce, il 27 Wojtyla incontra Ali Acga in carcere. Prima che tutto ciò accadesse il Turco ricevette un messaggio in cui si parlava del sequestro del figlio di un diplomatico. Ma quello che mi colpì è il messaggio indirizzato a Pierluigi e Mario: “Finirete a far concime nella pineta”. Chi lo sapeva della pineta? Lo sa che De Pedis in quel periodo abitava all’Eur (via Vittorini ndr), a cento metri dalla casa dei Garramon?»

 

18 maggio 2013
Fabrizio Peronaci riporta sul Corriere della Sera alcune dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti, secondo cui il «nucleo di controspionaggio» di cui avrebbe fatto parte -un «ganglio» formato da agenti segreti, malavita romana e prelati («officiali maggiori di seconda classe, consiglieri e uditori di nunziatura», precisa)- si occupò della «gestione» di Ali Agca: per trasformarlo in un volto noto alla sicurezza vaticana, tale da potersi avvicinare alla Papamobile senza destare sospetti, Agca (accreditato come «studente») viene invitato ad alcune udienze del pontefice nella primavera del 1981. Effettivamente si sa della presenza (con foto) di Agca nella chiesa di San Tommaso d’Aquino, a pochi passi da Wojtyla, il 10 maggio 1981. L’«impiego» del suo gruppo e i relativi contatti «di copertura» con il Lupo grigio erano finalizzati «a limitare le conseguenze dell’azione di piazza San Pietro a un gesto intimidatorio», magari solo qualche revolverata in aria ma senza uccidere il Pontefice. Secondo Fassoni Accetti il papà di Emanuela, Ercole Orlandi, messo della prefettura pontificia, si occupava proprio degli inviti alle udienze papali e quindi poteva essere ricattabile per l’«accesso non controllato» (a sua insaputa) del futuro attentatore. Per Mirella, invece, l’«aggancio» sarebbe nato dalla conoscenza con una «talpa» vaticana, mentre l’arma di pressione sarebbero stati i forti debiti contratti dal padre per la ristrutturazione del suo bar vicino la stazione Termini. Tra coloro che pedinarono i possibili «obiettivi» c’era «un idealista turco, il suo nome è agli atti, non è difficile identificarlo», giura il superteste. Un giovane straniero – moro, altezza media, tipici tratti mediorientali – effettivamente seguì per settimane, ogni mattina, la figlia dell’aiutante da camera di Giovanni Paolo II sul bus 64 che la portava a scuola, prima che i rapitori cambiassero bersaglio e puntassero Emanuela.

In seguito a questo articolo Fassoni Accetti scrive a Pino Nicotri: «Mi dispiace entrare in polemica con il giornalista Fabrizio Peronaci, una persona certamente onesta, ma che con questo suo ininterrotto ed inopportuno flusso di articoli rischia di disturbare l’attività degli inquirenti nonché minare la mia stessa attendibilità, generando nei lettori un possibile disorientamento. Peronaci ha assistito ad una mia lunga conversazione con Pietro Orlandi e della stessa riporta alcuni stralci, in modo riduttivo e a volte malamente. Io e i miei sodali dell’epoca non abbiamo mai organizzato alcun attentato al Pontefice, ma ne eravamo solo a conoscenza e ne sfruttammo limitatamente alcuni aspetti. Questo dichiarai nelle prime udienze con il Giudice Giancarlo Capaldo e questo risulta negli atti della sua istruttoria. Chiedo all’amico Peronaci di considerare la possibilità di astenersi dall’apportare nuovi elementi che in questo momento, non potendo lui approfondirli, non possono che generare confusione, nell’attesa che la procura faccia chiarezza su quanto e si pronunci».

 

17 maggio 2013
Pino Nicotri critica una recente intervista all’ex magistrato Ilario Martella, il quale da sempre sostiene la pista bulgara per l’attentato a Wojtyla e la pista dei Lupi Grigi turchi per il “rapimento” di Emanuela realizzato per barattarla con la liberazione di Agca. Ha anche citato il suo libro “Mistero Vaticano” in cui ha citato quel che emerse dall’inchiesta del giudice Rosario Priore sull’attività di depistaggio dei servizi segreti della Germania dell’Est. Gunther Bohnsack, ex colonnello della Stasi, aveva dichiariato a Priore che avevano realizzato una falsa lettera firmata dal leader politico tedesco occidentale, Joseph Strauss, e indirizzata al colonnello turco Arsaplan Turkesh (ideologo del “Lupi grigi”). Il tutto con lo scopo di coinvolgere la Repubblica Federale di Germania con l’attentato a Giovanni Paolo II. Nicotri ha telefonato a Boshnack il quale gli ha detto che loro erano gli autori dei comunicati firmati “Turkesh” durante il caso Orlandi: «A fabbricare quei komunicati era il mio ufficio. Ci divertivamo a scriverli in un italiano molto scorretto. Abbiamo fabbricato noi anche i comunicati firmati Phoenix e altri con firme che ora non ricordo. Cercavamo così di aiutare i bulgari assurdamente accusati per l’attentato di Agca».

In realtà questa citazione è contenuta nel suo secondo libro, nel suo libro Emanuela Orlandi: la verità, pag. 109, dove però non viene citata la sigla Phenix: «Si, li facevamo noi, insieme a colleghi dei servizi segreti bulgari che incontravamo qui a Berlino». Anche per le missive spedite da Boston? «Si, abbiamo usato varie firme anche se non ricordo l’elenco preciso. E poi più si parlava di America, comunicati dall’America e complici in America, meno si parlava della Bulgaria, no?» (telefonata del 3/7/02 citata in Emanuela Orlandi: la verità, pag. 109). In ogni caso rispetto a Phoenix è stato Pietro Orlandi a riferire che Giulio Gangi, ex agente del SISMI, gli ha riferito c’erano loro, cioè i servizi segreti italiani, dietro Phoenix. Tuttavia nei commenti sotto l’articolo Nicotri afferma: «Gangi NON ha mai detto ciò che gli viene stranamente attribuito. Anche perché, come ho ampiamente scritto, i comunicati Phoenix, Turkesh, ecc, erano fabbricati dal X Dipartimento della Stasi a Berlino Est, ufficio diretto dall’allora colonnello Guenter Bohnsack». Il 30 maggio 2013 Nicotri informa di aver consultato Gangi il quale gli ha risposto: «Mi sono limitato a dire “Boh, forse sono i nostri che cercano di muovere le acque” quando si seppe della prima lettera firmata Phoenix. Oltretutto, io al Sisde ero già stato allontanato dalle ricerche riguardanti Emanuela».

In un’intervista al “Corriere”, Fassoni Accetti svela cosa si celasse dietro al messaggio del novembre 1983 in cui si parlava di una “cittadina soppressa il 5-10-83”: «Nell’ambito delle pressioni da noi esercitate per la restituzione dei soldi del crack Ambrosiano, che avrebbe segnato la fine politica del presidente dello Ior Marcinkus, e che effettivamente si realizzò con gli accordi di Ginevra del maggio 1984, ci ispirammo a un incidente domestico in cui perse la vita una donna, Paola Diener. Lo scopo era intimidatorio». Effettivamente il 5 ottobre 1983 Paola Diener morì fulminata sotto la doccia.

 

15 maggio 2013
Sul Corriere della Sera si informa che i magistrati stanno procedendo a verificare la voce (timbro, estensione, intensità) di Fassoni Accetti paragonandola a quella dell'”Americano” e e di “Mario“, proprio lui infatti si è autoaccusato di aver avuto il doppio ruolo di «ideatore del rapimento e telefonista».

Durante la puntata di “Chi l’ha visto” viene intervistata la madre di José Garramon, il bambino investito e ucciso da Marco Fassoni Accetti alcuni mesi dopo la sparizione di Emanuela Orlandi. Secondo Accetti questo caso sarebbe una punizione nei suoi confronti (gli avrebbero buttato sotto le ruote questo bambino) per aver avuto a che fare con il sequestro di Emanuela. La madre dice anche che il medico dell’ambulanza che soccorse il bimbo la notte del 20/12/83 le disse che lo trovarono vivo e morì in ambulanza. Fassoni Accetti ha invece recentemente affermato che dopo l’impatto ne aveva constatato la morte.

 

14 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti invia un’e-mail al giornalista Pino Nicotri dove scrive: «Il signor Pietro Orlandi ed io avevamo prodotto, in tempi e modalità diverse, un appello a membri della comunità ecclesiale affinché si presentassero alle autorità competenti per renderle edotte su fatti che riconducono alla cosiddetta scomparsa Gregori – Orlandi. Questa aura nera di presunta pedofilia, dolosamente creata, non può che inibire prevedibilmente i suddetti ecclesiastici a comparire. Domani, mercoledì 15 maggio i ratti della disinformazione e manipolazione continueranno forse la loro opera d’intimidazione nei confronti d’ogni eventuale testimone. Sono tre le date e le circostanze su cui potrebbero intervenire falsificando: estate 1979marzo 1982inverno 1996. Erano episodi attinenti alle attività per cui è processo istruttorio, assolutamente conosciuti dal Giudice Dott. Capaldo. Comunque sia, questo pseudo – servizio pubblico è stato già diffidato dal mio legale. Eventuali cause, penali e civili, li vedranno dover pagare i denari dei contribuenti italiani». Il supertestimone si rivolge con queste parole probabilmente al programma televisivo “Chi l’ha visto” e intende dire che vennero fatti appelli in tempi diversi ma non in comune con Pietro Orlandi. Non si capisce se i due si conoscessero già prima del momento in cui Fassoni Accetti ha deciso di comparire pubblicamente facendo ritrovare il presunto flauto di Emanuela

 

11 maggio 2013
Fabrizio Peronaci intervista il magistrato in pensione Ilario Martella, giudice istruttore dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, il quale rilancia la pista internazionale: «Mi sono occupato della scomparsa delle ragazze [Emanuela e Mirella] nella fase iniziale. Ritengo si possa con certezza affermare che ambedue i delitti siano stati ideati da una ben ramificata organizzazione criminale, che più volte ha dato notizia di sé con messaggi e comunicati volti a richiedere in ogni sede (tra cui Vaticano e presidenza della Repubblica italiana) lo scambio della libertà di Emanuela con quella di Agca e talora dei suoi amici Bagci e Celebi. La prima domanda che feci ad Agca quando, nel 1982, manifestò l’intento di collaborare fu perché non avesse presentato appello alla condanna all’ergastolo. Mi rispose dicendosi certo che la sua organizzazione l’avrebbe fatto evadere con varie modalità, tra cui un sequestro di persona. Mi giunsero messaggi di intimidazione che minacciavano me e i miei familiari della stessa sorte di Emanuela. Chiusa l’istruttoria, a fine 1984, cessarono». Il giudice Martella spiega anche che secondo lui Ali Agca, «nonostante la sua torbida personalità, potrebbe riferire qualche notizia utile, ovviamente da sottoporre a rigorosissima verifica. Ritengo altresì verosimile che il fatto delittuoso sia stato eseguito su commissione, mentre le altre ipotesi prospettate, a sfondo sessuale o l’intreccio De Pedis-Marcinkus-Ior, mi appaiono prive di fondamento». Per quanto riguarda Fassoni Accetti dice invece: «Il solo fatto che questo personaggio affermi che la signora Gregori incontrò la figlia dieci anni dopo mi fa dubitare fortemente della sua credibilità». Invita infine a rivolgere un appello corale a Papa Francesco su quanto sanno le autorità vaticane

 

10 maggio 2013
Secondo altre rivelazioni fornite dal Corriere della Sera, Marco Fassoni Accetti si sente al centro di un «massacro mediatico» ai suoi danni. Smentisce le accuse che lo vogliono l’assassino di Emanuela e Mirella («Io sarei l’assassino di Emanuela Orlandi e fors’anche di Mirella Gregori? Ammettiamolo pure. E allora che faccio? Aspetto 30 anni, abbandono il lavoro di fotografo e regista, saluto le persone care e mi presento in tribunale per farmi comminare un ergastolo…?»). Minaccia anche di interrompere la collaborazione: «Avevo deciso di raccontare quel che so, compreso il mio ruolo, confidando nel nuovo pontefice e nella coscienza di altre persone che all’epoca parteciparono e che tuttora spero si facciano avanti… Invece vedo che molti partecipano a una manipolazione per non coinvolgere responsabilità ad altri livelli: l’ho già detto ai magistrati, sono tentato di non collaborare più». Avrebbe confessato di essere stato uno dei «cinque o sei telefonisti» e ha riferito di aver fatto parte dal 1979 all’83 di un «nucleo di controspionaggio» incaricato di «lavori sporchi» all’ombra del Vaticano, formato da giovani vicini ad ambienti ecclesiali («Io studiai al San Giuseppe De Merode, poi diventai comunista»), da elementi dei servizi (Stasi, deviazioni del Sisde) e da esponenti della Magliana. Obiettivo? Condizionare la politica di papa Wojtyla («per tutelare il dialogo con l’Est»), nonché intervenire con attività di dossieraggio («anche su impulso di personalità ecclesiastiche») nell’ambito di contrasti e guerre di potere all’interno delle Mura Leonine. Il sequestro di Emanuela e Mirella sarebbe servito per la liberazione di Alì Agca (il quale si sarebbe sdebitato ritrattando le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato al papa) e sfruttare il clamore planetario della vicenda per mettere all’angolo monsignor Paul Marcinkus, il presidente dello Ior, sulla restituzione dei 400 milioni di dollari del crack Ambrosiano (poi avvenuta nel 1984, secondo Fassoni Accetti). Sembra che il supertestimone conosca bene quel che sta dietro alle telefonate fatte nei primi giorni alla famiglia Orlandi: il primo telefonista «disse di chiamarsi Pierluigi, e non fu un caso. Scegliemmo quel nome perché era lo stesso di un alto prelato, oggetto delle nostre attenzioni». Per quanto riguarda l’Amerikano, rivela: «Quella dell’Amerikano era una parodia di Macioce, un’imitazione». Thomas Macioce è stato presidente della Allied Stores Corporation di New York, nonché Supremo cavaliere di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di beneficenza negli Stati Uniti. Consigliere d’amministrazione della banca vaticana nel 1989, quando si chiuse l’era Marcinku, morto però nel 1990 di leucemia.

Fassoni Accetti ricorda una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 che annunciava nuovi “prelevamenti” di ragazze, fissando il termine del maggio 1984: guarda caso proprio in quel mese a Ginevra, sostiene l’indagato, verrà siglato l’accordo Ior-Ambrosiano per la restituzione di 400 milioni di dollari, che avrebbe rappresentato l’obiettivo, vinto, della trattativa segreta”.

Pino Nicotri rivela di aver chiamato giorni fa Marco Fassoli Accetti domandandogli se lui era l’Americano come starebbe presupponendo il programma televisivo Chi l’ha visto, il supertestimone ha risposto: «Ma chi è che sostiene questa idiozia? Non ci posso credere! Io non ne so nulla, non ho mai detto né a loro né ai magistrati che io ero l’ Americano. E’ una balla bell’e buona».

Marco Fassoli Accetti invia una e-mail a Pietro Orlandi (con copia anche a Pino Nicotri) accusando esplicitamente la Rai e gli autori di “Chi l’ha visto” di depistaggio delle indagini: «Pietro, quel che ti avevo annunciato tempo fa si è verificato. La Rai significa lo Stato, e lo Stato suggerisce di non implicare responsabilità dello stesso e di altri Stati, ed indirizzare tutto ad un solo individuo, come già fatto con Enrico De Pedis». Replica alle accuse di pedofilia spiegando di non aver fotografato solo bambini, sempre con autorizzazione della famiglia, ma anche adulti. E ancora: «Avevo dichiarato nella prima udienza con il giudice Giancarlo Capaldo ed a Fiore De Rienzo (Chi l’ha visto) che la Orlandi aveva risieduto in Neauphle-le-Chateau solo per gli anni ’84 e ’85; e in trasmissione hanno fatto credere che vi fosse stata fino a poco tempo fa, organizzando una trasferta inutile a spese del contribuente. A tutto questo io rispondevo nella lunga intervista completamente censurata. Chiedete a Fiore de Rienzo, se mai lo desidera, di mostrarvi le interviste integrali. Chiarivo, come ho chiarito con il giudice Capaldo, mentre loro creano una cortina di confusione. Ancora una volta ho chiamato in diretta per delucidare e mi è stato negato l’intervento. E quel che è più grave è che le altre testate giornalistiche seguono pedissequamente, senza verificare, quel che dice questa trasmissione» (denunciata per calunnia aggravata la giornalista Rita Di Giovacchino). Informa anche di aver «sospeso la mia collaborazione coi magistrati. Innanzitutto perché questi gravi fatti di depistaggio possono aver intimidito le persone a cui mi ero appellato per presentarci insieme e raccontare. Si può pensare che delle donne sui 40-45 anni con figli si prestino ad entrare in una tale tensione mediatica che racconta solo di pedofilia e omicidi? Questi testimoni sono coscienti che non vi è stata alcuna pedofilia né tanto meno omicidi. L’episodio della pineta mi ha visto assolto con formula piena dall’accusa di volontarietà […] Ho chiesto alla Procura d’indagare su questa più che sospetta operazione di mistificazione operata dai signori autori del programma». Invita infine ad un incontro chiarificatore con la famiglia Orlandi, lui e i giornalisti interessati da pubblicare integralmente sul web.

 

09 maggio 2013
Nella puntata di “Chi l’ha visto” l’attenzione si rivolge a Marco Fassoni Accetti (qui la sua foto) anche perché gli viene fatta una breve intervista in cui parla dell’omicidio del piccolo José Garamon il 20 dicembre 1983 collegandolo con Emanuela (che è poi la motivazione per cui Fassoni Accetti ha deciso oggi di uscire allo scoperto, come ha spiegato): «All’epoca vi fu questo comunicato del Phoenix che noi sapevamo essere opera di alcuni, almeno, agenti del Sisde che parlava di una pineta come luogo in cui si sarebbe verificata una presunta punizione nei nostri confronti». Il messaggio è quello inviato il 19 settembre 1983 dagli USA e arrivato il 27 settembre 1983 in Italia, era rivolto minaccioso a Mario e Pierluigi, «che ci rappresentavano, erano una sorta di emblema questi due nomignoli» spiega Fassoni Accetti. «Inoltre vi era la vicinanza a poche decine di metri della villa del magistrato dott. Santiapichi che noi sapevamo essere impredicato per lo meno a prendere la presidenza del prossimo processo a Sergej Antonov». Un anno e mezzo dopo iniziò il processo contro i bulgari presunti complici dell’attentato al Papa, con presidente proprio Severino Santiapichi. «Io ho trovato questo ragazzo sulla mia corsia e non potevo fare assolutamente nulla per evitarne l’impatto», ha continuato il supertestimone. «Per quanto riguarda l’omissione, io intanto ero in compagnia con un’altra persona, scendemmo con la torcia e toccando le vene del collo ne constatammo la morte e non potemmo in quel momento farci identificare perché altrimenti avremmo dovuto rivelare che cosa noi facessimo in quel torno di tempo in quella pineta».

L’uomo ha dunque cambiato versione perché ai magistrati l’uomo disse sempre di essere da solo e di essersi fermato dopo l’impatto, di non aver visto nulla ed essere tornato a casa con i mezzi pubblici. E’ poi tornato sul luogo per riprendere l’attrezzatura fotografica ma venne fermato dai carabinieri, che hanno anche trovato il suo giubbotto sporco di sangue del piccolo José. Venne infatti condannato per omicidio colposo e e omissione di soccorso, ma non per rapimento. Oggi si è giustificato così rispetto al silenzio sull’altra persona: «Dovevo coprire sia la persona sia le nostre intenzioni in quell’area», e così sul cambio di versione: «Questo trent’anni fa, ora riportando i fatti in una nuova luce…ho riportato al giudice Capaldo come veramente andarono i fatti». Di Rienzo gli ha domandato: «Lei questo bambino lo conosceva?» «No», la risposta. «L’ha prelevato lei?», risposta: «Lei praticamente sta ricostruendo quello che fu il processo nell’83».

La trasmissione televisiva ha anche sottolineato a lungo l’interesse di Marco Fassoni Accetti per i minori, adescati anche con delle menzogne e promesse di denaro, per poterli fotografare. E’ percepibile l’intenzione a indurre lo spettatore ad andare oltre questa motivazione e pensare ad un interesse sessuale. Nel 1983 gli inquirenti scoprirono che Fassoni Accetti voleva fare le foto ad alcuni ragazzini che contattava grazie alla posta di Topolino e uno dei numeri presenti nella sua rubrica era quello di un bambino di 12 anni che Fassoni Accetti disse di aver incontrato in Corso Vittorio Emanuele, vicino a Corso Rinascimento (dove fu vista per l’ultima volta Emanuela mentre parlava con un uomo che le offriva molto denaro per un lavoretto). Nella puntata, come si è detto, si parla anche di José Garamon, il figlio dodicenne di un funzionario uruguayano morto investito da Marco Fassoni Accetti il 20 dicembre 1983. Dagli atti risulta che Accetti si trovava su quella strada perché stava andando da una ragazzina a cui doveva fare il servizio fotografico ma aveva sbagliato strada, la 15enne dichiarò agli inquirenti che non avevano un appuntamento. Quel giorno comunque José si recò dal barbiere e vicino a casa, all’Eur e venne ritrovato morto un’ora dopo in una zona lontanissima, a Castel Porziano vicino a Ostia, investito da Fassone Accetti.

Pino Nicotri pubblica un messaggio ricevuto da Dany Astro, da 12 anni modella e collaboratrice di Marco Fassoni Accetti la quale intende replicare alla trasmissione “Chi l’ha visto?”: «Ero presente all’intervista dove Marco ha spiegato, con documenti alla mano, molti dubbi posti nella trasmissione». «Il fatto della pineta lo ha spiegato ampiamente e non hanno usato quasi nulla di questa testimonianza, nella quale diceva che nel primo interrogatorio con il giudice Capaldo faceva presente che si era presentato per riaprire innanzitutto il fatto della pineta, e per farlo era obbligato a raccontare della Orlandi. Inoltre, basta guardare nelle sue fotografie come nei suoi film, ci sono più gli anziani ed adulti che non adolescenti. Hanno omesso di dire che nello studio di Marco vi sono già dagli anni ’80 decine e decine di indirizzi e liberatorie degli anziani ritratti. E che tutti gli adolescenti sono venuti con le famiglie che dovevano firmare le obbligatorie liberatorie per essere pubblicate. Io sono testimone di questa procedura da 12 anni e prima di me conosco le altre ragazze che ha avuto Marco, che mi hanno testimoniato della stessa procedura anche negli anni ’80 e ’90. Le stesse adolescenti contattate non possono lamentare alcuna molestia subita, se non riferire solo dell’intenzione di Marco di fotografarle nelle opere che conoscete, e che non sono affatto di erotismo o pornografia. Inoltre “Chi l’ha visto” non ha letto un documento del processo, che Marco può anche produrre in questo sito, che riporta le dichiarazioni del personale dell’ambulanza che, non essendo attrezzati degli strumenti atti a verificare la morte, decisero comunque di portare subito il corpo all’ospedale. E non come si è raccontato perché il ragazzo doveva essere necessariamente vivo per il fatto d’essere stato trasportato in ospedale. Inoltre continuano a non leggere il titolo posto sotto la fotografia “Martire adolescente posta sotto l’altare” e la presentano invece come una semplice, macabra “ragazza in una bara” (la ricostruzione di questo simulacro d’una martire e un altare sono ispirate a quelle reali che si trovano nella chiesa del suo collegio a piazza di Spagna). Marco ha chiamato in diretta per la seconda volta anche in questa puntata per puntualizzare quanto ho detto, ma gli è stato negato ancora una volta d’intervenire, mentre, un’altra ragazza ha avuto la possibilità di entrare in diretta per raccontare solo il fatto che, abitando nello stesso palazzo di Marco, questi le aveva chiesto di posare per una sua opera. Tutto questo Marco lo riferirà mercoledì nell’udienza che ha con il giudice Capaldo, indicando come questa censura e mistificazione possa essere il tentativo di addossare tutto ad una sola persona isolata, e non mettendo alla luce i legami con lo Stato Vaticano e lo Stato Italiano».

Su Repubblica un monsignore anonimo rivela: «Giovanni Paolo II qualche mese dopo la scomparsa di Emanuela disse agli Orlandi che si trattava di “un caso di terrorismo internazionale”. Che sia così, ne siamo tutti convinti, ma la domanda resta una: cosa intendeva il Papa per “terrorismo internazionale”? Sono molti oltre il Tevere a ritenere che la scomparsa sia legata alla Banda della Magliana e insieme ad ambienti malavitosi italiani». La Magliana, secondo lui, organizzò il rapimento di un cittadino vaticano per fare pressione e riavere i soldi. Per quanto riguarda De Pedis, «la sepoltura nella basilica nella quale don Vergari era rettore si spiegherebbe come una sorta di espiazione da parte del Vaticano, o comunque di qualche personalità del Vaticano, di un debito regresso. Come a dire: non ci avete ridato i soldi, pagate il conto così. Insieme, c’è anche la volontà di chi ebbe rapito Emanuela di indicare un luogo significativo per risolvere l’intero mistero». La pista interna e quella internazionale (finanziare il sindacato polacco di Solidarnosc) sarebbero in realtà due facce della medesima medaglia, la fonte anonima spiega ancora: «Wojtyla, quando parlava di “caso internazionale”, si riferiva ai soldi sporchi (ovviamente lui ha scoperto dopo che fossero tali) finiti oltre Cortina, tardivamente consapevole che la provenienza di questi soldi era italiana. La Banda della Magliana, certo, ma anche Cosa Nostra: è agli atti il coinvolgimento del cassiere della mafia Pippo Calò».

Sempre su Repubblica Giancarlo De Cataldo, giudice di Corte d’Assise a Roma, spiega che secondo lui «Emanuela è rimasta vittima di un gioco erotico, ovvero è stata rapita dalla Banda della Magliana, ma senza il concorso di turchi, Servizi deviati e via dicendo. Entrambe le “piste”, come è sempre accaduto in questa storia che sembra non avere fine, conducono direttamente al Vaticano. Da un lato, il “gioco” erotico avrebbe coinvolto alti o medi prelati (secondo l’autorevole esorcista Padre Amorth, addirittura adepti del Maligno); dall’altro, Renatino De Pedis avrebbe rapito Emanuela per rientrare delle ingenti somme malaccortamente affidate allo spregiudicato finanziere in tonaca Paul Marcinkus. Che, peraltro, il Vaticano fosse l’epicentro della vicenda è noto sin dalle prime battute. Così come resta un punto fermo la scarsa, per non dire nulla, collaborazione delle autorità di Oltretevere».

Sempre su Repubblica si spiega l’inattendibilità di Agca, il quale nel suo ultimo libro ha spiegato che quando la giornalista Claire Sterling pubblicò su imbeccata della Cia l’abbozzo della cosiddetta pista bulgara, lui ci saltò sopra subito. «A me viene da ridere ma è grazie a questa ipotesi che mi balza alla mente un’idea: invento che durante il mio soggiorno a Sofia mi sia davvero incontrato con uomini dei servizi segreti bulgari legati all’Unione Sovietica». Si legge anche che Markus Wolf, la mitica spia senza volto del servizio tedesco orientale, in un faccia a faccia in un caffè di Berlino prima di morire negò ogni coinvolgimento della Stasi sull’attentato e sulla scomparsa della ragazza: «Vede, infiltrare spie nella Santa Sede era per noi un lavoro molto difficile. Bisognava individuare le persone, io amavo reclutare i giovani, ma aspettare anche che crescessero. C’era una divisione, la XXesima, che lavorava sulla Chiesa. Ma poiché questo ufficio non dava i risultati sperati, lo chiudemmo». Secondo Marco Ansaldo, che firma l’articolo, nulla a che fare su Emanuela anche dal fronte turco, inventato dai servizi della Germania Est per depistare. Lo dimostrò l’ex colonnello della Stasi, Guenter Bohnsack. «Le lettere inviate in Italia sul caso della Orlandi? Le conosco. Le facevamo scrivere noi in turco. Chiedevamo la liberazione di Ali Agca e uno scambio con la ragazza. Ma era un trucco per distogliere l’attenzione dai bulgari, in quel periodo sotto tiro per l’attentato al Papa. Ce lo chiese direttamente il Kgb. E noi fabbricammo quei messaggi. Ecco qui», terminò l’ex spia, sparpagliando sul tavolo una serie di lettere originali.

 

08 maggio 2013
Viene esplicitato da Marco Fassoni Accetti, la cui attendibilità sembra aumentata agli occhi della Procura per i tanti retroscena che conosce, l’obiettivo del sequestro di Emanuela e di Mirella: favorire lo «scambio» con Alì Agca, pronto in nome della sua libertà a ritrattare le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato. Il «ganglio operativo» che secondo il supertestimone era attivo «a tutela del dialogo con l’Est» già dal 1979, in combutta con «elementi dei servizi e della malavita romana» e su impulso di «alcune personalità» vaticane, nel 1983 avrebbe compiuto altri ricatti. Indirizzati sempre all’interno delle Mure Leonine. La traccia è palesata da alcuni messaggi in codice. In particolare questo: in una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 (grafia dell’«Amerikano») si fa presente che si opereranno altri sequestri per la liberazione di Agca (così come comunicherà il 20 ottobre un giudice bulgaro al terrorista). Nello specifico, «prelevamenti di cittadine statunitensi», delle quali «forniremo i nominativi nel 5-1984». Fassoni Accetti avrebbe rivelato che «la materia del contendere era la gestione dello Ior di Paul Marcinkus, con riferimento alla restituzione della montagna di soldi del crack dell’Ambrosiano». Il monsignore americano era contrario, «perché avrebbe comportato la sua fine politica», ma il «ganglio», anche per conto degli avversari del banchiere, avrebbe esercitato il suo peso sfruttando proprio la trattativa sulla Orlandi. «A riprova» di quanto dice il testimone ha esibito un dato di fatto: «Fummo noi a dettare i tempi con quella lettera», dal momento che «poi, effettivamente, l’intesa Ior-Ambrosiano fu raggiunta nel maggio del 1984 a Ginevra», con il versamento di 400 milioni di dollari alle banche creditrici. Si tratterebbe di un doppio movente, dunque.

 

06 maggio 2013
Ali Agca invia un’e–mail, tramite il suo avvocato, a Pietro Orlandi in cui scrive (qui la lettera integrale): «Caro amico Pietro. Hai visto… con le confessioni di Marco Fassoni Accetti sta emergendo una parte della verità che io ti avevo rivelato. Tuttavia questo Marco Fassoni Accetti è soltanto una piccola manovalanza che non può essere determinante per scoprire tutto e liberare Emanuela e Mirella che sono vive tuttora». Nella mail Agca cita anche Mirella Gregori e fa riferimento a una serie di documenti circolati all’epoca del sequestro indicandoli come tasselli significativi della vicenda e aggiunge: «Il castello dell’intrigo sta per crollare». Inoltre, si dice pronto a incontrare Pietro Orlandi «a Istanbul il più presto possibile» L’ex terrorista invita a rivedere una lettera inviata all’Ansa nell’agosto 1984, nella quale i rapitori scrivono: «Agca deve essere prima trasferito al carcere vaticano e successivamente tra il Vaticano e il governo di Panama e del Costarica deve essere firmato un accordo per trasferire Ali Agca nel Costarica o nel Panama». L’attentatore del Papa aggiunge, a riprova della sua tesi, che «il 23 agosto 1984 il presidente del Costarica Luis Alberto Monge si dichiarò disposto a ospitare Ali Agca nel suo territorio a condizione che il Papa deve chiederlo personalmente». «Caro Pietro – conclude il turco – devi insistere con questi documenti storici, questi sono dati di fatto immensi e incredibili».

 

05 maggio 2013
Marco Fassoni Accetti viene interrogato dalla Procura per la sesta volta in un mese ed è stato iscritto nel registro degli indagati per reato ipotizzato di concorso in sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio e dalla minore età. Per la prima volta, in ogni caso, è stata fornita agli inquirenti una ricostruzione organica (per quanto da verificare) del contesto storico e del movente del doppio rapimento. Fassoni Accetti ha infatti dichiarato che lo stesso «nucleo di controspionaggio che agiva per conto di ambienti vaticani», di cui lui avrebbe fatto parte, sarebbe responsabile pure della scomparsa di Mirella Gregori. L’avviso di garanzia è un atto dovuto e i reati in questione sono caduti in prescrizione

 

02 maggio 2013
Le agenzie riportano che secondo gli inquirenti i casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono collegati. Rispetto a Marco Fassoni Accetti sottolineano che se da un lato ha fornito “ricostruzioni di tipo fantastico”, dall’altro ha permesso di ritrovare il flauto che potrebbe essere appartenuto a Emanuela. Il testimone non ha invece rivelato il nome e che tipo di gruppo era quello di cui avrebbe fatto parte in Vaticano, circostanza su cui ad oggi dalla procura non sono ancora stati chiesti riscontri.

