Codex H, ritrovate le pagine perdute delle lettere di San Paolo

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Grazie a tecniche di imaging multispettrale riemergono 42 pagine del Codex H, una delle copie più antiche delle lettere di Paolo. Perché la scoperta è importante.


 

Un’importante scoperta nel campo della critica testuale del Nuovo Testamento.

Un team internazionale guidato dal prof. Garrick Allen dell’Università di Glasgow ha riportato alla luce 42 pagine perdute di uno dei più antichi manoscritti delle lettere di San Paolo.

Si tratta del Codex H, un codice greco del VI secolo considerato una testimonianza significativa della trasmissione delle Scritture cristiane nei primi secoli.

 

Cos’è il Codex H di San Paolo

Il ritrovamento è stato realizzato grazie all’impiego di tecniche avanzate di imaging multispettrale e analisi digitale.

Queste tecnologie hanno permesso di individuare tracce di testo “fantasma”, ossia impronte invisibili a occhio nudo lasciate da inchiostri medievali riutilizzati quando il manoscritto fu smembrato nel XIII secolo nel monastero della Grande Lavra sul Monte Athos.

Il Codice H (noto anche come GA 015), originariamente una copia delle lettere paoline, non era stato semplicemente “perso”, ma le sue pagine di pergamena erano state riutilizzate come materiale di rilegatura per altri codici. Questo spiega perché oggi i suoi frammenti siano dispersi in diverse biblioteche europee.

La ricostruzione digitale ha permesso di ricomporre un numero significativo di pagine, offrendo un nuovo sguardo su come i testi biblici venivano copiati, letti e organizzati nel cristianesimo antico.


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Perché è una scoperta importante

Tra le informazioni più rilevanti emerse figurano alcuni dei primi elenchi di capitoli conosciuti degli scritti di Paolo, che differiscono dalle moderne divisioni bibliche.

I ricercatori hanno anche trovato prove di come gli scribi annotavano i testi, facendo luce sulle pratiche intellettuali e devozionali delle prime comunità cristiane.

«Dato che il Codex H è una testimonianza così importante per la nostra comprensione della Scrittura cristiana», ha affermato Garrick Allen, «aver scoperto nuove evidenze — e per di più in questa quantità — di come apparisse originariamente è a dir poco epocale».

Una scoperta effettivamente rilevante che certifica come le comunità cristiane dei primi secoli non solo conservavano i testi sacri, ma li studiavano attivamente in maniera simile a quel che fanno gli esegeti biblici moderni.

 

Affidabilità del Nuovo Testamento

Questo tipo di evidenze rafforza la consapevolezza che il Nuovo Testamento non è un testo astratto o idealizzato, ma il risultato di una lunga e documentata tradizione manoscritta, trasmessa con grande cura e attenzione.

In passato abbiamo già risposto all’obiezione secondo cui il Nuovo Testamento che leggiamo oggi è diverso dall’originale in quanto prodotto di traduzioni di traduzioni che ne hanno alterato il contenuto.

Infatti, tutti i testi dell’antichità sono conosciuti attraverso copie non originali e, tra l’altro, il Nuovo Testamento è in una posizione privilegiata grazie all’enorme numero di manoscritti disponibili.

«Se dobbiamo essere scettici sull’originale del Nuovo Testamento», ha scritto Daniel B. Wallace, professore di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, «allora lo scetticismo dovrebbe essere moltiplicato mille volte per tutta la letteratura greco-romana e antica».

Inoltre, come ammesso anche dagli studiosi più scettici, la critica testuale può ricostruire con alta precisione il testo originario, poiché le varianti tra le copie realizzate dagli scribi sono semplici errori ortografici e si sono dimostrate essere per lo più marginali, senza alterare il contenuto centrale.

Lo studioso B.D. Ehrman (North Carolina University), ad esempio, ammette che «la gran parte delle differenze tra le copie in nostro possesso sono del tutto irrilevanti» e gli scribi, «sia i non professionisti dei primi secoli sia gli amanuensi professionisti del Medioevo, erano decisi a “salvaguardare” la tradizione testuale che trasmettevano, preservandola e non modificandola, accertandosi che l’opera riprodotta fosse uguale a quella ereditata»1B.D. Ehrman, “Misquoting Jesus”, Harper Collins Publishers 2005, p. 16.

Autore

La Redazione

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