La scienza nasce nel Medioevo cristiano: analisi storica

Scienza, Medioevo e cristianesimo. Per molti un abbinamento eretico, ma non per gli storici che da anni hanno ormai certificato l’origine della scienza moderna e del metodo scientifico nel Medioevo cristiano, sotto l’ala della Chiesa cattolica.

 

Le due grandi condizioni perché sia possibile l’esistenza della scienza sono, innanzitutto, che nell’universo regni l’ordine e non il caos e che le leggi regolatrici di quest’ordine siano intelliggibili da parte dell’intelletto umano. Queste convinzioni sull’Universo nacquero solo e soltanto nell’Europa cristiana. Perché?

In questo dossier (continuamente aggiornato) affronteremo le risposte e scopriremo, facendoci guidare da importanti storici della scienza, che all’origine della scienza moderna c’è la visione cristiana del mondo.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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1. INTRODUZIONE

Il premio Nobel per la chimica, Melvin Calvin, scrisse negli anni ’60: «Nel cercare di discernere le origini della convinzione sull’ordine dell’universo, mi pare di trovarle in un concetto fondamentale scoperto duemila o tremila anni fa, ed enunciato per la prima volta nel mondo occidentale dagli antichi ebrei: ossia che l’universo è governato da un unico Dio e non è il prodotto dei capricci di molti dèi, ciascuno intento a governare il proprio settore in base alle proprie leggi. Questa visione monoteistica sembra essere il fondamento storico della scienza moderna» (M. Calvin, “Chemical Evolution”, Oxford 1969, pag. 258). Tutto infatti nasce con il monoteismo ebraico e con la Bibbia, in essa per la prima volta compare un elogio della scienza quando gli uomini vengono esortati da Dio ad accettare «la mia istruzione e non l’argento, la scienza anziché l’oro fino, perché la scienza vale più delle perle e nessu­na cosa preziosa l’eguaglia» (Prv 8, 10-11), e si dice che «suo principio è il desiderio d’istruzione; la cura dell’istruzione è amore» (Sap 6, 17).

Ma la cultura antica non riuscì a sviluppare una vero e proprio metodo scientifico, nelle società era ancora diffuso il concetto politeista e, sopratutto, il metodo aristotelico che -come vedremo dopo- impediva uno studio scientifico della realtà. Il cristianesimo, al contrario delle religioni animiste, pagane e politeiste, introdusse e diffuse un dogma fondamentale: crede in un Dio trascendente, che ha creato il mondo con un atto libero di volontà, che ha creato un mondo materiale, finito nel tempo e nello spazio, e, accanto a esso, una sola creatura spirituale, dotata d’anima, fatta a immagine e somiglianza di Dio: l’uomo. Da questo dogma di fede derivano almeno tra conseguenze molto importanti: 1) il mondo non venne più concepito come nel paganesimo, cioè come dio stesso, come un “grande animale”, una immensa creatura vivente abitata da spiriti della terra, dell’aria, del fuoco e delle acque, da ninfe, gnomi e folletti vari. Esso, al contrario, diventò come una “mundi machina”, secondo l’espressione di un vescovo francescano del XIII secolo, un grande meccanismo materiale costruito, come dice la Bibbia, secondo “numero, peso e misura”, con criteri matematici, da un Dio creatore. Come dicevano i cristiani medioevali, il mondo è la cattedrale edificata da Dio; 2) L’uomo è una creatura unica, libera, non sottoposta al volere degli astri, del Fato, della Necessità (si parla di antropocentrismo biblico). Egli non deve più ricorrere a amuleti, formule e scongiuri per scongiurare le forze spirituali che lo governano, non deve ricorrere a maghi e indovini per rabbonire con sacrifici le forze della natura; 3) La realtà materiale non è una prigione, non è l’origine del male come per Platone, gli gnostici e gli orientali, ma “cosa buona” come si ripete più volte nella Genesi. Questa visione del mondo ha cambiato la storia (da F. Agnoli, Indagine sul cristianesimo, Piemme 2010, p. 205, 206).

E’ grazie a questa visione di Dio, del cosmo e dell’uomo, che la scienza nasce nell’Europa cristiana grazie ad una visione razionale sulla natura, non più un pericoloso garbuglio di divinità dispotiche ma un insieme di “perfezioni visibili”, come scrive San Paolo, che manifestano la “perfezione visibile” del Logos creatore. Si apre così lo spazio per la legge fisica, per la contemplazione matematica dell’universo, già presente nella Bibbia e intuita da alcuni filosofi greci. Ma è la filosofia cristiana medievale a mettere proprio in luce l’armonia, l’ordine, la proporzione, cioè la razionalità, la logicità, dell’universo creato, che appare per loro scala verso Dio. Abbiamo conferme di ciò anche da incalliti oppositori del cristianesimo, come il chimico dell’Università di Oxford Peter Atkins (1940), che riconosce: «La scienza, il sistema di credenze fondato saldamente su conoscenze riproducibili e pubblicamente condivise, è emersa dalla religione» (P. Atkins, The limitless power of science, Oxford University Press 1995, pag. 125). Addirittura nel 1967 il movimento ecologista ricevette un grande impulso da un articolo intitolato “Radici storiche della nostra crisi ecologica”, redatto dallo storico medievalista Lynn White Jr., dove si accusava apertamente il cristianesimo di essersi imposto sul paganesimo, considerato molto più rispettoso della natura (divinizzandola), proprio tramite l’invenzione della scienza e delle tecniche moderne: «nella misura in cui la scienza e la tecnologia -sviluppatesi in una matrice cristiana occidentale- accordarono all’umanità dei poteri che oggi sfuggono dal suo controllo, non si potrebbe non riconoscere l’enorme colpa di una tale cristianità riguardo alla crisi ecologica» (L. White, citato in P.C. Beltrão, “Ecologia umana e valori etico-religiosi”, Pontificia Università Gregoriana 1986, pag. 11).

Qui sotto vedremo più approfonditamente perché il metodo scientifico non riuscì a svilupparsi al di fuori della visione del mondo e della natura appena descritta, introdotta dal cristianesimo.


 
 

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2. LA SCIENZA NON NASCE NELLA CULTURA GRECO-ROMANA

«L’incapacità della Grecia e di Roma di aumentare la produttività attraverso l’innovazione è nota quanto l’incapacità degli storici, da Gibbon ad oggi, di renderne conto» (D.C. Lindberg, Science, Technology, and Progress in the Early Middle Ages, University of Chicago Press 1978). A scriverlo è stato lo storico franco-canadese Brian Stock, emerito di Storia e Letteratura medievale all’Università di Toronto. Gli antichi romani, infatti, pensavano che la natura potesse essere imitata (tramite l’ingegneria), domata (tramite preghiere e sacrifici), ma non compresa (tramite scienza). In effetti, la loro tecnologia alla fine dell’Impero non era differente dalla tecnologia romana alla fine della Repubblica.

Chi invece identifica erroneamente le radici della scienza moderna nell’Antica Grecia ignora il fatto che per svilupparsi avrebbe dovuto liberarsi dal concetto politeista e dal metodo aristotelico (dal IV secolo a.C.), dalla deduzione -e non dalla verifica- di come dovesse essere l’universo, partendo da principi fissi. Come ha scritto lo storico della scienza Bernard Cohen (1914-2003), infatti, «gli ellenistici erano interessati a spiegare il mondo naturale solo attraverso principi generali astratti» (Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi 1988). Le prime innovazioni tecniche, avvenute in epoca greco-romana, nel mondo islamico e in Cina, per non parlare di quelle ottenute nelle ere preistoriche, non costituirono una scienza ma possono essere meglio descritte come sapere, saggezza, arti, mestieri, tecniche, tecnologie, ingegneria, apprendimento o semplicemente conoscenza. Anche senza l’utilizzo dei telescopi, gli antichi eccellevano nelle osservazioni astronomiche, ma esse rimasero dei meri fatti fino a quando non furono collegate a teorie verificabili. Le conquiste intellettuali dei greci o dei filosofi orientali, erano frutto di un empirismo a-teorico, e le loro teorizzazioni non erano empiriche. Scrive lo storico della scienza Harold Dorn (1928–2011) dello Stevens Institute of Technology: «Il sapere greco esclusivamente ateorico fu una barriera per l’ascesa della vera scienza: non permise il progresso del mondo greco, di quello romano, nè del mondo islamico, dove si preservarono e studiarono con attenzione gli insegnamenti greci» (H. Dorn, “The Geography of science”, Hopkins University Press 1998).

