La beatificazione di Marco Pannella nasconde le ombre oscure
- Ultimissime
- 19 Mag 2026

A dieci anni dalla morte di Marco Pannella c’è aria di beatificazione laica. Ma come dimenticare le oscure battaglie del leader radicale?
Ci spiace, non siamo d’accordo.
A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, il presidente Mattarella ha sottolineato che la sua figura avrebbe lasciato “un’eredità di valori anche a chi non ha condiviso le sue battaglie”.
Quali valori? Non è così e, nonostante il rispetto dovuto per un uomo politico autentico e schietto, non condividiamo la beatificazione laica del leader radicale in corso in queste ore.
Le oscure battaglie di Marco Pannella
Il fondatore del Partito Radicale è stato infatti protagonista di battaglie controverse e dannose, a partire dai referendum su divorzio e aborto che hanno contribuito a disgregare il tessuto sociale e morale italiano.
Non meno negative sono state altre iniziative, come le candidature di fautori della lotta armata, tra cui Toni Negri, per garantire loro l’immunità parlamentare.
La stampa ha contribuito a crearne un’icona, perdonandogli tutto.
Come le varie magagne giudiziarie, come quando fu costretto dalla Corte d’Appello di Roma a risarcire 250mila euro alla storica e anziana collaboratrice Giuseppina Torielli per averla pagata in nero per dodici anni, negandole i contributi.
Scioperi della fame e tattica politica
Anche gli scioperi della fame sono stati usati da Pannella come come strumento di pressione e ricatto politico, scippando una nobile modalità di protesta non violenta a chi, come Gandhi, non aveva dalla sua nessun partito né potere politico.
Perfino Sergio Romano parlò di indebita strumentalizzazione sentimentale a fronte «di uno Stato da cui riceve una somma considerevole di alti vantaggi, fra cui quello della rappresentanza politica».
Tra l’altro, ex alleati di Pannella come Danilo Quinto, hanno rivelato i retroscena di questi scioperi: «Il digiuno è utilizzato da Pannella come arma di seduzione e di potere»1D. Quinto, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio”, Fede & Cultura 2012. Sia dentro che fuori al partito radicale.
Internamente, scriveva Quinto, «i digiuni servono ad azzerare il dibattito interno, perché di fronte a un digiuno nessuno si permette d’interloquire politicamente, di discutere, e l’unico elemento di riflessione riguarda la salute del capo, rispetto alla quale sono tutti molto partecipi».
All’esterno invece, con questi ripetuti gesti, Pannella voleva «raggiungere l’audience, mostrando in televisione e sui giornali il suo volto perennemente in lotta per i più deboli e i più indifesi».
Al netto però di un partito politico “radicale” «dove il denaro, tanto denaro, veniva dilapidato», essendo la «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana»2D. Quinto, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio”, Fede & Cultura 2012.
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P2, droghe, eutanasia (e pedofilia)
Non sono mancate polemiche anche sui legami di Marco Pannella con ambienti opachi della politica italiana degli anni Settanta e Ottanta.
Si parla di massoneria, dei legami con Gustavo Raffi, leader del Grande Oriente d’Italia e con Licio Gelli (e figlio), capo della P2, che nel 1987 fu sul punto di candidarsi tra i Radicali per ricevere così -anche lui- l’immunità parlamentare (non si concretizzò a causa del poco tempo a disposizione per la campagna elettorale).
Nel 2013, intervistato da Daniele Di Luciano, Pannella affrontò anche il tema della pedofilia sostenendo che «anche il neonato ha istinti di carattere sessuale» e, secondo lui, «è un grande successo dei radicali essere riusciti ad abolire il reato di plagio dei pedofili sui minorenni».

Modelli altrettanto sbagliati quelli relativi alla liberalizzazione delle droghe e al consumo (e vendita) di stupefacenti in Parlamento.
Già nel 1984, Marco Pannella auspicava che la droga «si potesse trovare al self-service» perché così «la cocaina sarebbe doc, l’eroina anche»3M. Pannella, La Repubblica, 28/8/1984, p. 14.
Accanto a questo quadro critico, va ricordata quella che l’editorialista Sergio Romano, ancora una volta, ha definito la strumentalizzazione dei disabili come grimaldello per ottenere una legge sull’eutanasia.
«Il Partito radicale», osservò l’intellettuale laico, «si è servito degli handicap fisici dei suoi tenaci militanti per creare il “martire”», riferendosi a Welby e Coscioni.
In un successivo intervento criticò ulteriormente «l’uso politico» di vicende personali «introducendo un elemento emotivo e spettacolare nel dibattito politico, cercando di commuovere anziché di convincere, rendendo più difficile il confronto argomentato e dialettico su temi importanti».

