Cristianesimo, Chiesa cattolica e la schiavitù

Secondo il noto filosofo tedesco, di origini ebraiche, Karl Lowith, «il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell'”uomo universale” e anche “terribile” del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo» (K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi 1949).

E’ vero tutto questo? Attraverso questo articolo cercheremo di mostrare che è stato davvero così, rispondendo anche alle immancabili accuse rivolte alla Chiesa cattolica anche su questo argomento. In passato ci siamo occupati del periodo colonialista nell’articolo intitolato “Chiesa e Colonialismo”, soffermandoci a lungo sul ruolo avuto dalla Chiesa cattolica nei confronti del colonialismo e della schiavitù durante il periodo storico 1400-1800 d.C., concludendo che «i paladini nella difesa dei colonizzati furono quasi esclusivamente uomini di Chiesa, religiosi e veri cristiani». Inoltre, «le turpitudini coloniali furono perpetrate anche da alcuni uomini di Chiesa, che assumeranno sempre (distaccandosi dalla stessa istituzione che avrebbero dovuto rappresentare) atteggiamenti e posizioni opposti ai pronunciamenti solenni dei Pontefici e dei numerosi religiosi che abbiamo elencato».

Con questo articolo, che verrà aggiornato e approfondito nel tempo, desideriamo volgere lo sguardo alla posizione cattolica verso la schiavitù fin dal primo cristianesimo.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. ACCUSE AL CRISTIANESIMO E ALLA CHIESA CATTOLICA SULLA SCHIAVITU’

Partiamo come sempre dalle accuse, le quali in generale sostengono che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo non hanno saputo impedire lo schiavismo e dunque non hanno portato il messaggio evangelico dell’eguaglianza tra gli esseri umani. Versioni più estreme rinfacciano addirittura alla Chiesa di aver teorizzato la diseguaglianza tra le razze, legittimando così l’istituto dello schiavismo.

Esse si concentrano in particolare sul comportamento di Gesù, passano alle parole di San Paolo, dei Padri della Chiesa, a Tommaso d’Aquino, alla schiavitù nel Medioevo, ai Pontefici durante il Colonialismo e infine alle affermazioni di Pio IX.

 
 

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2. SCHIAVITU’ PRIMA DEL CRISTIANESIMO

Osserviamo quale concetto di schiavitù era presente prima del cristianesimo, concentrandoci sulla legge mosaica presente nell’Antico Testamento e sul mondo greco-romano.

ANTICO TESTAMENTO. In diversi casi l’Antico Testamento sembra effettivamente tollerare la pratica della schiavitù umana, per lo meno la presuppone, accettandola socialmente. Tuttavia uno dei maggiori profeti, Isaia, afferma chiaramente: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1).

Occorre comunque ricordare che ai tempi dell’A.T., la schiavitù era differente da quella che abbiamo in mente oggi: essa non era basata sulla razza, sulla nazionalità o sul colore della pelle, ma aveva più a che fare con una condizione sociale. Le persone, ad esempio, si vendevano come schiave quando non riuscivano a pagare i loro debiti o a provvedere alla propria famiglia, alcuni sceglievano effettivamente di essere schiavi in modo che tutti i loro bisogni fossero soddisfatti dal loro padrone. Tuttavia nel popolo ebraico precristiano non c’è mai un concezione dello schiavo come “essere umano inferiore”, anzi vi è anche la condanna esplicita della schiavitù razziale, ad esempio quella sperimentata dagli Ebrei in Egitto, subita proprio per essere ebrei (Esodo 13:14).

In generale, se si vanno a leggere le volte in cui l’A.T. tratta della schiavitù, vengono fornite delle istruzioni su come dovrebbero essere trattati gli schiavi, ma senza bandirne la pratica. Ad esempio si insegna ad offrire loro dei privilegi: «Nessun profano mangerà le offerte sante; né l’ospite di un sacerdote né il salariato potrà mangiare le offerte sante. Ma una persona che il sacerdote avrà comprato con il proprio denaro ne potrà mangiare, e così anche lo schiavo che gli è nato in casa: costoro potranno mangiare il suo cibo» (Lv 22, 10-11). E ancora: «Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli fuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, in mezzo ai tuoi, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio. Non lo opprimerai» (Dt 23,16). Di nuovo un altro esempio: «il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te» (Dt 5, 14). Le stesse promesse rivolte a tutti gli uomini, sono rivolte anche agli schiavi: «Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito» (Gl 2,3)

In Israele, come si è detto, era ammessa la schiavitù, però «quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto […]. Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, darà loro la libertà in compenso dell’occhio. Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, darà loro la libertà in compenso del dente […]. Se il bue colpisce con le corna uno schiavo o una schiava, si darà al suo padrone del denaro, trenta sicli, e il bue sarà lapidato» (Es 21, 1-37). E ancora: «Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo lascerai andare via da te libero. Quando lo lascerai andare via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote. Gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio. Gli darai ciò di cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto» (Dt 15, 12-14).

Pertanto dunque, come si nota l’Antico Testamento ha condannato la schiavitù ma l’ha anche tollerata come struttura sociale ed economica già esistente, volendola tuttavia regolamentare affinché gli schiavi, laddove ce ne fossero stati, venissero trattati in modo umano e amorevole.

 

ANTICA GRECIA. Per gli Antichi Greci si era schiavi per nascita, per marcato acquisto di stato civile o per perdita della libertà. Gli schiavi, non potendo partecipare alla vita della polis, a causa della loro stessa condizione, non erano propriamente uomini, infatti per essa non erano soggetti, ma oggetti di diritti. Il padrone aveva sullo schiavo autorità di sovrano e di giudice e poteva infliggergli punizioni corporali anche gravi (anche un marchio a fuoco sulla fronte in caso di furto o fuga). Come confermato opportunamente dallo storico e sociologo delle religioni Rodney Stark: «lo schiavismo era una caratteristica quasi universale della civiltà»: Roma e la Grecia antica prevedevano un uso estensivo del lavoro degli schiavi, considerati oggetti, beni di proprietà, e come tali, privi di qualsiasi diritto e sottoposti all’arbitrio più totale da parte dei padroni.

Citiamo ad esempio il pensiero di Aristotele, il quale riteneva lo schiavo un “oggetto con l’anima” (“instrumenti genus vocale”), egli confuta coloro che ritenevano la schiavitù ingiusta e cerca di dimostrare che essa è necessaria e addirittura utile agli stessi schiavi (Politica, Libro I, 1253 a/1255 a). In “Politica” afferma: «Il termine “oggetto di proprietà” si usa allo stesso modo che il termine “parte”: la parte non è solo parte d’un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà. Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui […]. Dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato» (“Politica”, I, 1254a 14 ss.). La schiavitù fa parte per Aristotele dello stato perfetto: lo stato si compone di case e la casa perfetta è formata di liberi e di schiavi, la schiavitù è secondo natura (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 28). Alla sua morte, le proprietà personali di Aristotele comprendevano quattordici schiavi.