 

01 maggio 2013
Fabrizio Peronaci su il Corriere della Sera spiega che Fassoni Accetti avrebbe sostenuto di aver agito in collaborazione con elementi legati ai servizi segreti dell’Est dotati di «entrature» nelle redazioni dei quotidiani. Infatti, afferma, il giorno dopo la scomparsa di Emanuela su “Il Tempo”, «il trafiletto sulla scomparsa della Orlandi era collocato a fianco alla notizia della Fiat 127 da noi gettata nel Tevere il giorno prima, con il braccio di un manichino fuori dal finestrino. Quel gesto conteneva messaggi in codice di minaccia contro una persona». Nelle intenzioni dei rapitori, l’avviso ad «ambienti vaticani», pubblicando le due notizie una vicina all’altra, sarebbe stato anche questo: «Far capire la nostra capacità di azione, influenza dell’opinione pubblica e depistaggio». Inoltre, sempre il 25 giugno 1983 e sempre su “Il Tempo” è apparsa una lettera di Alì Agca al Vaticano risalente il 24 settembre 1982, e questo secondo Accetti, diventa «straordinariamente» rivelatore: «Agca aveva scritto la lettera a Oddi un anno prima, come si spiega che diviene pubblica solo quando Emanuela Orlandi sparisce? Perché ha ottenuto ciò che voleva: premere sulla Santa Sede attraverso un sequestro di persona per ottenere la grazia». Secondo Fassoni Accetti, si trattava di un messaggio criptato stampato grazie a un loro “agente” (soprannominato “Ecce homo”) nelle redazioni: la “risposta” attesa era proprio il sequestro della Orlandi, per premere a favore della scarcerazione del turco, che in cambio avrebbe ritrattato le sue accuse ai bulgari di complicità nell’attentato a papa Wojtyla, cosa che avvenne esattamente tre giorni dopo, il 28/6/83.

Secondo Pino Nicotri, siamo davanti a qualcuno che ha «messo in moto un diabolico ingranaggio. Qualcuno, che ha studiato a fondo le carte delle varie inchieste, si è letto tutti i libri e documenti pubblicati sulla vicenda, conosce tutti i dettagli a menadito, questo qualcuno, negli anni scorsi, a più riprese, appena l’interesse per il caso si attenuava, faceva da megafono a rivelazioni improbabili, supertesti inattendibili».

 

30 aprile 2013
Il Corriere della Sera rivela altre dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti ai magistrati: Emanuela sarebbe stata adescata con la promessa di molto denaro (le famose 375 mila lire per un lavoro con la Avon) e indotta dalla presenza di un’amica a non tornare a casa ma a salire su un’auto in corso Rinascimento dove «sul sedile davanti, a fianco all’autista, c’era un nostro uomo vestito da monsignore», perché tanto «tu abiti in Vaticano e lo sai, Emanuela, dei sacerdoti ci si può fidare…». Le dicono: «la scuola è finita e la tua scomparsa durerà qualche ora, poco tempo…». La prima sera «la portammo a Villa Lante, ai piedi del Gianicolo, in un istituto religioso dove affittavano delle stanze», sostiene Fassoni Accetti. «Abbiamo avuto l’accortezza di farla stare sempre con ragazze. Le portavamo quanto desiderasse. C’era un bel giardino, le ripetevamo che suo padre era d’accordo e non si sarebbe arrabbiato. E facemmo in modo che una sua amica andasse a trovarla. Restò a Villa Lante per quattro giorni. Quando voleva fare un giro a Trastevere le mettevamo una parrucca corta. Una volta passeggiamo insieme al Ghetto e lei era divertita, ricordo che parlammo di un progetto di film». Intanto la madre superiora di Villa Lante ha iniziato a cercare gli elenchi degli ospiti di 30 anni fa.

Il giornalista Pino Nicotri ipotizza chiaramente una “mastermind”, cioè un’unica regia delle rivelazioni paragonando le rivelazioni di Sabrina Minardi con quelle di Marco Fassoni Accetti, anche se in entrambi i racconti vi sono contraddizioni palesi.

 

28 aprile 2013
Marco Fassoni Accetti rivela di essere responsabile dell’episodio avvenuto il 23 giugno 1983, giorno dopo la sparizione di Emanuela. Un pescatore rivelò di aver visto due giovani spingere una Fiat 127 in mare con a bordo una persona. «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…», ha detto ai magistrati.

Con analoghe tecniche (travestimenti, foto scattate per strada, contatti con amiche e compagne per trarle in inganno) Accetti spiega che avrebbe ideato il “sequestro simulato” della Orlandi

 

27 aprile 2013
Il “Messaggero” rivela che gli investigatori hanno recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei è molto arrabbiata e gli dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».

 

26 aprile 2013
Marco Fassoni Accetti, interrogato dagli inquirenti, lega la scomparsa di Emanuela e Mirella a quella di Caterina Skerl, detta Katy, 17 anni trovata strangolata in una vigna a Grottaferrata il 22 gennaio 1984. Avrebbe attribuito l’omicidio della Skerl alla «fazione opposta» alla sua di quel nucleo di intelligence di controspionaggio che svolgeva «azioni di pressione» nell’ambito di presunte lotte di potere all’interno del Vaticano. Lo scenario diventa quello di ragazze pedinate, «agganciate» con l’inganno, usate per foto e filmati utili a ricattare, distruggere i «nemici».

Ritorna in mente il messaggio della lettera anonima inviata pochi giorni fa (10/04/13): «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il 21 gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». «belle more» (le quindicenni), 21 gennaio (morte di Katy), «biondi capelli» (Katy) e «vigna» (luogo criminis). La Skerl era iscritta alla Fgci (Comunisti)…blocchi contrapposti? Occorre ricordare che la stessa tesi è contenuta nel libro “Dodici donne un solo assassino” (Koinè 2006)

Rispetto all’omicidio del piccolo Josè Garramon, investito proprio da Marco Fassoni Accetti il 20 dicembre 1983, al Corriere della sera l’uomo ha dichiarato: «Era buio, c’erano delle ombre. Quel bambino mi fu gettato sotto la macchina, fu un incidente provocato. In seguito sono stato assolto. La prova è in un comunicato sul caso Orlandi in cui si parla di una pineta: era un messaggio in codice indirizzato a me, è lampante». Si riferisce al 27/09/1983 (prima dell’omicidio?), quando in una lettera firmata «Phoenix» c’era scritto: «Vogliamo generosamente ricordare a “Mario” che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione…». Secondo lui quell’incidente venne «provocato dal Phoenix-Sisde», parte avversa al suo gruppo

Sempre in questa data appare un’intervista a Marco Fassoni Accetti da parte di Pino Nicotri, dove il supertestimone critica la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”: «La prima volta che mi recai presso la redazione della trasmissione “Chi l’ha visto”, il 2 aprile 2013, feci presente che, essendoci un nuovo Pontefice, non curiale, facevo recuperare il flauto al fine di creare un evento mediatico che mi permettesse di rivolgere un appello a presentarsi a quanti con me avevano partecipato a determinati fatti e principalmente, soprattutto a far luce sul mio investimento di un minorenne, verificatosi in una pineta nella quale operavamo in quanto adiacente alla casa del giudice Severino Santiapichi, prossimo presidente di Corte d’Assise giudicante Alì Agca, l’attentatore alla vita del papa nell’81. Chiedevo che la Procura indagasse su quel comunicato Phoenix – Sisde di 3 mesi prima che indicava proprio in una pineta il luogo dove avremmo dovuto subire la loro “punizione”. Chiedevo di rintracciare chi avesse deciso nel Sisde di far redigere il comunicato con quel riferimento alla pineta. Questo dichiarai in primis nella loro intervista e questo la redazione tagliò al montaggio per poi mostrare nella trasmissione del 24 aprile 2013 il fatto dell’investimento come rintracciato da loro e a mia insaputa, e inducendo sospetti sulla mia persona in un caso giudiziariamente chiuso. Il processo mi vide in tutti i gradi assolto con formula piena e nonostante tutto non mi trova acquietato, al punto che dopo trent’anni sono io ad averne riparlato, e questo avevo già dichiarato al magistrato Giancarlo Capaldo 6 giorni prima di presentarmi alla Rai, questo è nei verbali. Nella stessa intervista raccontai che essendo stato nel 1999 telefonicamente minacciato, risposi a queste minacce presentandomi ad una “Domenica In”, travestito come Roberto Benigni, l’attore, e dandomi il nome Alì (Agca) Estermann (il comandante delle Guardie Svizzere ucciso il 6 maggio ’98), nel senso: Alì spara, Estermann muore. Ed andai anche a New York, simulando di essere Benigni in persona, per contrastare la stessa persona delle minacce che ritenevo gravitasse in certi ambienti di quella diocesi, ed attirando volutamente l’interesse della stampa locale. Erano i metodi di usare i media per nostri fini, in modo certo sui generis, imprevedibile e soprattutto occulto. Anche questo spiegavo nell’intervista a “Chi l’ha visto?” e questo hanno tagliato, illustrando l’episodio come una loro scoperta e quanto io fossi esibizionista gratuitamente ed ossessionato con le storie vaticane. In verità in seguito sono stato invitato in molte trasmissioni della Rai come controfigura di Benigni, e di questo ne ho la documentazione, sempre rifiutando in quanto non ne avevo motivo di accettare. Dichiaro di essere uno dei telefonisti e non comparano la mia voce con quella dei telefonisti storici del caso, ma con quella di un possibile millantatore che chiamò in passato alla redazione e alludendo che quasi sicuramente fosse la mia, senza il parere di alcun perito. Ho chiamato durante la trasmissione e mi è stato impedito di rettificare in diretta con la conduttrice. Quindi sono stato censurato, diffamato, hanno nascosto la verità al loro pubblico e agli Orlandi – Gregori e presentato come un più che probabile mitomane e maniaco, deviando l’interesse da un possibile coinvolgimento del Sisde e dalle pertinenze della Città Stato del Vaticano. Hanno così creato un’atmosfera di turbamento, disorientamento, che può inibire i testimoni che io sollecitavo. Sarebbe necessario indagare sui motivi reali di questa contraffazione. Un mitomane è certo meno imbarazzante. Hanno dato il “la” a tutte le testate, che li hanno seguiti senza approfondire». Ha anche risposto ad alcune allusioni sospette su Emanuela suscitate dalle sue opere fotografiche.

Sempre in questa data Pino Nicotri, in un’intervista su Radio Radicale, spiega che Sabrina Minardi non era l’amante di De Pedis ma una delle tante escort di cui si servì Renatino (massimo per un paio di anni, non dieci) per fare pressione su alcuni personaggi. Lei aveva incontri sessuali con loro e con delle videocamere nascoste De Pedis poteva ricattarli. Rispetto a Fassoni Accetti, ipotizza invece una regia che gestisce l’apparizione di questi supertestimoni (come la Minardi) a ridosso degli anniversari della scomparsa di Emanuela o di date sensibili al “caso”, di cui beneficiano giornali e audience

 

25 aprile 2013
Durante la trasmissione “Chi l’ha visto?” viene intervistato, mentre si reca all’interrogatorio in Procura, l’uomo che ha fatto ritrovare il flauto. Si tratta di Marco Fassoni Accetti, autore di arte cinematografica indipendente, autoaccusatosi di essere «uno dei principali telefonisti» del sequestro Orlandi, organizzato da un gruppo di contro-spionaggio che con l’apporto di elementi dei servizi e della banda della Magliana agiva per conto di ambienti vaticani, per condizionare la politica della Santa Sede. Emanuela e Mirella si sarebbero allontanate spontaneamente, i loro sarebbero gli unici «sequestri simulati» attuati per «proteggere il dialogo tra Santa Sede e Paesi del Patto di Varsavia». Venne creata una «trama di amiche con cui si allontanarono». Per la Orlandi, davanti al Senato, avrebbe agito «una compagna di scuola, che salì con lei su un’auto assieme a un finto prete», mentre con la Gregori «successe l’imprevisto: si innamorò di un nostro operatore, andò all’estero e tornò una sola volta a Roma, nel 1994, per incontrare sua madre in un caravan in un sottopasso di corso Italia». Quanto a Emanuela, l’idea era di liberarla presto, «il tempo di avere in mano la denuncia di scomparsa per esercitare pressioni», ma il piano fallì «soprattutto per l’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». La ragazza «non subì violenze, visse in due appartamenti uno in centro e uno sul litorale e in due camper, le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente», questo fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi (Neauphle-le-Château) dove potrebbe essere ancora viva, così come Mirella, ma non so dove». Antonietta Gregori ha negato che la madre avesse incontrato Mirella nell’94: «Mai e poi mai, nei mesi successivi, quando si ammalò o addirittura sul letto di morte, avrebbe nascosto a me e mio padre un avvenimento del genere». Fassoni Accetti parla solo ora perché confida nel «nuovo clima» in Vaticano dopo l’avvento di papa Francesco e nel fatto che altri, «soprattutto le ragazze coinvolte in quello che è stato un sequestro-bluff», seguano il suo esempio. Emanuela e Mirella vennero sequestrate in legame all’attentato di Ali Agca al Pontefice: Emanuela in quanto cittadina vaticana, Mirella italiana. La linea telefonica 158 per il Vaticano stava per 5-81, mese e anno dell’attentato al Papa, mentre le 375 mila lire offerte a Emanuela per il lavoro per la Avon riconddurrebbero a 13-5-17, giorno dell’apparizione della Madonna di Fatima in Portogallo.

La stampa ha scoperto che Fassoni Accetti, il 21 dicembre 1983 fu accusato della morte di un bambino di 12 anni, Josè Garramon, figlio di un funzionario uruguayano che lavorava all’Ifad, un’agenzia dell’Onu. Fassoni Accetti era il proprietario del furgone che ha investito il piccolo Josè vicino a Ostia, nei pressi della pineta di di Castel Porziano molto lontano dal luogo della sua sparizione. Ha partecipato a “Domenica In” come imitatore di Roberto Benigni presentandosi come: Alì Esterman (una via di mezzo tra Ali Agca e Alois Estermann). Ha vissuto per lungo tempo in America e non ha smentito il fatto di essere l’Americano.

Più avanti MFA spiegherà: «Quando inizialmente mi recai in Procura il 27 marzo 2013 dichiarai che mi presentavo principalmente per chiarire il fatto dell’investimento occorsomi nella pineta di Castel Porziano. Avevo patito all’epoca ingiuste ed abominevoli accuse e la conseguente assoluzione non mi aveva affatto acquietato e volevo chiudere moralmente quel caso, che all’epoca non potevo delucidare pienamente in quanto avrei dovuto motivare la mia presenza in quell’area. Ed ora, per farlo, dovevo necessariamente mettere il suddetto fatto in rapporto alle scomparse Orlandi – Gregori, rivelarne la consustanzialità. Auspicavo, attraverso un appello rivolto a certi ecclesiastici ormai in pensione, il loro presentarsi e contribuire con la testimonianza, coscienti che non si trattò di fatti ferali. Era l’appropriato momento storico, con l’elezione di un Pontefice non curiale, per sperare che in certi contesti venissero meno certe difese. Tutto questo risulta essere nel primo verbale firmato presso il giudice G. Capaldo. In seguito, per dar vigore all’appello, necessitavo d’un momento mediatico quale il ritrovamento del flauto, ed alla redazione della trasmissione di Rai 3 spiegai minuziosamente quanto raccontato in Procura e sopra esposto»

 

10 aprile 2013
Durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” si riferisce che qualche giorno prima di Pasqua una busta da lettera anonima è stata inviata a Raffaella Monzi, una delle compagne del corso musicale frequentato da Emanuela Orlandi. All’interno, una bustina contenente dei capelli e un pezzo di merletto, ritagli dell’Osservatore Romano in tedesco, pezzi di pellicola fotografica accompagnano un foglio con un messaggio scritto a mano in caratteri stilizzati: “Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore”. Sul lato destro, in verticale, due numeri: “193” e “103”. Uno dei ritagli di quotidiano riporta la foto del giuramento di una guardia svizzera sopra una didascalia in tedesco la cui traduzione è: “Durante il giuramento ogni recluta si posiziona davanti alla bandiera della Guardia e promette di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Pontefice e i suoi legittimi successori”. Accanto alla foto c’è scritto a penna ”4 – FIUME”. Un altro ritaglio è di un box di una prima pagina intitolato “Giuramento delle nuove guardie svizzere”. A margine, le scritte a mano “SILENTIUM” e “V. FRATTINA 103”. Sul retro un’altra scritta: “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013”, si tratta del musicista Hugues morto il 5/3/1913 e nato il 27/10/1836 (e non il 26/10/1808!), quando Emanuela sparì aveva nello zaino proprio gli spartiti di Hugues, fatti ritrovare in fotocopia nei mesi successivi. Nella bustina di plastica trasparente c’erano dei capelli, un fiore colorato di merletto, frammenti di un materiale che potrebbe essere terriccio e un brandello di tessuto scuro. Allegati alla lettera anche tre negativi fotografici. Uno di essi nasconde una foto dell’attentato al Papa, l’altro ritrae un teschio umano con la scritta “Eleonora De Bernardi, Morta in Campagna, Lì 23 agosto 1854”, il teschio si trova nella cripta in Santa Maria dell’Orazione e Morte, in via Giulia

Anche la sorella di Mirella Gregori ha ricevuto una lettera anonima con lo stesso testo (“Non cantino le due belle more…”) e allegati di quella arrivata a Raffaella Monzi. Dal racconto di Antonietta Gregori, che ha già consegnato agli inquirenti il plico e il suo contenuto, emergono alcune piccole differenze. Come l’appunto a margine di un articolo, che nella prima lettera era “4 – Fiume” mentre nell’altra è “V. – Fiume”. Infine c’è in aggiunta un riferimento al marito di Mirella: “Mercurio vola in sella del suo ciclomotore dal caffè alla via Nomentana all’altro caffé”. Filippo Mercurio ricevette la telefonata in cui i presunti rapitori descrissero i vestiti di Mirella il giorno in cui sparì.

 

03 aprile 2013
Alla trasmissione “Chi l’Ha visto?” si presenta una persona ed indica dove trovare il flauto che Emanuela Orlandi aveva con sé quando è sparita. Il giornalista Fiore di Rienzo trova effettivamente un flauto in questo luogo sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis, di marca “Rampone&Cazzani”. Natalina Orlandi lo riconosce vagamente prima di passarlo alla polizia scientifica per verificare la presenza tracce biologiche. L’uomo si è scoperto essere Marco Fassoni Accetti e il luogo è l’ex stabilimento cinematografico De Laurentis.

 

27 marzo 2013
Si presenta in Procura a Roma Marco Fassoni Accetti, il quale riferisce di aver partecipato al duplice sequestro Orlandi-Gregori per conto di un nucleo di potere coperto, di non poter escludere che Emanuela e Mirella siano ancora vive. Indica Francia e Svizzera per i loro primi trasferimenti (gennaio 1984). Infine auspica che altri «sodali» si facciano avanti per confessare, visto il nuovo clima legato all’elezione di papa Francesco.

 

21 dicembre 2012
Viene trovata nel colonnato di piazza San Pietro un busta con scritto “non toccare”, all’interno un teschio che il medico legale ritiene formato da ossa abbastanza vecchie, i risultati sono ancora in corso. La calligrafia assomiglia alla scritta delle lettere che saranno inviate a metà aprile a Raffaella Monzi, compagna di Emanuela alla scuola di musica e a Maria Antonietta, sorella di Mirella.


COMPAIONO IL FLAUTO E MARCO FASSONI ACCETTI (2013)

 

Inizio luglio 2012
Secondo Antonio Goglia, ex maresciallo dei carabinieri di San Giorgio a Cremano (Napoli) e studioso del caso Orlandi, la data-ultimatum del 20 luglio (05/7/1983) e il codice identificativo 158 (05/07/1983) sarebbero collegati ad una confraternita di omosessuali costituitasi presso la chiesa di San Giovanni in porta Latina, con la complicità di alcuni frati, nel 1500. I presunti rapitori avrebbero scelto questa data per ricordare lo scioglimento, avvenuto il 20 luglio 1578 (il codice identificativo 158 indicherebbe l’anno di scioglimento della congregazione, escluso il 7).

 

22 maggio 2012
Il vaticanista de La Stampa, Giacomo Galeazzi, riporta alcune frasi di Padre Gabriele Amorth, un noto esorcista della diocesi di Roma, sul caso Orlandi, secondo il quale sarebbe stato «un delitto a sfondo sessuale». Tuttavia Padre Amorth non ha mai affermato queste cose ma, come rivelato Pino Nicotri e da Pietro Orlandi, è una tesi sostenuta dalla giornalista Anna Maria Turi nel suo libro. Amorth ha invece detto a Pietro Orlandi: «Non mi sono mai interessato a questo caso. Posso dirti soltanto che le modalità del sequestro (proposta lavoro da persona distinta, tranquillizzare la vittima dare l’idea di una persona affidabile ecc) sono le tecniche usate dagli adescatori di sette sataniche ma altro, ti ripeto, non saprei cosa pensare».

 

19 maggio 2012
Pietro Orlandi ricorda che nei giorni successivi alla sparizione, «quando cercavo disperatamente qualche testimonianza utile, le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a Messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari. E le stesse mi riferirono un altro dettaglio: suor Dolores non voleva che si sapesse che nello stesso complesso aveva gli uffici Oscar Luigi Scalfaro». Il giornalista Pino Nicotri afferma di aver parlato con la suora, la quale ha smentito il fatto che avrebbe impedito alle allieve di recarsi in Chiesa a Sant’Apollinare. Anche don Vergari ha smentito nel marzo 2013, parlando di “bufala”.

 

18 maggio 2012
I quotidiani riferiscono che mons. Piero Vergari, fino al 1991 rettore della Basilica di Sant’Apollinare, è di recente stato iscritto nel registro degli indagati per concorso nel sequestro di Emanuela Orlandi.

 

26 aprile 2012
Carla Di Giovanni, vedova di De Pedis, ha pagato un miliardo di vecchie lire per la sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare. Una fonte vicina alla Santa Sede (interpellata dall’Ansa) ha spiegato che davanti alle insistenze del rettore di Sant’Apollinare, Piero Vergari, «il cardinale Ugo Poletti, inizialmente reticente ad approvare la concessione, di fronte a una cifra così cospicua diede la sua benedizione». Quel denaro «fu usato per le missioni e in parte per lavori di restauro della basilica».

 

14 aprile 2012
Mons. Federico Lombardi, in un documento pubblico, dichiara ancora una volta piena disponibilità a collaborare alle indagini rispetto alla tomba di De Pedis. Ricorda l’impegno di Papa Wojtyla e i suoi appelli, nonché l’installazione del canale diretto con i rapitori e di come agli inquirenti venne lasciato libero accesso alla famiglia Orlandi «senza alcuna mediazione di funzionari vaticani». Tutte le notizie «erano state trasmesse a suo tempo» al giudice Domenico Sica anche se non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso». Si riteneva «che il sequestro fosse utilizzato da una oscura organizzazione criminale» che voleva fare pressioni in favore di Alì Agca, e «non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro». E’ infondato attribuire la «conoscenza di segreti» sul sequestro a persone del Vaticano e finisce per essere «un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità», l’impegno è stato trasparente e «Non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segreti” da rivelare. Se le Autorità inquirenti italiane crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle Autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata». Il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ha apprezzato la nota vaticana.

 

Aprile 2012
La fotografa Roberta Hidalgo pubblica il libro “L’affaire Emanuela Orlandi” (Croce 2012). Dopo essersi procurata del materiale biologico di vari esponenti della famiglia Orlandi sostiene che Emanuela Orlandi sarebbe in realtà figlia di Anna Orlandi (quella che è sua zia) e di Paul Marcinkus e che oggi viva con Pietro a Roma, mentre la vera moglie, Patrizia Marianucci, vive in campagna. Viene allegata una perizia di nove anni fa del noto criminologo Francesco Bruno sulla documentazione fornita in cui si conclude: «In sintesi si può dire che la donna che convive con Pietro Orlandi da almeno 10 anni non presenti molti elementi in comune con Patrizia Marinucci, ma che al contrario presenta numerose somiglianze con la sorella di Pietro, la scomparsa Emanuela». Pietro Orlandi si è rivolto ai suoi legali.

 

03 aprile 2012
Il cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca dei fatti era numero tre della segreteria di Stato, afferma che in Vaticano non se ne sa niente, «altrimenti qualcuno avrebbe parlato. Ma purtroppo le cose non stavano così: non siamo riusciti a capire nulla, a sapere cosa ci fosse dietro». Si è parlato di un fascicolo custodito tuttora in Segreteria di Stato, ma ufficialmente non esiste, l’unica inchiesta è quella della magistratura italiana e quelle contro l’allora presidente dello Ior sono «accuse infamanti» e «senza fondamento». Al massimo, afferma, «si può magari dire che Marcinkus fosse un cattivo amministratore, ma un assassino no». Quanto alla tomba di De Pedis, «abbiamo sempre detto che non c’era nulla da scoprire».

 

02 aprile 2012
Alcune indiscrezioni, attribuite a inquirenti della Procura di Roma affermano che la Procura sarebbe convinta del fatto che in Vaticano qualcuno conosca la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il 3/4/12 il capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone assume su di sé il “caso Orlandi”, togliendolo a Giancarlo Capaldo, precisando che «le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi inquirenti della procura di Roma non esprimono la posizione dell’ufficio». Il 4/4/12 la Segreteria di Stato vaticana risponde alle voci circolate: «Se i magistrati ritengono che qualcuno in Curia abbia elementi di verità a livello indiziario, formalizzino le rogatorie», richieste ufficiali di interrogatori per i prelati che nei primi anni Ottanta erano ai vertici del Vaticano. Nomi e cognomi precisi e non vaghi riferimenti.

Pino Nicotri, esperto del “caso Orlandi”, ricorda che nella basilica di Sant’Apollinare, dove c’è De Pedis, «non è sepolto nessun santo, papa o cardinale, e il sotterraneo non è neppure in terra consacrata». Pubblica poi un’intervista alla signora Carla De Pedis, vedova di Enrico la quale spiega di aver «fatto traslare dalla tomba della mia famiglia al Verano solo perché nella basilica di S. Apollinare ci eravamo sposati, e quindi per me aveva un grande significato sentimentale e affettivo, e si trova a 200 metri da dove lavoro da 30 anni, e quindi per me era comodo poter andare a far visita al mio marito ogni volta che volevo senza dover fare chilometri in auto». L’uscita del film “Romanzo criminale” ha creato fantasie nella gente arrivando «all’idea assurda che la tomba di mio marito in S. Apollinare sia stato il premio per favori da lui fatti al cardinale Ugo Poletti e che nascondesse la verità e magari anche le ossa della povera Emanuela Orlandi». Non esiste alcuna condanna che individui De Pedis «anche come semplice gregario di una qualche banda». La sua uccisione è causata dall’«avere tagliato con l’ambiente non solo malavitoso, ma prudentemente anche con quello dei detenuti rimasti in carcere». Voleva pulirsi, anche in vista di futuri figli, non era ricco e non aveva alcun locale, tanto che non ha lasciato nulla: nell’ultimo periodo lavorava nel campo dell’antiquariato, è morto con la fedina penale pulita, aveva in tasca una regolare patente, una carta di identità valida anche per l’espatrio e un passaporto. Certo, «ha fatto degli errori da giovanissimo, ma che io sappia ha voluto venirne fuori, anche per amore verso di me». E’ stato prosciolto dalle accuse per le quali è stato in carcere e la condanna è stata annullata nel nuovo processo ordinato dalla Cassazione. La donna ha anche difeso la posizione di mons. Piero Vergari, l’allora rettore della basilica di Sant’Apollinare, il quale ha aiutato Enrico dopo il carcere. Nella basilica si sono sposati ed Enrico ha aiutato a sua volta don Piero con offerte per i poveri e cose di questo genere: «Ecco perché don Piero ha acconsentito alla mia richiesta di poter seppellire mio marito nella basilica dove ci eravamo sposati e alla quale quindi ero molto legata. Per quale strano motivo la Chiesa avrebbe dovuto rifiutare di seppellirlo lì?», spiega. Nessun complotto tra il cardinale Poletti, don Piero, lei, i fratelli De Pedis, il Comune di Roma, l’Ufficio igiene, il cimitero del Verano e l’Ufficio comunale delle sepolture, dunque. La gente, dice, è aizzata dal programma “Chi l’ha visto?”, «come cattolica sarei perplessa e contrariata anch’io se un grande criminale dei nostri tempi fosse seppellito in una chiesa, ma mio marito non era un grande criminale».

 

30 marzo 2012
Il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri rivela che nella basilica di Sant’Apollinare non vige l’extraterritorialità, se non per i profili fiscali. Il Comune di Roma (il 24 aprile 1990) e il Vaticano (il 10 marzo 1990) hanno concesso la regolare sepoltura di De Pedis.

 

Marzo 2012
Pietro Orlandi viene avvicinato da un uomo che dice di conoscere questa storia “da quasi 29 anni”, aggiungendo: «La persona che fece salire in macchina Emanuela la conosci bene». Ha anche aggiunto: «Chiedi a Sabrina Minardi, che su quella macchina c’era»

 

22 febbraio 2012
Due intercettazioni telefoniche, riguardanti conversazioni dell’avvocato della famiglia Orlandi (fornito loro dal Sisde), Egidio Gennaro, con i presunti rapitori con un tono distaccato, come se fosse una normale sparizione, insospettiscono e sorprendono i magistrati.

 

22 febbraio 2012
La trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” rivela un appunto riservato di padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, nel quale avanza alcune perplessità su alcuni «aspetti di comportamento umano e cristiano probabilmente criticabili o imprudenti». La nota, probabilmente destinata al segretario del Pontefice, mons. Georg, è datata gennaio 2012, e Padre Lombardi scrive: «Restano dei punti su cui non è facile dare oggi risposta definitiva e documentabile», come il mancato avvertimento della famiglia Orlandi da parte del Vaticano sull’allarme sequestro lanciato dagli 007 francesi poco prima della scomparsa della ragazza, la non collaborazione con le autorità italiane (le rogatorie), gli aiuti economici della Santa Sede a Solidarnosc (una circostanza che se fosse emersa avrebbe provocato una reazione militare dell’Urss in Polonia), che potrebbero aver messo Giovanni Paolo II nella condizione di essere ricattato e, infine, la presenza “inspiegabile” di spie e informatori Oltretevere. Sulla sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare, Padre Lombardi scrive: «poiché mi pare che il cardinal vicario abbia dichiarato la disponibilità a lasciar aprire la tomba, non capisco perché questo non sia ancora avvenuto».

In forma anonima un “Corvo”, che afferma di «lavorare in Vaticano da vent’anni» invita le autorità vaticane ad impegnarsi «su una vicenda che mi fa pensare in maniera costante, la scomparsa di Emanuela Orlandi». In proposito ha aggiunto: «Forse non è stato fatto tutto quello che si poteva o forse si va a toccare cose troppo scottanti, troppo delicate». Il Corvo ha parlato del Vaticano, «un Paese dove uno fa una strage e sparisce nel nulla», alludendo forse alla morte del capo delle Guardie svizzere, Alois Estermann. Si scoprirà che questo Corvo, altro non è che Paolo Gabriele, maggiordomo di Papa Benedetto XVI, arrestato e processato per aver sottratto alcuni documenti riservati dalla scrivania del Papa.

 

21 gennaio 2012
Durante una manifestazione organizzata da Pietro Orlandi davanti alla basilica di san’Apollinare viene visto e fotografato un uomo che a sua volta fotografava i partecipanti. Si tratta di un agente segreto vaticano, cioè Francesco Minafra, da oltre 5 anni in forze nel Corpo della gendarmeria, agli ordini del comandante Domenico Giani.

 

31 novembre 2011
La redazione del programma televisivo “Chi l’ha visto” ha trovato Marta Sebesvari, che era con Emanuela a lezione di canto orale il giorno in cui sparì. Avrebbe dovuto riavere dalla Orlanda uno spartito, l’ha cercata fuori dalla scuola dove dice di aver visto un giovane “biondino”, nervoso e teso che guardava l’ingresso della scuola. Alla domanda se conoscesse Emanuela si è girato dall’altra parte rispondendo in modo brusco: “no”. La ragazza, che non ha voluto apparire in schermo, ha sottolineato l’espressione stravolta del giovane mentre si voltava, quasi a nascondere il volto. Il giovane era alto circa 1,75m, i capelli biondi, ondulati, quasi ricci.

 

15 novembre 2011
Il magistrato Ferdinando Imposimato sostiene che la guardia svizzera Alois Estermann fosse una spia della Stasi e che, dopo aver subito un furto di dossier riservati, temesse per la sua vita, tanto da contattare l’agente di Gladio Antonino Arconte per ottenere asilo politico negli Stati Uniti. Inoltre ritiene che Estermann avesse avuto un ruolo chiave nel sequestro di Emanuela Orlandi. «Il primo a sospettare che fra le Guardie Svizzere ci fosse una spia fu Ercole Orlandi, il papà di Emanuela. Mi parlò dei suoi sospetti perché, mi spiegò, solo uno di loro poteva conoscere in tempo reale gli sviluppi delle indagini sul rapimento della figlia. E mi fece notare che l’alloggio di Estermann era in una posizione strategica, alla sinistra dell’ingresso di Porta Sant’Anna, in via di Porta Angelica. Sul terrazzo dell’appartamento c’è un punto di osservazione formidabile: si vede sia via dei Pellegrini sia Porta Sant’Anna. E da questo varco passava tutti i giorni Emanuela. Quindi Estermann poteva vederla, annotarne orari, movimenti e abitudini. Per un esterno sarebbe stato impossibile».

