“Parrocchie da incubo”, il manuale da regalare al tuo parroco

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di Stefano Fontana*
*da La Nuova Bussola Quotidiana, 13/11/15

 

Don Andrea  Brugnoli è un sacerdote di Verona, parroco a San Zeno alla Zai. Da molto tempo ormai si è messo sulla strada del rinnovamento pastorale della Chiesa. Ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico presente in altre diocesi e anche all’estero. E ha creato Una luce nella notte. Ha scritto libri sulla rivitalizzazione pastorale ed è stato invitato da varie Conferenze episcopali – dalla Spagna a Taiwan – a parlare ai preti di nuova evangelizzazione e pastorale giovanile.

Ora egli dà alle stampe un libro che ha chiamato nel sottotitolo Manuale per cambiare stile di Chiesa. Il titolo suona truce e terrificante: Parrocchie da incubo (Fede & Cultura 2015). Ma all’interno di terrificante non c’è nulla. Certamente non è un libro tenero, che accarezzi, il nostro don Andrea è deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Il suo motto è «o si cambia o si muore». Non apprezza le «nostre riunioni verbose» e i «nostri catechismi antropologici» che, secondo lui, «hanno formato ben pochi cristiani veri, testimoni impegnati a portare le persone in Paradiso».

Secondo don Andrea bisogna cambiare anche i luoghi delle nostre parrocchie. «La chiesa», dice, «è la casa di Dio e Lui solo deve parlare. Non di noi, delle nostre attività: la gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo» Ce l’ha, don Andrea, con le bacheche disordinate, le candele elettriche, i volantini e gli avvisi sparsi ovunque, con il Tabernacolo messo in disparte perché «dopo il Concilio, al posto di Gesù, si sono messi i preti con la loro sedia», lo «scempio»– come lui lo chiama –  dei due altari («mai una chiesa ha avuto due altari nello stesso presbiterio»), l’altare rivolto al popolo «così la liturgia si è ridotta da dialogo dell’uomo con Dio a un dialogo tra di noi», l’eliminazione della balaustra dove inginocchiarsi per la Comunione, le aule del catechismo sporche e disadorne, con sedie scomode.

Nella sua chiesa di San Zeno alla Zai a Verona – spiega don Andrea – la facciata è pulita, la bacheca ordinata e c’è solo una grande scritta: “Benvenuto a casa!”. In chiesa c’è sempre una musica di sottofondo in gregoriano, le candele sono di cera, al centro dell’altare c’è un grande crocefisso verso cui si rivolgono sia il celebrante sia i fedeli. Il Tabernacolo è posto al centro. Non è stata ripristinata la balaustra, ma viene data la possibilità di prendere la Comunione in ginocchio, con degli inginocchiatoi mobili, e il 95 per cento dei suoi fedeli fa così.  Don Andrea non è un patito della messa antica. Dedica un capitolo del libro alla Messa di Paolo VI, che è stata ed è la sua messa. Però auspica una ulteriore riforma liturgica che unifichi i due riti

La Chiesa ha come ultimo scopo – dice don Andrea – di dare gloria al Signore. Per fare questo ha un obiettivo interno: edificare i discepoli, ed uno esterno: evangelizzare quelli che non conoscono Gesù. Tutto deve essere orientato al grande mandato di fare discepoli. Si incontra Gesù tramite l’incontro con dei cristiani che lo hanno già incontrato, ossia con dei discepoli-missionari. Bisogna formare persone in grado di evangelizzare e per questo, dice don Andrea, ci vuole una “visione”. Quella che lui propone è «Risvegliamo la Chiesa!» e tutta la vita della parrocchia vi ruota attorno, perché la visione deve essere conosciuta da tutti ed espressa in modo conciso e chiaro come la destinazione sul display di un autobus.

La cosa principale è formare una équipe. Anche da zero se necessario, mentre la vita della parrocchia intanto procede. Sono le persone che fanno la differenza, non le attività. Si fanno le attività in base alle persone e non il contrario. Il cristiano modello oggi è il filantropo. Deve tornare a essere l’apostolo che evangelizza. «Vedo diocesi», scrive don Andrea, «dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato ai pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e maestri di quello che dobbiamo fare noi». Ecco che anche il catechismo «si limita a un blando richiamo ai valori antropologici e a un moralismo terzomondista che persino un extracomunitario troverebbe risibile e anti-storico».

