Madre Teresa di Calcutta, risposte a tutte le critiche

Il 4 settembre 2016 è stata proclamata santa dalla Chiesa cattolica e il 27 ottobre 1979 le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace. Madre Teresa di Calcutta è diventata un simbolo internazionale di dedizione per la dignità della persona e una delle donne più ammirate dei tempi moderni. Un faro di speranza per chi, credente o meno, continua a confidare nella bontà dell’uomo poiché con «eccezionale abnegazione ha dedicato tutta la sua vita per soccorrere, in India e in altri paesi del mondo, le vittime della fame, della miseria e delle malattie, gli abbandonati e i morenti, tramutando in azione instancabile il suo amore per l’umanità sofferente» (Premio Balzan, 1978).

Nata a Skopje, in Albania, nel 1910, arrivata a Calcutta (India) nel 1929, nel 1949 ha fondato la congregazione delle Missionarie della Carità e nel 1952 ha creato la prima casa per moribondi. Molti saranno stupiti dal sapere che nemmeno lei è stata risparmiata, ha ricevuto diverse critiche, più o meno gravi, è ancora oggi profondamente odiata da alcune persone e, addirittura (come vedremo), è stata paragonata al criminale e genocida nazista Adolf Eichmann.

In questo dossier, il più completo di tutto il web a livello internazionale, ci siamo occupati di analizzare singolarmente tutto ciò che le viene contestato, valutandone l’eventuale corrispondenza alla verità dei fatti e, in caso contrario, offrendo una risposta documentata e, possibilmente, esauriente. Nonostante non sia stato possibile mantenere un punto di vista imparziale -nessuno lo ha, né i critici di Madre Teresa, né alcun lettore di questo dossier- abbiamo comunque cercato di analizzare seriamente i fatti e sempre ci siamo premurati di valutare l’affidabilità dei testimoni e di inserire fonti e bibliografia di tutto ciò che abbiamo scritto. Iniziamo con il mostrare chi sono i detrattori e cosa rivendicano in linea generale.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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1. CHI SONO I DETRATTORI?

CHRISTOPHER HITCHENS. Il più attivo detrattore di Madre Teresa è stato certamente lo scrittore Christopher Hitchens, noto per le sue poco moderate posizioni contro la religione e per gli scritti inneggianti alla guerra dopo l’11/9, purtroppo morto nel 2011 per cancro all’esofago a causa del massiccio uso di alcool. Il suo breve documentario Hell’s Angel and The Missionary Position è il più corposo atto di accusa e, assieme al suo libro “The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice” (Verso 1995, in italiano: La posizione della missionaria. Teoria e pratica di madre Teresa, Minimum Fax 2003), sono le fonti più citate da quotidiani, blog e siti web critici verso la suora albanese. La sintetica tesi sostenuta da Hitchens è che «molte più persone sono povere e malate a causa della vita di Madre Teresa: ma ci saranno ancora più poveri e malati se il suo esempio sarà seguito. Era una fanatica, una fondamentalista, e un’imbrogliona, e una chiesa che protegge ufficialmente coloro che violano gli innocenti ci offre un altro chiaro segno del dove si posiziona veramente nelle questioni morali ed etiche». La Santa Sede, durante il processo di beatificazione, ha tenuto molto in considerazione anche le testimonianze contrarie, tanto che lo stesso Hitchens venne chiamato nel giugno 2001 dall’arcidiocesi di Washington a rendere la sua deposizione contro la santità della suora albanese.

Il lavoro di Hitchens è stato a sua volta criticato duramente, una consistente risposta è arrivata ad esempio dal sociologo cattolico William A. Donohue, autore di “Unmasking Mother Teresa’s Critics” (Smascherando i critici di Madre Teresa, Sophia Institute Press 2016), con il quale ha «risposto punto per punto a tutte le sue pretese dei critici». «A differenza del libro di Hitchens», ha spiegato il ricercatore, «il mio libro contiene note e bibliografia, perché voglio che la gente possa controllare le mie fonti. Il denominatore comune dei critici di Madre Teresa è la politica, le caratteristiche salienti sono l’essere atei militanti e socialisti, i quali ritengono che il povero deve essere aiutato dallo Stato e vedono lo sforzo volontario come un ostacolo alle ambizioni statali». In un’altra occasione ha dichiarato: «Il messaggio sessuale implicito nel titolo del libro, dimostra che Hitchens non è mai uscito dall’adolescenza e, sia il libro che il film, sono stati progettati per portare il pubblico ad odiare Madre Teresa. Che cosa lei ha fatto con i soldi ottenuti dai diversi premi? Lui non lo sa, ma questo non gli impedisce di dire che “nessuno lo ha mai chiesto”. Non è vero, lui lo ha cercato, quindi perché non dice cosa ha trovato? Perché perderebbe il lavoro. Peggio ancora, avrebbe dovuto confrontarsi con la verità. Il suo libro è un saggio di 98 pagine, senza note, né fonti di citazioni di alcun tipo, il genere è quello del gossip di Vanity Fair». L’aver subito «un’accusa infondata dopo l’altra», è segno di ulteriore grandezza per il fatto che «a Madre Teresa non è stato risparmiato nulla, compresi i tratti irrazionali scritti da autori vendicativi». In occasione della morte di Hitches, Donohue lo ha ricordato con affetto rivelando anche alcune loro conversazioni: «Si è scusato con me due anni fa e ho accettato, perché questo è il modo in cui io sono. Christopher stava insultando nuovamente Madre Teresa, lui la chiamava “puttana”, ma io gli dissi: “tu lo sai che così ti stai spingendo oltre?”. Lo ha ammesso e mi ha detto di essere dispiaciuto».

L’analista Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha criticato l’opera di Hitchens in questo modo: «Le sue critiche sono seriamente indebolite dal fatto che non sempre poggiano su una ricerca imparziale. L’unica informazione “attendibile” che usa per screditarla proviene da In the Mother’s House, il manoscritto non pubblicato di Susan Shields, una ex appartenente delle Missionarie della Carità, che abbandonò l’ordine nel maggio 1989, quasi un decennio dopo avervi aderito. Per Hitchens, Madre Teresa rappresenta la personificazione del male, e chi non si allinea con la sua posizione è considerato o “stupido” o “malvagio” come lei» (G. Alpion, Madre Teresa Roma 2008 p. 38) Inoltre, il sociologo ha notato che per attaccare Madre Teresa, Hitchens utilizza il metodo di criticare «chiunque abbia aiutato la suora diventare una celebrità» scavando nella vita privata degli altri. Questi attacchi, però, «potrebbero essere interpretati come indizio della frustrazione dei suoi avversari per non essere riusciti a scoprire niente di imbarazzante e umiliante che la riguardasse» (pp. 47-48). Il giornalista William Doino ha scritto che Hitchens ha preteso «difendere i poveri contro il presunto sfruttamento di Madre Teresa, mentre in realtà non ne ha mai intervistato alcuno. Non una sola persona curata dalle Missionarie della carità ha parlato al suo microfono o è stato ripreso dalla sua cinepresa. Forse perché avevano un parere molto più elevato della suora albanese rispetto a quello che Hitchens avrebbe permesso nel suo film?». Hitchens ha «intrecciato una serie di attacchi ad hominem e accuse infondate, disinformati e crudeli, deridendo perfino la suora con definizioni del tipo “presunta vergine”», nonché con decine di insulti.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza, ha commentato: «Hitchens ha scarabocchiato nel 1995 un libretto volgarmente dannoso con fini sensazionalistici, a partire dal titolo. Venti anni dopo, alcuni giornalisti considerano ancora come verità evangelica il suo sfogo e la sua ricerca di seconda mano. Come dice un vecchio proverbio: “Adamo mangiò la mela ed i nostri denti ancora fanno male”».

 

EX VOLONTARIE. Nel corso degli anni sono emerse alcune ex volontarie delle Missionarie della Carità di Madre Teresa. Una di queste è Susan Shields, oggi atea, che dice di essere stata per 9 anni una delle missionarie nel Bronx, a Roma, e a San Francisco, fino al 1989. Una seconda si chiama Mary Loudon, ed è stata la fonte principale utilizzata da Hitchens nel suo lavoro di critica. La terza è Margaux B., anch’egli (sedicente) volontaria nel 2009, per un mese soltanto, in un ospedale delle Missionarie della Carità a Calcutta. Non ha voluto rendere pubblico il cognome. La quarta si chiama Sally Warner, ex volontaria nel 1997, autrice di libri contro Madre Teresa e blogger molto attiva su tematiche ateiste e anticlericali. Le quattro donne hanno in genere parlato di un servizio sanitario inadeguato e di metodi di cura antigienici, puntando molto al confronto «con gli standard di cura degli hospice occidentali», come è stato osservato. In più di un’occasione hanno citato il lavoro di Hitchens e non si sono risparmiate dal criticare la visione “ultra-convervatrice” sui temi etici (aborto, divorzio ecc.) delle missionarie di Calcutta. Entreremo nel merito delle loro accuse, sottolineiamo però che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità erano oltre 4.000 sorelle e più di 100.000 volontari/e laici che operavano in 610 missioni in 123 paesi, nessuno di essi non solo non ha confermato o approfondito le critiche delle 4 donne, ma tanti -di varia estrazione sociale e religiosa (indù, agnostici ecc.)-, hanno fornito versioni opposte (alcuni sono citati in questo dossier).

 

STUDIO CANADESE. Una terza consistente critica è arrivata da uno studio pubblicato su Religieuses nel 2013, intitolato: “Il lato oscuro di Madre Teresa”. Gli autori sono tre ricercatori canadesi, Serge Larivee e Genevieve Chenard del dipartimento di Psicoeducazione della University of Montreal e Carole Senechal della Ottawa University. Non è stata una “indagine sul campo”, ma un’analisi di 287 documenti (libri, biografie ecc.) già pubblicati che, a loro dire, rappresenterebbero il 96% della letteratura esistente. I punti controversi che hanno verificato sono stati lo scarso utilizzo per i poveri delle consistenti donazioni ricevute, la cura delle malattie di Madre Teresa in moderni ospedali americani, il culto del dolore della suora albanese, il possedimento di conti bancari “segreti”, la coltivazione di rapporti finanziari discutibili e l’aver beneficiato di uno stratagemma mediatico che l’ha resa famosa (il colpevole sarebbe il regista Malcolm Muggeridge, che si è convertito grazie alla suora religiosa e alla sua opera e ne ha voluto girare un documentario). Infine, i ricercatori hanno criticato la suora anche per i suoi discorsi pubblici contro l’aborto, la contraccezione e il divorzio. Occorre comunque ricordare che gli autori hanno concluso la loro indagine riconoscendo qualche effetto positivo dell’opera di Madre Teresa: «Se l’immagine straordinaria trasmessa nell’immaginario collettivo ha incoraggiato iniziative umanitarie che sono genuinamente impegnate verso chi è schiacciato dalla povertà, non possiamo che gioire. E’ probabile che Madre Teresa abbia ispirato molti operatori umanitari le cui azioni hanno veramente alleviato le sofferenze dei poveri e hanno agito sulle cause della povertà e della solitudine. Tuttavia, la copertura mediatica su Madre Teresa avrebbe potuto essere più attenta».

