«Sono Luca, ero gay, ne sono veramente uscito e sono veramente discriminato»

Mica tutti i “coming out” sono graditi. Sulla pubblica confessione del 39enne Luca di Tolve (a cui pare si sia ispirata la canzone di Povia, durante Sanremo 2009 e vincitrice del “Premio Mogol”) di essere tornato eterosessuale, si è scatenato un finimondo, a confermare la violenza culturale che la lobby omosessuale ha creato. Coronato Mister Gay nel 1990, manager di successo, andava alle feste di Versace, era ospite a bordo dello yacht di Puff Daddy, organizzava crociere animate da drag queen e transessuali, versione omosex della Nave dell’amore. Guadagnava bene, viveva nel centro di Milano, girava con l’autista ed era anche un noto dirigente dell’Arcigay. Il Giornale aggiunge che fino ai 27 anni Luca viveva di «festini», di rapporti occasionali, consumati anche all’aperto, o come si dice in gergo di «cruising». Party notturni, alcol, sesso facile e promiscuo. Poi è arrivata la malattia, la sieropositività al virus Hiv, che ha fatto strage di omosessuali (Il Centers Disease Control ha mostrato che le diagnosi di HIV tra gli omosessuali attivi negli Stati Uniti sono 44 volte superiori a quelle degli altri uomini, Ultimissima 18/10/10).

SCOPRE LA TERAPIA DELLO PSICOLOGO NICOLOSI. Questo fatto drammatico lo porta a riflettere: «Si, credevo di essere io lo sfortunato che non trovava l’anima gemella. Poi mi sono reso conto che attorno a me tutto era impostato in modo frivolo, superficiale, che ero circondato da infelici, molti dei quali ossessionati dalla pornografia e dal sesso. E poi la morte: l’ho vista consumarsi negli amici attorno a me e alla fine ho dovuto farci i conti anch’io dopo aver scoperto di essere sieropositivo. Altro che gaiezza tra gli omosessuali – dice ricordando gli anni della trasgressione -. Dopo quelle nottate estreme, tra cocaina e popper, torni a casa con un carico emozionale enorme ma con un senso di solitudine infinito. E oggi pago con la mia salute il peso enorme di quei comportamenti». Dopo un ennesimo festino, «un amico stava preparando un esame di psicologia e ha dimenticato un mucchio di appunti sulla scrivania della mia stanza. Ho cominciato a leggere e ho scoperto della terapia riparativa dello psicologo Joseph Nicolosi. Gli appunti lasciati quella sera da un amico parlavano delle teorie di Nicolosi, del fatto che le pulsioni nei confronti dell’altro sesso spariscono se smetti di idolatrare gli uomini perché tu non riesci ad essere come loro, che l’omosessualità può nascere da un senso di rivalsa di un bimbo che vorrebbe avere più attenzioni da un padre assente».

CONVERSIONE AL CATTOLICESIMO. Così Luca si presenta alla libreria Babele di Milano, specializzata nelle tematiche gay: «Sono entrato in libreria ma il libro di Nicolosi non l’ho trovato. E lì ho capito che c’era una realtà che il mio mondo omosessuale cercava di tenere nascosta». Si incuriosisce e si indispone anche di fronte a queste teorie («insisto, ero un gay convinto, non è stato facile mettermi in discussione»), fino a che non decide di provare la terapia riparativa. Da quel momento l’inzio di una vita nuova e lentamente la ricostruzione di un’identità maschile ferita, negata, ma non scomparsa del tutto. Arriva anche la conversione al cattolicesimo a Medjugorje. Nel misterioso paesino jugoslavo, Luca incontra Teresa, che dal 2008 è sua moglie, «il dono più bello che la Madonna abbia voluto concedermi».

