Cristianesimo e schiavitù: l’abolizione iniziò nel Medioevo

Quando venne davvero abolita la schiavitù? In che rapporti il primo cristianesimo si pose nei confronti degli schiavi? Vi fu un’evoluzione di pensiero? La Chiesa approvò la schiavitù e quando iniziò a condannarla? Quanto era diffusa e legittimata la schiavitù nelle società pre-cristiane? Con questo dossier (continuamente in aggiornamento) rispondiamo a queste e tante altre domande, facendo parlare i principali accademici che si sono occupati del tema.

Uno degli studi più importanti in lingua italiana sulla storia della schiavitù è senza dubbio l’opera di Jean Andreau, direttore del dipartimento di Storia presso la Scuola di studi superiori in scienze sociali di Parigi, e Raymond Descat, professore di storia all’Università di Bordeaux. «E’ nel corso dell’Alto Medioevo», scrivono, «che si sono prodotti i cambiamenti più importanti e che si è definitivamente usciti, in Europa occidentale, dalla società schiavista» (J. Andreau e R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, Il Mulino 2006, p.222). Ecco dunque che tramite questo dossier analizzeremo le ragioni per cui i due storici francesi sono arrivati a tale conclusione.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. QUALI ACCUSE AL CRISTIANESIMO SULLA SCHIAVITU’?

Iniziamo considerando brevemente quali accuse vengono rivolte solitamente ai cristiani e alla Chiesa. Ad essi alcuni moderni hanno rimproverato di non aver saputo impedire lo schiavismo, tradendo il messaggio evangelico dell’eguaglianza tra gli esseri umani. Versioni più estreme rinfacciano addirittura alla Chiesa di aver teorizzato la diseguaglianza tra le razze, legittimando così l’istituto dello schiavismo. Sotto accusa solitamente finiscono il comportamento di Gesù Cristo, le parole di San Paolo, dei Padri della Chiesa e di Tommaso d’Aquino, l’esistenza della schiavitù nel Medioevo, le parole dei Pontefici durante il Colonialismo e infine alcune affermazioni di Papa Pio IX.

Alcuni storici, pur riconoscendo che la schiavitù scomparve effettivamente nel X secolo, in pieno Medioevo, sostengono che però questo avvenne in maniera indipendente dagli sforzi della Chiesa cattolica. Il cristianesimo non condannò la schiavitù, le diede un buffetto, ha scritto ad esempio George Duby, docente di Storia del Medioevo al Collège de France (G. Duby, Le origini dell’economia europea, Laterza 1978, p. 32).

 
 

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2. SCHIAVITU’ PRIMA DEL CRISTIANESIMO


Osserviamo quale concetto di schiavitù era presente prima del cristianesimo, concentrandoci sulla legge mosaica presente nell’Antico Testamento e sul mondo greco-romano.

 

SCHIAVITU’ NELL’ANTICO TESTAMENTO

Occorre premettere che la schiavitù ovviamente precede di gran lunga il popolo d’Israele ed è sempre stata presente in tutti gli imperi antichi e le società sufficientemente ricche da potersela permettere. Se ci concentriamo specificamente sugli ebrei, osserviamo che in diversi casi l’Antico Testamento sembra effettivamente tollerare la pratica della schiavitù umana, per lo meno la presuppone, accettandola socialmente. Tuttavia uno dei maggiori profeti, Isaia, afferma chiaramente: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1).

Occorre comunque ricordare che ai tempi dell’A.T., la schiavitù era differente da quella che abbiamo in mente oggi: essa non era basata sulla razza, sulla nazionalità o sul colore della pelle, ma aveva più a che fare con una condizione sociale. Le persone, ad esempio, si vendevano come schiave quando non riuscivano a pagare i loro debiti o a provvedere alla propria famiglia, alcuni sceglievano effettivamente di essere schiavi in modo che tutti i loro bisogni fossero soddisfatti dal loro padrone. Tuttavia nel popolo ebraico precristiano non c’è mai un concezione dello schiavo come “essere umano inferiore”, anzi vi è anche la condanna esplicita della schiavitù razziale, ad esempio quella sperimentata dagli Ebrei in Egitto, subita proprio per essere ebrei (Esodo 13:14).

In generale, se si vanno a leggere le volte in cui l’A.T. tratta della schiavitù, vengono fornite delle istruzioni su come dovrebbero essere trattati gli schiavi, ma senza bandirne la pratica. Ad esempio si insegna ad offrire loro dei privilegi: «Nessun profano mangerà le offerte sante; né l’ospite di un sacerdote né il salariato potrà mangiare le offerte sante. Ma una persona che il sacerdote avrà comprato con il proprio denaro ne potrà mangiare, e così anche lo schiavo che gli è nato in casa: costoro potranno mangiare il suo cibo» (Lv 22, 10-11). E ancora: «Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli fuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, in mezzo ai tuoi, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio. Non lo opprimerai» (Dt 23,16). Di nuovo un altro esempio: «il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te» (Dt 5, 14). Le stesse promesse rivolte a tutti gli uomini, sono rivolte anche agli schiavi: «Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito» (Gl 2,3)

In Israele, come si è detto, era ammessa la schiavitù, però a determinate condizioni e, per la prima volta nella storia, apparve un principio di difesa dei diritti degli schiavi: «Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto […]. Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, darà loro la libertà in compenso dell’occhio. Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, darà loro la libertà in compenso del dente […]. Se il bue colpisce con le corna uno schiavo o una schiava, si darà al suo padrone del denaro, trenta sicli, e il bue sarà lapidato» (Es 21, 1-37). E ancora: «Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo lascerai andare via da te libero. Quando lo lascerai andare via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote. Gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio. Gli darai ciò di cui il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto» (Dt 15, 12-14).

Pertanto dunque, come si nota l’Antico Testamento ha condannato la schiavitù ma l’ha anche tollerata come struttura sociale ed economica già esistente, volendola tuttavia regolamentare affinché gli schiavi, laddove ce ne fossero stati, venissero trattati in modo umano e amorevole.

 

SCHIAVITU’ NELL’ANTICA GRECIA

Pur con tutto lo splendore della loro filosofia, i greci non superarono i limiti morali del mondo antico. Anzi, l’eminente storico e specialista della schiavitù, Moses Israel Finley, ha scritto che «i greci e i romani costituirono le prime vere società schiaviste, diventando pesantemente dipendenti dall’impiego su larga scala del lavoro degli schiavi sia nelle campagne che nelle città» (M.I. Finley, Economia e società nel mondo antico, Laterza 1984, p. 67). L’economia di tutte le città-stato greche si basava su una massiccia presenza di schiavi e l’apogeo del loro splendore coincise con il periodo in cui gli schiavi superarono i cittadini liberi, come ha riportato anche il celebre storico americano William Linn Westermann: «in molte città, Atene compresa, probabilmente gli schiavi erano più numerosi dei cittadini liberi. Persone le famiglie di condizione modesta spesso ne possedevano due o tre» (W.L. Westermann, Athenaeus and the Slaves of Athens, Harvard Studies in Classical Philology 1941, p. 451).

Per gli Antichi Greci si era schiavi per nascita, per marcato acquisto di stato civile o per perdita della libertà. Gli schiavi, non potendo partecipare alla vita della polis, a causa della loro stessa condizione, non erano propriamente uomini, infatti per essa non erano soggetti, ma oggetti di diritti. Il padrone aveva sullo schiavo autorità di sovrano e di giudice e poteva infliggergli punizioni corporali anche gravi (anche un marchio a fuoco sulla fronte in caso di furto o fuga). Come confermato dallo storico e sociologo delle religioni Rodney Stark: «lo schiavismo era una caratteristica quasi universale della civiltà». Roma e la Grecia antica prevedevano un uso estensivo del lavoro degli schiavi, considerati oggetti, beni di proprietà, e come tali, privi di qualsiasi diritto e sottoposti all’arbitrio più totale da parte dei padroni.

 

Aristotele riteneva lo schiavo un “oggetto con l’anima” (“instrumenti genus vocale”), confutava coloro che ritenevano la schiavitù ingiusta e cercava di dimostrare che essa è invece necessaria e addirittura utile agli stessi schiavi (Aristotele, Politica, Libro I, 1253 a/1255 a).

In “Politica” si legge:

«Il termine “oggetto di proprietà” si usa allo stesso modo che il termine “parte”: la parte non è solo parte d’un’altra cosa, ma appartiene interamente a un’altra cosa: così pure l’oggetto di proprietà. Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui […]. Dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato» (Politica, I, 1254a 14 ss.).

La schiavitù fa parte per Aristotele dello stato perfetto: lo stato si compone di case e la casa perfetta è formata di liberi e di schiavi, la schiavitù è secondo natura (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 28). Alla sua morte, le proprietà personali di Aristotele comprendevano quattordici schiavi (C. Freeman, The Greek Achievement: The Foundation of the Western World, Penguin Books 1999, p.121).

