Amy-Jill Levine: «Da studiosa ebrea rafforzo la fede cattolica, ingiuste le critiche»
- Interviste
- 02 Set 2026

La presidente ebrea dei biblisti, Amy-Jill Levine, risponde su UCCR alle critiche: “Tra i miei obbiettivi, rinforzare la fede cattolica“
Una risposta alle critiche, anche feroci.
Dopo l’intervista pubblicata da UCCR in occasione della sua elezione alla presidenza della Catholic Biblical Association of America (CBA), torniamo a parlare con Amy-Jill Levine.
Studiosa ebrea, docente emerito presso la Vanderbilt University e dal 1988 all’interno dell’associazione di biblisti cattolici degli Stati Uniti, la sua nomina ha suscitato dure contestazioni da parte di numerosi cattolici.
Nei commenti sulla nostra pagina web, sui nostri social e in altri portali esteri che hanno ripreso la notizia, molti sono rimasti scandalizzati dalla nomina di una storica di fede ebraica alla guida di biblisti cattolici.
Le critiche a Amy-Jill Levine
Sono emerse sue interpretazioni dei passi biblici riguardo l’omosessualità, la proposta di rivedere la proclamazione della Passione secondo Giovanni e dubbi sulla compatibilità tra il suo ruolo e la sua fede.
Su quest’ultimo aspetto, i critici non hanno tenuto in considerazione che la stessa associazione biblica ha avuto in passato presidenti non cattolici, senza che tali nomine suscitassero polemiche (ricordiamo Paul J. Achtemeier e il pastore battista Charles H. Talbert).
Lo stesso Benedetto XVI, tra l’altro, nominò addirittura a capo della Pontificia Accademia delle Scienze il biologo protestante Werner Arber, primo non cattolico alla guida della prestigiosa istituzione vaticana.
Sia la Conferenza episcopale statunitense che la stessa Catholic Biblical Association hanno espresso pieno sostegno alla studiosa in una dichiarazione in cui si sottolinea che «la virulenza di alcuni commenti non fa che rafforzare la necessità di affrontare il problema» dell’antisemitismo.
La prof.ssa Levine ha accolto con gratitudine l’offerta di replica da parte di UCCR.
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Le risposte affidate a UCCR
DOMANDA – Prof.ssa Levine, alcuni contestatori hanno chiesto come possa una studiosa ebrea, che quindi non riconosce Gesù come il Messia e Figlio di Dio nel senso cristiano, presiedere un’associazione dedicata agli studi biblici cattolici. La fede non influenza l’interpretazione dei testi?
RISPOSTA – Non metto in discussione le affermazioni centrali della tradizione cattolica, che si tratti dell’Incarnazione, della Risurrezione, del compimento delle Scritture, ecc. Tutto questo rimane al suo posto.
Per esempio, riguardo all’Incarnazione, mi interessano i racconti ebraici di nascite miracolose, la descrizione del Logos (la parola divina) fatta dal filosofo ebreo Filone, il modo in cui i racconti della nascita presenti in Matteo e Luca sarebbero stati ascoltati dai loro primi destinatari e il modo in cui si collegano alle Scritture d’Israele (ciò che la Chiesa chiama Antico Testamento).
Mi interessa molto anche Maria: quale fosse la vita delle donne ebree in Galilea, come la sua storia viene presentata in modo diverso nei vari Vangeli, come i testi del II e III secolo raccontavano storie della sua infanzia e della sua morte, ecc.
DOMANDA – E sulla resurrezione di Gesù?
RISPOSTA – Mi interessa collocare i racconti della risurrezione nel contesto delle diverse concezioni ebraiche della risurrezione o della vita dopo la morte. Mi interessa anche il modo in cui la fede nella risurrezione di Gesù abbia cambiato il modo in cui le persone agivano allora e successivamente.
Mi interessa inoltre il modo in cui gli ebrei hanno interpretato le citazioni relative al compimento delle Scritture: come quei versetti venivano ascoltati nei loro contesti originari, come li interpretavano altri ebrei dell’epoca di Gesù (per esempio, gli autori dei Rotoli del Mar Morto) e come sono stati compresi nel corso del tempo.
È possibile vedere questo lavoro nel libro che ho scritto insieme a Marc Z. Brettler.
DOMANDA – Quindi non serve essere cattolici o cristiani per studiare la Bibbia dal punto di vista accademico?
RISPOSTA – No, non è necessario credere nella dottrina cattolica (gran parte della quale è stata formulata dopo il periodo biblico) per interpretare, per esempio, Matteo come un testo che proclama la signoria di Gesù.
Si dovrebbero sempre leggere le Scritture di qualcun altro con generosità e benevolenza. In questo processo mi considero un’alleata della tradizione cattolica.
Infine, leggere il Nuovo Testamento fa parte anche della storia ebraica. Maria e Gesù erano ebrei, Paolo era ebreo, Pietro e Giacomo sono ebrei e non perdono mai questa identità.
Il mio lavoro può anche colmare alcune parti della mia stessa storia che la sinagoga non ha conservato.

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La teologia e la Bibbia
DOMANDA – Collegata a questo c’è una questione metodologica. Può uno studioso avvicinarsi al Nuovo Testamento esclusivamente attraverso il metodo storico-critico, anche se non condivide le affermazioni di fede contenute nei testi stessi? Ad esempio i passi riguardanti l’identità messianica di Gesù o il compimento delle Scritture d’Israele
RISPOSTA – Nessuno legge un testo senza presupposti.