Ad esempio, Aristotele insegnava che la velocità alla quale un oggetto cade a terra è proporzionale al suo peso e, quindi, che una pietra che pesa il doppio di un’altra cadrà due volte più velocemente (Aristotele, “Il cielo”, Rusconi Libri 1999). Sarebbe bastato recarsi ad una delle vicine scogliere per constatare la falsità della sua proposizione. Mentre Socrate considerava l’empirismo e le osservazioni astronomiche una «perdita di tempo», Platone consigliava ai suoi studenti di «lasciar stare i cieli stellati» (citato in S. Mason, “Storia delle scienze della natura”, Feltrinelli 1971, pag. 104), mentre Democrito suggerì che tutta la materia era composta da atomi. Il suo suggerimento -casualmente corretto- era però una pura speculazione, non basata sull’osservazione e su implicazioni empiriche. Dal punto di vista del metodo scientifico, l’ipotesi di Democrito ha lo stesso valore di quella del suo contemporaneo Empedocle, il quale riteneva la materia fosse composta da fuoco, aria, acqua e terra. Un secolo dopo Aristotele affermò invece che invece doveva essere costituita da caldo, freddo, aridità, umidità e quintessenza. Egli non era una scienziato perché basava le sue “teorie” sulla logica senza preoccuparsi di verificarle empiricamente (Bacone confutò le sue generalizzazioni secondo cui l’acqua calda gela più in fretta i quella fredda mettendo all’aperto un contenitore con acqua calda e uno con acqua fredda e osservando quale gelava per primo). Non si trattava di scienza quando Platone spiegava che i corpi celesti dovevano ruotare in cerchio perché questa, secondo gli standard della filosofia, era la forma ideale. Era invece scienza quando Keplero corresse Copernico postulando le orbite ellittiche, con il risultato empirico che i corpi celesti potevano essere osservati nella posizione in cui dovevano stare.

L’Universo, per i greci, era eterno, increato ma vincolato in infiniti cicli di progresso e decadenza. Un universo increato, anche se molti -come lo stesso Aristotele- presupponevano effettivamente un “dio” di infinita portata a guardia dell’universo, ma costui era percepito come un’essenza, molto simile al Tao, che conferiva un’autorità spirituale ma non certo un creatore. Nemmeno Zeus poteva essere il creatore di un universo razionale: anch’egli era soggetto agli inesorabili meccanismi ciclici naturali di ogni cosa. Aristotele stesso condannò come «impensabile» l’idea «che l’universo iniziò ad esistere da un certo punto nel tempo» (citato in Lindberg, “The beginning of Western Science“, University of Chicago Press 1992, pag. 54). Platone immaginava un “dio” molto inferiore a quello di Aristotele, denominato Demiurgo (anche se molti studiosi dubitano che Platone intendesse il Demiurgo come un vero creatore, si veda ad esempio D. Lindberg, “The beginning of Western Science“, University of Chicago Press 1992). L’idealismo platonico, fondato su ipotesi a priori, credeva in un universo ciclico ed eterno, una sfera simmetrica circondata da corpi celesti con traiettoria di moto perfetto. Insomma, le concezioni greche delle divinità non erano adatte per lo studio dell’universo e tutte le speculazioni dei maggiori filosofi greci, come quelle di Crisippo e Parmenide, furono a lungo di notevole intralcio alla scoperta scientifica.

Un altro motivo che rendeva impossibile la nascita del metodo scientifico nel mondo antico è che i greci insistettero nel tramutare gli oggetti inanimati in esseri viventi, appariva dunque inutile e privo di senso tentare di spiegarne i fenomeni naturali. Così, sempre secondo Aristotele, i corpi celesti si muovevano circolarmente per la loro affezione nei confronti di quell’azione e gli oggetti cadevano a terra «per il loro innato amore verso il centro della terra» (citato in S. Jaki, “Science and Creation”, Scottisch Academic Press 1986, pag. 105). Il sapere greco, insomma, ristagnò nella propria logica interna. A parte alcuni ulteriori sviluppi della geometria (che in realtà manca di sostanza in quanto è in grado di descrivere solo alcuni aspetti della realtà, non di spiegarne qualunque parte), poco accadde dopo Platone ed Aristotele. L’impero romano assorbì anche la cultura greca, che però non fece progredire intellettualmente nessuno in modo significativo (D. Lindberg, “The beginning of Western Science“, University of Chicago Press 1992). Nulla accadde nemmeno in Oriente, a Bisanzio, dove il sapere greco continuò a diffondersi.

Il filosofo francese Philippe Nemo, direttore e docente del Centro di ricerche in Filosofia economica presso la prestigiosa ESCP Europe, ha suggerito che ad impedire la nascita della scienza nel mondo antico, in particolare in quello greco, è stata la mancanza di spirito critico. «Nella stessa Grecia», ha scritto, «se la libertà critica avesse avuto nello humus della civiltà pagana tutti gli elementi capaci di nutrirla, la scienza non vi sarebbe stata soffocata per così dire sul nascere (gli storici della scienza greca hanno sottolineato che i sapienti non furono sostenuti dalla società e che furono presto abbandonati da alcuni dei re di Alessandria e di Pergamo che li avevano “sponsorizzati”, ragione per la quale, dopo così begli inizi, la scienza non si poté sviluppare in Grecia). Se quindi lo spirito scientifico ha prosperato meglio nell’Europa moderna, è in quanto un elemento nuovo si era mescolato alla antica razionalità greca». Questo elemento nuovo altro non è che la «coscienza che hanno avuto i teologi e i filosofi del mondo cristiano dei limiti della ragione. La ragione umana può dimostrare che essa non conosce ogni cosa e, trattandosi di Dio, che essa non conosce nulla (anche se Dio è conosciuto altrimenti). Ora, a differenza dello scetticismo greco, che è puramente negativo, la tradizione della teologia cristiana (apofantica, in particolare) mostra che si può progredire nella conoscenza tramite il fatto stesso che si rinuncia a una certa conoscenza idolatrica, troppo sicura di sé: conoscere Dio significa proprio dimostrare che è inconoscibile. Così, il fatto stesso di prendere coscienza dei propri limiti può aiutare la ragione umana a espandere quegli stessi limiti». Inoltre, ha aggiunto il filosofo francese, «la filosofia antica non concepiva l’idea che si potesse, o addirittura si dovesse, “cambiare il mondo”. Solo quando migliorare il mondo divenne un dovere morale, la pratica della scienza trovò un motivo per svilupparsi su vasta scala: e questa spinta morale fu essenzialmente giudaico-cristiana». Infine, c’è un altro aspetto da considerare: «Se, dopo Anassimandro, Aristarco di Samo e Archimede, i greci non hanno prodotto, senza soluzione di continuità, Galileo e Newton, è proprio perché è venuta loro a mancare la dimensione morale. Gli antichi vivono nel mondo pagano governato dall’eterno ritorno di cicli e ricicli, in una struttura temporale che rende vano combattere radicalmente il male per far emergere un mondo nuovo: un programma, questo, del tutto inconcepibile per loro. Nel mondo esisterà sempre una mescolanza di bene e di male: negli “anni d’oro” prevarrà il bene e negli «anni di ferro» prevarrà il male, ma ogni momento del ciclo sarà inesorabilmente seguito dal momento opposto, come l’inverno e l’estate si succedono nel ciclo delle stagioni. In queste condizioni, il progetto moderno di sviluppare la scienza per cambiare il mondo non poteva emergere nell’antichità pagana. È l’apporto biblico e cristiano che ha dato all’Europa questa aspirazione verso l’infinito, di cui ha parlato Bergson, e che ha fatto di essa una “società aperta”» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, pp. 72, 102, 125).