A proposito di catechismo. Nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

Don Andrea è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli. Ci sono tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; c’è la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Don Andrea cerca di costruire una parrocchia diversa. Il suo sogno lo esprime con chiarezza alla fine del libro: «Sogno una Chiesa tutta protesa a formare gli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un’aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all’incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

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30 commenti a “Parrocchie da incubo”, il manuale da regalare al tuo parroco

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  1. Carlo Bonatti ha detto

    Questi preti moderni che strizzano l’occhio alle filosofie new-age ai relativismi ed ai buonismi d’accatto sono i peggiori nemici della Chiesa.

    • Ottavio ha detto in risposta a Carlo Bonatti

      Bisogna però stare loro vicino a rendersi utile con consigli e suggerimenti, implicandosi in prima persona. Le critiche stando distanti non sono utili a nessuno.

      • Paola ha detto in risposta a Ottavio

        Purtroppo molti non ascoltano consigli e suggerimenti. Implicarsi in prima persona, per esperienza purtroppo vissuta, vuol dire a volte farsi rifiutare dal parroco stesso, farsi pure isolare socialmente e anche farsi deridere da un gruppo ristretto di parrocchiani che, per interessi personali a volte pure poco cristiani, fanno quadrato intorno al parroco, qualunque cosa dica o faccia. Da una parte gli danno ragione a prescindere contro i “consigli e i suggerimenti” di chi vuole una parrocchia aperta a tutti, e non ai soliti noti, e dall’altra formano un gruppo di pressione al quale il parroco è infelicemente soggetto. Né i vescovi aiutano quanto sarebbe necessario.

  2. GiuliaM ha detto

    Lo compro subito 😀
    Vengo da una parrocchia Social e Asilo, con tocchi di Milàn e Addams; mi rincuora sapere di non essere la sola…

    • clá ha detto in risposta a GiuliaM

      Ammazza,un bel mschione allora
      La mia é tendente al social ma con la testa, le tante attività sono ben proposte e con fini evangelici e non terzomondisti

    • Riccardo_CS ha detto in risposta a GiuliaM

      Secondo me quasi tutte le parrocchie sono così e questa è, a mio modo di vedere, proprio la loro grandezza: tenere insieme anime e sensibilità differenti, barbe e sandali insieme a giacche e cravatte.

      • GiuliaM ha detto in risposta a Riccardo_CS

        Sarà… da quella parrocchia particolare sono scappati quasi tutti salvo i fedelissimi del parroco, che lui si teneva stretti solo perchè lo adulavano.
        Anche quando disse apertamente che lui alla resurrezione di Gesù “non ci credeva mica tanto”.

  3. Luca ha detto

    Perché la liturgia come dice Don Brugnoli torni ad essere un dialogo tra l’uomo e Dio ci vuole Dio ovviamente. Perciò la sacralità del luogo, la pulizia e la cura negli arredi, crocefisso, tabernacolo, celebrante … sono tutti elementi importanti. Ma ci vuole anche l’uomo. Ora io trovo che le nostre parrocchie (penso soprattutto alle celebrazioni) siano spesso da incubo principalmente a causa della scarsa partecipazione dei fedeli e penso che tutto il resto rispetto a questo dato si riduca ad aspetti formali. La riforma liturgica é stata voluta e pensata esattamente per questo: per rendere partecipi i fedeli, per farli entrare nel vivo del rito. Entrare in una Chiesa dove il celebrante mi gira le spalle, dove non vedo cosa faccia e non ne capisco i gesti, dove il canto é in latino e perciò viene eseguito dall’organista e dal coro mentre io posso solo ascoltare non mi farebbe sentir accolto nemmeno un pò. Se fosse la “mia casa” come vuole Don Brugnoli sarebbe una casa ben strana, dove si compie una specie di rito magico. Per migliorare secondo me bisogna migliorare la partecipazione dei fedeli, non eliminarla (…). Mi sento a casa se sono in mezzo a persone che rispondono ad alta voce, cantano, danno il segno della pace guardandoti negli occhi, addirittura magari sorridendoti, non rispondono al cellulare (…). Si ottiene solo se NOI prima del nostro parroco sappiamo essere una comunità, non se andiamo per dovere ad assistere alla messa (a “prender messa” come appunto si diceva un a volta). Prender messa: lo ricordo e non ne ho nessuna nostalgia.