In ambito accademico, come nella Catholic Biblical Association, mi trovo d’accordo con i miei colleghi cattolici (così come con i pochi altri membri ebrei e con i più numerosi membri protestanti e anglicani) su ciò che rende valido un commentario.
Ovvero, conoscenza delle fonti primarie, conoscenza dei contesti storici, conoscenza del modo in cui il testo è stato interpretato nel corso del tempo.
Poiché comprendo le affermazioni teologiche e, ancora una volta, insisto sul rispetto per la tradizione e per le persone che aderiscono a quella tradizione, il mio lavoro accademico porta a rafforzare la fede cristiana.
Per esempio, se le persone vogliono seguire Gesù più da vicino, è utile sapere come le sue parole sarebbero state comprese dagli ebrei che furono le prime persone alle quali insegnò.
Forse, se i vostri lettori leggessero i miei libri, vedrebbero rafforzata la propria fede cattolica. Questo è uno dei miei obiettivi.

I passi biblici sull’omosessualità
DOMANDA – In un suo contributo del 2022 esamina alcuni passi biblici: si sostiene che il suo approccio indebolisca i giudizi riguardanti il comportamento omosessuale.
RISPOSTA – Sono una studiosa della Bibbia e una parte del lavoro accademico consiste nel determinare, per quanto ci è possibile, sia ciò che i testi significavano nei loro contesti originari, sia il modo in cui sono stati interpretati nel corso del tempo.
Il metodo storico-critico ha un posto nell’insegnamento cattolico dal 1943: si vedano, per esempio, la Dei Verbum e il documento della Pontificia Commissione Biblica, “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa“.
Per citare quest’ultimo: «La Sacra Scrittura, in quanto “parola di Dio espressa in linguaggio umano”, è stata composta da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le fonti che stanno alla sua base. Per questo motivo, la sua giusta comprensione non solo ammette il ricorso a questo metodo, ma lo richiede effettivamente».
Anche la storia della ricezione, ossia il modo in cui il testo è stato compreso nel corso dei secoli, fa parte del lavoro dello storico. È questo ciò di cui ci occupiamo.
DOMANDA – Come questo si applica alla sua analisi dei passi biblici riguardanti l’omosessualità?.
RISPOSTA – Le considerazioni storiche comprendono la comprensione del motivo per cui le relazioni tra persone dello stesso sesso erano proibite nell’antichità, del modo in cui i passi pertinenti sono stati interpretati nel corso del tempo e del modo in cui vengono interpretati oggi.
La questione dell’interpretazione è particolarmente importante per le tradizioni che non sono fondamentaliste e letteraliste, e questo comprende sia la tradizione ebraica sia quella cattolica romana, che continuano a elaborare interpretazioni del testo. In effetti, questa è una delle nostre più grandi affinità.
Conoscere i dettagli storici non deve necessariamente compromettere la propria fedeltà alla tradizione.
Ho visto la Bibbia trasformata in un’arma contro le persone a causa di ciò che sono, del modo in cui vivono la propria vita e di ciò in cui credono. Penso che la Bibbia debba essere una roccia sulla quale stare in piedi, piuttosto che una roccia da scagliare per fare del male.
Cerco di aiutare le persone che sentono che la Bibbia non abbia nulla di consolante da dire loro, che sono state allontanate dalla Chiesa o che sono state portate a sentirsi meno che umane a causa di determinate interpretazioni di alcuni passi biblici. Anche questo è un lavoro di cura pastorale.
Saranno poi loro a decidere cosa fare, tenendo conto dell’insegnamento della Chiesa, della propria esperienza, delle proprie conoscenze di psicologia e biologia, ecc. Non spetta a me dirglielo.

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Riscrivere la liturgia cattolica?
DOMANDA – E’ emersa anche una sua proposta di riconsiderare la proclamazione integrale della Passione secondo Giovanni durante il Venerdì Santo. E’ una messa in discussione della lettura liturgica cattolica?
RISPOSTA – Circola la notizia che sia già in corso una revisione del Lezionario romano-cattolico, e Giovanni 18–19 potrebbe essere preso in considerazione per una revisione.
Non tutte le parole della Scrittura vengono lette nelle liturgie domenicali o nelle solennità e, in effetti, le letture liturgiche spesso omettono versetti tratti dai brani selezionati.
Mi chiedo se si potrebbe prendere in considerazione una lettura più sensibile agli insegnamenti della “Nostra Aetate” n. 4 e alle successive dichiarazioni della Chiesa. Anni fa, una task force della Catholic Biblical Association elaborò una lettura alternativa per il Venerdì Santo, quindi l’idea di una revisione non è affatto nuova.
DOMANDA – Di cosa si trattò?
RISPOSTA – Il passo Giovanni 19,12 recita: “Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà, ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare”.
L’espressione “i Giudei” – utilizzata circa 70 volte nel Vangelo di Giovanni – viene tipicamente impiegata in senso negativo.
Alle orecchie dell’assemblea, soprattutto di coloro che non hanno studiato la Bibbia nel suo contesto storico o la storia della sua interpretazione nel corso dei secoli, sono “i Giudei” – compresi gli ebrei di oggi – a portare la colpa per l’uccisione di Gesù.
