“Amoris Laetitia”, l’esortazione di Papa Francesco piace anche ai tradizionalisti

francesco famigliaDopo il Sinodo sulla famiglia del 2014 e del 2015, è stata pubblicata in questi giorni l’esortazione post-sinodale intitolata Amoris Laetitia, firmata da Papa Francesco, il quale ha studiato le conclusioni a cui sono giunti i padri sinodali e ha sintetizzato ed elaborato un lungo e dettagliato testo, pregno di profonde riflessioni e spunti interessanti, in cui si esplicita la dottrina cattolica sul matrimonio, sulla famiglia e sulla sessualità.

Da due anni gli scatenati antibergogliani hanno viziato l’aria profetizzando che dopo il Sinodo sarebbe “venuto giù tutto”, annunciando la legittimazione delle unioni omosessuali, del divorzio e la distruzione della sacramentalità del matrimonio con l’introduzione della comunione ai divorziati risposati. Significativa la scelta del vaticanista Marco Tosatti, non certo un progressista, di titolare così il suo articolo: “Molto rumore per nulla, o quasi?”. Perché «sui temi scottanti che hanno appassionato giornali e monsignori negli ultimi due Sinodi, l’esortazione post-sinodale ha in buona sostanza lasciato le cose come stavano prima del clamore della battaglia». In particolare, è stata «abbandonata quella volontà di creare norme generali a favore dell’inclusione che hanno caratterizzato la prima parte del dibattito, in particolare da parte di alcune conferenze episcopali europee, e di alcuni teologi, come il card. Kasper».

E’ un’esortazione che infatti ha trovato il plauso anche dal mondo definito mediaticamente “tradizionalista”. L’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, ha commentato ad esempio: «L’unica vera rivoluzione che si può scorgere tra le pagine dell’esortazione è la rivoluzione della tenerezza che rappresenta non solo una delle categorie di questo pontificato, ma anche uno dei simboli con cui guardare la famiglia attraverso questo documento». E, in un’altra occasione: «ancora una volta la Chiesa sotto l’ispirazione dello Spirito Santo sta sinceramente cercando di essere fedele agli insegnamenti senza tempo di Gesù, e tuttavia cerca di applicarli in un modo misericordioso, comprensibile e gentile». Grande apprezzamento è arrivato anche da mons. Vincenzo Paglia, nominato arcivescovo e voluto da Benedetto XVI come presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, e da Massimo Gandolfini, portavoce del Family Day, secondo il quale, grazie a questa esortazione del Papa, «la dottrina della Chiesa non cambia, anzi si rafforza». Anche sui quotidiani conservatori, come Il Giornale, si specifica la positività del documento pontificio.

Perfino il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, sempre ben idolatrato e osannato dai tradizionalisti, ha spiegato che «Amoris laetitia non ha lo scopo di cambiare la pastorale della Chiesa per quanto riguarda quelli che vivono in una unione irregolare, ma di applicare fedelmente la pastorale costante della Chiesa, quale espressione fedele della pastorale di Cristo stesso, nel contesto della cultura odierna. L’unica chiave giusta per interpretare Amoris laetitia è la costante dottrina e disciplina della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio». Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, giustamente stimato da Antonio Socci (nonché suo amico personale), ha scritto: «L’esortazione apostolica di papa Francesco […], è la visione dolce e potente dell’umanità cattolica che si fa strada, corregge, illumina e supera una concezione razionalista e banale dell’io, dell’amore, della società».

Gli unici contrari sono i soliti apocalittici Sandro Magister e il già citato Antonio Socci, ma l’impostazione è ideologica e non hanno molta voce in capitolo. Troppi “al lupo, al lupo” rendono inattendibili. Bisognerebbe comunque precisare che Sandro Magister, oltre al tentativo catastrofista di incolpare il Papa per aver dato il “via” libera ad ogni peccato («ogni peccato è scusato», ha scritto), ha tuttavia riconosciuto: «Letta nel suo insieme, la “Amoris lætitia” può dare spunto a giudizi complessivamente positivi, anche da parte di analisti che non hanno taciuto le loro critiche a talune impazienze dei due sinodi sulla famiglia», pubblicando la riflessione di don Juan José Pérez-Soba, docente di pastorale familiare nel Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia: «chi aspettava un cambiamento nella dottrina della Chiesa non sarà accontentato e rimarrà deluso, chi aspettava che l’esortazione apostolica del Santo Padre andasse più avanti dei sinodi, rimarrà deluso anche lui. La prima conseguenza che si ricava dall’esortazione è che la proposta del cardinale Kasper, già respinta nel sinodo, non è stata accettata». A proposito di impostazione ideologica, Antonio Socci ha ripreso il commento di Magister, tagliando però la parte finale, quella in cui il vaticanista dell’Espresso giudica positivamente l’esortazione del Papa. Da parte sua, invece, ha scritto due articoli in due giorni riproponendo le sue profezie catastrofiste e gli insulti al Papa (del tipo «Bergoglio è contro Gesù, pensa di essere migliore del nostro Salvatore»). Solita isolata minestra.

 

Qui sotto abbiamo estrapolato i giudizi del Papa su alcuni argomenti più scottanti, invitiamo tuttavia una lettura integrale dell’esortazione Amoris Laetitia, senza ridurla agli aspetti sui quali c’è stata più discussione mediatica.

EROS, SESSUALITA’, METODI NATURALI (E NON CONTRACCEZIONE)
«Spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione».