Platone era contrario al porre in schiavitù i suoi compagni “elleni” (greci), ma nella sua repubblica ideale gli schiavi “barbari” (stranieri) avevano un ruolo essenziale, compivano tutto il lavoro produttivo. Le sue regole sul trattamento degli schiavi erano brutali perché riteneva che la natura crea “persone servili” che non possiedono le capacità mentali per far proprie la virtù o la cultura, adatte solo a servire. Platone arriva alla giustificazione della schiavitù muovendo dalla schiavitù spirituale: come è giusto sottomettere alla parte divina che è nell’uomo il bestiale che è dentro di lui, così è giusto che colui che non riesce a comandare all’animale che è nel suo interno sia schiavo di colui nel quale comanda la parte divina (Rep. ix, 589 d/590 c/d), egli afferma che non è un danno per lo schiavo sottostare al comando, lo schiavo lo è per natura e la schiavitù diventa un fatto etnico e naturale (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 26). Lo stesso Platone possedeva cinque schiavi, come si evince dal suo testamento (R. Schalaifer, Greek Theories of Slavery from Homer to Aristotle, Harvard Studies in Classical Philology, n. 47, 1936, pp- 165-204; D.B. Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, Società Editrice Internazionale 1975, p- 96).

Non risulta che mai nessun filosofo greco si sia mai levato contro la schiavitù, come ricordato dal sociologo statunitense Rodney Stark: «Nessun filosofo greco fu abbastanza “illuminato” da condannare la schiavitù. La condanna dovette attendere la nascita del cristianesimo: a quanto si sa, la prima presa di posizione per una generale abolizione della schiavitù in qualsiasi parte del mondo sarebbe avvenuta dopo un millennio, nell’Europa medievale» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 49).

 

SCHIAVITU’ NELL’ANTICA ROMA

Anche nel mondo romano la schiavitù era ampiamente praticata, soprattutto aumentò col procedere delle conquiste in guerra. Lo stato servile aveva origine dalla nascita o dalla perdita della libertà e il diritto sottoponeva lo schiavo all’illimitato arbitrio del padrone. La situazione era certamente migliore rispetto ai Greci: la schiavitù non era per natura ma per diritto positivo, si potevano liberare gli schiavi a determinate condizioni, c’era un freno sociale verso la crudeltà dei padroni nei loro confronti (orientato verso l’utile che potevano dare e verso il controllo sociale) anche se i padroni mantenevano il diritto di vita e di morte sugli schiavi (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 29-35).

Marco Porcio Catone fu l’unico a permettere, tra i suoi servi, rapporti sessuali. Pur tuttavia a pagamento, ed intascandone il prezzo. Al di là di ciò, gli «schiavi erano tra le personae alieno iure subiectae: e questo, come ricorda Gaio (Dig. I,6,1,1), non solo presso i romani, ma apud omnes peraeque gentes, comportava che i padroni avessero diritto di vita e di morte sugli schiavi presso tutte le genti» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, p. 34,35). Il diritto romano considerava lo schiavo come oggetto di diritto ma, pur essendo astrattamente classificato fra le cose, era pur sempre un homo dotato di intelligenza e di volontà, distinguendosi così dalle cose materiali (come invece considerava Aristotele). Questo tuttavia non comportò cambiamenti pratici sostanziali, tanto che lo storico romano Tacito racconta che quando uno schiavo assassinava un padrone, trecento o quattrocento schiavi venivano massacrati (Annali, libro 14,34). In Italia, all’apogeo dell’impero romano, c’erano 2/3 milioni di schiavi (il 35-49% della popolazione) (M. Bloch, La servitù nella società medievale, La Nuova Italia 1993, p.3).

 
 

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3. GESU’ E LA SCHIAVITU’

Quei pochi uomini che nella storia hanno accusato qualcosa a Gesù Cristo, lo hanno fatto riferendosi alla sua non condanna diretta della schiavitù. Si ricorda, ad esempio, l’episodio del servo malato del centurione (Lc 7,2), quando Gesù guarisce il servo senza liberarlo o senza ammonire il padrone per l’averlo messo in schiavitù. Effettivamente non vi sono parole di Gesù di Nazareth contro la condizione morale della schiavitù, ma d’altra parte non si è mai nemmeno soffermato sulla condizione etico-morale della prostituzione o degli uomini che ne usufruivano, né ha mai condannato chi maltrattava gli animali. E, chi volesse proseguire, potrà rivendicare che nemmeno ha guarito tutti i malati di Gerusalemme, lasciando che molti suoi concittadini morissero nella fame e nella miseria. Se si guarda i suoi tre anni di vita pubblica, Gesù non ha mai inteso modificare direttamente le istituzioni sociali e nemmeno fondare un codice civile, ma ha semplicemente mostrato agli uomini se stesso: si è fatto accompagnare da prostitute, ha mangiato assieme a ladri e peccatori, si è avvicinato ai lebbrosi, ha trattato gli schiavi allo stesso modo dei padroni (guarendoli, per l’appunto), ha rispettato le donne e i bambini (tutte cose per nulla scontate allora) ecc. Se si guarda al messaggio di Gesù si intuisce subito la sua attualità ancora oggi, questo perché egli si rivolgeva agli uomini di allora come si sarebbe rivolto a noi. Ha inteso comunicare un messaggio eterno, il senso della vita, non soltanto utile in un contesto temporale circoscritto.

E’ vero dunque, non ha mai accennato alla condizione specifica della schiavitù ma, tuttavia, ha cambiato la storia invitando gli uomini a imitarlo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15; 12-17). Ha inoltre insegnato l’uguaglianza tra gli uomini, tutti fratelli perché figli di Dio, e a considerare l’altro quanto se stessi, perciò, dato che nessuno vorrebbe essere schiavo, non dovrebbe ritenere nessuno uno schiavo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12;31). Gesù inoltre ha valorizzato più volte la condizione umile del servitore, usandola come analogia di sé stesso: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 43-45).

Per lo stesso motivo, non si può condannare Gesù perché non ha parlato mai della guerra e della pace, perché ha dato un insegnamento ben più grande: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra […]. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli […]. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?» (Mt 5; 38-47). L’insegnamento di Gesù non è anzitutto la proposta di una società nuova, ma di un uomo nuovo, di una coscienza nuova, di una nuova concezione di Dio e dell’umanità da cui può sorgere una civiltà nuova: nessunva volontà di prendere il potere con il fine utopico di eliminare il male dalla terra, nessuna similitudine alla rivoluzione francese e comunista. Il biblista Mauro Pesce, storico del cristianesimo, ha riconosciuto: «Gesù non è un fondatore di società come sarà Maometto, non affronta tutti i problemi della società, individua soltanto dei punti su cui fare leva attraverso i quali l’intera società può essere ripensata e, forse, riorganizzata» (M. Pesce, C. Augias, Inchiesta su Gesù, Mondadori 2006, p. 22)

E’ evidente dunque che la profondità del suo messaggio andava, e va, ben oltre i limiti temporali in cui venne pronunciato, tanto che i principali abolizionisti dell’epoca moderna si giustificano con il messaggio evangelico (a partire da Martin Luther King). Prendendo sul serio il suo insegnamento, chiunque -dal contadino al politico- ha potuto dedurne e trarne un insegnamento di comportamento sociale e capire -come accadde, infatti- che la schiavitù è ed era incompatibile con il pensiero cristiano. Questo è tanto vero che anche gran parte dei non credenti riconosce comunque il valore del suo messaggio, ad esempio Natalia Ginzburg, la quale scrisse: «Il crocifisso rappresenta tutti perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono eguali e fratelli di tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi» (L’Unità, 22/10/1988). Infine, la novità radicale del Nuovo Testamento, come spiegato dalla storica Marta Sordi, è sul piano religioso: «Per l’uomo che serve Dio e fa la sua volontà, sia egli libero o schiavo, si apre una prospettiva nuova, al di là di ogni speranza umana: egli non è più servo, ma amico» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp. 49)

 
 

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4. CRISTIANESIMO PRIMITIVO E SCHIAVITU’

Dopo Gesù, la schiavitù non è certo cessata di colpo. Non sarebbe nemmeno stato possibile: gran parte del sistema economico romano, come abbiamo visto, si basava sullo schiavismo, ed anche dal punto di vista strettamente psicosociale la sua eliminazione avrebbe causato una ribellione violenta.

Tuttavia, gran parte degli storici è ormai concorde nel sostenere che la divulgazione del messaggio cristiano contribuì notevolmente alla sparizione di tale pratica. L’Enciclopedia Treccani, ad esempio, afferma: «A determinare la decadenza della schiavitù contribuirono le idee morali dello stoicismo e del cristianesimo, diffondendo il concetto che anche lo schiavo è un uomo», anche se «accettarono tuttavia pienamente la schiavitù come istituto sociale e come elemento indispensabile dell’economia del lavoro». Ed è effettivamente stato così: i primi cristiani nonostante predicassero e vivessero l’uguaglianza tra gli uomini imparata da Gesù, non avevano ancora il potere di stravolgere l’ordine sociale vigente e poterono limitarsi solo a raccomandare il buon trattamento degli schiavi.