Alcuni nuovi-atei, a partire da Christopher Hitchens, hanno enfatizzato l’immagine degli antichi Greci e Romani come illuminata, scientifica e razionale contrapponendola al periodo medievale, descritto come oscuro ed impantanato nella superstizione. Nel raccontare questa fiaba hanno a lungo parlato dell’atomismo di Democrito come una visione lungimirante confermata dalla scienza moderna. Eppure l’atomismo antico ha ben poco a che fare con le idee scientifiche moderne: per gli atomisti greci, il colore bianco è prodotto da atomi “brillanti” lisci, mentre il nero è il risultato di atomi ruvidi che “proiettano ombre”. Gli “atomi dell’anima”, invece, sono molto piccoli e producono le sensazioni e coscienza, la loro perdita avrebbe provocato la morte, mentre la respirazione permette di ingerirli e mantenere in vita l’essere umano. Nathan Johnson, storico dell’Università di Portsmouth, ha commnentato: «Quelle parti dell’antico atomismo che ci sembrano familiari vengono celebrate come fondamenti prescienti. Il resto viene scartato». In realtà, «le idee degli atomisti non erano più scientifiche né logiche della concezione di Mileto e Talete secondo cui tutto era effettivamente fatto di acqua, la convinzione di Eraclito che il fuoco fosse la base creativa del cosmo, l’idea di Anassimene che l’aria era l’elemento fondamentale di tutte le cose. Sostenere l’atomismo, privandolo dei suoi aspetti più strani e affermare che rappresenta una “verità epistemologica” è semplicemente un’illusione con il senno di poi» (N. Johnson, The New Atheism, Myth, and History: The Black Legends of Contemporary Anti-Religion, Palgrave Macmillan 2018, p. 133).

Ovviamente, con questo non si vuole certo minimizzare il grande valore della cultura greca e il suo grande impatto sulla teologia cristiana e sulla vita intellettuale dell’Europa. Non a caso gli scolastici e gli intellettuali cristiani del Medioevo (Sant’Agostino e San Tommaso in primis) si dissero debitori di Aristotele e degli altri filosofi dell’antichità. Ma, usando le parole dello storico e sociologo delle religioni Rodney Stark, della Baylor University: «Lo sviluppo della scienza non risultò come il prolungamento del sapere classico. Fu la naturale conseguenza della dottrina cristiana: la natura esiste perché è stata creata da Dio e per amarLo ed onorarLo, è necessario apprezzare a fondo le meraviglie del suo operato» (R. Stark, “La vittoria della ragione”, Lindau 2008, pag. 46). Inoltre, occorre riflettere sul fatto che tendiamo a pensare che i greci fossero molto razionali e “scientifici” solo perché gli scribi cristiani, che letteralmente salvarono la cultura antica, erano più interessati ai loro pensieri razionali che alle commedie e le tragedie greche. La grande percentuale del pensiero scientifico greco negli scritti sopravvissuti ci dice infatti, paradossalmente, che i cristiani medievali che li hanno trascritti -permettendo la loro sopravvivenza-, erano interessati alla scienza, non che i greci lo fossero in maniera particolare.


 
 

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3. LA SCIENZA NON NASCE NELL’ISLAM

Lo storico della scienza di Harvard, Sir Alfred North Whitehead (1861-1947), osservava come le immagini di divinità rintracciabili nelle altre religioni, in particolar modo in Asia, erano e sono troppo impersonali o irrazionali per poter incoraggiare la scienza, «mancava quella fiducia che proviene dall’idea della razionalità intellegibile di un essere personale» (A.N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bompiani 1959). Molti studiosi confermano che non sia una casualità il fatto che il metodo scientifico non sia nato nella cultura islamica. Allah non viene presentato come un creatore giusto, ma è concepito come un Dio estremamente attivo che si impone nel mondo come ritiene opportuno, questa concezione ha originato un nucleo teologico islamico che condanna come blasfemia ogni tentativo di formulare leggi naturali, perché esse negano la libertà di azione di Allah. Nel Corano non si accenna minimamente al fatto che Allah abbia messo in moto la sua creazione, semmai si ipotizza -per l’appunto- che spesso intervenga nel mondo e cambi le cose a suo piacimento.

Nella misura in cui acquisirono una cultura sofisticata, le élite islamiche la appresero dai popoli sottomessi, si tratta infatti della cultura dei dhimmi, i popoli conquistati: quella giudaico-cristiana/greca di Bisanzio, sommata al notevole sapere dei copti e dei nestoriani, più le vaste conoscenze della Persia zoroastriana e i successi matematici degli indù. Nonostante questo sapere venne tradotto in arabo, continuò ad essere alimentato essenzialmente dalle popolazioni dhimmi che vivevano sotto regimi islamici e mai si trasformò in “cultura islamica”. «Coloro che perseguivano la scienza naturale», ha scritto Marshall G.S. Hodgson, illustre storico dell’Islam presso l’Università di Chicago, «tendevano a conservare le loro più antiche credenze religiose come dhimmi, persino quando scrivevano in arabo» (M.G.S. Hodgson, The Venture of Islam, vol. 3, University of Chicago Press 1974, p. 344). Samuel H. Moffett, professore emerito presso il Princeton Theological Seminary, ha osservato che «il più antico libro scientifico nella lingua dell’Islam» fu «un trattato di medicina scritto ad Alessandria da un prete cristiano siriano e tradotto in arabo da un medico ebreo persiano» (S.H. Moffett, A History of Christianity in Asia, vol. 1, HarperSanFrancisco 1992, p. 344). Anche la tanto decantata architettura islamica (la città di Baghdad, la Cupola della Roccia a Gerusalemme ecc.) fu opera dei dhimmi persiani, bizantini, zoroastriani ed ebrei.

Parlando della scienza islamica, occorre subito osservare che anche i più famosi scienziati del mondo islamico erano persiani e non arabi. Ad esempio Avicenna, probabilmente il più autorevole degli scienziati-filosofi del mondo islamico, e così pure Umar Khayyām, Al-Biruni e Rhazes. Il padre dell’algebra, Al-Khwārizmī, era persiano, mentre il matematico Al-Uqlidisi era siriano. Cristiani nestoriani erano invece i più importanti esponenti della scienza medica “islamica”: Bakhtīshū e Ḥunayn ibn Isḥāq. Ebreo era invece il famoso astronomo-astrologo Masha’allah ibn Athari. I numeri arabi erano interamente di origine indù e tale sistema numerico (basato sul concetto di zero) fu effettivamente pubblicato in arabo ma adottato soltanto dai matematici islamici, tra i quali ve ne furono sicuramente di pregevoli «forse perché si tratta di un argomento così astratto da mettere al riparo da qualsiasi critica di tipo religioso quanti se ne occupano» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 454). Lo stesso giudizio si potrebbe dare per spiegare la fiorente attività islamica nell’astronomia, in particolare nel XIII secolo. In campo medico, la medicina “musulmana” o “araba” era di fatto cristiana nestoriana: i più illustri medici islamici studiarono presso il prestigioso centro medico-intellettuale nestoriano di Nisibis, in Siria. Lo scrittore musulmano Nasir-i Khrusau ammetteva nella metà del XI secolo che «in verità, qui in Siria, come in Egitto, gli scribi sono tutti cristiani ed è molto frequente che anche i medici siano cristiani» (citato in F.E. Peters, The Distant Shrine: THe Islamic Centuries in Jerusalem, A.M.S. Press 1993, p. 90). Ad esempio fu il cristiano nestoriano Hunaryn ibn Ishaq al-Ibadi (noto come Johannitius) che «raccolse, tradusse, corresse e diresse la traduzione di manoscritti greci, soprattutto quelli di Ippocrate, Galeno, Platone e Aristotele in siriaco e arabo», ha scritto William W. Brickman, presidente del dipartimento di Storia dell’educazione alla New York University (W.W. Brickman, The Meeting of East and West in Educational History, Comparative Education Review n. 5, 1961, p. 85). Anche per quanto riguarda i funzionari, nel X secolo il teologo islamico Abd al-Jabbar riconosceva che «in Egitto, al Sham, Iraq, Jazira, Faris e nelle aree vicine i sovrani si affidano a cristiani per questioni di carattere ufficiale, di amministrazione centrale e di gestione dei fondi» (citato in M. Gil, A History of Palestine 634-1099, Cambridge University Press 1992, p. 470). Non appena i dhimmi furono penalizzati, quella cultura sparì: quando nel XIV secolo i musulmani soffocarono qualunque forma di non conformità religiosa, l’arretratezza islamica in ambito culturale, scientifico e tecnologico divenne evidente.