Ancora una volta, il mio lavoro con la CBA (e in tutto il mondo cristiano) può essere utile. Leggere questo testo sapendo che nella stanza sono presenti degli ebrei crea una comprensione diversa del modo in cui il testo può essere ascoltato.

Presidente cattolico di studiosi ebrei?
DOMANDA – Infine, alcuni si domandano se un’associazione biblica ebraica sarebbe altrettanto disposta a nominare come proprio presidente uno studioso cattolico.
RISPOSTA – Se quel cattolico fosse pienamente informato sulla tradizione ebraica, fosse stato membro di quell’Associazione ebraica per decenni, avesse tenuto numerosi incontri pubblici patrocinati dall’Associazione, anche negli Stati Uniti, in Australia e nelle Filippine e avesse fatto parte di numerosi comitati di quell’Associazione.
Se avesse curato le recensioni librarie per la rivista dell’Associazione, si fosse impegnato nella promozione delle questioni care a quell’Associazione, avesse fatto parte dei comitati editoriali di riviste ebraiche divulgative (come io faccio parte del comitato editoriale di “Donna Chiesa Mondo”), avesse insegnato in scuole ebraiche (come io ho insegnato al Pontificio Istituto Biblico di Roma) e avesse trascorso una vita ad apprezzare gli insegnamenti dell’ebraismo (come io ho trascorso la mia ad apprezzare la tradizione cattolica), non vedo perché no.
Gli ebrei hanno ricoperto ruoli di leadership negli ospedali cattolici, hanno ricoperto posizioni di docenza e amministrative nelle università cattoliche, sono autori di libri pubblicati da case editrici cattoliche. Nulla di questo lavoro compromette la fede cattolica. Al contrario, segnala rispetto per quella fede.

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“Freno pregiudizi anticattolici”
DOMANDA – C’è qualcosa che vorrebbe dire ai nostri lettori più critici nei suoi confronti?
RISPOSTA – Sì. Potrebbe essere utile per loro sapere che, sebbene sia membro di una sinagoga ortodossa a Nashville, non sono d’accordo nemmeno con il mio rabbino.
Quando non sono impegnata ad aiutare a fermare i cristiani dal fare commenti antisemiti, per ignoranza o per insensibilità, aiuto ebrei e protestanti a smettere di fare commenti anticattolici. C’è lavoro da fare da entrambe le parti.
Ricordo anche l’invito di ogni papa successivo al Concilio Vaticano II che ha incoraggiato gli studiosi ebrei e cattolici a studiare insieme la Scrittura.
Papa Benedetto XVI, per esempio, scrisse nel 2011: «Dopo secoli di contrapposizione, riconosciamo come nostro compito il far sì che questi due modi della nuova lettura degli scritti biblici – quella cristiana e quella giudaica – entrino in dialogo tra loro, per comprendere rettamente la volontà e la parola di Dio».
Analogamente, Papa Francesco nella sua Evangelii Gaudium ha scritto: «Dio continua ad operare nel popolo dell’Alleanza Antica e fa sorgere tesori di sapienza che scaturiscono dal suo incontro con la sua parola. Per questo motivo, la Chiesa si arricchisce anche quando riceve i valori dell’ebraismo».
















25 commenti a Amy-Jill Levine: «Da studiosa ebrea rafforzo la fede cattolica, ingiuste le critiche»
L’intervista alla professoressa Levine offre un esempio straordinario di quello che potremmo definire “realismo gerarchico” dei saperi.
La tentazione della modernità è spesso quella di mutilare il reale per adattarlo al proprio metodo; la sapienza consiste invece nell’adattare il metodo al grado di realtà che si intende conoscere.
La prof.ssa Levine opera principalmente sul piano della conoscenza storico-filologica: studia il testo nelle sue fontes, nel suo contesto storico, culturale e linguistico e nella storia della sua ricezione, rispondendo alla domanda Quid est?. Come lei stessa osserva, nessuno legge un testo senza presupposti, ma il rigore accademico richiede conoscenza delle fonti, dei contesti e delle interpretazioni. Questo lavoro non deve necessariamente distruggere la fede: può, al contrario, contribuire a comprenderla più profondamente.
Qui emerge un principio fondamentale dell’ordo cognitionis: il livello storico-filologico non viene annullato dalla Rivelazione e dalla teologia, ma viene assunto e ordinato in una sintesi più ampia. La storia rimane storia, la filologia rimane filologia, la teologia rimane teologia. L’errore nasce quando un metodo pretende di oltrepassare arbitrariamente il proprio objectum formale: quando lo storico pretende di utilizzare la filologia per negare il Mistero, oppure quando il credente, per difendere il Mistero, rifiuta i dati storici che la ricerca può legittimamente stabilire.
È precisamente questa unità gerarchica, e non confusionale, dei saperi che permette il dialogo.
Ma nell’intervista c’è anche un insegnamento spirituale ancora più profondo. Levine si definisce un’“alleata” della tradizione cattolica e concepisce il proprio lavoro anche come una forma di cura pastorale: la Scrittura, dice, dovrebbe essere una roccia sulla quale stare in piedi, non una roccia da scagliare contro qualcuno.
Questo mi sembra un criterio decisivo per ogni autentica ricerca della verità.