Per quanto riguarda Platone, egli era contrario al porre in schiavitù i suoi compagni “elleni” (greci), ma nella sua repubblica ideale gli schiavi “barbari” (stranieri) avevano un ruolo essenziale, cioè compivano tutto il lavoro produttivo. Le sue regole sul trattamento degli schiavi erano brutali perché riteneva che la natura crea “persone servili” che non possiedono le capacità mentali per far proprie la virtù o la cultura, adatte solo a servire. Platone arriva alla giustificazione della schiavitù muovendo dalla schiavitù spirituale: come è giusto sottomettere alla parte divina che è nell’uomo il bestiale che è dentro di lui, così è giusto che colui che non riesce a comandare all’animale che è nel suo interno sia schiavo di colui nel quale comanda la parte divina (Rep. ix, 589 d/590 c/d), egli afferma che non è un danno per lo schiavo sottostare al comando, lo schiavo lo è per natura e la schiavitù diventa un fatto etnico e naturale (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 26). Lo stesso Platone possedeva cinque schiavi, come si evince dal suo testamento (R. Schalaifer, Greek Theories of Slavery from Homer to Aristotle, Harvard Studies in Classical Philology, n. 47, 1936, pp- 165-204; D.B. Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, Società Editrice Internazionale 1975, p- 96).

 

ANTICA ROMA. Anche nel mondo romano la schiavitù era ampiamente praticata, soprattutto aumentò col procedere delle conquiste in guerra. Lo stato servile aveva origine dalla nascita o dalla perdita della libertà e il diritto sottoponeva lo schiavo all’illimitato arbitrio del padrone. La situazione era certamente migliore rispetto ai Greci: la schiavitù non era per natura ma per diritto positivo, si potevano liberare gli schiavi a determinate condizioni, c’era un freno sociale verso la crudeltà dei padroni nei loro confronti (orientato verso l’utile che potevano dare e verso il controllo sociale) anche se i padroni avevano diritto di vita e di morte sugli schiavi (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 29-35). Marco Porcio Catone fu l’unico a permettere, tra i suoi servi, rapporti sessuali a pagamento intascandone il prezzo. Ciò non toglie il fatto che gli «schiavi erano tra le personae alieno iure subiectae: e questo, come ricorda Gaio (Dig. I,6,1,1), non solo presso i romani, ma apud omnes peraeque gentes, comportava che i padroni avessero diritto di vita e di morte sugli schiavi presso tutte le genti» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 34,35). Il diritto romano considerava lo schiavo come oggetto di diritto, ma pur essendo astrattamente classificato fra le cose, era pur sempre un homo dotato di intelligenza e di volontà, distinguendosi così dalle cose materiali. Lo storico Tacito descrive però che quando uno schiavo assassinava un padrone, trecento o quattrocento schiavi venivano massacrati (Annali, libro 14,34) e in Italia, all’apogeo dell’impero romano, c’erano due-tre milioni di schiavi (il 35-49% della popolazione)(M. Bloch, “La servitù nella società medievale”, La Nuova Italia 1993, p.3).

 
 

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3. GESU’ E LA SCHIAVITU’

Quei pochi uomini che hanno accusato qualcosa a Gesù Cristo, hanno fatto riferimento alla sua non condanna diretta della schiavitù. In un’occasione spesso ricordata, quella del servo malato del centurione (Lc 7,2) Gesù guarisce il servo senza liberarlo o ammonire il padrone per l’averlo messo in schiavitù. Effettivamente Gesù non ha mai parlato precisamente della condizione morale della schiavitù, ma d’altra parte non si è mai nemmeno soffermato sulla condizione etico-morale delle prostitute o degli uomini che ne usufruivano, né ha mai condannato chi maltrattava gli animali, non ha nemmeno guarito tutti i malati di Gerusalemme ecc. Se si guarda i suoi tre anni di vita pubblica, non ha mai inteso modificare direttamente le istituzioni sociali e nemmeno fondare un codice civile, ma ha mostrato agli uomini se stesso: si è fatto accompagnare da prostitute, ha mangiato assieme a ladri e peccatori, si è avvicinato ai lebbrosi, ha rispettato le donne e i bambini (tutte cose per nulla scontate allora) ecc.

Se si guarda al messaggio di Gesù si intuisce subito la sua attualità ancora oggi, questo perché egli si rivolgeva agli uomini di allora come si sarebbe rivolto a noi. Ha inteso comunicare un messaggio eterno, il senso della vita, non soltanto utile in un contesto temporale circoscritto. Così, non ha mai accennato alla condizione precisa della schiavitù, ma tuttavia ha invitato gli uomini a imitarlo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15; 12-17). Ha inoltre insegnato l’uguaglianza tra gli uomini, tutti fratelli perché figli di Dio, e a considerare l’altro quanto se stessi, perciò, dato che nessuno vorrebbe essere schiavo, non dovrebbe ritenere nessuno uno schiavo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12;31). Gesù inoltre ha valorizzato più volte la condizione umile del servitore, usandola come analogia di sé stesso: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 43-45).

Per lo stesso motivo, non si può condannare Gesù perché non ha parlato mai della guerra e della pace, perché ha dato un insegnamento ben più grande: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra […]. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli […]. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5; 38-47). L’insegnamento di Gesù non è anzitutto la proposta di una società nuova, ma di un uomo nuovo, di una nuova concezione di Dio e dell’umanità, da cui può sorgere una civiltà nuova, non c’è alcuna volontà di prendere il potere con il fine utopico di eliminare il male dalla terra, nessuna similitudine alla rivoluzione francese e comunista. Come ha riconosciuto anche il polemico Mauro Pesce, biblista e storico del cristianesimo, «Gesù non è un fondatore di società come sarà Maometto, non affronta tutti i problemi della società, individua soltanto dei punti su cui fare leva attraverso i quali l’intera società può essere ripensata e, forse, riorganizzata» (M. Pesce, C. Augias, “Inchiesta su Gesù”, Mondadori 2006, p. 22)

E’ evidente dunque che la profondità del suo messaggio andava, e va, ben oltre i limiti temporali in cui venne pronunciato. Tuttavia, prendendolo davvero sul serio, chiunque -dal contadino al politico- può dedurne facilmente anche un insegnamento di comportamento sociale e capire -come accadde infatti- che la schiavitù è incompatibile con il pensiero cristiano. Questo è tanto vero che anche chi non crede in Lui riconosce comunque il valore del suo messaggio, ad esempio Natalia Ginzburg ha scritto: «Il crocifisso rappresenta tutti perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono eguali e fratelli di tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi» (L’Unità, 22/10/1988). Infine, la novità radicale del Nuovo Testamento, come spiegato dalla storica Marta Sordi, è sul piano religioso: «per l’uomo che serve Dio e fa la sua volontà, sia egli libero o schiavo, si apre una prospettiva nuova, al di là di ogni speranza umana: egli non è più servo, ma amico» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp. 49)

 
 

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4. CRISTIANESIMO PRIMITIVO E SCHIAVITU”