«Anche il calo demografico, dovuto ad una mentalità antinatalista e promosso dalle politiche mondiali di salute riproduttiva, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire. Lo sviluppo delle biotecnologie ha avuto anch’esso un forte impatto sulla natalità. Possono aggiungersi altri fattori come l’industrializzazione, la rivoluzione sessuale, il timore della sovrappopolazione, i problemi economici, […]. La società dei consumi può anche dissuadere le persone dall’avere figli anche solo per mantenere la loro libertà e il proprio stile di vita. E’ vero che la retta coscienza degli sposi, quando sono stati molto generosi nella trasmissione della vita, può orientarli alla decisione di limitare il numero dei figli per motivi sufficientemente seri, ma sempre per amore di questa dignità della coscienza la Chiesa rigetta con tutte le sue forze gli interventi coercitivi dello Stato a favore di contraccezione, sterilizzazione o addirittura aborto. Tali misure sono inaccettabili anche in luoghi con alto tasso di natalità, ma è da rilevare che i politici le incoraggiano anche in alcuni paesi che soffrono il dramma di un tasso di natalità molto basso. Va riscoperto il messaggio dell’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità».

«Il matrimonio, inoltre, è un’amicizia che comprende le note proprie della passione, ma sempre orientata verso un’unione via via più stabile e intensa. Perché non è stato istituito soltanto per la procreazione, ma affinché l’amore reciproco abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. Questa peculiare amicizia tra un uomo e una donna acquista un carattere totalizzante che si dà unicamente nell’unione coniugale. Proprio perché è totalizzante questa unione è anche esclusiva, fedele e aperta alla generazione. Si condivide ogni cosa, compresa la sessualità, sempre nel reciproco rispetto. Benedetto XVI […] rispondeva che, seppure non sono mancati nel cristianesimo esagerazioni o ascetismi deviati, l’insegnamento ufficiale della Chiesa, fedele alle Scritture, non ha rifiutato “l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros […] lo priva della sua dignità, lo disumanizza”.

«Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature. Quando la si coltiva e si evita che manchi di controllo, è per impedire che si verifichi l’impoverimento di un valore autentico. San Giovanni Paolo II ha respinto l’idea che l’insegnamento della Chiesa porti a “una negazione del valore del sesso umano” o che semplicemente lo tolleri “per la necessità stessa della procreazione”. Il bisogno sessuale degli sposi non è oggetto di disprezzo e “non si tratta in alcun modo di mettere in questione quel bisogno”. La sessualità non è una risorsa per gratificare o intrattenere, dal momento che è un linguaggio interpersonale dove l’altro è preso sul serio, con il suo sacro e inviolabile valore. In questo contesto, l’erotismo appare come manifestazione specificamente umana della sessualità, in esso si può ritrovare il significato sponsale del corpo e l’autentica dignità del dono. Nelle sue catechesi sulla teologia del corpo umano, san Giovanni Paolo II ha insegnato che la corporeità sessuata “è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione”, ma possiede “la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono”. L’erotismo più sano, sebbene sia unito a una ricerca di piacere, presuppone lo stupore, e perciò può umanizzare gli impulsi».

«In nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi. Nel contesto di questa visione positiva della sessualità, è opportuno impostare il tema nella sua integrità e con un sano realismo. Infatti non possiamo ignorare che molte volte la sessualità si spersonalizza ed anche si colma di patologie, in modo tale che diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti. In questa epoca diventa alto il rischio che anche la sessualità sia dominata dallo spirito velenoso dell’“usa e getta”. Il corpo dell’altro è spesso manipolato come una cosa da tenere finché offre soddisfazione e da disprezzare quando perde attrattiva. Si possono forse ignorare o dissimulare le costanti forme di dominio, prepotenza, abuso, perversione e violenza sessuale, che sono frutto di una distorsione del significato della sessualità e che seppelliscono la dignità degli altri e l’appello all’amore sotto un’oscura ricerca di sé stessi? Gli atti propri dell’unione sessuale dei coniugi rispondono alla natura della sessualità voluta da Dio se sono compiuti in modo veramente umano. Tuttavia, il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli. L’ideale del matrimonio non si può configurare solo come una donazione generosa e sacrificata, dove ciascuno rinuncia ad ogni necessità personale e si preoccupa soltanto di fare il bene dell’altro senza alcuna soddisfazione. Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale. Benedetto XVI era chiaro a tale proposito: “Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità”. Per questa ragione “l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono”. Questo richiede, in ogni modo, di ricordare che l’equilibrio umano è fragile, che rimane sempre qualcosa che resiste ad essere umanizzato e che in qualsiasi momento può scatenarsi nuovamente, recuperando le sue tendenze più primitive ed egoistiche».

«Con “cultura del provvisorio” mi riferisco, per esempio, alla rapidità con cui le persone passano da una relazione affettiva ad un’altra. Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente. Penso anche al timore che suscita la prospettiva di un impegno permanente, all’ossessione per il tempo libero, alle relazioni che calcolano costi e benefici e si mantengono unicamente se sono un mezzo per rimediare alla solitudine, per avere protezione o per ricevere qualche servizio. Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio. Il narcisismo rende le persone incapaci di guardare al di là di sé stesse, dei propri desideri e necessità. Ma chi utilizza gli altri prima o poi finisce per essere utilizzato, manipolato e abbandonato con la stessa logica. E’ degno di nota il fatto che le rotture dei legami avvengono molte volte tra persone adulte che cercano una sorta di “autonomia” e rifiutano l’ideale di invecchiare insieme prendendosi cura l’uno dell’altro e sostenendosi».

 

EUTANASIA E SUICIDIO ASSISITO.
«L’eutanasia e il suicidio assistito sono gravi minacce per le famiglie in tutto il mondo. La loro pratica è legale in molti Stati. La Chiesa, mentre contrasta fermamente queste prassi, sente il dovere di aiutare le famiglie che si prendono cura dei loro membri anziani e ammalati».