La conoscenza può infatti essere percorsa in due direzioni. Può salire verso la sapienza, quando conduce dalla bellezza alla natura, dalla natura all’essere, dall’essere alla Rivelazione e dalla Rivelazione alla contemplazione. Ma può anche essere deformata dalla stoltezza, quando ciò che è conosciuto viene trasformato in strumento di appropriazione, piacere o potere.
E qui sta il paradosso della superbia spirituale: persino la conoscenza delle realtà più alte può diventare uno strumento per innalzare l’io e disprezzare il prossimo.
Per questo la vera sapienza non consiste nel poter guardare dall’alto gli altri, ma nel ritornare verso il basso attraverso la carità e il servizio. Quanto più alta è la verità ricevuta, tanto maggiore dovrebbe essere l’umiltà di chi la riceve.
In questo senso trovo particolarmente significativo il richiamo a Benedetto XVI: dopo secoli di contrapposizione, il confronto tra la lettura ebraica e quella cristiana della Scrittura può diventare un’occasione per comprendere più rettamente la Parola di Dio.
La vera gerarchia dei saperi, dunque, non produce un’élite che domina gli altri: produce una responsabilità maggiore verso gli altri.
E forse questo è uno dei segni più sicuri della sapienza: non quanto ci permette di elevarci sopra gli altri, ma quanto ci rende capaci di servirli.
Vorrei farti una domanda: quando gli studiosi cattolici hanno accettato supinamente gli studi di taluni protestanti che ponevano la morte di Erode al 4a.C. sconfessando la Tradizione, hanno fatto bene o male?
Eviterei, Lorenzo, di accettare la premessa implicita secondo cui la data del 4 a.C. sarebbe semplicemente una «sconfessione della Tradizione». La questione della morte di Erode è infatti una questione storico-cronologica, non un dogma della fede cattolica.
La tradizione si rifà ai conteggi di Dionigi il Piccolo; la datazione della morte di Erode al 4 a.C. si rifà ai conteggi ideologici, presi per oro colato anche dagli storici cattolici, dello Shurer.
Lorenzo, cos+ occorre distinguere i piani. Che la datazione della morte di Erode al 4 a.C. dipenda in larga misura dalla ricostruzione cronologica di Schürer è vero, come è vero che tale ricostruzione è stata contestata, anche da studiosi che propongono il 1 a.C.
Ma da questo non segue che gli studiosi cattolici che hanno utilizzato Schürer abbiano «sconfessato la Tradizione». Una datazione cronologica non è una verità di fede né appartiene, in quanto tale, al deposito della fede. È un’ipotesi storiografica, che può essere accolta, discussa o eventualmente corretta alla luce di nuove argomentazioni puramente di ragione storico-filologica
Questo è il nocciolo della questione cui mira l’articolo intervista ad Amy-Jill Levine: il fatto che uno studioso sia protestante, ebreo o appartenente ad altra tradizione non rende automaticamente false le sue conclusioni storiche; ciò che conta è la qualità degli argomenti. Allo stesso modo, il fatto che una ricostruzione sia stata accolta per molto tempo anche da studiosi cattolici non la trasforma in Tradizione vincolante.
Se poi vuoi sostenere che la data del 4 a.C. sia effettivamente errata e che quella dell’1 a.C. sia storicamente meglio fondata, questa è una discussione verificabile. Ma è una discussione di pura cronologia storica, non una questione nella quale si possa semplicemente opporre «Tradizione» a «Schürer».
Mi piace molto il tuo richiamo alla «economia della Rivelazione» che tiene insieme tre elementi indissolubili: i fatti, le parole e i misteri, perché è proprio quello che sta alla base dei miei studi.
Per meglio però chiarire come la supina accettazione della data del 4 a.C. porti con se altre conseguenze storiche, ti faccio notare che, di conseguenza, la data del “censimento” deve essere posta a prima del 7 a.C. e che, quindi, nel 29 d.C., Gesù avrebbe avuto 36 anni già compiuti.
Tu scrivi giustamente che, “circa trent’anni”, non significa “esattamente trent’anni”, ma vorrei farti notare che l’avverbio ὡσεί (hôsei) deriva dalla particella ὡς (hôs)(che significa come, addirittura come), e dalla congiunzione εἰ (ei) (che significa se); la traduzione esatta di ὡσεί (hôsei) è quindi: come, come se, similmente, circa, nell’accezione però di quasi, non di all’incirca.
Una traduzione fedele al testo greco “ωσεί ετών τριάκοντα” avrebbe dovuto quindi essere “quasi trent’anni”: Luca vuole perciò informare i suoi lettori che Gesù, nel quindicesimo anno di Tiberio, stava per compire trent’anni, cioè l’età idonea, secondo la Torah, ad assumere il compito di sacerdote nel tempio (solo i discendenti di Aronne potevano essere unti sacerdoti, ma Gesù è il Cristo, l’Unto per eccellenza)
Riguardo poi allo Schurer, vorrei farti notare che egli stesso ammette candidamente di aver forzato ideologicamente la data della morte di Erode togliendo un anno ai conteggi di Giuseppe Flavio, quando, nella nota 165 scrive: “Ma sappiamo che Giuseppe Flavio altrove conta un anno di troppo, secondo i nostri calcoli. Così conta dalla conquista di Gerusalemme da parte di Pompeo a quella di Erode ventisette anni {Antiq. xiv. 16. 4), mentre il vero numero è ventisei (63 a.C.-37 a.C.). Ancora, dalla conquista di Erode fino a quella di Tito conta 107 anni (Antiq. xx. 10), mentre furono solo 106 (a.u.c. 717-a.u.c. 823).).”