Affronteremo nel dettaglio le accuse qui elencate, segnaliamo tuttavia che anche lo studio ha ricevuto a sua volte diverse critiche, sopratutto è stata messa in dubbio l’attendibilità e l’imparzialità etica dei ricercatori. Il giornalista scientifico Michel Alberganti ha scritto, ad esempio: «Che possa essere contestata la concezione di carità di Madre Teresa non è sorprendente. Lo è invece l’accusa dei ricercatori canadesi, che si basano solo su una analisi dei documenti disponibili. La gravità delle accuse su un personaggio così iconico meritava di essere sostenuta da una vera indagine. Quanti soldi l’organizzazione di Madre Teresa ha effettivamente raccolto? Come ha usato questi fondi? Dove sono i conti bancari segreti? Quali prove confermano i suoi metodi contro il dolore? Qual è stato l’effetto della copertura mediatica di Madre Teresa sul fundraising? Tante domande a cui potrebbe essere difficile rispondere. Ma quando si pretende di distruggere un mito, l’unico ricorso alla bibliografia appare come un metodo molto leggero». Dubbi sull’operato dei tre ricercatori sono apparsi invece su Outlook India, dove si legge: «A Calcutta, la città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate nello studio pubblicato in una rivista canadese. Nel tentativo di trovare conferme ai “risultati” degli studiosi canadesi, Outlook è inciampato su un gran numero di storie di persone che erano state “convertite”, non alla fede cristiana, ma da posizioni di estremo sospetto ad una sconfinata ammirazione per Madre Teresa. A differenza dei ricercatori canadesi, tutte queste persone erano entrate in contatto con la Madre».

 

ARTICOLO SU “THE LANCET”. Nel 1994 sulla rivista medica britannica The Lancet è apparso un resoconto critico sul livello di cura nelle strutture delle Missionarie della Carità. Nel 1991 Robin Fox ha fatto visita ad un hospice e ha osservato che le condizioni erano tutt’altro che ideali. Più in particolare, ha descritto la qualità delle cure fornite ai pazienti morenti come “fortuite”, comprese pratiche inaccettabili come il riutilizzo di aghi e l’ospitare malati di tubercolosi infettati con i non infettati, nonché la mancanza di moderne procedure di diagnosi. Lui stesso, tuttavia, ha ammesso (lo vedremo) che si è trattata di una «breve visita».

 

ALTRI ACCUSATORI. Il lavoro di Christopher Hitchens è ancora oggi la fonte principale per chi sul web sceglie di odiare e calunniare Madre Teresa. Citiamo anche questa categoria di “critici” come esempio delle conseguenze estreme a cui ha portato il lavoro dello scrittore inglese. Utilizzando come fonte principale il libro di Hitchens, lo scrittore ateo Kalavai Venkat è arrivato a paragonare Madre Teresa al criminale nazista Adolf Eichmann, braccio destro di Hitler, incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità. Nell’articolo intitolato “Madre Teresa: la Eichmann di Calcutta, si legge: «Proprio come Eichmann realizzò l’olocausto, anche Madre Teresa volutamente uccise in mezzo a indicibili sofferenze molti poveri, sottraendo loro i fondi destinati per alleviare la sofferenza e negando crudelmente loro i farmaci necessari. Non li ha mai guardati come esseri umani e mai è stata empatica nei loro confronti. Proprio come Eichmann attendeva la gloria per le sue azioni, anche Madre Teresa desiderava diventare santa per aver portato terribili sofferenze a chi non ha voce. Come Eichmann, anche lei ha mai espresso il minimo rimorso per quello che aveva fatto alle sue vittime. Esattamente come lui, anche lei era convinta di aver contribuito a migliorare la loro situazione».

Sul principale forum americano di atei, The Thinking Atheist, la notizia della santificazione di Madre Teresa ha generato questo tipo di “reazioni” (ci scusiamo per aver riportato il linguaggio volgare utilizzato): «La troia è andata in India -il paese più sovrappopolato del mondo- ed ha parlato contro il controllo delle nascite. L’ingerente puttana avrebbe dovuto essere colpita a morte con il cadavere gonfio e decadente di un bambino morto di fame», si legge. E ancora: «Madre fottuta Teresa non ha restituito il denaro. E’ una fottuta criminale». «Ha goduto nel vedere le persone in condizioni di povertà. Era una sadica che ha prosperato sul controllo e l’accondiscendenza della gente sofferente», afferma un altro. Un altro riferisce: «Niente mi fa diventare più rabbioso di questa puttana. Peccato che non c’è un inferno altrimenti lei starebbe bruciando a fianco di Hitler per tutto il dolore che ha inflitto sugli esseri umani, che schifo di donna!». Come chiunque può osservare utilizzando i link forniti, gli autori di queste civili e rispettose posizioni sono accaniti lettori di Christopher Hitchens, a lui fanno continuamente riferimento, citando spesso parti del suo libro su Madre Teresa.

 

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2. QUALITA’ DELLE CURE E UTILIZZO DELLE DONAZIONI

La principale critica a Madre Teresa è di aver offerto una cura medica superficiale ai poveri e agli ammalati di Calcutta, nonostante le enormi somme di denaro che venivano donate per la sua opera.

 

ACCUSE

Susan Shields, una ex-collaboratrice delle Missionarie della Carità (ed ex-credente), dice di aver prestato servizio negli hospice occidentali della congregazione. Oltre ad avanzare critiche generali al credo cattolico a cui aderiva, la donna ha affermato che «la maggior parte delle donazioni rimaneva inutilizzata nei conti bancari. La Madre [Madre Teresa, nda] non chiedeva mai soldi, ma il flusso di donazioni era costante e massiccio, la maggior parte delle sorelle non aveva idea di quanto denaro la congregazione stava accumulando. Dopo tutto, ci hanno insegnato a non prelevare nulla. Le donazioni non hanno avuto alcun effetto sulla nostra vita ascetica e molto poco effetto sulla vita dei poveri che cercavamo di aiutare. Abbiamo vissuto una vita semplice, senza cose superflue. Avevamo tre set di vestiti che abbiamo riparato fino a quando il materiale era troppo marcio. Abbiamo lavato a mano i nostri vestiti, le lenzuola e gli asciugamani del ricovero notturno per i senzatetto. La Madre era molto preoccupata del fatto che noi preservassimo il nostro spirito di povertà» (articolo apparso nel 1998 su Free Inquiry Magazine).

Anche lo studio canadese ha basato su questo la sua accusa principale, rilevando che le missionarie avevano un «discutibile modo di curare i malati», utilizzando strutture mediche inadeguate. «Molti medici sono andati lì e hanno visto che le condizioni erano molto povere e le persone vivevano in cattive condizioni. Non hanno davvero curato i malati», ha riferito uno degli autori dello studio, Genevieve Chenard dell’Università di Montreal. «Avevano un sacco di soldi, ma solo 5-7% è andato in beneficenza per i farmaci, e cose del genere. Madre Teresa avrebbe potuto costruire l’ospedale tecnologicamente più moderno dell’India in quel momento, ma riteneva la sofferenza una buona cosa». Dopo che l’intervistatore gli ha fatto notare che la ricerca si è basata su pubblicazioni già note, alla domanda se si erano mai recati a Calcutta per verificare personalmente le accuse, la risposta del ricercatore è stata: «No. Ma mi piacerebbe andare a Calcutta». Anche la relazione di Robin Fox apparsa sulla rivista The Lancet ha parlato solo di tutto questo: «Ci sono medici che vengono di volta in volta, ma solitamente sono le sorelle e i volontari (alcuni dei quali hanno conoscenze mediche) a prendere decisioni come meglio possono. Ho visto un giovane che era stato accolto in cattive condizioni ed i farmaci prescritti erano stati tetraciclina e paracetamolo. Più tardi un medico gli ha diagnosticato una probabile malaria. Le regole di Madre Teresa hanno lo scopo di prevenire qualsiasi deriva verso il materialismo: le sorelle devono rimanere in condizioni di parità con i poveri. Ma come gestiscono il dolore? In una breve visita non ho potuto giudicare il potere dell’approccio spirituale, ma sono stato disturbato dall’apprendere che il formulario non includeva analgesici forti» (citato in C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

Le stesse cose ha riferito tale Margaux B., sedicente volontaria per un mese (nel 2009), in un hospice delle Missionarie della Carità a Calcutta. «Mi hanno assegnato il Prem Dan, non il famoso Kalighat preso d’assalto dai volontari, i pazienti ricevevano poca o nessuna attenzione: il medico veniva una volta alla settimana e visitava tutti i pazienti, tra cui i malati di cancro che venivano trattati con aspirine e vitamine. L’igiene era tutt’altro che ottimale, anche se i lavoratori indiani lavavano con acqua una volta al giorno. Alcuni pazienti sono rimasti permanentemente sdraiati a letto, sviluppando piaghe da decubito. Le sorelle erano praticamente senza competenze mediche, così come i dipendenti indiani. L’unica cura era fornita dai volontari con formazione medica». La donna non ha conosciuto Madre Teresa, eppure più volte mette in dubbio la sua onestà citando il già citato studio canadese. Allo stesso modo sembra ben informata delle tesi di Christopher Hitchens, tenendo a ricordare i «dollari nascosti», il «conservatorismo fanatico» della suora e il troppo veloce, secondo lei, iter di canonizzazione. La testimonianza di questa “volontaria per un mese” ci è onestamente apparsa alquanto sospetta, non soltanto per la scelta di non rendere noto il suo cognome.

 

RISPOSTE

Il giornalista William Doino, collaboratore della rivista Inside the Vatican, ha studiato le 27 pagine dei ricercatori canadesi e ha intervistato diverse persone che hanno lavorato con la suora albanese o hanno avuto a che fare con la sua opera in India. Ha anche intervistato uno degli autori della ricerca canadese, Genevieve Chenard. «Le sue risposte alla mia serie di domande sono state sorprendenti e rivelatrici», ha spiegato Doino. «Ha confermato innanzitutto che il suo team accademico non ha mai parlato con un singolo paziente, un analista medico o un lavoratore-volontario di Madre Teresa prima di pubblicare lo studio contro di lei. Inoltre, non hanno mai esaminato come le sue finanze sono state spese, né hanno parlato con qualcuno in Vaticano coinvolto con la sua causa di santità. I ricercatori, incredibilmente, non erano nemmeno mai stati a Calcutta, mentre, almeno Hitchens lo aveva fatto». «Così si è scoperto», ha proseguito, «che questo “documento di ricerca” non era altro che una “revisione della letteratura”, un riconfezionamento di ciò che altri avevano già scritto, con l’aggiunta di una nota negativa finale da parte dei tre accademici. In altre parole, lo studio canadese è un atto d’accusa sulla base di nessuna ricerca originale, e l’autore più frequentemente citato, non a caso, è Christopher Hitchens. Eppure queste “scoperte” hanno prodotto titoli di giornale in tutto il mondo e sono state ripetute da molti senza obiezioni». «Le accuse di scorrettezza finanziaria sono infondate», ha precisato,«infatti la beata Teresa ha contribuito a raccogliere, e ha raccolto, enormi somme di denaro per i poveri e ha donato gran parte di questi fondi alla Santa Sede, che a sua volta li ha distribuiti agli ospedali cattolici e ad altre opere del genere».

Tutt’altra testimonianza, rispetto alle ex-volontarie, è stata quella di Susan Conroy, che ha lavorato con Madre Teresa di Calcutta per ben dieci anni. «Quando ho letto le critiche di come i pazienti sarebbero stati curati nelle Case per i morenti, continuavo a pensare alle mie esperienze personali lì», ha detto. «So quanta tenerezza e attenzione offrivamo a ciascuno degli indigenti, di come li abbiamo lavati, abbiamo pulito i loro letti, li abbiamo nutriti e curati. So come pulivamo regolarmente, da cima a fondo, la struttura che li ospitava, e ogni paziente veniva lavato con la frequenza necessaria, anche più volte al giorno. Erano considerati “intoccabili” della società indiana e tuttavia li toccavamo e ci prendevamo cura di loro come fossero dei principi. Ci siamo sentite veramente onorate di servirli nel miglior modo possibile, Madre Teresa ci ha insegnato a prenderci cura di ciascuno di essi con tutta l’umiltà, il rispetto, la tenerezza e l’amore con il quale avremmo servito Gesù Cristo stesso, ricordandoci che “tutto ciò che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli”, lo facciamo a Lui».

