Da vescovo, la mia sofferenza per le veglie LGBTQ+
- Ultimissime
- 11 Mag 2026

L’intervento di mons. Antonio Suetta sulle veglie LGBTQ+ contro l’omotransfobia. La vera accoglienza non è inseguire l’agenda mondana e simbologie ideologiche.
Veglie di preghiera per la Giornata internazionale contro l’omotransfobia.
Sono queste le iniziative programmate da diverse diocesi italiane con la partecipazione di numerosi vescovi.
Eventi promossi nel solco di una sensibilità pastorale emersa nell’ottobre scorso dal documento di sintesi del Cammino Sinodale, intitolato “Lievito di Pace e di Speranza”, in cui se ne chiedeva esplicito sostegno.
In quell’occasione avevamo pubblicato un commento di S.E. mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia–San Remo.
Nel nuovo testo, inviato gentilmente a UCCR, mons. Suetta esprime interrogativi sulla scelta di promuovere queste veglie e sulle categorie culturali e pastorali che ne stanno alla base.

di
S.E. mons. Antonio Suetta*
*vescovo di Ventimiglia-San Remo
I mesi di maggio e giugno sono tradizionalmente dedicati alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù.
Mi fa molto soffrire il fatto che proprio in questo periodo, seguendo una infelice agenda mondana, si organizzino veglie di preghiera contro discriminazioni derivanti dalla cosiddetta omotransfobia.
Premesso che ogni forma discriminatoria è male e va giustamente denunciata e superata, sono molteplici le questioni che, da un punto di vista cristiano, mi sembra giusto sollevare.
Perché sposare simbologie ideologiche?
Innanzitutto perché privilegiare in forma così marcata un tipo di problema piuttosto che un altro, quando, statisticamente parlando, questa tipologia di discriminazione non è certamente la più diffusa e impattante sulla comunità umana soprattutto nel contesto occidentale, mettendone in ombra altre più diffuse e gravi?
Poi perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l’impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l’antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?
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Dov’è l’appello alla conversione?
Ancora, perché la recezione di un’istanza di dignità per ogni persona non viene accompagnata da un doveroso appello alla conversione e all’impegno di restare fedeli alla legge di Dio?
Perché con tanta leggerezza si accetta di concorrere a sdoganare convinzioni, costumi e condotte trascurando di mostrare e insegnare a tutti la bellezza di una vita casta e la forza della purezza, di cui oggi, purtroppo, non si parla quasi più?
Come è possibile vivere una giusta responsabilità verso la promozione e la realizzazione del bene comune avvallando pretese e capricci, che, male interpretando la dignità umana, violentano la corretta visione naturale del matrimonio e della famiglia e impongono situazioni drammatiche ai minori che ne vengono coinvolti, senza ovviamente nessuna condivisione di consapevolezza e di consenso, nelle varie modalità di procreazione alternativa a quella scritta nella natura dell’essere umano?
La vera accoglienza
La vera discriminazione è nel peccato, che separa l’uomo da Dio e dagli altri e lo divide in se stesso. La vera riconciliazione è nell’amore e nella pace di Cristo.
Penso alle infinite sofferenze che l’ideologia gender produce nella vita delle persone, delle famiglie e della comunità umana.
Penso che l’errore velenoso e violento di una concezione destrutturante della sessualità umana e della persona sia il vero obiettivo da contrastare con la forza della preghiera e la dolcezza della vera accoglienza e della buona testimonianza.
Lo Spirito Santo illumini le coscienze
Mi auguro che tanti cristiani e uomini di buona volontà in questo periodo preghino, da soli e comunitariamente, la Tutta Santa e Beata Vergine Maria, modello di santità, di virtù e di purezza, e offrano sacrifici di riparazione al Sacro Cuore di Gesù.
In questo santo tempo pasquale, che sta per compiersi nella Pentecoste, invochiamo lo Spirito Santo perché ammaestri le menti, illumini le coscienze e muova i cuori a cercare e perseguire il vero bene perché ad ogni uomo sia spalancata davvero la strada della vera libertà e sia riconosciuta la sua giusta dignità.


