 

02 ottobre 2011
Il giudice Rosario Priore, già titolare dell’indagine sull’attentato a papa Giovanni Paolo II, invita ad aprire la tomba di De Pedis, sostiene anche che «la verità ormai sia emersa: Emanuela fu rapita dalla banda della Magliana per un ricatto al Vaticano», legato al fiume di danaro sporco transitato per lo Ior. Ha ripreso l’appello di Pietro Orlandi di ascoltare Oscar Luigi Scalfaro (morto nel gennaio 2012), in quanto ministro dell’Interno negli anni ’80 e abitava nel palazzo di Sant’Apollinare dove c’era anche la scuola di musica frequentata da Emanuela.

Valentino Miserachs, maestro di canto corale, corso frequentato anche da Emanuela Orlandi, ha riferito che Scalfaro assisteva volentieri ai saggi nella scuola di musica e «offrì il suo aiuto a suor Dolores per provare a ritrovare Emanuela, ma non riuscì a fare molto». Si ricorda che dal 4/8/83 divenne ministro degli Interni, ovvero la struttura istituzionale alla quale, all’epoca, dipendevano anche i servizi segreti.

 

24 luglio 2011
Antonio Mancini, uno dei componenti della Magliana oggi collaboratore di giustizia, conferma l’ipotesi del giudice Rosario Priore, ovvero che la Orlandi sia stata rapita dalla Banda della Magliana per un ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di 20 miliardi di lire consegnati allo Ior. La Orlandi sarebbe morta e spiega perché De Pedis è sepolto a Sant’Apollinare: «Il motivo è che fu lui a far cessare gli attacchi da parte della Banda (e non solo) nei confronti del Vaticano. Dopo il fatto della Orlandi, nonostante i soldi non fossero rientrati tutti, De Pedis si impegnò, attraverso i prelati di riferimento, a far cessare le azioni violente. Tra le cose che chiese in cambio di questa mediazione, c’era anche la garanzia di poter essere seppellito lì a Sant’Apollinare». La Magliana avrebbe avuto rapporti con mons. Agostino Casaroli, segretario di Stato, convalidando la dichiarazione dell’altro pentito Maurizio Abbatino

 

19 luglio 2011
Lo scrittore portoghese Luis Miguel Rocha, durante la manifestazione Tabularasa, la rassegna sulla legalità in corso a Reggio Calabria, dice: «Affermare che Emanuela Orlandi sia sparita è un insulto a tutti gli italiani. Io so che lei è viva; so che è così perché l’ho incontrata. Ho percepito nei suoi occhi l’angoscia di un’anima che ha vissuto un’esistenza terribile. Adesso mi diranno che sono un pazzo, ma ormai sono vaccinato. Sono sicuro di quello che dico».

 

04 luglio 2011
La procura di Treviso sequestra una lettera anonima inviata da Palermo e arrivata presso la casa editrice «EdizioniAnordest» (che ha pubblicato di recente il libro di Pietro Orlandi su Emanuela). Il testo, firmato dal sedicente Kate S. Boards, fa riferimento ai comunicati del gruppo «Phoenix» trovati in alcune chiese romane tra il settembre e l’ottobre del 1983 ad alto contenuto intimidatorio, in uno dei quali si parlava di «soppressione» dell’ostaggio». Secondo l’autore della lettera i termini usati dal gruppo Phoenix (e il ritrovamento di 4 sassolini in una busta, 4/09/83) sarebbero «chiaramente massonici», invitando a battere questa pista.

 

19 giugno 2011
L’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, oggi avvocato della famiglia Orlandi, afferma: «Che Emanuela sia viva lo credo anch’io […] Ci sono dati obiettivi che era viva almeno fino al 1997-1998. Ritengo che sia sopravvissuta, perché gli islamici non uccidono le donne per rispetto del Corano». Secondo Imposimato il sequestro è legato al progetto di assassinare Lech Walesa e all’attentato a Giovanni Paolo II: «Nelle tre vicende ritroviamo i servizi segreti dell’Est, i Lupi Grigi usati come schermo e il papa come obiettivo da colpire».

 

16 giugno 2011
Durante una trasmissione televisiva arriva una telefonata di un sedicente ex agente dei servizi segreti del Sismi, con il nome in codice “Lupo solitario”. Emanuela si troverebbe in un manicomio nel centro di Londra, sedata. Dice di aver parlato ora perché “stuzzicato” e “tirato in ballo con delle falsità” e “a questo punto paga di deve pagare”. Alla richiesta di spiegazioni sul movente “Lupo solitario” ha risposto così a Pietro Orlandi: «Devi scovare in fondo a cosa faceva tuo papà, mi dispiace Pietro, scoprirai cose che non ti piaceranno», spiegando che Ercole Orlandi era venuto a conoscenza di giri consistenti di denaro da “pulire”; giri legati all’Istituto Antonveneta. Occorre sottolineare che l’Antoneveneta non esisteva nel 1983, nata ben 16 anni dopo.

Pietro Orlandi, partito subito per l’Inghilterra non ha trovato Emanuela. Si è scoperto che l’autore della telefonata è Luigi Gastrini, di Bergamo e attuale proprietario di una fattoria in Brasile. Non ha fatto parte del Sismi o nel Sisde né dell’Arma dei carabinieri, anche se non si può escludere un ruolo del Sismi per «lavori sporchi» negli anni ’80. Nel marzo 2012 sarà rinviato a giudizio per “usurpazione di titoli e simulazione di reato”. E’ stato condannato nel novembre 2013

 

24 maggio 2011
Maurizio Giorgetti rivela che la sua convivente, Annamaria Lucia Vero, è scomparsa portandosi dietro dei documenti che avrebbe dovuto consegnare ai magistrati, come due fotografie che ritraevano Emanuela Orlandi in Turchia. Le foto arrivavano dal boss della Magliana (morto nel 1997) Domenico Zumpano e mostrerebbero Emanuela viva negli anni ’90 vicino al confine con la Grecia.

 

12 maggio 2011
La giornalista e scrittrice Anna Maria Turi presenta il suo libro “Emanuela nelle braccia dell’Islam” (Segno 2011). Secondo lei, grazie a informazioni arrivate da un agente dei servizi segreti di nazionalità marocchina, le due ragazze erano vittime di «sfruttamento sessuale di ragazzi, adescati prima e poi costretti a partecipare a festini organizzati per personaggi altolocati, religiosi o laici». La Turri ha intervistato il 27/03/03 anche mons. Simeone Duca: «D’abitudine si organizzavano dei festini, e ciò avveniva anche nella sede di un’Ambasciata straniere presso la Santa Sede. Nella faccenda era coinvolto un gendarme vaticano. L’idea delle ragazze era quella di divertirsi e di guadagnare un po’ di soldi. Quanto alla Orlandi, dopo essere stata sfruttata, è stata fatta sparire e quindi uccisa». Secondo la Turri a causa di complicazioni avvenute durante questi festini, furono rapite e trasferite in Turchia per proteggere l’immagine del Vaticano che comunque sarebbe stato ricattato da un’organizzazione criminale locale su questioni legate al Medio Oriente. Mirella sarebbe morta a causa di un’epatite virale, mentre Emanuela Orlandi -al contrario di quanto dice mons. Duca- vivrebbe in una comunità islamica sotto il nome di Fatima e non ricorderebbe più niente del passato. I nomi di Emanuela e Mirella sarebbero apparsi in una trattativa tra la Turchia e l’Italia, «fallita senza motivi accettabili dal senso comune e di cui l’opinione pubblica non è mai stata messa a conoscenza».

Scettico sulla tesi il legale della famiglia Orlandi, Massimo Krogh: «Non ci sono elementi di fatto per convalidare la tesi. Noi come difesa abbiamo sempre pensato che fosse stata rapita per uno scambio con Agca».

Pino Nicotri si dimostrerà scettico dalle conclusioni parlando di « affermazioni francamente difficili da digerire». Rispetto alle dichiarazioni di mons. Duca si domanderà come mai la Turri, nonostante la sua amicizia con il sacerdote, non è mai riuscita ad approfondire meglio la questione o ad avere qualche parola in più? Don Simeone è morto nel giugno 2006, prima della pubblicazione del libro, senza mai dire nient’altro. Possibile?

 

10 maggio 2011
Pietro Orlandi in un’intervista afferma: «Io so chi ha rapito Emanuela. È un sistema, un intreccio di poteri che collegano il sequestro all’attentato a Wojtyla. I mandanti volevano condizionare la volontà del Papa». Ha proseguito: «Wojtyla è stato molto vicino, anche personalmente, alla mia famiglia, e questo ci è stato di grande conforto. A differenza di Agca, però, io sono convinto che sapesse». Il 27 luglio parlò in lacrime ai genitori Orlandi di un’organizzazione terroristica e nel dicembre 1983 disse: “Cari Orlandi, voi sapete che esistono due tipi di terrorismo, uno nazionale e uno internazionale. La vostra vicenda è un caso di terrorismo internazionale“. Il Papa non si può esporre in questo modo se non sa, riferisce Pietro. Cita la lettera inviata nel 2009 a Benedetto XVI: «La Santa Sede, che io considero la mia seconda famiglia, questa volta non ha ritenuto di spendere nemmeno una parola per una ragazza che era cittadina vaticana. È questa indifferenza da parte degli uomini della Chiesa, questo muro di gomma opposto con ostinazione alla chiarezza e al dolore che mi fa male e che rende difficile, a me credente, continuare a credere in chi dovrebbe rappresentare Cristo in terra»

 

04 maggio 2011
Alla trasmissione “Chi l’ha visto?” telefona un anonimo che afferma: «Non posso al momento attuale lasciare il mio recapito e il mio nome. Telefono a proposito del caso Orlandi-Gregori. Tutte e due le scomparse sono opera della stessa mano, un’esca interna al Vaticano nel caso Gregori e un informatore sempre interno al Vaticano, nel caso Orlandi. Basta che andiate un po’ a rivedere la storia e sopratutto cercate di riparlare con …. amica di Mirella Gregori, lei lo sa chi è stata l’esca che l’ha fatta rapire. Ok? Vi richiamerò».

 

12 aprile 2011
Lo scrittore Sandro Provvisionato pubblica il libro: “L’attentato al papa. Il mistero Ali Agca” (Chiare Lettere 2011), nel quale afferma che Emanuela sarebbe stata rapita come conseguenza del fallimento dell’attentato a Giovanni Paolo II da parte del blocco dell’Est. Agca avrebbe raccontato la scomoda verità sull’attentato infastidendo i sostenitori occidentali della Ostopolitik, per questo il Vaticano non volle più parlarne e i nostri servizi segreti, assieme a quelli dell’Est, sviarono le indagini. La sparizione di Emanuela sarebbe servita per intimidire e attirare in una trappola Agca che stava rivelando la “pista bulgara”. Per questo il 26/6/83, due giorni dopo la sparizione di Emanuela, Agca ha smesso di collaborare ritrattando tutto.

Il coautore del libro, Ferdinando Imposimato, ex magistrato e poi legale della famiglia Orlandi, spiega che la “pista bulgara” verrà comunque accreditata dalle indagini: Assen Marchevski (autore di “I misteri italo-bulgari”, Stango 2002), interprete dell’ambasciata bulgara, ha riferito che i giudici bulgari Ormankov e Markov Petkov (che sarebbero agenti segreti bulgari) hanno cercato di convincere Sergej Antonov a dichiararsi complice di Ali Agca, ma secondo fini privati e non per conto dello Stato bulgaro. Ali Agca ritrattò tutto perché venne minacciato nel carcere di Rebibbia proprio dai due falsi giudici, in contatto anche con la Stasi. Quest’ultimo ha confermato a Imposimato, in maniera non ufficiale, che dietro l’attentato al Papa c’erano i bulgari che portarono le indagini verso i Lupi Grigi e la Cia. Il grande intrigo sarebbe continuato fino alla morte della guardia svizzera Estermann (1998), spia della Stasi, che stava per fuggire all’estero rivelando l’intrigo (tesi respinta dal Vaticano e dalla commissione berlinese incaricata ad esaminare gli archivi della Stasi)

 

02 febbraio 2011
All’agenzia Adnkronos arriva in sei pagine una missiva contenente dettagliate informazioni, nomi, fatti e luoghi sul caso Orlandi. Sabrina Minardi avrebbe fatto dichiarazioni solo in parte veritiere e per altri versi sarebbe stata reticente. La lettera è stata consegnata alla procura di Roma a cui è comunque destinata.

 

20 novembre 2010
Maurizio Giorgetti afferma che Emanuela Orlandi è viva: «E’ un parere assolutamente personale, ma io credo che sia viva e stia in un paese che si chiama kastoria, in Grecia, al confine con la Turchia».

 

13 ottobre 2010
Maurizio Giorgetti dice che in un palazzo (in terra italiana, ma di proprietà del Vaticano) di fronte alla casa della Orlandi abitava allora, al quarto piano, monsignor Edward Prettner Cippico(la cosa è stata confermata dalla redazione di “Chi l’ha visto?” chiedendo agli abitanti). Cippico, morto nel 1983, venne accusato nel primo dopoguerra di importazione illecita di capitale, processato, arrestato e poi prosciolto, sospeso “a divinis” dal Vaticano. Giorgetti è convinto che sia stato lui uno dei tramiti tra lo IOR ed esponenti della Magliana, ha spiegato di conoscere bene Cippico con cui faceva operazioni finanziare, il quale frequentava anche Ciletto (Angelo Cassani). Giorgetti dice di avere in Svizzera date e incontri molto scottanti.

 

08 ottobre 2010
Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare degli accertamenti del “caso Orlandi”, insieme con il sostituto Simona Maisto, afferma: «Siamo convinti che la Banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi», per questo stanno monitorando attività passate e presenti dell’organizzazione criminale.

Don Pedro Huidobro, dal 2005 rettore della chiesa di Sant’Apollinare, commenta l’accoglienza della salma di De Pedis nella basilica: «Non è sepolto dentro la basilica, ma in una cripta esterna, sotterranea, che poi è uno sgabuzzino, piccolo, chiuso, umido con una tomba a forma di tavola e la scritta “Enrico De Pedis”. Non è una cappella né un luogo di culto. Quell’area non è nemmeno consacrata».

 

15 settembre 2010
In una puntata di “Chi l’ha visto?” Maurizio Giorgetti, ex esponente dell’estrema destra romana, condannato per reati finanziari, ha rivelato (anche ai magistrati) di aver frequentato esponenti della Magliana negli anni ’80 e di aver ascoltato Angelo Cassani “Ciletto” e Giuseppe de Tomasi parlare di una ragazzina, la Orlandi, da prelevare perché bisognava recuperare il denaro del boss Manlio Vitale «affidato da esponenti della Banda della Magliana a chi non voleva o non poteva restituirli». Poco dopo la sparizione di Emanuela li avrebbe sentiti parlare della necessità di allontanare da Roma questa persona, l’avrebbe fatto Ciletto con la sua Bmw. Giorgetti afferma di essere disponibile ad un confronto su questo con De Tomasi e Cassani, ha parlato solo ora perché è malato, è vecchio e vuole morire sul campo di battaglia.

Il 17/09/10 Giorgetti dice di aver subito una finta rapina a scopo intimidatorio, il mandante sarebbe stato Vitale. Nel dicembre 2010 la procura scoprirà che a rapinarlo è stata la figlia trentenne, insieme con un complice. Secondo gli inquirenti al momento non c’è nessun collegamento con le rivelazioni fatte.

In questa stessa puntata vengono fatte sentire due registrazioni pervenute alla redazione della trasmissione le quali contengono due telefonate tra “L’Americano”e il centralino della Santa Sede. Una suora risponde, “L’Americano” pronuncia il codice “158” (la procedura per parlare direttamente al segretario di Stato mons. Casaroli), ma in entrambe le telefonate la registrazione termina appena mons. Casaroli risponde


 

7. ALTRI SCENARI: GIORGETTI, TURI, GASTRINI E HIDALGO (2010-2013)

 

03 aprile 2010
Don Pedro Huidobro, rettore della basilica di Sant’Apollinare dal 2004, afferma di non sapere che, in cambio della tumulazione di «Renatino», qualcuno nel ’90 avrebbe versato tra i 500 e i 600 milioni di lire. Il rettore ha comunque ribadito: «Enrico De Pedis è sepolto qui perché è stato un grande benefattore della basilica, come è scritto nel sito di monsignor Pietro Vergari». La bara non si troverebbe in una cappella costruita apposta nella cripta, ma «in una specie di sgabuzzino sotto la chiesa». Secondo la procura ci sarebbe chi avrebbe versato 500 miliardi per la sepoltura, e questo sarebbe il motivo. Mons. Huidobro risponde: «I magistrati non ci credono? Che vengano ad aprire la tomba, finora non l’hanno mai fatto. Il Vicariato è sempre stato disponibile, con la nota dell’altro giorno ha solo ufficializzato la sua posizione». Intervistati anche gli avvocati Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, legali della famiglia De Pedis, hanno risposto: «La famiglia De Pedis ha da tempo dato la sua disponibilità a compiere esami sulla salma. Se deve essere compiuto un accertamento si proceda, ma finisca questa speculazione continua».

 

03 aprile 2010
Durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, presente anche Natalina Orlandi, la sorella di Emanuela, chiama in diretta (minuto 00:03:00) Giuseppe De Tomasi, che secondo alcuni sarebbe il “Mario” che chiamò in casa Orlandi il 28/06/83, pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela. Tomasi nega di avere qualcosa a che vedere con la vicenda: «non solo non c’entro niente, ma non so manco di cosa parlano, di cosa vogliono, di cosa dicono. Lei la telefonata l’ha sentita no? [rivolto alla conduttrice], la mia voce è così squillante, normale che è una cosa veramente assurda». Ha affermato che non c’entra nulla con il rapimento.

Nel 2011 una sentenza del 1994 lo ha scagionato in quanto De Tomasi venne arrestato il giorno prima della sparizione di Emanuela.

 

11 marzo 2010
Viene indagato Sergio Virtù, 49 anni, per sequestro di persona e omicidio volontario rispetto a Emanuela Orlandi, e interrogato da Capaldo e Maisto. Secondo l’accusa, l’uomo era l’autista di Enrico De Pedis, a fare il suo nome Sabrina Minardi, ex compagna di De Pedis e Fabiola Moretti, e una terza persona, che lo hanno collegato alla scomparsa di Emanuela. Virtù, tuttavia, respinge ogni accusa. A finire nel mirino degli inquirenti anche Angelo Cassani, detto ‘Ciletto’ e Gianfranco Cerboni detto ‘Giggetto’, che erano stati già arrestati per un sequestro di persona nel 1996. Loro avrebbero pedinato la ragazza pochi giorni prima del rapimento.

 

04 febbraio 2010
Il quotidiano “Repubblica” pubblica una video-inchiesta in cui viene intervistato Antonio Mancini, “l’accattone”, ex membro della Banda della Magliana e oggi collaboratore di giustizia. Afferma che De Pedis aveva affidato i suoi soldi al Banco Ambrosiano e allo IOR, quei soldi non erano tornati indietro. Hanno provato con l’attentato (fallito) a Roberto Rosone vicepresidente del Banco Ambrosiano, ma non ha funzionato. Hanno così iniziato a circolare foto di Papa Wojtyla in costume da bagno nell’estate 1980, fu Lucio Gelli (P2) ad aver ridato al Papa stesso queste foto. Ma neanche con questo, dice Mancini, si è riuscito a smuovere chi aveva i soldi di De Pedis. Calvi, preoccupato, ha cominciato a far pressione sul Vaticano per poter rientrare con questi soldi, diventando un soggetto pericoloso. Viene trovato impiccato nel luglio 1982, la responsabilità sarebbe sempre di De Pedis che ha voluto togliere un possibile soggetto scomodo per chi aveva questi soldi, in modo da lasciarlo più libero. Ma nemmeno questo ha funzionato. Emanuela Orlandi, ha continuato Mancini, è stato un altro elemento di pressione, che avrebbe funzionato (cioè i soldi sarebbero tornati). Qualcuno avrebbe suggerito il nome di Emanuela a De Pedis. L’ex membro della Banda si mostra dubbioso sull’attività di Ercole Orlandi: «era soltanto un messo? Per un messo mi danno i soldi?». Mancini conferma tutto il racconto della Minardi sulla Orlandi e afferma che il telefonista “Mario” era uno della Magliana, “Ciletto” o “Rufetto”. Rispetto alla dichiarazione di Agca che vorrebbe riportare Emanuela viva a casa dice: «Me lo auguro, saremmo tutti più contenti».

 

30 gennaio 2010
Ad Istanbul avviene un incontro tra Pietro Orlandi, fratello di Emanuela e Ali Agca. Quest’ultimo è stato definitivamente scarcerato dalla prigione di Ankara da due settimane («sono un uomo libero ormai, non ho bisogno di nulla, e nessun potere occulto», dice). Qui c’è la trascrizione integrale del dialogo: Emanuela sarebbe stata rapita dal governo vaticano per ottenere la sua liberazione, aiutati da Cia, servizi segreti americani e Sismi. Coinvolti anche: i domenicani, il principe del Liechtenstein, il Sisde (agenti segreti italiani), in particolare il cattolico Vincenzo Parisi. A conoscere i dettagli della scomparsa di Emanuela sarebbe il cardinale Giovambattista Re. Emanuela sarebbe viva, ma senza l’intervento del Vaticano «rimarrà dove sta, sotto il controllo». Secondo Agca sarebbe in Europa, in un ambiente religioso e lei saprebbe tutto, non sta male, non ha mai subito nessun maltrattamento. Del percorso di Emanuela dice di conoscere solo “il primo tratto”, ovvero che sarebbe passata dal Liechtenstein e per liberarla occorre la Cia, e occorre attivare gli elementi cattolici nel governo americano: Joseph Biden, Nancy Pelosi e Leon Panetta. Il Vaticano, ha continuato, dirà a loro come liberare Emanuela dato che ha detto a loro come rapirla, come nasconderla e come gestire l’operazione. Per ottenere un risultato occorrerebbe in ogni caso salvare la faccia al Vaticano, alla Cia e al Sismi, e buttare tutta la responsabilità sui Lupi grigi.

Secondo Agca, il governo vaticano, i servizi segreti vaticani, i servizi segreti americani Cia, i servizi segreti italiani Sismi hanno rapito anche un’altra persona, Vitaliy Yurchenko, colonnello del Kgb poi passato alla Cia. Lo avrebbero messo nei Musei vaticani e poi la Cia e il Sismi lo avrebbero portato al quartier generale della Cia. Dopo un omaggio a Giovanni Paolo II ha spiegato che i servizi segreti dell’Est avrebbero depistato le indagini per addossare la colpa ai turchi “Lupi Grigi”. Dopo l’incontro, Pietro Orlandi ha informato il card. Re circa il contenuto del colloquio ma il cardinale non ha voluto ascoltare il resoconto registrato e ha smentito decisamente di essere a conoscenza di alcunché. Nessun magistrato ha chiamato Pietro Orlandi per informarsi sui nomi fatti da Agca (che inizialmente non vennero diffusi).

 

19 gennaio 2010
La procura di Roma fa sapere che non ha alcuna intenzione di ascoltare Alì Agca, l’attentatore del Papa tornato uomo libero, perché sulla vicenda della Orlandi avrebbe detto troppe cose e contraddittorie tra loro.

 

2010
Una notizia molto vaga viene data nel gennaio 2012, ovvero l’intercettazione di una telefonata tra mons. Vergari e un giovane prete birmano: molto esplicita sessualmente, scabrosa e dai contenuti irriferibili (il giovane prete si masturba al telefono descrivendo la scena a don Vergari, il quale cerca di cambiare discorso ma prestando comunque attenzione al racconto). L’attenzione degli investigatori, in particolare, sarebbe rivolta ai seminaristi di Sant’Apollinare, alcuni dei quali avrebbero interrotto il percorso e si sarebbero poi «smarriti».

 

28 dicembre 2009
Maurizio Abbatino, pentito della Banda della Magliana, interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, rivela di aver sentito da altri esponenti della banda che furono Enrico De Pedis e i suoi uomini a sequestrare Emanuela Orlandi. Al magistrato dice che il sequestro avvenne nell’ambito dei rapporti che «Renatino» aveva con alcuni esponenti del Vaticano e che ad aiutare il boss furono diversi uomini di sua fiducia, alcuni ancora in vita, altri deceduti da tempo. Si ricorda che nel 2008 Maurizio Abbatino aveva invece negato qualsiasi coinvolgimento della banda nella vicenda Orlandi.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ascolta anche Claudiana Bernacchia, detta “Casco d’oro”, uno dei personaggi femminili di maggior spicco della banda della Magliana. La Bernacchia nega invece ogni coinvolgimento della Banda della Magliana nel sequestro di Emanuela Orlando ed esclude un ruolo di Enrico De Pedis e di altri suoi uomini nel rapimento della 15enne cittadina vaticana. Le sue risposte non sarebbero state particolarmente convincenti, sarebbe apparsa più che reticente.

 

23 dicembre 2009
Rispetto alla sepoltura di Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare di Roma, la procura di Roma e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, interrogano Carla Di Giovanni, vedova De Pedis, don Pedro Huidobro rettore della basilica e monsignor Pietro Vergari, ex rettore di Sant’Apollinare. Si conclude affermando che «i documenti per la sepoltura di De Pedis in S. Apollinare sono apparsi tutti in regola». La cosa venne comunque già appurata nel 1995-’97 dal magistrato romano Andrea De Gasperis sulla scia di alcuni articoli di denuncia de “L’Unita” e del “Il Messaggero”, oltre che da una interpellanza della Lega Nord e di una protesta del sindacato di polizia. De Pedis è comunque sepolto nei sotterranei della basilica, in un corridoio abbandonato da oltre un secolo e, contrariamente a quanto si crede, non situato in terra consacrata.

 

10 dicembre 2009
Il pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini, riferisce al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che Emanuela Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana e in particolare dal gruppo dei testaccini. L’esecutore materiale del sequestro sarebbe stato Enrico De Pedis. Dietro il sequestro, ha riferito, ci sarebbero stati i problemi finanziari tra l’organizzazione criminale romana e il Vaticano. Mancini ha sottolineato di aver appreso queste circostanze «de relato» ossia da esponenti appartenenti alla banda o a questa in un qualche modo collegati, tra i quali il testimone ha citato «Ciletto» e «Rufetto». Secondo Mancini il telefonista che si qualificò come “Mario” e che telefonò a casa Orlandi sei giorni dopo il rapimento sarebbe un personaggio che appartiene all’entourage di De Pedis. Il testimone ha anche confermato che «Sergio» era l’autista di De Pedis ed avrebbe fornito anche le generalità complete di questa persona.

L’attendibilità di Mancini è tuttavia già da molti anni piuttosto scarsa. Al processo per l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, ucciso nel marzo 1978, ha “rivelato” ai magistrati che l’arma del delitto subito dopo l’omicidio sarebbe stata data a De Pedis, affermazione smentita dal fatto che nel 1978 e fino a tutto il ’79 “Renatino” era chiuso a chiave in carcere, a Rebibbia.

 

19 novembre 2009
La procura interroga Giuseppe De Tomasi, il presunto “Mario” che telefonò in casa Orlandi il 28/06/83, sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela. Secondo i magistrati avrebbe partecipato al sequestro di Emanuela, è un gregario della banda della Magliana. Tuttavia nel 2011 una sentenza del 1994 lo ha scagionato in quanto De Tomasi venne arrestato il giorno prima della sparizione di Emanuela.

 

18 novembre 2009
Sabrina Minardi conferma la sua testimonianza al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, affermando che Emanuela Orlandi è morta e il suo copro gettato nella betoniera, gettato da Sergio Virtù. Il racconto è stato ritenuto attendibile, uno degli inquirenti ha affermato che «rispetto al precedente verbale in cui appariva un po’ confusa, la Minardi ha coordinato tutto in un racconto articolato». La donna, con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, ha anche corretto alcune incongruenze temporali fatte nel suo primo racconto, come quella che si riferisce alla sparizione di Domenico Nicitra, figlio di un boss della banda della Magliana. La teste ha chiarito che il secondo corpo non era quello di Domenico Nicitra. La donna avrebbe anche identificato “Mario”, la voce che chiamò la famiglia Orlandi pochi giorni dopo la sparizione, sarebbe Giuseppe De Tomasi (che però risulterà essere in carcere in quel periodo).

 

8-10 aprile 2009
A casa Orlandi arriva Rita Del Biondo e spiega a Pietro di vivere in Turchia e che Emanuela è viva e sta in una casa in Marocco. Dice di essere sposata con un turco, Salin Sufuler, il quale prima di conoscerla viveva a Monaco, in Germania, dove gestiva un locale. Una sera nel 1981 arrivarono tre turchi, ai quali Sufuler offrì la cena a causa delle loro scarse condizioni economiche. Tempo dopo, leggendo un articolo sull’attentato al Papa, Sufuler riconobbe in Alì Agca uno dei tre ragazzi, l’altro era Oral Celik. La donna è venuta a conoscenza del rapimento di Emanuela e pochi anni fa ha spinto il marito ad andare a parlare con Oral Celik, a Malatya. Assieme a Celik sono andati in Marocco a trovare la terza persona, seduta al ristorante di Monaco. In quella casa c’era Emanuela. Pietro e l’ex magistrato Imposimato chiamarono il marito della donna, Sufuler, il quale confermò il racconto e si dimostrò disponibile ad incontrare la famiglia e i magistrati (chiese però dei soldi per recuperare informazioni). Si recarono anche ai carabinieri mettendo a verbale tutta la vicenda ma non vennero più richiamati perché Sufuler, dopo un interrogatorio per telefono, venne giudicato inattendibile (anche la moglie, la Del Biondo, aveva precedenti per truffa) (“Mia sorella Emanuela”, pag. 229-251).

Salin Sufuler era già noto ai magistrati pochi mesi dopo l’attentato al Papa. Dalla sentenza del giudice Adele Rando del 1984 si apprende che Sufuler divenne “amico” di un carabiniere, Aprile Giuseppe, e lo convinse ad accompagnarlo in Vaticano. Il 22/12/84 avvenne un incontro con il segretario particolare del Papa, il card. Stanislaw Dziwisz, durante il quale Sufuler affermò che Emanuela si trovava prigioniera in Italia e che era in contatto con uno dei sequestratori con il quale avrebbe diviso il compenso richiesto (700 milioni). Il 24/12/84 un secondo incontro. La consegna del denaro era prevista per il 27/12/84 ma vennero avvisati i carabinieri che giudicarono inaffidabile Sufuler (con precedenti per truffa, estorsione, già espulso dalla Repubblica federale tedesca), e il “baratto” naufragò (“Mia sorella Emanuela”, pag. 243,244).

 

17 marzo 2009
Pietro Orlandi ha consegnato a mons. Giovanni D’Ercole, capo della prima sezione Affari generali della Segreteria di Stato, una lettera per Benedetto XVI. In essa invita il Pontefice a prendere in considerazione la vicenda (“Mia sorella Emanuela”, pag. 281).

 

23 febbraio 2009
Muore Gianluigi Marrone, magistrato italiano e in seguito anche Vaticano.

Secondo Pino Nicotri, esperto del “caso Orlandi”, la famiglia Orlandi ha sempre taciuto alla stampa il fatto che Marrone era il dirigente del parlamento italiano che inviava in Vaticano le rogatorie e contemporaneamente rispondeva “no” essendo il magistrato unico in Vaticano. Marrone ha risposto a Nicotri: «Quando il Vaticano mi ha offerto quell’incarico ho chiesto all’allora presidente della Camera, Nilde Jotti, se potevo accettare o no, e la Jotti mi diede il permesso. Io in Vaticano non potevo fare altro che firmare ciò che mi veniva detto di firmare, senza poter fare mie indagini. Se poi lei, Nicotri, mi chiede se il Vaticano sul caso Orlandi ha detto tutto quello che sa, allora io le rispondo che no, non ha detto tutto quello che sa». Nicotri fa anche notare che la segretaria di Marrone al Parlamento italiano era Natalina Orlandi, cioè una delle sorelle di Emanuela.

 

15 ottobre 2008
Maurizio Abbatino, uno dei capi storici della Magliana, dichiara: «La Banda della Magliana non c’entra niente con la scomparsa di Emanuela Orlandi. Sembra che la Magliana sia diventata una discarica: tutto quello che non si riesce o non si vuole venirne a capo, si incolpa la Banda della Magliana. Sono sicuro che la Banda non c’entra niente con il caso Orlandi. Abbiamo fatto un sacco di cose orrende e gravi, non credo che mai nessuno sia arrivato a sequestrare una ragazzina».

Il 20/12/09 Abbatino dirà invece di aver sentito da altri esponenti della banda che furono Enrico De Pedis e i suoi uomini a sequestrare Emanuela.