Anche l’ex commissario elettorale principale dell’India, Navin Chawla, ha voluto replicare alle accuse contro Madre Teresa. Apprezzato in tutte le democrazie occidentali per l’imparzialità con cui si sono svolte le elezioni politiche sotto la sua supervisione, Chawla è di religione indù e tuttavia è stato amico di Madre Teresa e profondamente influenzato da lei tanto da essere diventato filantropo (continua infatti l’opera appresa dalla suora di Calcutta investendo in lebbrosari e centri per la cura dei bambini non-udenti). Nel 1992 ha scritto una sua biografia, diventata best-seller e tradotta in 14 lingue. «L’intenzione di Madre Teresa», ha spiegato, «era prendersi cura di coloro che erano caduti nel dimenticatoio. Persone che nessun ospedale o ospizio avrebbe accolto. In un tale enorme oceano di bontà è sempre facile trovare alcuni punti di critica». In un articolo su The Hindu ha scritto: «Nel 1948, i marciapiedi di Calcutta brulicavano di moribondi, vittime della grande carestia del Bengala del 1942-1943. Qui è intervenuta una suora di 38 anni: di fronte a malattia, miseria e morte tutto intorno a lei in un momento in cui non c’era quasi alcun servizio di assistenza sanitaria, ha fatto quello che divenne il suo segno distintivo. Ha trovato un moribondo per strada, lo ha portato in un ospedale pubblico dove è stato respinto poiché era sul punto di morire e non avrebbero sprecato un letto di ospedale per una vita che non potevano salvare. Così è iniziata la sua ricerca di un luogo dove poteva accogliere le persone che gli ospedali rifiutavano, offrendo loro conforto e dignità». Nel 2000 ha raccontato altri particolari: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come una parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

Il gesuita James Martin, redattore di America, ha pubblicato una risposta alla critica di Murray Kempton, secondo il quale Madre Teresa accelerava la morte dei poveri non fornendo loro cure mediche decenti. «Ma l’assistenza sanitaria primaria non era lo scopo dell’ordine che Madre Teresa aveva fondato. Esistono centinaia di altri ordini medici cattolici che generosamente soddisfano questa necessità (le Medical Missionaries of Mary e le Figlie della Carità, per citarne solo due). Piuttosto, il carisma delle Missionarie della Carità (con il quale ho lavorato io stesso) intende fornire conforto ai moltissimi e poverissimi pazienti che altrimenti morirebbero in solitudine. Certo, sarebbe bello se tutti coloro che vivono nei paesi in via di sviluppo avessero accesso alle cure mediche moderne. E anche se gli ordini religiosi e altri operatori sanitari dedicati, religiosi e laici, lottano da decenni per questo, ancora non è possibile. Ma sicuramente questo non è colpa di Madre Teresa. Molte persone povere muoiono ancora in condizioni miserabili, trascurate e sole. Di fronte ai “più poveri dei poveri” ci sono due scelte: o far andare la lingua sui motivi per cui queste persone non dovrebbero esistere, oppure agire per fornire loro conforto e sollievo. Kempton sceglie la prima, mentre Madre Teresa, con tutti i suoi difetti, ha scelto la seconda». Sull’Huffington Post ha pubblicato un interessante articolo in cui ha ricordato la sua esperienza come volontario a fianco delle Missionarie della Carità, raccontando come lui stesso aiutava i poveri nell’igiene personale e come distribuiva loro il cibo.

Nemmeno la parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa (poiché la considera pur sempre una missionaria appartenente ad un’altra religione), ha parlato dell’inadeguatezza delle cure sanitarie ma, al contrario, ha constatato l’opposto: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso».

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le Missionarie della carità non hanno un progetto sociale, non si sostituiscono alle autorità pubbliche, ma tentano di svolgere attività che neppure queste riescono a sostenere. Da qui il loro operare in favore di chi si trovi in situazioni estreme: i moribondi, i malati cronici, gli abbandonati senza speranza. Le suore condividono lo stile di vita e la sofferenza di chi si trova nelle loro mani, distribuiscono amore più che cure specifiche, assicurano calore più che interventi mirati. Per questo hanno ricevuto critiche, in parte giustificabili, ma la loro attività di assistenza, in luoghi estremi di ogni continente, resta eccezionale. Di fatto, detta attività è l’espressione più alta della loro vocazione, anzi la finalizzazione di questa stessa. Il duro lavoro che svolgono è parte della loro attività di preghiera».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha replicato a sua volta all’accusa: «Alcuni hanno chiesto come mai lei non costruiva cliniche mediche moderne, nonostante ci fossero abbastanza soldi per farlo. Perché ha continuato con le sue consorelle a costruire hospice come aveva sempre fatto? La risposta è che le cliniche mediche sono la ciliegina sulla torta, se possono vi aiuteranno. Operano un triage [selezione, nda] e lei era contraria al triage». L’accusa è «molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato grazie al suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra ha distribuito. Ha sempre detto: “Noi non siamo assistenti sociali” e credo sia questo ciò che che intendeva dire: se stai cercando di fare il maggior bene possibile per il maggior numero possibile di persone, io non sono certo la tua santa. Ma quello che ha fatto è stato decisamente buono per le persone che erano in grandissima necessità. Ad un certo punto ha cessato di essere solo “della chiesa” ed è diventata “del mondo”, e in un modo strano. Ci saranno sempre persone che non amano gli aspetti di quello che stai facendo. Credo che se avesse continuato a fare l’incredibile bene che ha fatto a Calcutta probabilmente nessuno si sarebbe posto queste questioni».

Padre Peter Gumpel, funzionario presso la Congregazione per le Cause dei Santi, ha riferito di aver preso sul serio le accuse di questo tipo, rispondendo però: «Ci sono errori commessi anche nelle più moderne strutture mediche, tuttavia ogni volta che era necessaria una correzione, Madre Teresa e le Missionarie si sono mostrate vigili e aperte al cambiamento costruttivo e al miglioramento. Quello che molti non capiscono sono le condizioni disperate che Madre Teresa si trovava costantemente di fronte, e il suo carisma speciale era salvare coloro che non avevano alcuna possibilità di sopravvivenza e sarebbe altrimenti sono morti sulla strada». Ha ritenuto, inoltre, «assolutamente falso» l’affermazione che lei avrebbe respinto o trascurato il servizio di assistenza medica per chi era ancora curabile o per le cure palliative dei malati terminali. «Attenzione alle storie aneddotiche che circolano da parte di persone scontente o che hanno un intento ideologico anti-cattolico», ha avvertito.

Il dott. PN John, direttore dell’hospice psichiatrico delle Missionarie della Carità, ha sfidato chi critica le condizioni antigieniche: «perché non escono di casa e vengono a controllare loro stessi?»Sunita Kumar, amica di Madre Teresa per 36 anni, portavoce delle Missionarie della Carità e di religione sikh, ha replicato a sua volta: «Madre possedeva solo due sari. Ha vissuto una vita semplice e dormiva su un letto su cui non c’era nemmeno un ventilatore a soffitto. Che cosa avrebbe fatto con il denaro? Sì, era frugale per il bene dei poveri. Ma non li ha privati. Se poi si giudica con gli standard di comfort degli ospedali a cinque stelle allora, ovviamente, lei non era all’altezza. Ma non era il suo scopo. Non ha mai avuto un conto personale e i fondi sono andati alle Missionarie della Carità per quanto ne sono a conoscenza».

Molto interessante il punto di vista dell’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa (a cui ha dedicato due libri, tra cui una monografia), avendo visitato per anni le sue strutture d’accoglienza. «Non mi sorprende che Madre Teresa ha avuto la sua giusta quota di avversari», ha dichiarato. «Sarebbe strano se chiunque avesse soltanto lodi per questa suora. Eroi “senza macchia” oggi possiamo trovarli soltanto in Corea del Nord. Quello che trovo sconcertante nella critica al vetriolo contro Madre Teresa, è l’incapacità di notare ciò che è abbondantemente evidente. Come ogni ordine religioso, l’ordine di Madre Teresa -le Missionarie della Carità-, hanno il loro “carisma”, o ragion d’essere, che nel loro caso non è vivere in solitudine e nel comfort, o sviluppare scuole per bambini benestanti o offrire assistenza medica all’avanguardia. Madre Teresa ha spiegato molto chiaramente che lei e le sue sorelle si sarebbero prese in cura dei più poveri tra i poveri e che avrebbero dipeso esclusivamente dalla carità per la propria sopravvivenza.

Brian Kolodiejchuk, postulatore di Madre Teresa, ha spiegato: «Lei non lavorava per sradicare le strutture della povertà. La sua preoccupazione era di portare soccorso immediato ed efficace alle persone che avevano bisogno di aiuto e riparo». Un esempio di ciò è stato raccontato da Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Quando eravamo a Kalighat, abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strada, era terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cos’erano quelle creature aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Sul magazine inglese The Week è comparso un articolo nel 2016 in cui si racconta come Madre Teresa faceva costruire gli ospedali vendendo auto di lusso che le venivano regalate e collaborando con specialisti di medicina, come il dott. Vijay Jacob. Tra essi c’è l’Antara Hospital, fondato da lei stessa e divenuto il più grande ospedale psichiatrico privato in India, dedicato proprio a Madre Teresa.

Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post e conoscitrice diretta dell’opera della Missionarie della Carità, ha anche lei voluto replicare a questo tipo di accuse: «La maggior parte delle persone di cui le sorelle si prendono cura sono fisicamente e mentalmente handicappate, o molto vecchie e molto malate. Vivono in luoghi del mondo in cui è abbastanza difficile sopravvivere anche quando si è giovani e in buona salute. Ho visto le sorelle fare tutto il possibile per rendere la vita di queste persone il meglio possibile e ho visto il loro cuore squarciarsi quando una bambina è morta una mattina a Cuzco. Sì, forse se quella bambina fosse andata in un ospedale costoso in America avrebbe vissuto più a lungo. Ma il fatto è che lei non poteva andare in quell’ospedale, e, in fin dei conti, ha avuto una vita di gran lunga migliore di quella che avrebbe avuto se le sorelle l’avessero lasciata nella spazzatura in cui l’hanno trovata».

In ogni caso, anche i critici più impegnati come Aroup Chatterjee, hanno riconosciuto che dalla fine degli anni ’90 le case gestite dalle Missionarie della Carità hanno notevolmente migliorato lo status sanitario. Logopedisti e fisioterapisti sono stati regolarmente consultati per prendersi cura di pazienti con disabilità fisiche e mentali e i pazienti che necessitano di un intervento chirurgico e cure più complicate sono stati inviati agli ospedali vicini.

 

CONCLUSIONE

Come emerge in modo evidente, il problema nasce quando si intende valutare le Case dei moribondi di Madre Teresa, nate negli anni ’50 a Calcutta, con gli standard attuali della medicina occidentale. Inoltre, c’è un totale fraintendimento sul “carisma” delle Missionarie della Carità che è dichiaratamente ben diverso da quello di altri ordini religiosi, impegnati nel fornire il miglior servizio sanitario possibile. Uno dei recensori del libro di Hitchens, Amit Chaudhuri, si è lamentato del fatto che Madre Teresa avrebbe potuto creare una «multinazionale missionaria», ma ciò era profondamente differente dalle sue volontà: non intendeva curare i malati “semplici”, per quelli c’erano già gli ospedali statali. Ella intendeva vivere in povertà (“povera tra i poveri”) e dedicarsi ai morenti, agli agonizzanti, ai relitti umani abbandonati ai bordi delle strade, schiacciati dalla loro tragedia umana e in attesa della morte, alle persone in fin di vita scartate da tutti, compresi i servizi di cura indiani. Intendeva dare immediato soccorso e consolazione a chi l’ospedale nemmeno lo avrebbe mai raggiunto.