11 commenti a Da vescovo, la mia sofferenza per le veglie LGBTQ+
Secondo San Paolo, queste sono le cause dell’omosessualità:
“In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia,
poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato.
Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità;
essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.
Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti
e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi,
poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.
Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento.”
Riguardo poi ai gay ed ai gay-friendly, San Paolo prosegue:
“E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.”
Qui habet aures audiendi, audiat!!!
Mons. Antonio Suetta coglie un nodo molto più profondo di una semplice questione pastorale o disciplinare. La questione decisiva, infatti, non riguarda anzitutto la doverosa condanna di ogni violenza o discriminazione — che nessun cristiano può non condividere — ma il fondamento antropologico e filosofico delle categorie che oggi vengono assunte quasi automaticamente nel dibattito pubblico ed ecclesiale.
Il punto centrale è questo: la dignità della persona deriva da una natura umana ricevuta e intelligibile, oppure dall’autodefinizione della volontà soggettiva?
La modernità occidentale ha cercato a lungo di conservare universalità morale, diritti umani e dignità della persona anche dopo la progressiva crisi della metafisica classica cristiana. Ma proprio la progressiva separazione tra etica e fondamento ontologico — già preparata da alcune correnti volontaristiche della modernità — ha finito per esporre quei medesimi principi a una lenta trasformazione: dal riconoscimento di una natura umana oggettiva si è passati progressivamente alla centralità del desiderio, dell’autodeterminazione e del consenso procedurale.
Augusto Del Noce aveva intuito con grande lucidità che il vero esito della secolarizzazione non sarebbe stato l’ateismo tragico e ideologico, ma una società tecnocratica e permissiva capace di rendere la trascendenza culturalmente superflua. Non più la negazione esplicita di Dio, ma la dissoluzione silenziosa dell’idea stessa di natura, limite e verità.
Non è difficile allora comprendere la preoccupazione espressa da mons. Suetta: il rischio che, nel tentativo di accogliere la persona, si finisca involontariamente per assumere categorie antropologiche incompatibili con la visione cristiana dell’uomo, della sessualità e della libertà.
Per la tradizione classica cristiana, infatti, la libertà non consiste nel creare arbitrariamente il bene, ma nel riconoscerlo e aderirvi. Quando invece il desiderio individuale diventa il criterio ultimo dell’identità, anche concetti altissimi come “dignità”, “diritti” e “persona” rischiano lentamente di perdere il loro fondamento oggettivo e di ridursi a costruzioni culturali instabili.
Pier Paolo Pasolini aveva colto qualcosa di simile quando parlava del nuovo potere consumistico come di una forza capace non tanto di reprimere l’uomo, quanto di trasformarlo interiormente attraverso il desiderio e l’omologazione culturale. E Aleksandr Solzhenitsyn, nel celebre discorso di Harvard del 1978, denunciava già una civiltà occidentale che, pur senza violenza esplicita, stava perdendo il senso della verità e della trascendenza.
Forse è proprio questa la sfida decisiva del nostro tempo: custodire insieme la carità verso ogni persona e la verità sull’uomo, senza separare la dignità dalla natura e la libertà dal bene. In una parola: verità e carità.
Come scriveva Edith Stein: “Non accettate nulla come verità che sia privo d’amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità. L’uno senza l’altro diventa una menzogna distruttiva.”
Già Ezechiele (3.18 21), aveva ben chiarito in cosa consiste la vera carità verso i peccatori:
“Se io dico al malvagio: “Tu morirai!”, e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio ed egli non si converte dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato.
Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, io porrò un inciampo davanti a lui ed egli morirà. Se tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate, ma della morte di lui domanderò conto a te.
Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato”.
Un unico appunto: quando all’inizio si dice “ogni forma discriminatoria è male”, si devono intendere (sulla scorta del Catechismo, par. 2358), le forme di INGIUSTA discriminazione (e non tutte le discriminazioni in assoluto).