Il Cristianesimo, pur non mettendo subito in discussione la struttura della società, pose lentamente e gradualmente dentro di essa una società diversa. Fu in particolare la dottrina del libero arbitrio insegnata da Gesù (ma anche dall’Antico Testamento, come Dt 30,19-20) a produrre un cambiamento di mentalità nei primi cristiani: ognuno è libero e responsabile delle proprie azioni ed in base ad esse sarà giudicato, il Dio cristiano (al contrario degli dèi greci) premia la virtù e punisce il peccato. L’ammonizione di Gesù: “Và e non peccare più”, sarebbe impossibile se l’uomo fosse prigioniero del fato, come ritenevano esserlo gli antichi greci. Il libero arbitrio fu al centro del pensiero di Sant’Agostino (354-430 d.C.): «Chiunque desidera vivere con giustizia e onorabilità, può farlo» (De libero arbitrio, libro III, cap. 1), il quale lo spiegò in termini di compatibilità con l’onniscenza divina in pieno contrasto con la filosofia greca: «Sia che Dio conosce tutte le cose prima che avvengano, sia che facciamo con il nostro libero arbitrio quello che sappiamo e sentiamo debba essere da noi fatto soltanto perché lo vogliamo. Ma che tutte le cose provengano dal fato noi non lo diciamo; al contrario affermiamo che nulla accade per via del fato» (La città di Dio, libro V, cap. 9). Così il principio di libertà alla base del pensiero cristiano chiamò in causa la legittimità di tutte le strutture e usanze sociali che la limitavano, in particolar modo la schiavitù.

L’insegnamento del libero arbitrio e di un Dio cristiano che salva tutti, schiavi compresi, portò all’opera di conversione degli schiavi e spinse la Chiesa primitiva, quando possibile, ad acquistare la loro libertà (papa Callisto, morto nel 223, fu uno schiavo). Lo storico francese Pierre Bonnassie espose così la questione: «Uno schiavo veniva battezzato e aveva un’anima. Era dunque indiscutibilmente un uomo» (P. Bonnassie, From Slavery to Feudalism in South-Western Europe, Cambridge University Press 1991, p. 30). Una volta battezzati, il clero cominciò a fare pressioni sui padroni perché dessero la libertà ai loro schiavi in quanto «azione estremamente lodevole» (M. Bloch, La servitù nella società medievale, La Nuova Italia 1993, p. 14). Ha spiegato lo scrittore cattolico Vittorio Messori: «Il concetto di “persona” fu il grimaldello evangelico che pian piano scardinò la tranquilla sicurezza del mondo classico che fosse “naturale” la distinzione tra uomini “veri” (i cittadini liberi) e quelli che chiamavano “strumenti parlanti” (gli schiavi)» (V. Messori, Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Lo storico francese Marc Bloch ha confermato: «Non era poco l’avere detto allo “strumento provvisorio di voce” (instrumentum vocale) dei vecchi agronomi romani: “Tu sei un uomo” e “Tu sei un cristiano”». Questo principio ispirò anche «la legislazione filantropica» di alcuni imperatori (M. Bloch, La servitù nella società medievale, La Nuova Italia 1993, p. 19).

 

SAN PAOLO. Leggendo le lettere di San Paolo, si capisce che egli dà precedenza alla libertà dal peccato piuttosto che alla libertà fisica. A che vale, infatti, essere uomini liberi, ma schiavi del peccato? Molto meglio essere schiavi, ma liberi dal peccato. Non era in suo potere il sovvertire fisicamente la società, non aveva la forza per una rivolta. La Chiesa ha sempre voluto appellarsi alle singole menti e i singoli cuori, come spiega lo scrittore Francesco Agnoli: «non si dovrebbe imputare a San Paolo la “colpa” di non essere stato un Marx, uno Lenin, uno Stalin, un Pol Pot, convinto che la società si ricrei con la “lotta di classe”, la “violenza levatrice della storia”, i gulag per chi non comprende e la dittatura di chi ha “ragione”. Gli uomini di Chiesa comprendevano bene che una società in cui una persona su tre è schiava, e senza diritti, non può mutare pelle completamente, in poco tempo, senza contraccolpi sociali devastanti. Instillare negli schiavi un senso di ribellione violenta e urgente avrebbe portato solo fiumi di sangue e forse al peggioramento della loro stessa condizione!» (F. Agnoli, Inchiesta sul cristianesimo, Piemme 2010, p.83). Il cristianesimo ha inizialmente accettato la società così com’era, determinando la sua trasformazione attraverso, e solo attraverso, le singole anime.

Per questo, San Paolo si rivolge direttamente agli schiavi stessi (già questa una cosa inedita), invitandoli a vivere con dignità la loro condizione, chiedendo di non odiare i loro padroni, di rispettarli, poiché anch’essi figli di Dio e in questo modo, praticando l’insegnamento cristiano, diventare più “liberi” dei padroni. Ecco un esempio:

«Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6, 5-7). E ancora: «Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; anche se puoi diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore! Allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato» (1Cor 7, 21-22).

Lo storico della Chiesa Norbert Brox ha osservato che questo continuo rivolgersi agli schiavi di San Paolo è per comunicare il messaggio che anch’essi «sono idonei per conformarsi all’ideale evangelico più puro, ma capaci inoltre di contribuire allo splendore della vita cristiana collettiva. Nessun cristiano è così spregevole che non possa in questa maniera onorare Dio» (N. Brox, Le Lettere Pastorali, Morcelliana 1970). L’Apostolo delle genti mostra loro il concetto cristiano di libertà: gli schiavi chiamati “nel Signore” sono liberti del Signore (1 Co 7, 22), così le distinzioni sociali esterne perdono la loro importanza. E infatti: «Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli invece che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo, perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché quelli che ricevono i loro servizi sono credenti e amati da Dio. Questo devi insegnare e raccomandare» (1Tm 6,1). Il senso di questa affermazione è la richiesta al servo di non ribellarsi al padrone non cristiano perché questi non abbia un cattivo concetto della dottrina cristiana; chi poi ha padroni credenti li serva con più dedizione essendo essi fratelli e cari a Dio.

Allo stesso modo San Paolo si rivolge anche ai padroni:

«Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1). Così la fratellanza condivisa dai cristiani appare di fatto incompatibile con la schiavitù, lo si capisce nel caso dello schiavo fuggitivo Onesimo. Paolo si rivolge a Filemone, padrone dello schiavo, di riaccogliere Onesimo «non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 1,16). Non si occupa di stravolgere la società e non si propone, con coscienza moderna, la revisione critica dei rapporti sociali, ma si rivolge ai singoli uomini, ai padroni e agli schiavi perché ognuno si impegni ad essere un vero cristiano. Mentre la società del suo tempo ancora considerava gli schiavi alla stregua degli oggetti, la sua è una lenta pedagogia perché il cambiamento avvenga all’interno dell’uomo: solo così tutta la società saprà mutare capendo che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. «Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13). Ed infine: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 26-28).

La storica Marta Sordi ha osservato: «Se la libertà e la vera nobiltà sono solo quelle dell’anima, ogni distinzione tra gli uomini è destinata a cadere […]. E’ questa la profonda distinzione tra il pensiero paolino e quello stoico […]. La vera novità, giova ripeterlo, è nel rapporto nuovo che schiavo e padrone hanno con Dio, e che trasforma la comune schiavitù della condizione umana davanti alla Fortuna nel razionale ossequio ad un Dio che libera chi lo serve per amore» (M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavitù, Jaca Book 1987, pp.51-55)

 

SAN GREGORIO DI NISSA (335-395 d.C.). San Gregorio è uno dei Padri della Chiesa che denuncia apertamente la schiavitù come contraria alla legge di Dio:

«”Ebbi in dominio schiavi e schiave, con molta famiglia”, dice. Vedi l’ostentazione arrogante! Quelle parole sono una ribellione a Dio; noi sappiamo, infatti, dalla Scrittura che tutte le cose servono unicamente a quel potere che è al di sopra di tutto. Pertanto, colui che si arroga ciò che appartiene a Dio, e attribuisce a creature della propria specie il potere di credersi padroni di uomini e di donne, che cosa fa se non insolentire contro la natura, considerandosi creatura diversa da quelle che gli sono soggette? “Ebbi in dominio schiavi e schiave”. Così tu condanni alla schiavitù l’uomo che è dotato di natura libera e indipendente, e fai una legge contraria a Dio, perché sconvolgi la legge di natura che procede da lui. Perché tu sottoponi al giogo della schiavitù chi è stato plasmato dal suo creatore per signoreggiare la terra e per esercitare il comando; in questo modo tu resisti e contraddici all’ordinamento divino […]. Ebbi in dominio schiavi e schiave!”. Ma dimmi, ti prego, a quale prezzo li hai comprati? Dove hai potuto trovare nelle cose un valore corrispondente al prezzo dell’umana natura? Quanto hai speso per l’acquisto di una creatura che è immagine di Dio? Con quali bilance hai pesato una natura che fu creata da Dio? Poiché Dio disse: “Facciamo l’uomo ad immagine e similitudine nostra”. L’uomo che è fatto a somiglianza di Dio e che ha ricevuta da Dio il dominio su tutta la terra e su tutte le cose che sono sopra la terra, chi è che lo vende, e chi è che lo compra? Soltanto Dio potrebbe fare questo, anzi, sarei per dire, non lo potrebbe neppure Dio, perché “Dio non si pente dei suoi doni”. Dio dunque non ridurrebbe mai in schiavitù la natura umana, egli che, spontaneamente, quando eravamo già caduti in schiavitù, ci rivendicò alla libertà. E se Dio non riduce in schiavitù chi è libero, chi sarà mai che pretende un potere superiore a quello di Dio? [ …]. Ti inganni, se credi che un libello e una convenzione scritta ti facciano padrone di una creatura che è immagine di Dio. O stoltezza! Se il contratto perirà, se lo scritto sarà corroso dai tarli o cancellato dall’umidità, donde trarrai le prove del tuo dominio? Da quanto è sotto la natura umana non vedo aggiungersi a te altro che il nome di padrone. Infatti, il tuo potere che cosa ha aggiunto alla tua persona? Non il potere sul tempo, né alcun altro privilegio. Tu e lo schiavo siete nati ugualmente da una natura umana, vivete allo stesso modo, siete dominati dalle stesse passioni dell’anima e del corpo, come la mestizia e l’allegrezza, la gioia e la tristezza, il piacere e il dolore, l’ira e lo sdegno, l’infermità e la morte. In tutte queste cose c’è forse qualche differenza fra schiavo e padrone? Non traggono essi il respiro alla stessa maniera? Non guardano il sole ad un modo? Non si conservano parimenti in vita alla condizione di nutrirsi? Non è simile in entrambi la struttura dei visceri? Dopo la morte, non diventano cenere entrambi? Non è ad essi comune il giudizio, il premio, la pena? E poiché sei in tutto simile agli altri uomini, dove poggi, di grazia, la tua superiorità, ti che, essendo uomo, presumi di avere dominio sull’uomo?» (Gregorio di Nissa, In Eccl. homil IV, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 351-352).

Gregorio di Nissa «non soltanto riteneva che, dinnanzi a Dio, gli schiavi fossero uguali agli uomini liberi, ma considerava il possesso di schiavi un peccato, e un peccato molto grave» (J. Andreau e R. Descat, “Gli schiavi nel mondo greco e romano”, Il Mulino 2006, p.177)

 

SANT’AMBROGIO (340-397 d.C.). Un altro Padre della Chiesa che, prendendo atto del diffuso uso della schiavitù, ne svuota il contenuto suggerendo ai credenti di realizzare il riscatto:

«Non ci dirà forse il Signore: “Perché hai permesso che tanti poveri morissero di fame? Certamente tu avevi dell’oro, dovevi quindi procurare gli alimenti. Perché tanti schiavi furono messi in vendita e, non riscattati, furono uccisi dal nemico? Sarebbe stato meglio per te conservare corpi di creature viventi piuttosto che vasi di metallo”. A questi argomenti non si può dare risposta. Che cosa potresti infatti obiettare? […]. Come è bello quando da parte della Chiesa si liberano moltitudini di schiavi e quando si può dire: “questi li ha redenti Cristo!”. Ecco l’oro che può essere oggetto di onore, ecco l’oro di Cristo che libera dalla morte, ecco l’oro che redime il pudore e conserva la castità! Io dunque preferirei consegnarvi degli uomini liberi piuttosto che consegnarvi l’oro» (Ambrogio, De officiis ministrorum II, 8, pp. 136-142, citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, pp. 425-27).

 

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (344-407 d.C.). San Giovanni Crisostomo assume una posizione del tutto rivoluzionaria, negando la base economica della schiavitù e esortando i padroni a insegnare agli schiavi un mestiere, per renderli così economicamente autosufficiente e poi renderli liberi:

«Perché (i ricchi) hanno molti servi? Come bisogna guardare soltanto al bisogno per quanto si riferisce al vestire e al mangiare, così bisogna comportarsi anche per quanto concerne i servi. Quale bisogno ne abbiamo? Nessuno! Un solo padrone non dovrebbe avere più di un servo: o meglio, due o anche tre padroni, dovrebbero avere un solo servo. Se questo ti sembra pesante, guarda a coloro che non ne hanno alcuno, e tuttavia fruiscono di un servizio più facile e più spedito. Poiché Dio ci fece in modo che ciascuno bastasse a curare sé stesso, anzi, a prendersi cura anche del prossimo. Se tu non credi, ascolta le parole di Paolo: “Alle mie necessità e a quelle di coloro che sono con me hanno provveduto queste mie mani”. Egli, che fu maestro di tutte le genti e fu degno dei cieli, non arrossiva di provvedere a innumerevoli servizi; ma tu stimi indecoroso, se non ti muovi circondato da una turba di schiavi, e non pensi che proprio questo, massimamente, ti disonora. Dio ci ha dato mani e piedi affinché non avessimo bisogno di servi. E non è certo il bisogno che introdusse nel mondo gli schiavi, altrimenti insieme con Adamo sarebbe stato creato anche uno schiavo. La schiavitù è la pena del peccato e il presso della disobbedienza, ma la venuta di Cristo ha sciolto anche questo. Infatti in Cristo “non c’è né schiavo né libero. Perciò non è necessario avere uno schiavo: e, se fosse necessario, ne basterebbe uno solo, al massimo due. Che cosa vogliono significare questi sciami di servi? Giacché i ricchi procedono alle terme e nel foro a guisa di mercanti di pecore o di commercianti di schiavi. Ma io non intendo imbastire una discussione minuta. Tienti, se vuoi, anche un secondo servo. Se però ne aduni un gran numero, non venirmi a dire che tu fai questo per motivi di filantropia: tu lo fai per servire ai tuoi piaceri. Se tu agisci davvero per prenderti cura di loro, non occuparli al tuo servizio, ma, dopo averli comprati ed avere insegnato loro un mestiere, affinché possano bastare a se stessi, affrancali. Quando tu li fai battere con la verga, quando li fai mettere in carcere, non è certo un’opera di pietà la tua. So bene che io sono molesto ai miei uditori, ma che debbo fare? Questo è il compito che mi è stato affidato, e non cesserò di parlare, sia che le mie parole ottengano un qualche risultato, sia che non lo ottengano» (G. Crisostomo, Epist. I ad Cor. 40, 5 citato in G. Barbero, Il pensiero politico cristiano, Torinese 1962, 514-515).

 

SANT’AGOSTINO (354-430 d.C.). Nella Lettera 10, promemoria di Agostino al Santo Fratello Alipio, egli si oppone fermamente alla schiavitù e alla tratta degli schiavi:

«Le autorità o i funzionari pubblici, con l’impegno dei quali potrebbe essere fatta osservare questa legge o qualunque altra promulgata su quest’argomento, hanno il dovere di provvedere che l’Africa non venga più oltre svuotata dei suoi abitanti indigeni e che una sì gran folla di gente d’ambo i sessi, trascinata via a truppe e a frotte come da un fiume che scorre senza tregua, non perda la propria libertà personale peggio che divenendo prigioniera dei barbari. In effetti dalla schiavitù, in cui sono tenuti dai barbari, viene riscattato un gran numero di prigionieri, mentre quelli che sono deportati nelle province d’oltremare non trovano nemmeno l’aiuto per venir riscattati; eppure si resiste ai barbari quando una spedizione militare romana è condotta valorosamente e con successo affinché i romani non restino prigionieri dei barbari. Chi mai, al contrario, resiste a codesti mercanti non di animali quali che siano ma di uomini, non di barbari di qualunque specie ma di cittadini romani delle province? A cotesti mercanti, sparsi dappertutto affinché nelle mani di coloro, che promettono ricompense in danaro, siano condotte, in ogni dove e da ogni dove, persone rapite con la forza o ingannate con tranelli, chi mai resiste in nome della libertà romana, non dico della libertà comune, ma della stessa libertà personale? Tocca ora alla tua santa Prudenza pensare a qual punto imperversi siffatta deportazione di sventurati lungo il restante litorale [dell’Africa], se così ardente l’avidità, così mostruosa è l’audacia dei Galati qui a Ippona ove, per la misericordia di Dio, sta in guardia, per quel poco che vale, la vigilanza della Chiesa, grazie alla quale vengono liberati degli sventurati da tale schiavitù e i mercanti di simili merci vengono puniti assai meno gravemente – è vero – che non dalla severità della suddetta legge, ma tuttavia vengono colpiti con la perdita dei soldi sborsati per acquistarli. In nome della carità cristiana ti supplico di far sì che io non abbia scritto invano alla Carità tua. I Galati infatti hanno i loro patroni, per mezzo dei quali reclamano come loro proprietà coloro che il Signore ha liberato per opera della Chiesa anche quando sono stati già restituiti ai loro familiari, che li ricercavano e a questo scopo erano venuti da noi con lettere dei loro vescovi. Al momento in cui dettiamo queste righe quei tali hanno cominciato a molestare alcuni fedeli, nostri figli, presso i quali erano rimasti alcuni di essi, dato che la Chiesa non è in grado di sostentare tutti coloro ch’essa libera; e sebbene sia giunta una lettera di un’autorità, di cui essi avrebbero potuto aver paura, non hanno cessato per nulla di reclamare».

