No, il Papa non ha lodato Monaco per la religione di Stato
- Ultimissime
- 31 Mar 2026

Secondo Stefano Fontana (“La Nuova Bussola Quotidiana”), Leone XIV avrebbe esaltato il cattolicesimo come religione di Stato. Ma è falso, ecco il vero discorso del Papa.
E’ passato un anno dal triste tentativo di impedire l’elezione a pontefice di Leone XIV.
Parliamo de “La Nuova Bussola Quotidiana” e di quando provò a condizionare il Conclave riciclando false e vecchie accuse di copertura della pedofilia contro il card. Prevost.
Poche ore fa ci è stata segnalata un’altra strana operazione sul Papa, oggetto di un articolo di Stefano Fontana, direttore editoriale della testata tradizionalista-conservatrice.
Monaco e la religione di Stato
Il tema è il recente viaggio di Leone XIV nel Principato di Monaco, la cui costituzione proclama il cattolicesimo come religione di Stato.
Non intendiamo entrare nel complesso dibattito tra nostalgici del passato e fautori di una laicità moderna, né dare in questo contesto un giudizio di valore -positivo o negativo- al cattolicesimo in quanto religione di Stato.
Ci preme però smentire la forzatura de “La Nuova Bussola” quando attribuisce a Leone XIV l’aver lodato il cattolicesimo come religione di Stato durante la visita di cortesia al Principe, prendendo il caso di Monaco come esempio positivo per tutti.
Stefano Fontana ha infatti sostenuto che nel suo discorso Leone XIV avrebbe «apprezzato la religione di Stato» e -aggiunge il giornalista, «implicitamente sostiene che si tratti di una cosa giusta, conforme alle pretese della stessa religione cattolica».
Addirittura, Fontana si allarga fino ad affermare che «la sovranità di Cristo esige la religione di Stato» e chiede di esaltare le «novità emerse dalla visita papale al principato di Monaco».
Cos’ha detto davvero il Papa
Anche senza aver letto il discorso del Papa, c’è un elemento chiave per capire che qualcosa non torna.
Se davvero Leone XIV avesse celebrato il cattolicesimo di Stato come modello istituzionale, qualunque testata giornalista avrebbe rilanciato la “novità”. Eppure, l’unica a sostenerlo è una testata già preventivamente orientata a favore del ritorno della religione di Stato. Strano, no?
Ed effettivamente quanto afferma Stefano Fontana è un’interpretazione forzata (e ideologica) del discorso di Leone XIV.
L’autore suggerisce che Papa Leone XIV avrebbe “lodato” il cattolicesimo di Stato. Ma non esiste alcuna lode nel discorso ufficiale.
Ecco il passaggio integrale:
«La fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità».
Leone XIV si limita a constatare che Monaco è tra i pochi ad avere il cattolicesimo come religione di Stato (nemmeno dice, in maniera nostalgica, “tra i pochi rimasti“). Non costruisce alcuna teoria politica, riconosce un dato istituzionale.
Da qui, il Papa utilizza questo elemento come segno della sovranità di Cristo. Questo è diverso dal dire che lo Stato dovrebbe sempre essere confessionale o che «la sovranità di Cristo esige la religione di Stato», come invece sembra fargli dire Fontana.
Soprattutto con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha infatti sviluppato una dottrina articolata sulla libertà religiosa che non coincide affatto con l’obbligo di uno Stato confessionale. Ma questo, come dicevamo, è un altro discorso.
Leone XIV non esalta la religione di Stato
Nel discorso di Leone XIV non c’è alcuna presentazione di Monaco come modello di imitazione per tutti. Non afferma che è sbagliato, né che è giusto.
E’ vero, il Pontefice sottolinea il «vincolo profondo» che unisce quella città-Stato con «la Chiesa di Roma», ma usa ciò solo ai fini di un’esortazione morale: pur avendo un cattolicesimo di Stato, attenti ad essere sempre «una presenza che non schiaccia ma solleva», che lascia libertà agli altri.
Nel suo discorso il Papa non parla di politica, non si riferisce ad assetti istituzionali, non critica le scelte degli altri Stati, non tratta il tema della laicità. Nemmeno loda la costituzione di Monaco, non dice “questa è virtuosa e le altre no”, non dà giudizi di valore, non chiede alcuna imitazione.
Usa semplicemente la religione di Stato presente a Monaco come occasione retorica per ricordare che questo elemento comporta una responsabilità verso gli altri.
Un’operazione strumentale
L’operazione di Stefano Fontana appare quindi strumentale: trasformare le osservazioni di Leone in un’esaltazione papale e politica alla religione di Stato è un salto logico che il testo non autorizza.