    • Jack ha detto in risposta a Luca

      Luca attento perché don Brugnoli non vuole assolutamente la liturgia vecchio ordine, lo leggo chiaramente nell’articolo. Per il resto condivido tutto, è compito nostro innanzitutto!

      • Luca ha detto in risposta a Jack

        Certo, ho capito. Però vuole solo l’altare “vecchio”, spalle ai fedeli. Partecipiamo o no al banchetto ? Perché l’altare girato verso l’assemblea é un segno grandioso, ci invita a mensa come i dicscepoli nell’ultima cena. Poi vuole solo il canto Gregoriano. A me il gregoriano piace moltissimo, ma se i fedli devono partecipare questo lo puoi fare solo in una comunità coesa dove tutti sanno un minimo di latino e hanno imparato a cantare il gregoriano. Se lui riesce ad ottenerlo tanto di cappello ma per esperienze passate so che é una battaglia quasi ggià persa in partenza.

        • Jack ha detto in risposta a Luca

          Io non ho mai partecipato ad una messa con il rito antico, mi va benissimo quella attuale. Però i sacerdoti ne sanno più di noi senz’altro, è il loro lavoro, le sue ragioni sul motivo per scegliere un altare rivolto al Tabernacolo hanno un senso e vanno considerate. Leggo invece che il Gregoriano lo vorrebbe solo come sottofondo ma non durante le funzioni liturgiche, devo dire che è molto bella come idea e l’ho apprezzata quest’estate entrando in una chiesa. Aiuta ad immergerti nel sacro e anche i turisti vedono che apprezzano e non trattano la chiesa come un museo.

          • Luca ha detto in risposta a Jack

            Diciamo così. L’essenziale secondo me é che i sacerdoti si preoccupino di farci una bella catechesi che spieghi in dettaglio il significato dei riti, dei segni, simboli, preghiere. Dopo di ché spieghino la loro scelta, se girati verso il popolo o no. Certo a me pare che se i segni vengono condivisi anziché nascosti, la partecipazione dovrebbe automaticamengte essere più alta, non credi ?

    • Marco Ardizzoni ha detto in risposta a Luca

      35 anni di animazione liturgica in un coro.
      Posso dire che di solito solo una minoranza dei fedeli canta soprattutto nelle messe schitarranti&cant pardon “canzoni” in italiano.
      Canti in latino siamo rimasti noi del coro.
      A proposito, senza ergermi a liturgista, gira voce che nella costituzione ap. “Sacrosanctum Concilium”, (Vaticano II) il gregoriano è da preferire, a parità di condizioni, parimenti alla polifonia sacra. (Palestrina, De Victoria, etc etc…)
      Morale: il Gregoriano e la polifonia Sacra NON sono una questione di gusti o di estetica musicale ma sono IMPORTANTI.
      La mia parrocchia sarebbe più ospedale da campo, (con pastorale anche per una coppia gay), avamposto, e di negativo un luogo rassicurante e protettivo per alcuni apparatchnik, che si sono costruiti non so quanto la fede ma molto bene la loro vita privata.

      • Luca ha detto in risposta a Marco Ardizzoni

        Sono assolutamente daccordo, ma questo implica una lunga e faticosa istruzione dei fedeli. Perché la partecipazione retsa imprescindibile., altrimenti facciamo solo una rappresentazione teatrale.

      • Boomers ha detto in risposta a Marco Ardizzoni

        I canti della mia parrocchia sono guidati da un gruppo di Comunione e Liberazione, cantano Claudio Chieffo e ci insegnano i loro canti, spesso usano anche una chitarra classica. Voci bellissime e c’è anche uno che dirige i fedeli con gesti delle mani, vedo gran coinvolgimento di tutta la chiesa nei momenti del canto. Hanno poi un coro apposito per le funzioni più importanti, anche loro bravissimi.