La qualità delle prestazioni sanitarie avrebbe potuto probabilmente essere stata più all’avanguardia, investendo più denaro di quanto è stato fatto, ma, a giudicare dall’enorme stima che il popolo indiano le riserva ancora oggi, evidentemente la sua opera superava già di gran lunga qualunque iniziativa medica, assistenziale e sociale presente in India fino agli anni ’90. Lo storico Menniti Ippolito ha infatti scritto: «In un recente autorevole sondaggio svoltosi in India, teso ad individuare l’indiano più illustre del XX secolo, la cattolica albanese Madre Teresa ha prevalso su tutti. Questo in un paese particolare, orgoglioso della propria specificità e pure interessato da un risveglio hindu che sta provocando moti di intolleranza religiosa. Il modello semplice, coerente, sofferto, che Madre Teresa ha offerto al mondo ha un valore universale».

Per quanto riguarda le numerose donazioni che ricevette si capisce comunque come vennero investite se si pensa che al momento della morte di Madre Teresa, le Missionarie della Carità operavano in 610 missioni di 123 paesi del mondo, dove avevano fondato hospice per moribondi, case per le persone affette da HIV / AIDS, tubercolosi e lebbra, mense per i poveri, programmi di consulenza familiare e assistenza personali, orfanotrofi, scuole ecc.

 

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3. SI CURAVA NEI MIGLIORI OSPEDALI?

Madre Teresa venne ricoverata la prima volta nel 1983, subì un infarto nel 1989 e le fu applicato un pacemaker. Si ammalò di polmonite nel 1991, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci e l’anno successivo contrasse la malaria stando in mezzo ai malati di Calcutta. Nell’aprile del 1996 si ruppe la clavicola e morì nel 1997.

 

ACCUSE

Sia Christopher Hitchens che il giornalista Murray Kempton, recensore del suo libro, hanno accusato Madre Teresa di essersi curata in ospedali di lusso durante le malattie, mentre avrebbe concesso minima assistenza sanitaria negli hospice da lei diretti. In varie occasioni, ha scritto lo scrittore ateo, «compariva nelle cliniche migliori e nei più costosi ospedali occidentali durante i suoi attacchi di cuore dovuti alla vecchiaia».

Amit Chaudhuri, recensore del libro di Hitchens, ha precisato: «La tesi di Hitchens è che le ambizioni di Madre Teresa non sono affatto materiali, “nel senso comune del termine” (non dice affatto che Madre Teresa ha utilizzato i soldi delle donazioni per il suo personale beneficio), ma che il suo scopo era quello di stabilire un culto dell’austerità e della sofferenza».

 

RISPOSTE

Si tratta di un’accusa sconcertante per Sunita Kumar, una delle figure sociali più influenti di Calcutta, che ha lavorato come volontaria a fianco di Madre Teresa per 36 anni, diventandone amica e confidente, nonché la portavoce delle Missionarie della Carità (e una dei 113 testimoni intervistati dalla Chiesa durante il processo), nonostante professi una religione induista (lo sikhismo). Ha in fatti dichiarato«Sono stata abbastanza pesantemente coinvolta nel momento in cui Madre Teresa era malata a Calcutta e alcuni medici da San Diego e da New York vennero a visitarla di loro spontanea volontà. Lei non aveva alcuna idea di chi veniva a visitarla ed è stato così difficile convincerla perfino di recarsi in ospedale». In un’altra intervista, la Kumar ha detto: «Ricordo che dopo aver vinto il premio Nobel, mi disse: “Io non so il motivo per cui tutte queste persone mi stanno prestando attenzione. Io ho fatto questo sempre, perché adesso?”. In tutto quello che ha fatto è stata motivata dal suo amore per Cristo, quando divenne troppo malata voleva comunque visitare la Casa per i moribondi per pulire i bagni, come prima cosa. Quella era la sua umiltà. La sua unica parola era “dignità”. Diceva: “non si perde nulla dando dignità e rispetto a qualcuno, non importa chi sono”». Quando si è ammalata, all’inizio degli anni Novanta, la priorità di chi le stava intorno era cercare di convincerla a rallentare il ritmo e non peggiorare la sua salute cagionevole. «Ha avuto il suo primo attacco di cuore a Roma, nel 1980, ma ha sempre rifiutato di cambiare il ritmo esigente della sua vita», ha raccontato Kumar. «Lei non ci avrebbe mai ascoltato, abbiamo dovuto fare di tutto -anche mentire, se era necessario- per convincerla a curarsi. Non voleva che il suo lavoro si fermasse». E’ morta nella sua stanza presso la Casa Madre di Calcutta il 5 settembre del 1997, dando precise istruzioni di non essere portata in ospedale. «Ma, naturalmente, nessuno aveva intenzione di ascoltarla», ha spiega Kumar. «Abbiamo tenuto una bombola di ossigeno nel caso ci fosse un’emergenza, pronti a trascinarla in ospedale. Ma la morte è arrivata così in fretta».

Anche l’ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, ha confermato che Madre Teresa ha sempre avuto un’avversione per gli ospedali “dei ricchi”, tanto che -ha ricordato- è stato possibile ricoverarla soltanto quando perse i sensi mentre si trovava negli Stati Uniti. «Era così forte la sua avversione per gli ospedali costosi», ha dichiarato, «che cercò perfino di fuggire durante la notte. E’ completamente ingiusto» accusarla di tutto questo. In un articolo ha spiegato: «Nel 1994, Madre Teresa si è ammalata a Delhi, quando venne a ricevere un premio. Sviluppò una febbre alta e una gastroenterite così, contro la sua volontà (“Io sarò a posto per domani”, mi disse), mi sono precipitato in un grande ospedale pubblico, dove è stata ricoverata per più di una settimana nel reparto di cardiologia. In quei giorni il centralino dell’ospedale è stato ingolfato di chiamate arrivate dalla residenza ufficiale del Presidente dell’India, dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Casa Bianca, dal Vaticano e dalle cancellerie di tutta Europa. Vari ambasciatori e il primo ministro Narasimha Rao hanno offerto un trattamento in qualsiasi parte del mondo. Tuttavia, seppur non avesse del tutto recuperato, a mio avviso, le sue consorelle l’hanno portata di nuovo nel loro hospice di Kolkata. Se solo il gruppo di ricerca canadese avesse conosciuto la realtà dei suoi ricoveri, forse non sarebbe stato così poco caritatevole».

Il gesuita James Martin ha pubblicato sul The New York Review of Books una risposta diretta a Murray Kempton, definendo l’accusa «ingiusta e ingiustificata». «Chiunque abbia familiarità con gli ordini religiosi», ha scritto, «sarà consapevole del fatto che quando un superiore si ammala, il più delle volte è sollecitato dai membri della sua comunità di curarsi molto meglio avrebbe fatto se fosse lasciato solo. Furono i subordinati di Madre Teresa a costringerla a prendersi più cura di se stessa, forse anche contro la sua stessa volontà. Si tratta di un peccato contro la povertà, un’ipocrisia, o, più probabilmente, una dimostrazione del profondo affetto delle Missionarie della Carità per la loro fondatrice?».

Una smentita diretta è arrivata anche dal cardiologo Tarun Praharaj, che ha curato Madre Teresa quando fu ricoverata in ospedale nel 1993 e nel 1996: «non è stata lei a scegliere una clinica di fascia alta, ma è stata la decisione dei suoi medici». Il fotografo Raghu Rai, che l’ha incontrata per decenni, ha dichiarato di aver sempre visto che a curarla è sempre stato lo stesso medico locale bengalese. In un articolo di giornale del 1989 si legge: «Madre Teresa ha lasciato l’ospedale di Calcutta cinque settimane dopo aver subito un attacco di cuore, dirigendosi alla sede delle sue Missionarie della Carità, nonostante il parere contrario dei medici».

Padre Leo Maasburg, un prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale e autore di una sua biografia, ha spiegato che nonostante i suoi numerosi viaggi (intrapresi puramente per diffondere le sue attività caritative), Madre Teresa ha vissuto una vita estremamente modesta a Calcutta, e mai ha chiesto favori speciali o particolari cure per se stessa. Fatti confermati da altre persone a lei vicine, compresi i medici che l’hanno curata durante la sua ultima malattia.

 

CONCLUSIONE

Come spiegato da questi autorevoli testimoni oculari, molte malattie che contrasse Madre Teresa furono dovute al suo instancabile e quotidiano lavoro in mezzo ai malati morenti, agli infetti che soccorreva e ai sofferenti dei sobborghi di Calcutta, e il ricorso a cure mediche di alto livello è stato scelto spesso contro la sua stessa volontà. In ogni caso, anche se così non fosse stato, non avremmo rilevato alcuna contraddizione: la sua opera, come abbiamo mostrato nel capitolo dedicato, era rivolta non tanto ai “semplici” ammalati -come di fatto era lei-, i quali venivano già assistiti dagli ospedali statali, ma sopratutto ai moribondi, ai morenti, agli agonizzanti, alle persone in fin di vita scartate dalle strutture sanitarie di allora, che venivano raccolti dalle Missionarie della carità ai bordi delle strade, dove si erano accasciati attendendo la morte. Madre Teresa non era in tale condizione quando venne ricoverata per i suoi problemi cardiaci, lo era invece, evidentemente, negli ultimi giorni della sua vita. Ed infatti non morì in un lussuoso ospedale americano, ma –come è stato spiegato– nella casa madre delle Missionarie della Carità di Calcutta, dove per decenni aveva offerto ai moribondi delle strade di Calcutta la possibilità di morire con dignità, assistiti, puliti e amati per quel che erano.

 

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4. AMAVA LA POVERTA’ PIU’ DEI POVERI?

I sostenitori di questa accusa si concentrano sul concetto di “sofferenza” e “dolore” espresso più volte da Madre Teresa durante varie interviste pubbliche, sostenendo che la religiosa si limitava a glorificare la sofferenza in quanto legame della vittima con Dio, senza far nulla per alleviare la situazione del sofferente.

 

ACCUSE

Lo scrittore Cristopher Hitchens ha criticato la suora albanese anche per la sua presunta concezione della sofferenza e della morte. Ha infatti citato questa frase di Madre Teresa: «C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino e la sofferenza come fece Cristo durante la sua Passione. Il mondo ha da imparare un sacco dalla sofferenza». Ha quindi commentato: «Non era un’amica dei poveri. Era amica della povertà, ha detto che la sofferenza è un dono di Dio».

Anche gli autori del già citato studio canadese hanno affermato che Madre Teresa considerasse “bello” vedere i poveri soffrire e preferisse glorificare il dolore dei malati anziché alleviarlo.

 

RISPOSTE

Come giustamente ha osservato padre Leo Maasburg, prete austriaco amico intimo di Madre Teresa, suo consigliere spirituale, si tratta di «una torsione diabolica» delle convinzioni della suora albanese, che erano massimamente rivolte «ad aiutare i poveri e alleviare loro la sofferenza».

I critici, infatti, hanno preso un enorme abbaglio semplicemente perché non conoscono la visione cattolica della sofferenza salvifica, che nasce dalla passione del Cristo ed è insegnata da secoli dalla Chiesa cattolica. La lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II è sufficiente per apprendere come la visione di Madre Teresa sia interamente e umanamente cattolica. Scrive Papa Wojtyla: «nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali». La sofferenza può quindi essere per il malato un’occasione di rinascita, non una crudele sfortuna ma una possibilità di salvezza. Ha un senso, seppur misterioso.

