Islam moderato? Meglio parlare di tanti musulmani di buona volontà

CoranoNei giorni successivi all’attentato di Parigi abbiamo voluto stigmatizzare le accuse generalizzate al mondo musulmano titolando così: “Negare l’esistenza dell’Islam moderato significa avvantaggiare l’Isis”. Nell’articolo abbiamo ricordato la presenza di un “islam pacifico”, sottolineando che negarne l’esistenza significa mettere «sotto accusa proprio le comunità islamiche moderate che invece possono (e devono) avere un ruolo fondamentale contro il terrorismo islamico».

Siamo stati contattati da un missionario cristiano che da anni vive nel Medio Oriente con il quale abbiamo avuto una piacevole conversazione. Lui stesso svolge la sua opera a stretto contatto con molti musulmani, che lo aiutano, lo sostengono e lo difendono. Tuttavia, ha rispettosamente avanzato dei dubbi sul fatto che esista, al di fuori del linguaggio giornalistico, un vero “Islam moderato” convincendoci del fatto che è giusto sforzarci per evitare ingiuste generalizzazioni ma sarebbe meglio parlare di tantissimi musulmani di buona volontà, che vivono intensamente la loro umanità e il loro senso religioso. Sono quelli che condannano apertamente gli attentati, quelli che difendono i cristiani, che li aiutano. Ma l’Islam in quanto religione ha effettivamente un problema strutturale con il fondamentalismo e questo è dovuto ai contenuti stessi delle fonti su cui si basa, alle contraddizioni tra loro di queste fonti e alla mancanza di un’autorità unica e di una “successione apostolica” a garanzia della verità (anche di interpretazione).

Il missionario con cui abbiamo dialogato ha concordato con le parole usate dal Pontefice nella Lettera ai cristiani del Medio Oriente del 21 dicembre 2014, quando Francesco ha spronato i cristiani ad «aiutare i vostri concittadini musulmani a presentare con discernimento una più autentica immagine dell’Islam, come vogliono tanti di loro, i quali ripetono che l’Islam è una religione di pace e può accordarsi con il rispetto dei diritti umani e favorire la convivenza di tutti. Sarà un bene per loro e per l’intera società». Francesco ha giustamente preso atto che i musulmani vogliono definire l’Islam una religione di pace, invitandoli però a dimostrarlo nei fatti.

Ma qual è il rapporto tra Corano, rivelazioni di Maometto e l’Isis? Lo ha spiegato in modo chiarissimo Samīr Khalīl Samīr, gesuita egiziano, grande esperto di Islam nonché professore all’Université Saint Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma: «E’ una menzogna dire che l’Isis non c’entra niente con l’islam. Io posso capire chi dice così, perché intende dire che non si riconosce in quell’atteggiamento. Questo è vero, molti musulmani sostengono che quello non è il vero islam, che invece dovrebbe essere pacifico. Però, quando lo sento dire da qualche imam, la cosa diventa grave. Ciò che fa il cosiddetto Stato islamico, infatti, è sempre appoggiato in modo chiaro da un un giurista musulmano che afferma come il determinato atto sia conforme a un precetto dell’islam. E’ necessario, prima di tutto, domandarsi quali siano le fonti su cui si basano i musulmani, miliziani dell’Isis compresi. La prima di queste è il Corano, la seconda è la tradizione, che comprende i fatti della vita di Maometto e i suoi detti. Di raccolte di questo tipo ne esistono a migliaia e tra esse (compilate nei secoli IX e X) ve ne sono nove considerate autentiche. In queste raccolte troviamo tutto ciò che è stato commesso dallo Stato islamico: o nel Corano o nella tradizione orale o nella vita di Maometto». Il grande problema è la contraddizione di queste fonti tra loro, cosicché «questi jihadisti fanatici hanno sempre al loro fianco un religioso, un imam o un dotto, che trova la giustificazione dei loro atti. a è vero e cosa è falso. Pure il Corano riconosce che vi sono contraddizioni».

Ma chi decide cosa è vero o cosa è falso?  Il Corano è diviso in versetti rivelati da Maometto alla Mecca (610-622) o a Medina (622-632) e quando vi è contraddizione tra i versetti si sceglie come valido quello più recente, cioè il “medinese”. I versetti della Mecca, «rivelati per primi, essendo Maometto di fronte a una forte opposizione al punto da fuggire ed emigrare, sono più “pacifici”. Alla Mecca doveva essere gentile e paziente, perché era all’inizio della predicazione. A Medina, invece, si era nel periodo guerriero. E’ qui che ha compiuto una sessantina di attacchi e razzie. E lo dice la tradizione islamica più autentica. I versetti più duri, quindi, sono quelli di Medina che abrogano i precedenti. Per un autentico musulmano, insomma, sono i versetti più violenti che hanno la meglio su quelli più pacifici. Questi sono i fatti ed è qui che nascono i problemi».

