«È l’ambiguità dottrinale, non la fermezza, ad allontanare i giovani»

ambiguità dottrinale

Da Varsavia, l’omelia dell’arcivescovo è utile a tutta la Chiesa. Tra ambiguità dottrinale, incapacità di attrattiva e mancanza di coerenza.


 

Ora si spiega perché in Polonia la fede resta così viva.

Ci hanno segnalato l’intervento dell’arcivescovo di Varsavia, mons. Adrian Galbas, ai catechisti in vista del nuovo anno scolastico e catechetico.

Un messaggio da ascoltare per chiunque abbia a cuore il futuro della Chiesa.

 


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I giovani e l’ambiguità dottrinale

Il 29 agosto scorso, infatti, nel Tempio della Divina Provvidenza di Varsavia, si sono radunati sacerdoti, religiosi e catechisti laici in vista del nuovo anno scolastico: la Messa si è svolta dopo un allineamento sulla programmazione didattica.

Durante l’omelia, mons. Galbas, nominato nel 2024 da Papa Francesco alla guida di Varsavia, è partito da san Giovanni Battista, del quale la liturgia celebrava il martirio quel giorno.

L’arcivescovo lo ha presentato come l’uomo che non ha paura di pronunciare davanti a Erode ciò che gli altri si limitavano a mormorare: «Non ti è lecito».

Da qui l’applicazione ai catechisti: «Se oggi i giovani si allontanano dalla Chiesa», ha detto il presule polacco, «è anche perché il suo insegnamento è presentato da alcuni in modo così poco chiaro da essere come acqua saponata, come gelatina mescolata, e non differisce in nulla da ciò che viene offerto sulle altre bancarelle del mondo».

Questa frase contiene una verità di cui milioni di cattolici hanno estremamente sete, delusi e amareggiati dai pastori perché vedono in loro soltanto sforzi di edulcorare la dottrina morale per apparire più attrattivi.

Ciò che esce dalle prediche domenicali, dai seminari e dai cicli di catechismo è così spesso un insegnamento annacquato, contraddittorio e incapace di mostrare una diversità rispetto ai valori sociali e civici offerti già dal resto del mondo.

Leone XIV ha dimostrato di esserne pienamente consapevole quando pochi mesi fa ha ricordato che «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo».

 


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“A chi serve una Chiesa così?”

Lo stesso arcivescovo di Varsavia mostra di conoscere la situazione dell’orientamento pastorale del “tutto è permesso”.

E’ quello che porta alcuni a dire «finalmente la Chiesa ha capito, finalmente si è adeguata, finalmente è simpatica».

Mons. Galbas risponde con una domanda: «Avremmo allora una Chiesa simpatica, persone simpatiche, del simpatico XXI secolo. Solo una cosa: a chi serve una Chiesa così?».

Invece, ha proseguito, «La Chiesa – come Giovanni – deve indicare Cristo, non soltanto con la parola, ma anche attraverso la fedeltà ai principi. La fedeltà al Vangelo. Deve quindi dire chiaramente che non si può fare tutto».

Ha quindi portato come esempi concreti i temi su cui il mondo va dalla parte opposta: la salvaguardia della vita, il rispetto del matrimonio e della genitorialità naturale, la morale sessuale e l’identità, l’educazione e la concezione della libertà.

 

Meno parole, più testimonianza

Il passaggio però più significativo è quando mons. Adrian Galbas aggiunge una precisazione fondamentale.

Non basta la dottrina in sé, non basta ripetere parole pur chiare e coerenti. Serve innanzitutto la testimonianza personale.

Il presule cita così la risposta di Papa Francesco alla domanda su cosa dovesse fare un vescovo per essere un buon vescovo rispose: «L’unico tuo strumento è la testimonianza».

Mons. Galbas ha infatti osservato che la testimonianza più efficace è quella che si dà attraverso la propria vita quotidiana, bilanciando adeguatamente giustizia e misericordia.

 


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Senza coerenza cade tutto

L’ultimo passaggio è stato quello dedicato alla coerenza morale.

«Ogni male causato dalle persone di Chiesa rende la sua autorità minore e più debole», ha detto l’arcivescovo.

Va bene la fermezza dottrinale e l’essere testimoni autentici immersi nella vita della comunità (con “l’odore delle pecore”), ma se manca l’esempio e la coerenza cade tutto.

In una frase, mons. Galbas ha raccolto l’obiezione più letale alla credibilità: «Non potete dirci ciò che non dobbiamo fare, se voi fate spesso cose peggiori di quelle che non dovremmo fare noi».

 

Un messaggio per tutti

Un’omelia in Polonia ha quindi tracciato delle indicazioni utili a tutto il popolo ecclesiale, dai religiosi ai semplici fedeli.

Inutile lamentarsi: se i giovani si allontanano (dopo la Cresima, soprattutto), è anche perché si rinuncia alla verità o non la si vive più con coerenza.

Si smette così di avere qualcosa di decisivo da comunicare loro, e le stesse cose preferiranno impararle nelle varie bancarelle del mondo.