Per parecchi secoli molti scrittori europei hanno sottolineato l’approfondita conoscenza, da parte araba, degli autori classici, dando per scontato che , avendo accesso alla cultura degli antichi, l’Islam fosse culturalmente molto avanzato. Tuttavia, ha sottolineato il sociologo Rodney Stark, «meno noto è il fatto che l’accesso alla cultura greca abbia avuto un impatto negativo su quella araba» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p 457). Gli arabi infatti consideravano il sapere greco, in particolare l’opera di Aristotele, come un testo sacro a cui credere, piuttosto che tentativi di risposte da studiare (C.E. Farah, Islam: belief and observances, Barron’s Hauppaguge 1994, p. 199). Gli intellettuali musulmani leggevano tali opere con lo stesso atteggiamento con cui leggevano il Corano: verità rivelate, da accogliere senza domande o critiche. Perfino uno dei più illustri filosofi islamici, Averroè divenne, assieme ai suoi seguaci, un aristotelico intransigente e dottrinario, proclamando l’infallibilità delle teorie greche: se un’osservazione fosse risultata incoerente con le visioni aristoteliche, allora essa doveva essere sicuramente scorretta o illusoria. Tuttavia, lo storico Sylvain Gouguenheim dell’Università Pantheon-Sorbona, oltre ad aver ribadito che «la cultura greca non tornò all’Occidente solo grazie all’Islam: a salvare dall’oblio i filosofi antichi sarebbe stato innanzitutto il lavoro dei cristiani d’Oriente, caduti sotto dominio musulmano, e dunque arabizzati», ha anche messo in dubbio il fatto che la civiltà islamica avesse dimostrato un vero interesse per la sapienza greca. Da parte musulmana, invece, si sarebbe trattato più che altro di un approccio selettivo, forte nei settori della logica o delle scienze della natura ma debole, per non dire inesistente, sul piano politico, morale o metafisico (S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè. Come cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco, Rizzoli 2009).

«In Aristotele, i pensatori musulmani trovarono la grande guida», ha scritto l’illustre storico mussulmano Caesar Farah, «per loro divenne il “primo maestro”. Avendo accettato questo a priori, la filosofia islamica, così come si sviluppò nei secoli successivi, scelse di continuare in quest’ottica e di soffermarsi su Aristotele invece di innovare» (C.E. Farah, Islam: belief and observances, Barron’s Hauppaguge 1994, p. 199). Tale atteggiamento impedì all’islam di proseguire nella ricerca del sapere partendo da dove i greci si erano fermati. Al contrario, tra i cristiani scolastici la conoscenza dell’opera di Aristotele fu di sprone per la sperimentazione e la scoperta.

A parte scoperte in campi molto specifici, nei quali non occorreva una base teoretica generale (come alcuni aspetti dell’astronomia e della medicina), non vi è da segnalare alcun progresso scientifico degno di nota nel mondo islamico. Edward Grant, docente di Storia e Filosofia delle Scienze all’Indiana University, ha osservato che «nella società islamica la scienza non era istituzionalizzata. La scienza, che oggi conosciamo, si sviluppò soltanto nella civiltà occidentale» (E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi 2001, p. 5-6).


 
 

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4. LA SCIENZA NON NASCE IN ORIENTE

Il filosofo Bertrand Russel (1872-1970) trovava piuttosto sconcertante la mancanza di scienza in Cina (cfr. B. Russel, The problem of China, Allen & Unwin 1922, pag. 193), ma per gli intellettuali cinesi l’universo semplicemente è ed è sempre stato, senza alcun motivo di supporre leggi razionali da cercare e da studiare. Di conseguenza, nel corso dei millenni, si è andati in cerca di “illuminazioni”e non di spiegazioni. La saggezza infatti, secondo la cultura orientale, si raggiunge attraverso un percorso di meditazioni e intuizioni mistiche, senza alcuna occasione d’esercitare l’uso della ragione applicata.

Il biochimico e storico della scienza britannico Joseph Needham (1900-1995), autorità preminente nella storia della scienza e tecnologia in Cina dato che dedicò la maggior parte della sua carriera alla storia della tecnologica cinese, riferisce che i cinesi nel XVIII secolo rigettarono l’idea di un universo governato da leggi semplici, indagabili dagli esseri umani (convinzione portata a loro dai missionari gesuiti occidentali), la loro cultura, secondo Needham, semplicemente non era ricettiva verso tali concetti. Mentre i cristiani ritengono la natura come un libro fatto per essere letto, i cinesi «avrebbero respinto con scherno una simile idea in quanto troppo ingenua per la impercettibilità e la complessità dell’universo così come da loro concepito». Needham concluse che l’ostacolo alla scienza in Cina era causato dalla loro religione non cristiana: «Non si era mai sviluppata la concezione di un legislatore celestiale e divino che impone leggi sulla Natura non umana. Era loro opinione che l’ordine in natura non fosse stabilito da un essere individuale razionale» (J. Needham, Scienza e civiltà in Cina, Einaudi 1981, pag. 704). In effetti, nelle religioni estranee alla tradizione giudaico-cristiana, non si presuppone una creazione dell’universo, nella loro prospettiva esso appare eterno e, per quanto possa seguire dei cicli, ciò avviene senza principio o senza scopo.


 
 

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4. LA SCIENZA NASCE NELL’EUROPA CRISTIANA

Nel maggio 2011 sul sito web di Nature, una delle riviste scientifiche più importanti del mondo, è apparsa una recensione al saggio di James Hannam, dottore in Storia e Filosofia della Scienza presso l’Università di Cambridge, intitolato La nascita della scienza: come il cristianesimo medioevale ha lanciato la rivoluzione scientifica, selezionato per l’assegnazione del Royal Society Science Book Prize. Il ricercatore ha spiegato che «i cristiani hanno sempre creduto che Dio ha creato l’universo e ordinato le leggi della natura. Studiare il mondo naturale significava ammirare l’opera di Dio. Questo “dovere religioso” ha ispirato la scienza quando c’erano pochi altri motivi per preoccuparsi di essa. È stata la fede che ha portato Copernico a respingere l’universo tolemaico, a spingere Keplero a scoprire la costituzione del sistema solare, e che convinse Maxwell dell’elettromagnetismo».

 

a) PRIMO CRISTIANESIMO E PENSIERO SCIENTIFICO.

Il concetto di libera creazione da parte di Dio portato dalla visione ebraico-cristiana fu fondamentale per lo sviluppo del metodo scientifico: per scoprire come sia in realtà l’universo o come effettivamente funzioni, non vi è alternativa dall’andare a vedere direttamente ciò che Dio aveva in mente. Il cammino dalla creazione (e dalle creature) al Creatore risultò la strada più ovvia per arrivare alla comprensione e alla conoscenza di Dio, e in particolare la venuta di Cristo fu decisiva poiché, come ha affermato il fisico britannico Peter E. Hodgson (1928-2008), dell’University College London, «l’incarnazione di Cristo ha fornito ulteriori convinzioni per la scienza: ha spezzato l’idea che il tempo fosse ciclico, ha nobilitato la materia pensando che fosse adatta a formare il corpo e il sangue di Cristo; ha superato il panteismo, dichiarando che la materia è creata e non generata». Tutte convinzioni «necessarie per lo sviluppo della scienza». Una frase di Albert Einstein (1879-1955) sintetizza perfettamente la nuova mentalità che portò il cristianesimo rispetto al modo di approcciarsi alla realtà e all’universo: «La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poichè deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perchè la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sè altre scelte quando creò il mondo» (citato in Holdon, “The Advancemente of Science and Its Burdens”, Cambridge University Press 1986, pag. 91).

Dopo Cristo, non si poté più dedurre -come pensavano i greci- il funzionamento dell’universo semplicemente ragionando a partire da principi filosofici a priori, per conoscere Dio occorreva studiarne la creazione. La magia e l’astrologia, in quanto fondate sull’animismo e sul politeismo panteista, cominciarono ad essere considerate pure superstizioni irrazionali e deprecabili, solo nell’Europa cristiana l’alchimia si evolvette in chimica e l’astrologia condusse all’astronomia. Nacque la concezione di un universo come “creatura” da studiare ed indagare, non un’insieme di divinità, o un “animale divino”. Il filosofo russo Nikolaj Berdjaev (1874-1948) scrisse giustamente che «il cristianesimo meccanizzò la natura per restituire all’uomo la libertà», cioè per liberarlo dalla sottomissione del volere degli astri, delle divinità irrazionali nascoste in ogni angolo della natura. Dalla visione cristiana vennero creati quindi i presupposti per il pensiero scientifico. Proprio il superamento delle convinzioni del mondo pagano ha permesso la liberazione dei limiti della ragione: la convinzione di Popper per cui «ogni verità scientifica può essere rimessa in causa, mediante fatti, mediante ragionamenti, mediante nuovi paradigmi che, essi stessi, devono poter esser proposti da uomini e istituzioni libere», ha scritto il filosofo francese Philippe Nemo, direttore e docente del Centro di ricerche in Filosofia economica presso l’ESCP Europe, «è nata su un humus cristiano. Essa percorre in effetti i grandi dibattiti europei sulla tolleranza che hanno avuto luogo nel Medio Evo (Abelardo, Nicola Cusano), al tempo dell’umanesimo (Pico della Mirandola, Montaigne, Bodin, ecc.) e nei secoli XVII-XVIII. È in nome dell’inafferrabile verità cristiana che si combattono le posizioni cristiane troppo dogmatiche […]. Solo una civiltà moralmente trasformata dal cristianesimo, cioè animata dall’etica e dalla escatologia bibliche, poteva conferire alla scienza il dinamismo che le è stato proprio nell’Europa dei tempi moderni. Ciò che, a partire dal XVIII secolo, si chiamerà il “progresso”, non è altro che l’idea cristiana laicizzata […]. È proprio l’avviamento etico ed escatologico del tempo della Storia attraverso la Bibbia la fonte più profonda dell’origine della scienza in Occidente, dopo i primi tentativi dei greci» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, pp. 73, 102, 125).

