Crescita religiosa: un bene per l’economia e la società

MappamondoIl 28 giugno 2013 il più autorevole centro di statistica religiosa del mondo, il Center for the Study of Global Christianity di South Hamilton (Massachusetts), ha pubblicato il suo atteso rapporto rilevando (aggiornamento al 2013 e proiezione al 2020) che il mondo sta diventando non meno, ma più religioso, e in particolare il numero dei cristiani e dei cattolici sta aumentando.

Si registra un aumento in Africa e in Asia, le Americhe rimangono stabili (anche se un recente studio ha rilevato che in Brasile il cattolicesimo è in crescita toccando l’85% della popolazione) e l’Europa diventa meno religiosa, tuttavia le persone che si dichiarano “religiose” nel mondo sono aumentate dall’82% nel 1970 all’88% del 2013 e sfioreranno il 90% nel 2020. Questo dipende da fattori storici (fallimento comunismo e varie ideologie ateiste) e da un fattore demografico: le persone religiose fanno più figli, tanto che un recente studio dell’Università di Jena in Germania condotto su 82 paesi ha parlato di società laiche a rischio estinzione e un’indagine pubblicata nel 2010 su The Journal for the Scientific Study of Religion ha rilevato che i soggetti più giovani (anni ’90) sono significativamente molto più fedeli alla religione dei loro padri.

Questa sarà forse una cattiva notizia per qualcuno, non certo per Peter Berger, tra i più importanti sociologi viventi, quale in un’intervista per “Forbes” ha spiegato che lo sviluppo economico è strettamente legato alla crescita religiosa. Sintetizzando il suo pensiero: la religione porta alla cultura; la cultura spinge verso forme sociali; le forme sociali portano allo sviluppo.

Se in Italia la presenza della Chiesa cattolica fa risparmiare allo Stato almeno 11 miliardi di euro l’anno, secondo l’indagine di Giuseppe Rusconi nel suo recente libro inchiesta “L’impegno – Come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno“, in Spagna la Chiesa cattolica restituisce allo Stato più del doppio di quello che ottiene, secondo i recenti dati della Conferenza Episcopale Spagnola controllati dal PricewaterhouseCoopers (PwC).

Soltanto nel campo dell’istruzione, infatti, la Chiesa cattolica spagnola consente di risparmiare allo Stato ogni anno 4 miliardi di euro. Nel campo sanitario-assistenziale, invece, la Conferenza Episcopale spagnola investe circa 4,3 miliardi di euro, pari a 49 milioni di ore di cura per gli altri. Il PwC, dopo aver verificato e controllato l’analisi, ha dichiarato: «Come risultato della nostra recensione, possiamo concludere che il Rapporto della Conferenza Episcopale Spagnola del 2011 è stato redatto correttamente e in modo affidabile, sotto tutti gli aspetti».

Nel suo ultimo libro il cardinale spagnolo Lluís Martínez Sistach ha spiegato: «La Chiesa non può pretendere di imporre ad altri la propria verità. L’importanza sociale e pubblica della fede cristiana deve evitare una pretesa di egemonia culturale che si avrebbe se non si riconoscesse che la verità si propone, ma non si impone. Ma questo non significa che la Chiesa non debba offrirla alla società, con tutto quello che significa realizzare l'”annuncio del Vangelo”. La presenza della Chiesa nella società e le relazioni tra gerarchia e autorità civili devono essere di dialogo leale e di collaborazione costruttiva a partire dalla propria identità. La Chiesa deve contribuire al discernimento di alcuni valori che sono in gioco nella società e che incidono sull’autentica realizzazione della persona umana e della convivenza sociale. Lo Stato non può ignorare l’esistenza del fenomeno religioso nella società. Pretendere che lo Stato laico debba agire come se questo fatto religioso, anche come corpo sociale organizzato, non esistesse, equivale a situarsi ai margini della realtà. Il problema fondamentale del laicismo che esclude dall’ambito pubblico la dimensione religiosa consiste nel fatto che si tratta di una concezione della vita sociale che pensa e vuole organizzare una società che non è la società reale».

La redazione

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