Tu ne fai una pura questione di lana caprina mentre è una questione basilare atta a separare il Cristo storico dal Cristo della fede, scindendo in tal modo il Cristo reale in due figure distinte.
Se infatti non si da credito alle esplicite affermazioni degli Evangelisti, i quali attestano di aver messo per iscritto fatti reali, tutti i Vangeli diventano una costruzione teologica, più o meno ispirata, degli autori, e non una raccolta di fatti reali aventi valore teologico.
Sperando di essere riuscito a chiarire il mio pensiero, provo a spegnarti, per sommi capi, come si arriva dall’accettazione della morte di Erode il 4 a.C., al Gesù come costruzione teologica degli evangelisti, nettamente distinto dal Gesù storico realmente esistito:
– Dionigi il Piccolo, nella sua ricerca della data della Pasqua, in armonia con i Vangeli ed in concordanza con i Padri, arriva a stabilire che Gesù compiva un anno nell’anno 1 d.C.
– Se però si accetta supinamente che Erode sia morto nel 4 a.C., si deve anche accettare che Gesù avesse 7 anni nell’1 d.C. e che, quindi, i “circa trent’anni” “nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare (29 d.C.)” siano un madornale errore storico dell’Evangelista.
– Se pertanto si prende atto che l’Evangelista il quale afferma esplicitamente che “così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”, abbia commesso un errore di tale portata, significa semplicemente che ha mentito quando afferma di aver fatto “ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi”.
– Se allora ha mentito Luca, per logica conseguenza si deve affermare che anche quello che scrivono gli altri Evangelisti non ha base storica e che i loro racconti sono sono invenzioni ad uso teologico e non fatti con significato teologico.
Lorenzo, ora il tuo argomento mi è molto più chiaro, e su un punto fondamentale sono d’accordo con te: non condivido affatto la dicotomia moderna fra un «Gesù storico» realmente esistito e un «Cristo della fede» costruito teologicamente dagli Evangelisti. I Vangeli intendono trasmettere fatti reali e storicamente accaduti, non semplicemente costruzioni simbolico-teologiche.
Ma proprio per questo non credo che la tua conclusione segua necessariamente dalle premesse.
La tua argomentazione presuppone infatti che la morte di Erode nel 4 a.C. sia un dato storico certo, che la cronologia di Dionigi costituisca il riferimento cronologico corretto per la nascita di Gesù, che «circa trent’anni» in Lc 3,23 debba essere inteso in senso praticamente matematico e che dall’eventuale discrepanza derivi necessariamente un errore storico di Luca. Ma nessuno di questi passaggi è così automatico.
Anzitutto, la data del 4 a.C. per la morte di Erode è una ricostruzione storiografica, non una verità appartenente al deposito della fede. È stata sostenuta da una lunga tradizione di studi, ma è stata anche contestata sulla base di argomenti cronologici e testuali. Dunque non si può assumere come dogma assoluto proprio ciò che in sede storica è ancora oggetto di discussione per dimostrare che Luca abbia commesso un errore.
In secondo luogo, «circa trent’anni» non significa «esattamente trent’anni». Se Luca avesse scritto «aveva esattamente trent’anni», il tuo calcolo avrebbe un peso diverso. Ma il testo usa una esplicita formula di approssimazione.
E soprattutto non vedo come si possa passare logicamente da «Luca avrebbe commesso un errore cronologico» a «Luca ha mentito quando afferma di avver fatto ricerche accurate». Un’eventuale imprecisione nella ricostruzione di una cronologia complessa non equivale a una menzogna intenzionale sull’aver svolto una ricerca. Si può ricercare accuratamente e tuttavia arrivare a una conclusione cronologica leggermente sfalsata rispetto ai nostri parametri moderni. Qui mi sembra che tu stia introducendo una premessa ulteriore: che l’accuratezza della ricerca implichi l’infallibilità matematica del risultato cronologico. Ma questa non è una conseguenza necessaria nella storiografia antica.
Quanto a Dionigi il Piccolo, non metterei sullo stesso piano la sua elaborazione accademica e la Tradizione apostolica. Il fatto che la sua “era cristiana” sia stata recepita dalla civiltà occidentale non significa che ogni sua determinazione cronologica sia stata dogmatizzata dalla Chiesa come verità di fede.
A questo proposito, mi tornano in mente le parole del noto biblista Padre Tarcisio Stramare, mio caro amico, che in una conferenza metteva in guardia proprio dalle derive di certa esegesi moderna che, parlando di “metodo delle forme” o “teologumeni”, finisce per polverizzare la storicità, ricordando che «se manca la storicità, cade tutto!». Per uscire da questa trappola, Padre Stramare rimandava alla chiave di lettura fondamentale della costituzione conciliare Dei Verbum (cap. 1, n. 2), là dove parla della «economia della Rivelazione». Questa economia è una struttura che tiene insieme tre elementi indissolubili: i fatti, le parole e i misteri. Ci sono i fatti della storia; ci sono le parole per interpretare quei fatti in modo soprannaturale; e c’è il mistero di salvezza in essi contenuto. Se togli i fatti storici, togli i fondamenti, come chi si siede sul ramo e lo taglia dalla parte sbagliata: alla fine vieni giù.