Un perfetto esempio di tutto questo è la figura di Giovanni Filopono, cristiano di Alessandria, vissuto nella prima metà del VI secolo, insegnate di filosofia alla scuola di Alessandria. Come ha scritto David C. Lindberg, professore emerito di Storia della Scienza presso l’Università del Wisconsin–Madison, «la tesi di fondo dell’anti-aristotelismo di Filopono era la negazione della dicotomia posta da Aristotele tra regioni terrestri e regioni celesti del­ mondo», da cui «ne consegue che i cieli non possono essere divini, e ciò metteva Filopono in grado di tirare una netta linea di demarcazione tra il Creatore e il resto della sua creazione (tanto celeste quanto terrestre). Una dottrina aristotelica fondamentale crollava così di fronte alla dottrina cristiana; ma ciò non significa che l’attacco di Filopono fosse privo di sostanza da un punto di vista filosofico. Al contrario, egli procedeva con acutezza argomentativa, in modo alquanto rigoroso e – come gli storici della scienza non hanno mancato di sottolineare – con effetti positivi per l’andamento a venire della cosmologia» (D.C. Lindberg, R.L. Numbers, Dio e natura, La Nuova Italia 1994, p.33). Edward Grant, storico di Scienza Medioevale presso l’Indiana University, ha citato il pensiero di San Pier Damiani (1007- 1072): «La fede in Dio favorisce lo studio del mondo esteriore e materiale, con un duplice proposito: predisporre dentro di noi la contemplazione della sua natura invisibile e spirituale, così che ci si disponga ad amare e ad adorare meglio il Signore; e renderei capaci di conseguire un dominio sul mondo siccome sta scritto in Sl 8,6-9» (D.C. Lindberg, R.L. Numbers, Dio e natura, La Nuova Italia 1994, p.42). La scienza è nata solo in Europa perché solo gli europei del Medioevo credevano che la scienza fosse possibile basandosi sull’immagine di Dio e della sua creazione, fornita dalla teologia cristiana. Il filosofo e matematico Alfred North Whitehead ha spiegato infatti che la scienza si sviluppò grazie «alla fede nella possibilità della scienza […] derivante dalla teologia medievale» (A.N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bollati Boringhieri 2001, p. 13).


 

b) MEDIOEVO E SCIENZA.

Il prof. Edward Grant, docente di Storia e Filosofia delle Scienze all’Indiana University, ha scritto: «Che cosa permise alla scienza di acquistare prestigio e influenza e di diventare nel secolo XVIII, una forza potente nei paesi dell’ Occidente europeo? Le risposte a queste domande vanno ricercate in alcune istituzioni e in alcuni atteggiamenti mentali, che si affermarono nella società occidentale fra il 1175 e il 1500. Erano nuovi in Europa e furono unici al mondo: 1) la traduzione in lingua latina dei testi greco-arabi di scienza e di filosofia naturale; 2) la creazione delle università medievali; 3) l’emergere di filosofi teologico-naturalisti» (E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi 2001, pp. 5-6).

Nel 2009 (in Italia nel 2015) il filosofo James Hannam ha pubblicato La genesi della scienza. Come il Medioevo cristiano ha posto le basi della scienza moderna (D’Ettoris 2015), divenuto best-seller in America, ampiamente lodato dagli specialisti del settore (come Edward J. Grant, Patricia Fara, Shana Worthen) e selezionato sia per il Royal Society Science Book Prize nel 2010 che per il British Society for the History of Science Dingle Prize nel 2011. Il suo contributo è stato far conoscere ad un vasto pubblico non accademico il modo in cui la scienza e vari aspetti della filosofia naturale hanno funzionato nella società medievale e hanno gettato le basi per la scienza moderna. «Il contributo più significativo dei filosofi naturali del Medioevo», ha scritto lo studioso, «era di rendere la scienza persino concepibile. La loro convinzione centrale che la natura fosse stata creata da Dio e così degna della loro l’attenzione era ciò che Galileo sosteneva con tutto il cuore. Senza quella consapevolezza, la scienza moderna non sarebbe semplicemente nata» (pp. 342, 343).

Furono proprio gli scolastici, brillanti studiosi medievali, a fondare le grandi università europee, a formulare e insegnare il metodo sperimentale e a dare ufficialmente inizio alla scienza occidentale. La ricerca del sapere era insita nella teologia, in quanto lo sforzo di comprendere pienamente Dio era esteso fino a includere la creazione divina: nacque così la filosofia naturale (nell’Alto Medioevo quasi tutti i teologi erano anche filosofi naturali). Uno dei più importanti storici del Medioevo, Richard William Southern, presidente del Royal Historical Society, si è spinto affermare che i teologi scolastici fecero «apparire l’uomo più razionale, la natura umana più nobile, l’ordine divino dell’universo più aperto all’osservazione umana e tutto l’insieme di uomo, natura e Dio più pienamente comprensibile di quanto possiamo oggi credere plausibile». Concludendo, poi: «Considerando lo sforzo di comprendere la struttura dell’universo e di dimostrare la dignità della mente umana facendo vedere che può conoscere tutte le cose, questo sistema di pensiero è una delle più ambiziose manifestazioni di umanesimo scientifico mai tentate» (R.W. Southern, Medieval Humanism and Other Studies, Harper Torchbooks 1970, p. 49). Non soltanto i padri della scienza erano guidati dalla fede cristiana ma poterono confrontarsi grazie alle Università, sorte proprio durante il Medioevo. Lo conferma uno dei più importanti storici delle religioni viventi, Rodney Stark, spiegando che le grandi innovazioni scientifiche «furono il culmine di molti secoli di progressi sistematici portati avanti dagli scolastici medievali e sorretti da un’invenzione del XII secolo prettamente cristiana: l’Università. Scienza e religione non erano solo compatibili, ma addirittura inseparabili, e la scienza nacque grazie a studiosi cristiani profondamente religiosi» (R. Stark, La vittoria della ragione, Lindau 2008).

L’attenzione intellettuale degli scolastici per l’empirismo fu al centro del metodo educativo delle Università. Le prime nacquero in Italia e in Europa, e non nel resto del mondo, precisamente a Bologna verso il 1088. E’ in questi luoghi, spesso di origine ecclesiastica e sotto il protettorato pontificio, che studiarono Galilei e gli altri padri della scienza e della medicina moderna, come hanno dimostrato gli studi del dott. José Alberto Palma della New York University e di Giorgio Cosmacini, maggior storico della medicina italiano. Il filosofo Stefano Zecchi, ordinario di estetica presso l’Università degli Studi di Milano, nel suo saggio Storia dell’estetica, antologia di testi (vol. I, Il Mulino 1995, pp. 126, 159), ha spiegato infatti: «L’origine anche medievale della scienza moderna è ben evidente qualora si studi la nascita dell’anatomia. Essa infatti sorge con le prime dissezioni di cadaveri umani, intorno al 1315 a Bologna. Per lungo tempo Bologna, Padova e Roma saranno le capitali mondiali di questa nuova scienza, abbondantemente favorita, come è chiaro dagli studi più recenti, dalla Chiesa cattolica» (si veda ad esempio M. Grmek – R. Bernabeo, La macchina del corpo in “Storia del pensiero medico occidentale”, vol. II, Laterna 1991, p.5; e G. Ferrari, Il Rinascimento italiano e l’Europa: le scienze, vol. V, pp. 341, 361). Fu nell’Europa cristiana, infatti, che furono fatte le prime dissezioni anatomiche e divennero rapidamente obbligatorie nelle università (pontificie), proprio in quanto fin dal principio tali istituzioni furono dominate dall’empirismo e alle prove osservazionali. Mentre greci, romani, musulmani e cinesi proibirono la dissezione umana, la teologia cristiana sostenne che unico è l’anima non il corpo e questo contribuì enormemente nello studio della fisiologia e dell’anatomia. «L’introduzione della dissezione umana nell’Occidente latino, avvenuta senza serie obiezioni da parte della Chiesa, fu un fatto importantissimo», ha scritto Edward Grant (Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi 2001, p. 205). Nel 1204 Ugo de’ Borgognoni fondò la scuola di chirurgia a Bologna, confutò le teorie galeniche sulla guarigione delle ferite utilizzando il vino, fasce e suture ed anticipò di secoli la scoperta dell’antisepsi, nel 1316 Mondino dei Luzzi pubblicò Anatomia, il primo trattato sulla dissezione; nel 1370 Giovanni di Arderne, padre della chirurgia inglese, inventò metodi efficaci per l’anestesia e curò per la prima volta la fistola anale, che elevò il tasso di sopravvivenza dei cavalieri del cinquanta per cento ed il fondatore della scuola medica parigina, Henri de Mondeville (1260 – 1320), aprì la strada al trattamento asettico delle ferite e all’uso di suture. Nel 1391 fu condotta la prima dissezione in Spagna, nel 1404 toccò all’Austria, a metà del ‘400 il sezionamento del corpo umano era una pratica abituale dei corsi di anatomia in tutta Europa (R. Porter, The Greatest Benefit of Mankind, W.W. Norton 1998).

