Tra teismo e naturalismo, il primo è più razionale

scientismo naturalismoSignificato del naturalismo e il suo legame con lo scientismo. Il libro del filosofo americano JP Moreland mostra la contraddittorietà e la limitatezza del naturalismo, al quale preferisce la semplicità e la coerenza del teismo, in armonia con l’indagine scientifica.

 

Uno dei tanti libri che purtroppo non arriverà mai in Italia si intitola Scientism and Secularism: Learning to Respond to a Dangerous Ideology (Crossway 2018), scritto dal filosofo James Porter Moreland, docente presso la Biola University (California). Una sfida aperta al naturalismo, ovvero l’opzione filosofica che nega l’esistenza di realtà spirituali o soprannaturali che trascendono il mondo, poiché tutto ciò che esiste è composto in ultima analisi da componenti fisiche.

Una visione della vita molto complessa, quella del naturalismo, che pone diversi problemi nel giustificare, ad esempio, la moralità oggettiva ed il significato ultimo della vita ma, tuttavia, molti naturalisti sono disposti coerentemente a farne a meno. Lo fece il defunto biologo William Provine, per il quale «l’evoluzione naturalistica ha chiare conseguenze che Charles Darwin aveva perfettamente capito. 1) Nessun dio ha dignità di esistere; 2) non esiste vita dopo la morte; 3) non esiste una base definitiva per l’etica; 4) non esiste un significato ultimo nella vita; 5) il libero arbitrio umano è inesistente» (discorso al Darwin Day Kenyote Address, 1998).

 

Il naturalismo dipende totalmente dallo scientismo.

Una delle prime difficoltà che emergono da questo scenario, come sottolineato da JP Moreland, è che l’approccio naturalista implica ed è totalmente debitrice del cosiddetto “scientismo”, che si potrebbe suddividere in scientismo forte e debole. Lo scientismo forte afferma che alcune proposizioni sono vere e razionali da affermare se e solo se si tratta di proposizioni scientifiche ben consolidate, cioè adeguatamente testate attraverso la metodologia scientifica appropriata. In poche parole, non ci sono verità a parte le verità scientifiche, e anche se ci fossero, non ci sarebbe alcuna ragione per affermarle. I difensori dello scientismo debole, invece, tengono conto di verità oltre al campo scientifico e persino concedono uno status di razionalità minima e positiva a proposizioni che non abbiano il supporto della scienza, tuttavia continuano a ritenere che la scienza sia il campo più autorevole dell’apprendimento umano ed ogni altra attività intellettuale sarebbe inferiore alla scienza (concepita priva di limiti d’indagine).

Esempi di scientisti sono pressoché infiniti, ne citiamo due su tutti. Il celebre biologo EO Wilson, ad esempio, nel suo La conquista sociale della Terra scrisse che «alle grandi domande -“Chi siamo?”, “Da dove veniamo?”, “Perché siamo qui?”- si può rispondere solo alla luce di un pensiero evoluzionistico basato sulla scientificità e la scienza non è semplicemente un’altra impresa come la medicina, l’ingegneria o la teologia. È la fonte di tutto il sapere che abbiamo del mondo reale che può essere accertato e uniformato al sapere preesistente». L’etologo Frans de Waal affermò invece che «la scienza può strappare la moralità dalle mani dei filosofi».

 

Scientismo forte e debole: contraddizioni e limiti.

E’ molto facile sottolineare le problematiche razionali alla base dello scientismo forte, poiché la proposizione che soltanto le asserzioni scientifiche possono essere vere e conosciute è chiaramente auto-contraddittoria, priva della verifica scientifica o della sua falsificazione. Come sostiene giustamente JP Moreland, «è un’affermazione filosofica, non un’affermazione empirica e scientifica». Così, lo scientismo forte si sostiene di fatto su un’affermazione filosofica che afferma che le asserzioni filosofiche non sono né vere, né possono essere verificate. Ma anche lo scientismo debole è appoggiato su una base instabile poiché affermare che la scienza è “il settore più autorevole dell’apprendimento umano” significa negare implicitamente l’integrità intellettuale di altri campi della conoscenza, come quello filosofico e teologico, presumendo che quello scientifico abbia più autorità intrinseca.

 

Metodo di conoscenza della fede porta a maggior certezza morale.

Nel settimo capitolo di Scientism and Secularism, JP Moreland esamina invece tre aree in cui si è giustificati ad affermare proposizioni senza supporto scientifico. (1) la certezza razionale delle leggi della logica e della matematica, (2) la maggiore autorità epistemica per la conoscenza dei propri stati coscienti, e (3) il maggior peso epistemico delle affermazioni morali autoevidenti. Senza entrare nello specifico, queste sono aree dove la scienza non ha alcuna autorità ma si potrebbero fare degli esempi più alla portata di tutti. L’esistenza di ognuno, anche del più irriducibile positivista, è basata sul metodo di conoscenza della fede/fiducia non su quello della scienza: dall’avere ragionevole fiducia che la propria madre non abbia messo del veleno nel caffè che ci ha servito questa mattina, alla ragionevole fiducia che il tetto sotto cui siamo è stato costruito a norma e non crollerà, uccidendoci, così come la sedia su cui siamo seduti, l’ascensore che usiamo ogni giorno ecc. Ogni istante mettiamo la nostra vita nelle mani di una “certezza morale” basata su un atto di fede ragionevole (nel caso vi siano adeguati motivi per fidarsi): nessuno porterà il caffè della madre in un laboratorio di analisi, così come nessuno necessita una verifica tecnica del tetto ogni volta che entra in casa. Così, la nostra vita si gioca sulle certezze/verità morali (l’amicizia, l’amore, la fede), che sono statisticamente più utilizzate e infinitamente più importanti per l’esistenza, rispetto a quelle scientifiche.