Dopo Gesù, la schiavitù non è certo cessata di colpo, non sarebbe nemmeno stato possibile: gran parte del sistema economico romano si basava infatti sulla schiavitù ed inoltre anche dal punto di vista strettamente psicosociale l’eliminazione della schiavitù avrebbe causato una ribellione violenta di quasi tutti quelli che detenevano il potere a Roma. Tuttavia quasi tutti gli storici sono concordi nel sostenere che la divulgazione del messaggio cristiano contribuì notevolmente alla sparizione di tale pratica. L’Enciclopedia Treccani, ad esempio, afferma: «A determinare la decadenza della schiavitù contribuirono le idee morali dello stoicismo e del cristianesimo, diffondendo il concetto che anche lo schiavo è un uomo», anche se «accettarono tuttavia pienamente la schiavitù come istituto sociale e come elemento indispensabile dell’economia del lavoro». Ed è effettivamente stato così, i primi cristiani nonostante predicassero e vivessero l’uguaglianza tra gli uomini imparata da Gesù, non avevano ancora il potere di stravolgere l’ordine sociale vigente e poterono limitarsi solo a raccomandare il buon trattamento degli schiavi. Il Cristianesimo, pur non discutendo subito la struttura della società, pose dentro di essa una società diversa. Spiega Vittorio Messori: «il concetto di “persona” fu il grimaldello evangelico che pian piano scardinò la tranquilla sicurezza del mondo classico che fosse “naturale” la distinzione tra uomini “veri” (i cittadini liberi) e quelli che chiamavano “strumenti parlanti” (gli schiavi)» (Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Come ha spiegato lo storico francese Marc Bloch, «Non era poco l’avere detto allo “strumento provvisorio di voce” (instrumentum vocale) dei vecchi agronomi romani: “Tu sei un uomo” e “Tu sei un cristiano”». Questo principio ispirò anche «la legislazione filantropica» di alcuni imperatori (M. Bloch, “La servitù nella società medievale”, La Nuova Italia 1993, p.19).

 

SAN PAOLO. Leggendo le lettere di San Paolo, si capisce che egli da precedenza alla libertà dal peccato piuttosto che alla libertà fisica. A che vale, infatti, essere uomini liberi, ma schiavi del peccato? Molto meglio essere schiavi, ma liberi dal peccato. Non era suo desiderio modificare la società, non era in suo potere e non aveva la forza per una rivolta. La Chiesa ha sempre voluto appellarsi alle singole menti e i singoli cuori, come spiega lo scrittore Francesco Agnoli: «non si dovrebbe imputare a San Paolo la “colpa” di non essere stato un Marx, uno Lenin, uno Stalin, un Pol Pot, convinto che la società si ricrei con la “lotta di classe”, la “violenza levatrice della storia”, i gulag per chi non comprende e la dittatura di chi ha “ragione”. Gli uomini di Chiesa comprendevano bene che una società in cui una persona su tre è schiava, e senza diritti, non può mutare pelle completamente, in poco tempo, senza contraccolpi sociali devastanti. Instillare negli schiavi un senso di ribellione violenta e urgente avrebbe portato solo fiumi di sangue e forse al peggioramento della loro stessa condizione!» (F. Agnoli, “Inchiesta sul cristianesimo”, Piemme 2010, p.83). Il cristianesimo ha inizialmente accettato la società così com’era, determinando la sua trasformazione attraverso, e solo attraverso, le singole anime.

Per questo spesso San Paolo si rivolge direttamente agli schiavi stessi (già questa una cosa inedita), invitandoli a vivere con dignità la loro condizione, chiedendo di non odiare i loro padroni, di rispettarli, poiché anch’essi figli di Dio e in questo modo, praticando l’insegnamento cristiano, diventare più “liberi” di loro. Lo si capisce bene qui: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6, 5-7). E ancora: «Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; anche se puoi diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore! Allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato» (1Cor 7, 21-22).

Questo continuo rivolgersi agli schiavi è per comunicare il messaggio che anch’essi «sono idonei per conformarsi all’ideale evangelico più puro, ma capaci inoltre di contribuire allo splendore della vita cristiana collettiv. Nessun cristiano è così spregevole che non possa in questa maniera onorare Dio», ha spiegato N. Brox in “Le Lettere Pastorali” (Morcelliana 1970). Paolo mostra loro il concetto cristiano di libertà: gli schiavi chiamati “nel Signore” sono liberti del Signore (1 Co 7, 22), così le distinzioni sociali esterne perdono la loro importanza. E infatti: «Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli invece che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo, perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché quelli che ricevono i loro servizi sono credenti e amati da Dio. Questo devi insegnare e raccomandare» (1Tm 6,1). Il senso di questa affermazione è la richiesta al servo di non ribellarsi al padrone non cristiano perché questi non abbia un cattivo concetto della dottrina cristiana; chi poi ha padroni credenti li serva con più dedizione essendo essi fratelli e cari a Dio.

Si rivolge poi anche ai padroni: «Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1). Paolo sottolinea anche che la fratellanza condivisa dai cristiani è in ultima analisi incompatibile con la schiavitù, lo si capisce nel caso dello schiavo fuggitivo, Onesimo, dove Paolo scrive a Filemone, padrone dello schiavo, di ricevere indietro Onesimo «non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 1,16). Non si occupa di stravolgere la società e non si propone, con coscienza moderna, la revisione critica dei rapporti sociali, ma si rivolge ai singoli uomini, ai padroni e agli schiavi perché ognuno si impegni ad essere un vero cristiano. Mentre la società del suo tempo considerava gli schiavi alla stregua degli oggetti, la sua è una lenta pedagogia perché il cambiamento avvenga all’interno dell’uomo, solo così tutta la società saprà mutare capendo che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio: «Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13). E infine: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 26-28). Come scrive lo storico francese Pierre Bonnassie: «Uno schiavo […] veniva battezzato e possedeva un’anima. Era, quindi, inequivocabilmente, un uomo» (From Slavery to Feudalism in South-Wester Europe, Cambridge University Press 1991, pp. 30). E dunque, prosegue la storica Marta Sordi, «se la libertà e la vera nobiltà era quella sono solo quelle dell’anima, ogni distinzione tra gli uomini è destinata a cadere […]. E’ questa la profonda distinzione tra il pensiero paolino e quello stoico […]. La vera novità, giova ripeterlo, è nel rapporto nuovo che schiavo e padrone hanno con Dio, e che trasforma la comune schiavitù della condizione umana davanti alla Fortuna nel razionale ossequio ad un Dio che libera chi lo serve per amore» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp.51-55)

 

SAN GREGORIO DI NISSA (335-395 d.C.). San Gregorio è uno dei Padrei della Chiesa che denuncia apertamente la schiavitù come contraria alla legge di Dio: «”Ebbi in dominio schiavi e schiave, con molta famiglia”, dice. Vedi l’ostentazione arrogante! Quelle parole sono una ribellione a Dio; noi sappiamo, infatti, dalla Scrittura che tutte le cose servono unicamente a quel potere che è al di sopra di tutto. Pertanto, colui che si arroga ciò che appartiene a Dio, e attribuisce a creature della propria specie il potere di credersi padroni di uomini e di donne, che cosa fa se non insolentire contro la natura, considerandosi creatura diversa da quelle che gli sono soggette? “Ebbi in dominio schiavi e schiave”. Così tu condanni alla schiavitù l’uomo che è dotato di natura libera e indipendente, e fai una legge contraria a Dio, perché sconvolgi la legge di natura che procede da lui. Perché tu sottoponi al giogo della schiavitù chi è stato plasmato dal suo creatore per signoreggiare la terra e per esercitare il comando; in questo modo tu resisti e contraddici all’ordinamento divino […].