Tu ritieni che informare i gay riguardo al fatto che le pratiche sessuali contro natura sono uno dei quattro peccati che gridano al cielo sia un atto di carità o di discriminazione?
Informare chi compie atti omosessuali che sta commettendo oggettivamente un peccato che dopo la morte procura la dannazione eterna è per me un atto di carità, e anzi uno dei più importanti e doverosi in questi tempi.
Ti chiedo scusa perché avevo frainteso il tuo primo intervento di oggi delle 15:26.
La responsabilità grave ricade sulla conferenza episcopale italiana che ha voluto, a tutti i costi, questo scempio, andando contro le Sacre Scritture, il Magistero della Chiesa, gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo che ordinato ai suoi apostoli di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura! Il compito dei pastori (PAPA, cardinali, vescovi e sacerdoti) è quello di salvare le anime (salus animarum), strappandole dalle mani di satana. Purtroppo, si assiste alla conversione di molti pastori alle bramosie del mondo, all’ideologie “bastarde” (chiedo scusa per il termine volgare) che stanno portando l’umanità verso l’abisso delle tenebre della lussuria, dell’accidia, della fornicazione, etc. Siamo, ormai, nella piena dottrina del relativismo, spesso citata dal grande teologo e Dottore della Chiesa Sua Santità Benedetto XVI, che sta virando la Sposa di Nostro Signore Gesù Cristo, unico Salvatore, che ha voluto istituire la Chiesa, arca della salvezza delle anime, non per piegarsi al mondo effimero e corrotto, ma per agire nel mondo affinché quest’ultimo si converta alla Sapienza di Dio e allo Spirito Santo.
La mia totale adesione ed il mio sostegno a S.E. mons. Antonio Suetta.
Che il Signore lo Benedica
In questo 13 maggio, la memoria delle parole di Suor Lucia al Cardinale Caffarra risuona come una bussola e un conforto. Il dolore espresso da Mons. Suetta per il rischio di confondere la carità con la connivenza è il dolore di chi ha a cuore la Verità che sola rende liberi. Lo scontro decisivo sul matrimonio e la famiglia è in atto, e le tribolazioni dei pastori fedeli ne sono la prova. Ma la promessa di Fatima rimane incrollabile: la Vergine ha già schiacciato la testa al nemico. Grazie a Mons. Suetta per il suo coraggio apostolico e la sua limpida testimonianza.Riporto la testimonianza del cardinale Caffarra:”Sono stato chiamato dal Papa Giovanni Paolo II a fondare, nel 1981, l’Istituto per Studi sul Matrimonio e la Famiglia. Gli anni seguenti sono stati molto difficili. Molte persone, dentro e fuori la Chiesa, non volevano quell’Istituto per la proposta culturale che faceva. Poiché l’Istituto Giovanni Paolo II è dedicato alla Santa Vergine di Fatima, in un momento molto difficile per me come preside, ho scritto una lettera a suor Lucia chiedendo semplicemente di pregare per l’Istituto, dicendo anche che non attendevo risposta.Con mia grande sorpresa, dopo alcune settimane, attraverso il Vescovo di Leiria, suor Lucia mi ha risposto. Di quella lettera ricordo e non dimenticherò mai più nella mia vita le ultime parole, che si sono scolpite nel mio cuore. Esse dicevano: “Verrà un momento in cui lo scontro decisivo fra Cristo e il regno di Satana sarà il matrimonio e la famiglia. Coloro che lavoreranno per il matrimonio e la famiglia subiranno tribolazioni e persecuzioni, ma, padre, lei non abbia paura, perché Nostra Signora le ha già schiacciato la testa”.Ho la ferma convinzione che ciò che suor Lucia diceva allora si stia compiendo ai nostri giorni.”»(Cardinale Carlo Caffarra)
Grazie Mons. Suetta, Dio la benedica e la protegga dagli attacchi del maligno. Prego per lei.