Il naturalismo porta all’uso improprio della scienza

Dna umano
 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

Il 28 febbraio 1953, Francis Crick e James Watson convocarono all’Eagle pub di Cambridge i giornalisti e un gruppo di amici, cui annunciarono di “aver scoperto il segreto della vita” nella doppia elica del DNA. Si brindò a birra e whisky, come richiedeva l’evento. Nel 1976, Crick alzò il tiro e proclamò: “Lo scopo ultimo della biologia moderna è spiegare la coscienza in termini di chimica e fisica”, un risultato “raggiungibile in una generazione”. Sappiamo com’è andata la storia: lungi dall’aver trovato i segreti della vita e della coscienza, la biologia non sa ancora come funziona il DNA, e manco come si piega una proteina. Crick cercò poi conforto nella panspermia.

L’euforia le sparò grosse. Ma il Guiness fu toccato nel 1983, quando Stephen Hawking fece il saltino di passare dal calcolo della funzione d’onda dell’atomo d’idrogeno a quella del mondo intero. In meccanica quantistica, appena siano coinvolte una decina di particelle (quindi già a partire dagli atomi più leggeri), non si può risolvere l’equazione di campo, nemmeno approssimativamente al computer, perché la memoria richiesta dal calcolo supera la massa-energia di tutto l’Universo. Le particelle del mondo sono dell’ordine di ~1082 e si comprende che per la sua impresa titanica Hawking dovette ricorrere ad una serie di congetture arbitrarie. Inoltre, il sistema quantistico che il cosmologo di Cambridge pretese di osservare è per definizione inseparabile dal cervello del suo osservatore e ciò crea qualche problema sul significato della funzione d’onda e dei suoi autovalori. Imperterrito, da modelli matematici che avrebbe rimasticato per 29 anni fino alla pensione, il nostro eroe arrivò alla conclusione che l’Universo emerse un bel dì “per caso, dal niente”, per la produzione improvvisa di materia (positiva) consentita da un debito di altrettanta energia (negativa) gravitazionale. Insomma, in Principio fu un Derivato finanziario confezionato, come i prodotti attuali più sofisticati della City (40 minuti di treno da Cambridge), in un formulario matematico compreso solo dagli addetti…, o non piuttosto lo strafalcione metafisico di confondere il “niente” con il vettore corrispondente all’autovalore minimo d’un’equazione? Oggi, si è perso il conto degli articoli e dei libri di “divulgazione scientifica” che hanno annunciato la soluzione della questione filosofica per eccellenza – perché c’è qualcosa piuttosto che niente – e la superfluità d’un Creatore anche nel caso d’un Universo contingente: il solo Hawking ne ha ricavato 8 best seller, l’ultimo dei quali è stato da me commentato da me commentato qui.

Se tralasciamo le megalomanie (scusabili in menti geniali focalizzate per un’intera vita su un obiettivo), ogni giorno ci vengono annunciate “scoperte” minori riguardanti pillole della felicità e geni dell’onestà, intervallate dallo scoop canonico sulle “tracce di vita” aliena. A spiegazione della gragnuola di speculazioni (quando non vere e proprie fole, tipo: “È stato trovato un nuovo numero primo, e non uno qualsiasi, ma il più grande!” sul Corriere di qualche settimana fa) spacciate per scienza, ho proposto in passato due cause: la ricerca di visibilità da parte di strutture tecno-scientifiche in affanno e l’incapacità di molti ad ammettere i limiti statutari, o anche solo l’ignoranza attuale, delle scienze naturali su alcune questioni. Il valore della visibilità per un settore, come la ricerca, fortemente dipendente dagli stanziamenti pubblici si spiega da sé: in una competizione inferocita dalla crisi economica in Occidente, la tendenza a vendere la fantasia per scienza non è più l’eccezione da noi di qualche ramo deviato, ma una pandemia diffusa dal corto circuito coi media. Ma cosa c’è dietro l’altro fronte, quello dell’onniscienza conclamata?