Questo giustifica abbandonare il povero e il sofferente nella sua condizione? E’ sciocco solo pensarlo. «Al Vangelo della sofferenza», precisa infatti Giovanni Paolo II, «appartiene anche — ed in modo organico — la parabola del buon Samaritano. Essa indica quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito “passare oltre” con indifferenza, ma dobbiamo “fermarci” accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità», commuoversi «per la disgrazia del prossimo». Tuttavia, «il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali». L’insegnamento cattolico secondo cui nemmeno la sofferenza umana è motivo di disperazione, ma una prova che porta ad una possibile redenzione personale, è rivolto ad aiutare il sofferente a trovare il senso di quanto gli è accaduto, a sentirsi comunque amato da Dio. Non giustifica affatto il voler rimanere in tale situazione, ma abbracciarla e tirarsene fuori («prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23); tanto meno indica di abbandonare il malato alla sua condizione. Anzi, proprio il contrario. Soltanto un approccio superficiale e fintamente ingenuo può travisare tutto ciò.

Andando oltre il chiarimento teologico della visione di Madre Teresa, perfettamente coincidente con l’insegnamento della Chiesa, osserviamo come i testimoni oculari dell’opera della suora descrivono l’enorme sforzo delle Missionarie della Carità nel combattere la povertà e l’indigenza delle persone che incontrano e incontravano.

 

Shirin Bazleh, ad esempio, è un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa. «Penso che le persone che fanno queste dichiarazioni critiche probabilmente non sono mai state in uno di questi hospice», ha affermato. «Quello che ho visto personalmente è stato l’amore e la cura che viene data agli indigenti a prescindere dalla loro religione. Io non credo che nessuno, sotto l’ombrello di una religione, sta facendo lo stesso altrove. Quando eravamo alla Casa di Kalighat abbiamo visto una donna che è stato portata dalla strade. Sembrava terribilmente malata e tremante, c’erano vermi che le uscivano dalle orecchie e insetti striscianti su tutto il viso. Dio solo sa cosa’erano quelle creature in movimento aggrovigliate tra i capelli. Le sorelle l’hanno lavata, l’hanno pulita, le hanno tagliato i capelli e tolto gli insetti, le hanno rimosso i vermi dalle orecchie, l’hanno vestita e fatta curare da un medico. Le è stato quindi assegnato un letto pulito e le è stato dato da mangiare. Si è scoperto che era così debole a causa della malnutrizione, aveva perso i sensi in un vicolo ed era rimasta lì per giorni. Questi sono i tipi di lavoro che le Missionarie della Carità svolgono quotidianamente. Siete disposti a fare lo stesso? In caso contrario, non siete qualificati ad avere un parere negativo su di loro».

Importante, ancora una volta, la testimonianza del già citato funzionario indù, Navin Chawla, molto vicino alla suora albanese. L’incontro con Madre Teresa lo ha stimolato a creare lui stesso iniziative per contrastare la sofferenza e la povertà. Ella, ha spiegato Chawla, «è riuscita a trasformare me, che sono rimasto indù. Ha fatto di me una persona diversa. Ha creato un ponte tra me e la povertà. Mi ha spinto a mettermi in contatto con i poveri attorno a me. Ha dato un senso a questo collegamento con i poveri anche per la classe media. Non che nell’induismo manchi il senso di compassione. Ma mi ha insegnato a raccogliere un lebbroso da terra. Con l’esempio. Cos’ha spinto Navin Chawla, un burocrate che ha studiato nelle scuole giuste, a farsi carico di 18mila casi disperati nei lebbrosari di cui mi occupo? Madre Teresa è riuscita a toccare qualcosa in me. E lo ha fatto con altre centinaia di migliaia di persone. E come? Dando il buon esempio. Costruì un primo ospedale e fece così tanto per i poveri che in giro di non molto tempo la gente s’inchinava per toccarle i piedi, che è un gesto di rispetto, qui in India, verso le figure autorevoli. Dopo la sua morte, le missioni in India stanno crescendo, le sorelle dell’ordine sono sempre di più. I volontari non stanno diminuendo e nemmeno i finanziamenti». Come si evince, in Madre Teresa non c’era alcuna “glorificazione della povertà”, ma amore concreto ai poveri tanto da prendersi cura costantemente di loro e toglierli dalla situazione in cui versavano, arrivando a toccare il cuore di persone di diversa estrazione culturale e religiosa, lontane dalla fede cristiana.

Nel 2000 l’ex commissario Chawla ha raccontato altri particolari interessanti: «Dieci anni fa ho diretto il Dipartimento di Salute dello stato di Delhi e ispezionai più volte un ospedale psichiatrico statale. I disabili mentali erano come detenuti di una prigione, due dozzine di uomini completamente nudi, accovacciati in un angolo della sala, i loro vestiti e le coperte erano strappati, i loro corpi non lavati da settimane. Più di ogni altra cosa mi ricordo la disperazione nei loro occhi. Quando visitai la casa di cura di Madre Teresa a Tengra, in cui venivano curati le persone con handicap mentale, ho notato che la costruzione era nuova, conteneva tre dormitori su ciascuno dei due piani. La qualità era quasi di lusso per il modo in cui tutto era stato organizzato: le camere erano luminose e ariose grazie ai ventilatori a soffitto, ogni letto aveva la sua zanzariera. La biancheria da letto colorata era tessuta dai malati di lebbra di Tirigarh. Non un chiodo sembrava fuori luogo e i volontari non erano retribuiti. Gli stessi pazienti sono stati incoraggiati a mantenere se stessi e il loro ambiente pulito, come parte necessaria della terapia. Mentre passavo mi aspettavo di incontrare rabbia o ostilità nei gruppi di pazienti, invece mi hanno accolto con caldi benvenuti. Quando arrivarono qui, due anni fa, non sapevano vestirsi, né mangiare correttamente, si rannicchiavano impauriti in un angolo. Ora sono autonomi nella maggior parte delle cose che fanno, addirittura lavorano nel centro artigianale».

La parlamentare indù Meenakshi Lekh è portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP) e, in quanto profondamente nazionalista, non proprio “favorevole” all’opera di Madre Teresa poiché la considera una missionaria appartenente ad un’altra religione. Tuttavia ha affermato: «nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, autore della famosa inchiesta su Madre Teresa comparsa sul Time e intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha detto: «Un’altra critica dice che lei era più interessata alla sofferenza dei poveri, al mantenere quelle persone nella sofferenza. Ora io penso che sia molto discutibile se si guarda a quanto cibo è arrivato attraverso il suo ministero e a quanti farmaci anti-lebbra che sono stati distribuiti». E, ha aggiunto: «A Calcutta ha creato istituzioni, scuole per i bambini poveri, case per donne in gravidanza, rifugi per i senza tetto, per gli orfani e i lebbrosi, case per i morenti, che sono diventati un modello per i suoi ministeri di tutto il mondo. Sembra forse esagerato, ma Madre Teresa ha ridefinito il concetto di “lavorare con i poveri” dell’età moderna, l’ha sostituito con “più poveri tra i poveri”, una nuova categoria con un corrispondente imperativo morale. Ha tolto la parola “con” cancellando la linea di demarcazione tra il benefattore e il beneficiario, facendo precipitare le sue suore in povertà nei bassifondi della città».

Molto curioso l’aneddoto raccontato dal giornalista del Telegraph, Tarun Ganguly: si trovava a Calcutta durante la metà degli anni ’80, mentre rientrava a casa un autocarro carico di scatoloni pieni di farmaci ha speronato la sua nuova auto. «Mentre stavo rimproverando il conducente del veicolo», ha detto, «ho improvvisamente notato una vecchia e fragile donna seduta accanto a lui, era Madre Teresa». Anche se colto alla sprovvista per alcuni secondi, Ganguly ha tuttavia preso il numero di targa decidendo di presentare una denuncia alla stazione di polizia di Park Street. «Ma la polizia si è rifiutata», ricorda Ganguly. «Mi hanno detto: “Come possiamo? Dopo tutto, lei e la Madre”». Ganguly maturò perciò un giudizio negativo verso la religiosa, fino a quando cambiò radicalmente idea alcuni anni dopo. «Una dei nostri vicini di casa, un’anziana donna musulmana, era stata abbandonata dalla sua famiglia. Era malata e sola e sentivamo il suo pianto tutte le notti. Ci sentivamo impotenti e non sapevamo cosa fare per aiutarla. Un giorno abbiamo sentito che Madre Teresa era venuta a prenderla. Abbiamo poi chiesto e saputo che era morta felice, amata e circondata da altre persone nella sua stessa situazione».

Il magazine inglese Outlook India nel tentativo di verificare le accuse ricevute da Madre Teresa, si è imbattuto in tantissime persone di fede indù che hanno incontrato la suora religiosa e hanno mutato i loro sospettosi convincimenti in aperta ammirazione. Un esempio è l’ufficiale di polizia del Bengala, BD Sharma, che andò a visitare nella prima metà degli anni ’80 una casa di cura delle Missionarie della Carità per i pazienti ammalati di lebbra. Ecco il racconto: «Io non era particolarmente ansioso di tale incontro perché consideravo Madre Teresa estremamente sopravvalutata, non apprezzando l’opera di uno straniero che lavora per l’India. Ma ho completamente cambiato la mia idea quando la vidi abbracciare i lebbrosi, i quali mai mi sarei sognato di toccare, per quanto mi vergogno ad ammetterlo. Passava le dita sopra le loro ferite aperte per lenirle e pulirle dal sangue incrostato. Questa è stata una dimostrazione di vera compassione che non può essere falsificata. Se questa donna non è santa, io non so chi lo possa essere». Altra testimonianza significativa è quella del leader del Partito Comunista indiano, Mohammed Salim, il quale seppur non d’accordo con l’ideale di Madre Teresa non ha potuto negare il suo impegno: «Non intendo affatto sminuire gli sforzi di Madre Teresa per contribuire a ridurre la sofferenza dei miserabili, ma l’elemosina non è la soluzione».

Il sociologo cattolico William A. Donohue è entrato più nel merito dell’equivoco teologico sulla sofferenza: «Facciamo finta che io sia un ateo. L’idea della sofferenza redentrice, che chiede di unire le mie sofferenze a Gesù, è quello che lo storico James Hitchcock ha definito una delle più radicali idee della storia. Posso capire un ateo che dica: “Io non capisco. C’è sofferenza, ma l’idea di poter unire le mie sofferenze a Cristo non è qualcosa che posso comprendere”. Ci viene insegnato nella società americana di comprendere i popoli aborigeni, che possono avere usi e costumi che potrebbero sembrare bizzarri e strani per noi. Ma non quando si tratta dei cattolici. Hitchens e gli altri critici avrebbero dovuto fare un sincero tentativo di guardare il mondo attraverso gli occhi di un cattolico che crede nella sofferenza redentrice. Invece, nella loro arroganza dicono che è folle e borderline credere in un tale concetto».

 

CONCLUSIONE

Sembra davvero strano che persone colte e intelligenti possano davvero pensare che l’insegnamento di Madre Teresa e della Chiesa cattolica sia quello di glorificare e amare la sofferenza più dei sofferenti. E’ più probabile, a nostro avviso, che questi critici fingano di essere ingenui per disonestà intellettuale, permettendosi così di poter giocare sull’equivoco e riversare su Madre Teresa un’accusa insidiosa e viscida. Sanno bene, infatti, che per chiarire le cose occorre più fatica, spiegazioni ed impegno -come sono state date qui sopra- di quanto servano all’accusatore, a cui basta una citazione estrapolata di Madre Teresa e un’interpretazione volutamente errata delle parole.

 

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5. DONAZIONI DA PERSONAGGI DISCUTIBILI?