 

01 settembre 2008 Giuglio Gangi ha precisato rispetto alla sua presenza in casa Orlandi negli immediati giorni successivi alla sparizione: «Fu una mia iniziativa perché ero molto amico dei cugini, conoscevo anche il fratello. Fui io a presentarmi a casa degli Orlandi, la sera dopo, insieme ad un amico comune, Marino Vulpiani, che è medico e dunque fa tutt’altro mestiere. Anche lui era preoccupatissimo perché viveva a Torano, lo stesso paese della famiglia. L’unico agente del SISDE a occuparsi della vicenda, fin dai primi giorni, sono stato io» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 23). Nell’autunno 2005 disse: “Bisogna che io sfati una leggenda inventata da voi giornalisti. Cominciamo col dire che io conoscevo gli Orlandi da prima della scomparsi di Emanuela: ero giovane, avevo poco più di vent’anni. Mario Meneguzzi, lo zio della Orlandi, aveva una figlia e proprio di questa ragazza mi innamorai. Mi piaceva tantissimo, era riservata, educata, elegante nel comportamento. Una brava ragazzi che conobbi perché l’estate dell’82 andai con un amico a fare una gita fuori porta nel paesino dove gli Orlandi avevano una casetta di villeggiatura (Torano). Fu così che la vidi per la prima volta. Quindi non è vero che il Sisde mi ordinò di infiltrarmi nella famiglia Orlandi per chissà quale scopo. Ad ogni modo, non mi fidanzai mai con la ragazza in questione, ci conoscemmo e diventammo amici. Ci frequentammo tra il 1982 e il 1983 perché le facevo la corte. La sera che scomparve Emanuela lei mi telefonò e mi diede la notizia. Poi mi richiamò due giorni dopo -il 25 giugno 1983- e mi chiese se potevo dare una mano a cercarla perché le avevo detto che ero della polizia, non del Sisde. La sera del 25 andai a casa Orlandi, in Vaticano. Mi accompagnò il collega amico col quale quella volta andai a fare la gita, lui rimase in strada io salii a casa loro e parli coi genitori e lo zio. In quel momento al Sisde non importava un accidenti di Emanuela Orlandi” (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 184,185).

 

14 agosto 2008
Il settimanale “Visto” Viene ritrovata una Bmw di colore grigio scuro (mentre il vigile Sambuco e il poliziotto Bosco parlavano del colore “verde chiaro”) in un parcheggio di villa Borghese, dove era stata abbandonata nel 1995. «La descrizione – si legge – coincide con le dichiarazioni rese ai magistrati da Sabrina Minardi». Secondo gli accertamenti «risulta che il primo proprietario sia stato Flavio Carboni, l’imprenditore indagato e assolto nel processo di primo grado sulla morte di Roberto Calvi». La squadra mobile avrebbe iniziato le analisi dell’automobile per trovare tracce di Emanuela, ad oggi (2013) nulla è stato trovato.

 

07 luglio 2008
Durante la trasmissione televisiva Chi l’ha visto?”, arriva una telefonata anonima: «Buongiorno io sono “il Biondino”, un amico di Renatino De Pedis. Perché la Minardi ha parlato solo adesso? Eh? Come mai? E poi perché state buttando fango su Renatino? Ma voi non sapete che Renatino ha fatto del bene a tutta Trastevere? A delle famiglie con non potevano nemmeno mangiare. Perché poi la Minardi? Perché la Minardi era solo una cocainomane. Io sono un amico di Renatino e ho lavorato pure per lui. Dite a quell’infame di Mancini [Antonio Mancini è ex membro della Banda della Magliana e oggi pentito e collaboratore di giustizia, nda] perché è un infame, sentisse bene questa voce, lo sa chi sono, e stia attento perché lo sto cercando, e state attenti a parlare male di Renatino perché sono affari vostri. E vi voglio dire un’altra cosa: state sputando su un uomo morto, che ha aiutato tutta Roma. Tanto la Orlandi lo sa bene che è morta. Arrivederci».

 

06 luglio 2008
Il Giudice unico vaticano, Gianluigi Marrone, in un’intervista per “L’Osservatore Romano” afferma: «in questi anni ci sono state insistenti richieste di rogatorie da parte di autorità di altri Stati, accompagnate sempre da false polemiche, il più delle volte montate dai media in mancanza di notizie; ma, badi bene, per notizie che si voleva costruire a tutti i costi anche se non c’era nulla da rendere noto. Posso personalmente assicurare, perché moltissime volte sono stato parte in causa, che il Vaticano non ha mai risposto negativamente a una richiesta di rogatoria. Ciò anche nel penoso fatto di cronaca tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni: mi riferisco alla vicenda Orlandi. Sono stato coinvolto spesso nella preparazione di queste rogatorie e, per quel che mi compete, le assicuro che tutte hanno avuto regolare risposta. Altro è, naturalmente, se la risposta viene ritenuta soddisfacente o no. Questo è un altro tipo di discorso. Se a me si chiede di interrogare una persona, io la interrogo. Ma se poi le risposte fornite non corrispondono alle aspettative, perché magari si pensava che la persona potesse dare altre risposte, questo non si può imputare al tribunale; e in ogni caso non si può dire che il Vaticano non ha collaborato o, peggio ancora, continuare a dire che non c’è mai stata collaborazione con la magistratura italiana».

 

27 giugno 2008
Max Parisi, rivela il racconto di un amico del fratello di Maurizio Abbatino (uno dei capi della Magliana e poi pentito), il quale avrebbe visto Emanuela Orlandi alla discoteca Ciack nell’82, dove c’era anche il suo fidanzato, ma anche Roberto Abbatino, fratello di Maurizio. Il fidanzato della Orlandi, avrebbe fatto il dj di questa discoteca, facendoli entrare gratuitamente. Inoltre dice che il fidanzato passò dei guai al momento della scomparsa di Emanuela, questo glielo avrebbe raccontato il suo amico Roberto Abbatino, fratello di Maurizio. Ha anche affermato che l’uomo che negli ultimi tempi frequentava la madre (poi uccisa), aveva una Bmw Touring dagli interni crema. Il giornalista Pino Nicotri, che ha visionato il diario di Emanuela, ha trovato la frase: “sto da nove mesi con Marcello”.

Parisi spiega anche che tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989 la magistratura aveva fatto mettere sotto controllo alcuni telefoni intestati a società i cui amministratori risultavano dei prestanome dei boss della Magliana, le forze dell’ordine scoprirono casualmente di un giro di prostitute slave e minorenni. La persona che sembrava essere coinvolta direttamente in questa porcheria, ovvero colei che parlava di queste cose ai telefoni sotto controllo, era proprio Sabrina Minardi, sedicente amante di De Pedis. Stando alle intercettazioni, era attivo un vastissimo giro di prostituzione tra la Toscana e Perugia con una clientela anche romana di alto rango. Secondo lui, Emanuela «cadde nella trappola di un adescatore “professionista”, non di un maniaco isolato. Lei, come chissà quante altre ragazzine scomparse nel nulla – la casistica è sterminata – viene sì rapita, ma da un’organizzazione che si dedica a un mostruoso genere di “affari”». E’ noto, secondo lui, che i boss della Magliana trafficassero in eroina, droga che veniva fornita loro da bande di narcos turchi in affari anche con Cosa Nostra, cioè i Lupi Grigi di Alì Agca. «Non è difficile ipotizzare», afferma, «che qualcuno possa avere offerto loro un’arma – le povere cose di Emanuela Orlandi e qualche smozzicato ricordo captato dai suoi veri sequestratori – per ricattare il Vaticano e lo Stato italiano» per la liberazione di Agca.

 

26 giugno 2008
Max Parisi, co-autore di “Dodici donne un solo assassino?” (Koinè 2007), afferma che, piuttosto di concentrarsi sulla tomba di De Pedis, sarebbe importante analizzare il diario di Emanuela Orlandi, su cui scrisse fino a pochi giorni prima della scomparsa. Il diario fin da subito è stato sequestrato dal Sisde (“Mia sorella Emanuela”, pag. 59). Vi sarebbe scritto il nome di una persona con la quale intratteneva una relazione, «ma da quel nome le indagini non sono riuscite a risalire -o non si è voluto che accadesse– all’individuo in carne e ossa, e questo sebbene Emanuela Orlandi l’avesse scritto chiaramente più volte. A quel nome -inoltre- non corrisponde nessuno degli amici della ragazzina e neppure dei conoscenti. Questo porta a dire che Emanuela Orlandi aveva una relazione sconosciuta a tutti con una persona completamente estranea al suo mondo adolescenziale. Quel nome l’ho saputo e mi ha colpito. Non intendo divulgarlo, ma ritengo sia arrivato il momento di riprendere le indagini anche su questo versante». Il giornalista Pino Nicotri, che ha visionato il diario di Emanuela, ha trovato la frase: “sto da nove mesi con Marcello”. Perché questo nome avrebbe colpito Parisi? C’è scritto forse dell’altro?

 

25 giugno 2008
Durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, una telespettatrice em>chiama il centralino e dice di aver riconosciuto una persona di sua conoscenza negli identikit di coloro che furono presumibilmente visti pedinare Emanuela prima della sparizione. Riferisce nome e cognome, spiegando che è un pregiudicato con problemi con la giustizia negli anni 1980-1981 e, proprio per questo fatto, i suoi dati erano presenti negli archivi della polizia. E’ la verità, si è anche scoperto che la foto del pregiudicato è oltretutto incredibilmente somigliante a quella dell’identikit realizzato.

 

25 giugno 2008.
Sabrina Minardi ritratta la fine del suo racconto, dicendo che Emanuela non fu uccisa, ma imbarcata su un aereo, a Ciampino, con destinazione un paese arabo. Prima di salire sull’aereo la giovanissima sarebbe stata tenuta prigioniera in un sotterraneo facente parte di un appartamento di Monteverde a Roma.

 

24 giugno 2008
Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, in merito le recenti dichiarazioni di Sabrina Minardi alla magistratura circa un ipotetico coinvolgimento di mons. Marcinkus nel rapimento di Emanuela Orlandi, dichiara: «Colpisce il modo in cui ciò avviene, con l’amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio. Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già tanto hanno sofferto. Si divulgano accuse infamanti senza fondamento nei confronti di S.E. Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi. Non si vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità. Ma allo stesso tempo non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale».

 

06 giugno 2008
Il quotidiano Il Giornale pubblica un articolo in cui si descrive l’incontro tra il giornalista John Costa, ex vaticanista della Reuters, con monsignor Luigi Rigano. Quest’ultimo è incuriosito dal racconto di Sabrina Minardi, sopratutto perché dice «cose vere, altre verosimili e altre ancora facilmente smentibili» (come la questione di Nicitra), sembra che «qui c’è già pronta la via d’uscita, per rimettere tutto a tacere. Ma intanto il segnale è stato mandato…». Si passa a parlare di mons. Paul Marcinkus: «quante ne hanno raccontate su di lui! Truffatore, donnaiolo, ora pure organizzatore di rapimenti e ricattatore… No, guarda, io lo conoscevo bene. Era una persona con una grande umanità e disponibilità. Non dico che non fosse sensibile al denaro, a un certo lusso, gli piaceva il golf… ma da qui a farne un criminale ce ne corre. Marcinkus… in realtà era un incompetente. Altro che mago della finanza». Il caso Orlandi sarebbe un ricatto da parte della malavita romana per riciclaggio di denaro sporco. «La leggerezza di Marcinkus fece risultare lo Ior coinvolto. E dopo la morte di Calvi, qualcuno volle mandare un segnale al Vaticano, a Marcinkus, e fu rapita Emanuela. Cioè una persona innocente, figlia di un dipendente vaticano. Era una pressione pesantissima, più forte dell’’attentato a Papa Wojtyla. Si mandava a dire alle autorità della Santa Sede: possiamo colpire le persone innocenti vicine a voi…». Marcinkus era il destinatario del ricatto, non il mandante. Starebbe emergendo il tutto adesso, secondo mons. Rigano, per influenzare le prossime mosse dello Ior o bloccare la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II

 

19 marzo 2008
In un secondo colloquio con i magistrati, Sabrina Minardi riferisce che Marcinkus metteva sul mercato estero i soldi provenienti dai sequestri, un favore a De Pedis. A volte portava alcune ragazze minorenne a Marcinkus in un appartamento in via Porta Angelica, le apriva il suo segretario di nome Flavio. In altre occasioni, ha detto ancora la Minardi, «mi ricordo che una volta Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra. Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti e mi ricordo che contò un miliardo e il giorno dopo lo portammo su a Marcinkus».

Ha poi raccontato meglio la vicenda del cantiere, dove sarebbe morta Emanuela: arrivò Sergio con la sua macchina e con De Pedis mise in moto una betoniera, dentro cui vennero buttati due sacchi. Ha quindi chiesto a De Pedis cosa ci fosse dentro: “Ah, è meglio ammazzalle subito, levalle subito le prove”, risposte. «E chi c’era? Dice: “che te lo devo dì io!” Poi, io andai a casa e spinta dalla curiosità, le dico la verità, lo feci pippà Renato […] e lui me lo disse. Cioè lui mi disse queste cose. “Le prove si devono estirpare…” Lui usava molto questa parola: “dall’inizio, dalla radice. Non lo so se sta ragazza aveva visto qualcuno; non essendoci più nè i corpi, nè niente, era meglio togliere di mezzo tutto, la parola tua contro la mia”, diceva lui». La Minardi ha comunque premesso di stare in una comunità terapeutica, di aver usato per anni cocaina e psicofarmaci, «insomma, un pò di tutto, non mi sono fatta mancare niente, per cui i miei ricordi sono anche…Cioè, io magari un giorno mi ricordo nitidamente una cosa, ci ripenso dopo qualche giorno e me la ricordo un pò così, poi mi ritorna in mente una frase…».

La donna ha riferito che la sua relazione con De Pedis iniziò nella primavera inoltrata dell’82 e andò avanti fino a novembre ’84. Quindi, Renatino venne arrestato e lei lo avrebbe rivisto dopo la sua uscita dal carcere nell’87. Secondo Pino Nicotri, esperto del “caso Orlandi”, Sabrina Minardi non sarebbe attendibile. Anche secondo Pietro Orlandi di «stranezze nelle dichiarazioni della testimone ce ne sono tante»: innanzitutto i tempi non corrispondono, consegnano Emanuela al prete e poi ce l’hanno sempre loro nella casa al mare? O comunque manca un altro “passaggio di mano”: il religioso restituisce Emanuela ai rapitori? La Minardi non ha mai dato una prova certa, ha descritto correttamente i cunicoli di via Pignatelli, ma questo dimostra solo la sua vicinanza a esponenti della Magliana. La vedova di De Pedis, Carla, ha anche smentito il fatto che lei fosse stata l’amante di Renatino

 

14 marzo 2008
Sabrina Minardi si presenta alla procura di Roma dicendo di voler offrire la sua testimonianza, l’inchiesta riparte guidata dal procuratore aggiunto Italo Ormanni. La Minardi sostiene che Emanuela sarebbe stata tenuta prigioniera in un sotterraneo facente parte di un appartamento di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli a Roma, successivamente sarebbe stata eliminata assieme ad un bambino, Domenico Nicitra, figlio di un altro boss della banda, da parte di “Sergio”, l’autista di Renatino. Avrebbe informato anche del coinvolgimento di mons Marcinkus. Alla specifica domanda tramite chi Renato era stato delegato a prendere Emanuela, la donna avrebbe risposto: «tramite lo Ior…quel monsignor Marcinkus…Renato ogni tanto si confidava». Sulle motivazioni del sequestro, avrebbe poi affermato: «stavano arrivando secondo me sulle tracce di chi…perché secondo me non è stato un sequestro a scopo di soldi, è stato fatto un sequestro indicato. Io ti dico monsignor Marcinkus perché io non so chi c’è dietro…ma io l’ho conosciuto a cena con Renato…hanno rapito Emanuela per dare un messaggio a qualcuno». La testimone avrebbe sottolineato di non sapere chi materialmente prese Emanuela: «Quello che so è che (la decisione, ndr) era partita da alte vette…tipo monsignor Marcinkus…È come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro. Era lo sconvolgimento che avrebbe creato la notizia».

 

Febbraio-Marzo 2008
Due cartelle dattiloscritte anonime arrivano alla casa della madre di Emanuela, l’autrice dice di voluto inviare questa lettera da tanto tempo, poi scrive: «Emanuela purtroppo è morta la notte stessa della sua scomparsa». L’autrice dice che nell’83 era una studentessa e amante di De Pedis, non per amore ma per il brivido della trasgressione, era anche autista e segretaria, «ritirando delle buste chiuse e un numero convenzionale di riferimento al Banco di Santo Spirito all’Eur e le consegnavo a politici, poliziotti, magistrati ed anche preti, a sant’Apollinare». Parla poi del rapimento di Emanuela: il 22 giugno la chiama De Pedis dicendole di «andare in via Cavour a caricare un ospite». L’auto è dei genitori della donna, una 131. Continua: «l’avrei riconosciuto perché indossava una camicia gialla e aveva con sé un grosso borsone. La destinazione era Sant’Apollinare». Era mezzanotte e «ci aprì personalmente Monsignore». Entrarono in uno «studio o sacrestia» e per terra c’era una ragazza giovane, sembrava morta. “Camicia gialla” mise la ragazza, avvolta da una coperta, nel baule dell’auto. La donna seguì l’ordine di tornare a casa, poi alle 3 di notte la chiamò Enrico De Pedis, assieme andarono al cimitero di Prima Porta. Dopo aver lampeggiato con i fari un uomo anziano aprì il cancello, Enrico scese e tornò dopo mezz’ora. Il racconto continua dicendo che «Enrico mi consegnò una busta e disse che conteneva dieci milioni. Non l’aveva mai fatto. Dissi qualcosa come: “accidenti come pagano bene i preti”, ma Renatino mi rispose che quei soldi erano per lei (l’autrice di questa lettera, nda). Poi aggiunse: “io invece dormirò con i cardinali e i santi”. Non capii cosa avesse voluto dire». Le lettera si conclude: «Solo recentemente appresi che Enrico era sepolto in Sant’Apollinare e collegai le sue parole di allora […]. Emanuela riposa a Prima Porta, ma non so dove e come è stata sepolta…questo è tutto».

Il racconto è evidentemente molto simile a quello di Sabrina Minardi. Secondo Pietro Orlandi si tratta di «un escamotage per sondare il terreno, per studiare le reazioni di fronte a rivelazioni tardive e sconvolgenti, magari nella speranza che noi familiari la rendessimo pubblica» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 223,224).

 

Febbraio-Marzo 2008
Viene pubblicato il libro “Emanuela Orlandi, la verità” scritto da Pino Nicotri, in esso si afferma che un noto studioso di cose vaticane, quasi sempre al seguito dei viaggi all’estero di Wojtyla, ha cercato spontaneamente Nicotri nel 2003 informandolo di una rivelazione fatta da due agenti del Sisde, ovvero che Emanuela sarebbe morta la sera stessa della scomparsa in un appartamento, nei pressi di una curva, di via Monte del Gallo, strada vicina al Vaticano sul lato che va verso il Gianicolo. A poca distanza c’è la stazione ferroviaria di S. Pietro della linea Livorno-Roma. Torna in mente un particolare: nella telefonata dell’Americano del 5 luglio 1983 si sentono nella registrazione distintamente alcuni fischi di treno in sottofondo.

 

26 giugno 2006
La polizia scientifica, dopo aver ascoltato la testimonianza di Sabrina Minardi, irrompe nell’appartamento di via Pignatelli e vi trova parecchi riscontri con il racconto della donna. Viene scoperto anche un corridoio sotterraneo, di cui lei aveva accennato, che portava direttamente all’ospedale san Camillo (850 metri in linea d’aria). Dai consumi dell’acqua del giugno 1983 si certificò che effettivamente quell’appartamento venne abitato.

 

15 marzo 2006
Daniela Mobili viene ascoltata dagli inquirenti in merito all’omcidio di Roberto Calvi, capo del Banco Ambrosiano. La donna abitava in Circonvallazione Giannicolese 161, dove vennero anche cercate delle tracce della presenza di Emanuela Orlandi. La Mobili è stata in carcere dal 1982 al 1984 e secondo i successivi racconti di Sabrina Minardi, sedicente amante di De Pedis, sarebbe stata la sua governante, Teresina, ad avere avuto a che fare con Emanuela, accudendola mentre era segregata in un altro appartamento della Mobili, in via Antonio Pignatelli n°13.

 

autunno 2005 Giuglio Gangi ha precisato rispetto alla sua presenza in casa Orlandi negli immediati giorni successivi alla sparizione: “Bisogna che io sfati una leggenda inventata da voi giornalisti. Cominciamo col dire che io conoscevo gli Orlandi da prima della scomparsi di Emanuela: ero giovane, avevo poco più di vent’anni. Mario Meneguzzi, lo zio della Orlandi, aveva una figlia e proprio di questa ragazza mi innamorai. Mi piaceva tantissimo, era riservata, educata, elegante nel comportamento. Una brava ragazzi che conobbi perché l’estate dell’82 andai con un amico a fare una gita fuori porta nel paesino dove gli Orlandi avevano una casetta di villeggiatura (Torano). Fu così che la vidi per la prima volta. Quindi non è vero che il Sisde mi ordinò di infiltrarmi nella famiglia Orlandi per chissà quale scopo. Ad ogni modo, non mi fidanzai mai con la ragazza in questione, ci conoscemmo e diventammo amici. Ci frequentammo tra il 1982 e il 1983 perché le facevo la corte. La sera che scomparve Emanuela lei mi telefonò e mi diede la notizia. Poi mi richiamò due giorni dopo -il 25 giugno 1983- e mi chiese se potevo dare una mano a cercarla perché le avevo detto che ero della polizia, non del Sisde. La sera del 25 andai a casa Orlandi, in Vaticano. Mi accompagnò il collega amico col quale quella volta andai a fare la gita, lui rimase in strada io salii a casa loro e parli coi genitori e lo zio. In quel momento al Sisde non importava un accidenti di Emanuela Orlandi” (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 184,185). Nel settembre 2008 disse: «Fu una mia iniziativa perché ero molto amico dei cugini, conoscevo anche il fratello. Fui io a presentarmi a casa degli Orlandi, la sera dopo, insieme ad un amico comune, Marino Vulpiani, che è medico e dunque fa tutt’altro mestiere. Anche lui era preoccupatissimo perché viveva a Torano, lo stesso paese della famiglia. L’unico agente del SISDE a occuparsi della vicenda, fin dai primi giorni, sono stato io» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 23).

 

03 ottobre 2005
Il Vicariato di Roma emette un Comunicato stampa: «Gli attuali responsabili del Vicariato, pur comprendendo che tale sepoltura possa sollevare notevoli perplessità, devono precisare di essere venuti a conoscenza di essa soltanto dopo la morte del Cardinale Ugo Poletti, che la autorizzò, e di non possedere altre informazioni in merito, al di là dell’autorizzazione stessa e di un attestato di Mons. Piero Vergari, allora Rettore della Basilica di S. Apollinare, già resi pubblici dai mezzi di comunicazione […]. Non si ritiene d’altronde di dover procedere all’estumulazione, stante l’autorizzazione concessa dall’allora Cardinale Vicario, oltre che per il rispetto che comunque si deve ad ogni defunto […]. Appare infine infondato qualsiasi collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi, che ha avuto luogo il 22 giugno 1983, e la sepoltura di Enrico De Pedis in S. Apollinare, avvenuta oltre sei anni dopo: questo Vicariato comunque per parte sua non si oppone ad eventuali accertamenti in merito».

Sul suo sito web, mons. Pietro Vergari, ha scritto come ha conosciuto De Pedis: «Nel carcere mai ho domandato a nessuno perché era là o che cosa aveva fatto. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente. Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani “Parce sepulto”: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d’accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991».

Quanto affermato da mons. Vergari è stato confermato pienamente dalla vedova di Carla De Pedis.

 

18 luglio 2005
Alla redazione del programma televisivo “Chi l’ha visto?” arriva una chiamata anonima che dice: «Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca, e chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei..l’altra Emanuela». Da questo momento il caso di Emanuela si lega definitivamente con la Banda della Magliana e Enrico De Pedis. E’ possibile che con la seconda frase si volesse intendere, magari confondendosi, non tanto Mirella Gregori ma Sonia De Vito, anch’essa figlia di un barista che aveva il locale sotto la casa dei Gregori?

Nella cripta a Sant’Apollinare c’è Enrico De Pedis, la vicenda era nota dal 9 luglio 1997 grazie ad un articolo apparso su “Il Messaggero”. Partono dei controlli che trovano documenti originali d’autorizzazione allo spostamento dei resti di De Pedis dal cimitero del Verano, a Roma, alla cripta sotterranea della basilica di Sant’Apollinare, firmati -come si è già detto- da monsignor Piero Vergari, allora Vicario di Roma Ugo Poletti. In via Montebello c’è il bar del padre di Mirella Gregori, morto da tempo

Secondo gli inquirenti la voce anonima apparterrebbe a Carlo Alberto De Tomasi, figlio di Giuseppe De Tomasi, uno dei cervelli della Banda della Magliana. Sempre secondo gli inquirenti, Giuseppe sarebbe il “Mario” che chiamò a casa Orlandi il 28/06/1983, tuttavia nel 2011 è emersa una sentenza del 1994, in cui si afferma che il 21/06/1983, giorno prima della sparizione di Emauela, Giuseppe De Tomasi veniva tratto in arresto con mandato di cattura n. 6932/81 A Gi, per riciclaggio di denaro. De Tomasi non può aver rapito Emanuela, non può aver telefonato dal carcere, né dunque essere stato “Mario”.


 

6. SEPOLTURA DI DE PEDIS E LA SUPERTESTIMONE SABRINA MINARDI (2005)

 

20 aprile 2005
Durante la Commissione parlamentare d’inchiesta, Ilario Martella, il magistrato che si è occupato dell’attentato a Giovanni Paolo II, risponde ad una domanda sul legame fra il sequestro della Orlandi e il tentativo di utilizzarlo come merce di scambio per liberare Ali Agca: «non posso dire che esistono elementi concreti, ma solo ipotesi plausibili. Emanuela Orlandi viene rapita proprio nel periodo più caldo della mia istruttoria. Anzi, ricordo che all’epoca mi trovavo in Bulgaria. Per quanto si sia cercato di trovare soluzioni diverse da queste, devo dire che non sono state trovate. Ora mi sembra, al di fuori di ogni prova concreta che non esiste, che continui a sussistere il sospetto dell’esistenza di un collegamento fra l’attentato al Papa e il sequestro della Orlandi, in quanto – ripeto – non sono state trovate soluzioni diverse o di pari plausibilità».

 

06 maggio 2004
Il giornalista Pino Nicotri telefona all’avv. Gennaro Egidio, legale degli Orlandi, il quale offre il suo punto di vista sulla vicenda di Emanuela e Mirella: «andiamo a cercare delle cose che non stanno né in cielo né in terra, mentre in effetti non vogliamo considerare due possibilità anche che sono veramente quelle che poi la realtà ci offre. Chi è che esclude che possa essersi trattato di due scomparse, che poi queste due storie sono state adoperate? Io credo che siano state adoperate». E’ possibile che Emanuela si sia allontanata di sua iniziativa, «tutto è possibile. C’è tutta la questione dove loro passavano le vacanze, nel paesino, lì a Torano eccetera eccetera. Tutta gente che era intorno alla zia dell’Emanuela, cioè… Anna mi pare che si chiami. Questa donna che veniva seguita addirittura e nonostante la sua età…e non vorrei aggiungere altro. Che è una santa donna, una bravissima donna. E perché c’era una persona che era diventato un amico addirittura dell’Anna e compagnia bella, e lei quindi parlava liberamente, perché parlava sempre molto bene, con orgoglio dei suoi… della nipote e degli altri, cioè… E quindi non si è mai capito questo tizio chi fosse, come mai poi dopo alla fine è scomparso proprio dopo che Emanuela era scomparsa […]. Il nome… lui dette un nome falso all’Anna. Questo è il punto. Questo tizio magari successivamente potrebbe avere a che fare, per l’amor del cielo […] Questo qui accompagnava, questo qui accompagnava e conosceva molto bene l’Anna, che l’aveva conosciuto mi sembra, mi sembra di ricordare, se ricordo bene, che in via Cola di Rienzo c’era quest’uomo, mentre lei era in un negozio, che poi lei conobbe. E poi questo cominciò a conoscerla, a seguirla, a frequentarla… e delle volte uscivano anche con l’Emanuela insieme […] Ci sono state tante di quelle persone che volevano seguire questa storia che veniva adoperata per altri fini, per altre questioni». Nicotri afferma: «E anche gli Orlandi credo non sapessero in realtà chi era e che faceva la figlia», risposta: «Sono pienamente d’accordo con lei»

Occorre ricordare che la zia Anna (morta a novembre 2011 a 80 anni) ha sempre abitato in casa Orlandi, crescendo Pietro, Emanuela e gli altri figli assieme a Maria e Ercole Orlandi. Tuttavia dopo la scomparsa di Emanuela, la zia Anna ha smesso di abitare in Vaticano per trasferirsi nel paesino di Torano. Intervistata da Pino Nicotri ha risposto che l’uomo conosciuto in via Cola Di Rienzo le aveva dato un nome falso (confermato anche da Ercole Orlandi) e che quando lei scoprì che era sposato decise di non vederlo più. Lo stesso potrebbe aver detto, sempre secondo Nicotri, anche ai magistrati. Secondo la fotografa Roberta Hidalgo, invece, la zia Anna sarebbe addirittura la vera mamma di Emanuela, che l’avrebbe avuta dalla relazione con Paul Marcinkus, in seguito avrebbe avuto una relazione con un uomo sposato, il cui cognome era Giuliani e che abitava con la propria moglie nel paesino di Torano, dove gli Orlandi andavano a passare le vacanze (il paese è lo stesso citato anche da Egidio nella telefonata). Secondo la fotografa la relazione adulterina tra Anna e Giuliani era ben nota in paese, dopo la scomparsa di Emanuela si ritirò a Torano dove accolse in casa Giuliani quando questi rimase paralizzato e andò a vivere con lei fino alla morte. Da allora Anna Orlandi si fece chiamare Giuliana Giuliani, cognome al quale aveva anche intestato il telefono di casa.

Secondo l’avvocato Egidio non c’è alcun legame tra la sparizione della Orlandi e quella della Gregori. Quest’ultima potrebbe invece essere entrata in un circolo di prostituzione minorile da quanto si capisce: «Proprio per la Mirella, c’è una frase che forse inquadra la storia. La ragazza disse alla mamma di non preoccuparsi per i soldi necessari a comprare una casa, che ci avrebbe pensato lei. La madre di Mirella rimase esterefatta e quella poverina potrebbe essere caduta in un giro molto strano o qualcosa di illecito e poi quindi si è persa. Quindi allora…[…] penserei che il caso della Gregori potrebbe essere sempre un caso che rientra in quello che era magari un traffico…». Ad un certo punto in una telefonata anonima vennero descritti gli abiti anche intimi con cui scomparve Mirella, l’avvocato Egidio risponde così: «Ah guardi io poi dopo su quei dati naturalmente io domandai parecchio a tutti. In effetti per esempio la sua amica, la Sonia, sapeva molto bene quello che aveva indosso la Mirella. Perché in effetti le scarpe sapeva che le aveva comprate lei in quel negozio, il maglione glielo aveva prestato lei. La Sonia è stata sempre un elemento molto difficile, i carabinieri ci hanno provato in tutti i modi, la polizia anche. L’hanno interrogata, stra-interrogata fino al punto che diviene poi maggiorenne, non c’era più nulla da fare. La Sonia era quella che le cose… la confidente della Mirella. Prima di scomparire si rinchiusero per quindici minuti, mi pare, nella toilette del bar di Sonia. E quindi avrà senz’altro, Mirella avrà detto dove andava e per quale motivo. E chissà che magari la Sonia non dovesse andare anche lei e che in effetti è andata avanti la Mirella e Mirella è caduta nell’inganno. Hanno parlato da amiche, erano amiche del cuore con Sonia. Dopodiché Mirella sarebbe andata all’appuntamento dal quale poi non è più tornata. Ed è strano che la Sonia… Ecco, la Sonia ha avuto sempre paura di parlare».

 

10 giugno 2002
Il 6/6/12 la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” ha pubblicato una nota riservata destinata alla Conferenza Episcopale Italiana, datata 10/6/2002 in cui c’è scritto: «Non accogliete i giovani presentati da monsignor Pietro Vergari», ovvero il rettore della Basilica di Sant’Apollinare. Si legge ancora: «A giudizio del Dicastero della Santa Sede è necessario che gli Ordinari diocesani italiani non accolgano, né promuovano agli ordini sacri soggetti presentati da Monsignor Pietro Vergari, o comunque provenienti dal suo ambiente, e che frequentano, con permessi di soggiorno, sembra ottenuti surrettiziamente, le Università romane». In un altro documento, datato nel 2007, si afferma che don Vergari, senza alcuna autorizzazione, ha attuato per anni un’opera di “discernimento vocazionale” e si invitano a non accogliere i giovani presentati da lui.

 

13 maggio 2001
Padre Giovanni Ranieri Lucci, il parroco della chiesa di San Gregorio VII, contigua alle mura del Vaticano, ritrova nel confessionale un teschio chiuso in due buste, è piccolo, privo della mandibola, con i denti dell’arcata superiore mancanti. Tra la prima e la seconda busta c’è un santino di Padre Pio. A poche decine di metri, in piazza San Pietro, il Papa sta parlando alla folla di fedeli dell’attentato subito esattamente vent’anni prima. Dalla prima perizia effettuata sul cranio, viste le piccole dimensioni, si è supposto che potrebbe essere quello di una ragazza, forse morta quindici o venti anni fa. Da un primo tentativo di comparazione tra la foto del teschio e quella del viso di Emanuela Orlandi risulterebbe una straordinaria coincidenza di caratteristiche. E’ stato disposto l’esame del Dna e i genitori della giovane scomparsa, anche se sono convinti che non si tratti di loro figlia, si sono resi disponibili alla comparazione. La comparazione del DNA avrà esito negativo, ma questo fatto lasciò comunque molti dubbi. Successivamente il teschio sarà attribuito a quello di Mirella Gregori

Il criminologo Francesco Bruno sostiene che il teschio sia quello di Emanuela: «Una data compatibile con l’eventuale morte di Emanuela; il teschio sarebbe rimasto sepolto nella terra durante questi anni. I denti potrebbero essere stati estratti quando la ragazza era ancora in vita, o successivamente, nell’intento di non rendere possibile il suo riconoscimento. Il teschio potrebbe aver subìto dei colpi che forse hanno tramortito la vittima. Si tratta sicuramente di un corpo di reato: quella persona non è morta naturalmente».

