Gesù non è Dio nel Vangelo di Marco? Una risposta a Bart D. Ehrman
- Ultimissime
- 13 Ott 2026

Per lo studioso agnostico B.D. Ehrman l’evangelista Marco non presenta Gesù come Dio. Come gli ha risposto il teologo Wesley Huff.
Nessuno più ne contesta l’esistenza storica.
Quel che si tenta di fare è piuttosto negare la natura divina di Gesù, sostenendo che le concezioni cristologiche sul suo conto sarebbero emerse tardivamente, dopo la sua morte, attraverso una progressiva elaborazione della fede cristiana.
Tra i più noti a difendere tale tesi c’è lo studioso statunitense Bart D. Ehrman, autore di “How Jesus Became God” (Harperone 2014) e sostenuto da uno staff che riesce a divulgare ottimamente le sue idee sui social.
UCCR ha recensito criticamente il libro, documentando che si tratta di un riciclo di vecchie tesi (risalenti al teologo protestante Wilhelm Bousset), fortemente contestate dai grandi specialisti del tema (ed Ehrman non lo è), come Martin Hengel, Larry Hurtado e Richard Bauckham.
Oggi segnaliamo anche l’opportuna obiezione del teologo Wesley Huff, specializzando in Storia degli antichi manoscritti biblici presso il Wycliffe College (Università di Toronto).
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Ehrman e la cristologia bassa
Huff si è occupato della tesi di B.D. Ehrman secondo cui il Vangelo di Marco, indicato tradizionalmente come il più antico (ma successivo alle lettere di Paolo, dalle quali emerge chiaramente la divinità di Gesù), presenterebbe Gesù come semplice uomo, un profeta e un Messia adottato da Dio.
In uno dei suoi video, Ehrman inserisce infatti l’evangelista in uno dei rappresentanti della cosiddetta cristologia dal “basso”: «nNel Vangelo di Marco, Gesù non viene mai chiamato Dio», afferma lo studioso agnostico.
«Viene chiamato il Figlio di Dio, ma nell’Antico Testamento, il figlio di Dio viene generalmente inteso come una sorta di essere, un angelo o un essere umano, che è stato incaricato da Dio di una particolare missione sulla terra».
Secondo questa lettura, tale espressione non implicherebbe necessariamente la divinità.

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La divinità di Gesù in Marco
Huff ha contestato il metodo stesso con cui si arriva a questa conclusione.
A suo giudizio, Marco non presenta effettivamente una dichiarazione esplicita del tipo «Io sono Dio», ma costruisce progressivamente l’identità divina di Gesù attraverso allusioni alle Scritture e azioni che, nell’Antico Testamento, appartengono esclusivamente a Dio.
In ogni capitolo di Marco si può osservare questo.
Nel primo capitolo, l’evangelista cita Isaia 40,3 parlando della voce che prepara «la via del Signore». Ma, osserva Huff, nel testo di Isaia la via viene preparata per Yahweh. In Marco, invece, Giovanni Battista prepara la via a Gesù.
«Non è Gesù a preparare la via per Yahweh, è Giovanni a preparare la via per Gesù», osserva. Per Huff, quindi, «proprio all’inizio compare la divinità di Gesù».
La stessa dinamica si ritrova nel secondo capitolo, quando Gesù perdona i peccati.
Gli scribi reagiscono: «Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?». Huff sottolinea che Gesù non corregge questa attribuzione, ma agisce direttamente con quella che definisce «la prerogativa di Dio».
Nei capitoli seguenti arrivano i miracoli: Gesù domina Satana, calma la tempesta, cammina sul mare e risuscita la figlia di Giairo.
Proprio su quest’ultimo evento, c’è un parallelo chiaro di Elia che risuscita il figlio della vedova invocando Yahweh affinché le restituisca la vita (1 Re 17). Gesù, al contrario, risuscita dalla morte la giovane dicendole semplicemente di alzarsi. Come negli altri casi, lo fa sulla base del proprio potere.