Il problema non è la tesi della religione di Stato, che può essere legittimamente discussa come qualunque altra cosa.
Ma il modo in cui le parole di Leone XVI sono utilizzate, caricandole di un significato e di un’intenzionalità che, semplicemente, il Papa stesso non attribuisce.
















5 commenti a No, il Papa non ha lodato Monaco per la religione di Stato
Va beh ragazzi…la bussola quotidiana, di che stiamo parlando dai!
Riportare che «La fede cattolica… ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità»,
ed affermare che “Nel suo discorso il Papa non parla di politica, non si riferisce ad assetti istituzionali… non dà giudizi di valore, non chiede alcuna imitazione” rivolgendosi ai cattolici,
significa o che non si sono capite le parole del Santo Padre o che si mente sapendo di mentire.
Confermo che in quella frase non c’è nessun intento di valorizzare politicamente la religione di Stato nei Paesi occidentali. Ma fa niente.
Siccome non ho scritto da nessuna parte che Papa Leone XIV abbia voluto “valorizzare politicamente la religione di Stato nei Paesi occidentali”, non capisco il senso del tuo commento.
Ribadisco invece il significato politico delle parole del Papa che invita i cattolici a comportarsi nella società in un ben determinato modo.
La recente polemica circa le parole di Papa Leone XIV in occasione della visita al Principato di Monaco merita, a mio avviso, un chiarimento che vada oltre la contrapposizione immediata tra letture giornalistiche divergenti.
Da un lato, è difficile non riconoscere che l’interpretazione proposta da Stefano Fontana eccede il dato testuale: nel passo citato, il Pontefice non formula alcuna esplicita dottrina sulla “religione di Stato”, né sembra voler proporre il caso monegasco come modello normativo. Il riferimento alla fede cattolica quale religione ufficiale appare piuttosto come un dato storico-istituzionale, assunto come occasione per richiamare la “sovranità di Cristo” in senso eminentemente spirituale ed ecclesiale.
Tuttavia, fermarsi a questo rilievo — pur corretto — rischia di lasciare intatto il nodo più profondo della questione. Ed è qui che, forse, può risultare utile richiamare una linea di riflessione meno frequentata nel dibattito corrente, ma di grande spessore teorico: quella rappresentata da David L. Schindler.
Nel confronto, ormai classico, tra Schindler e autori come George Weigel (a loro volta debitori della lezione di John Courtney Murray), emerge una tesi che conserva intatta la sua attualità: l’ordine politico moderno, anche quando si proclama “neutrale” rispetto alle confessioni religiose, non è affatto privo di presupposti antropologici e metafisici. Esso veicola, spesso in forma implicita, una determinata concezione dell’uomo — segnata da tratti individualistici e volontaristici — che non può essere considerata indifferente rispetto alla verità cristiana.
In questa prospettiva, la questione non può essere ridotta all’alternativa, troppo semplice, tra uno Stato confessionale e uno Stato “laico” inteso come spazio puramente procedurale. La critica di Schindler obbliga piuttosto a riconoscere che ogni ordine politico, anche il più liberale, esprime e promuove una certa visione del bene umano.
È in questo senso che il richiamo pontificio alla “sovranità di Gesù” non può essere confinato senza residui nel foro interiore o nella sola dimensione ecclesiale. Esso implica necessariamente una rilevanza pubblica della fede, sebbene tale rilevanza non si traduca in modo univoco e automatico in una determinata forma giuridico-istituzionale, quale potrebbe essere la religione di Stato.
Si potrebbe dire, allora, che entrambe le posizioni oggi contrapposte colgono un aspetto della verità, ma rischiano di assolutizzarlo: da un lato, si forza il testo papale per ricavarne una legittimazione diretta della confessionalità statuale; dall’altro, si tende a neutralizzarne la portata pubblica, riducendo la regalità di Cristo a un principio privo di incidenza sull’ordine storico.
Questo argomento è quello che è nelle mie corde più profonde, perdonatemi la prolissità, amici carissimi.Ricordo, non senza una certa amarezza, di aver scritto anni fa a David L. Schindler proprio su questi temi, senza poter ricevere risposta a causa della sua malattia ormai avanzata. Resta tuttavia, nei suoi scritti, un monito che appare ancora oggi difficilmente eludibile: non esiste uno spazio politico realmente “neutrale” rispetto alla verità sull’uomo.
Forse è a partire da questa consapevolezza che il dibattito odierno potrebbe guadagnare in profondità, sottraendosi sia alla tentazione di deduzioni affrettate, sia a quella, opposta, di una neutralizzazione che finisce per svuotare di contenuto la stessa idea di regalità sociale di Cristo.