Il teologo Antonio Livi condanna Ratzinger: «da sempre tende all’eresia»

Dicono che a condurre la guerra ideologica contro Papa Francesco, oltre a Socci, Tosatti, Cascioli ed altri ex berlusconiani in crisi esistenziale, vi siano anche figure di rilievo.

Non si tratta certo dei cardinali dei dubia, che mai sono stati irrispettosi e hanno espresso legittime domande, alle quali legittimamente ha risposto l’allora prefetto Gerhard L. Müller (incaricato delle diatribe teologiche), assicurando: «Amoris Laetitia è molto chiara nella sua dottrina. I cardinali hanno il diritto di scrivere una lettera al Papa. Mi sono stupito perché questa però è diventata pubblica, costringendo quasi il Papa a dire sì o no. Questo non mi piace. E’ un danno per la Chiesa discutere di queste cose pubblicamente».

Allora, chi sono questi autorevoli teologi? Il nome che ricorre spesso è quello di Antonio Livi, ex teologo della Pontificia Università Lateranense, collaboratore de La Nuova Bussola Quotidiana e firmatario della Correctio filialis a Papa Bergoglio, in compagnia di lefebriani, sedevacantisti ed anticonciliaristi. La cosa che non viene mai ricordata da chi usa il nome di questo teologico per la sua piccola battaglia ideologica contro Papa Bergoglio è che mons. Livi è stato duro oppositore anche di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche se effettivamente durante i precedenti pontificati ha mantenuto un profilo più basso.

 

Mons. Livi: “Ratzinger ha introdotto la teologia progressista”.

Eppure vi sono esempi recenti delle accuse di Antonio Livi ai predecessori di Francesco. «L’egemonia della teologia progressista nelle strutture di magistero e di governo della Chiesa cattolica», ha scritto, ad esempio, pochi mesi fa, «si deve anche e forse soprattutto agli insegnamenti di Joseph Ratzinger professore, che mai sono stati negati e nemmeno superati da Joseph Ratzinger vescovo, cardinale e papa». «Nella teologia di Ratzinger», ha aggiunto, «risulta irrimediabilmente deformata la nozione di base del cristianesimo». Mons. Livi ha promosso ed elogiato il libro di uno storico nemico di Benedetto XVI, il tradizionalista Enrico Maria Radaelli, il quale si è proposto di «controbattere uno per uno gli insegnamenti» di Ratzinger «a partire dal suo metodo storicistico», insegnamenti che ritiene «profondamente erronei, pericolosi per la fede come solo una sintesi delle dottrine moderniste può essere». E se lo dice Radaelli…

 

Dopo il Concilio Vaticano II sarebbe tutto un complotto per distruggere la Chiesa.

Pochi giorni fa il teologo Livi è tornato all’attacco, mettendo prima in discussione l’autorità dell’attuale Pontefice -ma questo è ormai un noioso must-, e buttando nel calderone dell’eresia il Vaticano II, Giovanni XXIII e tutti i Pontefici post-conciliaristi. Ha quindi accusato Bergoglio ed il card. Kasper dei grandi mali del mondo, di voler creare «una Chiesa senza sacerdozio, senza magistero, senza dogmi, senza un’interpretazione ufficiale della Sacra Scrittura», e di tentare di «distruggere la santa messa, il matrimonio, la comunione e il Diritto canonico» (sembra che la Sindone e le vecchiette che recitano il rosario prima delle celebrazioni, invece, l’abbiano scampata).

Mons. Livi si è anche detto certo del complotto -massonico, satanista o omosessualista, non si sa- alla base dell’elezione dell’attuale Papa. E l’argomentazione è curiosa: tutto sarebbe stato orchestrato perché «nessuno ha avanzato una tesi diversa». Lapalissiano. Aggiungendo: «Talvolta si dice invece una cosa assurda: che cioè Papa Francesco sia stato eletto perché l’ha voluto lo Spirito Santo. E’ una sciocchezza. Lo Spirito Santo ispira tutti gli uomini perché facciano il bene, ma non tutti gli uomini fanno quello che ispira loro lo Spirito Santo: certi fanno delle cose buone e certi altri fanno delle cose cattive». Ma chi decide se Francesco fa il bene o il male? Antonio Livi? E chi valuta se Livi fa e dice il bene, seguendo o rinnegando l’inspirazione dello Spirito Santo? A parte questo cortocircuito, il teologo non si accorge che, se anche avesse ragione, non sta affatto confutato che lo Spirito Santo abbia voluto Francesco ma, al massimo, che il Papa non si inspiri allo Spirito Santo. Giudizio che non spetta all’ex teologo della Lateranense.

 

Mons. Livi: “Benedetto XVI si è unito ai teologi eretici e tende all’eresia”.

Infine, è tornato a colpire Ratzinger, accusandolo di essersi «unito ai teologi eretici». Benedetto XVI, afferma Livi, sarebbe «tendente all’eresia», in quanto «ha sempre manifestato della simpatia per il neo-modernismo». Lo ha accusato di «fideismo» e di dire «sciocchezze» e perfino il suo bestseller, Introduzione al Cristianesimo, viene messo all’Indice in quanto scritto «sotto l’influenza della cultura protestante, e nella teologia egli», il card. Ratzinger, «agiva già sulla base della scelta di combattere il neo-tomismo e la neo-scolastica, con i loro preambula fidei e la teologia naturale».

Il vaticanista Andrea Tornielli ha replicato, punto per punto, ai commenti di Antonio Livi. Il quale, espone le sue idee in modo grossolano, mescolando arbitrari riferimenti alla dogmatica con ridicole tesi cospiratorie e citazioni prive di fonte (come il “Si, ci rifletteremo” con cui Ratzinger avrebbe risposto alla richiesta di Hans Kung di modificare il dogma dell’infallibilità). Ma da dove viene tutto questo rancore? Lo rivela lui stesso: la stampa cattolica, si lamenta, ignora da sempre i suoi scritti e le librerie cattoliche filo-vaticane si ostinano a non promuovere in vetrina i libri della sua collana (non fatichiamo a comprenderne i motivi): «un ostracismo verso questa buona dottrina, come se fosse stata prodotta da un folle». Una «“congiura del silenzio” nei confronti degli uomini come me». Ricomincia così un altro complotto fatto di martiri ed eretici.

 

La correctio filialis di Ariel Levi di Gualdo: “mons. Livi? Dottrina fuorviante”.

Curiosamente, anche tale don Ariel Levi di Gualdo, uno dei co-fondatori assieme allo stesso Antonio Livi e a padre Giovanni Cavalcoli, del blog L’Isola di Patmos, ha già in passato commentato che «mons. Livi non è nuovo a certe sparate a raffica pericolose e fuorvianti proprio sul piano dottrinario», accusando il volutamente ambiguo teologo tradizionalista -nonché suo ex collaboratore- di combattere Papa Francesco attraverso un «meschino parlare ed esprimersi, dal nome “processo alle intenzioni”». Una «penosa vicenda», quella «di Mons. Antonio Livi», si conclude. Chi di correctio filialis ferisce, di correctio filialis perisce.

La redazione

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