Prosegue San Gregorio: “Ebbi in dominio schiavi e schiave!”. Ma dimmi, ti prego, a quale prezzo li hai comprati? Dove hai potuto trovare nelle cose un valore corrispondente al prezzo dell’umana natura? Quanto hai speso per l’acquisto di una creatura che è immagine di Dio? Con quali bilance hai pesato una natura che fu creata da Dio? Poiché Dio disse: “facciamo l’uomo ad immagine e similitudine nostra”. L’uomo che è fatto a somiglianza di Dio e che ha ricevuta da Dio il dominio su tutta la terra e su tutte le cose che sono sopra la terra, chi è che lo vende, e chi è che lo compra? Soltanto Dio potrebbe fare questo, anzi, sarei per dire, non lo potrebbe neppure Dio, perché “Dio non si pente dei suoi doni”. Dio dunque non ridurrebbe mai in schiavitù la natura umana, egli che, spontaneamente, quando eravamo già caduti in schiavitù, ci rivendicò alla libertà. E se Dio non riduce in schiavitù chi è libero, chi sarà mai che pretende un potere superiore a quello di Dio? [ …]»

Continua San Gregorio: «Ti inganni, se credi che un libello e una convenzione scritta ti facciano padrone di una creatura che è immagine di Dio. O stoltezza! Se il contratto perirà, se lo scritto sarà corroso dai tarli o cancellato dall’umidità, donde trarrai le prove del tuo dominio? Da quanto è sotto la natura umana non vedo aggiungersi a te altro che il nome di padrone. Infatti, il tuo potere che cosa ha aggiunto alla tua persona? Non il potere sul tempo, né alcun altro privilegio. Tu e lo schiavo siete nati ugualmente da una natura umana, vivete allo stesso modo, siete dominati dalle stesse passioni dell’anima e del corpo, come la mestizia e l’allegrezza, la gioia e la tristezza, il piacere e il dolore, l’ira e lo sdegno, l’infermità e la morte. In tutte queste cose c’è forse qualche differenza fra schiavo e padrone? Non traggono essi il respiro alla stessa maniera? Non guardano il sole ad un modo? Non si conservano parimenti in vita alla condizione di nutrirsi? Non è simile in entrambi la struttura dei visceri? Dopo la morte, non diventano cenere entrambi? Non è ad essi comune il giudizio, il premio, la pena? E poiché sei in tutto simile agli altri uomini, dove poggi, di grazia, la tua superiorità, ti che, essendo uomo, presumi di avere dominio sull’uomo?» (Gregorio di Nissa, In Eccl. homil IV, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 351-352).. Gregorio di Nissa «non soltanto riteneva che, dinnanzi a Dio, gli schaivi fossero uguali agli uomini liberi, ma considerava il possesso di schiavi un peccato, e un peccato molto grave» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.177)

 

SANT’AMBROGIO (340-397 d.C.). Un altro Padre della Chiesa, prendendo atto del diffuso uso della schiavitù, ne svuota il contenuto suggerendo ai credenti di realizzare il riscatto: «Non ci dirà forse il Signore: “Perché hai permesso che tanti poveri morissero di fame? Certamente tu avevi dell’oro, dovevi quindi procurare gli alimenti. Perché tanti schiavi furono messi in vendita e, non riscattati, furono uccisi dal nemico? Sarebbe stato meglio per te conservare corpi di creature viventi piuttosto che vasi di metallo”. A questi argomenti non si può dare risposta. Che cosa potresti infatti obiettare? […]. Come è bello quando da parte della Chiesa si liberano moltitudini di schiavi e quando si può dire: “questi li ha redenti Cristo!”. Ecco l’oro che può essere oggetto di onore, ecco l’oro di Cristo che libera dalla morte, ecco l’oro che redime il pudore e conserva la castità! Io dunque preferirei consegnarvi degli uomini liberi piuttosto che consegnarvi l’oro» (Ambrogio, De officiis ministrorum II, 8, pp. 136-142, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 425-27).

 

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (344-407 d.C.). San Giovanni Crisostomo assume una posizione del tutto rivoluzionaria, negando la base economica della schiavitù e esortando i padroni a insegnare agli schiavi un mestiere, per renderli così economicamente autosufficiente e poi renderli liberi: «Perché (i ricchi) hanno molti servi? Come bisogna guardare soltanto al bisogno per quanto si riferisce al vestire e al mangiare, così bisogna comportarsi anche per quanto concerne i servi. Quale bisogno ne abbiamo? Nessuno! Un solo padrone non dovrebbe avere più di un servo: o meglio, due o anche tre padroni, dovrebbero avere un solo servo. Se questo ti sembra pesante, guarda a coloro che non ne hanno alcuno, e tuttavia fruiscono di un servizio più facile e più spedito. Poiché Dio ci fece in modo che ciascuno bastasse a curare sé stesso, anzi, a prendersi cura anche del prossimo. Se tu non credi, ascolta le parole di Paolo: “Alle mie necessità e a quelle di coloro che sono con me hanno provveduto queste mie mani”. Egli, che fu maestro di tutte le genti e fu degno dei cieli, non arrossiva di provvedere a innumerevoli servizi; ma tu stimi indecoroso, se non ti muovi circondato da una turba di schiavi, e non pensi che proprio questo, massimamente, ti disonora. Dio ci ha dato mani e piedi affinché non avessimo bisogno di servi. E non è certo il bisogno che introdusse nel mondo gli schiavi, altrimenti insieme con Adamo sarebbe stato creato anche uno schiavo. La schiavitù è la pena del peccato e il presso della disobbedienza, ma la venuta di Cristo ha sciolto anche questo. Infatti in Cristo “non c’è né schiavo né libero”».

Prosegue San Giovanni: «Perciò non è necessario avere uno schiavo: e, se fosse necessario, ne basterebbe uno solo, al massimo due. Che cosa vogliono significare questi sciami di servi? Giacché i ricchi procedono alle terme e nel foro a guisa di mercanti di pecore o di commercianti di schiavi. Ma io non intendo imbastire una discussione minuta. Tienti, se vuoi, anche un secondo servo. Se però ne aduni un gran numero, non venirmi a dire che tu fai questo per motivi di filantropia: tu lo fai per servire ai tuoi piaceri. Se tu agisci davvero per prenderti cura di loro, non occuparli al tuo servizio, ma, dopo averli comprati ed avere insegnato loro un mestiere, affinché possano bastare a se stessi, affrancali. Quando tu li fai battere con la verga, quando li fai mettere in carcere, non è certo un’opera di pietà la tua. So bene che io sono molesto ai miei uditori, ma che debbo fare? Questo è il compito che mi è stato affidato, e non cesserò di parlare, sia che le mie parole ottengano un qualche risultato, sia che non lo ottengano» (G. Crisostomo, Epist. I ad Cor. 40, 5 citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, 514-515).

