Il suicidio assistito “uccide” anche medici e infermieri: nuovo studio

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Una meta-analisi illustra i danni psicologici e fisici degli operatori sanitari (medici e infermieri) che assistono il suicidio assistito. Un tema ignorato nel dibattito.

 

• E’ presente un aggiornamento in fondo all’articolo.


 

Dolce morte, per chi?

Nel dibattito sul suicidio assistito l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sul paziente.

Molto meno si parla, invece, delle conseguenze psicologiche, fisiche e morali che queste pratiche producono su infermieri, medici e operatori sanitari chiamati a parteciparvi.

Una recente metastudio internazionale mostra un quadro molto diverso dalla narrazione della “morte dolce”: il suicidio assistito genera spesso sofferenza, stress morale e persino abbandono della professione tra coloro che assistono le persone suicide.

 

Suicidio assistito e conseguenze sugli infermieri

La ricerca, pubblicata su “Ethik in der Medizin”, periodico ufficiale dell’Accademia tedesca per l’etica in medicina, ha analizzato 25 studi internazionali quantitativi e qualitativi, descrivendo un fenomeno definito “moral distress”, cioè il disagio vissuto da operatori sanitari costretti a compiere o assistere ad azioni percepite come incompatibili con la propria coscienza professionale.

Gli infermieri coinvolti parlano di senso di colpa, angoscia, impotenza e paura. Alcuni riferiscono persino reazioni fisiche immediate, come nausea o sensazione di soffocamento.

Secondo gli autori dello studio, il problema non riguarda casi isolati.

Molti operatori dichiarano di portarsi a casa il peso emotivo di queste esperienze, con conseguenze che possono sfociare in burnout, depressione e abbandono del lavoro.


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Obiezione di coscienza

In Germania, una ricerca della Società Tedesca di Medicina Palliativa ha mostrato che l’82% dei professionisti interpellati ((766 su 930) non desidera partecipare a suicidi assistiti.

Più di un terzo dei 134 infermieri intervistati trova invece problematico assistere pazienti nel contesto di un atto di suicidio pianificato.

Alcuni operatori temono di essere giudicati o isolati dai colleghi se rifiutano di collaborare per motivi di coscienza, non a caso i livelli più alti di stress morale si registrano proprio quando il personale si sente obbligato a partecipare contro la propria volontà.

 

Nessun diritto a pretendere complicità

Il dato è significativo perché smentisce una delle idee più diffuse tra i sostenitori dell’eutanasia: quella secondo cui l’assistenza al suicidio assistito rappresenterebbe semplicemente un gesto medico neutrale e compassionevole.

Una decisione, quella di richiedere l’aiuto al suicidio, che non causerebbe danno a nessun altro se non a sé stessi.

Ed invece provocare o facilitare la morte del paziente ha delle conseguenze anche sugli operatori sanitari ed entra in conflitto con la vocazione stessa della cura.

I risultati dello studio tedesco confermano inoltre la nostra prima argomentazione contro la legalizzazione del suicidio assistito.

Al primo posto delle 10 ragioni (laiche) contro la morte di Stato abbiamo sostenuto che non esiste alcun diritto di pretendere che la classe medica e lo Stato siano complici della propria morte, che pratichino intenzionalmente l’omicidio e commettano il reato di “omicidio del consenziente”.

A maggior ragione se gli effetti sulla classe medica sono così deleteri e dannosi, come indicato dall’Accademia tedesca per l’etica in medicina.


 

AGGIORNAMENTO

Ci è stato segnalato che in Francia, dove si sta discutendo una legge sul suicidio assistito, la commissione Affari Sociali del Senato ha eliminato il concetto di ” diritto al suicidio assistito” introdotto dall’Assemblea Nazionale.

E’ stato quindi sostituito con un un requisito molto più rigoroso: una prognosi di pericolo di vita a breve termine. Questo riduce significativamente il numero di situazioni in cui la futura legge potrà essere applicata.

Autore

La Redazione

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1 commenti a Il suicidio assistito “uccide” anche medici e infermieri: nuovo studio

  • Paolo ha detto:

    È questa la situazione odierna dal punto di vista etico: una situazione caratterizzata, come diceca il cardinale Caffarra, da un oscurarsi, da un’eclisse della verità sull’uomo. Non sappiamo più chi siamo, mentre vogliamo sapere ciò che ci è utile: voltando le spalle alla luce della verità, l’uomo non può che lasciarsi attrarre dal bene passeggero dell’utilità.

    In questo contesto una riflessione deontologica sull’esercizio della medicina si trova privata del suo fondamento proprio. Infatti, ha un senso parlare di un’etica medica, di un sapere cioè che conosce il dover-essere della professione medica, solo se il rapporto fra le persone che essa istituisce (in nuce: rapporto medico-malato) ha in se stesso una sua propria “natura”, una sua propria “dignità”, in una parola, una sua propria verità. Solo in questo caso si possiede un criterio di giudizio per verificare la corrispondenza fra il concreto modo di professare la medicina e il modo con cui questa deve essere professata. Ma, come è possibile sapere come deve essere professata la medicina, se non si conosce o si nega la verità di quell’uomo cui la medicina è indirizzata? Privato di questo suo solido fondamento, la professione medica, resta sempre esposta ad ogni possibile cambiamento.

    Questa riflessione è confermata da due fatti soprattutto. Il primo è costituito dall’introduzione della legislazione dell’aborto. Con esso, la professione medica, cui ho prestato fede e dedizione per tanti anni, è stata semplicemente sfigurata nella sua stessa definizione. Ha cessato di essere per la salvaguardia e la promozione della vita, per divenire anche per l’uccisione della vita stessa.

    Si noti bene, direbbe ancora il cardinale Caffarra: non è importante che singoli medici si siano rifiutati di accettare questo. Resta questo fatto: ora la professione non è più univocamente orientata alla vita, ma anche alla morte. È, cioè, divenuta una professione che non ha più un suo statuto proprio. Quale giustificazione (!) può essere addotta per questo cambiamento? Una sola: così si è deciso secondo procedure legali (Parlamento-referendum: il consenso pattizio, ossia il potere della maggioranza, il vero vulnus della filosofia politica moderna). Il che equivale a dire: la professione medica non possiede una sua propria verità, ma essa è ciò che il consenso maggioritario di volta in volta decide che sia. Parlare di un’etica medica non ha più senso, dal momento che non esistono esigenze assolute ed incondizionate, ma solo ciò che di volta in volta si pensa sia più utile. Il secondo fatto è meno grave, ma ugualmente istruttivo. Non avendo la professione medica una sua propria verità e, quindi, non essendo abitata da esigenze assolute ed incondizionate, essa deve essere concepita solo come una delle tante funzioni sociali ed è la società /in concreto: il potere politico/ che ne fissa gli scopi, le prestazioni cui è tenuta, ciò che da essa ciascuno ha diritto di esigere.