Secondo Ludwig Wittgensteinla filosofia limita il campo disputabile della scienza naturale”, talché se s’ignora che questa ha una frontiera si possono confondere le fantasie con la realtà. Ma dove sta la frontiera della scienza naturale? Attingo alla fonte purissima del suo inventore: Galileo Galilei. Nella lettera del 1 dicembre 1612 a Mark Welser, Galileo scrive che l’approccio scientifico rifugge da speculazioni filosofiche sull’essenza delle cose, limitandosi ai dati misurabili e cercando relazioni numeriche (in linguaggio moderno: le “teorie”) secondo le regole della matematica. “Perché, o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non meno vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti. […] Ma se vorremo fermarci nell’apprensione di alcune affezioni, non mi par che sia da desperar di poter conseguirle anco nei corpi lontanissimi da noi, non meno che ne i prossimi”.

L’essenza vera ed intrinseca” delle cose che la scienza deve rinunciare ad indagare è ciò che sta sotto, nascosto ai sensi e anche agli strumenti; ciò per cui una cosa è quella che è e non un’altra: compreso, il fine, o il senso della cosa. “Affezioni” invece, sono gli aspetti visibili con i sensi e codificabili in numeri, e così uguali per tutti. Il baratto tra essenze ed affezioni comporta vantaggi e svantaggi. La matematizzazione della Natura operata dall’auto-restrizione ai soli dati misurabili diventa in fisica il calcolo dei rapporti delle forze e degli scambi delle energie in gioco nelle trasformazioni osservate. L’esattezza del numero fornisce una descrizione dell’ordine naturale che abilita il ricercatore a fare predizioni e, collocando le fasi della trasformazione osservata in una successione logica e ottimale riguardo ai consumi di energia e di tempo, lo abilita a dominare le forze della Natura, replicando il fenomeno in applicazioni tecnologiche. Però la descrizione scientifica paga il prezzo di rinunciare alla ricerca di scopo (o finalità o intenzione) che, a partire dall’esperienza che ognuno di noi vive dalla nascita, impronta ogni azione umana e senza cui non si dà una completa conoscenza di ciò che accade. Insomma, la rivoluzione scientifica galileiana consiste nell’applicazione alle modalità cognitive umane di un filtro matematico che spreme dalle “sustanze” le “affezioni”, così sostituendo alle parole i numeri e rinunciando ad indagare finalità e senso. “Intorno ad altre più controverse condizioni delle sustanze naturali” provvederà la filosofia, liquida Galileo la questione.

4 secoli dopo la lettera di Galileo a Welser c’è ancora chi fa confusione tra filosofia e scienza. Telmo Pievani nella sua lettera aperta del 12 gennaio u.s. ad Enzo Pennetta scrive: “Il ‘non senso’ dell’evoluzione, cioè la sua mancanza di una direzione finalistica, appare a mio avviso limpidamente dalle conoscenze scientifiche attuali”. Pievani non è un tecnico, come Crick e Hawking portati per inerzia ad estrapolare le loro ricerche specialistiche a speculazioni sull’intero Universo; è un “filosofo della biologia”, con cattedra all’università dove Galileo trascorse “li diciotto anni migliori di tutta la mia età”. Egli dovrebbe per mestiere vigilare sui confini tra scienza e filosofia stabiliti dal fisico pisano e ribaditi dal logico austriaco, ad impedire scorribande da una parte all’altra. E invece che fa? Confonde la prima, che per suo metodo non si occupa di senso, con la seconda, che è la sola sede legittimata a porre le domande che lo riguardano; mischia la teleonomia, che è il piano di ricerca delle cause efficienti appartenente alla biologia, con la teleologia che è lo spazio di speculazione delle cause finali proprio della filosofia. Pievani pretende che siano “le conoscenze scientifiche attuali” a mostrare l’evidenza del “non senso dell’evoluzione”, come chi si stupisse di non vedere l’intero spettro luminoso attraverso lenti filtranti! Io invece ho la “limpida apparizione” opposta: riscontro nell’evoluzione dell’Universo culminata nella specie umana – “la sola specie nell’universo capace di utilizzare un sistema logico di comunicazione simbolica” (Jacques Monod) – una biogenesi coestensiva alla cosmogenesi fin dai primi istanti del Big Bang, rappresentata da una geometrica freccia di senso, con coda a 14 miliardi di anni fa e punta a 140.000… Ma non dirò che questa intuizione mi deriva dalle “conoscenze scientifiche”. Ammetto senz’altro che si tratta di un’interpretazione della mia Weltanschauung.