 

UNIONI E MATRIMONI OMOSESSUALI.
«Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Accade il contrario: pregiudica la maturazione delle persone, la cura dei valori comunitari e lo sviluppo etico delle città e dei villaggi. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità. Dobbiamo riconoscere la grande varietà di situazioni familiari che possono offrire una certa regola di vita, ma le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, per esempio, non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio. Nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro della società. Ma chi si occupa oggi di sostenere i coniugi, di aiutarli a superare i rischi che li minacciano, di accompagnarli nel loro ruolo educativo, di stimolare la stabilità dell’unione coniugale?».

«Con i Padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli. Perciò desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”; ed è inaccettabile “che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso”»

 

UTERO IN AFFITTO.
«La vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale. Penso alla grave mutilazione genitale della donna in alcune culture, ma anche alla disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni. La storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la pratica dell’“utero in affitto” o la strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica.

 

IDEOLOGIA GENDER.
«Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata».

 

ABORTO E OBIEZIONE DI COSCIENZA.
«In questo contesto, non posso non affermare che, se la famiglia è il santuario della vita, il luogo dove la vita è generata e curata, costituisce una lacerante contraddizione il fatto che diventi il luogo dove la vita viene negata e distrutta. È così grande il valore di una vita umana, ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che cresce nel seno di sua madre, che in nessun modo è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano. La famiglia protegge la vita in ogni sua fase e anche al suo tramonto. Perciò a coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando l’accanimento terapeutico e l’eutanasia», ma «rigetta fermamente la pena di morte».

«Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza».

 

ADOZIONI OMOSESSUALI.
«Ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa. Entrambi contribuiscono, ciascuno in una maniera diversa, alla crescita di un bambino. Rispettare la dignità di un bambino significa affermare la sua necessità e il suo diritto naturale ad avere una madre e un padre. Non si tratta solo dell’amore del padre e della madre presi separatamente, ma anche dell’amore tra di loro, percepito come fonte della propria esistenza, come nido che accoglie e come fondamento della famiglia. Diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso. Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti. Mostrano ai loro figli il volto materno e il volto paterno del Signore. Inoltre essi insieme insegnano il valore della reciprocità, dell’incontro tra differenti, dove ciascuno apporta la sua propria identità e sa anche ricevere dall’altro. Se per qualche ragione inevitabile manca uno dei due, è importante cercare qualche maniera per compensarlo, per favorire l’adeguata maturazione del figlio. Un padre con una chiara e felice identità maschile, che a sua volta unisca nel suo tratto verso la moglie l’affetto e l’accoglienza, è tanto necessario quanto le cure materne. Vi sono ruoli e compiti flessibili, che si adattano alle circostanze concrete di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adatto alla maturazione del bambino».

 

MATERNITA’ E FEMMINISMO.
«Oggi riconosciamo come pienamente legittimo, e anche auspicabile, che le donne vogliano studiare, lavorare, sviluppare le proprie capacità e avere obiettivi personali. Ma nello stesso tempo non possiamo ignorare la necessità che hanno i bambini della presenza materna, specialmente nei primi mesi di vita. La realtà è che la donna sta davanti all’uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in essa è concepita e si sviluppa, e da essa nasce al mondo. Il diminuire della presenza materna con le sue qualità femminili costituisce un rischio grave per la nostra terra. Apprezzo il femminismo quando non pretende l’uniformità né la negazione della maternità. Perché la grandezza della donna implica tutti i diritti che derivano dalla sua inalienabile dignità umana, ma anche dal suo genio femminile, indispensabile per la società. Le sue capacità specificamente femminili – in particolare la maternità – le conferiscono anche dei doveri, perché il suo essere donna comporta anche una missione peculiare su questa terra, che la società deve proteggere e preservare per il bene di tutti».

 

MATRIMONI CIVILI E DIVORZIATI RISPOSATI.
«Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati. La Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. Mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione».

«I Padri hanno indicato che un particolare discernimento è indispensabile per accompagnare pastoralmente i separati, i divorziati, gli abbandonati. Va accolta e valorizzata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, oppure sono stati costretti dai maltrattamenti del coniuge a rompere la convivenza. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Nello stesso tempo, le persone divorziate ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato. La comunità locale e i Pastori devono accompagnare queste persone con sollecitudine, soprattutto quando vi sono figli o è grave la loro situazione di povertà. Ai divorziati che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che “non sono scomunicati” e non sono trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale. Queste situazioni esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità».

«I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui “l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione”. C’è anche il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di “coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”. Altra cosa invece è una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e famiglie intere, o la situazione di qualcuno che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari. Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia. I Padri sinodali hanno affermato che il discernimento dei Pastori deve sempre farsi “distinguendo adeguatamente”, con uno sguardo che discerna bene le situazioni».

«Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete, come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi. Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. I presbiteri hanno il compito di accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno. Questi atteggiamenti sono fondamentali per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente “eccezioni”, o che esistano persone che possano ottenere privilegi sacramentali in cambio di favori. È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa. In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio».

«Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, i quali hanno voluto affermare che i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti».

 

EDUCAZIONE SESSUALE.
Il Concilio Vaticano II prospettava la necessità di “una positiva e prudente educazione sessuale” che raggiungesse i bambini e gli adolescenti “man mano che cresce la loro età” e “tenuto conto del progresso della psicologia, della pedagogia e della didattica”. È difficile pensare l’educazione sessuale in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità. Si potrebbe intenderla solo nel quadro di una educazione all’amore, alla reciproca donazione. In tal modo il linguaggio della sessualità non si vede tristemente impoverito, ma illuminato. L’educazione sessuale offre informazione, ma senza dimenticare che i bambini e i giovani non hanno raggiunto una maturità piena. L’informazione deve arrivare nel momento appropriato e in un modo adatto alla fase che vivono. Non serve riempirli di dati senza lo sviluppo di un senso critico davanti a una invasione di proposte, davanti alla pornografia senza controllo e al sovraccarico di stimoli che possono mutilare la sessualità. I giovani devono potersi rendere conto che sono bombardati da messaggi che non cercano il loro bene e la loro maturità. Quando si pretende di donare tutto in un colpo è possibile che non si doni nulla».