 

SANT’AGOSTINO (354-430 d.C.). Nella Lettera 10, promemoria di Agostino al Santo Fratello Alipio, egli si oppone fermamente alla schiavitù e alla tratta degli schiavi: «Le autorità o i funzionari pubblici, con l’impegno dei quali potrebbe essere fatta osservare questa legge o qualunque altra promulgata su quest’argomento, hanno il dovere di provvedere che l’Africa non venga più oltre svuotata dei suoi abitanti indigeni e che una sì gran folla di gente d’ambo i sessi, trascinata via a truppe e a frotte come da un fiume che scorre senza tregua, non perda la propria libertà personale peggio che divenendo prigioniera dei barbari. In effetti dalla schiavitù, in cui sono tenuti dai barbari, viene riscattato un gran numero di prigionieri, mentre quelli che sono deportati nelle province d’oltremare non trovano nemmeno l’aiuto per venir riscattati; eppure si resiste ai barbari quando una spedizione militare romana è condotta valorosamente e con successo affinché i romani non restino prigionieri dei barbari. Chi mai, al contrario, resiste a codesti mercanti non di animali quali che siano ma di uomini, non di barbari di qualunque specie ma di cittadini romani delle province? A cotesti mercanti, sparsi dappertutto affinché nelle mani di coloro, che promettono ricompense in danaro, siano condotte, in ogni dove e da ogni dove, persone rapite con la forza o ingannate con tranelli, chi mai resiste in nome della libertà romana, non dico della libertà comune, ma della stessa libertà personale?».

E ancora: «Tocca ora alla tua santa Prudenza pensare a qual punto imperversi siffatta deportazione di sventurati lungo il restante litorale [dell’Africa], se così ardente l’avidità, così mostruosa è l’audacia dei Galati qui a Ippona ove, per la misericordia di Dio, sta in guardia, per quel poco che vale, la vigilanza della Chiesa, grazie alla quale vengono liberati degli sventurati da tale schiavitù e i mercanti di simili merci vengono puniti assai meno gravemente – è vero – che non dalla severità della suddetta legge, ma tuttavia vengono colpiti con la perdita dei soldi sborsati per acquistarli. In nome della carità cristiana ti supplico di far sì che io non abbia scritto invano alla Carità tua. I Galati infatti hanno i loro patroni, per mezzo dei quali reclamano come loro proprietà coloro che il Signore ha liberato per opera della Chiesa anche quando sono stati già restituiti ai loro familiari, che li ricercavano e a questo scopo erano venuti da noi con lettere dei loro vescovi. Al momento in cui dettiamo queste righe quei tali hanno cominciato a molestare alcuni fedeli, nostri figli, presso i quali erano rimasti alcuni di essi, dato che la Chiesa non è in grado di sostentare tutti coloro ch’essa libera; e sebbene sia giunta una lettera di un’autorità, di cui essi avrebbero potuto aver paura, non hanno cessato per nulla di reclamare». Sempre Agostino, nel suo “De Civitate Dei” spiega che i padroni, in verità, «sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano. Lo prescrive l’ordine naturale perché in questa forma ha Dio ha creato l’uomo: l’essere ragionevole, creato a Sua immagine, fosse il padrone soltanto degli esseri irragionevoli, non l’uomo dell’uomo, ma l’uomo del bestiame» (libro 19, parr. 14-15). Jean Andreau, storica francese e direttrice dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS ) e Raymond Descat, scrivono: «La cura manifestata dal vescovo Agostino nel lottare contro simili abusi (la riduzione in schiavitù dei bambini rapiti, N.d.A.) che lo scandalizzano e nel far rispettare la legalità, è molto rappresentativa dell’intervento attivo della gerarchia ecclesiastica in tale ambito. Occorre tenerne conto quando ci si interroga sugli atteggiamenti della Chiesa di fronte alla schiavitù» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.216)

 

SANTA BATILDE (626-670 d.C.). Nel VII secolo la Chiesa addirittura proclamò santa la schiava britannica Batilde, divenuta sposa e poi vedova di Clodoveo II, re dei Franchi, la quale sfruttò la sua posizione per organizzare una campagna che ponesse fine alla tratta degli schiavi e per riscattare coloro che si trovavano in schiavitù.

 

PONTEFICI CRESCIUTI COME SCHIAVI. Secondo Tacito, «gli schiavi non avevano religione, o avevano solo religioni straniere» (Annali, XIV), certamente erano esclusi dalle funzioni religiose perché le avrebbero contaminate (Cicerone, “Ottavio”, XXIV). Al contrario il cristianesimo ha da subito predicato l’assoluta uguaglianza religiosa, una radicale novità. La Chiesa non guardò mai alla condizione sociale dei fedeli, offrendo a tutti gli stessi sacramenti. Numerosi chierici ebbero un’origine servile e la stessa Cattedra di San Pietro è stata occupata da uomini che erano stati schiavi, come Pio I (100-150 d.C.) e Papa Callisto I (180-222 d.C.).

 

TOMBE DEGLI SCHIAVI CRISTIANI. Interessante notare anche che nei cimiteri cristiani non vi era alcuna differenza tra le tombe degli schiavi e quelli dei liberi, al contrario dei sepolcri pagani in cui era sempre sottolineata la condizione servile con un’iscrizione (le tombe erano isolate). Addirittura sono state trovate tombe di schiavi onorati con un sepolcro più pretenzioso di altri fedeli liberi, come quello di Ampliatus nel cimitero di Domitilla (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1881, pp. 57-54, and pl. III, IV). Ciò è particolarmente vero nel caso di schiavi martiri: ad esempio, le ceneri di due schiavi, Protus e Hyacinthus, bruciati vivi durante la persecuzione di Valeriano, sono state avvolte da un sudario di tessuto oro (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1894, pag 28).

 

IMPERATORI CRISTIANI. Sotto gli imperatori cristiani la condanna al maltrattamento degli schiavi divenne ogni giorno più marcata. Occorre comunque dire che il diritto civile in schiavitù rimase indietro rispetto alle esigenze del cristianesimo («Le leggi di Cesare sono una cosa, le leggi di Cristo un’altra», scrive S. Girolamo in “Ep. lxxvii”), tuttavia si nota un forte progresso in questo senso. L’eliminazione improvvisa della schiavitù, come detto sopra, non era possibile poiché gran parte del sistema economico romano si basava sulla schiavitù e la sua condanna avrebbe causato seri problemi di ordine sociale per qualsiasi imperatore.

L’imperatore Costantino cercò di raggiungere due obiettivi molto importanti: favorire la liberazione del maggior numero di schiavi possibile da parte dei padroni tramite quello che viene definito “favor libertatis” e migliorare la condizione esistenziale degli schiavi che non ottenevano la libertà. Diede molto risalto nella sua attività legislativa alla cosiddetta “libertà per ricompensa” che prevedeva la liberazione dello schiavo che denunciava all’autorità pubblica delitti quali la coniazione di monete false oppure gli omicidi, i rapimenti, diede grande impulso ai processi di affrancamento per motivi religiosi emanando una legge che imponeva ai padroni ebrei di vendere gli schiavi cristiani alla Chiesa. Infine, Costantino stabilì in sedici anni (a differenza dei venti previsti da Diocleziano) il periodo necessario all’acquisto della libertà da parte dello schiavo. Per quanto riguarda i provvedimenti adottati da Costantino per migliorare la condizione servile ed eliminare abitudini molto crudeli, egli abolì la loro crocifissione, ribadì il divieto di castrazione imponendo altrimenti la confisca dello schiavo, eliminò il marchio a fuoco impresso sulla fronte degli schiavi condannati a combattere nelle arene come gladiatori o ai lavori forzati nelle miniere. Inoltre, impedì che le famiglie costituite da schiavi venissero separate riconoscendo il valore morale, materiale e religioso di tali famiglie come voleva la Chiesa cattolica. Infine Costantino in una costituzione del 326 invitò i padroni a non vendere i propri schiavi. A tale riguardo Costantino scrisse: «Tolerabilius est servos mori suis dominis quam servire extraneis».