«Le Università, come le cattedrali e il parlamento, sono il prodotto del Medioevo», ha scritto Charles Homer Haskins, il primo storico del medioevo degli Stati Uniti (C.H. Haskins, Le origini dell’Università, Il Mulino 1970, p. 3). Nat Schachner, a sua volta, scrisse: «L’università era il figlio prediletto e viziato del papato. I Papi intervenivano con linguaggio minaccioso per costringere i re a rispettare l’inviolabilità di questa istituzione privilegiata» (N. Schachner, The Medieval Universities, Frederick A. Stokes 1983, p. 3). Furono gli scolastici i fondatori delle università e, ha scritto Marcia L. Colish, storica della Yale University, «la metodologia già in atto all’inizio del XII secolo mostra la volontà e la prontezza degli scolastici nel criticare i documenti basilari nei rispettivi campi. Più che limitarsi a ricevere e divulgare le tradizioni classiche e cristiane, di quelle tradizioni accantonarono le idee che consideravano non essere più di alcuna utilità. I commentari raramente erano semplici compendi o spiegazioni delle opinioni degli autori. I commentatori scolastici erano molto più inclini a confrontarsi con l’autore scelto o a paragonare il suo lavoro con le idee delle emergenti scuole di pensiero e lo opinioni stesse degli scolastici» (M.L. Colish, La cultura del Medioevo, 400-1400, Il Mulino 2001, p. 266). In poche parole si acquisiva fama e inviti ad insegnare in alte università grazie all’innovazione: non chi conosceva Aristotele parola per paola, ma chi aveva trovato errori in Aristotele. E’ nota l’affermazione del professore di teologia Guglielmo d’Alvernia (1180-1249) ai suoi studenti all’Università di Parigi: «Non vi venga in mente che voglio usare le parole di Aristotele per conferire autorità alle cose che sto per dire, perché so che richiamarsi a un’autorità è solo dialettica e può produrre soltanto fede, mentre è mio obbiettivo, sia in questa dissertazione che ovunque mi sia possibile, esibire certezza dimostrativa» (citato in E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi 2001, p. 148-149).

E’ dunque il Medioevo, ancora oggi identificato come “secoli bui”, ad essere stato la culla della scienza. Come hanno scritto due prestigiosi storici della scienza, David C. Lindberg (già presidente della History of Science Society) e Ronald Numbers (University of Wisconsin–Madison), «i vecchi cliché circa la repressone perpetrata dalla teologia verso l’impresa scientifica durante l’età patristica e medievale sono stati ormai confutati in modo deciso» (D.C. Lindberg e R. Numbers, “Dio e natura, La Nuova Italia 1994, p. XXI). L’eminente storico della scienza, sir Alfred North Whitehead (1861-1947), dell’Università di Harvard, si domandò come poteva essere avvenuta una tale esplosione di conoscenze nel circoscritto periodo del 1700, e si rispose così: «La scienza moderna deve provenire dall’insistenza medievale sulla razionalità di Dio. Il più grande contributo del medievalismo alla formazione del movimento scientifico fu l’incrollabile convinzione che ci fosse un segreto, un segreto che può essere svelato. In che modo questa convinzione si è radicata così profondamente nella mente europea? Dovette arrivare dall’insistenza medievale sulla razionalità di Dio. Ogni dettaglio fu indagato e ordinato: la ricerca all’interno della natura poteva portare soltanto alla giustificazione della fede nella razionalità» (A.N. Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bompiani 1959, pag. 12). Lo scrittore C.S. Lewis (1898-1963) sintetizzò così l’opinione di Whitehead: «Gli uomini divennero scientifici perché si aspettavano una legge in natura, e si aspettavano una legge in natura perché credevano in un legislatore». Anche lo storico e filosofo dell’Università di Bruxelles, Lèo Moulin (1906-1996), si è soffermato su questo: «Mi sono chiesto perché l’unica civiltà tecnologica e scientifica sia la nostra. Ho cercato di trovare le ragioni, posso garantire che ci rifletto da parecchio tempo, e l’unica spiegazione che ho trovato è la presenza del terriccio, dell’humus della cristianità. Perché? Perché Dio ha creato un mondo diverso da Lui, non si integra in esso» (L. Moulin, L’europa dei monasteri e delle cattedrali, Meeting per l’amicizia fra i popoli, Rimini 27/8/87).

I grandi del Medioevo che porteranno alla cosiddetta “rivoluzione scientifica” rinascimentale furono pensatori come il teologo Roberto Grossatesta (1175–1253), rettore dell’Università di Oxford, il quale apportò importanti contribuiti all’ottica, alla fisica e allo studio delle maree. Rifiutò la teoria aristotelica dell’arcobaleno e fu il primo a capire che esso dipende dalla rifrazione della luce. Separò inoltre l’astronomia dall’astrologia e fondò quello che in seguito venne chiamato “metodo scientifico”: insegnava, infatti, la partenza dal caso particolare per formulare una legge universale in campo naturale e poi applicarla per fare previsioni su tutti gli altri casi (“principio di risoluzione e composizione”). Il vescovo Alberto Magno (1200-1280) fu maestro di Tommaso d’Aquino all’Università di Parigi e sottopose a prove empiriche le affermazioni di Aristotele e altri filosofi greci classici, insegnando a non limitarsi ad accettare la cultura classica ma a mettere in dubbio la sapienza ricevuta e a cercare osservazioni affidabili. Arrivò a dare contributi importanti in geografia, astronomia e chimica (per questo ricevette il titolo di Doctor Universalis). Il francescano Ruggero Bacone (1214-1294) è indicato come il “primo scienziato” in quanto fece suo il metodo scientifico di Grossatesta e lo ampliò, contrapponendo l’empirismo all’autorità: «Non possiamo distinguere tra sofisma e dimostrazione, a meno che sappiamo noi stessi arrivare alla conclusione dimostrandola» (citato in N.W. Fisher e S. Unguru, Experimental Science and Mathematics in Roger Bacon’s Throught, Traditio n. 27, 1971, p. 358). Nel suo Opus Maius, scritto per Papa Clemente IV, Bacone previde le future invenzioni del microscopio, telescopio e macchine volanti. Con la sua «immaginazione scientifica», ha scritto lo storico di Oxford John Henry Bridges, «Bacone mise il mondo sulla strada giusta verso la scoperta» delle sue previsioni, indicando un metodo che richiedeva che «esperimento e osservazione fossero combinati con la matematica» (J.H. Bridges, The Life and Work of Roger Bacon, William&Norgate 1914, p. 162).