In mezzo a migliaia di piccoli e grandi ammiratori di Madre Teresa, ci sono anche stati tre personaggi moralmente discutibili che hanno anche loro donato del denaro per le opere create dalle Missionarie della Carità.

 

ACCUSE

Nel libro di Hitchens, La Posizione della Missionaria, la religiosa di Skopje viene accusata anche di aver ricevuto donazioni dal dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier nel 1981, dal finanziere corrotto Charles Keating e dal parlamentare britannico Robert Maxwell.

 

RISPOSTE

Il finanziere Keating, al culmine del suo successo, fece una donazione a Madre Teresa e nel 1992 venne processato e condannato dopo un pesante crack finanziario. Durante lo svolgimento del processo, Madre Teresa scrisse al giudice Lance Ito: «Io non so nulla del lavoro di Charles Keating, della sua attività o delle questioni che sta trattando. So solo che è stato gentile e generoso con i poveri di Dio ed è stato pronto ad aiutarli ogni volta che c’era un bisogno. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare con un giudice, dico sempre di pregare e guardare nel loro cuore e fare ciò che Gesù avrebbe fatto in quella circostanza. E questo è ciò che chiedo a voi, vostro Onore» (citata in C. Hitchens, The Missionary Position, Verso 1995, p. 67). Anche per quanto riguarda la donazione di Robert Maxwell, essa avvenne molto prima dell’accusa di appropriazione indebita dei fondi pensione della sua società di marketing.

Il già citato ex commissario elettorale dell’India, Navin Chawla, di fede indù, ha replicato a tali accuse: «Nel corso della ricerca per la mia biografia, le ho chiesto il motivo per cui accettò i soldi da personaggi loschi come Duvalier. La sua risposta è stata concisa: “Nella carità”, ha detto, “ognuno ha il diritto di dare”. Nel frattempo ho studiato la storia Duvalier. Madre Teresa aveva creato una piccola missione a Port-au-Prince, uno dei luoghi più disperatamente poveri del mondo. Il giorno dopo che Madre Teresa la visitò, la figlia di Duvalier si recò alla missione e donò 1000 dollari. Non si trattava, come è stato riferito, di un milione di dollari. Ma la risposta di Madre Teresa sarebbe stata comunque la stessa: se questo dà pace al donatore, così sia». In un’altra occasione ha aggiunto: «Supponiamo pure che Madre Teresa abbia ricevuto donazioni senza identificare da chi venivano. Anche fosse, sarebbe una cosa così insignificante nell’oceano di Bene che quella Santa ha fatto. È vero, non guardava in faccia a nessuno. Se pensava che avresti potuto aiutarla, veniva da te, ti spiegava cosa faceva e aspettava che offrissi qualcosa. Non chiedeva mai. E diceva che non le importava chi fosse a offrire denaro. Non faceva differenza: lei vedeva solo i poveri». Tali accuse arrivarono anche quando Madre Teresa era ancora viva, la sua risposta era semplice: «Ogni individuo ha il diritto di dare in beneficenza», ha spiegato ancora Chawla. Aggiungendo: «Le ho chiesto di questo una volta. Lei mi ha chiesto se mettevo in discussione tutte le migliaia di persone che nutrono i poveri nella nostra città ogni giorno. “Non sta a me giudicare le persone. Questo è il lavoro di Dio”, mi disse».

Lo scrittore Simon Leys, docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa ha accettato di tanto in tanto di ospitare truffatori, milionari e criminali? E’ difficile capire perché, da cristiana, avrebbe dovuto essere più esigente in questo senso del suo Maestro, le cui frequentazioni negative erano note e sconvolsero tutti gli Hitchens del suo tempo». Leys si rifà, ad esempio, ai pasti che Gesù condivideva con prostitute e pubblicani, nonché alla famosa visita a casa del ladrone Zaccheo, creando parecchio scandalo tra i farisei.

L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha commentato: «Naturalmente ci sono stati alcuni individui ricchi e potenti che hanno cercato di usare Madre Teresa per i loro scopi, alcuni ancora lo fanno. Eppure, questa suora non ha mai offerto l’assoluzione in cambio di “favori”. Solo quelli che non fanno nulla o sono riluttanti a vedere questo, non riescono a capire che le personalità religiose dovrebbero essere mediatori attivi con chi detiene il potere, nella speranza che questo vada a vantaggio dei meno fortunati».

 

CONCLUSIONE

Queste tre controverse donazioni ci sono effettivamente state tuttavia, in almeno due casi, Madre Teresa non conosceva, come abbiamo visto, il discutibile profilo morale del donatore. Molti si lamentano perciò del fatto che la suora albanese non abbia restituito la donazione nel momento in cui seppe di aver ricevuto soldi “sporchi”. Ci domandiamo come pensano che potesse farlo: inviando un assegno al giudice o al criminale? Togliendo quei soldi ai poveri di Calcutta o delle altre missioni a cui li aveva molto probabilmente destinati, per inviarli alle povere vittime americane o britanniche del donatore corrotto? Oltre a mancare di sano realismo, sorprende che i critici di Madre Teresa manchino di condannare moralmente anche Gesù Cristo che, scandalosamente, accolse i soldi “sporchi” del corrotto Zaccheo, quando quest’ultimo decise: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri» (Lc 19,1-10)

 

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6. BATTESIMI SEGRETI E CONVERSIONI FORZATE?

Alcuni critici accusano Madre Teresa e la Missionarie della Carità di aver battezzato in segreto i bambini orfani che trovavano e usato la conversione come ricatto per aiutare i moribondi e le persone in fin di vita. Questa è anche l’unica accusa condivisa (o meglio, i critici occidentali hanno condiviso tale accusa) da qualche esponente della società indiana e orientale, generalmente nazionalisti indù.

 

ACCUSE

Christopher Hitchens ha accusato Madre Teresa di aver battezzato segretamente i morenti: «Nelle case per i moribondi, Madre Teresa ha insegnato alle sorelle come battezzare di nascosto coloro che stavano morendo. Le sorelle dovevano chiedere ad ogni persona in pericolo di morte se voleva un “biglietto per il paradiso.” Una risposta affermativa significava il consenso al battesimo. La sorella poi faceva finta di raffreddare la testa del paziente con un panno umido, mentre in realtà lo stava battezzando, dicendo sottovoce le parole necessarie. La segretezza era importante in modo che nessuno avrebbe saputo che le sorelle di Madre Teresa battezzavano indù e musulmani» (C. Hitchens, The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice, Verso 1995).

La parlamentare indù Meenakshi Lekh, portavoce del Bharatiya Janata Party (BJP), ha a sua volta detto«Una persona inviata in una missione religiosa è inviata per promuovere il cristianesimo in un paese straniero e svolge un lavoro religioso (come ad esempio convincere la gente ad unirsi a una religione o aiutare le persone che sono malate, povere, etc.), Madre Teresa stessa ha detto di essere una missionaria, l’organizzazione stessa dai fondata è chiamata “Missionarie della Carità”. Vorrei però meglio precisare: nessuno contesta il lavoro caritatevole di Madre Teresa, nessuno contesta che nella sua vita ha svolto un lavoro encomiabile in aiuto dei malati, anziani, orfani e delle famiglie, sono stata anche un’ammiratrice del suo lavoro. Ma non togliamole l’identità stessa: il suo lavoro era missionario, cioè qualcuno che portava il cristianesimo attraverso di esso. Non togliamo da quella nobile donna ciò che è stato il cuore della sua identità e del suo lavoro, la promozione del cristianesimo e ciò che è evidente nel nome della stessa organizzazione. Tuttavia, Madre Teresa ha avuto il coraggio della convinzione e l’onestà di intenti e non ha mai evitato le attività missionarie, a differenza delle organizzazioni che lo fanno sotto vesti ingannevoli».

Anche i fondamentalisti indù dell’ente paramilitare RSS e del partito politico nazionalista BJP hanno accusato la suora albanese di avere forzatamente convertito molti poveri al cristianesimo quando erano malati, in punto di morte o orfani da adottare. Mohan Madhukar Bhagawat, capo dell’RSS, ha affermato: «è un’ottima cosa lavorare per una causa con intenzioni altruistiche. Ma il lavoro di Madre Teresa aveva un secondo fine, quello di convertire la persona che stava accudendo al cristianesimo».

 

RISPOSTE

Immediata è arrivata la replica del primo ministro di Delhi, Arvind Kejriwal, che avendo lavorato a fianco di Madre Teresa, l’ha definita un’«anima nobile» e ha esortato il vertici del RSS a risparmiarle tali osservazioni. Kejriwal è di religione induista. Anche il giornalista indiano e induista Rajeev Shukla ha preso le difese della suora religiosa, sollevando addirittura la questione in Parlamento.

La testimonianza più importante è stata, ancora una volta, quella di Navin Chawla, ex commissario elettorale indiano, amico di Madre Teresa e, tuttavia, rimasto sempre di fede induista: «Non esiste neanche una testimonianza che confermi queste invenzioni. Non aveva alcun bisogno di convertire», ha replicato. «Perché, per lei, il bambino povero abbandonato per strada era Gesù. Il lebbroso era Gesù. Il moribondo era Gesù. Non c’era alcun bisogno di convertire qualcuno che era già Dio». In un’altra occasione ha aggiunto: «Anche se fermamente e devotamente cattolica, tese la mano a persone di tutte le denominazioni, indipendentemente dalla loro fede o non fede. Non credeva che la conversione era il suo lavoro, quello era opera di Dio, diceva. Così, mentre sollevava il neonato abbandonato, non lo avrebbe mai tentato di convertire perché sarebbe probabilmente stato adottato da una famiglia hindu. Per questo la gente di tutte le fedi era così entusiasta di questa suora cattolica. Nei miei 23 anni di stretta collaborazione con lei, mai una volta sussurrò che forse la sua religione era superiore alla mia, o attraverso di essa si trovava su un percorso più vicino al Divino».

Il sociologo agnostico Gëzim Alpion, docente presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha risposto così a tale accusa: «Nella mia ricerca, scrivo cose che sono in grado di corroborare e faccio sempre riferimento a citazione da fonti affidabili. Ho visitato la sede delle Missionarie di Calcutta e la Casa dei moribondi a Kalighat. In tutte le case dell’Ordine, i centri e le mense in cui sono stato, in Asia, in Africa, in Europa e in Australia, ho visto le suore di Madre Teresa, i fratelli e i volontari, devotamente al servizio dei bisognosi. Da quello che io stesso ho osservato durante tali visite e dalle interviste che ho condotto ai membri dell’ordine e a coloro che beneficiano della loro assistenza, ho motivo di ritenere che l’aiuto era offerto senza precondizioni».

La scrittrice Kathryn Spink, biografa autorizzata di Madre Teresa di Calcutta e attivista per i diritti umani delle donne sudafricane, ha spiegato che le persone ricoverate negli hospice di Madre Teresa «hanno ricevuto cure mediche dalle Missionarie della Carità e hanno avuto la possibilità di morire con dignità, secondo i riti della loro fede. Ai musulmani è stato letto il Corano, gli indù hanno ricevuto l’acqua del Gange e i cattolici hanno ricevuto l’estrema unzione. Hanno ricevuto una bella morte, le persone che hanno vissuto come animali sono morte come angeli, amate e volute» (K. Spink, Mother Teresa: A Complete Authorized Biography, HarperCollins 1998, p. 55)

Il prof. Antonio Menniti Ippolito, docente di Storia moderna presso l’Università degli studi di Cassino, ha scritto sull’enciclopedia Treccani: «Le suore non convertono, non impongono modelli, non cercano di convincere. Gli assistiti che muoiono nelle loro case vengono destinati alle comunità religiose di appartenenza e in India, quando vi è un dubbio, i cadaveri vengono destinati alla cremazione secondo lo stile hindu. Neppure i bambini ospiti dello Shishu Bhavan di Calcutta, almeno quelli in condizione d’essere dati in adozione, vengono battezzati. Il modello di vita e di impegno offerto da Madre Teresa e dalle sue Missionarie della carità è tanto originale quanto straordinario: un vero modello di fratellanza, non ideologico, che si propone con l’esempio».