 

06 maggio 1998
Il “Corriere della Sera” intervista l’ex premier Giulio Andreotti, il quale allontana i sospetti dal Vaticano: «Del Sant’Uffizio è rimasta solo la targa sulla piazza e ormai ha anche aperto i suoi archivi. Sono romano, ho vissuto in ambiente cattolico, ho dimestichezza con quel mondo: mi pare assai più trasparente di quanto si possa immaginare». Rispetto a Emanuela dice: «è una delle molte ragazze scomparse in Italia nel dopoguerra: unico caso tra gli abitanti del Vaticano. Purtroppo in questo tipo di eventi il mistero è quasi sempre insuperabile».

 

04 maggio 1998
In Vaticano avviene l’uccisione del colonnello Alois Estermann, sua moglie e il vicecaporale Cédric Tornay. Il colonnello Esterman era stato nominato da poche ore comandante della Guardia Svizzera. Nessuno, al di fuori delle autorità vaticane, ha mai potuto verificare come si siano svolti i fatti, e questo ha alimentato molte e contrastanti versioni. La tesi ufficiale è che Tournay in preda a raptus di follia, si sarebbe introdotto nell’appartamento del proprio comandante, il colonnello Estermann, e lo avrebbe ucciso con la pistola di ordinanza, avrebbe sparato a sua moglie e si sarebbe suicidato. Tale versione è stata messa fortemente in dubbio, e per alcuni sarebbe stata sconfessata, dalla moglie di Tournay, Muguette Baudat, e dai suoi avvocati Jacques Vergès e Luc Brossollet. A sostegno della tesi ufficiale il libro “Garde suisse au Vatican” scritto dalla guardia svizzera Stephane Sapin

Il quotidiano tedesco “Berliner Kurier” rivelerà che il colonnello Alois Estermann sarebbe stato un informatore, se non un agente attivo, della Stasi con il nome in codice “Werder”. Stessa versione verrà offerta anche dal giornale polacco “Super Express” dopo avere intervistato il capo della Stasi, Markus Wolff detto “Misha”. Estermann sarebbe stato un agente della Stasi dal 1979, ancor prima di entrare nella Gendarmeria Vaticana e in veste di spia avrebbe redatto e consegnato ai propri superiori almeno sette rapporti, fra il 1981 e l’84. Anche nel libro “L’Agente secret du Vatican” (Edizioni Albin Michel) di Vicotr Guitard, si cita la testimonianza di Giovanni Saluzzo (un prelato formato nei quadri dell’ufficio segreto internazionale “Sodalitium Pianum”, fondato nel 1909 da mons. Umberto Benigni), amico e collega di Cedric, secondo il quale Estermann sarebbe stato ucciso dopo la scoperta della sua collaborazione con la Stasi. Il 9 maggio 1998 Johan Legner, portavoce della Gauck Behoerde (l’ufficio incaricato dal governo federale tedesco di analizzare e catalogare i documenti contenuti negli archivi della Stasi), dirà a Repubblica: «Tutto ciò che è stato riferito ai giornalisti del Berliner Kurier è “deckungsgleich”, cioè assolutamente identico a quanto contenuto nelle carte della Stasi. I minimi dettagli tornano tutti». Tuttavia, dopo l’intervista al giornale polacco, Wolff ritrattò tutto in un’altra intervista al quotidiano italiano “Repubblica” nell’aprile 2005, dicendo che l’agente “Werder” non era il colonnello Estermann ma il benedettino Eugen Brammertz inserito nella redazione de “L’Osservatore Romano”. La tesi del legame con la Stasi è stata respinta dal Vaticano

Antonino Arconte, ex agente segreto italiano, ha rivelato nel 2009 di avere incontrato Estermann nel marzo 1998, con il nome di “Werder”, il quale disse che l’attentato al Papa era un ordine proveniente da Mosca, «l’impero sovietico stava franando e il Papa polacco andava fermato a qualunque costo». La regia dell’attentato era stata delegata dal Kgb ai servizi bulgari che avevano buoni contatti con i trafficanti turchi: Agca avrebbe dovuto morire in piazza San Pietro, subito dopo avere ucciso Giovanni Paolo II, così l’attentato sarebbe stato attribuito agli estremisti islamici. Ma Agca, che aveva intuito qualcosa, si è tirato indietro all’ultimo momento e ha mancato il colpo mortale. Werder si mostrò sfuggente a domande personali, disse di ricevuto minacce e che per lui tirava una brutta aria a Roma: «Mi riferì che lavorava in Vaticano, senza però precisare che ruolo avesse. Mi disse solo che, per tenerlo buono, gli avevano promesso una promozione molto importante sul lavoro. E proprio questa circostanza lo aveva insospettito. Capii che mi stava lasciando intendere di essere stato un agente doppio o un infiltrato dell’Est. Considerando che di lingua madre era tedesco, mi venne spontaneo pensare che potesse essere della Stasi». Arconte non avrà più contatti con “Werder”, la mattina del 5 maggio 1998 vide sui giornali la foto di “Werder” «e lessi che era il capo della Guardia svizzera del Papa, capii anche quello che non mi aveva detto. E compresi anche perché “Werder” voleva lasciare l’Italia».

Pochi mesi prima della morte, secondo il giornalista Ferruccio Pinotti autore di “Poteri Forti” (Rizzoli Bur), Estermann si sarebbe recato più volte, in incognito, a Danzica e Varsavia per coordinare l’arrivo di imprecisato materiale proveniente dalla Scandinavia e destinato al sindacato cattolico polacco “Solidarnosc”. Paolo Gabriele, il maggiordomo del Papa arrestato nel maggio 2012, ha affermato: «Il nostro è un Paese dove si può entrare, fare una strage e andarsene indisturbati e dopo 24 ore nessuno può mettere bocca su quello che è successo».

 

21 marzo 1998
Il giudice istruttore Rosario Priore firma la sentenza relativa alla terza inchiesta originata dall’attentato a Giovanni Paolo II il 13/08/81 assolvendo i 13 cittadini turchi indicati da Alì Agca come suoi complici. Scrive che ha dovuto fronteggiare «enormi difficoltà, ostacoli, deviazioni, se non veri e propri boicottaggi […] e ciò a dimostrazione di quanto siano forti, prepotenti e soverchianti gli interessi a che non si faccia luce sull’evento e sulle sue matrici […]. Tale delitto fu il risultato di un complotto di alto livello, e cioè che a monte dell’esecuzione, anzi degli esecutori materiali vi furono organizzatori ed entità con ogni probabilità statuali». Priore afferma anche: «Molti interrogativi di questa inchiesta avrebbero avuto necessità, per tentare di risolverli, dell’ausilio della Città del Vaticano» ma si sarebbe manifestato l’intento «di chiudere ogni indagine sul delitto e porre una pietra tombale sulla verità» (“Mistero Vaticano”, pag. 8)

 

19 dicembre 1997
Il giudice ispettore Adele Rando conclude le sue indagini mettendo per iscritto che quello della Orlandi non si è trattato di rapimento ma di messa in scena depistatrice, chiede poi uno stralcio per accusare di concorso nella scomparsa il sovrastante maggiore della polizia vaticana, Raoul Bonarelli (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 19). Parla «di una strumentale connessione della scomparsa di Mirella con il caso di Emanuela, probabilmente allo scopo di accrescere la complessità del quadro investigativo di quest’ultima vicenda, rendendolo, se possibile, ancora più inestricabile». Dopo sette anni di indagini, vede un risultato privo di fondamento il movente politico-terroristico. In effetti, Agca è tornato in patria, ha ottenuto la grazia dal Presidente Ciampi il 13 giugno 2000, ma di Emanuela non si è più saputo nulla.


 

5. ARCHIVIAZIONE DEL CASO ORLANDI (1997)

 

09 ottobre 1997
Il sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Roma, Giovanni Malerba, riportando ampi stralci della deposizione del prefetto Parisi del 9/2/94, sottolinea: «Le riferite valutazioni circa il riserbo che ha costantemente caratterizzato la condotta delle autorità vaticane, lungi dal costituire isolate e personali opinioni del teste (cioè di Parisi, ndr.), trovano concreto supporto negli atti della formale istruzione». Al sostituto procuratore generale «non risulta agevole comprendere le ragioni» della condotta assunta dalla Santa Sede. Infine: «Se tale riserbo era doveroso nei confronti dei mass media, non altrettanto può apparire nei confronti degli inquirenti».

 

07 ottobre 1997
In un’intervista Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, commenta la decisione della procura generale di archiviare l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, ma di continuare a indagare sui depistaggi afferma: «So che nelle vicende che lo riguardano il Vaticano non vuole esporsi, non vuole rischiare. Non so che informazioni raccogliesse il Vaticano sulla scomparsa di mia sorella. Se hanno fatto un’indagine interna, non ce l’hanno mai fatto sapere». Ha affermato che in Vaticano «ci sono sempre stati vicini con la preghiera», ma non è stato sufficiente: «Mettiamola così: il Vaticano non ha aiutato una sua cittadina». Rispetto all’operato dei magistrati: «Loro ci hanno sempre informato di ciò che hanno voluto. E il famoso segreto istruttorio, che non vedo perché debba esistere per le famiglie. Comunque i magistrati hanno lavorato. Sicuramente trovandosi di fronte al Vaticano hanno incontrato parecchie difficoltà. E un ambiente impenetrabile». Secondo lui c’è un legame con l’attentato a Giovanni Paolo II e la liberazione di Alì Agca.

In seguito a questa intervista, Pietro Orlandi -allora dipendente dello IOR- racconta di essere stato chiamato dal card. Castillo Lara, presidente del Governatorato e della Commissione cardinalizia dell’Istituto per le Opere di Religione (deceduto nel 2007), il quale si risentì molto dell’articolo pubblicato e dei sospetti, sostenendo che il Vaticano non c’entrasse nulla (“Mia sorella Emanuela”, pag. 193).

 

settembre 1997
L’ex terrorista Alì Agca scrive alla famiglia Orlandi, affermando: «nel mio cuore siete esattamente come la mia amatissima famiglia in Turchia. Voi che state soffrendo, compiendo un grande sacrificio da 15 anni per me, seppur non per colpa mia. Io assicuro tutta la vostra famiglia che Emanuela sta bene, la sua integrità fisica e morale viene garantita assolutamente. E’ una piccola questione di tempo, un giorno Emanuela tornerà a voi […], questa lettera deve rimanere un segreto assoluto tra Noi, e nessuno deve sapere nulla. Siate sereni, Emanuela è viva. integra, tranquilla e ritornerà a voi» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 254).

 

9 luglio 1997
Un articolo de Il Messaggero rivela pubblicamente che Enrico De Pedis è sepolto nella cripta a Sant’Apollinare a Roma.

 

26 luglio 1995
Dal carcere di Montacuto (Ancona), l’ex terrorista Alì Agca chiede di essere interrogato sulla vicenda Orlandi. Racconta che il 31/12/81 ricevette la visita in carcere degli uomini del Sismi e del Sisde, che gli promisero la libertà nel giro di due anni, dato che il Pontefice e Pertini gli avrebbero concesso la grazia. Afferma che il telefonista, chiamato “l’Americano”, era un agente della Cia di nome Aldrich Ames, arrestato nel febbraio 1994 per spionaggio a favore dell’Unione sovietica e della Russia e condannato all’ergastolo (con un passato, nel ’69, Ankara, in Turchia). Secondo Agca è lui la mente del rapimento della Orlandi: «Emanuela è stata plagiata e trasferita in un altro Paese, sotto il controllo della Cia, da elementi italo-americani». Nella sua deposizione Agca afferma che a maggio e ottobre 1982, mentre era nel carcere di Rebibbia, si presentarono l’agente del Sismi Francesco Pazienza e Aldrich Ames, invitandolo ad accusare i bulgari e i sovietici dell’attentato al Pontefice, per infliggere all’Est europeo una pesante sconfitta politica: «Se tu tiri in ballo uomini dell’ambasciata di Bulgaria a Roma, sarai libero in poco tempo e nessuno sarà condannato», gli dissero, aggiungendo che il caso si sarebbe risolto politicamente e che dell’intera questione era informato Paul Henze, capo della Cia ad Ankara. Gli diedero anche una lettera di Henze in cui Agca veniva invitato a collaborare e in cambio avrebbe ottenuto la libertà: la Cia avrebbe simulato un reato, “prendendo” qualcuno del Vaticano per scambiarlo con lui. Agca sarebbe poi stato inviato in Centroamerica, Costarica o Panama. Pazienza e Ames spiegarono a Agca che per sostenere la versione c’erano documenti che provavano la volontà del Cremlino di eliminare il Papa e che nel condominio romano, in via Pola, di Sergej Antonov, colonnello dei servizi bulgari coinvolto nell’attentato a Wojtyla, abitava un agente della Cia che era pronto a sostenere di aver visto Agca assieme a Antonov, in modo da rendere credibili le dichiarazioni dell’ex terrorista turco. Diedero ad Agca dei fogli con dati dei bulgari da accusare, Pazienza -sempre secondo il racconto di Agca- rivelò che qualcuno ai vertici del Vaticano gli aveva dato incarico di seguire il suo caso personalmente. Più avanti, ha continuato il racconto di Agca, un emissario dell’agente del Sismi Pazienza contattò Agca e gli fornì dettagli della casa di Antonov, in modo che potesse provare ai magistrati di esservi stato. Parlò anche di una parete scorrevole che divideva il salotto in due vani. Agca dice infine che il caso Orlandi è strettamente legato al caso Vitaly Sergeyenich Yurchenko, colonnello del Kgb poi passato alla Cia (“Mia sorella Emanuela”, pag. 255-262).

Rispetto al Costarica, un comunicato del 21/08/84 del Fronte Turkesh, affermava proprio tra le condizioni della liberazione di Emanuela, un contratto tra la Santa Sede e la Costarica dove far scontare ad Agca la pena agli arresti domiciliari. L’agente Pazienza negò di conoscere Agca e lo denunciò per calunnia pluriaggravata. Rispetto alla parete scorrevole di cui Agca parlò ai giudici, non venne trovata nell’appartamento di Antonov. La mappa dell’appartamento disegnata da Agca, compreso il “muro divisorio”, corrispondeva invece perfettamente all’appartamento subito sotto quello di Antonov, nel quale abitava padre Felix Morlion (un domenicano belga noto agli inquirenti per avere avuto fortissimi legami con i servizi segreti americani, coinvolto probabilmente nell’attentato di Alì Agca a Papa Woityla). Gli venne dunque data la mappa sbagliata? Come avrebbe potuto Agca saper descrivere l’appartamento di padre Morlion, agente della Cia, se stesse dicendo il falso? L’altra ipotesi è che l’ex terrorista turco sia stato lui stesso in casa di Morlion, conoscendone l’attività. Dunque Agca aveva contatti con gli agenti della Cia? Circa la rivelazione finale di Pazienza, cioè dell’incarico ricevuto dal Vaticano, il giudice Priore confermò i suoi contatti con la Santa Sede (“Mia sorella Emanuela”, pag. 255-262).

 

07 marzo 1995
Il giudice Adele Rando invia una terza rogatoria in Vaticano, domandando di poter ascoltare personalmente i prelati Agostino Casaroli, Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Dino Monduzzi ed Eduardo Martínez Somalo (come nella rogatoria del 2/3/94) assieme al giudice Malerba, specificando questa volta i quesiti precisi che intende formulare, concernenti soprattutto attività d’indagine vaticana sul caso Orlandi e documenti sui contatti telefonici occorsi fra il Vaticano e i sedicenti sequestratori.

Il Vaticano ha risposto per iscritto alle domande, negando che la Segreteria di Stato si fosse riunita sul “caso Orlandi”, affermando che alla linea telefonica diretta con il card. Casaroli erano giunte «diverse chiamate tra il 9/07 e il 14/10 1983». Le autorità vaticane hanno detto di non avere mai avuto né alcuna registrazione, né alcuna trascrizione delle telefonate provenienti dall’Americano. Il giudice Rando scriverà: «L’apporto istruttorio delle rogatorie all’Autorità giudiziaria della Città del Vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti […] si traduce nella conferma di alcuni interrogativi».

 

10 aprile 1994
Il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, dichiara: «Siamo vittime di un’oscura ragion di stato. Un tarlo ci rosicchia: non capiamo il perché di questa tragedia. Ci devono dire qual era la trattativa. Chi erano le parti in causa? […] Quel personaggio con l’accento americano, sapendo che il nostro apparecchio era sotto controllo, non faceva durare la telefonata più di sei minuti. Doveva avere un timer. Spaccava il secondo e agganciava. Nostra figlia è stata rapita da un’organizzazione così potente, così efficiente, che non aveva nessun timore degli inquirenti italiani. È un intrigo internazionale. Dietro la scomparsa di Emanuela si sono mossi grossi apparati. Servizi segreti ma non italiani. Centrali di spionaggio straniere, ben organizzate, ben protette, con infinità libertà di movimento. Che dire… CIA, KGB…». Quanto alle telefonate, Ercole Orlandi ricorda che l’Americano gli aveva detto che era inutile tentare di registrarle perché, se avesse voluto, avrebbe potuto far apparire le chiamate in quindici posti diversi.

Effettivamente, secondo indiscrezioni riportate dall’“Indipendente”, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino. Una volta arrivò una telefonata dalla cabina della stazione Termini che venne messa sotto controllo: a sorpresa, si scoprì che mentre le chiamate risultavano effettivamente in partenza dall’apparecchio pubblico della stazione, dentro la cabina non c’ era proprio nessuno. Alla fine gli specialisti della polizia si resero conto che si serviva d’un apparecchio per la triangolazione delle telefonate: un piccolo gioiello dell’elettronica capace di far rimbalzare su un’altra utenza la chiamata iniziale proteggendo il numero di partenza. Un apparecchio che non era esattamente alla portata di tutti e certamente non di comuni sequestratori.

 

02 marzo 1994
Il giudice Adele Rando presenta una seconda rogatoria all’autorità giudiziaria vaticana, chiedendo di acquisire documenti riguardanti la Orlandi ma, soprattutto, di ottenere la deposizione di cinque alti prelati in sua presenza: Agostino Casaroli (ex segretario di Stato), Angelo Sodano (il segretario di Stato), Giovanni Battista Re (l’ex assessore alla segreteria di Stato), Dino Monduzzi (l’ex reggente della Casa pontificia) ed Eduardo Martínez Somalo, che avrebbero «seguito il tentativo di stabilire un contatto con i presunti rapitori della Orlandi».

Il Vaticano non accolse la richiesta, affermando che secondo gli accordi internazionali, il magistrato italiano non doveva necessariamente essere presente all’interrogatorio e che, inoltre, non avendo il giudice specificato quali fossero le domande da porre ai prelati, l’interrogatorio non aveva potuto avere luogo. Decisione formalmente ineccepibile, dato che la Città del Vaticano è uno Stato straniero, ma che ha suscitato qualche perplessità. Quanto ai documenti, venne inviata una cronistoria degli interventi tecnici per attivare la famosa “linea riservata” e una cassetta audio che conteneva semplicemente un “pronto?”. Il 6/7/08 il Giudice unico vaticano, Gianluigi Marrone, ha affermerà che il Vaticano ha risposto a tutte le rogatorie arrivate, «altro è, naturalmente, se la risposta viene ritenuta soddisfacente o no»

 

09 febbraio 1994
Il giudice Adele Rando ascolta il prefetto Vincenzo Parisi (allora vicedirettore del Sisde) che ricorda benissimo di aver incontrato, l’11/07/93, monsignor Dino Monduzzi (reggente della Prefettura della Casa Pontificia presso cui lavorava Ercole Orlandi) nella speranza di ricavarne qualche spunto interessante. Parisi ebbe subito l’impressione che Monduzzi fosse reticente. Ha poi affermato: «L’intera vicenda Orlandi fu caratterizzata da una costante riservatezza da parte della Santa Sede che, pur disponendo di contatti telefonici, e probabilmente diversi, non rese partecipi dei contenuti dei suoi rapporti la magistratura e le autorità di polizia». E ancora: «ritengo che le ricerche conoscitive sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto tra lo Stato italiano e la Santa Sede. L’intero svolgimento del caso fu caratterizzato da fini di palese depistaggio, lasciando nel dubbio gli operatori. Intendo dire che non è ancora agevole stabilire se la scomparsa della ragazza e le vicende che ne sono seguite fossero collegate da un unico nesso, o se invece l’attività destabilizzante si fosse sovrapposta alla scomparsa della ragazza, avvenuta, eventualmente, in modo autonomo».

Adele Rando, spinta dalle parole di Parisi, si convince della necessità di ascoltare alcuni prelati: Agostino Casaroli, Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Dino Monduzzi ed Eduardo Martínez Somalo. Secondo Pietro Orlandi, da quanto gli venne detto nel 2010 da Ali Agca, «le dichiarazioni di Parisi non furono un caso, ma una specie di regolamento di conti contro il Vaticano» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 201).

 

03 dicembre 1993
Viene ascoltato dai giudici Adele Rando e Rosario Priore mons. Giovanni Salerno, consulente legale presso la Prefettura degli Affari Economici, il quale rivela un fatto risalente al 3 luglio 1983: «Confermo la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che la scomparsa della Orlandi potesse in qualche modo costituire un elemento di pressione su ambienti strettamente legati al Sommo Pontefice. Ricordo che all’epoca de fatti ebbi modo di rappresentare tali convinzioni a mons. Giovanni Battista Re al quale ebbi modo di offrire una mia possibile collaborazione in tale vicenda. Mons. Re mi disse, peraltro, che non gli sembrava necessaria una verifica in tale direzione, riferendomi che avrebbe lasciato le cose così come si trovavano». Sempre in questa deposizione mons. Salerno aggiunge che la Segreteria di Stato aveva indagato ed era arrivata anche a «dei documenti ritenuti chiarificatori» (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 18,19)

 

Ottobre 1993
Una lettera spedita dal Vaticano da un mittente anonimo, intitolata “TESTIMONIANZA RACCOLTA IN CONFESSIONE”, dice che Emanuela la sera in cui scomparve andò a Civitavecchia in auto con un prelato amante della bella vita e che il mattino dopo, rientrata a Roma, decise di non tornare più a casa (“Mistero vaticano”, pag. 206,207).

Il giornalista Pino Nicotri ha rivelato nel 2012 che l’avvocato Imposimato, legale della famiglia Orlandi, lo ha intimato a non pubblicare la lettera nel suo libro. Avendola pubblicata comunque, Nicotri è stato redarguito dalla madre di Emanuela perché “con quella lettera ha offeso la memoria di mia figlia”.

 

13 ottobre 1993
Alle 14:27 Bonarelli esce dal tribunale e viene intercettata una telefonata con la moglie Angela, la quale gli dice: «Te l’ ho detto che ti trovavi in mezzo ai guai». Lui spiega: «É uscito sul giornale di uno della sicurezza del Papa, quello che aveva adescato la figlia al bar, pensa un po’… Il parroco deve aver fatto il mio nome…Per me è uno di quelli che stava lì intorno in quel periodo… che ce ne ha avuti 3 o 4 di questi praticoni il prete, no?». Probabilmente si riferisce al parroco di San Giuseppe è probabile, in romanesco «praticoni» sta per persone un po’ losche.

 

12 ottobre 1993
Verso le ore 19:53, una telefonata intercettata dagli inquirenti, partita dal Vaticano e diretta verso il sovrastante maggiore della polizia vaticana, Raoul Bonarelli, il giorno prima di essere interrogato dai magistrati, invita a «non dire che la Segreteria di Stato ha indagato. Di’ che siccome la ragazza è scomparsa in territorio italiano, la competenza delle indagini è della magistratura italiana e non del Vaticano». L’autore della telefonata potrebbe essere mons. Bertani, “cappellano di Sua Santità”, oppure Camillo Cibin, il comandante della Gendarmeria vaticana (“Emanuela Orlandi, la verità” pag. 19 e 203)

 

22 luglio 1993
In un’intervista per “Il Tempo”, il card. Silvio Oddi, 83 anni, rivela un ricordo di dieci anni prima: «Mi trovavo in un gruppo di persone, delle quali faceva parte anche un laico. Eravamo a qualche giorno dalla sparizione della Orlandi, e la conversazione inevitabilmente cadde sull’argomento. Sentendo parlare del sequestro il laico intervenne esclamando “ma se lo sanno tutti! Quel giorno vidi io stesso arrivare Emanuela a porta Angelica, a bordo di una macchina. L’ho vista andare a casa, tornare e risalire in automobile…”». Era «un’auto di lusso», dice ancora il cardinale. A bordo «c’era il guidatore, e forse anche un’altra persona. Penso che l’automobilista non sia entrato per evitare di essere riconosciuto dalle guardie svizzere». In un’altra intervista, alla trasmissione “Mixer”, afferma: «Per me è una storia legata a quei furti di signorine, ragazze che vogliono andare in un ambiente dove stare meglio, diventare ricche, dove sposano una persona facoltosa e credono alle balle che gli raccontano». Ha poi aggiunto che il sequestro sarebbe secondo lui stato organizzato per vendetta nei confronti del padre, il quale «visto che aveva le chiavi della biblioteca, degli uffici e dell’archivio della Segreteria di Stato magari nottetempo, poteva aver visto qualcuno aggirarsi per rubare», oppure, «essendo addetto allo svuotamento dei cestini poteva essersi imbattuto in fogli interessanti».

Ercole Orlandi ha protestato a Palazzo Apostolico per queste dichiarazioni poco eleganti (“Mia sorella Emanuela”, pag. 282-283). La sorella di Emanuela, Federica, ha smentito questa ricostruzione affermando di essere rimasta a casa e di non aver mai visto Emanuela tornare (“Mia sorella Emanuela”, pag. 282).

Il card. Silvio Oddi ridimensiona il suo racconto: «Erano solo chiacchiere ascoltate per strada, da qualcuno che stava parlando della scomparsa di Emanuela Orlandi, come in quei giorni facevano un po’ tutti dalle parti di San Pietro». Tuttavia, interrogato come testimone, aveva sostenuto la stessa cosa davanti al magistrato Adele Rando il 24 giugno 1993

 

23 marzo 1990
Nel 2012 si scoprirà che in questa data il comune di Roma ha autorizzato la traslazione della salma di Enrico De Pedis dal Verano alla Basilica di Sant’Apollinare. Nella basilica infatti non vige l’extraterritorialità, se non per i profili fiscali.

Si ricorda che De Pedis è stato sepolto in modo regolare (confermato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, dal magistrato Andrea De Gasperis e dal ministro Cancellieri) per volontà della famiglia, con permesso dal Vaticano e dal Comune di Roma, in una basilica dove non ci sono Papi o Cardinali (ma gente del quartiere) in terra non consacrata e -come ricordato dalla vedova e da mons. Vergani- per aver fatto beneficenza ai poveri del quartiere. De Pedis è morto incensurato per la giustizia italiana, tanto da avere addosso -al momento della morte- regolare patente, carta di identità valida e passaporto valido.

 

10 marzo 1990
L’allora Vicario della diocesi di Roma, cardinale Ugo Poletti, rilascia il nulla osta per la sepoltura di De Pedis nella cripta sotterranea nella basilica di Sant’Apollinare di Roma.

 

06 marzo 1990
Mons. Pietro Vergari, l’allora rettore della basilica di Sant’Apollinare, emette una richiesta al Cardinale Poletti, allora Vicario di Roma, per l’accoglimento nei sotterranei di S. Apollinare del De Pedis, secondo le richieste della moglie. La lettera dice: «Si attesta che il signor Enrico De Pedis nato in Roma – Trastevere il 15/05/1954 e deceduto in Roma il 2/2/1990, è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica ed ha aiutato concretamente a tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana».

Le parole di mons. Vergari, circa la generosità di De Pedis, sono state confermate dalla vedova di De Pedis. Giulio Andreotti ha affermato: «Forse De Pedis non era un benefattore dell’umanità, ma di Sant’Apollinare sì».

 

02 febbraio 1990
Enrico De Pedis viene ucciso in via del Pellegrino. Secondo la ricostruzione, De Pedis era disarmato, si era recato ad un incontro di affari e ha ricevuto un colpo di pistola alla gola dopo una lite con il suo assassino.

 

21 gennaio 1988
Enrico De Pedis viene scarcerato e pienamente assolto dall’accusa di appartenenza alla banda della Magliana. Lo riportano anche i quotidiani dell’epoca, qui e qui.

De Pedis era stato arrestato nel 1984 (assieme a Sabrina Minardi), dopo un periodo di latitanza a causa di un mandato d’arresto per l’appartenenza alla banda della Magliana. Venne arrestato anche il 20/05/74 per una rapina in solitario, scontò una pena fino all’aprile del 1980. La Cassazione -dopo la relazione di un perito dell’accusa-, affermò che non poteva essere stato lui l’autore di quella rapina. De Pedis sposerà Carla Di Giovanni nella Basilica di S. Apollinare, il matrimonio verrà celebrato da mons. Piero Vergari, rettore della basilica.

 

27 ottobreo 1987
Durante la trasmissione televisiva Telefono Giallo, puntata dedicata al caso Orlandi-Gregori con presenti in studio l’avvocato Gennaro Egidio e il commissario Nicola Cavaliere, capo della Squadra Mobile della polizia di Roma, arriva al centralino della trasmissione la chiamata di un uomo che con accento in apparenza straniero chiede all’operatore di parlare con l’avvocato, non prima di avere pronunciato queste parole: «Dica all’avvocato “Codice 158“». L’attesa dura due o tre minuti, e infine la linea cade senza che la chiamata possa essere trasferita nello studio televisivo. Il carabiniere in ascolto al centralino, non appena sente dire «158» fa scattare il «blocco della chiamata» e i tecnici ne accertano la provenienza dal numero 5629815 di Ostia Lido, utenza intestata a Roberto Magnani. I magistrati ordineranno fin dal giorno dopo la messa sotto controllo di quel numero e del 5626650, intestato a Studio K srl Centro Elaborazione Dati Aziendali, che fa capo alla moglie di Magnani, signora Silvestri.

Magnani viene interrogato e messo alle strette ammette: «Sì, è vero, ho telefonato io. Ho chiamato l’8262 da casa mia». Perché l’ha fatto? «Mah, volevo qualche chiarimento sulla vicenda Orlandi dall’avvocato Egidio o dal commissario Cavaliere, ma la linea è caduta e così non ho richiamato». Una perizia fonica collegiale confronta la chiamata che cita il codice 158 con le telefonate effettuate nel 1983 dal cosiddetto «Americano» scopre che si tratta della stessa voce. La perizia di confronto tra la voce dell’«Americano» e quella di Magnani intercettata al telefono di casa sua non viene fatta perché gli orologi del carabiniere e dei tecnici della Sip che hanno effettuato il blocco della chiamata a Telefono Giallo non coincidono: quello del primo segnava le ore 00:09, quello dei secondi invece 00:17, cioè l’esatta identificazione dell’utenza dalla quale era stata effettuata la chiamata «Codice 158» non è certa (da Pino Nicotri, “Emanuela Orlandi: la verità”).

 

07 maggio 1987
La famiglia Orlandi e Gregorio annunciano di voler dare 1 miliardo di lire a chi porta informazioni e fa ritrovare Emanuela e Mirella.

 

21 novembre 1986
Arriva un altro Komunicato firmato dal sedicente «Fronte liberazione turkesch» (nel Komunicato del 28/11/85 avevano invece detto che quello era “purtroppo l’ultimo”). Il messaggio giunge alla sede dell’Ansa di Milano con allegata una foto polaroid che ritrae il busto e la testa di un giovane dai capelli scuri e scomposti e dal viso affilato. Si afferma che si tratta di Ilario Mario Ponzi, scomparso da giorni e il cui giubbetto è stato trovato in mare a S. Benedetto del Tronto. Ora, dicono, sarebbe nelle loro mani. Il giovane Ponzi è stato accusato il 30/11/85 di essere l’autore di almeno 5 delle molte lettere inviate dal «fronte turkesch».

 

13 novembre 1986
Il giudice istruttore Ilario Martella inoltra la prima rogatoria internazionale nei confronti del Vaticano per chiedere “la trasmissione di ogni utile notizia” e “se effettivamente siano pervenuti nello Stato della Città del Vaticano, o siano stati indirizzati alle autorità del medesimo, messaggi telefonici o scritti riferentisi alla scomparsa delle due giovani”. La Santa Sede, per mano del card. Casaroli, rispose per via epistolare precisando che «nessuna inchiesta giudiziaria è stata esperita dalla magistratura vaticana, essendo i fatti avvenuti fuori dal territorio», aggiungendo «le notizie relative al caso, occasionalmente pervenute negli uffici della Santa Sede, sono state trasmesse a suo tempo al pubblico ministero dott. Sica». Il 9/10/97, tuttavia, il sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Roma, Giovanni Malerba, osserverà che «di tali notizie lo scrivente non rinviene traccia in atti», mentre il 6/7/08 il Giudice unico vaticano, Gianluigi Marrone, in un’intervista per “L’Osservatore Romano” affermerà rispetto anche al “caso Orlandi” che non è vero che il Vaticano non ha mai risposto, lui stesso si è adoperato nelle risposte».