Il monaco Guglielmo di Ockham (1285-1349) è famoso per il suo rasoio, con il quale intendeva sostenere che le teoria non dovrebbero comprendere più termini e principi di quelli necessari per spiegare l’argomento in questione, ma il suo contributo più importante fu nella comprensione del cosmo: eliminò la necessità di “motori” (come teorizzato dai greci) per spiegare il movimento dei corpi celesti, scoprendo che lo spazio è un vuoto senza attrito. Anticipò la Prima Legge del Moto di Newton ipotizzando che, una volta che Dio aveva messo in moto i corpi celesti, non essendoci attrito avrebbero continuato a restare in movimento per sempre. Giovanni Buridano (1300-1358) introdusse il concetto di inerzia (impetus) che spiegava l’intuizione di Ockham, mentre il suo allievo, il vescovo Alberto di Sassonia (1316-1390), oltre a fondare l’Università di Vienna e diventarne il primo rettore nel 1365, ampliò il concetto inserendo il contributo della gravità terrestre. Il successivo passo verso l’eliocentrismo lo compì Nicola d’Oresme (1320-1382), il quale sostenne che la Terra ruota attorno al proprio asse cosa che dà l’illusione che siano gli altri corpi a ruotarle attorno: non seppe dimostrarlo ma la ritenne la spiegazione più semplice rispetto all’immenso numero di corpi celesti in rotazione attorno ad essa. Il vescovo Nicola Cusano (1401-1464) osservò a sua volta che «sia che un uomo si trovi sulla Terra, sul sole o su qualche altra stella, gli sembrerà sempre che la posizione che sta occupando sia il centro immobile, e che gli altri corpi siano in movimento» (citato in D.R. Danielson, The Book of the Cosmos: Imagining the Universe from Heraclitus to Hawking, Perseus 2000, p. 98). Perciò ne dedusse l’impossibilità a fidarsi della propria percezione sul fatto che la Terra sia ferma nello spazio la quale, sostenne, certamente si muove.

Nel suo La genesi della scienza. Come il Medioevo cristiano ha posto le basi della scienza moderna (D’Ettoris 2015), il filosofo James Hannam si è interrogato sul permanere di numerose leggende nere sulla presunta opposizione della Chiesa allo sviluppo scientifico, rispondendo: «La Chiesa non ha mai insegnato che la Terra fosse piatta e, nel Medioevo, nessuno la pensava così, comunque. I Pontefici non hanno cercato di vietare nulla, né hanno scomunicato qualcuno per la cometa di Halley. Nessuno, sono lieto di dirlo, è stato mai bruciato sul rogo per le sue idee scientifiche. Eppure, tutte queste storie sono ancora regolarmente tirate fuori come esempio di intransigenza clericale nei confronti del progresso scientifico».


 

c) RIVOLUZIONE SCIENTIFICA DEL XVI SECOLO.

«Se ho visto più lontano è perché stavo sulle spalle di giganti», disse Isaac Newton. E chi erano questi giganti? Le conquiste straordinarie che si ottennero dal 1500 d.C. in poi, non vennero certo prodotte da un’esplosione di pensiero laico, ha notato lo storico della scienza A.C. Crombie, primo docente ad insegnare Storia della scienza all’Università di Oxford: «Il sentimento che avrebbe inspirato gran parte della scienza del tredicesimo secolo era stato in realtà espresso già all’inizio di quel secolo dal fondatore (san Francesco d’Assisi) di un ordine che avrebbe dato tanti grandi innovatori al pensiero scientifico occidentale, particolarmente in Inghilterra. Fu questo, non vi è dubbio, il sentimento che inspirò Grossatesta, Ruggero Bacone e Peckham a Oxford» (A.C. Crombie, Da Sant’Agostino a Galileo. Storia della scienza dal quinto al diciassettesimo secolo, Feltrinelli 1970, pp. 149, 150).

Così come non ci furono i “secoli bui”, non ci fu neppure una “rivoluzione scientifica”. «L’idea che ci sia stata una rivoluzione copernicana va contro l’evidenza ed è un’invenzione di storici posteriori», ha scritto l’eminente storico della scienza di Harvard, Bernard Cohen (Revolution in Science, Harvard University Press 1985, p. 107). Effettivamente il termine “rivoluzione scientifica” fu un’invenzione successiva nata anche per screditare l’epoca medievale e sostenere che la scienza spuntò all’improvviso in tutta la sua fioritura, senza nulla dovere ai precedenti studiosi scolastici. Eppure i grandi successi dei secoli XVI e XVII furono il frutto di un gruppo di studiosi molto religiosi, che appartenevano a università religiose, e le cui brillanti conquiste si basavano sull’inestimabile retaggio di secoli di erudizione scolastica medievale. Fu solamente una forte convinzione teistica, infatti, a indurre Francesco Bacone (1561-1626) -considerato da molti il padre della scienza moderna-, a insegnare che Dio ci ha fornito due libri, quello della natura e la Bibbia, e che per essere istruiti in maniera davvero adeguata bisognasse applicare l’intelletto allo studio di entrambi. E come lui la pensavano i padri della scienza moderna, come Galilei, Keplero, Copernico, Pascal, Boyle, Newton, Faraday, Babbage, Mendel, Pasteur, Kelvin, Maxwell ecc., tutti teisti ed in gran parte devoti cristiani (qui si possono leggere loro citazioni in merito).

Al canonico cattolico Niccolò Copernico (1463-1543) è di solito attribuito l’inizio della cosiddetta rivoluzione scientifica. Alcuni hanno provato a descriverlo come un oscuro canonico nella lontana Polonia, un genio isolato. Invece, il cattolico Copernico ricevette un’ottima istruzione nelle migliori università del suo tempo Bologna, Padova e Ferrara e l’idea che la Terra gira attorno al sole non gli venne dal nulla: apprese i concetti fondamentali per arrivare al modello eliocentrico dai suoi professori di filosofia scolastica. Egli aggiunse un passo alla lunga linea di scoperte iniziate nei secoli precedenti. «Fu soltanto perché Bacone, Grossatesta e altri scolastici combatterono e vinsero la battaglia per l’empirismo, che fu possibile la nascita della scienza», ha scritto il sociologo Rodney Stark (La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 269). Soltanto facendo piazza pulita delle idee dei filosofi greci che gli scolastici medievali poterono creare le basi per la rivoluzione scientifica. Copernico, infatti, conosceva bene le teorie di Alberto di Sassonia (il cui Fisica, pubblicato nel 1492, studiò all’Università di Padova), così come il pensiero dei vescovi cattolici Nicola Cusano e Nicola d’Oresme sul movimento della terra: egli aggiunse la posizione del sole al centro del sistema solare e la rotazione attorno ad esso degli altri pianete, terra compresa (pur ipotizzando erroneamente orbite circolari invece che ellittiche, correzione apportata da Keplero un secolo dopo). Il tutto lo espresse in termini matematici e ciò diede particolare lustro alla sua opera, ma parti essenziali della sua teoria erano state messe insieme dagli scolastici nei secoli precedenti. Come già detto, la newtoniana Prima Legge del Moto altro non fu che l’ampliamento dell’intuizione di Guglielmo di Ockham secondo cui un corpo rimarrà in movimento fino a che una forza, come l’attrito, non agirà su di esso. Intuizione perfezionata da Buridano e da Galileo: Newton non partì da zero!

La fede cristiana era spesso la principale fonte d’ispirazione di questi grandi uomini, quasi tutti preti, monaci e addirittura vescovi e cardinali. Ma anche la forza trainante alla base dell’intelletto indagatore di Galileo Galilei (1564-1642), era la sua profonda convinzione che il Creatore «che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire» (citato in J. Lennox, Fede e Scienza, Armenia 2009, pag. 23). Mentre per Giovanni Keplero (1571-1630), «lo scopo principale di ogni indagine sul mondo esterno dovrebbe essere quello di scoprire l’ordine razionale che vi è stato imposto da Dio e che egli ci ha rivelato con il linguaggio della matematica» (citato in M. Kline, Mathematics: the loss of certainty, Oxford University Press 1980, pag. 31). Nel XVI secolo, Cartesio (1596-1650) giustificò la sua ricerca delle leggi naturali sul fatto che tali leggi dovessero esistere perché Dio era perfetto, e agiva «nel modo più costante e immutabile possibile», tranne che nelle rare eccezioni dei miracoli (Cartesio, Opere, libro 8, cap. 61). Nelle sue ultime volontà il grande chimico del XVII secolo, Robert Boyle, augurava ai membri della Royal Society di Londra un successo continuo nel loro «lodevole tentativo di scoprire la vera natura delle Opere di Dio» (citato in G. Merton, Science, Technology and Society in Seventeenth Century England, “Osiris” n. 4, 1938, p. 447). Il biochimico e teologo Ernest Lucas, professore onorario di Theology and Religious Studies presso l’University of Bristol, ha infatti giustamente confermato che «gli storici della scienza hanno riconosciuto sempre più spesso questo fatto: la fiducia dei primi scienziati moderni, Keplero, Bacone, Newton, di poter indagare il mondo trovandolo ordinato ed intellegibile scaturiva dalla fede cristiana. In secondo luogo, essi credevano di essere fatti ad immagine di Dio, e che quindi la loro mente sarebbe stata in grado -tanto per citare le famose parole di Keplero- di “pensare i pensieri di Dio dopo di Lui”, e di scoprire quell’ordine» (intervista in R. Stannard, “La scienza e i miracoli”, Tea 2006, pag. 221-222).

