La bioetica personalista sfida il mito nichilista del “diritto” al suicidio

bioetica personalista

I principi del suicidio assistito (l’autodeterminazione radicale e la “vita indegna”) sono inganni nichilisti. La risposta della bioetica personalista.

 


 

di
Giorgia Brambilla*

*Docente di Etica sociale presso l’Università LUMSA di Roma

 

Il dibattito pubblico e politico italiano è tornato a infiammarsi attorno al tema del fine vita.

E’ accaduto in seguito ai passaggi istituzionali e alle normative che – sulla scia dell’ordinanza della Corte Costituzionale e delle spinte regionali, come recentemente in Veneto – aprono concretamente la strada alla pratica del suicidio medicalmente assistito.

La narrazione mediatica e culturale che accompagna questi provvedimenti dipinge l’accesso alla morte volontaria assistita come il massimo traguardo della libertà personale, un atto di civiltà e di emancipazione per il malato grave.

Ma è davvero così? O ci troviamo di fronte a un fatale abbaglio concettuale?

 


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La bioetica personalista e la libertà

A offrire una chiave di lettura profonda e rigorosa è la bioetica personalista, affiancata dalle analisi critiche sul potere sovrano e sulla secolarizzazione moderna.

Da questa prospettiva emerge un quadro ben diverso: il presunto “diritto” di porre fine alla propria esistenza non è l’emblema della libertà, bensì il sintomo di un’implosione nichilista che riduce l’essere umano a un “nulla” manipolabile.

Il nodo centrale della questione riguarda il concetto stesso di libertà.

Nella tradizione liberale classica e nel giusnaturalismo, la libertà non si è mai identificata con la “licenza” o con l’arbitrio illimitato di distruggere se stessi o la propria proprietà.

I diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita, nascono come “inalienabili” e, perciò stesso, “indisponibili”. Nessun individuo possiede la proprietà assoluta della propria vita al punto da poterla annullare a proprio piacimento, poiché la vita è il presupposto ontologico di qualsiasi altro diritto.

Oggi, al contrario, si assiste a una capovolgimento radicale: la libertà viene concepita in senso anarchico, come un potere sovrano e assoluto del singolo sul proprio corpo e sulla propria identità.

 


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L’inganno della vita “indegna”

Questo volontarismo sfrenato affonda le sue radici storiche nella secolarizzazione di un concetto teologico antitetico alla ragione classica e cristiana.

L’idea di un arbitrio incondizionato (già teorizzato nelle derive della teologia protestante e del positivismo giuridico), in cui non esiste più un ordine oggettivo o una natura umana data, ma solo una volontà che plasma la realtà dal nulla.

Il punto più drammatico e scivoloso del suicidio assistito risiede nel criterio su cui si fonda: la percezione – o il giudizio – di trovarsi di fronte a una “vita indegna di essere vissuta”.

Nelle legislazioni attuali, l’accesso all’aiuto al suicidio viene vincolato a condizioni specifiche, quali la presenza di patologie irreversibili e di sofferenze fisiche o psicologiche giudicate “intollerabili” dal paziente.

Tuttavia, la bioetica personalista ammonisce: su cosa si sta esprimendo realmente l’arbitrio del singolo nel momento in cui chiede di “congedarsi” dalla vita?

Nel momento in cui si legittima la scelta di auto-sopprimersi perché la vita ha perso determinati standard di qualità, si introduce un principio devastante: l’umanità non è più un dato ontologico inalienabile, ma un attributo variabile, un “premio” o un riconoscimento soggetto a condizioni.

Se la dignità coincide con l’assenza di sofferenza, con l’autonomia o con l’efficienza, allora chi sperimenta la dolorosa fragilità della malattia viene implicitamente declassato a una condizione infra-umana.

È lo stesso identico meccanismo logico ed eugenetico che, già teorizzato all’inizio del Novecento da Karl Binding e Alfred Hoche, giustificava l’eliminazione delle “vite indegne di essere vissute”.

Sebbene oggi venga ammantato di compassione e presentato come una scelta autonoma del singolo, il principio di fondo non cambia: si giudica la vita in base alla sua utilità o al grado di dolore, aprendo un varco pericolosissimo in cui la vita umana perde il suo valore intrinseco.

 

bioetica personalista

 

Lo Stato garante della morte

Il paradosso politico e giuridico delle democrazie contemporanee è evidente.