Sempre Agostino, nel suo De Civitate Dei spiega che i padroni, in verità, «sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano. Lo prescrive l’ordine naturale perché in questa forma ha Dio ha creato l’uomo: l’essere ragionevole, creato a Sua immagine, fosse il padrone soltanto degli esseri irragionevoli, non l’uomo dell’uomo, ma l’uomo del bestiame» (libro 19, parr. 14-15).

Gli storici francesi Jean Andreau e Raymond Descat scrivono: «La cura manifestata dal vescovo Agostino nel lottare contro simili abusi (la riduzione in schiavitù dei bambini rapiti, N.d.A.) che lo scandalizzano e nel far rispettare la legalità, è molto rappresentativa dell’intervento attivo della gerarchia ecclesiastica in tale ambito. Occorre tenerne conto quando ci si interroga sugli atteggiamenti della Chiesa di fronte alla schiavitù» (J. Andreau e R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, Il Mulino 2006, p.216)

 

TOMMASO D’AQUINO. San Tommaso d’Aquino analizzato la morale nei rapporti umani, sostenendo che la schiavitù è in opposizione al diritto naturale e deducendo che tutte le “creature razionali” hanno diritto alla giustizia. Non ha trovato alcuna base naturale per la riduzione in schiavitù di una persona piuttosto che un’altra, rimuovendo ogni possibile giustificazione per la schiavitù in base alla razza o religione. D’Aquino ha distinto anche due forme di “sudditanza” o autorità, giuste e ingiuste: la prima si verifica quando il padrone produce un vantaggio e beneficio ai suoi sudditi. La forma ingiusta di soggezione, invece, è quella della schiavitù, in cui il sovrano gestisce il soggetto per il suo vantaggio. Per chi volesse ulteriormente approfondire il pensiero di Tommaso in questo senso, consigliamo lo studio del filosofo Hector Zagal: Aquinas on Slavery: An Aristotelian Puzzle (Universidad Santo Tomás 2003).

 

SANTA BATILDE (626-670 d.C.). Nel VII secolo la Chiesa addirittura proclamò santa la schiava britannica Batilde, divenuta sposa e poi vedova di Clodoveo II, re dei Franchi, la quale sfruttò la sua posizione per organizzare una campagna che ponesse fine alla tratta degli schiavi e per riscattare coloro che si trovavano in schiavitù.

 

PONTEFICI CRESCIUTI COME SCHIAVI. Secondo Tacito, «gli schiavi non avevano religione, o avevano solo religioni straniere» (Annali, XIV), certamente erano esclusi dalle funzioni religiose perché le avrebbero contaminate (Cicerone, “Ottavio”, XXIV). Al contrario il cristianesimo ha da subito predicato l’assoluta uguaglianza religiosa, una radicale novità. La Chiesa non guardò mai alla condizione sociale dei fedeli, offrendo a tutti gli stessi sacramenti. Numerosi chierici ebbero un’origine servile e la stessa Cattedra di San Pietro è stata occupata da uomini che erano stati schiavi, come Pio I (100-150 d.C.) e Papa Callisto I (180-222 d.C.).

 

TOMBE DEGLI SCHIAVI CRISTIANI. Interessante notare anche che nei cimiteri cristiani non vi era alcuna differenza tra le tombe degli schiavi e quelli dei liberi, al contrario dei sepolcri pagani in cui era sempre sottolineata la condizione servile con un’iscrizione (le tombe erano isolate). Addirittura sono state trovate tombe di schiavi onorati con un sepolcro più pretenzioso di altri fedeli liberi, come quello di Ampliatus nel cimitero di Domitilla (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1881, pp. 57-54, and pl. III, IV). Ciò è particolarmente vero nel caso di schiavi martiri: ad esempio, le ceneri di due schiavi, Protus e Hyacinthus, bruciati vivi durante la persecuzione di Valeriano, sono state avvolte da un sudario di tessuto oro (cfr. Bulletin of Christian Archaeology, 1894, pag 28).

 

IMPERATORI CRISTIANI. Sotto gli imperatori cristiani la condanna al maltrattamento degli schiavi divenne ogni giorno più marcata. Occorre comunque dire che il diritto civile in schiavitù rimase indietro rispetto alle esigenze del cristianesimo («Le leggi di Cesare sono una cosa, le leggi di Cristo un’altra», scrive S. Girolamo in “Ep. lxxvii”), tuttavia si nota un forte progresso in questo senso. L’eliminazione improvvisa della schiavitù, come detto sopra, non era possibile poiché gran parte del sistema economico romano si basava sulla schiavitù e la sua condanna avrebbe causato seri problemi di ordine sociale per qualsiasi imperatore.

L’imperatore Costantino cercò di raggiungere due obiettivi molto importanti: favorire la liberazione del maggior numero di schiavi possibile da parte dei padroni tramite quello che viene definito “favor libertatis” e migliorare la condizione esistenziale degli schiavi che non ottenevano la libertà. Diede molto risalto nella sua attività legislativa alla cosiddetta “libertà per ricompensa” che prevedeva la liberazione dello schiavo che denunciava all’autorità pubblica delitti quali la coniazione di monete false oppure gli omicidi, i rapimenti, diede grande impulso ai processi di affrancamento per motivi religiosi emanando una legge che imponeva ai padroni ebrei di vendere gli schiavi cristiani alla Chiesa. Infine, Costantino stabilì in sedici anni (a differenza dei venti previsti da Diocleziano) il periodo necessario all’acquisto della libertà da parte dello schiavo. Per quanto riguarda i provvedimenti adottati da Costantino per migliorare la condizione servile ed eliminare abitudini molto crudeli, egli abolì la loro crocifissione, ribadì il divieto di castrazione imponendo altrimenti la confisca dello schiavo, eliminò il marchio a fuoco impresso sulla fronte degli schiavi condannati a combattere nelle arene come gladiatori o ai lavori forzati nelle miniere. Inoltre, impedì che le famiglie costituite da schiavi venissero separate riconoscendo il valore morale, materiale e religioso di tali famiglie come voleva la Chiesa cattolica. Infine Costantino in una costituzione del 326 invitò i padroni a non vendere i propri schiavi. A tale riguardo Costantino scrisse: «Tolerabilius est servos mori suis dominis quam servire extraneis».

Sotto il regno di Giustiniano la legislazione imperiale cristiana raggiunse il suo più alto livello programmatico in quanto l’imperatore affermò più volte che la schiavitù era contraria al diritto naturale. Egli si rese conto che non potendo abolire la schiavitù per ragioni di vario tipo, era necessario limitare il numero degli schiavi e rendere sempre più umana la loro condizione esistenziale applicando i principi etici del cristianesimo. Riconosceva che la dottrina cristiana era incompatibile con l’esistenza della schiavitù, ma d’altra parte si rendeva conto che i tempi non erano ancora maturi per abolirla come il diritto naturale richiedeva. Tuttavia M. Melluso, in La schiavitù nell’età giustinianea, spiega che «Giustiniano cerca sicuramente di dare una dimensione più “umana” alla schiavitù, continuando nell’opera di erosione dell’istituto quale si era radicato nella società di epoca classica» (pag. 296).