 

CONVIVENZA.
«La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti. In queste situazioni potranno essere valorizzati quei segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio. Sappiamo che è in continua crescita il numero di coloro che, dopo aver vissuto insieme per lungo tempo, chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa. La semplice convivenza è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto. Comunque, tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza».

 

La redazione

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81 commenti a “Amoris Laetitia”, l’esortazione di Papa Francesco piace anche ai tradizionalisti

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  1. Laura ha detto

    Ora Socci e catastrofisti vari diranno che anche il card. Burke soffre di papolatria 😀

  2. lorenzo ha detto

    O Socci non capisce quello legge o ha letto una “Amoris Laetitiae” non conforme all’originale:
    http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11897091/Papa-Francesco-e-il-sesso-.html

  3. Sebastiano ha detto

    “…Questi atteggiamenti sono fondamentali per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente “eccezioni”…”

    Ho il SERIO timore che:
    a) in certe conferenze episcopali (come quelle di certi cardinali che al Sinodo volevano mettere in norma nero su bianco alcune modifichette, come questa e forse altre anche peggiori), si procederà “come piace a loro”, cosa che peraltro hanno già a suo tempo dichiarato);
    b) che si darà il via alla corsa di gente che pretenderà e basta, e non mancheranno sacerdoti “compiacenti” (tipo quelli arcobalenati, incredibilmente tollerati, che fanno già di molto peggio)
    c) che la storia di situazioni simili abbia a ripetersi, come nel caso dell’abolizione della “Doppia Sentenza” per le situazioni di nullità matrimoniale:
    “…Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms che eliminarono di fatto l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato ”il divorzio cattolico” (Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223)…”

    Dopodiché sarebbe bello che verso chi ha qualche perplessità (come il sottoscritto, ma non sono il solo…) non venisse lanciato il solito anatema di “catastrofista” o “socciano” (e che palle con ‘sto Socci, manco fosse chissà quale guru massmediatico), ma se ne potesse discutere serenamente, in spirito di reciproco aiuto alla comprensione.
    Saluti

    • Gennaro ha detto in risposta a Sebastiano

      Se queste sono le obiezioni ben vengano, nessuno ti darà del catastrofista o dell’apocalittico. I tuoi timori non sono giustificati secondo me poiché metti in dubbio l’onestà dei confessori e di alcune conferenze episcopali. Così però dovresti anche essere perplesso per l’esistenza della Sacra rota diocesana, poiché vescovi di “manica larga” potrebbero accettare tutte le richieste di annullamento senza un necessario discernimento delle motivazioni…quindi aboliamo la Sacra rota?

      • Sebastiano ha detto in risposta a Gennaro

        “…vescovi di “manica larga” potrebbero accettare tutte le richieste di annullamento…”
        E’ appunto quello che è già successo, come ho appunto scritto.
        E la mia paura è che si ripeta pari pari per le comunioni ai divorziati risposati.
        A leggere le dichiarazioni di certi cardinali (Kasper e Marx per dirne due, non esattamente viceparroci di campagna…) mi pare che ci sia da stare poco allegri. E non dico nulla di certi preti-mediatici, che sarebbero persino favorevoli a celebrare nozze omosessuali.
        Triste parallelo di dichiarazioni in stile “gay si nasce” (card. Kasper).
        Trovi che stia esagerando?

    • Dario* ha detto in risposta a Sebastiano

      Ti dirò che anche io nutro almeno in parte i tuoi stessi timori e di certo non sono un simpatizzante dei vari Socci, Lefebvre e compagnia brutta.
      Per come la vedo io, introdurre la discrezionalità in materia “legale” (passatemi il termine) ha dischiuso una porta che ora può venire spalancata a piacimento. Un po’ come si sta facendo in campo laico con adozione gay, utero in affitto ed altre atrocità.
      Proprio questa domenica mi è capitato di ascoltare in TV alcune dichiarazioni di un vescovo che mi hanno lasciato sconcertato. Da ciò che affermava si poteva tranquillamente dedurre che non c’è un concetto rigoroso di giusto e sbagliato ma che tutto va declinato alla disposizione d’animo del soggetto. Personalmente alcune concessioni che sono state fatte mi lasciano profondamente confuso e non oso immaginare come si debba sentire chi abbia fede più tiepida della mia o meno conoscenze di me in materia di fede…

  4. Vauro ha detto

    Ai tradizionalisti bisogna anche aggiungere Riccardo Cascioli de La Nuova Bussola Quotidiana, ormai anche lui è fuori di sé!

    • Fabio ha detto in risposta a Vauro

      Ho smesso di leggere La Nuova Bussola da tempo, purtroppo Cascioli l’ha rovinata. Infatti mi pare che mons. Negri nemmeno vi scriva più…

      • Andrea ha detto in risposta a Fabio

        In effetti, questo sito è veramente, purtroppo, uno dei pochi che si salva veramente per l’equilibrio derivante, come dice l’acronimo relativo, dall’uso della materia grigia e dall’umiltà.
        E’ noto, infatti, che esistono due categorie d’idioti:
        quanti pensano che la verità non esiste e coloro che pretendono d’incarnarla.
        Continuate cosi’.

  5. Giallo ha detto

    Sicuramente saranno i miei limiti, pero’ le parole sulla convivenza e le unioni di fatto mi sembrano troppo “accomodanti”.
    Gia’ è difficile mostrare ai giovani il valore del matrimonio e “accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza” quando mi verrebbe spontaneo condannarle..
    Ribadisco, sicuramente è un mio peccato di superbia

    • Vincent Vega ha detto in risposta a Giallo

      Perchè ti verrebbe spontaneo condannarle? Ma soprattutto, come credi che sia risolvibile la situazione? Oggi non ci sono più i matrimoni combinati, dove decidevano gli altri per te con chi dovevi sposarti, perciò, da capo, come si dovrebbe fare?