        • EquesFidus ha detto in risposta a Boomers

          D’accordo, ma non è quanto sostiene la “Sacrosantum Concilium”, né quanto ha ribadito più volte la Congregazione per il Culto Divino (con tutti i suoi appelli e divieti bellamente ignorati), cioè che la priorità sono il gregoriano e, a seguire, il polifonico, quindi il resto; resto però per cui non c’è posto per chitarrine e percussioni.

          • Jack ha detto in risposta a EquesFidus

            Percussioni no, ma la chitarra classica è uno strumento usato anche in diversi cori liturgici e sappiamo bene quanto i canti di Chieffo siano profondi e apprezzati, l’importante è che non diventi una band. Io trovo fantastici i canti con solista e chitarra classica, spesso molto di più di cori improvvisati di vecchiette. E’ anche un modo per coinvolgere i giovani e renderli attivamente partecipi alla messa, sopratutto se suonano cose molto profonde e ben fatte che a volte risvegliano il cuore più di certe prediche.

          • Jack ha detto in risposta a EquesFidus

            Non sono comunque un esperto, non so cosa dica il Sacrosantum Concilium però ho notato che quando CL è andato in piazza san pietro davanti a GIovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno sempre fatto i canti che facciamo anche in chiesa, con solista e chitarra. Oltre che al coro ovviamente.

            • EquesFidus ha detto in risposta a Jack

              Quello che fanno in piazza (cioè in momenti extraliturgici) è affar loro, e giustamente la Chiesa non mette bocca in questo (se non ricordando le basiliari regole di civilità cristiana). In chiesa e durante la liturgia è un altro par di maniche, ci sono fior di documenti e dichiarazioni che affermano che il gregoriano e, in misura minore il polifonico, devono essere i canti privilegiati in quei contesti, come pure l’uso del latino non deve essere disprezzato; ancora, ci sono dichiarazioni che bandiscono esplicitamente chitarre e percussioni dall’azione liturgica. Può piacere o non piacere, ma così stanno le cose; trovo anzi imbarazzante come si debbano giustificare certe cose, quando sono espressamente vietate o, al più, opzionali.

  4. marialma ha detto

    Che sogno una parrocchia così, la mia è un misto social e asilo.

  5. Riccardo_CS ha detto

    Aggiungerei all’elenco le parrocchie “centro benessere”, quelle che quando entri in chiesa ti accoglie un rilassante sottofondo musicale (rigorosamente gregoriano), che ti culla l’anima e ti difende dal silenzio.

    • Jack ha detto in risposta a Riccardo_CS

      Non lo vedo sbagliato, quest’estate sono stato accolto così in una piccola chiesa nel centro di Roma. E’ stato molto coinvolgente ed è venuto spontaneo inginocchiarsi e fermarsi più del solito davanti al Signore.

  6. Riccardo_CS ha detto

    A me sembra una trovata a misura di turisti.

    Bandire il silenzio da una chiesa è un controsenso.

    La musica sacra è per la liturgia, non per l’intrattenimento e usarla come sottofondo è una forma di intrattenimento. Lo spazio sacro di una chiesa dovrebbe essere scandito da un alternarsi di liturgia e silenzio.

    Può darsi che l’escamotage del registratore a ciclo continuo sortisca effetti giudicati positivi, come la riduzione della confusione, ma è un po’ come quelli che installano le candele elettriche perchè sporcano meno.

    Inoltre un conto è incappare in questi sottofondi come visitatore di passaggio, un altro è essere il parrocchiano di una chiesa in cui non puoi mai trovare un po’ di silenzio.

    • Jack ha detto in risposta a Riccardo_CS

      Tu descrivi una situazione teorica, io però ti dico che ho fatto esperienza diretta e abbiamo apprezzato moltissimo l’idea, notando tanti altri fedeli e turisti invogliati a inginocchiarsi e rimanere concentrati nel silenzio aiutati dai canti gregoriani. Se è una cosa che aiuta perché dev’essere una cattiva idea?

