L’ateismo non esiste: o Dio o una religione sugli idoli

«Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Francesco Agnoli, scrittore e giornalista, collaboratore de “Il Foglio”, “Avvenire”, “Il Timone”, “Radici Cristiane” e “Radio Maria”, autore di diverse pubblicazioni, come:  Roberto Grossatesta. La filosofia della luce (EDS 2007); Chiesa, sesso e morale (Sugarco 2007); Indagine sul cristianesimo. Come si costruisce una civiltà (Piemme 2010);  Chiesa e pedofilia – Colpe vere e presunte(Cantagalli 2010) e  Case di Dio e ospedali degli uomini (Fede e Cultura 2011). Il prof. Agnoli ha concesso la pubblicazione qui sotto di alcune parti del primo capitolo del suo libro:  Perché non possiamo essere atei” (Piemme 2009)»

 

di Francesco Agnoli*
*scrittore e giornalista

 

E’ abbastanza strano cimentarsi nello scrivere un saggio storico-filosofico su qualcosa che in realtà non esiste, che non appartiene alla natura dell’uomo: l’ateismo. Ateismo significa negazione di Dio, in senso lato: vuol dire negazione di un orizzonte di senso, di una Origine delle cose che esistono, di un principio, su cui l’uomo, animale incompiuto e imperfetto, costruisca dinamicamente e liberamente la sua vita. Dio, a prescindere dai mille significati che questa parola può assumere, è oggetto della ricerca dell’uomo da sempre, perché significa Verità , Bene, Felicità, Giustizia, Amore, tutto ciò verso cui tendiamo, in un modo o nell’altro, consapevoli o meno. Tutti, credenti o meno in un Dio personale, attendiamo che avvenga qualcosa che ci dia il senso della nostra esistenza, che salvi la nostra vita dall’inutilità e dal nulla. Tutti, come Samuel Beckett e i suoi personaggi, aspettiamo “Godot” e lo cerchiamo, chi nella politica, chi nel denaro, chi scegliendo per sé altri idoli e altri dei. Perché se Godot non c’è, se non si rivela capace di soddisfare le esigenze del nostro cuore e della nostra mente, rimane l’assurdo di una esistenza senza meta, senza direzione, e la vita personale si rivela una parentesi di tempo nello scorrere dei secoli, una commedia di burattini alla fine della quale cala un sipario, che non si alzerà mai più.

Più che tra atei e credenti, la storia occidentale degli ultimi secoli può essere divisa tra chi crede in un Dio personale, Creatore, trascendente, e chi affida al mondo, o a se stesso, il compito di contenere e di fornire la risposta esauriente ad ogni domanda di significato e di compiutezza; tra monoteisti, per cui Dio esaurisce nella sua unità e unicità il senso di ogni cosa, e panteisti-politeisti, per i quali Dio -e il senso dell’esistenza- si ha tutto ed esclusivamente nelle vicende del mondo; tra chi crede nella Provvidenza e chi nella Fortuna, chi in un Essere Intelligente e chi nel Caso onnipotente creatore di ogni cosa o, che è lo stesso, in una divina Necessità cosmica che regola a modo suo, senza concedere alcuna libertà, tutto ciò che esiste. In realtà, infatti, si può credere in un Dio personale oppure, non credendo in lui, si possono inventare altre divinità ed altri idoli. Non me ne abbiano i vari Piergiorgio Odifreddi, Edoardo Boncinelli, Eugenio Scalfari, Corrado Augias, Umberto Veronesi, Giulio Giorello, Telmo Pievani, Richard Dawkins, Sam Harris, Michel Onfray e quanti perseguono con tenacia e continuità la loro battaglia per l’ateismo: l’ateo, per chi scrive, è colui che nega assolutamente un Dio creatore, personale, legislatore universale di ciò che è fisico e di ciò che è spirituale, non per togliere all’universo e all’umanità la possibilità di un senso, ma per creare, implicitamente o meno, una nuova fede, un nuova religione, un religamen con altre credenze, altri riti, altri dogmi. Questo tipo di ateo è dunque, per chi scrive, più che un “non credente”, un “diversamente credente”, si chiami Dawkins, Onfray o Giuseppe Stalin. Come diceva Dostevskij, infatti, “vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei”.

In questo libro dunque non parlerò dell’ateismo che potremo definire “tragico”, quello, ad esempio, di grandi personalità dell’Ottocento, da Baudelaire a Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti, ecc… L’ “ateismo” di costoro, come quello di tutti coloro che pur ricercando ancora non conoscono e non credono, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di “capire” e di penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse, meglio, senza riuscirci interamente. Nasce da domande fondamentali, impossibili da evadere, che possono magari rimanere senza risposta, ma che non cessano comunque di “torturare” il cuore, come dimostrano le crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali – come Huysmans, Wilde, Ungaretti – approdati poi a una Fede forte e convinta. Questi grandi autori che ho citato sono rappresentativi perché incarnano la crisi delle certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una ideologia, atea nell’apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa nei modi e nelle manifestazioni, perché idolatrica.

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