      Come dovrebbe agire chi trova la donna giusta a 35 anni (cosa tutt’altro che rara) e prima passa attraverso relazioni fallimentari? Avanti, dimmi. Cosa deve fare uno, farsi andare bene la prima che capita e sposarla? E se la risposta è no cosa dovrebbe fare, se ritieni le convivenze un male così grande che ti farebbe venire voglia di “condannare” quei giovani?

      Bada, non è una critica la mia, è che sono pragmatico, e francamente a meno di non tornare all’aberrante istituzione dei matrimoni combinati non vedo come si possano condannare le convivenze, invece di accompagnarle verso l’unione sacramentale.

      • Giallo ha detto in risposta a Vincent Vega

        Cari Vincent

        Nel mio caso ho semplicemente aspettato la donna giusta, quella con cui mi sentivo di passare tutta la vita senza dubbio alcuno. Non ho convissuto e mi sono sposato a 32 anni. Ora, due figli e molti anni dopo sono certo della mia scelta. Quanti ne ho visti invece imbarcarsi rapidamente in convivenze che li hanno lasciati soli. Non voglio sembrare presuntuoso o giudicare dall’alto, però ho tante volte l’impressione che tanti si “mettano assieme” con facilità e superficialità. Insomma, parere mio personale, la convivenza non fa bene e non aiuta affatto a trovare il giusto coniuge, semmai, proprio per la sua facilità, aiuta a fare scelte sbagliate…ribadisco, opinione personale.

        Un saluto e un augurio

        • Vincent Vega ha detto in risposta a Giallo

          Caro Giallo,

          Non credo però che tu possa elevare il tuo caso a regola, perché come a te è andata bene ci sono stati tanti altri/e che hanno avuto esperienze diverse.
          Ecco da dove deriva il “discernimento caso per caso”, dall’impossibilità concreta di racchiudere tutte le esperienze di vita delle persone sotto una serie di regole e cavilli.

          Poi non so se tu oltre a non aver convissuto non abbia mai avuto una donna fino a 32 anni, ma anche qui non so sinceramente quanti uomini siano portati per arrivare a quell’età in quella situazione. Questo anche senza parlare di convivenze.

          • Wallis ha detto in risposta a Vincent Vega

            Piccolo punto da correggere:
            La convivenza comunque non rientra negli insegnamenti della Chiesa per quanto riguarda il percorso affettivo del fidanzamento; rimane comunque un offesa al sacramento del matrimonio.
            Le parole del Papa credo si riferiscano al prendere atto di queste situazioni (come nel caso dei divorziati), aiutando le persone coinvolte ad intraprendere un percorso sano di avvicinamento al matrimonio (in cui non c’è sicuramente la convivenza), considerando sempre il fatto che ormai queste situazioni sono dettate per la maggiore da condizioni economiche non favorevoli alla vita matrimoniale.

  6. Andrea VCR ha detto

    Bellissimo poter parlare di “rivoluzione della tenerezza”, gemma da aggiungere alla “Chiesa ospedale da campo” ed al percorso della Misericordia, portato a maturazione in continuità con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Altrettanto bella la chiarezza, su tutti i temi, che non lascia il minimo spazio alle solite manipolazioni in mala fede.
    Unica nota dolente la deriva a cui si sta abbandonando Socci… non posso cancellare il mio affetto per l’autore di “Aldilà”, ma fa male vederlo comportare in questo modo.
    Viva Cristo Re

    • Gianfranco ha detto in risposta a Andrea VCR

      Sono dello stesso parere. E colgo il filo della tua riflessione per aggiungere un breve approfondimento personale su questo pontificato.
      Sia l’Amoris Laetitia che lo stesso Giubileo della Misericordia sono delle risposte rivoluzionarie della Chiesa alla secolarizzazione. I numeri della secolarizzazione in occidente sono impietosi e mi ricordano il basso medioevo, dove una larga fascia della popolazione era pagana. In quei secoli l’atteggiamento della Chiesa tendeva ad essere inclusivo e i sacramenti come il battesimo e il matrimonio venivano somministrati senza molte formalizzazioni. La Chiesa all’epoca non rinunciò certo alle verità del Vangelo, però agendo in mezzo ai barbari pagani utilizzò la cultura (i monaci) e la carità (gli ordini mendicanti) più del diritto per diffondere il Vangelo.
      In Europa noi cristiani siamo minoranza e i nostri culti e le nostre consuetudini sono spesso viste con ostilità o indifferenza. La strada che ci indica Francesco è quella tracciata già San Giovanni Paolo II (“Non abbiate paura”): la Chiesa ospedale da campo prima di tutto accoglie tutti, anche gli ostili e gli indifferenti, con i propri vissuti. Ci sono sono in Italia milioni tra separati e divorziati, donne che hanno abortito, per non parlare dei gay. Che vogliamo fare con costoro? Li escludiamo dalla comunione con la Chiesa? Oppure prima di tutto li accogliamo e solo dopo i pastori vanno a valutare caso per caso come integrarli nella comunità.
      Penso quindi che un errore fatto da tanti è considerare che poichè siamo cresciuti in un ambiente di credenti adesso nel 2016 esiste ancora questo ambiente, ma non è così. La Chiesa nei duemila anni di storia ha fatto già queste esperienze e sa già come affrontare questi periodi storici. Sono fiducioso.