“Io lo sono”
Il culmine arriva in Marco 14.
Alla domanda del sommo sacerdote se fosse «il Cristo, il Figlio del Benedetto», Gesù risponde «Io lo sono» e subito parla del «Figlio dell’uomo» seduto alla destra della Potenza e veniente «sulle nubi del cielo», richiamando Daniele 7.
Huff osserva che il sommo sacerdote comprende perfettamente la portata scandalosa della dichiarazione e reagisce stracciandosi le vesti e accusandolo di bestemmia. E Gesù non lo corregge.
«Non c’era alcuna legge contro il dichiararsi un figlio di Dio», osserva il teologo. «La legge proibiva invece di dichiararsi il Figlio di Dio in un modo speciale, con uno status divino».

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La propedeutica di Gesù
L’assenza della frase esplicita “Gesù è Dio” non equivale all’assenza della divinità di Gesù, piuttosto fa parte della propedeutica espressa da Gesù di svelarsi in maniera graduale.
«Capitolo dopo capitolo», spiega Wess, «possiamo trovare esempi in Marco di una prerogativa divina o un’indicazione della divinità di Gesù».
Quella di Marco, in definitiva, risulta essere una cristologia già profondamente alta, costruita attraverso una fitta rete di riferimenti biblici.


















6 commenti a Gesù non è Dio nel Vangelo di Marco? Una risposta a Bart D. Ehrman
Marco costruisce una pedagogia progressiva proprio per accompagnare il lettoro o l’ascoltatore a interiorizzare gradualmente la notizia inaudita che Gesù sia Dio. È talmente evidente che ci arrivo anche io a capire il messaggio.
A quel punto cosa succede? Uno può dire: “Marco dice questo, ma io, comunque, non sono d’accordo con Marco e non credo che Gesù sia Dio”. Ok, posizione da rispettare.
E, invece, cosa fa il signor Bart D. Ehrman? Dice: “no, Marco non voleva dire questo: non avete capito niente, Marco voleva dire un’altra cosa”
Io ammetto che rimango senza parole. A questo punto vale tutto: la prossima cosa che si inventeranno è che Gesù è morto di freddo e la crocifissione è solo una figura retorica
Aggiungo che anche il termine “Figlio di Dio” era scandaloso per un ebreo del tempo. YHWH era l’assolutamente altro, non poteva certo avere “figli” che si permettessero pure di chiamarlo “Abba” (avremmo detto noi “babbo”). Anche questa affermazione che Ehrman liquida facilmente non è affatto scontata e punta dritta verso la divinità di Cristo.
E con questa affermazione, guardacaso, Marco apre la sua opera: “inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.
In Marco 14.62 non è scritto «Io lo sono».
Nella Vulgata è scritto “ego sum”.
Nella versione greca è scritto “εγώ ειμι”.
Il Esodo 3.14, quando Dio risponde a Mosè che gli aveva chiesto il chi era, è scritto:
– nella Vulgata “ego sum qui sum”,
– nella Settanta “Ἐγώ εἰμι ὁ ὤν”.
Le cose notate dal teologo le aveva scritte a suo tempo anche Benedetto XVI, ricordo. E proprio quando Gesù si pone alla destra della Potenza (usando questo termine per non dire YHWH), equiparandosi quindi a Dio, Caifa si traccia le vesti.
Poi, santa benedizione, Ehrman ha un attimo stancato con sempre le stesse teorie già a sufficienza smentite. Più di ciò che dicono esplicitamente (e comunque, dicono), i Vangeli presentano un Gesù in grado di perdonare i peccati (prerogativa esclusiva di Dio), di porsi al di sopra della Legge (che era stata data da Dio)… a noi possono risultare cose scontate, ma 2000 anni fa per un ebreo erano segni chiarissimi.
Tempo fa avevo iniziato a fare un documento da inviare a UCCR proprio raccogliendo tutti i passi in cui i Vangeli mostrano chiaramente la divinità di Gesù… forse è tempo di riprenderlo.