Lo scrittore Simon Leys, prestigioso docente di Sinologia alla Australian National University, ha pubblicato sul The New York Review of Books una breve ma significativa risposta a tale accusa: «Madre Teresa battezza in segreto i moribondi? L’atto materiale del battesimo consiste nel mettere alcune gocce di acqua sulla testa di una persona, mormorando una dozzina di semplici parole rituali. O si crede nell’effetto sovrannaturale di questo gesto, e allora si dovrebbe desiderarlo. Oppure non si crede in esso, e il gesto è un atto innocente, senza significato e innocuo, come scacciare una mosca con un gesto della mano. Se un cannibale ti si presenta davanti con amore e vorrebbe consegnarti un dente magico di coccodrillo come protezione perenne, lo scacci indignato e respingi l’offerta come primitiva e superstiziosa, oppure accetti in segno di gratitudine, ritenendo un segno generoso di sincera preoccupazione e affetto?».

Shirin Bazleh, un regista americano agnostico che si è recato a Calcutta nel 1996 per visitare l’opera di Madre Teresa, ha più volte precisato: «La casa dei moribondi di Kalighat si trova accanto a un tempio indù, e i malati, indipendentemente dalla loro religione, vengono portati dentro e ci si prende cura di essi. Io non sono una persona religiosa e trascorrere del tempo con Madre Teresa non ha cambiato le mie opinioni sulla religione in sé, ma ha aumentato il mio apprezzamento per coloro la cui fede è guida per portare più bene all’umanità. Se la religione e la fede aiutano a portare il meglio dalle persone, penso che siano una grande cosa. Non mi interessa ciò che la religione è e non credo che nemmeno Madre Teresa si preoccupa di questo. Lo vediamo nel suo lavoro: nel suo servizio e nelle sue azioni non favorisce una religione rispetto ad un’altra. Ha detto più volte che “io amo tutte le religioni, ma sono innamorata del cristianesimo”. La ammiro totalmente per quello che è e per quello che fa».

Sunita Kumar, portavoce dell’organizzazione fondata da Madre Teresa, ha replicato alle accuse dei nazionalisti indù: «Sono male informati. Deve essere assolutamente chiaro che i tentativi di proselitismo non avvenivano quando c’era la Madre, né avvengono oggi. L’intero movente è quello di servire i poveri disinteressatamente, portare gioia e dignità nella loro vita. Non ho mai visto nulla di simile, un musulmano è trattato come un musulmano e un indù è trattato come un indù. Io stessa sono una sikh e questo non è mai stato di ostacolo al mio rapporto con le Missionarie della Carità».

Il vaticanista Henri Tincq ha commentato: «L’accusa di aver cercato di convertire al cristianesimo gli indù sofferenti è falsa, ancora utilizzata quotidianamente dai fondamentalisti indiani per perseguitare la minoranza cristiana in questo paese (il 3% della popolazione). La migliore risposta a questa accusa è il ricordo del funerale di stato decretato il 9 settembre 1997 dal governo indiano. Come inviato speciale per il funerale, mi ha colpito la presenza e l’omaggio di decine di migliaia di indiani (e indù) nella processione che ha seguito il feretro di Madre Teresa nelle strade della capitale del Bengala. Quasi venti anni dopo il giorno della sua canonizzazione, i membri e i funzionari del governo indiani ancora si recano in viaggio a Roma. Il 28 agosto, il primo ministro Narendra Modi del partito nazionalista indù, famoso per la poca tolleranza verso i cristiani, ha invitato il suo paese ad onorare la nuova santa con queste parole: “Madre Teresa ha dedicato tutta la sua vita al servizio dei poveri e degli svantaggiati in India. Quando a una persona viene dato il titolo di santo, è naturale che tutti gli indiani si sentono orgogliosi”».

 

CONCLUSIONE

Il problema principale dei critici di Madre Teresa è che non sono mai stati testimoni oculari dei fatti. Al contrario, chi ha avuto l’onore di starle affianco -cattolico, ebreo, laico o induista- ha testimoniato l’assenza di qualunque proselitismo e, tanto meno, di conversioni “segrete”, “forzate” o sotto “ricatto”. Ovviamente Madre Teresa era una consapevole testimone del cristianesimo, l’annuncio cristiano di salvezza è il compito di tutti coloro che scelgono di abbracciare il messaggio evangelico, ma la testimonianza -come insegnano Benedetto XVI e Francesco- non avviene tramite i discorsi o il proselitismo, ma con l’attrazione, cioè attraverso le proprie opere e l’esempio di vita, felice e santa, che il cristiano porta nel mondo. Fin nei sobborghi di Calcutta. Ma anche se non fosse così, rimane più che valida l’osservazione che Gëzim Alpion, docente di Sociologia all’Università di Birmingham, ha rivolto ai critici di Madre Teresa: «Se dovessi scegliere tra chi aiuta i poveri per precisi fini religiosi e chi limita il proprio contributo a favore dei “relitti” umani alla pubblicazione di qualche discutibile articolo o libretto, teso a svilire il lavoro di questi altruisti “assistenti sociali” religiosi, non avrei dubbi da che parte stare» (G. Alpion, Madre Teresa, Roma 2008, pp. 110-115).

 

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7. DUBBI SULLA FEDE

Molti quotidiani hanno riportato alcune frasi scritte da Madre Teresa, raccolte in particolare nel libro di lettere private Come Be My Light (Doubleday 2009), conservate contro la sua stessa volontà da parte del suo direttore spirituale, padre Van Exem: «se le lettere diventeranno pubbliche la gente penserà più a me e meno a Gesù», scrisse (Lettera a Picachy, aprile 1959). Si tratta di scambi epistolari che ebbe con i suoi direttori spirituali (padre Van Exem, il card. Picachy e padre Neuner) e con l’arcivescovo di Calcutta, mons Périer, per circa sessant’anni, e alcuni di essi hanno rivelato per la prima volta un rapporto complesso con la fede, sofferto e a volte dubbioso, nato proprio quando ha iniziato la sua attività a Calcutta.

 

ACCUSE

Diversi autori non hanno mancato di deriderla per queste difficoltà apprese nelle sue lettere (definendola “la santa atea”, “una vecchia signora confusa”, “la patrona degli scettici” ecc.), mentre i suoi detrattori ufficiali hanno rimarcato questo aspetto per darle dell’“impostora”, criticato la scelta della santificazione da parte della Chiesa cattolica. I ricercatori canadesi hanno parlato di “instabilità psicologica”. Non riteniamo lecito che i dissacratori di Madre Teresa entrino anche nel campo della fede privata, non hanno l’esperienza né la preparazione adeguata per dare giudizi o misurare l’esperienza spirituale altrui. In ogni caso, anche tali accuse meritano una risposta.

 

RISPOSTE

Innanzitutto va detto che l’autore del libro che ha rivelato tutto ciò è padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di beatificazione di Madre Teresa. Ovvero, colui che ha reso pubblici tali scritti non solo non ha rilevato problemi o contraddizioni, ma addirittura è stato il postulatore della sua beatificazione, incaricato proprio dalla Congregazione per i Santi di studiare tali documenti e ascoltare i testimoni. Egli ha visto nella religiosa albanese la dote della perseveranza, un atto spiritualmente eroico e ha suggerito espresso il suo parere sulla “prova di fede” toccata a Madre Teresa: «era una personalità molto amata, molto forte. E una forte personalità ha bisogno di una forte purificazione» come antidoto all’orgoglio. Egli cita a dimostrazione un commento scritto dalla suora nel 1960, dopo aver ricevuto un importante premio nelle Filippine: «Questo non significa niente per me, perché io non ho Lui» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Commentando il momento di crisi di Madre Teresa, padre Peter Gumpel della Congregazione per le Cause dei Santi, ha replicato alle sottolineature “teologiche” dei critici e dei ricercatori dello studio canadese, anche loro impegnati a tratteggiare negativamente il profilo spirituale della suora albanese. «Questi ricercatori non conoscono che i periodi di dubbio, e anche gravi prove di fede, hanno colpito alcuni dei più grandi santi della Chiesa, come san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieux ecc., e che l’animo perseverante e il superamento di essi è considerato uno dei grandi segni di santità». Altri santi che hanno sperimentato questa esperienza sono Giovanna Francesca Frémiot de Chantal e Teresa d’Avila. Madre Teresa è decisamente in “buona compagnia”.

Osserviamo anche che se si leggono tutti gli scritti si capisce che l’aridità spirituale vissuta dalla religiosa in realtà è spesso stimolo di una più profonda ricerca e unione con Dio. Lo si capisce da alcuni scritti in particolare (citati in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009): «Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore». In un’altra occasione scrisse: «Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile».

Respingiamo inoltre chi scorge nell’oscurità di fede di Madre Teresa un dubbio filosofico o teologico dell’esistenza di Dio. Non è così, basta conoscere la vita dei santi più devoti per scorgere anche in loro l’esperienza della “notte oscura”, così definita da San Giovanni della Croce. Anche Benedetto XVI ha sperimentato qualcosa di simile: «Esperienze così forti no. Forse non sono abbastanza santo per finire in quell’oscurità. Però talvolta alle persone attorno a noi accadono cose che ci spingono a chiederci come il buon Dio possa permetterlo. In certe situazioni il rapporto con Dio diventa difficile: sono i momenti in cui mi chiedo perché c’è tanto male al mondo e come tutto questo male si possa conciliare con l’onnipotenza e la bontà del Signore» (in P. Seewald, Ultime conversazioni, Garzanti 2016, p.24). E’ ciò che accadde, sopra a tutti, a Gesù stesso, che mise in dubbio la vicinanza del Padre -non la sua esistenza- poco prima di morire in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Si pensi a questo mentre si leggono alcune frasi della religiosa albanese: «Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? […]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio». E ancora: «C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo». Per anni visse una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad «amarLo come non era mai stato amato prima» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Inoltre, tutto questo non le impedì di continuare a testimoniare l’amore di Dio alle persone a lei vicine: «Mie care figlie», scrisse ad esempio alle consorelle, «senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”».

Infine, occorre dire che i “lamenti” di Madre Teresa cessarono da un certo momento in poi, sopratutto dopo l’incontro nel 1961 con il reverendo e teologo Joseph Neuner. Padre Kolodiejchuk ha spiegato che nel 1958 Madre Teresa «ha chiesto un segno a Gesù se era soddisfatto del lavoro delle Missionarie della Carità. E in quel momento, l’oscurità venne sollevata». Proprio a padre Neuner confidò di essersi accorta che quella che viveva era un’ulteriore prova datale da Dio, con uno scopo seppur misterioso: «Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra. Oggi sperimento una profonda gioia perché Gesù non può più passare attraverso l’agonia, ma vuole passare attraverso di essa, in me» (lettera a Neuner, citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009). Lo stesso padre Neuner ha commentato: «E’ stata l’esperienza salvifica della sua vita, quando si rese conto che la notte del suo cuore era la “golden share” nella passione di Gesù». In forza di tale convinzione, Madre Teresa è arrivata infatti a scrivere a Gesù stesso: «Se questo Vi porta gloria, se le anime sono portate a Voi, con gioia accetto tutto fino alla fine della mia vita. Io sono disposta a soffrire per tutta l’eternità, se questo è necessario». E ancora: «Se vorrò che Dio mi santifichi, voglio essere santa dell’oscurità e chiederà al cielo di essere la luce per coloro che vivono nelle tenebre sulla terra» (citata in B. Kolodiejchuk, Sii la mia luce, Bur 2009).