Concedendo cittadinanza giuridica al suicidio assistito in nome dell’autodeterminazione, lo Stato abdica al suo dovere primario: tutelare la vita, soprattutto dei più deboli, dei vulnerabili, dei depressi o di chi si sente un peso per i familiari.

Storicamente, il diritto penale vietava l’aiuto al suicidio proprio per difendere la vita umana da ogni forma di abbandono e di strumentalizzazione.

Nel momento in cui lo Stato si fa garante della morte medicalmente assistita, si trasforma in un dispensatore di “autorizzazioni a esistere” (o a non esistere).

Si crea così un pericoloso automatismo: se il cittadino ha il potere di decretare l’indegnità della propria vita, lo Stato acquisisce specularmente il potere di decidere quali vite siano degne di essere vissute e quali no.

 


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La strada della bioetica personalista

Di fronte a questa deriva nichilista, la bioetica personalista rilancia una visione opposta e profondamente umanistica.

L’essere umano non è una “fluttuazione di nulla” plasmabile a piacimento, né una macchina efficiente il cui valore dipende dalle prestazioni o dall’assenza di dolore.

Ciascun uomo è un “suppositum” irripetibile, dotato di un’essenza e di una dignità intrinseca che rimangono intatte anche nel tempo della prova, della malattia estrema e della decrepitezza.

Rispondere alla sofferenza non significa sopprimere il sofferente o mettergli a disposizione i mezzi per togliersi la vita, ma farsi carico di lui attraverso la solidarietà autentica, lo sviluppo capillare delle cure palliative e la vicinanza umana.

Legalizzare il suicidio assistito, come dimostrano le leggi approvate in Veneto e altrove, non allarga gli spazi di libertà, ma inaugura un orizzonte in cui la vita umana perde il suo ancoraggio sacro, consegnando il cittadino alla mercé di un arbitrio freddo e spersonalizzante.

La vera civiltà si misura non sulla facilità con cui permette di morire, ma sulla dedizione con cui impara a prendersi cura di chi soffre, custodendo ogni vita fino al suo compimento naturale.

 


🔴 Per un approfondimento, la prof.ssa Giorgia Brambilla mette gratuitamente a disposizione un capitolo del manuale “Riscoprire la Bioetica. Capire, formarsi, insegnare” (Rubettino 2020).

 


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Autore

Giorgia Brambilla

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5 commenti a La bioetica personalista sfida il mito nichilista del “diritto” al suicidio

  • lorenzo ha detto:

    Non vorrei mai essere al posto di chi approva, o peggio, di chi permette che il suicidio assistito vada a compimento, perché si tratta di uno dei quattro peccati che, come si usa dire oggi, quasi per sminuire realtà di quel tipo di peccato, “gridano al cielo”: una volta si diceva che “gridano vendetta al cospetto di Dio”, e questo rendeva molto meglio l’idea della gravità dell’omicidi volontario.

  • Paolo ha detto:

    Parlo da medico, da figlio di contadini veneti — figlio di quelle zolle — e da uomo profondamente legato alla fede cattolica e alla tradizione della Dottrina Sociale incarnata da Giuseppe Toniolo e “Bepi” Corazzin. Di fronte alla deriva sul fine vita nella mia regione provo un profondo dolore, ma nessuna meraviglia.

    Siamo forse testimoni di una delle intuizioni più lucide di Augusto Del Noce: scomparso il comunismo come grande avversario storico, anche una parte del mondo conservatore e liberale ha progressivamente reciso il proprio legame con la visione cristiana della persona. Al suo posto si è affermata una cultura dell’opulenza e dell’individualismo, nella quale l’autonomia tende a trasformarsi da autentico bene umano in principio assoluto.

    Questo cambiamento di paradigma solleva una questione filosofica e giuridica profonda, che troppo spesso viene lasciata inesaminata: che cosa conferisce, in ultima analisi, legittimità alla legge positiva?

    Una maggioranza democratica può certamente promulgare una legge. Tuttavia, la sola procedura democratica non può determinare se ciò che viene stabilito sia giusto. Se la morale viene ridotta a mero consenso politico, non resta alcun parametro oggettivo in base al quale giudicare la legge stessa. La maggioranza può decidere ciò che è legale, ma non può decretare ciò che è oggettivamente bene o male.

    È precisamente qui che la legge naturale diventa essenziale.

    Se la dignità umana e i diritti fondamentali sono radicati nella realtà oggettiva della persona umana, anziché essere una concessione dello Stato, allora l’autorità politica non è sovrana su tutto. Lo Stato non crea il diritto alla vita: è chiamato a riconoscerlo e a tutelarlo.