Una Weltanschauungè qualcosa di totale e universale a un tempo, […] consiste di idee, manifestazioni supreme ed espressioni totali dell’uomo, […] delle posizioni ultime che l’anima occupa, […] delle forze che la muovono” (Karl Jaspers). Tutti hanno diritto ad una propria Weltanschauung. E a tutti i docenti universitari, darwinisti e no, può accadere di confondere la propria concezione del mondo con un fatto o una teoria scientifica: perché, diciamo la verità, la tecno-scienza è bella per chi ne legge, ammaliante per chi la pratica, utile a tutti; ma la concezione di vita è molto di più: solo questa ci scalda l’anima… e nei risultati scientifici ci trascina a trovare un conforto alle nostre scelte esistenziali. C’è però una differenza, almeno di stile, tra Weltanschauung e ideologia militante. Quando la confusione tra metodi e domini disciplinari impronta intere pagine della cosiddetta divulgazione scientifica (vedi, sulla scia ritardata dei new atheist loro maestri, “Creazione senza Dio” di T. Pievani, o “La scienza non ha bisogno di Dio” di E. Boncinelli), gli autori usano impropriamente risultati scientifici per propagandare la loro visione naturalistica. Una concezione uguale e contraria a quella creazionistica d’Oltreoceano da essi tanto criticata: entrambe usano infatti un assunto (l’esistenza o assenza di Disegno nella biosfera) per proporre una teoria dell’evoluzione (il creazionismo o il darwinismo) fuori dal canone galileiano.

Lobby e pregiudizi, questi due parassiti della scienza moderna furono segnalati 50 anni fa da Imre Lakatos. Mostrando maggiore realismo rispetto al suo maestro, Lakatos corresse l’“ingenuità” popperiana d’un progresso scientifico guidato solo dalla competizione epistemica tra teorie, con la dimostrazione che la scienza avanza anche tramite lo scontro 1) di gruppi e programmi, legati a interessi economici e 2) di contrapposte Weltanschauung, che fanno da scenario concettuale generale alle teorie più vicine allo Zeitgeist di ogni epoca.

Da una quarantina d’anni, un numero crescente di scienziati – biologi, fisici, matematici, medici, chimici, computer scientist, epistemologi,… –, nelle scuole medie attratti dalla semplicioneria darwiniana, se ne sono gradualmente emancipati dopo la laurea. Da S. Kauffman a C. Woese, da G. Dover a L. Kruglyak, da L. Margulis a S. Newman, da J. Fodor a M. Piattelli Palmarini a E. Jablonka a E. Koonin a T. Nagel, essi hanno toccato sul campo l’inadeguatezza esplicativa d’un paradigma bidimensionale, recintato da caso e selezione naturale. Superando i “dogmi” della Sintesi cosiddetta moderna – basati su una fisica antica, quella contemporanea a Darwin, secondo cui le ultime particelle hanno proprietà esclusivamente meccaniche – stanno ricercando ulteriori dimensioni, basate sulla complessità e l’elettrodinamica quantistica, ed anche su nuovi principi. Divertito davanti ai tentativi con cui i darwinisti del XX secolo insistevano a cercare i “segreti della vita” nella fisica del XIX, David Bohm scriveva nel 1969: “Proprio quando la fisica si allontana dal meccanicismo, la biologia e la psicologia vi si avvicinano. Se questo trend continua, accadrà che la biologia guarderà agli esseri viventi ed intelligenti come a meccani, mentre la fisica considererà la materia inanimata troppo complessa e sottile da cadere nelle categorie limitate del meccanicismo”.

Perché insistono anche nel XXI secolo? Perché, lakatosianamente, hanno una visione naturalistica del mondo da difendere contro ogni coerenza e da diffondere contro ogni resistenza; e per questo ideale supremo ogni mezzo è buono, compreso l’uso improprio della scienza.

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57 commenti a Il naturalismo porta all’uso improprio della scienza