      • Riccardo_CS ha detto in risposta a Jack

        Perchè la mia sarebbe una situazione teorica? Si tratta di una deduzione: se in una chiesa viene fatto andare un registratore a ciclo continuo, ne deduco che da quella chiesa il silenzio sia stato bandito.

        La mia esperienza personale è che quando entro in una chiesa e sento la musichetta di sottofondo, ne esco subito, semplicemente perchè mi dà ai nervi.

        La trovo una scelta kitsch, di cattivo gusto, come le candele elettriche, gli altoparlanti al posto delle campane, le melodie orientaleggianti nei centri benessere-new age e i palloni da calcio nelle processioni offertoriali.

  7. EquesFidus ha detto

    Credo proprio che farò pervenire questo libro a chi di dovere; intanto, la veglia eucaristica nella mia parrocchia, partita sotto i peggiori pronostici (“non verrà nessuno” sembra sarà un successone; purtroppo, molti non si rendono conto che basterebbe fare le cose per bene e secondo quanto insegna la Chiesa e non il proprio ego (quindi, ben vengano adorazioni, liturgie serie e rigorose, processioni e gesti di devozionalità cattolica) per rendere le chiese dei luoghi dove si prega sul serio e non dei luoghi dove c’è baldoria e basta.
    Porto un esempio (so che sarò tacciato di tradizionalismo per questo): nella parrocchia della mia città dove si celebra secondo il vetus ordo, con serietà e compostezza, i fedeli che assistono alle celebrazioni sono per buona parte ragazzi sotto i 30 anni, magari accompagnati dal/la fidanzato/a. Che vuol dire questo? Che non è la serietà della liturgia ed il gregoriano a far fuggire, bensì tutta la sociologia e le s…e mentali che hanno reso una cosa di suo semplice complicatissima.

  8. Pierfranco ha detto

    Sì è vero parrocchie da incubo, da urlo e chi più ne ha più ne metta. Ma quel libro con quelle descrizioni delle celebrazioni liturgiche fotografo una realtà vivace e reale là dove non ci siano eccessi in un senso o in un altro! Intanto c’è da dire che il Concilio Vaticano II ha riformato la liturgia con l’introduzione della lingua nazionale, con il celebrante rivolto verso il popolo il che ha costretto i parroci ad introdurre altari nel presbiterio in aggiunto a quello fino ad allora utilizzato è quindi a modificare le disposizioni strutturali della Chiesa.
    Tutto ciò che è stato introdotto in sovra più può essere una degenerazione delle celebrazioni liturgiche se non spiegate al popolo dei fedeli (ma questo cambia e i fedelissimi sono pochi!) oppure diventare un arricchimento!
    Tutto questo si discute perché dire parrocchia è dire messa domenicale, catechesi per i bambini e gli adulti, amministrazione dei sacramenti etc!a una parrocchia e il suo parroco sono diventati qualcosa di più di un prete che si occupa della sua chiesa ( oggi 1 parroco deve celebrare in 3 o 4 luoghi diversi )!
    Allora dicevo ci sono in più i pellegrinaggio, le gite a sfondo religioso, le cene e i pranzi per i poveri e gli immigrati, i compleanni, le stanze degli oratori dati in affitto ad associazioni varie, etc, etc!
    Ecco allora come una parrocchia normale diventa un incubo per i laici che frequentano abitualmente e devono operare delle scelte personali ben precise per non soccombere a tutto questo

  9. Dario* ha detto

    Ho conosciuto Don Andrea tempo fa ma ho scoperto da questo articolo certi aspetti di lui che davvero non mi sarei aspettato. Per quel che posso dire di come ho visto la sua parrocchia l’ho trovata di una modernità incredibile: giovane, gioiosa, vivace ed attiva, ed è fantastico che la cosa sia coniugata ad un altrettanto forte radicamento nella Tradizione (l’ho scritto con la maiuscola per distinguerla da quella infinita collezione di vuoti fronzoli a cui si attaccano i tipici tradizionalisti attaccabrighe). Per quel poco che l’ho conosciuto e per quel poco che ho conosciuto un sacco di altri sacerdoti non posso che esclamare: ce ne fossero di preti come lui!!!

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