 

05 febbraio 1986
Il Pm che indaga su Ali Agca, Antonio Marini, ha un forte sospetto che il terrorista turco abbia fatto di tutto per screditare la sua persona facendo naufragare il suo processo. Sospetta che sia stato ricattato o condizionato dal rapimento di Emanuela Orlandi, che potrebbe essere servito per lanciare messaggi ad Agca in modo che ritrattasse le accuse ai Lupi grigi e ai bulgari.

 

1986
Grazie ad alcune rogatorie internazionali, furono ascoltati cittadini turchi residenti in Germania, legati agli ambienti dei Lupi grigi. Emerse l’ipotesi che Emanuela potesse aver subito una plastica facciale in Olanda e vivesse in Francia. Nel 1986 avvenne un blitz in seguito a turchi legati a Oral Celik: venne individuata una villa vicino a Parigi dove si era convinti fosse reclusa Emanuela. Ma non era così. Pochi giorni dopo una telefonata anonima all’avvocato Egidio disse: «Avvocato siete passati vicinissimi alla ragazza…non ricordi che, all’uscita del casello autostradale, vicino alla villa, c’era una roulotte parcheggiata a destra? Emanuela era lì dentro…» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 188).

 

15 dicembre 1985
In questa data -secondo una successiva deposizione ai giudici Malerba e Rando-, Maria Vittoria Arzenton, madre di Mirella Gregori, durante la visita del Papa alla parrocchia romana di San Giuseppe, ha riconosciuto nel sovrastante maggiore della polizia vaticana, Raoul Bonarelli: «il parroco aveva fatto in modo che il Papa ci ricevesse […], durante il tragitto ci imbattemmo in un signore, palesemente addetto alla tutela del Santo Padre, che io conoscevo bene, anche se di vista. Si trattava della stessa persona che avevo visto intrattenersi in un bar vicino la nostra abitazione, assieme a Sonia De Vito, la figlia dei gestori, e a mia figlia Mirella. Nel vedermi ebbe come un moto di stizza e di imbarazzo […]. Nei giorni di chiusura settimanale del bar dei De Vico, l’uomo era solito sedere ad altro bar, ubicato all’incrocio tra via Nomentana e via Reggio Emilia».

Da successivi accertamenti, risultò effettivamente che Bonarelli abitava in quella zona, in via Alessandria (“Mia sorella Emanuela”, pag. 204, 205). Interrogato dagli inquirenti, Bonarelli confermò di essere stato presente alla visita del Papa, ma negò di essere cliente del bar de De Vico. Dopo otto anni, il 13 ottobre 1993, la signora Arzenton, nel confronto diretto, confermò le precedenti dichiarazioni, ma sorprendentemente non riconobbe Bonarelli né di persona né nel filmato sulla visita pontificia. (“Mia sorella Emanuela”, pag. 205). La sorella di Mirella, Maria Antonietta, dirà nel 2013: «Ci mettono otto anni a chiamare mia madre per un confronto con questo signor Bonarelli, che nel frattempo diventa misteriosamente cittadino Vaticano. E quando dopo tutti questi anni mia madre è richiamata a dichiarare di nuovo che è lui quello che lei vide interloquire con Mirella, ormai è una donna stanca e malata (morirà di li a poco), si confonde, o forse si spaventa, e non conferma al cento per cento quello che otto anni prima aveva dichiarato ai Carabinieri».

 

30 novembre 1985
Mario Ilario Ponzi, 22 anni, marchigiano, viene accusato di essere l’autore di alcuni messaggi e telefonati inviati a giornali e agenzie firmati «Fronte Turkesh», che collegavano il caso della ragazza alla vicenda di Ali Agca. Ponzi sarebbe stato l’autore del messaggio giunto alla redazione Ansa di Milano il 21 agosto 1984, quello nel novembre ’84 e due telefonate anonime nel 1985. Tuttavia il 21/11/86 un altro comunicato parlerà di Ponzi, dicendo che è innocente. Pare che lo abbia di fatto scagionato.

 

28 novembre 1985
Il “Fronte anticristiano di liberazione turca”, Turkesh, afferma che Emanuela è stata uccisa e che questo sarebbe l’ultimo Komunicato, vengono forniti particolari generici sulla ragazza: “a 8 anni aveva una cicatrice”: cadde dal motorino a 10 anni, con conseguente cicatrice; “chiede di un amico chiamato Carlo”: nome generico, ma c’è un amico con questo nome; “i capelli gli hanno dato noia per qualche tempo”: effettivamente si lamentava spesso che al risveglio aveva i capelli sulla fronte. Ricordiamo che altre volte hanno dato notizia dell’uccisione di Emanuela: nel settembre 1983 e nell’ottobre 1983.

 

18 settembre 1985
Il testimone turco Yalcin Obzey, al processo per l’attentato a Wojtyla, afferma: «Quando chiesi a Celik della ragazza, la figlia del prete rapita di cui avevo letto sui giornali, lui fece una risata e disse che la sua salute era buona». Obzey conferma la versione di Ali Agca, incolpando i Lupi Grigi del rapimento della Orlandi per ottenere la liberazione del terrorista turco. I Lupi Grigi avrebbero anche la responsabilità dell’attentato al Papa, senza nessun coinvolgimento dei bulgari.

 

04 agosto 1985
Alle 15,52 un anonimo con inflessione straniera chiama la Questura dicendo di essere un uomo dei Lupi Grigi e avverte: «Emanuela Orlandi è viva e il Vaticano ne è a conoscenza». Poi racconta che l’organizzazione ha sequestrato a Nola un ragazzo di venti anni di nome Giovanni Carenzio. Lo sconosciuto spiega di aver già informato l’Ansa di Napoli. La telefonata viene recuperata e si accerta che era stata fatta dalla Capitale. Poco dopo, intorno alle 17 viene fermato, sempre a Roma, un ragazzo in apparente stato confusionale che dice di essere Carenzio. Racconta di essere stato rapito a Nola dai Lupi grigi e di essere stato portato in un appartamento dove avrebbe visto una donna di spalle: i rapitori gli avrebbero detto che si trattava di Emanuela Orlandi. Poi lo avrebbero liberato. Le indagini si chiudono con una denuncia: Carenzio non viene ritenuto credibile, anche perché si scopre che da poco era stato dimesso da una casa di cura in Puglia dopo un grave incidente, e viene riaffidato ai genitori. Il 5 agosto in un’udienza del processo ad Alì Agca, il terrorista torna a parlare del rapimento della Orlandi attribuendolo ai Lupi Grigi.

Carenzio, nato a Pompei, era stato seminarista, ma aveva presto rinunciato a farsi prete e aveva completato gli studi al Rosmini di Palma Campania. Diventerà un broker finanziario e finirà in manette nel 2013 nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio che ha coinvolto monsignor Nunzio Scarano e l’ex 007 Giovanni Zito.

 

04 luglio 1985
Ali Agca accusa nuovamente il bulgaro Dontchev dell’attentato a Lech Walesa. Inizialmente aveva ritrattato perché, dice, voleva alleggerire la posizione dei bulgari. Afferma che subito dopo la sparizione della Orlandi ha cominciato a ritrattare tutto quanto aveva affermato in precedenza per cercare di confondere le acque, screditare la sua persona e alleggerire la posizione dei bulgari. Tuttavia, riportano i giornali, il suo comportamento ha di fatto avvalorato la “pista bulgara”. Ha poi affermato: «i bulgari vogliono condizionarmi», sostenendo che loro hanno Emanuela (complici i Lupi Grigi). Il rapimento sarebbe avvenuto per condizionare le sue dichiarazioni in merito all’attentato al Pontefice.

 

01 luglio 1985
Ali Agca incolpa Sedat Sirri Kadem, , amico di scuola del terrorista (all’inizio aveva tentato di coprirlo), come complice per l’attentato a Giovanni Paolo II. Agca ha giustificato le sue continue ritrattazioni affermando di essere vittima di un ricatto: «Lupi Grigi e bulgari hanno rapito Emanuela Orlandi perché io ritrattassi, confondessi e screditassi la stampa che aveva parlato di URSS e Bulgaria». Dice di aver riconosciuto, nei messaggi che arrivano alla famiglia Orlandi da parte dei presunti rapitori, la calligrafia di Oral Celik (uno dei suoi complici).

 

14 giugno 1985
Ali Agca viene interrogato e afferma che il rapimento di Emanuela Orlandi è collegato alla sua vicenda e all’attentato al Papa: «Emanuela Orlandi è stata sequestrata dalla potente organizzazione massonica P2 di Lucio Celli, perché quella gente sapeva con certezza che io sono Gesù Cristo. Voleva inserirmi nel Vaticano e usarmi come uno strumento. Io sono per tutta l’umanità e non sarò mai uno strumento di nessuno. Non raccomando perciò alcuno scambio». Ha poi detto: «Posso dire però che lupi grigi non hanno possibilità di nascondere una persona per due anni, con messaggi da tutto il mondo». Un messaggio delirante, Agca -che è una mente finissima secondo i pubblici ministeri che lo hanno interrogato per anni- tenta probabilmente di passare per pazzo e quindi di annullare la sua credibilità.

 

04 marzo 1985
Si apre la cosiddetta “Pista di Bolzano”: avviene la deposizione ufficiale ai carabinieri di Josephine Hofer Spitaler, abitante di Terlano, la quale afferma che il 15/8/83 vide arrivare presso la casa in cui abita un’autovettura tipo A112 targata Roma, da cui scesero un uomo e una ragazza alta circa un 1.60/1.65. Racconta che la ragazza indossava un girocollo in materiale non metallico dai colori sbiaditi. Secondo Pietro Orlandi si tratta di un particolare fondamentale dato che si tratta di una fascetta gialla e rossa, i colori della squadra di calcio preferita da Emanuela (la si vede nella famosa foto, appesa anche a Roma, ma in bianco e nero) (“Mia sorella Emanuela”, pag. 178). La Hofer dice che la ragazza era sporca e barcollante, forse sotto effetto di sedativi, ed entrò assieme all’uomo nell’appartamento sotto di lei, abitato da Kay Springorum e Francesca di Teuffenbach. La ragazza vi rimase per tre giorni, poi arrivò un uomo in uniforme, forse austriaco o tedesco, con una Bmw verde metalizzata (particolare importante, è lo stesso modello del presunto rapitore romano di Emanuela secondo la deposizione del vigile Sambuco in data 2/07/1983) che in tedesco disse che il giorno dopo la ragazza sarebbe stata prelevata da una persona proveniente dalla Germania e portata lì. Così avvenne: il 19/8/83 arrivarono, a bordo di una Peugeot, Rudolf di Teuffenbach -cognato di Kay Springorum-, sua moglie e un’altra donna. La Hofer dice che nel settembre dello stesso anno, vedendo le foto di Emanuela in televisione, ha collegato la vicenda. Ne ha così parlato con Kay Springorum, accusandolo di aver preso la ragazza ma lui «se ne vantò». La donna afferma ai carabinieri di voluto parlare solo ora perché al tempo venne fermata da suo marito, che le consigliò di non immischiarsi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 179-181).

Il giudice istruttore interroga Kay Springorum, sua moglie Francesca di Teuffenbach e la moglie di Rudolf di Teuffenbac, Patrizia Wanner. La Hoffer, messa di fronte ai sospettati, conferma il racconto. Secondo gli atti del 5/8/97, gli indiziati si ritengono estranei affermando che i loro ospiti quel giorno erano la sorella di Francesca, Micaela, e tal Klaus Mayer (dunque non Rudolf di Teuffenbach). Negli atti del 19/12/97, il giudice Adele Rando scrive a pag. 28 che Rudolf di Teuffenbach è risultato appartenere al Sismi, con funzioni di capocentro della sede di Monaco di Baviera (si ricorda che la Hofer non poteva saperlo e ha affermato di aver sentito che Emanuela sarebbe stata portata in Germania). La sentenza conclusiva assolve gli indiziati, anche perché il segretario di Rudolf di Teuffenbach, Antonio Trono, ha rilevato che il 19 agosto 1983 il funzionario era in servizio e non poteva trovarsi a Terlano. Pietro Orlandi, per nulla soddisfatto di questa sentenza, afferma: «le indagini in quella direzione si sono fermate proprio per la presenza di un funzionario dei nostri servizi segreti militari» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 186).

Sempre in questa data, presso gli uffici del Nucleo operativo dei carabinieri di Bolzano, viene convocata la professoressa Giovanna Blum, insegnante di musica presso il conservatorio altoateisno. Racconta: «Tra fine di luglio e inizio agosto del 1983, tra la mezzanotte e l’una, in casa mia squillò il telefono. Risposi. Una giovane, parlando rapidamente, disse: sono Emanuela Orlandi, mi trovo a Bolzano, informi la polizia. Poi attaccò». La donna disse di essere rimasta perplessa, ma «subito dopo ricevetti un’altra telefonata. Una voce maschile mi ordinò: “Dimentichi quello che ha sentito, capito?” Poi interruppe la comunicazione. Spaventata, chiamai il 113: mi dissero di chiudermi in casa». La donna disse di essere stata più volte a Roma e di aver distribuito a colleghi o allievi i propri biglietti da visita. Disse di conoscere la scuola di musica di Emanuela “per la sua notorietà” e di non avere avuto contatti specifici (“Mia sorella Emanuela”, pag. 182).

 

01 febbraio 1985
Si rende pubblica una taglia fino a 250 milioni a chi fornisce notizie utili circa la sorte di Emanuela Orlandi e Mirella Gregorio.

 

22 novembre 1984
Arriva un altro “Komunicato” del Fronte Turkesh all’agenzia Ansa, nel quale si chiede la scarcerazione di Agca e si elencano 7 particolari/prove per dimostrare il possesso di Emanuela: 1) “Emanuela formulò una frase che rese di ghiaccio suo padre due giorni prima di essere rapita”: è vero, accadde a cena a casa dello zio Mario, quando Emanuela sorprese tutti annunciando che sarebbe andata in vacanza con sua sorella e la cugina, ricevendo un rimprovero dal padre perché non gli aveva detto nulla. 2) “Emanuela sa che sua sorella ha un problema”: si tratta di Federica, la quale si confidò con lei del fatto di essersi fidanzata senza dire nulla ai genitori. 3) “Emanuela ha un paio di scarpe bianche in un armadio”: vennero trovate in fondo all’armadio. 4) “Via Frattina 1982”: c’è il dentista di Emanuela, nell’82 vi andò più volte. 5) “C’è bisogno di un medico che prescriva calmanti adatti a lei, la sua pressione è alta”: particolare non verificabile 6) “Chiede di un amica che si chiama Anna”: un nome comune, ma anche la fidanzata di Pietro, anche se non erano molto amiche. 7) “Un leggero blocco renale ha prodotto l’intorpidità della mano”: particolare non verificabile (“Mia sorella Emanuela”, pag. 122,123)

Nell’aprile 2013 alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto” (e anche alla sorella di Mirella Gregori) verrà inviata una lettera anonima contenente messaggi in codice, una ciocca di capelli, un fiore colorato di merletto, terriccio, stoffa scura e un negativo fotografico che riproduce un teschio. Tra le varie parole scritte apparentemente in modo casuale appare anche: «Via Frattina 103».

 

01 novembre 1984
Il giudice istruttore Ilario Martella chiede il rinvio a giudizio dei turchi Serdar Celebi, Oral Celik e Bekir Celenk e dei bulgari Sergej Antonov, Jelio Vassilev e Todor Ajvazon a conclusione del’inchiesta sull’attentato a Wojtyla.

 

04 settembre 1984
Compare una nuova sigla, il “Nomlac”, ovvero «Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana». Inviano un comunicato contenente le richieste per la liberazione di Emanuela Orlandi alla redazione di Mestre dell’agenzia Ansa. Il messaggio è scritto a mano, si afferma che Emanuela non è prigioniera del Fronte di liberazioni anticristiano Turkesh e si trova in Europa. In un secondo messaggio chiedono al Vaticano 20 milioni di dollari, affermando di avere la ragazza (“Mia sorella Emanuela”, pag. 121).

 

21 agosto 1984
Il «Komunicato X» del sedicente Fronte di liberazione turco anticristiano Turkesh viene inviato da Ancona alla redazione milanese dell’agenzia Ansa, si pongono quattro condizioni per la liberazione di Emanuela, tra cui una firma di un trattato tra la Santa Sede e il Costarica dove Agca avrebbe potuto scontare la sua pena agli arresti domiciliari. Finisce con una presunta frase di Emanuela: «Papà, ricordati i ritagli…». Secondo Ercole Orlandi si riferisce ad una ricerca di geografia in cui aiutò Emanuela a ritagliare illustrazioni e cartoline da incollare sul quaderno (“Mia sorella Emanuela”, pag. 120).

Il 30/11/85 Mario Ilario Ponzi, giovane marchigiano, verrà accusato di essere l’autore di questo Komunicato. Ponzi è stato ritenuto uno dei responsabili della vicenda di Emanuela Orlandi, è stato accusato di essere l’autore di tutti i Komunicati del fronte Turkesh, di aver avuto rapporti con la banda della Magliana e di essere stato incarcerato vicino o assieme ad Ali Agca. Ponzi ha negato tutto e ha denunciato per diffamazione lo scrittore Max Parisi che ha indagato su questi collegamenti. Il 21/11/86 un Komunicato parlerà di Ponzi, dicendo che è innocente. Questo, per alcuni, non significa che Ponzi non abbia mai scritto dei Komunicati ma solo che ne ha redatti solo alcuni (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 50)

 

11 e 24 luglio 1984
Ercole Orlandi e Raffaella Gugel vengono ascoltati dai carabinieri sui pedinamenti prima della sparizione di Emanuela (“Mia sorella Emanuela”, pag. 61).

 

12 giugno 1984
Arrivano all’Ansa e a “Il Messaggero” due lettere uguali da Francoforte, Germania: «Non avete adempiuto alla nostra richiesta di liberare subito Agca, Celebi e gli altri nostri amici. Emanuela Orlandi non è tornata», si legge. Pochi giornali riprendono la notizia, e nessuno cita la parte finale, dove i misteriosi mittenti minacciano i familiari del giudice Ilario Martella, al quale spetta la decisione di liberare o meno il bulgaro Serghej Antonov. La cosa sospetta è che la moglie ed i figli del magistrato proprio in quei giorni rientravano a Roma, pur vivendo abitualmente all’estero (una cosa simile accadde il 10/7/83, dopo che Martella aveva loro telefonato dall’Ambasciata italiana a Sofia dove si era recato per interrogare Celenk, Ayzavozov e Kolev).

 

26 aprile 1984
Il “Corriere della Sera” pubblica un’intervista al papà Ercole Orlandi in cui egli ribadisce la pista politico-terrorista. L’articolo è corredato da una foto con Giovanni Paolo II, Emanuela e una bambina di profilo, poco riconoscibile. La stessa mattina arriva una telefonata a quella bambina, si tratta di Gabriella Giordani, amica d’infanzia di Emanuela. Risponde la madre, la voce, con inflessione anglofila, chiede di Gabriella ma la madre dice che non c’è e chiede chi stia parlando. L’anonimo risponde: «Non ha importanza…Signora, dica a sua figlia che Emanuela sta bene e la saluta». Alla donna in seguito venne fatta ascoltare la voce dell’Americano, che lo riconobbe al 90%. I familiari della Orlandi ipotizzarono: “il nome ai rapitori non può che averlo detto Emanuela, quindi è viva” (“Mia sorella Emanuela”, pag. 119).

 

22 aprile 1984
Arriva l’ottavo e ultimo appello di Giovanni Paolo II per Emanuela.

 

27 dicembre 1983
Giovanni Paolo II si reca in carcere per incontrare il suo attentatore, Ali Agca. Nessuno sa cosa si dicono, tuttavia il Pontefice dichiara pubblicamente: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello al quale io ho perdonato e che gode della mia fiducia»

 

24 dicembre 1983
Papa Giovanni Paolo II va a trovare la famiglia Orlandi per gli auguri di Natale, dicendo: «Cari Orlandi, voi sapete che esistono due tipi di terrorismo, uno nazionale e uno internazionale. La vostra vicenda è un caso di terrorismo internazionale». Secondo Pietro Orlandi, quelle parole furono sincere: «L’ha detto lui, il papa, il massimo rappresentante della verità in terra, e in quel momento era sincero, partecipava al nostro dramma!» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 127). In quell’occasione il Papa seppe che Pietro Orlandi voleva diventare banchiere e promise un’assunzione allo IOR, la banca del Vaticano, che infatti avvenne poco dopo, spinto sopratutto dal padre Ercole (“Mia sorella Emanuela”, pag. 192).

 

13 novembre 1983
Il gruppo Phoenix fa trovare l’ultimo comunicato, allegato ad esso la tessera scolastica con la foto di Emanuela e la ricevuta di versamento, entrambi già fatti ritrovare il 6/7/83. Questi documenti, finiti agli atti dell’inchiesta, potevano averli o i rapitori o la polizia. Nel messaggio si annuncia che i rapitori di Emanuela saranno puniti, la modalità verrà scelta dalla famiglia Orlandi. Si parla di un “pentito” all’interno dei rapitori che avrebbe divulgato informazioni sull’organizzazione. Si rivolgono ai rapitori dicendo che «i contatti ‘diplomatici’ non vi serviranno, siete raggiungibili ovunque. L’ambasciatore che porta pena è responsabile» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 142).

 

Novembre 1983
Secondo la testimonianza rilasciata nel novembre 2009 da Sabrina Minardi, sedicente amante di Enrico De Pedis, Emanuela sarebbe stata uccisa in questo periodo da Sergio Virtù, autista di Renatino, e il suo corpo gettato in una betoniera a Torvajanica

 

28 ottobre 1983
Vengono diffusi due identikit dei presunti rapitori di Mirella Gregori. Sono due giovani che sono stati visti il 6 maggio 1983, la sera prima della sparizione della ragazza, nella festicciola che venne fatta nel bar dei genitori per la fine della ristrutturazione, stavano in disparte e osservavano la scena. Negli ultimi contatti dei presunti rapitori con l’avvocato delle due famiglie, Egidio Gennaro, è stato scoperto che essi conoscono molti dettagli della festicciola al bar dei Gregori.

Una lettera spedita da Boston a Richard Roth afferma: «Comunicheremo al Segretario di Stato cardinal Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-83 a causa della reprensibile condotta vaticana».

 

27 ottobre 1983
Il giornalista americano Richard Roth riceve una lettera da Boston in cui si dice che Mirella è stata rapita nel piazzale di Porta Pia, poco distante da casa.

Nel frattempo l’Americano chiama l’avvocato Egidio dove gli riferisce di preparare i genitori di Mirella Gregori perché per lei non esiste più nessuna possibilità. «Inizieremo a restituire il corpo della Gregori e poi a creare delle soppressioni» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 124).

 

21 ottobre 1983
L’Americano fa trovare in un furgone postale in piazza San Pietro una audiocassetta in cui una donna straniera afferma che nel maggio precedente erano state sequestrate due minorenni statunitensi e una cittadina italiana. Dice che il nome di quella italiana verrà detto a breve, conclude annunciando l’imminente soppressione di una giovane italiana in conseguenza del messaggio Phoenix del 22 settembre (“Mia sorella Emanuela”, pag. 125).

 

20 ottobre 1983
Il capo dello Stato Sandro Pertini rilascia all’Ansa un’intervista dove invita i sequestratori a rilasciare “immediatamente” Mirella e Emanuela. Non accenna a scambi nel rispetto di “una linea di estrema fermezza nella lotta al terrorismo”. Dunque Pertini, commenta Pietro Orlandi, credeva allo scenario politico-terroristico (“Mia sorella Emanuela”, pag. 123).

Nel pomeriggio l’Americano risponde a Pertini chiamando l’avvocato Egidio e facendo trovare un messaggio in un bar di via della Conciliazione. Il plico contiene una lettera inviata dallo stesso Americano e ricevuta da Pertini il 26 settembre ’83 e tenuta riservata. Verso sera un messaggio fatto trovare davanti alla sede delle linee aeree turche lamenta del fatto che le autorità italiane non abbiano dato pubblicità alla missiva inviata la presidente (“Mia sorella Emanuela”, pag. 124).

Ali Agca persiste nell’incolpare dell’attentato al Pontefice la Bulgaria e Antonov, raccontando al giudice istruttore Ilario Martella tutti i particolari di quel giorno, 13 maggio 1981. Spiega come la macchina che aveva portato lui e il suo complice Celik in Vaticano era stata parcheggiata in via della Conciliazione, davanti all’ambasciata canadese e che poi lui, Celik e il bulgaro Antonov erano andati a prendere un caffè in un bar poco lontano, via Traspontina 9. Il giudice Martella ordina così riscontri sull’ambasciata e sul bar. Qualche ora dopo –proprio in via della Conciliazione 30 e in via Traspontina 9– vengono fatti ritrovare due messaggi riguardanti il rapimento di Emanuela Orlandi: i sedicenti rapitori della ragazza chiedono la liberazione di Agca in cambio. «Singolare coincidenza!»dirà nel 2011 Martella, «me ne accorsi quando mi venne affidata anche l’indagine sulla Orlandi. C’è quell’ispezione, alla presenza di magistrati italiani e bulgari, della polizia e dello stesso Agca e poco dopo, negli stessi luoghi, si trovano volantini sul caso Orlandi…».

 

17 ottobre 1983
All’agenzia Ansa arriva un comunicato firmato “Dragan” (si tratta del Fronte Turkesh sotto mutate sembianze) dove si legge che Emanuela sarebbe stata giustiziata da un tale Aliz, che starebbe partendo per la Turchia o l’Algeria assieme a Mirella Gregori per evitarle la stessa sorte. C’è anche una domanda: «perché non interrogate il giocatore di Lazio Spinozzi?». Si tratta di Arcadio Spinozzi, ma che si è verificato non c’entrare nulla con la vicenda, con il tempo si è però sospettato che non si trattasse di un depistaggio ma un messaggio di allarme per Renatino De Pedis della Banda della Magliana. Questo perché Sabrina Minardi, la sua sedicente amante (non la pensa così la vedova De Pedis), era infatti stata la moglie di un giocatore della Lazio, Bruno Giordano. Il comunicato termina con un disegno di un piccolo riquadro all’interno del quale compare il nome “Sergio” seguito dalla parola “Morte”.

Sabrina Minardi, nel 2006, rivelerà che l’autista di De Pedis si chiamava Sergio (Sergio Virtù) e lo vide gettare due sacchi con dentro due persone in una betoniera accesa, confidando che secondo lei erano i corpi di Emanuela Orlandi e del piccolo Domenico Nicitra, figlio di un membro della Banda della Magliana rapito nel 1992 (su quest’ultimo riconobbe di essersi sbagliata).

 

8 ottobre 1983
Sempre il gruppo Phoenix fa trovare una fotocopia di una lettera scritta a macchina all’interno di un confessionale della chiesa di piazza S. Silvestro a Roma. Si invita a liberare immediatamente Emanuela altrimenti «estirperemo alla radice questa pseudo organizzazione». Si conclude con: «Traffico internazionale di bambole for order ADC».

 

Fine settembre 1983
Pietro Orlandi ha affermato di ricordare che verso fine settembre, Giulio Gangi si presentò a casa Orlandi dicendo che entro “10-15 giorni” Emanuela sarebbe tornata. Diceva di essere sicuro, che a riportarla sarebbero stati gli uomini del Sisde e aggiunge che Emanuela era molto provata. «Emanuela non tornò», scrive Pietro Orlandi. «Riuscimmo a parlarci solo dopo alcuni mesi e Gangi, con noncuranza, si limitò a dirci che era andato tutto all’aria». Nella requisitoria del 1997 il giudice Malerba stigmatizzerà il “non lineare comportamento” di Gangi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 1242,143).

 

27 settembre 1983
L’anonimo chiama ancora al bar dei Gregori per sollecitare l’intervento di Pertini. L’apparecchio è sotto controllo e la polizia scopre che la telefonata è partita da una cabina telefonica sulla circonvallazione Cornelia. All’arrivo degli agenti però il telefonista non c’è più, uno degli agenti disse di averlo visto allontanarsi con un cappello in testa, girare l’angolo e sparire (“Mia sorella Emanuela”, pag. 116).

Richard Roth, corrispondente a Roma della “Cbs”, riceve una lettera, spedita da Boston (precisamente dalla Kenmore Station ) il 22 settembre 1983, nella quale si legge del “materiale precedentemente posto a conoscenza del presidente della Repubblica”, Sandro Pertini e si parla di un “episodio tecnico che rimorde la nostra coscienza”. Secondo la perizia grafica, il messaggio partito da Boston e quello infilato il 4 settembre nel furgone della Rai sono stati vergati dalla stessa mano (“Mia sorella Emanuela”, pag. 117). In entrambi si afferma che Emanuela è stata uccisa.

Una seconda lettera, firmata “Gruppo Phoenix” e datata 19 settembre 1983, arriva alla redazione del TG2. Anche in questo comunicato ci si rivolge ai presunti rapitori di Emanuela: «In seguito ad un nostro personale interessamento legato esclusivamente al rispetto di una giovane vita, è stato deciso in data odierna di porre termine, con i mezzi a nostra disposizione, a questa “bravata” farsa turca codice 158 che sta insozzando l’Italia oltre confine. Contrariamente ai nostri usi, ci siamo avvalsi dei mezzi di informazione per dare pubblicamente un chiaro avvertimento. Da comunicare attraverso i canali di informazione: in via eccezionale è concessa agli elementi implicati nel prelevamento di Emanuela Orlandi la scelta della propria sorte, se risponderanno esattamente alla richiesta del 6-9-83, nella eventualità di una mancata o irregolare obbedienza di quanto loro chiesto, la sentenza sarà irrevocabile. Roma+++++Milano, “Pierluigi” è assai pericoloso stare in quella trattoria con le spalle verso la porta perché ci sono troppe “correnti d’aria”: un nostro vecchio “amico” ha fatto una brutta fine davanti ad un piatto di spaghetti, vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione. La persona amica che ha tradito può assolvere le proprie colpe perché è meglio una confessione oggi che la morte domani, a tutti gli elementi implicati giova ricordare che sono ovunque raggiungibili. Order N.Y. A.D.C.».

Gli inquirenti non danno peso a queste lettere, in seguito affermeranno che si trattava della mafia e che ADC starebbe per Aniello Della Croce (“Mia sorella Emanuela”, pag. 138). Nell’aprile 2013 questo messaggio tornerà all’attenzione: secondo il supertestimone Marco Fassoni Accetti era un messaggio rivolto al suo gruppo di “controspionaggio”

 

24 settembre 1983
Lo stesso Anonimo che ha chiamato al bar dei Gregori il 12/9/83, telefona nuovamente e dice al fidanzato della sorella di Mirella, Maria Antonietta, di prendere nota dei vestiti di Mirella: maglieria Antonia, jeans con cintura, maglietta intima di lana, scarpe con tacco nero lucido, marca Saraian di Roma. La mamma di Mirella confermò questa incredibile prova: «Tutto esatto. Quando Mirella sparì era vestita in quel modo. E solo io ne sono a conoscenza» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 115). In realtà a conoscere gli indumenti di Mirella è anche l’amica Sonia De Vito, con la quale li aveva acquistati e si era chiusa nel bagno del bar prima di scomparire.

 

22 settembre 1983
Il fronte “Turkesh” invia il suo quarto Komunicato all’Ansa di Milano con 20 particolari su Emanuela. Alcuni molto vaghi: “gli piace il gelato” o “una volta vomitò aranciata”, altri più precisi: “anche il tè non gli andava”. Viene fatto cenno anche della “ragazza con i capelli neri e ricci che sembrava sua amica”, che riporta alla famosa “terza amica” come nella testimonianza di Maria Grazia Casini del 29/7/83 (“Mia sorella Emanuela”, pag. 113,114).

Sempre in questa data un’ulteriore sigla, “Phoenix”, compare sulla scena. Con una telefonata a “Il Tempo” segnala nella basilica di Santa Maria degli Angeli, vicino la stazione Termini, un foglio. Su di esso si parla di “cinque componenti tra cui ‘P’ e ‘M'” (Pierluigi e Mario?), uno di loro ha commesso lo sbaglio di “vantarsi” di aver preso parte al prelevamento, che è stato semplice e rapido anche grazie ad una persona “amica”. Hanno individuato un altro “atto”, chiamato “farsa turca”, in cui ci sono un pentito e una donna (la voce che emette gridolini nel nastro del 17/7/83) ma non hanno Emanuela. Si invitano questi elementi a contattare il loro “conduttore” per rispondere alle richieste del 6/9/83 di Ercole Orlandi.

Il 14/11/83 il vicedirettore del Sisde, Vincenzo Parisi, in un rapporto riservato (emerso 12 anni dopo), esaminò i 34 messaggi pervenuti tra il 5 e il 24 ottobre affermando che 6 erano di mitomani, 4 di difficile attribuzione, 16 dal gruppo che ha operato il sequestro. Gli altri 8 sono di due gruppi: Turkesh e Phoenix, che -secondo Parisi- «non sembrano implicati nella scomparsa della ragazza, ma soltanto nella gestione del caso» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 140)

 

12 settembre 1983
Un anonimo con inflessione straniera telefona al bar gestito dai Gregori in via Volturno. Si qualifica come appartenente allo stesso gruppo che ha rapito la Orlandi e sollecita l’intervento del capo dello Stato. Conclude la telefonata dicendo alla sorella Maria Antonietta: «Fate finta di niente, appena attaccherò tornate ai vostri posti. Lei alla cassa e il suo fidanzato dietro al banco». L’uomo li stava evidentemente osservando (“Mia sorella Emanuela”, pag. 113).

