Canada, donna strangola un neonato ed è libera: «è solo un aborto in ritardo!»

Quanti arriverebbero a chiedere l’ergastolo per una donna che avesse strangolato un cucciolo di cane? In migliaia. Eppure in Canada una donna ha fatto lo stesso con un neonato e il giudice Joanne Veit, della Court of Queens’ Bench della provincia dell’Alberta, l’ha lasciata libera, consigliandole solo una consulenza psicologica e comminandole una pena di tre giorni di lavoro socialmente utile.

E’ accaduto ad Edmonton, in Canada, e il caso –si legge su Zenit.it– conferma tutti i peggiori timori dei movimenti per la vita, ovvero che la legalizzazione dell’aborto e l’assuefazione alla pratica portano inevitabilmente all’accettazione dell’infanticidio. La donna in questione è la venticinquenne Katrina Effert, che ha strangolato il 13 aprile del 2005 il bimbo appena partorito in segreto nel bagno della casa dei suoi genitori e poi – dopo alcune ore – ha scaraventato il corpicino nel giardino di un vicino. La giovane ha spiegato di aver ucciso il piccolo per evitare che i suoi genitori, i quali ignoravano che la loro figlia fosse incinta, sentissero i suoi vagiti o pianti.

Il giudice ha deciso pochi giorni fa che la Effert non dovrà scontare alcun giorno dietro le sbarre per l’infanticidio e il motivo è che «”i canadesi sono addolorati per la morte di un neonato, specialmente se avviene per mano della madre del neonato, ma i canadesi piangono anche per la madre […]. In generale comprendono, accettano e simpatizzano con le gravose fatiche che una gravidanza e un parto esigono dalle madri, soprattutto dalle madri prive di sostegno». Il parto avrebbe portato la donna alla depressione e quindi è comprensibile l’infanticidio e non bisogna incarcerare la responsabile. Questa è anche la tesi dell’avvocato difensore, Peter Royal.

Per la Abortion Rights Coalition of Canada (ARCC), guidata da Joyce Arthur, la sentenza pronunciata dalla giudice Veit è soddisfacente. Nella sua pagina su Facebook, la lobby abortista arriva a commentare: «Una situazione tragica, ma certo ci sono ragioni inoppugnabili per ritenere l’infanticidio un crimine inferiore all’omicidio». La diffusione della mentalità abortista ha dunque spalancato la porta ad una maggiore accettazione sociale dell’infanticidio. D’altra parte sono anni che filosofi atei (e animalisti) come l’australiano Peter Singer, docente a Princeton, sostengono che «non c’è una netta distinzione tra il feto e il bambino neonato. Il fatto che un essere sia un essere umano non è rilevante all’immoralità dell’ucciderlo. Sono piuttosto caratteristiche quali la razionalità, l’autonomia e l’autocoscienza che fanno la differenza. Neonati con malformazioni mancano di tali caratteristiche. Pertanto ucciderli non può essere posto sullo stesso piano dell’uccidere esseri umani normali, o qualsiasi altro essere autocosciente» (P. Singer, “Etica pratica”, Liquori 1989). Questo neonato strangolato era sanissimo, tra l’altro.

L’attivista per la vita Jonathon Van Maren ha accusato le mentalità laica secondo cui è ammissibile l’infanticidio come “aborto molto, molto tardivo”. Ha poi aggiunto: «La depressione post-partum […] serve come scusa per strangolare il neonato. Se riesci a dimostrare che eri depressa, uccidere tuo figlio è qualcosa di comprensibile e se ascolti questa giudice, accettabile». Il noto commentatore Mark Steyn ha scritto su sul National Review Online: «la Effert non era nemmeno una persona “senza sostegno”: viveva tranquillamente a casa dei suoi genitori, che le fornivano vitto ed alloggio». Altre critiche sono arrivate da ogni dove, come da Susan Martinuk su Calgary Herald, Mindelle Jacobs su EdmontSun ecc. Wesley J. Smith nel suo blog, constata amereggiato: «Così l’aborto genera simpatia per l’infanticidio in Canada. Eppure, se la donna avesse strangolato un cucciolo, sappiamo benissimo che non avrebbe suscitato alcuna simpatia».

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