Una spiegazione che coincide con quella di Abdullahi Ahmed An-Na’im, docente di diritto negli Stati Uniti e studioso della religione islamica: «l’essenza della questione ruota attorno al fatto che i vertici dell’ISIS e i suoi sostenitori possono appoggiarsi, e non mancano certo di farlo, su una moltitudine di fonti tratte dalle scritture e dalla storia per giustificare le proprie azioni», ha scritto. «Le interpretazioni tradizionali della sharia, la legge islamica, appoggiano il jihad offensivo che mira a diffondere l’islam. Essi autorizzano l’esecuzione di prigionieri e la resa in schiavitù dei bambini e delle donne del campo avverso; gesti che Daesh non ha mancato di far subire agli Yazidi in Siria. Sono un musulmano, studioso e specialista di sharia, e affermo che la proclamazione di legittimità islamica di cui si ammanta Daesh non può essere contrastata, se non usando una interpretazione alternativa della stessa legge islamica. Bisogna sapere che nessuna autorità può – qualunque sia il soggetto e il tema – stabilire o modificare la dottrina della sharia per gli altri musulmani. In questo campo non esiste nulla di vagamente simile al Vaticano, né all’infallibilità pontificia». 

Così «nessun musulmano può essere responsabile delle opinioni e delle azioni degli altri. Una conseguenza positiva di questa assenza di autorità religiosa consiste nel fatto di poter rimettere al centro e reinterpretare in modo diverso i principi della sharia. Al tempo stesso, vi è un rovescio della medaglia: qualunque musulmano può affermare qualcosa a proposito di sharia, nel caso in cui egli ottenga il consenso di una massa critica di fedeli». Anche Ahmed An-Na’im ha confermato la spiegazione del gesuita Samīr: «L’interpretazione retrograda e brutale che fa Daesh della sharia trova fondamento sul Corano di Medina, che insiste sul fatto che i musulmani devono sostenersi l’un l’altro e distinguersi dai non musulmani». Occorre dunque far prevalere come autentici i versetti pacifici rispetto a quelli violenti, senza ignorare «le alternative» nel Corano stesso «che potrebbero permettere di condannare lo SI come non islamico».

Seppur non simpatizziamo particolarmente per Magdi Allam, riteniamo vere le sue parole: «Sulla base della mia esperienza di musulmano moderato per 56 anni, vi dico che il musulmano può essere moderato solo se antepone la ragione e il cuore ad Allah e Maometto. Ma tutti i musulmani che ottemperano letteralmente e integralmente a quanto Allah ha prescritto nel Corano e a quanto ha detto e ha fatto Maometto non possono essere moderati». Corrispondono all’esperienza di Ali Ahmad Sa’id, tra i maggiori poeti viventi siriani: «Nell’Islam esiste soltanto l’ortodossia dei sunniti che accettano soltanto una lettura letterale del Corano. Senza interpretazioni metaforiche o simboliche. Per questo non c’è spazio per arte e poesia tra gli ortodossi, c’è soltanto la giurisprudenza. La cultura del potere e della sua conservazione, a qualunque costo. L’Islam nasce proprio come religione di conquista. E, nelle conquiste, la violenza è inevitabile»«Non si può comprendere questo fenomeno se non si fa lo sforzo di ripensare la nascita dell’islam», ha spiegato in un’altra occasione. «La violenza è intrinsecamente legata alla nascita dell’islam, che sorge appunto come potere. Questa violenza ha accompagnato la fondazione del primo califfato e attinge a certi versetti coranici e ai primi commenti al Testo. Questa violenza è stata istituzionalizzata, ormai fa parte della forma statuale. Si aggiunga che i musulmani hanno agito fin dall’inizio da conquistatori. Il secolo che seguì alla morte di Maometto fu molto sanguinoso e la guerra arabo-araba, o la guerra musulmano-musulmana, non è mai finita. Basta leggere le opere sulla storia degli arabi».

La questione è complessa dunque e di non facile soluzione. Ci viene in mente però una delle tante differenze tra il cristianesimo e l’islam: mentre quest’ultimo per essere “accettabile” ha bisogno di un adattamento continuo al contesto del momento, facendo prevalere come autentici i versetti più adatti ai tempi, il messaggio evangelico e la figura di Cristo non soltanto sono sempre risultati misteriosamente attuali per qualunque epoca storica ma hanno letteralmente fondato i valori morali della civiltà umana, corrispondendo alle attese del cuore di ogni essere vivente, di qualunque religione. Tanto che gli stessi musulmani e gli esperti islamici, come quelli citati sopra, invitano l’Islam a “cristianizzarsi”, cioè a far prevalere il suo lato più umano. Questo mette alla prova l’autenticità divina delle due religioni: per usare le parole di Anthony Flew, l’ateo più famoso del mondo convertitosi al teismo nel 2005, «certamente la figura carismatica di Gesù è così speciale che è sensato prendere in seria considerazione l’annuncio che lo riguarda. Se Dio si è davvero rivelato è plausibile che lo abbia fatto con quel volto».

La redazione

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