 

08 settembre 1983
Alla madre di Mirella Gregori arriva una lettera con la richiesta di un pubblico intervento del presidente della Repubblica Sandro Pertini a favore della liberazione di Agca. E’ il primo contatto dei presunti rapitori con la famiglia Gregori. La grafia è simile a quella del manoscritto trovato nel furgone della Rai il 4/9/83. In totale è il terzo messaggio in cui i rapinatori citano Mirella Gregori.

 

04 settembre 1983
Con una telefonata all’Ansa torna a farsi vivo “l’Americano” facendo ritrovare una lettera in furgone della Rai a Castelgandolfo. E’ l’occasione della prima udienza che Giovanni Paolo II tiene dopo l’attentato, le misure di sicurezza sono eccezionali, eppure è riuscito a superare il muro dei controlli. Ha anche lasciato una busta gialla in un cestino dei rifiuti in via Porta Angelica, a pochi metri da casa Orlandi con la fotocopia del frontespizio di un album con gli spartiti per flauto del compositore Hugues, che Emanuela aveva con sé il giorno del rapimento. Sulla pagina ci sono appunti di nomi e indirizzi di tre persone (il padre Ercole ha riconosciuto la calligrafia di Emanuela): Laura Casagrande, Gabriella Giordani e Carla De Blasio, con rispettivi indirizzi. Questi tre nomi (e solo questi) furono chiamati dai presunti rapitori di Emanuela: l’8/7/83, il 13/7/83 e il 26/4/84. Nella busta vengono trovati anche 4 sassolini, secondo gli inquirenti sono collegati alla telefonata dell’Americano all’Ansa, dove afferma: «Mi hanno detto di riferirvi che nelle vicinanze della basilica di Santa Francesca Romana il pontefice celebra la Via crucis». A domanda del giornalista, chiarisce: «la scelta della basilica è inerente il giorno della scadenza del 20 luglio». Il sospetto è che i 4 sassolini corrispondano alle ultime stazioni della Via crucis: crocefissione, morte, deposizione e sepoltura. Il corpo venne cercato attorno alla chiesa ma senza risultato (“Mia sorella Emanuela”, pag. 112).

Nelle tre facciate manoscritte si afferma che la questione Orlandi si era chiusa il 20 luglio (se ne deduce con la sua uccisione), e che la colpa è del Vaticano che non ha voluto lo scambio con Agca. Si accusa anche il Vaticano di aver fatto sparire il nastro del 14/7 e viene negata l’esistenza del fronte “Turkesh”, attribuendo i Komunicati (del 4, 8 e 13) a funzionari italiani o vaticani. Si avverte infine che la loro ultima comunicazione risale al 21 luglio.

Nel marzo 2013 una busta da lettera anonima verrà inviata a una delle compagne del corso musicale frequentato da Emanuela Orlandi. All’interno c’è anche una scritta: “MUSICO 26/OTT/1808 – 5/3/1913 – 2013”. Il riferimento è molto probabilmente al musicista (“musico”) Luigi Hugues, i cui spartiti erano con Emanuela quando sparì da Roma. La data di morte è corretta, quella di nascita è invece simile: Hugues nacque il 27 ottobre 1836.

 

01 settembre 1983
Un anonimo informa con un messaggio in lingua turca che Emanuela è stata rapita e portata in Svizzera, fornendo il recapito dei Lupi grigi presso la Turk Kultur Ocagi di Olten, nel Canton Soletta. La stessa missiva venne inviata qualche giorno prima nell’ambasciata a Basilea. Lo stesso si verificò il 20/11/84 e il 3/08/85. La polizia andò a Olten, presso l’indirizzo comunicato, ma trovò solo l’abitazione di un turco.

 

28 agosto 1983
Giovanni Paolo II da Castelgandolfo rivolge un altro appello per la liberazione di Emanuela e Mirella, affermando di pregare per i rapitori e per il suo attentatore. Pietro Orlandi fa notare che: «Giovanni Paolo II, anche se il fronte Turkesh veniva considerato dalle autorità italiane non attendibile, rispettò il termine del 28 agosto», e «fa un esplicito riferimento ad Agca, così come gli era stato richiesto, anche se con parole diverse» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 108).

All’avvocato Egidio arriva una lettera scritta a macchina a firma Emanuela, in cui racconta alcune sevizie subite. Non viene riconosciuta come attendibile (“Mia sorella Emanuela”, pag. 107).

 

15 agosto 1983
Secondo la testimonianza resa da Josephine Hofer Spitaler ai carabinieri di Terlano (Bolzano) il 18/02/85, Emanuela sarebbe stata vista dalla donna a Terlano mentre entra nell’appartamento sotto a lei, di proprietà di Kay Springorum, capocentro Sismi della sede di Monaco (così risulta agli atti), e Francesca di Teuffenbach (“Mia sorella Emanuela”, pag. 106).

 

13 agosto 1983
Il gruppo Turkesh invia il terzo “Komunicato” con il quale sollecita il Papa a parlare entro il 28 agosto e invia una piantina dell’area del monte Amiata, in Toscana, indicata come zona della prigione. I presunti rapitori dicono che lunedì 20 giugno Emanuela cenò con “parenti molto stretti”, effettivamente era da zio Mario e zio Lucia. Pietro Orlandi rivela che questo dettaglio era conosciuto soltanto in famiglia ed erano stati gli agenti del Sisde a suggerire di porre la domanda (“Mia sorella Emanuela”, pag. 106).

 

8 agosto 1983
Il gruppo Turkesh fornisce
un secondo “Komunicato” dove chiede che il Papa affermi che “Agca è un essere umano come Emanuela Orlandi, come tale va trattato”.

Il Vaticano ha risposto successivamente che una dichiarazione di questo sarebbe superflua perché ovvia, sopratutto dopo che Giovanni Paolo II ha parlato di Agca come “fratello”. Fanno sapere che il Pontefice si è frequentemente esposto in poco più di un mese per ben 7 volte.

 

6 agosto 1983
La madre di Mirella Gregori annuncia che fino ad ora mai ha collegato la sparizione di sua figlia con quella di Emanuela, ma in seguito al primo Komunicato del gruppo Turkesh ha deciso di affidare al legale della Orlandi, Egidio Gennaro, anche il caso di Mirella.

 

04 agosto 1983
Compare per la prima volta una rivendicazione di una sigla, di un’organizzazione. Arriva infatti il “Komunicato 1” del “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh”, sigla sconosciuta ad Ankara, che rivendica di avere prigioniera Emanuela che verrà uccisa il 30 ottobre. Viene nominata per la prima volta anche Mirella Gregori e si chiede la scarcerazione di Agca. Vengono citati dei dettagli: Emanuela nel 1974 ha avuto una “crisi di repulsione al latte” (non le è mai piaciuto, ma mai nessuna crisi di repulsione, disse la madre), suoi amici sono 3 e con capelli neri (circostanza confermata), a 13 anni ha avuto una crisi nervosa (falso, secondo la madre), è andata in chiesa il 22 aprile (la madre inizialmente non ricordava, ma effettivamente quel giorno cantò in occasione di una celebrazione a Sant’Apollinare), ha sei nei sulla schiena (ne aveva tanti, rispose la madre)(“Mistero Vaticano”, pag. 74). Gli inquirenti ipotizzarono che gli autori del messaggio abbiano un misterioso “terminale” nell’ambiente della scuola di musica (“Mia sorella Emanuela”, pag. 104), poiché «chi ha scritto, dicono gli inquirenti, quanto meno ha in qualche modo avuto delle informazioni sostanzialmente vere, seppure generiche, su Emanuela Orlandi» (cfr. Agenzia Ansa 6/8/83). Mirella Gregori viene citata per la prima volta abbinata a Emanuela, curiosamente di lei si parlò nell’ultima settimana del mese precedente in un’inchiesta della rivista “Panorama” (“Mistero Vaticano”, pag. 75).

Proprio in questa data viene nominato il nuovo Ministro di Giustizia del governo italiano, Fermo Mino Martinazzoli

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4. COMPARSA DI SIGLE VARIE E RIVENDICAZIONI

 

Fine luglio-inizio agosto 1983
Secondo la testimonianza resa da Giovanna Blum, insegnante di musica presso il conservatorio di Bolzano, ai carabinieri di Bolzano il 4 marzo 1985, tra la mezzanotte e l’una di fine luglio e inizio agosto è arrivata a casa sua una telefonata dove una giovane, parlando rapidamente, le ha detto: «sono Emanuela Orlandi, mi trovo a Bolzano, informi la polizia». Pochi istanti dopo, in una seconda telefonata, una voce maschile ordinò alla Blum: “Dimentichi quello che ha sentito, capito?”. La professoressa chiamò il 113, le dissero di chiudersi in casa. La Blum non conosceva personalmente Emanuela, però la Orlandi frequentava una scuola di musica a Roma e la Blum vi si recava spesso per congressi, dove distribuiva i suoi biglietti da visita a colleghi insegnanti.

 

Luglio 1983
Una fonte confidenziale dell’avvocato di famiglia racconta che Emanuela era finita nel monastero di suore di Peppange, nel cantone di Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo. Vengono mostrate fotografie di una giovane vestita di scuro, con una tunica e i capelli raccolti dietro. Era seduta accanto ad un organo. Ercole, Maria e Pietro partono con il giudice Adele Rando e gli investigatori. I poliziotti fanno un blitz nel monastero ma la ragazza non è Emanuela (“Mia sorella Emanuela”, pag. 18)

 

29 luglio 1983
Maria Grazia Casini, studentessa della scuola di musica, presente la sera della sparizione di Emanuela alla fermata del 70 in corso Rinascimento, proprio insieme alla Orlandi (che conosceva solo di vista), viene interrogata dalla 3° Sezione del Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma. Afferma che assieme a Emanuela, oltre che a Raffaella Monzi, c’era anche un’altra ragazza. La Casini e la Monzi hanno salutato Emanuela, lasciandola con questa ragazza che -secondo lei- frequentava la scuola di musica: circa 15 anni, poco più bassa di Emanuela, capelli neri, ricci e corti.

 

28 luglio 1983
Un funzionario della “Avon” smentisce categoricamente che sulla piazza romana operino o abbiano operato rappresentanti di sesso maschile. Lo ha fatto anche la responsabile della “Avon” per la zona di Roma, Anna Paola Lorenzini alla Squadra mobile: la ditta impiegava solo personale femminile e fra le 19 direttrici e le circa 200 presentatrici, nessuna aveva un’auto Bmw (“Mistero Vaticano”, pag. 30 e “Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 23).

 

27 luglio 1983.
Al termine di un’udienza generale in piazza San Pietro, il Papa recita un’Ave Maria per Emanuela assieme alle migliaia di fedeli. Nel 2002 Ercole Orlandi racconta che «quello stesso giorno il Santo Padre mi fece chiamare da mons. Monduzzi. Wojtyla ci abbracciò, si mise a piangere e ci disse che nostra figlia era stata rapita da un’organizzazione internazionale di terroristi. Ma, contrariamente a quanto riportato spesso dai giornali, non parlò del Kgb» (Mistero Vaticano, pag. 74). Ne ha parlato nel 2011 anche Pietro Orlandi.

Nella sede del “Corriere della Sera” un anonimo con accento straniero detta questo testo: «Per Emanuela ultima voce in Vaticano dice: molto terrorizzata perché forse paura restata incinta. Due cose possibili: ricoverata convento segreto o Emanuela finita per sempre. Ordine cardinal Casaroli» “Mia sorella Emanuela”, pag. 102).

 

26 luglio 1983
Una telefonata anonima, con accento straniero, alla redazione “Famiglia Cristiana” minaccia di morte Emanuela e il Pontefice (“sovversivo della Cia”) se non verrà liberato Ali Agca: «se abbiamo fallito il 13/5/81, non falliremo stavolta». L’interlocutore spiega che «un’eventuale conclusione negativa della vicenda è legata alla responsabilità del Papa».

Mons. Pietro Canisio Van Lierde ha intanto officiato, con presenti i genitori di Emanuela, una messa nella chiesa di sant’Anna, invitando a pregare per Emanuela. Ha affermato ad un certo punto: «Ci hanno tolto Emanuela Orlandi, hanno rubato un innocente. L’hanno rubata, ce l’hanno non con chi è veramente colpevole, ma con un innocente. L’hanno rubata all’ambiente del Vaticano». Ha destato curiosità l’affermazione “ce l’hanno non con chi è veramente colpevole”, forse solo un’espressione infelice. Disse poi di aver ritrovato un cartoncino di auguri di Natale inviato in passato da Emanuela, Pietro Orlandi commenta nel 2011: «Altro che fuga da casa! Qualcuno ha osato insinuare che Emanuela facesse la geisha, l’intrattenitrice per alti prelati. Come si fa ad essere tanto cattivi? La verità è che lei aveva un rapporto sincero con la fede, come dimostrano gli auguri a mons. Van Lierde» “Mia sorella Emanuela”, pag. 101).

 

24 luglio 1983
Arriva il sesto appello di Giovanni Paolo II, con il quale invita a pregare per Emanuela (“Mistero Vaticano”, pag. 70).

 

23 luglio 1983
Il magistrato titolare dell’inchiesta, Margherita Gerunda, cede il caso al collega Domenico Sica. Pietro Orlandi ricorda che la Gerunda «insisteva nel dirci, con una certa insistenza, che Emanuela era stata sicuramente presa da un maniaco sessuale» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 99)

 

22 luglio 1983
In una conferenza stampa, Mario Meneguzzi annuncia che la famiglia ha nominato un proprio legale, l’avvocato Gennaro Egidio. Il 12/7/93 Ercole Orlandi ha sostenuto che la scelta di questo prestigioso legale era stata “suggerita” dal funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola, il quale aveva provveduto anche a presentarglielo. Gramendola smentirà la circostanza (“Mistero Vaticano”, pag. 69). Nel 2002 Ercole Orlandi ha aggiunto: «noi a Egidio non abbiamo mai pagato neppure una lira, la questione economica era già stata sistemata prima che mi facessero firmare il documento preparato dal Sisde per la nomina del legale. Per giunta solo dopo vari anni mi hanno comunicato che con quella firma avevo nominato un altro avvocato, Massimo Krogh, come sostituto di Egidio in caso di suo impedimento» (“Mistero Vaticano”, pag. 69).

 

21 luglio 1983
Il Pontefice lancia un quarto accorato appello per la liberazione della giovane, “in nome di Dio e dell’umanità” (“Mia sorella Emanuela”, pag. 96).

Alla redazione Ansa di Milano arriva una lettera in tedesco, spedita da Francoforte (il 17/7), con la richiesta di scarcerazione di Ali Agca, il suo presunto complice Serdar Celebi e “altri amici”. In caso contrario «seguiranno altre azioni punitive come con Emanuela Orlandi». Per la prima volta viene avvalorata la pista dei Lupi grigi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 97). L’ex giudice Ferdinando Imposimato, oggi legale della famiglia Orlandi, ebbe modo di parlare nel 2001 con un ex ufficiale della Stasi (servizi segreti Germania dell’Est), Gunter Bohnsack che rivelò la loro iniziativa a sfruttare il “caso Orlandi” con lettere false per riportare Agca ad incolpare sui Lupi grigi così da scagionare la Bulgaria dalle accuse sull’attentato al Papa. Questa lettera, del 21/7/83, venne con certezza scritta dagli agenti della Stasi (“Mia sorella Emanuela”, pag. 110 e 97).

 

20 luglio 1983
E’ il giorno dell’ultimatum dato dai presunti rapitori di Emanuela per la liberazione di Agca, Giovanni Paolo II al termine di un’udienza generale recita un'”Ave Maria” per Emanuela, esortando migliaia di fedeli ad unirsi a lui (“Mistero Vaticano”, pag. 65).

Alle 12:00 l’Americano telefona al priore della chiesa di Santa Francesca Romana dicendo: «Il governo della Repubblica italiana con il placito dello Stato Vaticano intende non venire meno al possesso di uno strumento di propaganda quale il detenuto Alì Agca. Pervenendo alla soppressione del 20 luglio, non perdiamo speranza nella volontà di quanti possono adoperare un gesto ultimo e risolutore». Poche ore dopo un anonimo con accento italiano volle accertarsi che l’Ansa avesse pubblicato la notizia, aggiungendo che l’ultimatum scadeva alle ore 24:00 (“Mia sorella Emanuela”, pag. 96).

 

19 luglio 1983
Alle ore 10:00 il vicedirettore della sala stampa vaticana, mons. Pastore, rilascia una dichiarazione ufficiale, dove dice che il Papa ha già perdonato Ali Agca, tanto che né lui né la Santa Sede si è costituita parte civile. Afferma che comunque la condanna di Agca è inappellabile, il Vaticano può solo rimettersi alle leggi italiane e che lo stesso Agca non ha intenzione di chiedere la liberazione (si sente minacciato e sta bene in carcere, ha detto)(“Mistero Vaticano”, pag. 60).

Alle ore 11:22 mons. Pastore informa che in Vaticano si è aspettata la telefonata del presunto rapitore, ma nessuno si è fatto vivo. Verso le 14:25 il codice “158” viene scandito al centralino del Vaticano da qualcuno che telefonava da un bar rosticceria di viale Regina Margherita (a 100 metri dal bar di Mirella Gregori), che però ha interrotto la telefonata subito dopo aver detto “Pronto?” (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 83). Il 15/9/10, la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” ha mandato in onda due registrazioni pervenute alla redazione, si tratta di due telefonate tra “l’Americano” e il centralino della Santa Sede. “L’Americano” riferisce il codice “158”, ma in entrambe le telefonate appena mons. Casaroli risponde, la registrazione si interrompe. Probabilmente le registrazioni si riferiscono proprio alle telefonate del 19/07.

Alle 15:19 arriva una seconda telefonata in Vaticano, un anonimo definitosi “colombo dell’organizzazione” chiede del card. Casaroli, ma interrompe la comunicazione. Alle 19:00 riesce a parlare con il Segretario di Stato, ma si limita a chiedere che i quotidiani romani pubblichino integralmente il testo del comunicato registrato nell’audiocassetta del 17/7/83 (“Mia sorella Emanuela”, pag. 96). Una “puntuale” caduta di linea nella centrale Sip di via Sant’Agnese impedisce agli inquirenti di individuare la provenienza della telefonata (“Mistero Vaticano”, pag. 61). Verso le 20:15 un anonimo dalla voce straniera telefona all’Ansa da una cabina di viale De Nicola (meno di 30 metri dal bar della Gregori), riferisce di aver parlato con il card. Casaroli e di aver chiesto la pubblicazione ai quotidiani del messaggio fonico (come di fatti avvenne). Un’ora dopo telefona a casa Orlandi domandando se il segretario di Stato avesse informato dell’avvenuto colloquio, lo zio Mario risponde di “si” (“Mia sorella Emanuela”, pag. 96).

Quella sera, ricorda Pietro Orlandi, la famiglia percepì la presenza di una “talpa” in Vaticano: il giudice Domenico Sica raggiunse gli uffici della Segreteria di Stato in incognito perché una telefonata era prevista tra le 22 e le 23, ma al centralino del Vaticano non chiamò nessuno. Si trattenne nel Palazzo Apostolico fin quasi alla mezzanotte, poi se ne andò. Un quarto d’ora dopo l’Americano telefonò al cardinal Casaroli dicendogli di non fare i furbi, che questi trucchetti non gli piacevano. Verso la fine del 1983 accadde una cosa simile: l’Americano invitò l’avvocato Egidio a rivolgersi alla Segreteria di Stato per risolvere la questione di Emanuela. Egli andò a parlare, come faceva spesso, con mons. Giovan Battista Re. Nel pomeriggio l’Americano telefonò nuovamente dicendo: «Avvocato, tanto lo so che stamattina sei stato da mons. Re» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 197). Occorre ricordare che prima della caduta del muro di Berlino in Vaticano erano tollerate delle “spie”, come il domenicano Felix Morlion, confidente della Cia, il frate Eugen Brammentz, agente della Stasi, alcuni uomini della polizia segreta di Berlino che lavoravano all’Osservatore Romano, le cui finestre si affacciano proprio sulle finestre degli Orlandi.

 

18 luglio 1983
Alle ore 20:00 il Vaticano emette una nota ufficiale, in cui viene affermato che «la linea telefonica diretta è stata installata, il numero relativo è 6985 al quale va aggiunto il codice indicato [158, nda] dalle ore 10 alle 11 di domani risponderà a tal numero la persona desiderata [il segretario di Stato Casaroli, nda]», in altri momenti ci sarà la segreteria telefonica.

I presunti rapitori, attorno alle 21:20, in un italiano corretto chiamano l’Ansa ribadendo che Emanuela è viva ma l’ultimatum scadrà il 20 luglio. La linea diretta con il Vaticano servirà solo per definire le modalità di rilascio di Ali Agca.

Le perizie sulle 12 telefonate “ufficiali” fatte dai presunti rapinatori, dal 4 al 18 luglio, hanno stabilito che ad alternarsi alla cornetta sarebbero state 4 voci: due stranieri, forse arabi, e due italiani.

 

17 luglio 1983
Papa Giovanni Paolo II lancia un terzo appello ai rapitori di Emanuela dalla residenza estiva di Castel Gandolfo.

Verso sera i presunti rapitori chiamano l’Ansa e in ottimo italiano dicono che il nastro che avevano lasciato il 14/07 in piazza San Pietro è «stato preso da funzionari del Vaticano». Ne hanno lasciato un altro in via della Dataria. L’audiocassetta viene trovata, è incisa su due lati: da una parte gridolini e gemiti prolungati di donna, poi la voce femminile dice: «Ma perché mi fai questo? Oddio ma cos’è? Sangue! Mi sento male, mio Dio, mi fa male…la prego, mi lasci dormire in pace». Lo zio Mario Meneguzzi riconosce la voce di Emanuela nelle prime frasi. Pietro Orlandi non esclude che possa essere Emanuela, mentre l’amica Raffaella Monzi dirà: «Non ritengo di riconoscere la voce. Emanuela appartiene alla categoria dei contralti e lo sviluppo di quella voce registrata non mi sembra di quella categoria» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 95). Oltre alla voce di donna si sospetta che vi sia un riversamento da un film pornografico. Nell’altro lato dell’audiocassetta c’è una voce maschile con accento mediorientale che legge un lungo testo, a volte incomprensibile, ribadendo i termini della richiesta per la liberazione di Agca per il valore che potevano avere i segreti di cui quest’ultimo era a conoscenza. Segreti tali da poter mettere in grave difficoltà politica tanto il Vaticano che la C.I.A. Si aggiunge il fatto che il matrimonio della sorella di Emanuela l’avrebbe celebrato un sacerdote amico di famiglia (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 82).

 

15 luglio 1983
I carabinieri rilanciano la pista dello sfruttamento della prostituzione minorile e diffondono due identikit, secondo le testimonianze delle amiche, di due giovani che avevano potuto “seguire Emanuela Orlandi nei giorni precedenti la scomparsa”. Una pista improbabile perché, come dissero funzionari della Squadra Mobile, non avrebbero certo inscenato un traffico di telefonate, messaggi anonimi e richieste di scambio di persona (“Mistero Vaticano”, pag. 58). Il 25/6/08, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, una telespettatrice ha chiamato il centralino dopo aver osservato questi identikit e ha fornito (minuto 00:20:00) nome e cognome di uno di loro dicendo che è una persona di sua conoscenza. Ha affermato che si trattava di un pregiudicato, che aveva avuto problemi con la giustizia negli anni 1980-1981 e, proprio per questo fatto, i suoi dati erano presenti negli archivi della polizia. Effettivamente era così, la foto del pregiudicato era incredibilmente somigliante a quella dell’identikit realizzato.

 

14 luglio 1983
Alle 19:30 squilla il telefono di Carla De Blasio, un’amica di scuola di Emanuela. Risponde la madre e la voce parla in un italiano corretto. Le dice che il numero di telefono l’ha fornito Emanuela e la invita a recarsi in piazza San Pietro (“che è vicino alla sua abitazione”, afferma l’anonimo) a raccogliere il nastro che è sotto la colonna che guarda la finestra dell’“Angelus”. La donna non può uscire di casa e allora l’anonimo la invita a chiamare l’Ansa (le fornisce il numero) per inviare un cronista. Non verrà trovato nulla. In seguito alla donna venne fatta sentire la voce dell’Americano, ma non lo riconobbe (“Mia sorella Emanuela”, pag. 93).

 

13 luglio 1983
Lo zio Meneguzzi nega che il Vaticano “stava stretto a Emanuela”: è un’altra falsità», scrive. Il tempo libero, afferma, lo passava proprio in Vaticano, frequentava l’Azione Cattolica e non aveva mai dato segni di insofferenza.

 

11 luglio 1983
Secondo la deposizione del 9/2/94 del prefetto Vincenzo Parisi (allora vicedirettore del SISDE) al giudice Adele Rando (pag. 84), in questa data (in luogo imprecisato) egli avrebbe incontrato mons. Dino Monduzzi, prefetto della Casa Pontificia, trovandolo reticente. Parisi morì nel 1997, mons. Monduzzi, dopo la sua morte, negherà di averlo mai incontrato (“Mia sorella Emanuela”, pag. 202).

 

10 luglio 1983
I presunti rapitori fanno trovare, in seguito ad una telefonata a “Paese Sera”, nella cappella dell’aeroporto di Fiumicino una fotocopia del retro della tessera della scuola di musica e una frase manoscritta fotocopiata: “Cari mamma e papà, non state in pensiero per me. Io sto bene”. Manca il contesto temporale e la frase può essere stata ricavata da altro, o imitata. Pietro Orlandi racconta che i caratteri apparivano meno rotondeggianti, venne sentito un grafologo che affermò: «E’ stato scritto con animo turbato e ansioso» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 91). Un perito calligrafo del Tribunale di Roma, Francesco Pesce, affermò invece che «la grafia [di Emanuela] è molto semplice, e data l’esiguità della frase un imitatore non avrebbe da penare» (“Mistero Vaticano”, pag. 53).

Papa Giovanni Paolo II rivolge un secondo appello manifestando un impegno diretto: «Per parte mia posso assicurare che si sta cercando di fare quanto è umanamente possibile per contribuire alla felice soluzione della dolorosa vicenda» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 91,92)

 

08 luglio 1983
Verso le 16:00 squilla il telefono a casa di Laura Casagrande, una studentessa della scuola di musica che Emanuela ha conosciuto solo poco tempo prima del giorno della scomparsa. Risponde la madre, la voce con forte accento mediorientale le detta un testo da consegnare all’agenzia Ansa in cui dice di far parte di un gruppo di persone interessate alla liberazione di Agca entro il 20 luglio, di aver atteso l’appello di Giovanni Paolo II. Dice che la “cittadina” (non dirà mai “cittadina vaticana”) Emanuela Orlandi non si trova in stato italiano, che contatteranno la Segreteria del Stato vaticano. Rivendica come suoi solo tre contatti: quello del 5 luglio al Vaticano, quello subito dopo a casa Orlandi e la telefonata all’Ansa il 6 luglio, “le precedenti telefonate non ci appartengono”, afferma. Pietro Orlandi fa notare che il telefonista anonimo riconosce l’Americano ma non la telefonata di Pierluigi e Mario (anche se l’Americano li aveva citati entrambi): «una divaricazione tra gruppi criminali, è come se il livello gerarchicamente superiore si volesse dissociare dalla manovalanza che aveva gestito le prime fasi del sequestro» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 90).

Verso le 18:15 lo sconosciuto telefona all’Ansa per controllare che il messaggio sia stato ricevuto, aggiungendo che il numero di Laura Casagrande è stato loro fornito da Emanuela stessa. Il numero di Laura compariva anche sull’elenco telefonico, ma effettivamente la ragazza aveva dato il suo recapito a Emanuela proprio il giorno della sparizione. Dal giorno della sparizione di Emanuela anche lei, come Raffaella, non è più tornata alla scuola di musica (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 12). La comunicazione si interrompe e una seconda telefonata arriva alle 19:00 (si scusa per il “disguido tecnico”) dove si parla ancora della liberazione di Agca (il quale «dovrebbe recarsi con i suoi mezzi e se vuole a Brandeburgo, nella Germania orientale») e si auspica l’intervento del Papa per concedergli la grazia. Pino Nicotri ha fatto notare che negli anni Novanta il nome di Alì Agca venne trovato negli archivi della Stasi, collocato nella sezione dei collaboratori “operativi e istituzionali” (“Mistero Vaticano”, pag.48).

Intanto, interrogato in carcere, Agca afferma di non capire cosa stiano dicendo queste persone. Urla ai giornalisti: «condanno l’attentato al papa! Sono stato uno strumento del Kgb. Antonovo è mio complice, sono stato molte volte in Bulgaria. Sono coinvolti i servizi segreti bulgari e il Kgb», e rispetto a Emanuela: «sono contro questa azione criminosa, sono con la ragazza innocente e con la famiglia che sente dolore, rifiuto ogni scambio con qualcuno, sto bene nelle carceri italiane» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 91).

In Vaticano telefona invece un anonimo che precisa: «La cittadina Emanuela Orlandi attualmente non si trova in territorio italiano» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 90). Da notare che l’anonimo chiama Emanuela “cittadina” (e non “cittadina vaticana”), così come ha fatto poche ore prima chi ha chiamato Laura Casagrande. Probabilmente si tratta della stessa persone.

 

07 luglio 1983
Alle 16:45 l’Americano chiama casa Orlandi e dice che si è recato dalla ragazza. Offre alcuni particolari: Emanuela non è nata in Vaticano e vi è arrivata solo dopo un anno, Natalina metteva gli occhiali e ora non li mette più, il sacerdote che deve celebrare il suo matrimonio è un amico di famiglia, il cantante preferito da Emanuela è Claudio Baglioni e che lei è innamorata di Alberto, ora a militare. Emanuela avrebbe chiesto di non divulgare questa ultima notizia per pudore. Pietro Orlandi ha spiegato che questo pudore era tipico di Emanuela (“Mia sorella Emanuela”, pag. 89). I dati forniti dall’Americano sono veri, tranne il fatto che Emanuela non sia nata in Vaticano: infatti per un banale errore anagrafico era attribuita la sua residenza in via Niccolò V e l’arrivo in Vaticano solo tre mesi prima del giugno 1983. «Ma Emanuela ha sempre vissuto qui, fin da dopo la nascita», ha affermato Ercole Orlandi (“Mistero Vaticano”, pag. 17). Questo errore dimostra che l’Americano non ha avuto queste informazioni direttamente da Emanuela, come potrebbe altrimenti sbagliarsi su un dato così preciso? Probabilmente le ha avute da persone che conoscevano la ragazza e i suoi documenti dell’anagrafe (in cui era riportato l’errore). Dalla telefonata si capisce anche che l’Americano non conosce personalmente Ercole Orlandi, infatti a rispondere è lo zio Mario Meneguzzi che viene scambiato appunto per il papà di Emanuela (lo chiama “signor Orlandi”). Anche la notizia su Alberto è vera, era uno studente di chitarra da un mese a militare, ma nessuno della famiglia ne era a conoscenza, solo qualche amica alla scuola di musica.

 

06 luglio 1983
Un anonimo telefona all’agenzia Ansa e detta un messaggio: «noi abbiamo Emanuela Orlandi, la studentessa di musica. La libereremo soltanto quando sarà scarcerato Mehmet Alì Agça, l’attentatore del Papa». Dice che una telefonata è già arrivata in Vaticano, ma è stata tenuta nascosta e chiede l’intervento del Papa per liberare Agca, il tutto entro 20 giorni (l’ultimatum è spostato dunque dal 20 luglio -come venne detto nella telefonata in Vaticano- al 26 luglio). Invita poi il cronista a recarsi in piazza del Parlamento dove in un cestino dei rifiuti troverà una “prova” che la ragazza è nelle loro mani. Viene infatti trovata una busta gialla con dentro un foglio con la fotocopia delle parole “Emanuela Orlandi Vaticano Roma 6984982”, la fotocopia della frase “Con tanto affetto la vostra Emanuela”, la fotocopia della facciata anteriore (con foto) della tessera d’iscrizione di Emanuela alla scuola di musica e una fotocopia di ricevuta del versamento della rata scolastica per la scuola di musica da 5000 lire datata 6/5/83 (poche settimane prima della scomparsa), che era rimasta nella sua borsa di cuoio. La frase di sei parole è stata riconosciuta come autentica da Pietro, fratello di Emanuela (“Mia sorella Emanuela”, pag. 89) e da Ercole Orlandi (“Mistero Vaticano”, pag. 42).

La polizia ebbe forti perplessità in quanto né la telefonata né sulla fotocopia esisteva un riferimento ad una sigla eversiva. Un gruppo chiede uno scambio e non si qualifica? (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 23)

 

05 luglio 1983
Alle 12:50 in Vaticano arriva una telefonata (mantenuta riservata dal Vaticano e rivelata dallo zio Meneguzzi) di una voce, chiamata poi “l’Americano” per via del suo accento anglosassone (per alcuni artefatto). Afferma di avere in ostaggio Emanuela e per vederla libera bisogna liberare Ali Agca entro e non oltre il 20 luglio. I contatti successivi a questa telefonata, spiega, avranno come riconoscimento un codice di tre cifre 158 (“Mistero Vaticano”, pag. 38) Secondo la ricostruzione di Peronaci e Pietro Orlandi, il particolare del codice emerse nella telefonata dell’Americano a casa di Laura Casagrande l’8/7/83 (“Mia sorella Emanuela”, pag. 90).