La storicità dei Vangeli è dunque una cosa, ed è intangibile perché senza i fatti cade la Rivelazione; la ricostruzione millimetrica della cronologia di Erode o dell’anno esatto della nascita di Cristo attraverso i calendari moderni è un’altra. Collegarle è legittimo per l’indagine storica; identificarle al punto da far dipendere la verità della fede da una coincidenza di date è un salto logico che rischia di fare il gioco di chi vuole polverizzare i Vangeli.
Quindi non considero affatto la questione «lana caprina». La considero una questione importante proprio perché riguarda il rapporto fra storia e fede. Ma bisogna evitare l’errore speculare: per difendere la storicità dei Vangeli non è necessario trasformare una determinata ricostruzione cronologica in un tribunale dell’attendibilità degli Evangelisti.
Mi piace molto il tuo richiamo alla «economia della Rivelazione» che tiene insieme tre elementi indissolubili: i fatti, le parole e i misteri, perché è proprio quello che sta alla base dei miei studi.
Per meglio però chiarire come la supina accettazione della data del 4 a.C. porti con se altre conseguenze storiche, ti faccio notare che, di conseguenza, la data del “censimento” deve essere posta a prima del 7 a.C. e che, quindi, nel 29 d.C., Gesù avrebbe avuto 36 anni già compiuti.
Tu scrivi giustamente che, “circa trent’anni”, non significa “esattamente trent’anni”, ma vorrei farti notare che l’avverbio ὡσεί (hôsei) deriva dalla particella ὡς (hôs)(che significa come, addirittura come), e dalla congiunzione εἰ (ei) (che significa se); la traduzione esatta di ὡσεί (hôsei) è quindi: come, come se, similmente, circa, nell’accezione però di quasi, non di all’incirca.
Una traduzione fedele al testo greco “ωσεί ετών τριάκοντα” avrebbe dovuto quindi essere “quasi trent’anni”: Luca vuole perciò informare i suoi lettori che Gesù, nel quindicesimo anno di Tiberio, stava per compire trent’anni, cioè l’età idonea, secondo la Torah, ad assumere il compito di sacerdote nel tempio (solo i discendenti di Aronne potevano essere unti sacerdoti, ma Gesù è il Cristo, l’Unto per eccellenza)
Riguardo poi allo Schurer, vorrei farti notare che egli stesso ammette candidamente di aver forzato ideologicamente la data della morte di Erode togliendo un anno ai conteggi di Giuseppe Flavio, quando, nella nota 165 scrive: “Ma sappiamo che Giuseppe Flavio altrove conta un anno di troppo, secondo i nostri calcoli. Così conta dalla conquista di Gerusalemme da parte di Pompeo a quella di Erode ventisette anni {Antiq. xiv. 16. 4), mentre il vero numero è ventisei (63 a.C.-37 a.C.). Ancora, dalla conquista di Erode fino a quella di Tito conta 107 anni (Antiq. xx. 10), mentre furono solo 106 (a.u.c. 717-a.u.c. 823).).”
Sul ὡσεὶ di Lc 3,23, «quasi trent’anni» è un resa più aderente alla sfumatura che vuoi mettere in evidenza. Ma non credo si possa dire che sia la traduzione obbligatoria. Il termine deriva da ὡς + εἰ e può significare «come se», «come», «circa», «all’incirca»; nel testo di Luca è seguito da ἐτῶν τριάκοντα. I lessici rendono comunemente il passo con « circa 30».
«Quasi trent’anni» non equivale a «stava per compiere trent’anni»: indica prossimità ai trenta, ma non specifica se Gesù avesse 29, 30 o qualcosa di più. Il tuo argomento cronologico richiede qualche passaggio dimostrativo.
Quanto al riferimento ai trent’anni, è interessante il collegamento con l’età levitica, anche se non identificherei proprio per nulla il ministero del Signore Gesù con quello levitico: il Nuovo Testamento presenta infatti Cristo come sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek. Il valore tipologico del numero può essere significativo senza diventare necessariamente una prova cronologica.
Su Schürer, invece, hai portato un punto forte. La nota che citi è fondata sul problema del diverso modo di computare gli anni di Giuseppe Flavio: Schürer osserva che Giuseppe sembra contare un anno in più rispetto al nostro computo e propone di spiegare la discrepanza con il computo inclusivo delle frazioni di anno.
La citazione dimostra che Schürer «corregge» il computo di Giuseppe Flavio sulla base della propria ricostruzione cronologica; non dimostra da sola che lo abbia fatto per una «forzatura ideologica».
La domanda che stiamo discutendo non è più «4 a.C. o 1 a.C.?» ma “quale ricostruzione rende meglio conto sia dei dati di Giuseppe Flavio, che della cronologia evangelica e della tradizione cristiana?”
Vorrei farti una domanda: se una persona ha 36 anni già compiuti, è più corretto dire che ha circa 30 anni o che ha circa 40 anni?