Significativo il commento di Marina Ricci, vaticanista del Tg5 che si è recata più volte a Calcutta per raccontare il lavoro di Madre Teresa: «Da pochi anni sappiamo che anche lei fece a pugni con Dio. Nelle carte del processo di beatifi’cazione c’è la narrazione della notte oscura, quando cercò di allontanare il calice. Accade a tutti. È accaduto anche a Gesù. La misericordia di Dio riesce a
diradare le ombre, ma a condizione di amare anche quella oscurità. Solo così possiamo accorgersi dell’amore di Dio, questo ci insegna Madre Teresa»
. E in un’altra occasione: «Lei che aveva obbedito alla voce di Gesù che le chiedeva di essere povera tra i poveri, di abbracciare la miseria materiale, il disprezzo, l’abbandono e l’angoscia di chi non ha nulla, aveva stretto tra le braccia troppo forte quella Croce. E i segni di quell’abbraccio avevano passato il corpo fino ad arrivare all’anima, trasformandola in un orto del Getsemani e costringendola a urlare: “Dio, Padre, dove sei?”. Ebbene sì, aveva dubitato. E così facendo aveva ridato carne alla santità, riportandola vicina agli uomini fino a renderla un’occasione per tutti. Lei aveva tracciato la strada e dimostrato che anche il buio si può attraversare restando abbracciati alla Croce di Cristo».

Il reverendo James Martin, redattore della rivista dei gesuiti America, è anche autore del libro My Life with the Saints (Loyola Press 2007) in cui si è occupato dei “dubbi” di Madre Teresa. Ha scritto che quello della suora albanese è anche «un ministero per le persone che hanno sperimentato qualche dubbio, qualche assenza di Dio nella loro vita. E sapete chi sono? Tutti. Atei, scettici, agnostici, credenti. Tutti». E ancora: «E’ come innamorarsi e sposarsi con una persona che, Dio non voglia, ha un incidente ed entra in coma. Così smetti sperimentare il suo amore e per 50 anni la ami e ti prendi cura di lei, andando talvolta a lamentarti dal tuo direttore spirituale. Ma sai, ad un livello più profondo, che lei ti ama, anche se è silenziosa e capisci che quello che stai facendo ha un senso. Madre Teresa sapeva che quello che stava facendo aveva un senso». In un’altra occasione ha scritto: «Madre Teresa ha lottato intensamente con la sua vita spirituale. Il suo ministero era basato su un incontro singolarmente intimo con Gesù che a poco a poco è svanito nel silenzio, è una notevole testimonianza di fedeltà del più grande genere. Niente più di questo mi lega a Madre Teresa, e ho scoperto che niente come ciò genera apprezzamento verso la sua santità quando racconto questa storia agli altri, sia in articoli che in omelie o durante i ritiri spirituali».

Come è stato giustamente scritto dalla comunità delle suore “Siervas del Hogar de la Madre”, «la sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti noi». E ancora: «Tutto questo ci porta ad una profonda ammirazione per la fede e per le opere di questa minuta religiosa, di questa santa che non sente, ma sa del profondo Amore di Dio, ed agisce come se lo sentisse, amando con tutto il suo cuore e facendo il bene dovunque passa, senza pensare neanche per un momento a se stessa».

Il giornalista ebreo (seppur laico) David Van Biema, a conclusione della sua famosa inchiesta sul Time intitolata “The Life and Works of a Modern Saint” (2010), ha scritto: «Madre Teresa ha considerato l’assenza percepita di Dio nella sua vita come il suo più vergognoso segreto, ma alla fine ha imparato che poteva essere un favorevole dono alla sua vocazione. Se avesse saputo che le sue difficoltà avrebbero facilitato la vita spirituale di migliaia di compagni di fede, non ne avrebbe provato alcuna vergogna». Ha comunque precisato: «Anche se ci sono lettere che suggeriscono esserci stati momenti in cui ha avuto dubbi, questi sono la minoranza – 3-4% delle lettere-. Per la maggior parte gli scritti parlano di quanto sia triste essere descritti come eroi».

 

CONCLUSIONE

Non possiamo che osservare quanta profondità vi sia nella prova di fede vissuta da Madre Teresa, a cui è stato chiesto da Dio un ulteriore percorso di purificazione, di mortificazione personale in contrapposizione all’esaltazione offertale del mondo. Una oscurità che la santa albanese ha saputo accettare e amare proprio intuendo la volontà di Dio e che, incredibilmente, ha aiutato molte persone a capire che la santità è alla portata degli uomini, nonostante i loro dubbi e incertezze. Inoltre, il modo in cui Madre Teresa ha vissuto questa difficoltà, l’ha resa agli occhi dei moderni non segno di contraddizione ma motivo ancora più meritevole di stima e di lode.

E’ anche incredibile come, nonostante l’esperienza dell'”oscurità” della fede, Madre Teresa abbia comunque saputo convertire migliaia di persone attraverso la sua testimonianza cristiana, fatta di opere più che di parole. Un esempio è il giornalista inglese Malcolm Muggeridge, agnostico dichiarato e nichilista, che ha incontrato la suora albanese dopo essere partito per Calcutta con una troupe cinematografica. Ne è nata un’amicizia e uno scambio di lettere, in cui Madre Teresa gli scrisse: «Il tuo desiderio di Dio è così profondo e tuttavia Egli mantiene se stesso lontano da te. Ma Lui sta forzando la Sua natura perché Egli ti ama così tanto e l’amore personale di Cristo per te è infinito, mentre la difficoltà che tu hai verso la Sua chiesa è finita. Supera il finito con l’infinito» (Lettera a Muggeridge, 1968). Muggeridge a quanto pare lo ha fatto, convertendosi ufficialmente al cattolicesimo nel 1982 e diventando un apologeta cristiano. Nel 1969, poco dopo aver incontrato Madre Teresa, ha pubblicato il suo primo libro religioso: Jesus Rediscovered. E’ stato regista del film Something Beautiful for God, pubblicando il libro omonimo nel 1971 e dedicandolo alla suora albanese, musa ispiratrice della sua conversione.

 

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8. CONCLUSIONI GENERALI

Abbiamo analizzato e risposto dettagliatamente tutte le principali accuse che sono state avanzate contro la santità di Madre Teresa, ignorando volontariamente chi la critica per la sua posizione contraria all’aborto e al divorzio, espressa a livello internazionale perfino durante il discorso alla consegna del premio Nobel. Queste coraggiose posizioni sono chiaramente uno dei tanti meriti della fondatrice delle Missionarie della Carità.

I suoi detrattori principali sono uomini borghesi occidentali, che mai si sono distinti per particolari opere di sincera carità. A Calcutta, invece, i giornalisti di Outlook India hanno rilevato che «nella città in cui la suora albanese venne nel 1929, è difficile trovare molte voci critiche contro di lei. Certamente non del tipo che sono state sollevate» recentemente in Occidente. Celeste Owen-Jones, articolista dell’Huffington Post, ha scritto: «chi siamo noi, seduti nel nostro ufficio o nel comfort della nostra casa nel nostro comodo mondo, nascondendoci dietro a libri e computer, per criticare una donna che ha abbandonato tutto per trascorrere la sua vita portando attenzione ai dimenticati di questo mondo? Il giorno in cui qualcuno condurrà una vita simile a Madre Teresa e ancora vorrà criticare il modo in cui ha agito, solo allora meriterà rispetto per la sua opinione. Ma quel giorno non è ancora arrivato».

Rimane il sospetto che i suoi detrattori siano stati molto più disturbati dall’immensa ammirazione del mondo verso una religiosa cattolica, con tutte le sue “scomode” idee etiche e morali, piuttosto che per il contenuto stesso delle critiche. L’agnostico Gëzim Alpion, docente di Sociologia presso l’Università di Birmingham ed esperto della vita di Madre Teresa, ha infatti spiegato: «gli irriducibili critici di Madre Teresa, tra cui alcuni detrattori professionisti come Christopher Hitchens, Richard Dawkins e Germaine Greer, trovano l’ortodossia cattolica di Madre Teresa problematica, in quanto incompatibile con il loro ateismo altrettanto ortodosso. Madre Teresa credeva nella santità della dignità umana. Questo è un messaggio che pochissime persone nella seconda metà del XX secolo sono state in grado di inviare con sincerità, in modo convincente ed efficace come ha fatto Madre Teresa per quasi cinquanta anni al timone del suo ordine. I motivi principali per cui Madre Teresa è riuscita dove altri hanno fallito parzialmente o completamente è perché praticava con l’esempio personale quel che predicava».

Non c’è dubbio, tuttavia, che anche lei commise diversi errori (gran parte dei quali, probabilmente, nemmeno conosceremo mai) e altrettanto sicuramente, le critiche che ha ricevuto possono contenere una parte di verità. Il giornalista John L. Allen ha però precisato giustamente che «dichiarare qualcuno santo non significa che non ha mai commesso sbagli. Significa invece che, nonostante tutti gli errori o i limiti che possono aver segnato la sua vita, lui o lei ha cercato, per quanto possibile, di vivere una vita cristiana e fedele al Vangelo». La stessa Madre Teresa, inoltre, è sempre stata la prima a riconoscere le sue imperfezioni, come ha raccontato il suo consigliere spirituale, che ha citato anche un suo insegnamento: «Se qualcuno ti critica, in primo luogo chiediti: è giusto? Se ha ragione, chiedi scusa e cambia, e il problema è risolto. Se lui non dice il giusto, chiarisci e correggilo, e se non dovesse servire accogli le ingiuste accuse con entrambe le mani e offrile a Gesù in unione con la sua sofferenza, perché lui stesso è stato calunniato da ogni parte».

Abbiamo comunque ritenuto questo dossier necessario perché le accuse, seppur false, sono riuscite ad ingannare un certo numero di persone. L’arcivescovo New York, Fulton Sheen, ha detto una volta: «Negli Stati Uniti ci sono un centinaio di persone che odiano la Chiesa cattolica, e ci sono milioni di persone che odiano ciò che erroneamente credono di sapere della Chiesa cattolica. Vorrei applicare questo commento a livello globale, e in particolare ai restanti critici di Madre Teresa». Lo scrittore Francesco Agnoli ha cercato di capire i motivi di questo odio gratuito verso Madre Teresa, concludendo: «Anzitutto, per odio, probabilmente, verso un simbolo contemporaneo della moralità. Lei dimostra che l’uomo è capace di sconfiggere ogni giorno il suo egoismo animale, i “geni egoisti”, è incarnazione vivente di quel famoso altruismo che manda in palla la sociobiologia materialista. In secondo luogo, la calunnia verso una religiosa molto famosa serve all’opera di screditamento di coloro che credono in generale, e contribuisce a rafforzare la tesi per cui gli atei sono sempre e immancabilmente migliori» (F. Agnoli, Perché non possiamo essere atei, Piemme 2009, p. 240).

«Se la sua chiesa o la sua fede hanno avviato un processo di canonizzazione, allora io non sono nessuno per commentare ciò», ha dichiarato l’ex commissario indù Navin Chawla. «Per me e per milioni di altre persone era già una santa quando era in vita. E questo è tutto». E ancora«Se ci fosse modo d’incontrare papa Francesco mi piacerebbe tanto stringergli la mano e dirgli: grazie d’avere dichiarato santa Madre Teresa! Ma gli direi anche che per tutti noi lo era già. L’eredità di Madre Teresa va oltre l’India. Appartiene al mondo. È un esempio universale».

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