Questa donna è rinata dopo aver respinto l’eutanasia due volte

eutanasia donna

La storia di Zoë raccontata da “The Guardian”. Per due volte ha rifiutato l’eutanasia, il suo desiderio di morte era in realtà un grido d’aiuto.


 

I Paesi Bassi vantano un triste record di morti per eutanasia.

Ma tra tutte queste storie ce n’è una di redenzione e rinascita, quella di Zoë.

L’ha raccontata “The Guardian”, omettendo il vero nome della donna per proteggere la sua identità.

 

Il primo tentativo di eutanasia (rifiutato)

Fin da quando aveva raggiunto la maggiore età, aveva cercato di convincere la sua famiglia e le autorità a lasciarla morire per eutanasia a causa di un “insopportabile” sofferenza mentale. Un disturbo che nei Paesi Bassi è sufficiente ad autorizza il sistema giuridico a concedere la morte assistita.

Questa sofferenza nacque con gli abusi subiti in piena adolescenza, soprattutto dal fatto che il colpevole non era mai stato ritenuto responsabile.

Fu solo a 22 anni, nel 2023, che un comitato medico olandese le concesse il permesso legale per porre fine alla sua vita.

Nei mesi precedenti, Zoë aveva pianificato ogni dettaglio del suo “addio”.

Aveva scelto la musica, preparato magliette commemorative per i suoi cari e persino deciso che avrebbe indossato un abito bianco nel suo ultimo momento, simbolo di un’esistenza che lei percepiva ormai completamente oscurata dal dolore.

Ma quando l’iniezione letale stava per esserle somministrata e il medico le chiese: “Sei sicura?”, la giovane donna scoppiò in lacrime e, nella paura di ciò che stava per accadere, disse no.

Quella prima rinuncia non fu l’ultima.

 

La seconda eutanasia e la rinascita

Dopo un periodo di ricovero in un reparto psichiatrico e un tentativo di reinserimento in una struttura di vita assistita, Zoë riprese il percorso verso l’eutanasia con la convinzione di non poter sopportare oltre la propria sofferenza.

Ma anche in quella seconda occasione, nonostante le terapie, le sessioni di psicoterapia e gli sforzi profusi per dimostrare di aver tentato ogni possibile via di cura, emise un nuovo rifiuto a procedere con l’iniezione letale.

Quello fu incredibilmente il momento della rinascita.

Da allora Zoë vive in una comunità di supporto per persone con difficoltà di salute mentale. Ha smesso di fumare, ha ripreso a correre, ha ristabilito rapporti con la sua famiglia e sta lentamente scoprendo che la vita può offrire sprazzi di significato anche tra le ombre.

Non tutti i giorni sono facili e i pensieri legati alla morte non sono scomparsi del tutto, ma pensa che la morte stia “al fianco della vita”. Il suo più grande desiderio oggi non è morire ma completare gli studi ed andare in Africa come volontaria.

 

La richiesta di morte è un grido d’aiuto

Quello che tutti confondevano con desiderio di una morte dignitosa era in realtà semplicemente un grido di aiuto.

Lo stesso di tantissimi candidati alla morte assistita, spinti verso questo passo dalle associazioni di morte che li circondano piuttosto che avere amici a cui confidare il loro vero bisogno.

«Poiché sono stata così vicino alla morte, considero la vita qualcosa di prezioso», ha detto. «Sono sopravvissuta alla morte, quindi sopravvivrò alla vita».

Un portavoce dell’istituto olandese Expertisecentrum Euthanasie, che si occupa di questioni relative all’eutanasia, ha dichiarato al Guardian che la decisione di Zoë di interrompere il processo di eutanasia non era insolita: circa il 40% dei pazienti che richiedono l’eutanasia a causa di sofferenze mentali alla fine la ritirano.

Autore

La Redazione

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