  7. Gabriele ha detto

    Coloro che paventano rischi, non hanno tutti i torti. Sicuramente ci saranno coloro che nella Chiesa se ne approfitterrano per fare come vogliono loro, dando comunioni a go go (figuriamoci, già il cardinale Marx aveva messo le mani davanti: se il sinodo non andava come volevano loro, avrebbero fatto da soli) tuttavia una cosa importante è stata confermata: la dottrina è stata mantenuta. Documenti perfetti non esistono, ogni cosa è polivalente, tuttavia con l’Amoris Laetitia l’ortodossia non viene cacciata, e l’errore resta errore. Coloro che sono contrari alla comunione per i divorziati risposati si rifanno alla regola per cui chi è in stato di peccato grave, non può accedere all’eucarestia, con tutto quello che ne consegue, e hanno ragione. Ma il papa non ha cambiato la norma generale (altrimenti l’avrebbe detto, e invece specifica che l’esortazione non tocca l normative generali) e nemmeno ha cambiato la morale, le situazioni irregolari restano tali e sono gravi. Tuttavia è possibile che un divorziato risposato possa essere più vittima che colpevole e quindi non si può ritenere che la situazione irregolare sia colpa sua. Perciò, accertato che egli non è in stato di peccato grave (che non sia in stato di peccato invece è impossibile, noi saremo peccatori fino al nostro ultimo attimo), allora può fare la comunione, se il prete o il vescovo lo ritengono idoneo. Non è certo la stessa cosa del fare la comunione in stato di grave peccato (cosa sempre inaccettabile). Trovo inoltre che il papa abbia evitato bene le trappole, dato che non parla mai di comunione ai divorziati risposati, così allarga il ventaglio delle soluzioni senza che qualcuno si senta costretto a dare per forza la comunione ed evitando che qualcun’altro la pretenda, come pure invita i sacerdoti a non essere ‘di manica larga’ con l’eucarestia e avverte di non dare scandalo.
    Insomma, l’eucarestia ai divorziati diventa SOLO una possibilità tra tante (non certo un obbligo) e si applica SOLO a casi particolari (non certo in generale).
    Quelli della Bussola notano contraddizioni tra l’insegnamento della Veritas Splendor di san Giovanni Paolo II e questa esortazione, ma io credo che sia un contrasto più apparente che reale: Francesco non tocca la dottrina, ma vista anche la sua esperienza di prete-vescovo-cardinale di strada si concentra soprattutto sulla realtà concreta, mentre il suo predecessore voleva mettere le cose in chiaro nella teoria. Coniugare teoria e pratica è difficile, ma non impossibile, e come disse il beato Paolo VI ‘non esistono soluzioni semplici per problemi complessi’. Insomma, è una difficoltà che fa parte del mestiere^^.
    Comunque in generale sono soddisfatto di questa esortazione, e vi vedo la prova che nonostante le tante difficoltà esterne e interne, Cristo guida ancora la sua Chiesa, mantenendo quel filo rosso che iniziò nel cenacolo e durerà fino alla fine dei tempi. Mi piace trovare un altro esempio di questo nella riforma liturgica, quando l’intervento d’autorità di Paolo VI mantenne il nuovo rito nei binari dell’ortodossia cattolica (mentre la prima versione di Bugnini sfornava una vera e propria messa protestante), permettendoci così di avere una messa che, pur martoriata da fin troppe interpretazioni libere e da alcune ambiguità, è ancora una messa cattolica.
    E anche oggi, come già detto, se da un lato non dobbiamo illuderci, perchè ci saranno sicuramente quelli che si aggrapperanno ad ogni singola riga dell’esortazione per fare come gli pare, dall’altro lato un vero cattolico deve guardare a tutto il testo, e quest’ultimo mantiene tale la verità, ci potranno essere dei passi che appaiono strani, ma il peggio sarebbe l’errore che diventa ufficialmente giusto, l’ortodosso che all’improvviso e di autorità passa per ribelle, e viceversa. Un rischio evitato.

    • Giuseppe ha detto in risposta a Gabriele

      Mi pare contraddittorio affermare he la dottrina NON è stata cambiata, per poi aggiungere che in “casi particolari” i sacerdoti potranno dare la Comunione ai divorziati risposati. Se ti riferisci alla eccezione di coloro che vivono in piena continenza (come fratello e sorella), l’unica prevista dalla Familiaris Consortio di GPII, avresti ovviamente ragione. Ma purtroppo non sostieni questo. Affermi invece che in determinati casi il peccato degli atti sessuali extra-comiugali, può essere giudicato (mediante discerimento del sacerdote) veniale e non mortale, come già facevano molti sacerdoti prima dell’esortazione. Questo principio, in realtà,è stato considerato illecito fino ad oggi perché contraddice un principio cardine della Teologia Morale, quello dell’Intrinsice Malus, ripreso anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Vale a dire che ci sono principi morali assoluti (= che non ammettono eccezioni) in quanto intrinsecamente cattivi ed è a questo principio morale che si sono attenuti fino ad oggi i pastori (obbeedianti alla Chiesa) in cura d’anime, accomagnando le persone in questa situazione verso un cammino di conversione che prevedeva lo scioglimento del vincolo illecito (se possibile) oppure la piena continenza, al fine di accedere all’assoluzione e alla conversione. Chi non si atteneva a questa pastorale e concedeva la comunione senza le dovute disposizioni e requisiti, lo faceva (fino all’Esortazione) illecitamente e disobbedienza al Magistero che si era espresso in questi termini: 1)Veritatis Splendor: “se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla?”; 2) documento firmato cardinale Ratzinger, prefetto della Dottrina della Fede delm 1994: Il principio di epicheia (= delle eccezioni caso per caso) “non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di “diritto divino”. La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei Sacramenti -, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore”. Dunque mettiamoci d’accordo: se l’Esortazione si pone in continuità con il Magistero precedente allora il “caso per caso” non può valere per accedere alla Comunione se prima non c’è il proposito di vivere come fratello e sorella (alcuni interpretano il docuemnto in questi termini). Se invece la inerpretiamo in senso di discontinuità allora diciamo chiaramente che il documento contiene qualcosa di nuovo (ma si porrebbe il problema se è lecito per un papa “rompere” con il Magistero precedente