Sotto il regno di Giustiniano la legislazione imperiale cristiana raggiunse il suo più alto livello programmatico in quanto l’imperatore affermò più volte che la schiavitù era contraria al diritto naturale. Egli si rese conto che non potendo abolire la schiavitù per ragioni di vario tipo, era necessario limitare il numero degli schiavi e rendere sempre più umana la loro condizione esistenziale applicando i principi etici del cristianesimo. Riconosceva che la dottrina cristiana era incompatibile con l’esistenza della schiavitù, ma d’altra parte si rendeva conto che i tempi non erano ancora maturi per abolirla come il diritto naturale richiedeva. Tuttavia M. Melluso, in La schiavitù nell’età giustinianea, spiega che «Giustiniano cerca sicuramente di dare una dimensione più “umana” alla schiavitù, continuando nell’opera di erosione dell’istituto quale si era radicato nella società di epoca classica» (pag. 296).

 

TOMMASO D’AQUINO. San Tommaso d’Aquino ha dedotto che la schiavitù era un peccato, e nella sua analisi complessiva della morale nei rapporti umani, la schiavitù è stata da lui messa in opposizione al diritto naturale, deducendo che tutte le “creature razionali” hanno diritto alla giustizia. Non ha trovato alcuna base naturale per la riduzione in schiavitù di una persona piuttosto che un’altra, rimuovendo ogni possibile giustificazione per la schiavitù in base alla razza o religione. D’Aquino ha distinto anche due forme di “sudditanza” o autorità, giuste e ingiuste. La prima si verifica quando il padrone produce un vantaggio e beneficio ai suoi sudditi. La forma ingiusta di soggezione, invece, è quella della schiavitù, in cui il sovrano gestisce il soggetto per il suo vantaggio. Per chi volesse ulteriormente approfondire il pensiero di Tommaso in questo senso, invitiamo la lettura dello studio del filosofo Hector Zagal.

 

Diffondendosi via via, il Cristianesimo poté cominciare, attraverso i suoi valori morali, ad attenuare le dure leggi e le abitudini severe del mondo romano per migliorare le condizioni degli schiavi. Ad esempio, in seguito alle invasioni barbariche, documenti dal quinto al settimo secolo sono pieni di casi di prigionieri delle città conquistate e destinati al la schiavitù, che la Chiesa ha redento e rimandato a migliaia nei rispettivi Paesi (E. Lesne, Hist de la propriété ecclésiastique en France, 1910, pp 357-69). Tutto questo senza “colpi di stato” o manifestazioni di piazza, ma dimostrando quanto fosse più umano imitare l’esempio del comportamento di Gesù Cristo. Lo ha spiegato il celebre filosofo Cornelio Fabro: «La Chiesa si adoperò in tutti i tempi per emancipare coloro che per diritto di guerra o per altri motivi erano divenuti schiavi. Non meno efficace fu l’influsso della morale e della spiritualità cristiana sulla cause prossime della schiavitù […]. Il movimento di liberazione continuò in tutto il Medioevo e si estese alle genti barbariche del Nord che accettavano l’influsso della Chiesa e del diritto romano fino a far scomparire in pratica la schiavitù antica e a concepire nuove forme di dipendenza più consone alla crescente consapevolezze della dignità dell’uomo» (C. Fabro, “Studi cattolici”, n.66, settembre 1966).

 
 

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5. MEDIOEVO E SCHIAVITU’

L’opera della Chiesa fu quella di traformare gradualmente lo schiavo in servo, e, quando possibile, in uomo completamente libero. Infatti, durante il Medioevo nell’Europa cristiana la schiavitù cessò gradualmente di essere praticata (ricomparve solo nel 1600): «E’ nel corso dell’alto medioevo», hanno scritto gli storici francesi J. Andreau e R. Descat, «che si sono prodotti i cambiamenti più importanti e che si è definitivamente usciti, in Europa occidentale, dalla società schiavista» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.222)

Diversi Concili della Chiesa cattolica chiesero di migliorare notevolmente le condizioni di benessere degli schiavi, proseguendo il lento lavoro di erosione di questo istituto: ad esempio invocarono la protezione del maltrattato schiavo che si è rifugiato in una chiesa o a cui sia stata data la libertà in chiesa (Concilio di Orange canone 7, Orléans 511 d.C., 538 d.C., 549 d.C. e Concilio di Epone, 517 d.C.); penitenze per il padrone che abbia battuto lo schiavo/a provocandogli/le un danno (Concilio di Elvira, 305 d.C.) la validità del matrimonio contratto con piena conoscenza tra le persone libere e gli schiavi (Concilio di Verberie, 752 d.C. e di Compiègne, 759 d.C.); il riposo per gli schiavi nella domenica e nei festivi giorni (Concilio di Auxerre, 578 d.C., di Ruen, 650 d.C.; del Wessex, 691 d.C., di Berghamsted, 697 d.C.), il divieto per gli ebrei di possedere schiavi cristiani (Concilio di Orléans, 541 d.C., di Mâcon, 581 d.C., di Clichy, 625 d.C., di Toledo, 589 d.C., 633 d.C., 656 d.C.), la soppressione del traffico di schiavi (Concilio di Chalon-sur-Saône, tra 644 e 650 d.C.), il divieto di riduzione di un uomo libero in schiavitù (Concilio di Clichy, 625 d.C.) e scomunica di chi attenta alla libertà delle persone (Concilio Lugdunense, 566 d.C.), vendita di vasi sacri e di beni della Chiesa per la redenzione e il riscatto di alcuni schiavi (Concilio Agatense, 506 d.C. e concilio Matisconense, 585 d.C.).

Come ha spiegato anche Harold J. Barman, professore alla Harvard Law School, «sotto l’influenza del cristianesimo, a anche in virtù delle idee stoica e neoplatonica recepite dalla filosofia cristiana […], nel diritto relativo agli schiavi fu dato loro il potere di ricorrere a un magistrato in caso di abuso dei poteri da parte del padrone e addirittura, in alcuni casi, di rivendicare il diritto di libertà se il padrone si comportasse crudelmente, moltiplicando le forme di manomissione degli schiavi e permettendo loro di acquisire diritti alla parentela con uomini liberi» (H.J. Barman, “Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale”, Il Mulino 2006, p.179). Della medesima opinione anche Guido Clemente, titolare di cattedra di storia romana all’Università di Firenze: «Fu dunque assai importante la pratica e l’incidenza di alcuni movimenti culturali, come stoicismo e cristianesimo, per introdurre mitigazioni in aspetti particolari del trattamento degli schiavi […], la pratica dell’affrancamento fu favorita dall’ampliamento delle procedure consentite (ad esempio l’affrancamento davanti al vescovo), ma rimasero gli obblighi verso il padrone anche se i vincoli giuridici certamente si attenutarono» (G. Clemente, “Guida alla storia romana”, Mondadori 2008, pp. 362-363). Almeno inizialmente, spiegano Jean Andreau e Raymond Descat, «la Chiesa non ha sconvolto ogni cosa, ma ha attenuato alcuni degli aspetti più negativi della schiavitù, ha combattuto gli abusi più palesi. Si è interessata particolarmente al riscatto dei prigionieri e si è opposta alla riduzione in schiavitù, con l’inganno o con la forza, di uomini e donne liberi» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.149)