 

Almeno inizialmente, hanno scritto Jean Andreau e Raymond Descat, «la Chiesa non ha sconvolto ogni cosa, ma ha attenuato alcuni degli aspetti più negativi della schiavitù, ha combattuto gli abusi più palesi. Si è interessata particolarmente al riscatto dei prigionieri e si è opposta alla riduzione in schiavitù, con l’inganno o con la forza, di uomini e donne liberi» (J. Andreau e R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, Il Mulino 2006, p.149). Diffondendosi via via, il Cristianesimo poté cominciare, attraverso i suoi valori morali, ad attenuare le dure leggi e le abitudini severe del mondo romano per migliorare le condizioni degli schiavi. Ad esempio, in seguito alle invasioni barbariche, documenti dal V al VII secolo sono pieni di casi di prigionieri delle città conquistate e destinati al la schiavitù, che la Chiesa ha redento e rimandato a migliaia nei rispettivi Paesi (E. Lesne, Hist de la propriété ecclésiastique en France, 1910, pp 357-69). Tutto questo senza “colpi di stato” o manifestazioni di piazza, ma dimostrando quanto fosse più umano imitare l’esempio del comportamento di Gesù Cristo. Lo ha spiegato il filosofo Cornelio Fabro: «La Chiesa si adoperò in tutti i tempi per emancipare coloro che per diritto di guerra o per altri motivi erano divenuti schiavi. Non meno efficace fu l’influsso della morale e della spiritualità cristiana sulla cause prossime della schiavitù […]. Il movimento di liberazione continuò in tutto il Medioevo e si estese alle genti barbariche del Nord che accettavano l’influsso della Chiesa e del diritto romano fino a far scomparire in pratica la schiavitù antica e a concepire nuove forme di dipendenza più consone alla crescente consapevolezze della dignità dell’uomo» (C. Fabro, Studi cattolici, n.66, settembre 1966).

 
 

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5. MEDIOEVO E SCHIAVITU’

L’opera della Chiesa fu quella di trasformare gradualmente lo schiavo in servo, e, quando possibile, in uomo completamente libero. Infatti, durante il Medioevo nell’Europa cristiana la schiavitù cessò gradualmente di essere praticata (ricomparve solo nel 1600): «E’ nel corso dell’alto medioevo», hanno scritto gli storici francesi J. Andreau e R. Descat, «che si sono prodotti i cambiamenti più importanti e che si è definitivamente usciti, in Europa occidentale, dalla società schiavista» (J. Andreau e R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, Il Mulino 2006, p.222)

Sebbene tutti gli storici concordano sul fatto che alla fine del X secolo la schiavitù era di fatto scomparsa dall’Europa, alcuni hanno negato che fosse dipeso dal cristianesimo (ad esempio Robert Fossier o Gorges Duby) sostenendo che lo schiavismo divenne poco remunerativo rispetto al progresso tecnologico. E’ una tesi in linea con il marxismo ma non con la realtà economica, tanto da essere smentita e capovolta da innumerevoli studi di economisti come The Economics of Slavery and Other Studies (A.H. Conrad & J.R. Meyer, in Econometric History, Aldine 1958) e Time on the Cross: The Economics of American Negro Slavery (R.W. Fogel & S.L. Engerman, 2° vol., Little Brown 1974). Richard Ainley Easterlin, eminente professore di Economia all’Università della California del sud, ha ad esempio fato notare che perfino quando scoppiò la guerra di Secessione americana (1861-1865), negli stati del Sud la schiavitù «era la più remunerativa modalità di produzione» (R.A. Eastrerli, Regional Income Trends 1840-1850, MCGraw-Hill 1961, p. 525-547). La storia dimostra che la schiavitù è sempre stata conveniente per i padroni, anche se non lo fu per la società in generale, la quale ottiene maggiori benefici dalla manodopera libera. Per questo il superamento dello schiavismo diede all’Europa un vantaggio immenso sul resto del mondo.

Nel Medioevo diversi Concili della Chiesa cattolica chiesero di migliorare notevolmente le condizioni di benessere degli schiavi, proseguendo il lento lavoro di erosione di questo istituto, ad esempio: invocarono la protezione del maltrattato schiavo che si è rifugiato in una chiesa o a cui sia stata data la libertà in chiesa (Concilio di Orange canone 7, Orléans 511 d.C., 538 d.C., 549 d.C. e Concilio di Epone, 517 d.C.); penitenze per il padrone che abbia battuto lo schiavo/a provocandogli/le un danno (Concilio di Elvira, 305 d.C.) la validità del matrimonio contratto con piena conoscenza tra le persone libere e gli schiavi (Concilio di Verberie, 752 d.C. e di Compiègne, 759 d.C.); il riposo per gli schiavi nella domenica e nei festivi giorni (Concilio di Auxerre, 578 d.C., di Ruen, 650 d.C.; del Wessex, 691 d.C., di Berghamsted, 697 d.C.), il divieto per gli ebrei di possedere schiavi cristiani (Concilio di Orléans, 541 d.C., di Mâcon, 581 d.C., di Clichy, 625 d.C., di Toledo, 589 d.C., 633 d.C., 656 d.C.), la soppressione del traffico di schiavi (Concilio di Chalon-sur-Saône, tra 644 e 650 d.C.), il divieto di riduzione di un uomo libero in schiavitù (Concilio di Clichy, 625 d.C.) e scomunica di chi attenta alla libertà delle persone (Concilio Lugdunense, 566 d.C.), vendita di vasi sacri e di beni della Chiesa per la redenzione e il riscatto di alcuni schiavi (Concilio Agatense, 506 d.C. e concilio Matisconense, 585 d.C.). In particolare fu soprattutto la validità del matrimonio misto, riconosciuto dalla Chiesa medievale, ad aver avuto una grande importanza, tanto che nel VII secolo le unioni miste (soprattutto uomo libero e donna schiava) erano molto comuni. L’esempio più noto sono le nozze celebrate nel 649 tra il re dei Franchi Clodoveo II e la schiava cristiana Batilde, la quale ereditò il regno e promosse una campagna contro il commercio di schiavi: dopo la morte (680 circa) Papa Niccolò I (858 – 867) la canonizzò come santa

Molto chiaro il giudizio di Harold J. Barman, professore alla Harvard Law School: «Sotto l’influenza del cristianesimo, a anche in virtù delle idee stoica e neoplatonica recepite dalla filosofia cristiana […], nel diritto relativo agli schiavi fu dato loro il potere di ricorrere a un magistrato in caso di abuso dei poteri da parte del padrone e addirittura, in alcuni casi, di rivendicare il diritto di libertà se il padrone si comportasse crudelmente, moltiplicando le forme di manomissione degli schiavi e permettendo loro di acquisire diritti alla parentela con uomini liberi» (H.J. Barman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale, Il Mulino 2006, p.179). Della medesima opinione anche Guido Clemente, docente di Storia romana all’Università di Firenze: «Fu dunque assai importante la pratica e l’incidenza di alcuni movimenti culturali, come stoicismo e cristianesimo, per introdurre mitigazioni in aspetti particolari del trattamento degli schiavi […], la pratica dell’affrancamento fu favorita dall’ampliamento delle procedure consentite (ad esempio l’affrancamento davanti al vescovo), ma rimasero gli obblighi verso il padrone anche se i vincoli giuridici certamente si attenuarono» (G. Clemente, Guida alla storia romana, Mondadori 2008, pp. 362-363).

Lentamente la schiavitù si trasformò nella cosiddetta “servitù della gleba” (cioè “della terra”): erano contadini a cui un proprietario terriero forniva un appezzamento e un’abitazione in cambio di lavoro nei suoi campi, non erano più dei “beni”. Avevano diritti ereditari legati alla terra, non potevano essere espropriati, erano protetti dai signori o feudatari (così venivano chiamati i proprietari terrieri) e un sostanziale grado di discrezionalità. Sposavano chi volevano e le loro famiglie non erano soggette a vendita o dispersione. Pagavano degli affitti che permettevano loro di poter controllare tempi e ritmi del lavoro. I loro obblighi erano limitati e più simili al lavoro dipendente che alla schiavitù. Il feudatario non aveva potestà sulla vita del contadino, ma poteva solo comandarlo durante il lavoro nei campi come servo della gleba. La Chiesa non condannò la servitù della gleba, ma contribuì in modo determinante a umanizzarla: da istituto che garantiva al feudatario diritto di vita e di morte, essa divenne un contratto che garantiva al servo una serie di sicurezze (al punto che, nell’Alto Medioevo, erano frequentissime le richieste di divenire servo). Questa forma di servitù poteva essere anche volontaria nel senso che le persone potevano “vendere” il loro lavoro per un periodo di tempo (servitù a contratto). Anche i monasteri e le abbazie usufruirono spesso di questi servizi dei servi della gleba, spesso rappresentando una vera garanzia di sopravvivenza per i contadini in quanto assicurò loro un minimo di sicurezza. Secondo il Domesday Book, alla fine del XI secolo il 12% della popolazione dell’Inghilterra era costituito da contadini liberi, mentre il 35% erano servi (D. McGarry, Medieval History and Civilization, Macmillan 1976, p. 242).