Verso la metà del XVII secolo i cattolici francesi René Descartes, Marin Mer­senne e Pierre Gassendi (il secondo dei quali era un monaco Minorita, e l’ultimo un sacerdote), «furono tra gli elaboratori principali della filosofia meccanicistica, che fornì un’alternativa alla filosofia naturale aristotelica e che gettò le basi di gran parte del lavoro scientifico a venire. La filosofia meccanicistica attraversò nuovi sviluppi nell’Inghilterra protestante, ove scienziati del calibro di Robert Boyle e Isaac Newton ne trovarono un sostegno nelle idee riformate sulla sovranità divina e sull’assoluta dipendenza della materia da Dio» (D.C. Lindberg e R. Numbers, “Dio e natura, La Nuova Italia 1994, p. XXVIII). Il filosofo James Hannam ha spiegato che fino alla Rivoluzione francese «la Chiesa cattolica è stata lo sponsor principale della ricerca scientifica. La Chiesa anche insistito sul fatto che la scienza e la matematica avrebbero dovuto essere obbligatorie nei programmi universitari. Nel XVII secolo, l’ordine dei Gesuiti era diventata la principale organizzazione scientifica in Europa, con la pubblicazione di migliaia di documenti e la diffusione di nuove scoperte in tutto il mondo. Le cattedrali sono state progettate anche come osservatori astronomici per la determinazione sempre più precisa del calendario» (J. Hannam, La genesi della scienza. Come il Medioevo cristiano ha posto le basi della scienza moderna, D’Ettoris 2015).

L’eminente storico della scienza Peter Harrison, direttore dell’Institute for Advanced Studies in the Humanities presso l’University of Queensland, ha osservato che «tra il 12° e il 18° secolo, il sostegno materiale e morale della Chiesa cattolica per lo studio dell’astronomia non ha eguali in nessun’altra istituzione». Nell’aprile 2012, sempre Harrison, ha invece spiegato che «una alleanza tra scienza e ateismo è qualcosa che i fondatori della scienza moderna avrebbero trovato sconcertante. E’ noto da tempo che le figure chiave nella rivoluzione scientifica del XVII secolo hanno accarezzato sincere convinzioni religiose». Per loro, ha continuato, la religione «era parte integrante delle loro indagini scientifiche e ha fornito un fondamento metafisico fondamentale per la scienza moderna. Le vestigia delle convinzioni teologiche di questi pionieri della scienza moderna può ancora essere trovato nel comune presupposto che ci sono leggi di natura che possono essere scoperte dalla scienza». In un dossier specifico abbiamo creato un elenco dei protagonisti dei successi scientifici del XVI, XVII e XVIII secolo mostrando come quasi tutti fossero sinceri cristiani e praticanti. Tra i protagonisti della scienza di allora, soltanto uno è ricordato per il suo ateismo: Edmond Halley.

Occorre infine chiarire che sarebbe falso dire che non ci fu, per tutto questo, alcun antagonismo tra scienza e fede. Ad esempio John H. Brooke (1944), il primo docente di Scienza e Religione ad Oxford, ha spiegato: «Nel passato le credenze religiose servivano da presupposto dell’impresa scientifica fintanto che sottoscrivevano tale uniformità, anche se le particolari concezioni della scienza sostenute dai suoi pionieri erano spesso ispirate da credenze teologiche e metafisiche» (J. Brooke, “Science & religion: some historical perspectives”, Cambridge University Press 1991, pag. 19). Questa lettura è condivisa dagli storici della scienza americani David C. Lindberg, presidente della History of Science Society, e Ronald Numbers, dell’University of Wisconsin–Madison: «Per quanto i primi Padri della Chiesa non giudicassero l’indagine del mondo materiale un fatto di priorità assoluta, tuttavia neppure reputavano priva di senso tale indagine; a lor occhi, la conoscenza degli enti materiali era valida ai fii dell’esegesi biblica e della difesa della fede, il che, senza dubbio, riduceva la scienza a un ruolo ancillare, ma era ben lungi dal sopprimerla […]. Il cristianesimo prese a prestito le sue categorie fondamentali e gran parte della propria metafisica e cosmologia da Aristotele; in cambio, la scienza ricevette un sostegno istituzionale e adito a nuovi punti di vista che la arricchirono e la riorientarono» (D.C. Lindberg e R. Numbers, Dio e natura, La Nuova Italia 1994, p. XXV, XXVI). La scienza nasce “serva” della teologia: cioè per capire l’opera di Dio, per fornirne una spiegazione. E’ esattamente così che si percepivano coloro che presero parte alle grandi conquiste del XVI e XVII secolo: come qualcuno che persegue i segreti della creazione (un “libro” che andava letto e compreso). E alcune volte, purtroppo, si è preteso che le scoperte scientifiche dovessero per forza confermare le scoperte teologiche.


 

d) RIVOLUZIONE PROTESTANTE E RIVOLUZIONE SCIENTIFICA.

Un ultimo mito riguarda le conseguenze della Riforma protestante sulla nascita della scienza. Nel 1983, Robert K. Merton, uno dei più autorevoli sociologi d’America, ipotizzò che il protestantesimo puritano avesse dato il vero impulso alla rivoluzione scientifica, ma -oltre a concentrarsi solo sull’Inghilterra- la definizione di “puritano” da lui proposta era così ampia che di fatto nessun cristiano ne era escluso, neppure i cattolici. Barbara J Shapiro, professore emerito dell’Università della California, ha giustamente commentato: «Quello che essenzialmente sta dicendo Merton è che degli inglesi contribuirono alla scienza inglese» (B.J. Shapiro, Latitudinarism and Science in Seventeenth-Century England, “Past and Present” n. 40, 1968, p. 288). Il sociologo Rodney Stark ha catalogato i principali luminari nati tra il 1543 e il 1680 rilevando 52 scienziati devotamente credenti e soltanto la metà erano protestanti. Escludendo gli inglesi, i cattolici superavano i protestanti 26 a 11, «il che corrisponde alla distribuzione sul continente di protestanti e cattolici in quel periodo» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 471-477).

Vi è comunque una parte di verità: la Controriforma cattolica, avviatasi dopo il Concilio di Trento (1551-1552, 1562-1563), oltre ad accentuare l’enfasi sull’ascetismo e sulla fede rispetto alla Chiesa del potere e delle simonie, originò anche significative limitazioni al pensiero intellettuale. Lo ha spiegato il sociologo Rodney Stark analizzando tale periodo storico: «Anche se la scienza occidentale ha le sue radici nella teologia cristiana e si è sviluppata nelle università medievali, la riforma cattolica impose restrizioni intellettuali talmente severe che le università cattoliche subirono un declino quanto a importanza scientifica. Pertanto, nell’ultima parte del XIX secolo, si sviluppò l’errata convinzione che la Riforma protestante abbia fatto nascere l’evoluzione scientifica» (R. Stark, La vittoria dell’Occidente, Lindau 2014, p. 431).

 
 

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CONCLUSIONE.

Abbiamo dunque contribuito a dimostrare come la concezione cristiana dell’unico Dio Creatore non solo abbia svolto un ruolo essenziale e di fondamentale importanza nella nascita della scienza e nello sviluppo del metodo scientifico, ma sia stata la condizione indispensabile perché questo potesse accadere. Solo nell’occidente cristiano Dio è stato concepito come responsabile dell’esistenza e dell’ordine dell’universo e, grazie alla Sua incarnazione, divenuto incontrabile e conoscibile dall’uomo, anche attraverso i metodi della scienza. Ovviamente, anche se il cristianesimo fu essenziale per lo sviluppo della scienza Occidentale, questa dipendenza non esiste più. Una volta debitamente messa in moto, la scienza è stata in grado di reggersi da sola e la convinzione che i segreti della natura cederanno di fronte alla continua ricerca, attualmente è un articolo di fede laica quanto un tempo lo era di fede cristiana.

 

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