Studio su “Science”: nessun altruismo rilevato tra scimpanzé

Tra noi e gli altri primati la differenza nel Dna è minima, si aggira dall’1% al 2%.  Questo piccolo argomento sostiene i neopositivisti come Telmo Pievani, dà loro forza e coraggio per andare avanti, per urlare al mondo che «l’uomo non è nientr’altro che…», cioè la classica formula del riduzionista perfetto.

La cosa divertente è che i nostri amici riduzionisti evitano sempre di dire che, come spiega il dott. Giuliani, oltre al 98% di geni in comune con lo scimpanzé, noi abbiamo il 95% di similitudine di geni con il ratto, un po’ meno geni con la fragola, per l’80% il nostro Dna è  in comune con un verme di 1 mm (Caenorhabditis elegans) mentre per il 50% è condiviso con quello della banana. Abbiamo lo stesso numero di geni della gallina e la nostra composizione atomica non è differente da un ficus. Pare abbastanza evidente, dunque, che l’uomo “non si spiega” nei suoi geni.

La seconda tesi riduzionista sostiene che l’uomo non sia differente dallo scimpanzé, in quanto anche quest’ultimo ha capacità sociali, di cooperazione, di altruismo ecc. Pochi mesi fa parlavamo di un libro recentemente pubblicato di due entomologi, Hölldobler e Wilson, i quali hanno sfatato i luoghi comuni sull’insetto eusociale più citato, la formica. E’ risultato infatti evidente, come è normale nella conservazione della specie, che il fine ultimo della cooperazione animale è la sopravvivenza individuale, dunque una forma mascherata di “egoismo”. Hanno concluso con una banalità pazzesca, ma che oggi scandalizza i riduzionisti: «Gli insetti sociali sono rigidamente governati dall’istinto, e lo saranno sempre. Gli esseri umani sono dotati di ragione e hanno culture in rapida evoluzione. Noi umani siamo capaci di introspezione e possiamo trovare  il modo per tenere a freno i nostri conflitti autodistruttivi»Francisco J. Ayala, fra i più celebri darwinisti viventi, scrive in un suo libro: «il comportamento morale non è del tipo di quelle reazioni automatiche di altruismo biologico come si hanno in certe api, formiche e presso altri imenotteri […], il comportamento morale in quanto tale non esiste nemmeno in forma iniziale in esseri non umani». 

Nei giorni scorsi il docente di Biologia Evoluzionistica e Comportamentale presso l’Università di St. Andrews, in Scozia, Kevin Laland, ha commentato i risultati di uno studio pubblicato su “Science” di cui avevamo già parlato su UCCR. I ricercatori hanno addestrato scimpanzé, cebi cappuccini e scimmie del Sud America a risolvere un “puzzle-box” e poi a dimostrare le tecniche ad altri scimpanzé. Ma essi non hanno imparato, al contrario di un gruppo di bambini della scuola materna.  Il biologo ha affermato: «I bambini hanno risposto al test come a un esercizio sociale, cercando insieme la soluzione, guardando e copiando le azioni dei vicini, e impartendo istruzioni. In certi casi abbiamo assistito a azioni di generosità, in cui i bambini condividevano i premi ricevuti. Ci saremmo aspettati degli atti di altruismo anche da cebi e scimpanzé, perché erano presenti gruppi di madri e figli, ma non ne abbiamo avuto riscontro». Anzi, sottolinea Laland, «abbiamo visto madri rubare i premi ai figli. Al contrario dei bambini, scimpanzé e cebi si relazionavano al puzzle in modo solitario, cercando di risolvere la prova per ottenere cibo solo per se stessi»Nessun atto di generosità, dunque, come era prevedibile, ma nemmeno si è vista la cooperazione. Ma non era il pilastro della tesi riduzionista?

 

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