Luca Cavalli Sforza scivola sul riduzionismo: «sola la scienza ha consistenza»

 

di Enzo Pennetta*
*biologo

 

Secondo il famoso genetista evoluzionista Luca Cavalli Sforza «gli unici discorsi che val la pena affrontare sono quelli scientifici, gli altri sono privi di consistenza». Questo è quanto egli  ha dichiarato il 25 gennaio scorso in un’intervista rilasciata al quotidiano “la Repubblica” in occasione del proprio novantesimo compleanno.

 E così, migliaia di anni di storia e di cultura sono spazzati via: l’umanità degli eroi omerici, la tragedia greca, il diritto romano, lo slancio religioso del monachesimo, l’arte rinascimentale, la poetica dantesca, leopardiana e manzoniana, la teologia, la filosofia classica, teoretica e analitica ecc… sono tutti argomenti “privi di consistenza”.

L’ultimo grande evento curato dal prof. Luca Cavalli Sforza è stato la mostra Homo Sapiens,” tuttora in corso presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, una mostra il cui sottotitolo è “La grande storia della diversità umana.” Un sottotitolo che rivela l’intenzione di spiegare le differenze tra gli uomini e quelle tra l’essere umano e le altre specie, intento specificato sullo stesso sito della mostra: “Questa Mostra, curata da Luigi Luca Cavalli Sforza stesso e da Telmo Pievani, filosofo della scienza ed esperto di evoluzione, racconta da dove veniamo e come siamo riusciti, di espansione in espansione, a popolare l’intero pianeta, costruendo il caleidoscopico mosaico della diversità umana attuale”. Ma come è possibile che comprenda la “storia della diversità umana” qualcuno che afferma che  “gli unici discorsi che val la pena affrontare sono quelli scientifici, gli altri sono privi di consistenza”? Al massimo con un approccio di questo tipo si potranno affrontare gli aspetti strettamente biologici della specie umana primitiva: cosa mangiavano; quanto erano alti; quale era l’età media; erano più o meno pelosi…? Ma null’altro. Per Luca Cavalli Sforza non c’è nient’altro di cui valga la pena parlare.

Ma poi Cavalli Sforza si lancia in una serie di affermazioni sull’uomo che non si sa con quale metodo scientifico possano essere ottenute: “Si muovevano (un milione di anni fa n.d.r.) sapendo di imbattersi talvolta  in gruppi ostili, che potevano rappresentare una limitazione importante agli spostamenti. Ma al tempo stesso esistevano ampie zone abitate da gente pacifica”. E inoltre non si sa quale metodo scientifico possa permettere di giungere ad affermazioni che non siano almeno dubitative (agnostiche) nei confronti della morte e della spiritualità: “L’aldilà è un’invenzione intelligente e niente più. Il cristianesimo gli ha dato una forma compiuta”. Ed ecco che infine, questa presunta inconsistenza degli argomenti non scientifici, porta alla coerente presa di posizione sul contenuto di un testo come la Bibbia: “Ho il massimo rispetto e considerazione per quel testo. Ma come membro della specie umana posso affermare che la sua narrazione dice ben poco sulle nostre origini. Anzi non dice un accidente di niente”. Ci permettiamo di dissentire con Luca Cavalli Sforza: la Bibbia, anche nel caso in cui fosse considerata solo come un’opera letteraria, sulle origini e sulla natura dell’uomo avrebbe da dire molto di più della mostra su “Homo sapiens” al Palazzo delle Esposizioni. Così come sull’Uomo hanno da dire molto di più anche i miti greci e la letteratura di ogni epoca. E forse non è mai troppo tardi per interessarsi alla letteratura, cosa che come lui stesso afferma nell’articolo non ama fare: “Non sono assolutamente bravo a leggere i romanzi. Preferisco le storie vere. Meglio i giornali”. 

Le parole di L.C. Sforza vanno in definitiva a rafforzare la consapevolezza che un approccio riduzionista alla conoscenza dell’Uomo non può che essere non solo incompleto, ma profondamente fuorviante, e che sentiamo di dover guardare con diffidenza ad affermazioni analoghe, come quelle del paleontologo George Gaylord Simpson fatte proprie dall’ateologo Richard Dawkins“…la vita ha un significato? Che cosa ci stiamo a fare al mondo? Che cos’è l’uomo? Dopo aver posto quest’ultima domanda, l’eminente zoologo G.G. Simpson così scrisse: ‘La mia opinione è che tutti i tentativi di rispondere a questa domanda compiuti prima del 1859 sono totalmente privi di valore e che faremmo meglio a ignorarli completamente’.” (R. Dawkins, “Il gene egoista”, Oscar Monadadori, pag. 3).

Ma come dicevamo le cose non stanno così, se vogliamo davvero conoscere cosa è l’Uomo, faremmo bene ad ascoltare le risposte scaturite anche prima di quella data e non soltanto quelle scientifiche. Anche perché, come ha suggerito Albert Einstein “La scienza non può stabilire dei fini e tanto meno inculcarli negli esseri umani; la scienza, al più, può fornire i mezzi con i quali raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti da persone con alti ideali etici […]. La scienza può solo accertare ciò che è, ma non ciò che dovrebbe essere, ed al di fuori del suo ambito restano necessari i giudizi di valore di ogni genere” (A. Einstein, “Pensieri degli anni difficili”, Boringhieri 1965)

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