      • lorenzo ha detto in risposta a Giuseppe

        Ti propongo un caso concreto:
        – Un marito, dopo alcuni anni di matrimonio felice, cade nella droga ed obbliga, con la forza, la moglie a prostituirsi.
        – La moglie rimane incinta e rifiuta di abortire.
        – Il marito viene condannato e gli viene intimato di non avvicinarsi più a sua moglie.
        – La donna non ha redito e lo stato minaccia di toglierle il bambino.
        – La donna trova un uomo che, accogliendola in casa, potrebbe permetterle di tenere il bambino.
        – Per regolarizzare però le cosa di fronte alla legge la donna deve divorziare dal primo marito per sposare chi è disposto ad aiutarla.

        Ora vorrei sapere da te se questa donna divorzia e risposata può accostarsi all’eucarestia:
        – Solo se ha rapporti sessuali col vecchio marito?
        – Anche se talvolta ha rapporti sessuali col nuovo marito?
        – Solo se non ha più rapporti sessuali per tutta la vita?

        • Giuseppe ha detto in risposta a lorenzo

          Caro Lorenzo, ti rispondo volentieri, ma non con una mia opinione personale, la quale non avrebbe alcun valore, come tutti i “secondo me” in questioni di fede. Ti rispondo invece con il Magistero della Chiesa, perché è ubbidendo ad essa che noi cattolici abbiamo la ragionevole certezza di compiere la volontà di Dio e di fare il nostro vero bene. Dunque, la dottrina ci insegna che in certi casi (violenza fisica o psicologica, grave pericolo per l’educazione dei figli, ecc.) la separazione non solo è lecita, ma addirittura opportuna e dopo l’abbandono del coniuge per i gravi e fondati motivi citati si può accedere tranquillamente alla Comunione perché non si è commesso alcun peccato. Lo stesso si può dire se si sceglie di vivere sotto lo stesso tetto con una persona che promette un aiuto, per esempio nella crescita e nel mantenimento dei figli. Cosa non è lecito, allora? Non è lecito soltanto praticare atti sessuali nella nuova unione, perché non si tratta del coniuge legittimo (a meno che non ci sia stato un annullamento del precedente matrimonio e la nuova unione sia stata sigillata con il sacramento). Qual è allora la soluzione? Quella che è stata chiaramente espressa nella Enciclica Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II (enciclica citata spesso nell’Esortazione di Francesco): vale a dire vivere come fratello e sorella. E cosa significa questo? Occorre una promessa solenne davanti a un notaio con conseguente scomunica Latae sentantiae ed esilio immediato nel caso non si mantenesse la promessa? Nulla di tutto questo. La Chiesa conosce bene le debolezze dell’uomo. Si chiede, oltre al pentimento, il proposito sincero di non commettere il peccato di adulterio. Se poi il penitente dovesse cadere per debolezza potrà rinnovare il sincero proposito (sincero, Ripeto! Non ipocrita). Il tuo caso, dunque, una soluzione ce l’ha. Ma possiamo estremizzarlo ulteriormente: supponiamo che il nuovo marito sia un ateo convinto e che dinanzi al cammino di conversione della compagna si irrigidisca e non accetti la piena continenza sessuale minacciando la partner di essere abbandonata al suo destino. Bene, anche in questo caso la donna dovrà insistere con la continenza sessuale anche correndo il grave rischio di un abbandono. Si tratta di una inutile e insensibile rigidezza da parte della Chiesa? No al contrario. La Chiesa Mater et Magistra ha unicamente a cuore la salvezza eterna dei suoi figli e questa salvezza viene prima di ogni altra cosa, fossero anche beni materiali di prima necessità. Chiunque di noi, se dovesse scegliere tra la salvezza eterna e il benessere su questa terra, sceglierebbe la prima. Ma allora, tu dirai continuando il caso in esame, quella donna è condannata all’inferno qualora continuasse a concedersi carnalmente per non essere abbandonata? La Chiesa non dice questo, perché ci insegna che insieme alle vie ordinarie della Grazia (i sacramenti) ci sono anche vie straordinarie che solo Dio conosce. E’ possibile che date le attenuanti e la sofferenza per la situazione di disordine, il Signore conceda comunque lo stato di Grazia a quella donna, e che alla fine ella si salvi. Ma queste vie straordinarie di accesso alla Grazia non potranno mai essere ratificate dal confessore concedendo l’accesso all’Eucaristia, perché il giudizio del confessore si deve basare solo sull’aspetto oggettivo (gli atti intrinsecamente cattivi di cui parlavo prima).

          • lorenzo ha detto in risposta a Giuseppe

            Proseguo da dove mi ero fermato:
            – La carne e debole e la donna rimane incinta del nuovo marito;
            – La donna rifiuta ulteriori rapporti per poter fare la Comunione;
            – Il nuovo marito chiede la separazione per colpa e le toglie, in base alle leggi dello stato, entrambi i figli;
            – La donna entra in una profonda crisi depressiva che la porta sull’orlo del suicidio.

            E’ conforme alla Misericordia di Dio che la Chiesa metta una persona, se vuole fare la Comunione, a rischio di suicidio?

            • enrico ha detto in risposta a lorenzo

              @ Enrico Lutman

              @ Lorenzo

              Interessante.
              Quanti casi di questo tipo riguardano divorziati risposati che chiedono la comunione?
              Certo che questa donna se li è scelti proprio bene questi due figuri, il primo cade nella droga, il secondo le vuole così bene che prima la accoglie ma poi quando lei le fa presente quello che le chiede la sua fede, la abbandona.
              Trovarsi un lavoro?