    Questo svela anche un singolare ribaltamento nel discorso contemporaneo. Come medici e come cristiani veniamo spesso accusati di voler “imporre i nostri valori” quando difendiamo l’inviolabilità della vita umana. Ma se il diritto alla vita è oggettivo e appartiene della persona prima ancora che allo Stato, allora proteggerlo non è l’imposizione di una preferenza religiosa. È, al contrario, un limite posto al potere stesso dello Stato.

    In caso contrario, la logica diventa pericolosa: una volta che il valore di una vita umana viene fatto dipendere dall’autonomia, dalla sofferenza, da una valutazione medica o dal consenso politico, la legge acquisisce inevitabilmente il potere di stabilire a quali condizioni un’esistenza debba continuare a essere protetta.

    Ed è per questo che il linguaggio della “scelta” merita uno scrutinio non soltanto filosofico, ma anche clinico. Una scelta autenticamente libera presuppone che la persona che sceglie rimanga un bene in sé stessa. Ma se l’ambiente sociale e sanitario presenta progressivamente la morte come una soluzione alla sofferenza, alla dipendenza o alla perdita di dignità, dobbiamo chiederci se la persona vulnerabile sia davvero protetta nella sua libertà — oppure se sia lo spettro stesso delle scelte socialmente concepibili e socialmente accettabili a venire progressivamente rimodellato.

    La questione, dunque, non è semplicemente se a una parte della società debba essere permesso di “imporre la propria morale” agli altri. La domanda precedente è molto più fondamentale: può la legge stessa essere moralmente neutrale sul valore della vita umana?

    Dalla prospettiva della legge naturale, la risposta è no. La legge positiva deve, in ultima analisi, rimanere ordinata ai beni oggettivi della persona e al bene comune. Altrimenti, la democrazia rischia di trasformarsi nella mera istituzionalizzazione di qualunque concezione dell’uomo riesca a prevalere in un determinato momento storico.

    Ed è qui che vedo il paradosso più grave della nostra opulenta secolarizzazione: proprio mentre proclamiamo l’emancipazione dell’individuo da ogni “dogma”, rischiamo di consegnare la definizione stessa dei suoi diritti più fondamentali alla mutevole volontà del potere politico e culturale.

    Ecco perché la protezione della vita non è un ostacolo alla libertà.

    È una delle condizioni che rende la libertà autenticamente umana.

    • lorenzo ha risposto a Paolo:

      Ricordi la “Aktion T4” dei nazisti?

    • Paolo ha risposto a Paolo:

      # Oltre il diritto positivo: la questione del fine vita come crisi antropologica

      ### Di un Medico Clinico

      Il dibattito sul suicidio medicalmente assistito non può essere compreso fino in fondo se limitato al solo piano giuridico. Il problema, in realtà, è radicalmente antropologico.

      #### 1. La simmetria degli estremi
      Si assiste oggi a un fenomeno speculare ai due estremi dell’esistenza:
      * **All’inizio della vita:** L’embrione umano è biologicamente un individuo della nostra specie, ma la sua dignità viene fatta dipendere da proprietà estrinseche — coscienza, autonomia, riconoscimento sociale — stabilite da altri.
      * **Alla fine della vita:** La persona gravemente malata rimane ontologicamente la stessa, ma la sua vita viene considerata disponibile quando sofferenza o perdita di autonomia rendono la morte una scelta socialmente accettabile.

      Gli estremi si toccano nell’interrogativo fondamentale: esiste una verità sull’uomo che precede la nostra volontà, o è l’uomo a decidere cosa significhi «essere uomo»?

      #### 2. Il bivio della dignità: Bioetica e Metafisica
      Se la dignità appartiene alla persona in quanto tale, essa non può variare in funzione dell’efficienza o della salute. Se invece dipende da determinate proprietà, diventa necessario stabilire chi sia il giudice di tali requisiti. La questione si sposta sul piano metafisico: se la realtà precede il pensiero, esiste un limite invalicabile e l’uomo non è a disposizione dell’uomo.

      #### 3. Il dovere della medicina e il paradosso della libertà
      La medicina incontra inevitabilmente la filosofia; quando decide cosa sia lecito fare della persona, sposa un’antropologia e la scelta di non interrogarsi sulla verità dell’uomo è già una presa di posizione. Il paradosso della modernità risiede nel rischiare di consegnare la definizione stessa dell’uomo alla mutevole volontà del potere umano, trasformando l’essere umano in un oggetto di cui si può liberamente disporre.

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