Le telefonate di Papa Francesco
Sarebbe però ingiusto, a questo punto, dimenticare che Marco Pannella ha avuto l’onestà intellettuale di schierarsi con chiunque condividesse un cammino comune.
Pensiamo alla campagna contro lo sterminio per la fame nel mondo che lo portò ad essere ricevuto nel 1986 da Giovanni Paolo II, a nome del Consiglio direttivo di “Food and Disarmament”.
Ma anche alla lotta contro la pena di morte e per la dignità dei carcerati, temi per i quali Papa Francesco decise di tendergli umano.
Più volte Bergoglio gli telefonò, preoccupato per la sua salute, e colse l’occasione per affrontare la condizione nelle carceri, argomento che stava a cuore ad entrambi.
Un gesto di carità e di dialogo che molti critici di Francesco gli rinfacciano ancora oggi, mentre vorremmo interpretarlo come segno di apertura evangelica.
Pochi giorni dopo la morte di Pannella, mons. Vincenzo Paglia, allora presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, rese pubblica una lettera di Pannella a Papa Francesco e raccontò gli ultimi giorni di vita del leader radicale.
In particolare accennò al suo interesse per il Vangelo e ad un possibile avvicinamento spirituale al mistero cristiano.
Oggi, più che una celebrazione unilaterale, sarebbe forse più onesto parlare di un’eredità complessa, fatta di battaglie giuste senza negare però le numerose e deleterie scelte politiche che hanno certamente imbruttito il volto del nostro Paese.


















4 commenti a La beatificazione di Marco Pannella nasconde le ombre oscure
“… a partire dai referendum su divorzio e aborto che hanno contribuito a disgregare il tessuto sociale e morale italiano.”
C’è proprio da ridere.
Non sono un panneggiano e mai lo sono stato.; ma quella affermazione è un non senso.
Allora la Francia che in fatto di laicità delle istituzioni insegna a tutti sarebbe un baratro di inciviltà!
Siete dei cialtroni della cultura.
A me sembra invece un articolo molto equilibrato e ben fatto: ho scoperto da poco il sito UCCR e non nascondo che ne sono piacevolmente sorpreso. In ogni caso, le contumelie non fanno onore, in primis, a chi le scaglia: si può certamente sempre dissentire anche con toni meno inurbani.
Le persone, basta lasciarle fare: si qualificano da sole
Manlio, proviamo a ragionare sui presupposti logici della tua affermazione, andando oltre gli slogan politici.Il fulcro del discorso non è una preferenza ideologica, ma una questione di pura logica: se la moralità non è oggettivamente reale, allora nulla può essere realmente giusto o sbagliato.Se i valori sono solo privati, personali e soggettivi, nessuno avrebbe il diritto di essere “giudicante” o di “imporre” i propri standard agli altri. Tu potresti legittimamente rispondermi che i valori laici non sono puramente privati, ma nascono dal consenso pubblico, dalla cooperazione e dal contratto sociale. Ma da dove deriva, concretamente, questo consenso? Deriva unicamente dalla volontà umana.Il “consenso” in una democrazia relativista non è altro che una maggioranza di individui che si unisce e decide di trasformare i propri valori soggettivi in leggi dello Stato. Poiché una legge viene applicata e fatta rispettare solo attraverso il monopolio della forza, questo sistema implica inevitabilmente che una parte di uomini — la maggioranza politica del momento — imponga la propria volontà e i propri valori personali sulla minoranza. Questa è la vera imposizione, il vero “giudizialismo”.Al contrario, se la moralità è oggettiva, iscritta nella natura umana universale e non nell’arbitrio di alcune volontà umane, allora richiamarsi a essa non è affatto un’imposizione. È l’esatto opposto.Il relativismo culturale compie un ribaltamento logico formidabile: accusa l’assolutismo morale dello stesso identico difetto di cui esso stesso è colpevole. Questa narrazione ha funzionato così bene, diventando la visione dominante e facendo apparire “strana” la prospettiva della legge naturale, proprio perché si basa su una gigantesca contraddizione di fondo.C’è una profonda ipocrisia intellettuale in questo modello. Le stesse forze culturali e politiche che gridano “non imporre i tuoi valori su di me perché sono relativi e soggettivi”, subito dopo si adoperano per costruire una società puramente antropocentrica, slegata da Dio o dal diritto naturale. In una società simile, dove i valori derivano solo dall’uomo, la convivenza civile si riduce inevitabilmente a un mero rapporto di forza: maggioranze che schiacciano minoranze, governanti che impongono la propria visione ai governati, o formatori d’opinione nei media che plasmano le masse, adulti che uccidono i piccoli, genitori che “producono” i figli, cittadini che “decidono” quando morire. Gli estremi si toccano. L’uomo vuole creare una anticreazione. I diritti civili slegati da un ancoraggio oggettivo e metafisico smettono di essere tutele e diventano espressione del potere della volontà. Non è una questione di “inciviltà” francese o italiana, Manlio; e non è nemmeno un problema di coerenza filosofica, ma di onestà.