Dopo un’ora circa, alle 14:00, l’Americano chiama a casa Orlandi (dove risponde Mario Meneguzzi). Dice che ha chiamato il Vaticano e informa che le persone corrispondenti ai nomi “Pierluigi” e “Mario” fanno parte dell’organizzazione. Fa sentire una registrazione di una voce di bambina (riconosciuta poi da Mario Meneguzzi come la voce di Emanuela) che dice ripetutamente: «scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo..dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno..». Aggiunge poi: «Funzionari vaticani non mancheranno di aver contatto con lei [il fischio di un treno copre le parole]»

Le frasi “montate” a ripetizione potevano essere state registrate in qualunque momento prima della sparizione di Emanuela, di certo non sono una prova: perché non fare parlare la ragazza ad un semplice registratore al posto di fare questo montaggio? Inoltre, per realizzarlo allora occorrevano due registratori (ma è un’operazione difficile) o un banco professionale da sala d’incisione e fu montato da qualcuno che aveva dimestichezza di quegli apparecchi (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 23). Un ex compagno di Emanuela riferirà che alla scuola di musica tempo prima erano state realizzate delle brevi presentazioni audio di alcuni allievi. Vennero realizzate sullo sfondo di prove strumentali probabilmente si scelse di usare una frase in cui non c’erano altri rumori identificativi e montarla a ripetizione. I presunti rapitori potevano avere un complice dentro la scuola oppure Emanuela poteva avere una copia della registrazione nella borsa (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 24, 25)

 

03 luglio 1983
Al termine dell’Angelus, Giovanni Paolo II dice pubblicamente: «Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela, 15 anni, che da mercoledì 22 giugno non ha fatto ritorno a casa, non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso. Elevo al Signore la mia preghiera perché Emanuela possa presto tornare incolume ad abbracciare i suoi cari che l’attendono con strazio indicibile. Per tale finalità invito anche voi a pregare».

L’appello scatenò un’attenzione internazionale al caso. Secondo Pino Nicotri, studioso del caso Orlandi, questo fu fatale per le sorti di Emanuela e mostrò come il Vaticano fosse a conoscenza di un rapimento, quando le forza di polizia ancora ritenevano possibile un allontanamento volontario della ragazza. Per altri era la prova che il Vaticano sapesse anche che Emanuela era ormai morta e dunque non c’era pericolo di inquinare le indagini. Il magistrato Otello Lupacchini e Max Parisi ritengono invece che qualcuno avesse già preso contatto con il Vaticano e avesse preteso un appello pubblico del Pontefice, così «Emanuela divenne di colpo un’arma formidabile di pressione nelle mani di chi aveva solidissimi motivi per ricattare la Santa Sede» (“Dodici donne un solo assassino“, pag. 18). Pietro Orlandi riferirà che sul comunicato della sala stampa vaticana per gli appelli del Papa era scritta la categoria dei vari interventi, «per quell’appello la categoria era: sequestri di persona». Però prima di quell’appello, nessun giornale aveva parlato di un rapimento

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In questa data, secondo la deposizione avvenuta il 3/12/92, mons. Giovanni Salerno, consulente legale presso la Prefettura degli Affari Economici offre la sua collaborazione a mons. Giovan Battista Re, assessore alla Segreteria di Stato della Santa Sede, ma egli disse che non la riteneva necessaria, volendo lasciare le cose come si trovavano (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 18,19)

 

02 luglio 1983
Arriva anche la controversa deposizione ufficiale del vigile urbano Alfredo Sambuco al comando dei Carabinieri di via Selci a Roma. Dice di aver visto arrivare Emanuela in Corso Risorgimento attorno alle 15:30 ma da piazza Cinque Lune, ovvero come se si stesse allontanando dalla scuola di musica. Si sarebbe fermata a parlare «davanti al civico 57 con un uomo sceso da una Bmw verde metallizzato» ed Emanuela gli avrebbe domandato dove trovare la Sala Borromini (“Mistero Vaticano”, pag. 23). Sambuco, assieme agli agenti, ha realizzato un identikit dell’uomo visto assieme a Emanuela. Un carabiniere, ha raccontato Domenico Cagnazzo l’allora comandante dell’unità operativa di via Selci, notò la somiglianza tra l’identikit realizzato e il volto di Enrico De Pedis. Su questo identikit c’è comunque un altro mistero inspiegabile: rimase completamente dimenticato per anni e anni e nessuno fece vedere al vigile la foto di De Pedis. E’ possibile tuttavia che sia il vigile Sambuco che il poliziotto Bosco si siano confusi tra i fatti reali e quelli racconti loro dalla famiglia.

 

01 luglio 1983
In tutta Roma compaiono 3mila manifesti, attaccati di notte da Pietro Orlandi e suoi amici, con la foto di Emanuela e la parola “scomparsa”, con invito a telefonare al numero di casa (“Mia sorella Emanuela”, pag. 81). La data è confermata anche dai quotidiani dell’epoca

 

28 giugno 1983
Alle 19:00 telefona a casa Orlandi un certo Mario, la telefonata è stata registrata (minuto 00:11:10). Spiccato accento romano, dice di avere 35 anni e possedere un bar dalle parti di ponte Vittorio (vicino al Vaticano) dove ha visto “Barbarella” (lo stesso nome usato da Pierluigi). Dice che ha riconosciuto la ragazza dalla foto sui giornali, che però ora ha i capelli tagliati a caschetto (lo ha detto anche Pierluigi) e dice di essere di Venezia. “Barbarella” avrebbe detto che se n’è andata perché «c’ho ‘na vita piatta, una vita troppo comune». Sarebbe però tornata a settembre per il matrimonio di un parente (ritorna il particolare delle nozze di Natalina). Mario rivela un particolare di sé, descrivendo “Barbara” afferma: «capelli corti, scuri, alta, alta più de me perché so’ un po’ bassetto». Lo zio Meneguzzi domanda precisione sull’altezza della ragazza: «Un metro e cinquanta, sessanta?». Mario appare titubante e viene in suo aiuto una seconda voce in sottofondo, che dice: «No de più, de più». Il telefonista Mario, aggiunge anche che telefona per scagionare un suo amico rappresentante della Avon (nessun giornale ha ancora parlato della Avon!), che forniva a Barbara e ad altre amiche i prodotti da vendere (stessa cosa detta da “Pierluigi”)(“Mistero Vaticano”, pag. 34).

Nel febbraio 2006 uno dei boss della banda della Magliana, Antonio Mancini, collaboratore di giustizia, affermerà d’aver riconosciuto nella voce di Mario uno dei killer della Magliana, col soprannome di Rufetto, ovvero Libero Angelico. Per Mancini costui era «alle dipendenze unicamente di De Pedis, era il suo sicario personale e già all’epoca possedeva un ristorante a Tratevere» (“Dodici donne un solo assassino“, pag. 48,49). Il confronto della voce tra Mario e Libero Angelico, realizzato dalla polizia, avrebbe però dato esito negativo.

Sempre in questa data, il poliziotto Bruno Bosco, anche lui in servizio a Palazzo Madama (come il vigile Sambuco), mette per iscritto ai suoi superiori di aver visto il 23 giugno «una ragazza che parlava con un automobilista sceso da una Bmw turing di colore verde chiaro, il quale le mostrava un tascapane di colore militare con la scritta Avon contenente probabilmente dei prodotti cosmetici». A verbale il poliziotto spiega che la scena avveniva davanti al civico n°3 di piazza Madama, descrive fisicamente l’uomo ma non la ragazza, dice solo che aveva uno zainetto sulle spalle. Il poliziotto Bosco, dopo quel giorno, non ha più voluto parlare di Emanuela Orlandi.

Sempre in questa data Raffaella Monzi, amica di Emanuela e probabilmente una delle ultime persone ad averle parlato quel giorno, dichiara al procuratore Domenico Sica come avesse appreso, dalla stessa Emanuela, che l’offerta di lavoro le era stata fatta in compagnia di un’amica della quale, però, non ricordava il nome. Quando lasciò Emanuela alla fermata dell’autobus 70 la vide parlare con una donna dai capelli rossi (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 11). Occorre ricordare che Raffaella lavorava per la “Avon”, nell’estate 1983 entrerà in profonda crisi depressiva dalla quale non emergerà più. Abbandonò la scuola di musica per iscriversi all’Accademia di Santa Cecilia, ma il suo stato mentale peggiorò: nessun lavoro, anni di terapie psicologiche e medicinali (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 33). Secondo gli inquirenti Raffaella sa più cose di quante ne abbia mai raccontate (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 12). Nel 2008 la madre dichiarerà: «Gli identikit dei presunti rapitori non vennero mai mostrati a mia figlia nel corso degli innumerevoli interrogatori nonostante fosse stata l´ultima persona a vedere Emanuela Orlandi. In ogni caso da quel giorno la vita di Raffaella non è stata più la stessa. Dovemmo andare via da Roma ma c´erano persone che hanno continuato a seguirci e a controllarci. Eravamo tanto esasperati e spaventati che decidemmo di andare via da Roma e di trasferirci a Bolzano. Raffaella fu seguita da un giovane biondino. Ogni volta ce lo trovavamo davanti e un giorno disse a Raffaella: “Vieni via con me, lascia i tuoi genitori…”. Fu un episodio che ci colpì anche se decidemmo di non darci peso pensando che fosse uno spasimante. Tornati a Roma, Raffaella mi raccontò che una persona la fotografava per strada. E un giorno ricevetti una telefonata: “Ho visto tua figlia sul treno: è bellissima. La voglio sposare”. Non ho mai saputo chi fosse e come avesse avuto il nostro numero di telefono. Di certo era una persona che controllava Raffaella. Per mia figlia è stato un incubo dal quale non si è più ripresa».

Sempre in questa data, l’ex terrorista turco Alì Agca ritratta per la prima volta le sue accuse ai bulgari circa l’attentato di Giovanni Paolo II. Più avanti spiegò di aver agito in questo modo a causa di minacce ricevute in carcere due finti giudici bulgari, in realtà agenti segreti dell’Est. Il giudice Ilario Martella, presente quel giorno nel carcere, confermò di essersi allontanato con uno dei due, lasciando Agca con l’altro (“Mia sorella Emanuela”, pag. 258,259).

 

26 giugno 1983
Pierluigi telefona per la terza volta alle ore 20, c’è rumore di piatti e stoviglie in sottofondo, dice di essere in un ristorante al mare con i suoi genitori e aggiunge che “Barbarella” vendeva anche prodotti cosmetici della “Avon” forniti da un tizio che poi la pagava una percentuale sul venduto. (nessuno ancora ha parlato della “Avon”!). Avrebbe dovuto suonare il flauto al matrimonio della sorella e la sorella maggiore ha portato per un periodo gli occhiali, entrambi questi indizi sono veri (“Mistero Vaticano”, pag. 32). Occorre sottolineare la sorpresa del telefonista Pierluigi quando lo zio Meneguzzi gli chiede un incontro “qui in Vaticano”. A quel punto Pierluigi rifiuta l’incontro e sorpreso domanda se sta per caso parlando con un prete (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 50). Questo fatto è decisivo: ammesso che non sia una finta sorpresa, Pierluigi ignora dunque che Emanuela sia una cittadina vaticana

 

25 giugno 1983
Al posto di Vulpiani, assieme a Gangi, arriva in casa Orlandi Gianfranco Gramendola, carabiniere in forza anche lui al Sisde, che si presenta come “Leone”. Gangi più avanti dirà che si trattava del suo capo sotto falso nome (“Emanuela Orlandi, la verità”, pag. 67) e sospetterà fortemente del suo operato domandandosi: «e se fosse stato un complice del rapimento?» (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 54)

Pietro e Gangi tornano dal vigile urbano Alfredo Sambuco e dal poliziotto Bruno Bosco i quali confermano di averla vista in compagnia di un uomo sui 30 anni, attorno alle 15:30. L’uomo aveva una Bmw vecchio tipo di colore verde chiaro e mostrava a Emanuela una borsa con la scritta “Avon” contenente cosmetici. All’esplicito invito del vigile Sambuco di allontanarsi in ragione del divieto di fermata, l’uomo avrebbe risposto “vado via subito”. Il vigile notò lo strumento musicale di Emanuela e parve che i due fossero in confidenza tra loro (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 30). Dopo un’ora, attorno alle 18:00, uno sconosciuto ha chiesto al vigile dove si trovasse la Sala Borromini, ma non si ricorda se la persona fosse l’uomo con la Bmw visto parlare con la ragazza (sentenza istruttoria del giudice del Tribunale di Roma, Adele Rando, 19/12/97). Sambuco dirà all’Ansa: «Notai quel 22 giugno Emanuela Orlandi per due volte: la prima quando la ragazza, proprio davanti alla sede del Senato, è stata avvicinata da un uomo; la seconda dopo l’uscita da scuola mentre parlava forse con lo stesso uomo che si trovava al volante di una Bmw nera» (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 31)

Gangi scopre che una Bmw Turing verde tundra si trova un’officina in zona Vescovio (intervista a Gangi, autunno 2005). L’auto ha il finestrino lato passeggero rotto dall’interno, non ha documenti e chi l’ha portata lì è una donna alta, bionda, ha detto che è di un suo amico e lei risiede al residence Mallia. La donna si arrabbia e non risponde alle domande di Gangi, il quale tornato in ufficio viene redarguito da Emanuele De Francesco, direttore del Sisde, con tanto di nota di demerito “per avere compiuto accertamenti non opportuni sul caso Orlandi” e viene allontanato dal caso Orlandi. Gangi ha dichiarato il 1/9/08: «Mi sono sempre chiesto come avessero fatto ad individuarmi, e tanto rapidamente: mi ero presentato come un poliziotto, il nome era di copertura, naturalmente». Anche la targa era finta, ma «anche ammesso che la donna avesse qualche amico in questura, questo poteva risalire ad un’anonima SRL, che corrispondeva ad una società di copertura. Il contatto doveva essere più in alto» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 20).

Pietro Orlandi afferma che la donna bionda non è Sabrina Minardi, la cosiddetta supertestimone della Magliana che spunterà nel 2008: «a Gangi è stata mostrata la foto e non l’ha riconosciuta» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 75). Tuttavia nel 2007, Max Parisi, autore di “Dodici donne un solo assassino” (Koinè 2007), ha pubblicato un’intervista fatta a Giulio Gangi, gli mostrò una foto in bianco e nero, del 1997, di Sabrina Minardi chiedendogli se era lei la donna del Mallia, lui ha risposto: «Guarda, l’ho vista per 10 minuti 14 anni fa, non escludo che sia lei, se non è lei è una che le somiglia davvero molto». Gangi smise anche di occuparsi del caso perché la sua presenza, per la famiglia, si stava ormai facendo soffocante

Attorno alle 18:00, dopo tante telefonate di sciacalli, a casa Orlandi arriva la telefonata di un certo Pierluigi (il telefono non è ancora dotato di registratore). Risponde lo zio Meneguzzi e a lui dice di avere 16 anni (Pietro Orlandi riferisce che non aveva una voce adatta a quell’età), e di essere stato spinto a chiamare dalla sua fidanzata che ha visto le foto di Emanuela sui giornali. La sua fidanzata –continua– afferma di aver incontrato Emanuela il 23/06 (giorno della scomparsa) in Campo dei Fiori mentre vendeva collanine fatte a mano, portava capelli tagliati di recente a caschetto, diceva di chiamarsi Barbarella, era assieme ad un’amica più grande e aveva con sé un flauto riposto in una custodia nera (“Mistero Vaticano”, pag. 31,32). Aveva vergogna di suonarlo in pubblico anche perché «per leggere avrebbe dovuto mettersi un paio di occhiali con la montatura bianca che la imbruttivano», preferendo la marca Ray Ban come indossava la fidanzata di Pierluigi. Tutti i dati forniti da Pierluigi sono veri, curioso il fatto che due estati prima, a Torano, Emanuela e alcune amiche avevano venduto ad un banchetto di strada delle collanine, particolare anche la questione della montatura Ray Ban: Ercole Orlandi ha ricordato che proprio un discorso del genere venne fatto durante l’estate precedente, sempre a Torano, tra la mamma di Emanuela, Emanuela e una sua amica, Ines Giuliani, «figlia non ricordo se di un vigile urbano o di un poliziotto che comunque si chiamava Nicola e abitava a Roma in via Portinari» (“Mistero Vaticano”, pag. 33).

Attorno alle 21:00, Pierluigi richiama, e dice: «mi sono ricordato che Barbara aveva detto di avere l’astigmatismo ad un occhio, per questo doveva portare gli occhiali». Anche questo dato è vero.


 

3. I CONTATTI CON I PRESUNTI RAPITORI (1983)

 

24 giugno 1983
Il Tempo riporta un breve comunicato scritto dove si descrive la ragazza sormontata da una foto-francobollo, con in fondo il numero di telefono di casa Orlandi (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 37)

Alla sera, vicino alla mezzanotte, arriva a casa Orlandi Giulio Gangi (secondo Rita de Giovacchino, autrice di ”Storie di alti prelati e gangster romani”, Gangi arriverà invece il 26/06/83) giovane agente segreto del Sisde (ex servizi segreti italiani), conoscente di Meneguzzi (zio materno di Emanuela) e in particolare della figlia Monica (cugina di Emanuela). Gangi si presenta come amico, assieme al collega Marino Vulpiani (anche lui amico di famiglia, incontrato dagli Orlandi in villeggiatura): «Ho visto un fax in ufficio con il nome di Emanuela e sono venuto ad aiutarvi», spiega Gangi. «Anche perché ho una pista precisa, la tratta delle bianche…». Gangi, Volpiani e Pietro Orlandi si recano subito in via Ottaviano, nel presunto covo dei rapitori di ragazzine bianche, senza trovare nulla (“Mia sorella Emanuela”, pag. 71).

Su Gangi e Volpiani c’è qualcosa di particolare: Ercole Orlandi ha affermato nel 2002: «Mi dissero che erano del Sisde e che stavano facendo una indagine sulla tratta delle bianche. Vulpiani disse che era originario di Torano e Gangi aggiunse che pure lui frequentava Torano. Questa coincidenza con il paese delle nostre vacanze mi colpì molto, ma non avevo alcun motivo per insospettirmi. Gangi non mi disse però né che a Torano aveva conosciuto Emanuela, né che là aveva conosciuto bene mia nipote Monica: notai solo che mio cognato Mario, quando lo vide fuori dei gradini di casa, in piazzetta sant’Egidio, lo salutò esclamando “Ah sei tu”, e capii che si conoscevano». I due agenti vollero setacciare in modo approfondito (anche nei giorni seguenti) le cose di Emanuela. «Se portarono via qualcosa, io non posso sapere…ovviamente mi fidavo, nessuno li controllava», ha ricordato il padre di Emanuela (“Mistero Vaticano”, pag. 33,34).

 

23 giugno 1983
Ercole e Natalina, sorella di Emanuela, denunciano la scomparsa all’Ispettorato di Pubblica sicurezza presso il Vaticano (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 34).

Giovanni Paolo II alle 19:00 atterra a Ciampino dopo il suo viaggio in Polonia. E’ già stato avvertito da mons. Casaroli, segretario di Stato, prima di salire sull’aereo, della sparizione di una cittadina vaticana. Appena rientrati a Roma viene convocata la Segreteria di Stato a Palazzo Apostolico (“Mia sorella Emanuela”, pag. 57). Il Papa, secondo il racconto del suo segretario di Camera, Angelo Gugel, rimase turbato tutta la sera senza toccare cibo (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 27)

Ercole Orlandi trova un vigile, Alfrefo Sambuco, e un poliziotto, Bruno Bosco, in servizio davanti al Senato il giorno precedente, che dicono di averla vista. La loro descrizione di Sambuco è con più dettagli ma viene confermata da Bosco, il quale ha notato anche il modello dell’auto: una Bmw Touring verde metallizzato (meno di 300 immatricolate nel Lazio, meno di cento in circolazione nel 1983) (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 35)

In questa data, 19 ore dopo la sparizione di Emanuela, il pescatore Carlo Lazzari rivela di aver visto alle 14.30 due giovani “a valle del ponte della Magliana” vicini ad una Fiat 127. Poi, continua il testimone, «ho sentito il rombo del motore con l’acceleratore bloccato e visto l’auto balzare in acqua. E’ in quell’istante che ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore» da cui sporgeva penzolante un avambraccio. L’auto fu cercata per giorni senza risultati.

 

22 giugno 1983
Ecco il giorno della sparizione di Emanuela: il secondo anno di Liceo Scientifico è finito ma lei continua a seguire, tre pomeriggi a settimana, le lezioni di flauto e canto corale al “Tommaso Ludovico da Victoria”, scuola collegata al Pontificio Istituto di Musica Sacra. Per recarsi alla lezione Emanuela presumibilmente prende l’autobus 64 da san Pietro a corso Vittorio Emanuele, poi imbocca a piedi corso Rinascimento per 400 metri prima di arrivare alla suola di musica in piazza Sant’Apollinare. Secondo Rita di Giovacchino, autrice di “Storie di alti prelati e gangster romani” (p. 21), Emanuela sarebbe andata a piedi perché già sapeva di incontrare una persona, il vigile Alfredo Sambuco -che si inserirà più avanti nella vicenda come testimone oculare- dirà infatti che lei e questa persona “mi sono sembrati in confidenza”. La tesi risulta debole e incompatibile con la forte insistenza di Emanuela di farsi accompagnare in moto dal fratello Pietro alla lezione di musica.

Come dicevamo, l’ipotesi che è stata ripetuta più spesso è che sulla via verso la scuola di musica Emanuela avrebbe incontrato, attorno alle 16:00-16:20, uno sconosciuto che le avrebbe offerto un lavoro per 375 mila lire (quasi 1000 euro oggi!): distribuire per un paio d’ore dei volantini ad una sfilata di moda (la Avon sarà inserita più tardi dal vigile urbano Sambuco che sarà trovato). Emanuela avrebbe spiegato di voler prima chiedere il permesso ai genitori, l’uomo le avrebbe detto allora che l’avrebbe aspettata dopo la lezione di musica per sapere la decisione. La ragazza entra a lezione di flauto alle 16:30, in ritardo di mezz’ora. Poi lezione di canto corale, durante la quale dice all’amica Sabrina Calitti che deve uscire prima e infatti chiede al professore il permesso per lasciare l’aula 10 minuti prima delle 19:00 (il giornalista Pino Nicotri sostiene che tutte le studentesse uscirono prima perché perché festeggiava le nozze d’argento la segretaria dell’istituto e a verbale ci sono testimonianze di altre studentesse che uscirono assieme a lei). Emanuela telefona a casa dalla cabina telefonica di piazza Cinque Lune dopo aver detto alla sua amica Raffaella Monzi che “c’è quello della Avon che mi aspetta, ci vediamo alla fermata dell’autobus” (“Storie di alti prelati e gangster romani”, Fazi Editore 2008, pag. 11). Al telefono di casa Orlandi risponde la sorella Federica a cui riferisce la proposta ricevuta da un rappresentante della Avon, Federica le suggerisce di non prendere impegni e di parlarne prima con i genitori (che al momento sono usciti). E’ l’ultimo contatto con la famiglia.

Emanuela viene accompagnata dalla sua amica Raffaella Monzi alla fermata dell’autobus 70 in via Panisperna, attendono fino alle 19:30, poi Raffaella sale sull’autobus e saluta Emanuela lasciandola assieme ad “un’altra ragazza” dai capelli rossi (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 11), sconosciuta alla Monzi e mai identificata (come riportato nella sentenza istruttoria del giudice Adele Rando del 12/12/1997 e nella deposizione di Natalina Orlandi del 23/6/83). Questa “amica” assieme a Emanuela viene vista anche da un’altra ragazza della scuola di musica, Maria Grazia Casini, che si trova a passare da lì (come ha riferito nell’interrogatorio del 29/7/83). Alcuni inquirenti ritengono che questa amica sia Laura Casagrande, ma lei ha negato.

Sua sorella Cristina -che ha con lei un appuntamento- la cerca senza risultato in piazza Sant’Apollinare, poi torna a casa da sola. Verso le 20:00 Ercole e Pietro si recano alla scuola di musica, gli viene aperto e fanno una veloce ispezione: non c’è più nessuno. Denunciano la scomparsa al commissariato di piazza del Collegio Romano dove vennero invitati a rivolgersi all’Ispettorato di Pubblica Sicurezza del Vaticano. Vengono chiamati gli ospedali sospettando un incidente, telefonano alla direttrice della scuola di musica, suor Dolores, la quale chiama tutti gli studenti e viene a sapere da Raffaella Monzi dell’appuntamento di Emanuela dopo la scuola (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 33,34).

Proprio nel giorno della scomparsa di Emanuela, papa Giovanni Paolo II parte dalla Polonia per tornare in Italia in seguito ad un viaggio molto contestato dal Cremlino nei mesi precedenti. Il Pontefice ha rilanciato la sua offensiva contro il regime comunista, contravvenendo a quella ostpolitik di apertura all’Est portata avanti da diversi esponenti nella Santa Sede, compreso il segretario di Stato Agostino Casaroli.

Il magistrato Otello Lupacchini e Max Parisi fanno notare che l’aver avvicinato Emanuela in quella zona tanto trafficata e piena di telecamere è stata un’azione poco furba, anche perché c’era la possibilità di entrare in contatto con lei in altre zone meno trafficate (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 29,30). L’ex agente del Sisde Giulio Gangi il 1/9/08 affermerà: «Tutto fa pensare che l’uomo della Bmw volesse essere notato: dal colore squillante dell’auto usata al fatto che avesse parcheggiato la vettura in direzione contraria la senso di marcia, al posto prescelto, cioè proprio di fronte all’ingresso del Senato. Non mi sono sembrate scelte casuali […]. L’appuntamento in quel luogo non poteva che servire a sviare le’attenzione, a convogliare le indagini su una falsa pista» (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 22).

Occorre ricordare che anche Natalina Orlandi due anni prima lavorò per qualche settimana per la “Avon, e Emanuela lo sapeva. Inoltre proprio due settimane prima Emanuela era andata con Raffaella Monzi proprio ad una sfilata delle Sorelle Fontana vicino a piazza di Spagna. Non verrà mai accertato il motivo per il quale fu presente a quella manifestazione d’alta moda per signora (“Dodici donne un solo assassino”, pag. 32). Secondo Rita Di Giovacchino, la Orlandi non ci andò con Raffaella ma con un’altra amica (interrogatorio della Monzi a Domenico Sica). Secondo voci interne al conservatorio, invece, ci sarebbe stata anche la Monzi assieme, ma lei non ha confermato (“Storie di alti prelati e gangster romani”, pag. 16).


 

2. SPARIZIONE DI EMANUELA ORLANDI (1983)

 

15-20 giugno 1983
Emanuela Orlandi è in via Corridori e sta tornado a piedi dal mare assieme alla sorella Maria Cristina e alcuni amici della parrocchia, una A112 con due giovani a bordo la affianca, il passeggero tocca Emanuela e dice al guidatore: “E’ lei” (“Mia sorella Emanuela”, pag. 41). Questo episodio non è certo che sia avvenuto (“Dodici donne un solo assassino?”, pag. 36 e “Storie di alti prelati e gangster romani“, pag. 13)

Sempre pochi giorni prima della sparizione di Emanuela, in via Monte Zebio vicino al liceo scientifico di Emanuela Fabiana Valsecchi, una compagna di scuola di Emanuela viene avvicinata da due giovani a bordo di un Bmw blu. Uno dei due, un ragazzo biondo di età compresa tra i 22-24 anni, le propone di fare pubblicità per prodotti commerciali in cambio di 200 mila lire, ma lei rifiuta. Lo stesso metodo verrà usato con Emanuela. Secondo l’ex magistrato e legale della famiglia Orlandi, Ferdinando Imposimato, i rapitori cercavano in questo modo di adescare la cittadina vaticana attraverso sue amiche.

 

20 maggio 1983
Emanuela Orlandi, con tutti i suoi compagni di classe del liceo scientifico da lei frequentato, partecipa al programma televisivo Tandem, seduta a fianco alla conduttrice.

 

07 maggio 1983
Da Roma scompare Mirella Gregori, studentessa di 15 anni e abitante in via Nomentana 91. Verso le 15:00 qualcuno citofona a casa, lei corre a rispondere. La madre, Vittoria Gregori, la vede dirigersi verso la porta di casa, dicendole che sarebbe scesa di sotto dove l’aspettava Alessandro (un suo amico di scuola) e altri amici (“vado a salutarli al monumento del Bersagliere”, a due passi da casa) ma che sarebbe tornata nel giro di dieci minuti. Non prende niente, né documenti né soldi. Alessandro venne interrogato ma dichiarò di non aver mai dato appuntamento a Mirella e di non aver citofonato quel giorno, risulterà infatti essere stato da tutt’altra parte.

L’amica Sonia De Vito, che aveva un bar sotto casa, informa la famiglia di averla vista, e che Mirella le aveva detto che andava con degli amici a suonare la chitarra a Villa Torlonia. La De Vito in seguito messa alle strette dagli inquirenti dirà che Mirella le aveva confidato che quel giorno aveva un appuntamento a Porta Pia con un uomo che però lei non conosceva. Emerse anche che spesso Mirella e l’amica parlavano nel bar di quest’ultima con un’uomo di circa 35 anni, la madre di Mirella crederà di riconoscere in quest’uomo un addetto alla sicurezza del Vaticano, Roul Bonarelli. Sonia De Vito, in un primo tempo, venne accusata di reticenza.

Secondo molti la sparizione di Mirella sarebbe collegata a quella di Emanuela. Addirittura a detta del criminologo Francesco Bruno, Mirella sarebbe stata la cavia che ha permesso agli esecutori del sequestro Orlandi di “cronometrare” i tempi di reazione delle autorità. Occorre sottolineare che Mirella faceva piccole rappresentanze per la ditta Avon, la stessa marca di cosmetici che caratterizzerà l’inizio della vicenda Orlandi

 

06 maggio 1983
Viene inaugurato a Roma (Termini) il bar dei genitori di Mirella Gregori. «Quel giorno, tra i tanti curiosi che vennero al Bar per l’inaugurazione, mia madre si arrabbiò moltissimo con due uomini che tentavano di fotografare con insistenza Mirella e gli chiese di uscire», dirà nel febbraio 2013 Maria Antonietta, sorella di Mirella. L’identikit dei due uomini assomiglia molto a quello realizzato per le persone che furono viste pedinare Emanuela Orlandi prima della scomparsa.

 

Maggio 1982
Secondo le affermazioni del terrorista Alì Agca del 26/7/95, in questo mese si sarebbero presentati a lui, in carcere a Rebibbia per l’attentato a Giovanni Paolo II, l’agente del Sismi Francesco Pazienza e l’agente della Cia Aldrich Ames, che lo avrebbero invitato ad accusare i bulgari e i sovietici dell’attentato al Pontefice e gli avrebbero anche dato una lettera di Paul Henze, capo della Cia ad Ankara in cui viene invitato a collaborare in cambio della libertà: la Cia avrebbe simulato un reato, “prendendo” qualcuno del Vaticano per scambiarlo con lui (“Mia sorella Emanuela”, pag. 256-257).

 

Marzo 1982
Il responsabile della Vigilanza Vaticana, Camillo Cibin confida in privato al sovrastante dell’Ufficio centrale di vigilanza del Vaticano, Giusto Antoniazzi, preoccupazioni nei riguardi di sua moglie e sua figlia le quali si sentono pedinate quando sono fuori dal Vaticano. Antoniazzi deporrà questa rivelazione ai Carabinieri del Reparto Operativo di Roma nel 1983. Nell’estate del 1982 anche la figlia, Raffaella di 15 anni, di Angelo Gugel, aiutante di camera di Papa Woityla, si accorge di essere seguita tanto che la madre si rivolge alla Vigilanza vaticana. Nell’agosto-settembre 1982 Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, confermerà di aver ricevuto confidenze dall’amica Raffaella circa il sentirsi pedinata da una persona sui 28-30 anni, nazionalità turca, che la fissava sull’autobus.

L’11 e il 24/07/84, un anno dopo la sparizione di Emanuela, Raffaella Gugel metterà a verbale che, dopo l’attentato a Giovanni Paolo II (13/05/81), il padre l’aveva avvertita di un possibile sequestro di una cittadina vaticana in cambio della liberazione dell’attentatore Alì Agca. Effettivamente sia Gugel che Cibin vennero informati di questo pericolo: un uomo dei servizi francesi (Sdece), tramite il marchese Alexander De Marenches, aveva avvertito la segreteria di Stato. Nessuno però informò la famiglia Orlandi, presumibilmente perché venne sottovalutato il ruolo di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, un semplice postino papale (“Mia sorella Emanuela”, pag. 56).

 

13 maggio 1981
Attentato in piazza San Pietro a Giovanni Paolo II da parte del terrorista turco Alì Agca. Per molti il “caso Orlandi” inizia da qui.

1. PRIMA DELLA SPARIZIONE DI EMANUELA ORLANDI (1981-1983)


 
 
 
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Fonti bibliografiche utilizzate
P. Nicotri, “Mistero Vaticano”, Kaos Edizioni 2002
O. Lupacchini, M. Parisi, “Dodici donne un solo assassino”, Koiné 2006
R. Di Giovacchino, Storie di alti prelati e gangster romani, Fazi Editore 2008
P. Nicotri, “Emanuela Orlandi la verità”, Dalai Editore 2011
P. Orlandi, F. Peronaci, “Mia sorella Emanuela”, Edizioni Anordest 2012
 
 
Simone Fossati

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