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4 commenti a «È l’ambiguità dottrinale, non la fermezza, ad allontanare i giovani»

  • lorenzo ha detto:

    Quello che mi meraviglia è che si critica, giustamente, l’ambiguità dottrinale, ma non si fa una parola riguardo alla dottrina della “misericordite” che mette in pratica l’ambiguità dottrinale permettendo, tanto per fare un esempio, di accostarsi alla Santissima Eucarestia a chi vive in perseveranza di adulterio.
    Per non peccare non basta la nostra buone volontà, ma serve anche la Grazia; tuttavia esistono almeno tre specie di peccatori:
    – chi pecca, riconosce di aver peccato, si rivolge alla Misericordia e chiede alla Grazia l’aiuto per non peccare più;
    – chi pecca, riconosce di aver peccato, si rivolge ad uomini di Chiesa per chiedere loro di cambiare le “regole” riguardo i peccato al fine di continuare a vivere nel peccato senza rimorso;
    – chi pecca, non riconosce di aver peccato, non cambia la sua vita di peccato e chiede che la Chiesa adegui le proprie norme morali alle regole del mondo.

  • Elvira ha detto:

    C’è un’altro peccato, quando chi sa, non dice, non insegna, non istruisce il fratello che passa dalla chiesa per eventi come matrimonio, battesimo, funerale. Queste sono carte da giocarci e giocarci bene invece chi è dentro sembra non avere nessun interesse. C’è addirittura chi per accontentare chi non voleva fare il percorso matrimoniale si è fatto dare 500€
    e ha fatto il certificato di avvenuto percorso. C’è chi dice che la catechesi prebattesimale si può limitare a spiegare il rito con un solo incontro. Per non parlare degli insegnanti di religione nelle scuole una buona parte di laici non è all’altezza e ancora i catechisti per l’iniziazione cristiana hanno solo un obiettivo la prima comunione e per quelli che restano, sempre meno, la cresima. Poi vogliamo che restano? Quello era l’obiettivo e non certo, raggiungere la famiglia, far crescere nella fede, aprire la comunità al quartiere e testimoniare una fede che attrae e non respinge. Molte parrocchie sono degli orticelli chiusi e non dei ponti per raggiungere i lontani.

  • Ulisse ha detto:

    Caro Lorenzo,
    ti racconto questa.
    Una persona di famiglia, apostata (è battezzata, comunicata e cresimata ma ha di fatto abiurato la fede), ha due figli (uno ha chiesto di essere battezzato da solo e a maggio ha ricevuto la Prima Comunione) dal suo compagno. Poi si stanca del padre dei suoi figli e decide di lasciarlo e inizia un’altra relazione con un altro uomo.
    Il nuovo compagno partecipa alla vita dei figli, anche senza l’accordo del padre di questi.
    Io, che conosco il padre per averci trascorso tanto tempo insieme con tutta la famiglia, decido che questo papà debba essere rispettato anche nella sua contrarietà al fatto che i figli vivano come se il nuovo compagno della madre di fatto lo sostituisca. Mi oppongo quindi alla partecipazione a riunioni di famiglia in cui partecipi la madre, il suo nuovo compagno e i figli della donna, senza il consenso del padre dei bambini.
    Si cerca di far comprendere alla madre che non si può prescindere dal consenso del padre dei suoi figli. Io (con figli e moglie) non parteciperò con la mia famiglia ad alcun evento con il suo nuovo compagno e i suoi figli senza il consenso del padre di questi.
    Ora, la madre in questione rivendica il diritto di fare ciò che vuole (ci mancherebbe) e pretende che gli altri si adeguino alle sue scelte. Non vuole che il padre dei suoi figli venga informato e pretende che io non acquisisca il consenso da quest’ultimo per partecipare a riunioni di famiglia in cui siano presenti i suoi figli, la madre di questi e il nuovo compagno di quest’ultima.
    Applicando la regola auerea (ama il tuo prossimo come te stesso), non potrò prescindere dalla decisione del padre dei bambini e mi dovrò adeguare al suo desiderio (io personalmente non presterei mai il consenso a che i miei figli passino feste in famiglia con la loro madre e il nuovo compagno con tutto il resto della famiglia; nota bene, non esiste Giudice che darebbe torto alla madre, quindi siamo oltre la legge).
    Naturalmente i cattivi siamo io e mia moglie, che non capiscono! Non rispettiamo la libertà di madre e donna “libera” di, aggiungo io, calpestare la dignità del padre dei suoi figli.
    Ho pensato al “non ti è lecito” di San Giovanni Battista, ed ho pensato anche a come è finita la testa di San Giovanni.
    Ora il mio problema principale è capire a chi andare a chiedere consiglio su questa vicenda. Sono sicuro che se interpello tre sacerdoti mi daranno tre risposte differenti.
    Ci sarà da divertirsi.
    Prego lo Spirito Santo che mi illumini.
    Ti chiedo anche le tue preghiere.
    Santa giornata e Santa Settimana

    • lorenzo ha risposto a Ulisse:

      Il primo problema da risolvere è: il primo compagno è il marito legittimo anche senza matrimonio in Chiesa? Io ritengo di sì.
      Non essendo pertanto l’attuale compagno il marito legittimo, bisogna scegliere se stare dalla parte della madre, del padre o dei figli: io sceglierei di stare dalla parte dei figli e chiederei loro se preferiscono, nelle riunioni di famiglia, la presenza della madre assieme all’amante o al padre.
      Riguardo poi alla persona di famiglia, l’amore verso di lei si dimostra definendo chiaramente le cose col loro nome: non ha detto forse Gesù alla samaritana del pozzo che quello con cui stava non era suo marito?