Lentamente la schiavitù si trasformò nella cosiddetta “servitù della gleba” (cioè “della terra”): i servi non erano più beni; avevano dei diritti e un sostanziale grado di discrezionalità. Sposavano chi volevano e le loro famiglie non erano soggette a vendita o dispersione. Pagavano degli affitti che permettevano loro di poter controllare tempi e ritmi del lavoro. I loro obblighi erano limitati e più simili al lavoro dipendente che alla schiavitù. Il padrone, chiamato “feudatario” non aveva potestà sulla vita del contadino, ma poteva solo comandarlo durante il lavoro nei campi come servo della gleba. Egli aveva un terreno proprio, una proprietà privata e possibilità di spostarsi, anche per sottrarsi ai doveri rurali. La Chiesa non condannò la servitù della gleba, ma contribuì in modo determinante a umanizzarla: da istituto che garantiva al padrone diritto di vita e di morte, essa divenne un contratto che garantiva al servo una serie di sicurezze (al punto che, nell’Alto Medioevo, erano frequentissime le richieste di divenire servo). Questa forma di servitù poteva essere anche volontaria nel senso che le persone potevano “vendere” il loro lavoro per un periodo di tempo (servitù a contratto). Anche i monasteri e le abbazie usufruirono spesso di questi servizi dei servi della gleba, spesso rappresentando una vera garanzia di sopravvivenza per i contadini in quanto assicurò loro un minimo di sicurezza. Come ha spiegato la specialista francese Régine Pernoud, curatrice del Musée des Archives nationales: «il servo medievale è una persona, trattata come tale; il suo padrone non ha su di lui il diritto di vita e di morte che gli riconosceva il diritto romano. D’altronde molto più che una categoria giuridica precisa, la servitù è una condizione, legata a un modo di vita essenzialmente rurale e terriero; ubbidisce a imperativi agricoli, e prima di tutto alla necessaria stabilità che implica e abbisogna la coltivazione d’una terra. Nella società che i secoli VI-VII vedono nascere, la vita va organizzandosi intorno al suolo che nutre e il servo è colui da cui si esige la stabilità: è tenuto ad abitare nel feudo e a coltivarlo, perché se è vero che gli è vietato di lasciare que­sta terra, però egli sa che ne riceverà anche la sua parte di messe. In altri termini, il signore del fondo non lo può espellere, non più di quanto il servo possa “svignarsela”. È questo vincolo intimo dell’uomo con la terra di cui vive, che costituisce il servaggio, perché, per il resto, il servo della gleba ha tutti i diritti dell’uomo libero: può sposare, fondare una famiglia, e la sua terra, dopo la sua morte, passerà ai figli, come pure tutti i beni che egli avrà potuto acquistare. Il signore, notiamo bene, per quanto su una scala del tutto diversa, evidentemente, ha tuttavia gli stessi obblighi del servo, infatti non può né vendere, né alienare, né disertare la sua terra. La situazione del servo, come vediamo, è radicalmen­tente diversa, e senza comune misura con quella dello schiavo» (R. Pernoud, “Medioevo, un secolare pregiudizio”, Bompiani 2001, pp. 88-90).

Nell’Europa medievale, comunque, la schiavitù comunemente intesa finì «solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì a proibire la schiavitù per i cristiani (e gli ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, quella proibizione divenne effettivamente un’abolizione universale» (R. Stark, La Vittoria della Ragione, Lindau 2008, pag. 57). Già nell’anno 1102 il Concilio cattolico di Londra vietò severamente il traffico di schiavi definendolo “nefarium negotium” cioè un traffico infame (cfr. La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67). L’abolizione della schiavitù nell’Europa cristiana, inoltre, comportò anche un conseguente progresso industriale, dato che gli uomini furono costretti a procurarsi energia tramite le macchine. Questo non accadde nelle civiltà orientali e islamiche, dove tra il 650 d.C. ed il 1905 si ridussero in schiavitù circa 18 milioni di abitanti dell’Africa, di cui 5 milioni nel periodo tra il 1500 e il 1900. In India le leggi sanscrite di Manu trattano della schiavitù nel I secolo a.C, nel 1841 c’erano in India 8 o 9 milioni di schiavi, mentre nel Malabar la percentuale di schiavi raggiungeva il 15 % della popolazione.

Un autore non cattolico e al di sopra di ogni sospetto, Léon Poliakov, storico ebreo dell’antisemitismo e del genocidio ebraico, nel suo volume Il mito ariano, scrive: «La tradizione giudaico-cristiana era “antirazzista” e antinazionalista e senza dubbio le stratificazioni, le barriere sociali del Medio Evo […] favorirono l’azione esercitata dalla Chiesa nel senso del suo ideale: tutti gli uomini erano uguali davanti a Dio […]. Per questo l’antropologia della Chiesa ha sempre giocato un ruolo di un freno estremo alle teorie razziste» (Poliakov, Il mito ariano, Editori Riuniti 1999, pp. 370-371).

 
 

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6. CHIESA E COLONIALISMO

Finché la fede fu un fattore incidente nella vita pubblica la Chiesa poté avere voce in capitolo e incidere in senso umanizzante sulla legislazione e i comportamenti dell’umanità europea; man mano che tale incidenza diminuiva, dal tardo Medioevo e progressivamente attraverso il Rinascimento, la Riforma protestante e infine l’Illuminismo, la società si regolò su principi sempre più neopagani e naturalistici. Proprio in questo periodo, infatti, riemerse drammaticamente il problema della schiavitù sopratutto legata alle conquiste coloniali. I Paesi protestanti, contrariamente a quanto si pensa, furono i maggiori organizzatori della tratta degli schiavi.