In ogni caso il naturalismo fallisce, per contraddizione quando si poggia sullo scientismo forte, per ingenuità e mancanza di realismo quando, tramite lo scientismo debole trascura l’esistenza di ben altri metodi per conoscere la realtà che rendono ininfluente quello scientifico (la scienza è totalmente inutile per arrivare alla certezza morale che il proprio coniuge ci ami davvero) ed ignora l’umiltà della scienza, che avanza per approssimazione e, sopratutto, necessita sempre di qualcuno che interpreti i dati che ricava. Tanto che, secondo il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, «la filosofia è molto più precisa della scienza».

 

Il teismo è in maggior armonia con i presupposti filosofici della scienza.

L’ultimo passaggio è quello di osservare che la ricerca scientifica assume, a priori, alcuni  presupposti filosofici. Ad esempio, l’esistenza del mondo esterno; l’ordine e la conoscibilità del mondo naturale; la sua uniformità; l’affidabilità dei sensi e della mente; l’applicabilità della matematica e l’esistenza dei numeri ecc. JP Moreland conduce a comprendere come essi si adattano meglio in un contesto teistico piuttosto che in un quadro naturalistico. Il teismo teorizza l’esistenza di un Dio razionale, il quale crea un universo razionale e ordinato e le creature vengono dotate di facoltà adeguate a conoscere ed apprezzare il funzionamento del mondo. Il teismo nemmeno ha bisogno di rinnegare o ridurre ad “inganno” il potente bisogno di significato dell’esistenza e permette di giustificare una base oggettiva per l’etica. Se “in principio era il Logos”, allora anche i presupposti filosofici necessari all’indagine scientifica trovano un quadro ragionevole (l’intelligibilità dell’universo, l’ordine del mondo esterno ecc.). Se invece “in principio c’era il caos” è tutto molto più difficile, contraddittorio e complesso.

Pensiamo per esempio all’affidabilità della nostra mente, da cui dipende quasi tutto ciò che crediamo e facciamo. Il filosofo Alvin Plantinga, emerito alla University of Notre Dame, ha giustamente osservato che la spiegazione naturalistica del funzionamento del nostro cervello è un evidente argomento contro il naturalismo stesso: se i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre speranze sono semplicemente il risultato di reazioni chimiche, perché dovremmo fidarci di questi pensieri? Quanto è probabile che le nostre capacità cognitive siano affidabili, data la loro origine puramente casuale? Molto poco. JP Moreland penetra al centro del problema: «Se la mente fosse emersa casualmente dalla materia senza l’input di un’Intelligenza superiore, sorgono immediatamente due problemi. Primo, perché dovremmo fidarci e ritenere veri o razionali i prodotti della mente? In secondo luogo, se il pensiero implica formulare entità astratte (proposizioni, leggi della logica ecc.) stanziate nella propria mente, allora sembra incredibilmente improbabile che una proprietà emersa dalla materia in una lotta per la sopravvivenza possa produrre pensieri, in primo luogo. Che questa proprietà emergente possa contenere e produrre entità astratte sarebbe un incognita irrisolvibile». Anche in questo caso, l’affidabilità dei sensi e della mente si adatta meglio all’interno di un contesto teistico in cui si presuppone l’origine non casuale della nostra mente e della coscienza.

Infine, c’è un’altra incompatibilità: quella tra il naturalismo e l’esistenza dei valori e diritti, come già abbiamo approfondito in passato. Lasciamo la parola al filosofo analitico Paul Copan, della Palm Beach Atlantic University: «Come passiamo da un universo che nasce dal nulla, da nessuna materia precedente, ad un universo fatto di materia ed energia senza valore, arrivando infine ai valori morali, inclusi i diritti umani, la dignità umana e l’obbligo morale? È difficile vedere come il naturalista possa superare questo abisso. La materia non ha proprietà morali, per non parlare di quelle mentali. Un universo morale e la dignità umana sono meglio spiegati nel contesto di un fondamento metafisico, in contrapposizione alle alternative non teistiche e in particolare al naturalismo. Se i valori morali oggettivi, la dignità e i diritti umani sono una realtà oggettiva (e ci sono ottime ragioni per pensare che lo siano), allora è estremamente probabile che esista un Essere morale all’origine della nostra creazione».

 

Così, il libro di JP Moreland aiuta a capire in modo chiaro come la visione filosofica del mondo promossa dal naturalismo non è in grado di spiegare adeguatamente -senza contraddirsi- le caratteristiche fondamentali necessarie a supporto dello sforzo scientifico. La visione teista, invece, risulta più semplice e in maggior armonia con una ragionevole spiegazione della realtà.

La redazione

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18 commenti a Tra teismo e naturalismo, il primo è più razionale