Riguardo ai trent’anni, al tempo di Gesù quella era considerata l’età del raggiungimento della piena maturità fisica, mentale e di giudizio, e rendeva idonei a guidare una comunità e ad interpretare ed insegnare pubblicamente la Torah, era cioè l’età in cui poter ammaestrare dei discepoli ed essere definito rabbi: che poi l’unzione di Cristo, che non era della tribù di Levi ma della tribù di Davide, non fosse esclusivamente sacerdotale ma sacerdotale, regale e profetica (quella che noi riceviamo nel Battesimo quando veniamo unti col Crisma) mi sembrava ovvio.
Dopo un mio lungo interloquire con l’AI, la stessa ha ammesso che la datazione della morte di erode al 4 a.C. è una “concordanza accademica” che però crea più problemi con le realtà fattuali storiche di quanti non ne risolva; con la datazione della morte di Erode tra l’eclisse del 10 gennaio 1a.C. l’inizio del mese di Nisan dello stesso anno, invece, i problemi con le fattualità storiche sono pressoché inesistenti anche se, in realtà, non tutto combacia alla perfezione perché non pochi dati dati storici del periodo attorno all’inizio della nostra era sono discordi, lacunosi ed imprecisi.
Lorenzo, la ragione storica non deve trasformare una ricostruzione prevalente in un dogma. Anche qui occorre realismo epistemologico: distinguere ciò che sappiamo, ciò che è altamente probabile e ciò che rimane discusso.
Tuttavia, in realtà devo confessare che mi sono lasciato prendere la mano, ma il mio intento era molto più circoscritto: difendere la studiosa proprio dal rischio di svalutarne il contributo semplicemente perché non ha la fede in Cristo. È vero che, per san Tommaso, nella teologia non basta la perfezione dell’intelletto: occorre anche una certa rettitudine dell’affetto, perché la sacra doctrinanon è una scienza puramente speculativa, ma una conoscenza ordinata a Dio. Ma non sono sicuro che questo principio possa essere trasferito senza distinzione a una disciplina storica come l’esegesi. Un esegeta può non condividere la fede cristiana e tuttavia possedere autentiche competenze filologiche, storiche e critiche, e dunque contribuire realmente alla conoscenza del testo. La fede perfeziona la ragione, ma non sostituisce il metodo proprio delle singole scienze. Per questo mi sembrava più giusto valutare Levine per ciò che effettivamente sostiene e argomenta, lasciando che sia poi la verità stessa a mostrare dove il suo percorso può condurre.
Tornado al tema dell’articolo, non nego la competenza della studiosa ebrea, pur contestando l’opportunità di metterla a capo di un gruppo di teologi cattolici, ma vorrei farti notare che gli ebrei non usano la bibbia dei settanta, che risale al III/II secolo a.C., ma usano la bibbia masoretica, redatta nel VI secolo d.C., al fine di rifiutare definitivamente il testo biblico usato dai cattolici.
Riguardo alla data della morte di Erode, io non faccio di una datazione storica un dogma, ma cerco semplicemente riscontri storici obiettivi che testimonino la veridicità storica di quanto è scritto nei Vangeli: e qui mi fermo perché spero che, con l’approssimarsi del Natale, ci sarà la possibilità di trattare nuovamente il problema dei riscontri storici riguardo a quanto hanno lasciato scritto gli Evangelisti.
Un fraterno abbraccio in Cristo.
Lorenzo, grazie, e ricambio volentieri l’abbraccio in Cristo. Mi pare che sul punto essenziale ci siamo chiariti: anch’io non intendevo affatto sostenere che ogni conclusione di Levine debba essere accolta, ma soltanto che la sua competenza storica ed esegetica non possa essere svalutata per il fatto che non condivide la fede cristiana.
Sulla Settanta farei solo una piccola precisazione: la tradizione masoretica non nasce semplicemente nel VI secolo per respingere la Settanta, e la LXX stessa è una traduzione ebraica precristiana, dunque una testimonianza testuale di grande valore storico anche per l’esegesi cristiana. Proprio per questo credo sia utile confrontare serenamente le diverse tradizioni testuali, senza trasformare una ricostruzione storica in una questione confessionale.
Quanto a Erode, condivido pienamente il tuo criterio: non fare della cronologia un dogma, ma cercare i riscontri storici che permettano di verificare quanto gli Evangelisti ci hanno trasmesso. Sarà interessante riprendere la questione verso Natale, con calma e senza pregiudizi.
Un fraterno abbraccio in Cristo!
Ribadisco che nominare la signora Amy-Jill Levine alla presidenza della Catholic Biblical Association of America è stato un errore madornale perché ci si sarebbe dovuti limitare alla sua, pur ottima, consulenza.
Quando infatti la studiosa afferma che “L’espressione “i Giudei” – utilizzata circa 70 volte nel Vangelo di Giovanni – viene tipicamente impiegata in senso negativo”, ha perfettamente ragione, ma non si rende conto che, tra quei “Giudei”, è inclusa anche lei:
– Gesù è definito re dei Giudei;
– Giovanni afferma esplicitamente che “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”;
– i Giudei, come afferma esplicitamente Giovanni, sono coloro che rifiutano Colui che “era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”;
– Giovani lo chiarisce esplicitamente questo quando scrive che “I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”;
– Giovanni afferma cioè che coloro che sono i capi spirituali cui fanno riferimento coloro che si definiscono ebrei, rifiutano che il Verbo abbia chiaramente affermato di essere il “Re dei Giudei”;
– Quindi tutti coloro che, anche oggi, rifiutano di riconoscere che Gesù era “il Verbo (che) era presso Dio e (che)… era Dio”, sono come i Giudei, di cui scrive Giovanni, che rifiutano con le parole e con i fatti il loro Re.
