Il Dicastero vaticano mette in guardia dall’inculturazione della liturgia

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Sì a forme di inculturazione della liturgia, ma solo se davvero utili e senza sincretismo o ricerca di impatto visivo. «La liturgia non è opera nostra»


 

«Né un museo di forme immutabili, né un laboratorio di esperimenti».

E’ così che il vescovo spagnolo Aurelio García Macías, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha richiamato i nuovi vescovi provenienti dalle missioni.

Il tema è quello dell’inculturazione della liturgia, cioè della possibilità di integrare nel culto elementi delle diverse culture locali.

 


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“Solo ciò che è utile”

Il segretario del Dicastero vaticano ha invitato i vescovi a procedere con prudenza.

Il loro compito non è quello di fare da «poliziotti della liturgia», ma di saper promuovere ciò che è realmente utile e, allo stesso tempo, frenare ciò che non è ancora maturo.

Il richiamo riguarda in particolare il rischio di introdurre innovazioni superflue, sincretismi o forme di folklorizzazione della celebrazione.

Non basta, ad esempio, inserire un canto tradizionale o una danza locale perché un elemento culturale diventi automaticamente liturgico. Tali elementi non devono comparire nella liturgia per il loro impatto visivo ma solo se risultano realmente al servizio del mistero celebrato.

«La liturgia non è opera nostra», ha ricordato il vescovo, perché è Cristo ad agire nella Chiesa.

 


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Utilità dell’inculturazione

La posizione non rappresenta quindi un rifiuto dell’inculturazione.

La sua corretta applicazione può servire all’evangelizzazione, poiché permette alle persone di scoprire che Cristo «non è uno straniero per loro», ha affermato García Macías.

Inculturare la fede, infatti, ha da sempre permesso di evangelizzare popoli profondamente distanti dalle radici cristiane, senza però il superamento del confine del sincretismo e fermandosi prima della trasformazione in abusi liturgici.

Il Concilio Vaticano II attraverso la Sacrosanctum Concilium, ha osservato ancora il segretario, ammette legittime diversità e adattamenti alle culture dei popoli, soprattutto nelle terre di missione, ma salvaguardando l’unità sostanziale del rito romano.

Per i cambiamenti più profondi chiede «attenzione e prudenza» e prevede il consenso della Santa Sede.

 


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Il Papa e gli abusi liturgici

Il richiamo del Dicastero arriva pochi giorni dopo quello di Leone XIV, che aveva difeso la riforma liturgica conciliare mettendo contemporaneamente in guardia dagli abusi commessi in nome del Concilio.

Il Santo Padre aveva ricordato che la corretta applicazione della costituzione permette di evitare tanto il rifiuto pregiudiziale della riforma quanto l’interpretazione arbitraria dei suoi principi.

I due interventi indicano dunque una medesima direzione: rinnovamento sì, ma senza trasformare la liturgia in uno spazio di sperimentazione personale.

Autore

La Redazione

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3 commenti a Il Dicastero vaticano mette in guardia dall’inculturazione della liturgia

  • Romi ha detto:

    Finalmente!

  • Sebastiano ha detto:

    La memoria va inevitabilmente alle processioni (dentro le chiese, neppure solo fuori) delle varie pachamame de noantri, e pure a quelle spagnole et alia. Senza contare quelle “funzioni” arcobaleniche” di svariate forme, approvate e sostenute anche da alti prelati.
    Il problema però rimane intatto: se quelli che commettono abusi non vengono formalmente richiamati, e anzi vengono lasciati liberissimi di continuare a commettere nefandezze (liturgiche e dottrinali) di ogni sorta, si instaura l’idea che prima o poi la dottrina si dovrà adeguare alla “pastorale” (che tale non è, ma è solo la foglia di pino dietro a quale si nasconde la manina di messer satanasso).