PERSEGUITATO DALL’ARCIGAY. Ma l’Aricgay non ci sta e ha avviato da due anni una campagna diffamatoria contro di lui. Tant’è vero che lo stesso Luca si è chiesto: «Perché se uno da etero passa a gay viene salutato come un eroe e se un omosessuale compie il percorso inverso viene tacciato di falsità e ipocrisia?» Anzi, «da quando ho dichiarato di aver chiuso con l’omosessualità mi sono trovato tutti contro. L’Arcigay e le altre associazioni di categoria mi guardano come a un rinnegato; gli opinion leaders che ne sostengono la causa mi ritengono un pericoloso grimaldello nelle mani degli atavici sostenitori della vecchia cultura retrograda e omofoba. Ho ricevuto minacce di morte, mi hanno denigrato pubblicamente giornalisti che non ho mai incontrato…». Minacce di morte, come quelle arrivate alla giornalista del Dailymail, Melanie Phillips, rea di aver avanzato una riflessione sull’iniziativa della lobby di aver inserito la cultura omosessuale in ogni materia scolastica affrontata nelle scuole inglesi (cfr. Ultimissima 4/3/11). Si difende dalle accuse: «Sono una persona in grado di intendere e di volere come lo ero quando ero un gay. La vera violenza è dire che è impossibile uscire dall’omosessualità. Basta con questa accusa di omofobia. Chi discrimina è chi pensa che gay si nasce. Non esiste certo un gene. La mia scelta ha richiesto coraggio, anche perché non ho dovuto lottare solamente contro le mie abitudini, praticare l’astinenza per un periodo, ma ho dovuto rinunciare anche ai privilegi di una società in cui essere gay è trendy, ti serve a trovare un lavoro più facilmente e a fare soldi più in fretta».

CHIEDE LA LIBERTA’ DI SCELTA. In questo clima oscurantista, a Luca non rimane che invocare la libertà di scelta, in un appello alla reciprocità che però non potrà mai essere preso in considerazione. Cadrebbe altrimenti «il dogma degli “omosessualisti” militanti», che suona «omosessuali si nasce e si rimane» e, per controbattere la definizione di “malati” riferita a chi prova tendenze omosessuali, postula una condizione nativa e genetica, quasi a creare un terzo sesso. Tutte distinzioni artificiose che -leggiamo in un articolo su Libero– ormai godono di una certa ufficialità anche nei consessi internazionali, dopo essere state accolte da qualche anno nel vocabolario politicamente ipercorretto delle Nazioni Unite. Al Palazzo di vetro di New York non si può più nemmeno parlare di due soli sessi, il maschile e il femminile, se non vi si aggiungono cinque generi, racchiusi nella sigla LGBTQ, che sta per lesbica, gay, bisessuale, transgender e queer. L’ultimo, il meno noto, coincide con l’identità di genere di chi cambia orientamento a seconda del desiderio del momento. Siccome si tende a riconoscere diritti a chiunque, si finisce per scambiare per una discriminazione la libertà di tornare all’eterosessualità abbandonando una delle altre categorie. Per questo Di Tolve lamenta che «il ministro della Salute e il ministro delle Pari Opportunità non sprecano una parola in questa direzione». Anzi, spendono il denaro pubblico per campagne di sensibilizzazione dalle quali sono esclusi i veri emarginati, gli omosessuali non gay, cioè coloro che non inalberano il vessillo arcobaleno per le loro rivendicazioni politiche.

NUOVO LIBRO IN USCITA. Luca ha fondato la onlus Lot, «per spronare i ragazzi dubbiosi a essere maschi fino in fondo». E spiega: «Odio gli omofobici, ma non sopporto nemmeno il messianesimo dell’Arcigay. Per loro l’omosessualità è quasi una conquista. Invece è una tendenza che si sviluppa a causa di traumi subiti durante l’età della crescita. Chi nasce maschio deve fare cose da maschio. Deve seguire la sua natura. I veri maschi entrano in una comunione profonda tra di loro, senza per questo avere rapporti sessuali. È l’amicizia virile che unisce. Io invece avevo solo legami superficiali, la passione erotica mi abbagliava, pensavo fosse quello il cameratismo che cercavo. Credevo che quella fosse la mia condizione, irreversibile. Ero un egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, ossessionato dai soldi, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo» (cfr. Adnkronos). E’ esplosa anche l’idea di scrivere un’autobiografia e la convinzione che come lui molti potrebbero «riscoprire la loro parte maschile, ma soprattutto smetterla di soffrire». In questi giorni è infatti uscito: “Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso” (Piemme 2011).

In questi video (girati in uno studio abbastanza improponibile e in un contesto eccessivamente mellifluo e denso di sacerdoti, come putroppo la maggioranza delle trasmissioni televisive cattoliche) Luca racconta la sua testimonianza. Ospite anche la psicologa Elena Spada, terapista della riabilitazione cognitiva ed esperta di disturbi specifici dell’apprendimento.

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