Ma da quando Darwin ha “distrutto la fede religiosa”?

EvoluzioneNonostante abbiano ormai fatto il loro tempo, è ancora possibile talvolta trovare qualche scienziato che si accanisce nel voler dimostrare l’inesistenza di Dio attraverso discorsi scientifici. Dopo il pensionamento di Dawkins e Odifreddi, dopo la morte dei compianti Hitchens e Stenger, dopo il passaggio allo “spiritualismo” di Sam Harris ancora c’è qualcuno che non si arrende. Si tratta in questo caso di David P. Barash, professore di psicologia presso l’Università di Washington (con laurea in biologia).

Sul “New York Times” si è divertito a raccontare il turbamento di alcuni suoi studenti di fede protestante quando spiega loro un processo di sviluppo del mondo differente dal creazionismo biblico. Dopo aver giustamente affermato che «insegnare biologia senza evoluzione sarebbe come insegnare la chimica senza molecole, o la fisica senza massa ed energia», si è intuito che a lui evidentemente non interessa tanto l’insegnamento dell’evoluzione, ma l’uso dell’evoluzione per affermare che «scienza e religione non sono così sovrapposte come» molti scienziati affermano (se la prende in particolare con Stephen Jay Gould).

Il motivo sarebbe che la scienza avrebbe «demolito due potenti pilastri della fede religiosa». Solite cose, trite e ritrite: «La duplice demolizione inizia sconfiggendo quello che i creazionisti moderni chiamano l’argomento dalla complessità: dopo Darwin siamo giunti a comprendere che un processo del tutto naturale e non orientato, cioè composto da variazione casuale e selezione naturale, contiene tutto quello che serve per generare straordinari livelli di non-casualità». Innanzitutto è sbagliato concentrarsi sempre solo sui creazionisti, fingendo di ignorare che esiste un mondo di persone -come noi- che aderisce all’evoluzione e non vede conflitti con la propria fede. In secondo luogo, come ha spiegato Robert Spaemann, professore emerito di Filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, «ciò che è il caso visto dal punto di vista della scienza naturale, può essere intenzione divina tanto quanto ciò che è riconoscibile per noi come processo orientato verso un fine. Dio agisce tanto attraverso il caso quanto attraverso leggi naturali».

Entrando nel merito dell’obiezione del prof. Barash, si nota in lui la vecchia scuola di evoluzionisti che sopravvaluta il ruolo del binomio caso-selezione naturale. Oggi non è più così (ne abbiamo già parlato), anche perché appare evidente a molti che «il ruolo della selezione naturale resta limitato perché i sistemi naturali sono portatori di una predisposizione intrinseca all’auto-organizzazione, verso un fine ordinato», come ha scritto Stuart Kauffman, docente di Biologia all’Università del Vermont (“The Origins of Order”, Oxford University Press 1993). Essa, cioè, risulta guidata da leggi insite nella materia, orientate, o preferenziali in favore delle formazioni di tipi di strutture sempre più complesse e perfezionate. «La materia ha un desiderio di organizzarsi», ha affermato ad esempio l’antropologo Yves Coppens, professore onorario presso il Collegio di Francia (“Complessità, evoluzione, uomo”, Jaca Book 2011, p.102). Il binomio, possiamo dire, è dunque diventato trinomio: caso necessità e direzionalità. Il prof. Fiorenzo Facchini, professore emerito di Antropologia dell’Università di Bologna, ha affermato: «la razionalità con cui appare organizzato l’universo e opera il sistema della natura attraverso le proprietà degli esseri viventi e le leggi della natura va ben oltre una fortunata coincidenza tra struttura e funzione premiata dalla selezione». Per questo molti scienziati «hanno ritenuto che le leggi della natura (intese anche come regolarità) inducono a pensare a una mente divina. L’affermazione esce dal campo scientifico delle scienze naturali, ma ha una sua plausibilità, certamente maggiore rispetto alle tesi che tutto si sia auto-formato e auto-trasformato, come vuole il riduzionismo di ordine ontologico per una preclusone aprioristica alla sfera trascendente» (“Complessità, evoluzione, uomo”, Jaca Book 2011, p. 8,9)

Secondo il prof. Barash l’altro argomento che avrebbe “distrutto la fede religiosa” è la «fine dell’illusione della centralità dell’uomo. Dopo Darwin il messaggio è che vi è un legame di fondo tra specie umana e animale, siamo perfettamente buoni animali naturali indistinguibili dal resto del mondo vivente. Ma il mondo naturale è anche pieno di orrori etici: predazione, parassitismo, fratricidio, infanticidio, malattia, dolore, vecchiaia e morte. Più conosciamo l’evoluzione tanto più inevitabile è la conclusione che gli esseri viventi, compresi gli esseri umani, sono prodotti da un processo naturale, totalmente amorale». Lo psicologo, purtroppo, non si accorge che quelli che definisce “orrori etici” sono orrori solo per noi umani e non per il resto del mondo naturale. L’etica, infatti, entra in gioco solo quando le azioni o le conseguenze che Barash invoca coinvolgono l’intervento e il giudizio dell’uomo. Perché solo noi abbiamo la “capacità” morale di giudicare? Perché siamo, appunto, eccezionali. E’ proprio il prof. Barash, dunque, quando riconosce gli “orrori etici” del mondo naturale, a riportare l’uomo al centro dell’universo conosciuto. Basterebbe leggere Charles Darwin: «Un essere morale è un essere in grado di paragonare le sue azioni e le sue motivazioni passate e future e di approvarle o disapprovarle. Non abbiamo ragioni di supporre che qualcuno degli animali inferiori abbia queste capacità» (C. Darwin, “L’origine dell’uomo e la selezione naturale”, Newton Compton 2007, p.88).

Ma, a parte la capacità di coscienza (e senza toccare l’argomento cosmologico del fine-tuning), è proprio la comparsa dell’uomo a segnare una sorprendente discontinuità. Esiste certamente una continuità con il mondo animale, ma anche un’inspiegabile novità, un salto ontologico non riconducibile a ciò che esisteva in precedenza. «L’unicità dell’essere umano», ha scritto ad esempio il prof. Francisco J. Ayala, docente di scienze biologiche e filosofia all’Università della California, «non si riduce alla dimensione biologica ma comprende anche l’evoluzione culturale: l’uomo modifica l’ambiente per renderlo adatto a sé. L’uomo ha peculiarità uniche che lo rendono centrale nell’ecosistema e qui sta la base valida per uno sguardo religioso sull’uomo come creatura speciale di Dio, e per una coscienza di che cosa ci renda squisitamente umani. Con l’uomo l’evoluzione biologica ha trasceso se stessa» (F. Ayala, “L’evoluzione”, Jaca Book 2009, 123,124).

Come abbiamo visto, non soltanto le due tesi “contro Dio” del prof. David P. Barash sono facilmente confutabili, ma lo studio dell’evoluzione può essere (e per molti lo è) un aiuto alla fede cristiana. Sempre il prof. Ayala, infatti, ha spiegato: «La conoscenza biologica non elimina considerazioni filosofiche o credenze religiose. Anzi, la conoscenza scientifica può fornire ottime basi per ulteriori affondi sia filosofici sia religiosi» (F. Ayala, “L’evoluzione”, Jaca Book 2009, 127).

La redazione

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