Con l’inizio del XIV secolo aumentò la proporzione tra contadini liberi e servi e la servitù della gleba sparì con l’arrivo della peste nera, quando il lavoro dei contadini divenne preziosissimo e i contratti d’affitto erano sempre più a loro vantaggio. Il sociologo Rodney Stark ha spiegato: «I proprietari accettarono di fornire sementi, buoi o cavalli e migliori abitazioni, il tutto ad affitti più bassi» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 242). Mentre lo storico medievista Jim Bolton ha notato: «Il cambiamento arrivò, quasi inesorabilmente, e arrivò perché gli eventi economici dell’ultimo quarto del XIV secolo, e soprattutto quelli risultanti da un’improvvisa diminuzione della popolazione, diedero ai contadini affittuari un irresistibile potere contrattuale. Verso il 1380 gli sforzi dell’aristocrazia di riproporre la servitù della gleba erano ampiamente falliti di fronte alla resistenza degli affittuari e al realismo economico» (J. Bolton, “The World Upside Down”: Plague as an Agent of Economic and Social Change, Stamford 1996, p. 49)

La specialista francese Régine Pernoud, curatrice del Musée des Archives nationales ha spiegato:

«Il servo medievale è una persona, trattata come tale; il suo padrone non ha su di lui il diritto di vita e di morte che gli riconosceva il diritto romano. D’altronde molto più che una categoria giuridica precisa, la servitù è una condizione, legata a un modo di vita essenzialmente rurale e terriero; ubbidisce a imperativi agricoli, e prima di tutto alla necessaria stabilità che implica e abbisogna la coltivazione d’una terra. Nella società che i secoli VI-VII vedono nascere, la vita va organizzandosi intorno al suolo che nutre e il servo è colui da cui si esige la stabilità: è tenuto ad abitare nel feudo e a coltivarlo, perché se è vero che gli è vietato di lasciare que­sta terra, però egli sa che ne riceverà anche la sua parte di messe. In altri termini, il signore del fondo non lo può espellere, non più di quanto il servo possa “svignarsela”. È questo vincolo intimo dell’uomo con la terra di cui vive, che costituisce il servaggio, perché, per il resto, il servo della gleba ha tutti i diritti dell’uomo libero: può sposare, fondare una famiglia, e la sua terra, dopo la sua morte, passerà ai figli, come pure tutti i beni che egli avrà potuto acquistare. Il signore, notiamo bene, per quanto su una scala del tutto diversa, evidentemente, ha tuttavia gli stessi obblighi del servo, infatti non può né vendere, né alienare, né disertare la sua terra. La situazione del servo, come vediamo, è radicalmen­tente diversa, e senza comune misura con quella dello schiavo» (R. Pernoud, Medioevo, un secolare pregiudizio, Bompiani 2001, pp. 88-90).

Alla fine del VIII secolo Carlo Magno si oppose alla schiavitù, seguendo l’esempio delle autorità ecclesiastiche, a partire dai Pontefici. E’ nota l’opera Via Regia dell’abate Smaragdo di Sain-Mihiel, dedicata proprio a Carlo Magno, in cui si legge: «Clementissimo re, vieta che possa esserci anche un solo schiavo nel tuo regno». All’inizio del IX secolo il vescovo Agobardo di Lione tuonava: «Tutti gli uomini sono fratelli, tutti invocano lo stesso Padre, Dio: lo schiavo e il padrone, il ricco e il povero, l’ignorante e il dotto, il debole e il forte. Nessuno è stato innalzato al di sopra dell’altro. Non c’è schiavo o libero, ma in ogni cosa e sempre c’è solo Cristo» (cfr. (P. Bonnassie, From Slavery to Feudalism in South-Western Europe, Cambridge University Press 1991, p. 54). Così ha commentato lo storico Marc Bloch: ben preso «nessuno più dubitò che la schiavitù fosse di per sé contraria alla legge divina» (M. Bloch, La servitù nella società medievale, La Nuova Italia 1993, p. 11). Nel XI secolo sia San Vulstano di Worcester che Sant’Agostino si batterono per eliminare le ultime vestigia della schiavitù, tanto che «da quel momento in poi, nessun uomo, nessun vero cristiano in nessun caso poté più legittimamente essere considerato proprietà di un altro uomo» (M. Bloch, La servitù nella società medievale, La Nuova Italia 1993, p. 30).

Nell’Europa medievale la schiavitù comunemente intesa finì «solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì a proibire la schiavitù per i cristiani (e gli ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, quella proibizione divenne effettivamente un’abolizione universale» (R. Stark, La Vittoria della Ragione, Lindau 2008, pag. 57). Già nell’anno 1102 il Concilio cattolico di Londra vietò severamente il traffico di schiavi definendolo “nefarium negotium” cioè un traffico infame (cfr. La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67). L’abolizione della schiavitù nell’Europa cristiana, inoltre, comportò anche un conseguente progresso industriale, dato che gli uomini furono costretti a procurarsi energia tramite le macchine. Questo non accadde nelle civiltà orientali e islamiche, dove secondo alcune fonti tra il 650 d.C. ed il 1905 si ridussero in schiavitù circa 18 milioni di abitanti dell’Africa, di cui 5 milioni nel periodo tra il 1500 e il 1900. In India le leggi sanscrite di Manu trattano della schiavitù nel I secolo a.C, nel 1841 c’erano in India 8 o 9 milioni di schiavi, mentre nel Malabar la percentuale di schiavi raggiungeva il 15 % della popolazione.

Un autore non cattolico e al di sopra di ogni sospetto, Léon Poliakov, storico ebreo dell’antisemitismo e del genocidio ebraico, nel suo volume Il mito ariano, scrive: «La tradizione giudaico-cristiana era “antirazzista” e antinazionalista e senza dubbio le stratificazioni, le barriere sociali del Medio Evo favorirono l’azione esercitata dalla Chiesa nel senso del suo ideale: tutti gli uomini erano uguali davanti a Dio […]. Per questo l’antropologia della Chiesa ha sempre giocato un ruolo di un freno estremo alle teorie razziste» (Poliakov, Il mito ariano, Editori Riuniti 1999, pp. 370-371).

 
 

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6. CHIESA, SCHIAVITU’ E COLONIALISMO

Finché la fede fu un fattore incidente nella vita pubblica la Chiesa poté avere voce in capitolo e incidere in senso umanizzante sulla legislazione e i comportamenti dell’umanità europea; man mano che tale incidenza diminuiva, dal tardo Medioevo e progressivamente attraverso il Rinascimento, la Riforma protestante e infine l’Illuminismo, la società si regolò su altri principi, più neopagani e naturalistici. Proprio in questo periodo, infatti, riemerse drammaticamente il problema della schiavitù sopratutto legata alle conquiste coloniali. Occorre però ricordare che non è corretto sostenere che il colonialismo introdusse la schiavitù nel nuovo mondo infatti, come faceva notare lo storico John Thornton, la schiavitù era intrinseca «in molte, se non in tutte, le società pre-coloniali» (J. Thornton, L’Africa e gli africani nella formazione del mondo atlantico, 1400-1800, Il Mulino 2010, p. 27), dagli Incas nel sud del continente agli indiani della costa nord-occidentale del Pacifico, fino all’Africa. La schiavitù non era solo a vita ma anche ereditaria, come dimostra l’antropologo Leonald Donald dell’University of Victoria: «I padroni avevano un potere fisico assoluto sui loro schiavi, e se volevano potevano anche ucciderli» (L. Donald, Aboriginal Slavery on the Northwest Coast of North America, University of California Press 1997, p. 33-34).

La società occidentale ricominciò così a praticare lo schiavismo non appena si allentò il legame dei popoli con la religione cattolica, tanto che il sociologo e storico Rodney Stark afferma: «Lo spirito dei tempi era -con l’eccezione della Chiesa cattolica- favorevole alla tratta degli schiavi» (R. Stark, For the Glory of God, Princeton University Press 2003, pag. 359). Come già notato in un dossier specifico sul tema, anche in questo caso la Chiesa cattolica fu l’unica voce a levarsi contro la schiavitù nel Nuovo Mondo attraverso una serie di bolle dei Papi del XVI secolo, purtroppo ben poco ascoltate a causa dello scarso potere temporale su cui potevano contare. «In questo periodo i papi godevano di ben poco potere tra spagnoli e portoghesi. Gli spagnoli comandavano su gran parte dell’Italia e nel 1527 avevano persino saccheggiato Roma», osservò l’eminente Kenneth Scott Latourette, presidente dell’American Historical Association. «In base al trattato che ne conseguì», proseguì Latourette, «fu dichiarato illegale persino pubblicare i decreti papali in Spagna o nei possedimenti spagnoli senza l’approvazione del re, e il re di spagna nominava tutti i vescovi spagnoli. Quando, a Rio de Janeiro, i gesuiti lessero pubblicamente una bolla papale contro la schiavitù, una folla inferocita attaccò il locale collegio dei gesuiti e ferì molti sacerdoti. Quando poi un tentativo analogo di pubblicizzare la condanna papale della schiavitù venne fatta a Santos, i gesuiti furono espulsi dal Brasile. Infine, tutti i gesuiti furono violentemente cacciati dall’America Latina e successivamente dalla Spagna» (K.S. Lotourette, A History of Christianity, vol. 2, HarperSanFrancisco 1975, p. 944). Tuttavia, ha concluso il sociologo americano Rodney Stark, «anche se nel Nuovo Mondo le bolle contro la schiavitù furono ignorate, gli sforzi della Chiesa cattolica portarono ad un trattamento degli schiavi meno brutale nei Paesi cattolici che in quelli protestanti» (R. Stark, Il trionfo dell’Occidente, Lindau 2014, p. 353). Fidel González Fernández, storico della Chiesa, ha osservato infatti che i Paesi protestanti, contrariamente a quanto si pensa, furono i maggiori organizzatori della tratta degli schiavi.