La società ricominciò dunque a praticare lo schiavismo appena si allentò il legame dei popoli con la religione cattolica, tanto che il sociologo e storico Rodney Stark afferma: «lo spirito dei tempi era -con l’eccezione della Chiesa cattolica- favorevole alla tratta degli schiavi» (R. Stark, For the Glory of God, Princeton University Press 2003, pag. 359). Vittorio Messori spiega invece: «D’altro canto il razzismo biologico -sconosciuto e incomprensibile nella tradizione cristiana- riappare puntualmente proprio quando l’Occidente rifiuta il vangelo e passa a nuovi culti, come quello della Scienza. E, con il razzismo, nella cultura post-cristiana ritorna pure la schiavitù: mi è sempre sembrato significativo che Voltaire abbia investito buona parte dei suoi lauti redditi come intellettuale di corte proprio in una società di navigazione negriera, che assicurava cioè il trasporto degli schiavi africani verso l’America» (Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Lo ha confermato lo storico del razzismo Léon Poliakov, spiegando che «Voltaire non esitò a diventare azionista di un’impresa di Nantes per la tratta dei negri, investimento eminentemente remunerativo» (L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, La Nuova Italia 1976, vol III, pag. 122). Lo stesso ha fatto la celebre storica francese Régine Pernoud, specialista del Medioevo e curatrice del Musée des Archives nationales: «In Francia è una donna, la regina cattolica Batilde, a chiudere l’ultimo mercato di schiavi nel 650. Il superamento della schiavitù è un fatto dì importanza capitale, che non viene sottolineato adeguatamente da nessun libro di testo scolastico. Forse perché qualcuno potrebbe trovarsi in imbarazzo se gli si chiedesse di spiegare perché l”’oscuro” Medioevo ha abolito la schiavitù e il 1500 l’ha introdotta di nuovo […] ed essa assume il massimo spessore sociale e politico nel 1700, cioè proprio nel secolo dei lumi!» (R. Pernoud, intervista a cura di Massimo Introvigne, “Il Medioevo: l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali”, Cristianità, Anno XIII, n. 117, dicembre 1984, p. 11).

Avendo già approfondito il rapporto tra cattolicesimo e schiavitù in questo periodo storico, rinviamo al dossier già pubblicato, in cui citiamo i Pontefici e le direttive della Chiesa contro la schiavitù e in difesa dei popoli conquistati. Particolarmente significativa a questo proposito la nota battaglia di Mbororè svoltasi nell’attuale Brasile, dove i Gesuiti collaborarono con i Nativi per respingere i colonialisti europei.

 
 

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7. PIO XI E LA SCHIAVITU’

Molti aggressori anticlericali citano frequentemente il documento “Instructio 1293” (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720) di papa Pio IX, scritto nel 1866, in cui verrebbe incoraggiato l’istituto della schiavitù. Viene citato questo passaggio in particolare: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato».

Il testo è volutamente estrapolato e tradotto male dal latino, questo il testo originale: «La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento…Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato. Il venditore dovrebbe chiaramente esaminare se il servo messo in vendita sia stato giustamente o ingiustamente privato della sua libertà e che il compratore non possa fare nulla che potrebbe danneggiare la vita, la virtù o la fede cattolica del servo» (Instructio 1293).

Il termine “servitù”, dopo l’esperienza della servitù della gleba nel Medioevo, indicava ovviamente coloro i quali si trovano in servitù penale (come ad esempio carcerati che sono costretti al lavoro) o quelli in servitù volontaria, contrattata (chi liberamente per motivi economici mette a disposizione di qualcuno la sua libertà). Anche nella Summa Theologica, San Tommaso utilizza il termine servus indicando il “servo della gleba” e non lo schiavo. Lo stesso fece Francesco Petrarca, utilizzando il termine italiano servitude (chiaramente proveniente dal latino servitudo) in un contesto che non riguardava la schiavitù ma i servigi, anche di natura artistica, resi ad un signore (in questo caso la sua dipendenza dal cardinale Colonna). Il testo dell’istruzione di Pio IX è datato nel secolo XIX , non può quindi trattarsi di un latino classico ma di un latino che ha ereditato i significati che ha acquisito in età medioevale e moderna.

Il predecessore di Pio IX, Gregorio XVI, si occupò invece proprio della schiavitù nella bolla In Supremo (1839), scrivendo: «Elevati al supremo fastigio dell’Apostolato, ed esercitando senza alcun Nostro merito le veci di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che per la sua eccelsa carità si è fatto uomo e si è degnato di morire per la redenzione del mondo, abbiamo ritenuto essere compito della Nostra pastorale sollecitudine adoperarci per distogliere completamente i fedeli dall’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano […]. Col trascorrere del tempo, essendosi dissipata più ampiamente la caligine delle superstizioni barbariche ed essendosi mitigati i costumi anche dei popoli più selvaggi sotto l’influsso della carità cristiana, si arrivò al punto che da diversi secoli non ci sono più schiavi presso moltissimi popoli cristiani. Ma poi, e lo diciamo con immenso dolore, sono sorti, nello stesso ambiente dei fedeli cristiani, alcuni che, accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri […]. Noi, ritenendo indegne del nome cristiano queste atrocità, le condanniamo con la Nostra Apostolica autorità: proibiamo e vietiamo con la stessa autorità a qualsiasi ecclesiastico o laico di difendere come lecita la tratta dei Negri, per qualsiasi scopo o pretesto camuffato, e di presumere d’insegnare altrimenti in qualsiasi modo, pubblicamente o privatamente, contro ciò che con questa Nostra lettera apostolica abbiamo dichiarato».

Il successore di Pio IX, Leone XIII condannò a sua volta «il giogo della schiavitù», spiegando che «i Brasiliani intendono eliminare ed estirpare completamente la vergogna della schiavitù. Tale volontà popolare fu assecondata con lodevole impegno sia dall’Imperatore, sia dall’augusta sua figlia, nonché da coloro che governano lo Stato, con salde leggi promulgate e sancite a tal fine. Quanta consolazione Ci arrecasse tale evento, fu da Noi esternato nello scorso gennaio all’ambasciatore imperiale presso di Noi: aggiungemmo inoltre che avremmo Noi stessi indirizzato una lettera ai Vescovi del Brasile in favore degli infelici schiavi […]. Ora, fra tante miserie, è da deplorare duramente la schiavitù a cui da molti secoli è sottoposta una parte non esigua della famiglia umana, riversa nello squallore e nella lordura, contrariamente a quanto in principio era stato stabilito da Dio e dalla Natura».

Nonostante questo, durante la sentenza del caso Dred-Scott nel 1857, la Corte Suprema americana stabilì che «i neri, a norma delle leggi civili, non sono persone» (A. Socci, La Guerra contro Gesù, Rizzoli 2011, pag. 56).

 
 

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8. CONCLUSIONE

Andiamo dunque a riprendere la citazione da cui siamo partiti: «il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell'”uomo universale” e anche “terribile” del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo» (K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi 1949).

Alla fine del nostro percorso (che rimane continuamente in aggiornamento) riteniamo dunque di aver dimostrato che il filosofo ebreo Lowith non si è sbagliato. Sopratutto riteniamo di aver risposto alle poco consistenti accuse, mostrando che il pensiero cristiano promosso dalla piccola Chiesa primitiva e da quella medioevale, ha contribuito enormemente alla sparizione della schiavitù. Lo ha fatto senza rivoluzioni, senza propaganda ma con una lenta pedagogia, facendo penetrare negli uomini il giudizio nuovo sulla realtà portato da Cristo e attendendo che esso maturasse.

Certamente molti cristiani, sacerdoti, vescovi (e anche un paio di pontefici: nel 1488 Papa Innocenzo VIII ha accettato un dono di un centinaio di schiavi mori dal re Ferdinando d’Aragona, lo stesso Pontefice aveva anche violato la castità essendo padre di otto figli maschi e altrettante figlie) hanno disatteso il messaggio cristiano e avuto un parere positivo sulla schiavitù. Tuttavia, come ha scritto il cardinal Ratzinger: «Tutti i peccati dei cristiani nella storia non derivano dalla loro fede nel Cielo, ma dal fatto che non credono abbastanza nel Cielo».

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