Domanda: è opportuno porre a capo della Catholic Biblical Association of America una persona la quale afferma esplicitamente che le “interessa collocare i racconti della risurrezione nel contesto delle diverse concezioni ebraiche della risurrezione o della vita dopo la morte”?
Tutto un discorso fumoso per rendere la Bibbia adattabile ai bisogni dell’uomo, è ben leggibile “tra le righe”.
Vero è che chiunque potrebbe studiare la Bibbia seriamente, ma bisognerebbe essere totalmente al di sopra delle parti, cosa molto difficile.
Già il fatto di non voler assegnare ai giudei la responsabilità della morte di Gesù dovrebbe allarmare. Chi avrebbe, allora, messo a morte Gesù? I Romani? Allora ci si dovrebbe preoccupare di non creare una forma di razzismo o di odio contro il popolo romano o italiano in genere (i romani ebbero la responsabilità di esecutori). L’antisemitismo non nasce in risposta a ciò che attesta il Vangelo.
In ogni caso, cosa si vorrebbe fare credere? Che Gesù si è crocifisso da solo?
Inoltre voler trovare una giustificazione nei rapporti omosessuali in base ad una cattiva interpretazione della Bibbia è oltremodo discutibile. Molto probabilmente nel racconto di Sodoma e Gomorra si va molto al di là del semplice rapporto omosessuale, si commettevano stupri, omicidi… Ma resta il fatto che si tratta di un rapporto contro natura. Allora, per onestà intellettuale, si dovrebbero rivedere anche gli atti masturbatori e quelli adulterini. È ben chiaro, che si procede secondo una richiesta o esigenza della società attuale.
Penso che se la gente andasse in strada a protestare, come fanno nei gaypride, per poter avere il diritto alla masturbazione o ai rapporti fuori dal matrimonio si verrebbe a creare la stessa “manipolazione” della Bibbia che non deve essere strumento di ostacolo o “usata” per condannare l’altro (secondo la studiosa in oggetto).
Il tentativo di Papa Benedetto XVI di scegliere come capo della pontificia accademia delle scienze un protestante fa pensare proprio alla possibilità d’essere al di sopra delle parti in modo da favorire anche una revisione della propria religione personale, una cosa buona in sé ma difficile.
Anche un cattolico avrebbe difficoltà in tal senso, ma almeno, si spera, e non è così scontato, che sia tentato di reimpostare la lettura della dottrina Cattolica.
Non credo che l’errore sia nelle affermazionei della tizia: l’errore è di aver masso a capo di coloro che dovrebbero istruirci sulla divinità di Gesù Cristo una persona che rifiuta che Gesù Cristo sia Dio.
Io direi entrambe le cose.
Capisco cosa intendi, però gli orrori teologici della tizia sono utili per aiutare a chiarire meglio la teologia cattolica
Stiamo parlando di una persona a cui è stato dato un incarico specifico e importante, le cui opinioni o spiegazioni avranno un peso altrimenti non sarebbe lì.
Per cui chi dovrebbe aiutare a comprendere meglio la dottrina Cattolica? Mi auguro di sbagliare, ma non mi sembra sia una persona “sopra le parti”.
Gli ebrei hanno sempre dentro di sé la ferita dell’antisemitismo.
Essi non hanno dogmi, per cui sono più propensi ad interpretare un cristianesimo che si pieghi all’uomo.
Ma siccome ho fiducia nello Spirito Santo, so per certo che la Chiesa Cattolica è ben assistita.
Purtroppo la scelta dell’elezione di una studiosa non cristiana (e cattolica) alla Catholic Biblical Association of America non solo è una scelta sbagliata, ma secondo è sintomo di un profondo relativismo. Infatti, come è stato rilevato, come si può affidare ad una persona di religione ebraica, che quindi nega la divinità di Cristo, la presidenza di una istituzione influente cattolica (con conseguenze sulla formazione dei sacerdoti, senso dei sacramenti, rilettura e reinterpretazione dei testi)? Questo è il punto. Inutile poi stare ad analizzare le parole della stessa neo presidente che ovviamente anche in questa intervista confermano la perniciosità di tale assurda scelta. Questa persona mi sembra anche che si senta investita di un ruolo “messianico” quando afferma con inconsapevole arroganza “il mio lavoro accademico porta a rafforzare la fede cristiana.” La sua missione è di rafforzare la fede cristiana? Secondo me la sua missione rientra in una tendenza più grande (e già manifesta) che è quella di liquefare il cristianesimo per farlo rientrare nel grande ebraismo.
Il cattolicesimo non rientrerà mai nel grande ebraismo perché “le forze degli inferi non prevarranno”, ed alla fine anche gli ebrei riconosceranno che Gesù Cristo è Dio.
Più che altro direi che si vuol fare rientrare il cristianesimo nell’ambito dei capricci umani.
Satana le prova tutte, ma è l’eterno sconfitto!
Bellissima intervista, orgoglioso di sapere di questa “alleanza” con questa studiosa che è davvero di primo piano nello studio delle scritture ebraico-cristiane. Grazie anche a questo sito per averci creduto, vi trovo sempre molto credibili e una delle poche pagine autenticamente cattoliche che consoco.