Con il sorgere dell’Illuminismo e l’ancora più debole voce della Chiesa, le cose andarono ancora peggio. Lo scrittore cattolico Vittorio Messori ha commentato: «D’altro canto il razzismo biologico -sconosciuto e incomprensibile nella tradizione cristiana- riappare puntualmente proprio quando l’Occidente rifiuta il vangelo e passa a nuovi culti, come quello della Scienza. E, con il razzismo, nella cultura post-cristiana ritorna pure la schiavitù: mi è sempre sembrato significativo che Voltaire abbia investito buona parte dei suoi lauti redditi come intellettuale di corte proprio in una società di navigazione negriera, che assicurava cioè il trasporto degli schiavi africani verso l’America» (Qualche ragione per credere, Ares 2008, pag. 101). Lo storico del razzismo, Léon Poliakov, ha spiega infatti che «Voltaire non esitò a diventare azionista di un’impresa di Nantes per la tratta dei negri, investimento eminentemente remunerativo» (L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, La Nuova Italia 1976, vol III, pag. 122). E’ stata però la storica francese Régine Pernoud, specialista del Medioevo e curatrice del Musée des Archives nationales, a spiegare meglio le cose: «In Francia è una donna, la regina cattolica Batilde, a chiudere l’ultimo mercato di schiavi nel 650. Il superamento della schiavitù è un fatto dì importanza capitale, che non viene sottolineato adeguatamente da nessun libro di testo scolastico. Forse perché qualcuno potrebbe trovarsi in imbarazzo se gli si chiedesse di spiegare perché l”’oscuro” Medioevo ha abolito la schiavitù e il 1500 l’ha introdotta di nuovo […] ed essa assume il massimo spessore sociale e politico nel 1700, cioè proprio nel secolo dei lumi!» (R. Pernoud, intervista a cura di Massimo Introvigne, “Il Medioevo: l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali”, Cristianità, Anno XIII, n. 117, dicembre 1984, p. 11).

Avendo già approfondito il rapporto tra cattolicesimo e schiavitù in questo periodo storico, rinviamo al dossier già pubblicato, in cui citiamo i Pontefici e le direttive della Chiesa contro la schiavitù e in difesa dei popoli conquistati. Particolarmente significativa a questo proposito la nota battaglia di Mbororè svoltasi nell’attuale Brasile, dove i Gesuiti collaborarono con i Nativi per respingere i colonialisti europei.

 
 

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7. PIO XI E LA SCHIAVITU’

Molti polemisti anticristiani citano frequentemente il documento “Instructio 1293” (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720) di papa Pio IX, scritto nel 1866, in cui verrebbe incoraggiato l’istituto della schiavitù. Viene citato questo passaggio in particolare: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato».

Il testo è volutamente estrapolato e tradotto male dal latino, questo il testo originale:

«La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento…Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato. Il venditore dovrebbe chiaramente esaminare se il servo messo in vendita sia stato giustamente o ingiustamente privato della sua libertà e che il compratore non possa fare nulla che potrebbe danneggiare la vita, la virtù o la fede cattolica del servo» (Instructio 1293).

Il termine “servitù”, dopo l’esperienza della servitù della gleba nel Medioevo, indicava ovviamente coloro i quali si trovano in servitù penale (come ad esempio carcerati che sono costretti al lavoro) o quelli in servitù volontaria, contrattata (chi liberamente per motivi economici mette a disposizione di qualcuno la sua libertà). Anche nella Summa Theologica, San Tommaso utilizza il termine servus indicando il “servo della gleba” e non lo schiavo. Lo stesso fece Francesco Petrarca, utilizzando il termine italiano servitude (proveniente dal latino servitudo) in un contesto che non riguardava la schiavitù ma i servigi, anche di natura artistica, resi ad un signore (in questo caso la sua dipendenza dal cardinale Colonna). Il testo dell’istruzione di Pio IX è datato nel secolo XIX: non può quindi trattarsi di un latino classico ma di un latino che ha ereditato i significati che ha acquisito in età medioevale e moderna.

Il predecessore di Pio IX, Gregorio XVI, si occupò invece proprio della schiavitù nella bolla In Supremo (1839), scrivendo:

«Elevati al supremo fastigio dell’Apostolato, ed esercitando senza alcun Nostro merito le veci di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che per la sua eccelsa carità si è fatto uomo e si è degnato di morire per la redenzione del mondo, abbiamo ritenuto essere compito della Nostra pastorale sollecitudine adoperarci per distogliere completamente i fedeli dall’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano […]. Col trascorrere del tempo, essendosi dissipata più ampiamente la caligine delle superstizioni barbariche ed essendosi mitigati i costumi anche dei popoli più selvaggi sotto l’influsso della carità cristiana, si arrivò al punto che da diversi secoli non ci sono più schiavi presso moltissimi popoli cristiani. Ma poi, e lo diciamo con immenso dolore, sono sorti, nello stesso ambiente dei fedeli cristiani, alcuni che, accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri […]. Noi, ritenendo indegne del nome cristiano queste atrocità, le condanniamo con la Nostra Apostolica autorità: proibiamo e vietiamo con la stessa autorità a qualsiasi ecclesiastico o laico di difendere come lecita la tratta dei Negri, per qualsiasi scopo o pretesto camuffato, e di presumere d’insegnare altrimenti in qualsiasi modo, pubblicamente o privatamente, contro ciò che con questa Nostra lettera apostolica abbiamo dichiarato».

Il successore di Pio IX, Leone XIII condannò a sua volta «il giogo della schiavitù», spiegando che «i Brasiliani intendono eliminare ed estirpare completamente la vergogna della schiavitù. Tale volontà popolare fu assecondata con lodevole impegno sia dall’Imperatore, sia dall’augusta sua figlia, nonché da coloro che governano lo Stato, con salde leggi promulgate e sancite a tal fine. Quanta consolazione Ci arrecasse tale evento, fu da Noi esternato nello scorso gennaio all’ambasciatore imperiale presso di Noi: aggiungemmo inoltre che avremmo Noi stessi indirizzato una lettera ai Vescovi del Brasile in favore degli infelici schiavi […]. Ora, fra tante miserie, è da deplorare duramente la schiavitù a cui da molti secoli è sottoposta una parte non esigua della famiglia umana, riversa nello squallore e nella lordura, contrariamente a quanto in principio era stato stabilito da Dio e dalla Natura».

Nonostante questo, durante la sentenza del caso Dred-Scott nel 1857, la Corte Suprema americana stabilì che «i neri, a norma delle leggi civili, non sono persone» (A. Socci, La Guerra contro Gesù, Rizzoli 2011, pag. 56).

 
 

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8. CONCLUSIONE

Per tutto quello che abbiamo visto in questo dossier che il filosofo ebreo Karl Lowith ha potuto concludere: «Il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo avente le sue origini nel Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo» (K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi 1949).

Oltre ad aver analizzato una parte della storia della schiavitù, abbiamo anche risposto alle accuse spesso rivolte alla cristianità, mostrando che il pensiero cristiano promosso dalla piccola Chiesa primitiva e da quella medioevale, ha contribuito enormemente alla sparizione della schiavitù. Lo ha fatto senza rivoluzioni, senza propaganda ma con una lenta pedagogia, facendo penetrare negli uomini il giudizio nuovo sulla realtà portato da Cristo e attendendo che esso maturasse.

Certamente molti cristiani, sacerdoti, vescovi (e anche un paio di pontefici: nel 1488 Papa Innocenzo VIII ha accettato un dono di un centinaio di schiavi mori dal re Ferdinando d’Aragona, lo stesso Pontefice aveva anche violato la castità essendo padre di otto figli maschi e altrettante figlie) hanno disatteso il messaggio cristiano e avuto un parere positivo sulla schiavitù. Tuttavia, come ha scritto il cardinal Ratzinger: «Tutti i peccati dei cristiani nella storia non derivano dalla loro fede nel Cielo, ma dal fatto che non credono abbastanza nel Cielo».

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