Gay Pride? Il giornalista gay: «il mondo Lgbt è infelice. E l’omofobia non c’entra»

E’ tempo di Gay Pride, stucchevole carnevalata di un’orgogliosa felicità che, in realtà, sembra essere tanto meno reale quanto più ci si sforza di esibirla. Lo rivela un’altra testimonianza super-partes: «Nel corso degli anni ho controllato la divergenza tra i miei amici eterosessuali ed i miei amici gay. Mentre la prima metà della mia cerchia sociale è impegnata in relazioni, bambini e famiglia, l’altra è immersa nella solitudine, nell’ansia e nelle droghe pesanti». A riferirlo è il giornalista omosessuale Michael Hobbes, 34 anni e redattore dell’Huffington Post.

Hobbes non attribuisce affatto la colpa dello stile di vita dei suoi amici gay alla fantomatica omofobia sociale, lui stesso si definisce così: «Non ho mai conosciuto nessuno che sia morto di AIDS, non ho mai subito discriminazioni dirette e ho fatto coming out in un mondo in cui il matrimonio, non erano solo fattibile, ma erano previsto per legge». E di tutte le persone gay di cui parla, nessuno di loro «è cresciuto nel bullismo o è stato rifiutato dalla sua famiglia. Nessuno ricorda mai essere stato chiamato “frocio”». Alcuni sono cresciuti con un genitore omosessuale e nel periodo in cui «la comunità gay ha fatto più progressi in accettazione legale e sociale rispetto a qualsiasi altro gruppo demografico nella storia». Ieri «il matrimonio gay era un’aspirazione lontana, qualcosa che i giornali mettevano tra virgolette. Oggi è stato sancito dalla legge grazie alla Corte Suprema». Eppure, ha proseguito, «anche mentre celebriamo la velocità di questo cambiamento, i tassi di depressione, solitudine e abuso di sostanze nella comunità gay rimangono bloccati nello stesso posto dove sono stati per decenni».

Questa sensazione di vuoto, si scopre, non è solo un fenomeno americano. Nei Paesi Bassi, dove il matrimonio gay è legale dal 2001 ed è il paradiso gay-friendly europeo, gli uomini gay hanno tre volte più probabilità di soffrire di un disturbo dell’umore rispetto al resto della popolazione e 10 volte più probabilità di praticare “autolesionismo suicida”. In Svezia, un’altra terra arcobaleno, in cui le unioni civili esistono dal 1995 e il matrimonio omosessuale è permesso dal 2009, gli uomini sposati con uomini hanno tre volte il tasso di suicidi di uomini sposati con donne. In Canada, dove le pretese della comunità LGBT hanno trovato pienamente accoglienza, le persone omosessuali muoiono più per suicidio che per AIDS. A New York, capitale internazionale del mondo gay, tre quarti delle persone omosessuali ha sofferto di ansia, depressione, abuso di droghe o alcol.

La denuncia di Hobbes prosegue: tutto ciò «non sta accadendo solo in aree macchiate dall’omofobia. Gli omosessuali ovunque, ad ogni età, hanno tassi più alti di malattie cardiovascolari, cancro, incontinenza, disfunzione erettile, ⁠allergie e asma: nominate qualche malattia, noi ce l’abbiamo». «Vediamo uomini gay che non sono mai stati sessualmente o fisicamente aggrediti», dice Alex Keuroghlian, psichiatra presso il Fenway Institute’s Center for Population Research in LGBT Health. «Quando si chiede loro il motivo per cui hanno cercato di uccidersi, la maggior parte non menziona di essere gay. Riferisce problemi di relazione, di carriera, di soldi. «Non percepiscono la loro sessualità come causa del loro disagio, eppure hanno molta più probabilità di uccidere se stessi».

Qual è allora la causa? Secondo l’indagine del giornalista omosessuale, si tratta dello stile di vita gay e della comunità Lgbt. Racconta la storia di Adam che ha fatto coming out sperando chissà quale “liberazione” e ha trovato soltanto aridità e sessualità compulsiva. «Ho fatto coming out quando avevo 17 anni, e non ho visto un posto per me nella scena gay», dice Paul, uno sviluppatore di software. «Volevo innamorarmi come ho visto fare nei film. Ma mi sentivo solo un pezzo di carne. È andata così male che mi recavo al supermercato più lontano soltanto per non passare per la strada più gay della città». Si parla di “re-traumatizzazione”: «gli uomini gay e bisessuali parlano della comunità gay come una fonte significativa di stress nelle loro vite», afferma John Pachankis, ricercatore alla Yale University. Uno dei motivi, spiega, è che «le sfide della mascolinità si amplificano in una comunità di soli uomini».

Colpisce la lucidità di una persona intervistata dal redattore gay: «Tra noi omosessuali, ci siamo sempre detti che quando l’epidemia di AIDS sarebbe finita, allora saremmo stati bene. Poi ci siamo detti che quando avremmo potuto sposarci allora saremmo stati bene. Ora è lo stesso, ci diciamo che quando il bullismo si fermerà, allora staremo bene. Continuiamo ad aspettare il momento in cui sentiremo di non essere diversi dagli altri», a rimandare il momento di essere felici. E’ uscito anche in Italia il libro di Daniel Mattson, il cui titolo dice già tutto: Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace (Cantagalli 2018). Una reale contro-proposta alla finzione esorcizzante dei Gay Pride, più tristi che colorati.

La redazione

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