              Comunque sarebbe come dire, che piuttosto che il martirio, se un mussulmano mi obligasse a convertirmi ad Allah pena la morte, difronte a questo meglio l’apostasia, cristiano che non muore buono per un altra volta.

              • lorenzo ha detto in risposta a enrico

                Il mio intervento, data per assodata l’indissolubilità matrimoniale, era semplicemente un invito ad evitare di giudicare le persone che peccano senza avere un’intima conoscenza delle molteplici sfaccettature che ci si trova a vivere nella vita reale.

                Un’ultima domanda ai “duri e puri”: premesso che il peccato di adulterio rimane sempre e comunque un peccato, pecca più gravemente chi tradisce per prurigine pur avendo alle spalle un matrimonio sereno e felice o chi la fa perché è stato abbandonato e cerca un momento di affetto al solo scopo di provare ad uscire da una cupa disperazione?

                • enrico ha detto in risposta a lorenzo

                  @ lorenzo

                  Lorenzo, non è questione di duri e puri.
                  Di per se io ho già le mie mancanza da grattarmi, qui si sta discutendo sulla questione e punto.

                  1 A nessuno spetta il diritto di giudicare le persone se non a Dio
                  2 Giudicare e diverso da discernere, se infatti non potessimo discernere fra il bene ed il male come potremmo confessarci?
                  E se ciò che è bene e male lo decidessimo da noi stessi rispetto a cosa ci confesseremmo?
                  Quindi alla sua domanda io non rispondo chi abbia maggiore colpa.
                  Entrambi devono confessarsi ed entrambi pentiti e dispiaciuti otterranno sicura misericordia e perdono.

                  Io penso che se l’esortazione va interpretata in modo tale che esistano casi in cui l’unione fra i nuovi coniugi diventa lecita e non costituisce materia grave, deve essere fornita una casuistica, come nei casi di nullità, attraverso cui discernere la situazione e a questo punto deve essere dato un segno concreto che il nuovo matrimonio è valido, almeno una benedizione.

                  Lasciare alla soggettività di giudizio a me non convince.

                  • lorenzo ha detto in risposta a enrico

                    Io non sto qui disquisendo sulla validità o meno del secondo matrimonio, sto semplicemente affermando che agli operatori della Misericordia non serve un manuale di casuistica ma il discernimento viscerale dell’amore materno: credi forse che S. Pio o S. Leopoldo facessero esperi in casuistica?

                    Quanto poi a noi, “l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”.

                    • enrico ha detto in risposta a lorenzo

                      @ lorenzo

                      Non voglio avere uno spirito polemico, anche perchè non serve a niente, a parte il mio commento qui sotto nei confronti della redazione perchè non mi piace l’atteggiamento di UCCR verso Socci così come non mi piace l’atteggiamento di Socci verso Papa Francesco.

                      Ma il punto è che se io andassi a confessarmi per un qualsiasi peccato, e dicessi che non ho intenzione alcuna di mutare il mio comportamento, nè Mandic nè padre Pio potrebbero assolvermi.
                      Quindi va da se che, non so come, la seconda unione, posto che l’unione dei due coniuge diventi lecita, deve essere essa stessa valida.

                      A me pare logico.

                    • lorenzo ha detto in risposta a lorenzo

                      @ enrico

                      Se non ho capito male, tu consideri il fatto “che non ho intenzione alcuna di mutare il mio comportamento”;

                      io invece ipotizzo il caso che non vi sia possibilità, a meno di scelte eroiche, di uscire dal vicolo cieco in cui, colpa o non colpa, ci si trova.

                      Resta il fatto che un matrimonio valido non può essere sciolto.

                    • enrico ha detto in risposta a lorenzo

                      @ Lorenzo

                      Mi scuso se cito Socci che cita il concilio di Trento:
                      “se qualcuno dice che anche per l’uomo giusificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili a osservarsi, sia anàtema”.
                      Ora Lorenzo, più semplicemente, se introduco criteri di giudizio soggettivi che giustificano atti che sono materia grave, non credi che si possa trovare una giustificazione per tutto, proprio perchè si tratta di un criterio soggettivo?
                      Non avete qui su UCCR, scritto articoli su articoli mostrando come i radicali abbiano utilizzato casi “particolari” per poi far passare qualunque cosa dal varco creato?

                    • lorenzo ha detto in risposta a lorenzo

                      @ enrico

                      Gesù che accoglie la samaritana mette forse in dubbio l’indissolubilità del matrimonio?

                      Non è che per caso fai confusione tra Misericordia e giustificazione della colpa?

                • Giuseppe ha detto in risposta a lorenzo

                  Caro Lorenzo, in base a ciò che scrivi devo pensare che le tue domande non erano tese ad approfondire insieme l’insegnamento del Magistero, ma solo a voler mettere in difficoltà il tuo interlocutore, da te giudicato “duro e puro”. A questo punto ho il dovere di farti notare che l’unico ad emettere giudizi, in questo caso temerari (e quindi colpevoli) sei stato tu. Chi scrive ha solo ribadito l’insegnamento della Chiesa e i suoi comandamenti, i quali non servono a “maltrattare” i peccatori, ma semplicemente a condurli verso la salvezza eterna. Forse vuoi accussare Nostro Signore di essere “duro” per aver detto all’adultera di non peccare più? O il precursore, Giovanni Battista per aver accusato Erode Antipa di una unione illegittima, fino al punto di farsi tagliare la testa? Era duro San Paolo che ha scritto “non illudetevi ne ladri, né adulteri, né sodomiti (…) entreranno nel Regno dei Cieli? Vuoi accusare di durezza Padre Pio perché cacciava via dal confessionale, senza assoluzione, coloro che si presentavano senza le dovute disposizioni interiori (da conosciute per vie soprannaturali)? Vuoi accusare anche San Giovanni Paolo II di essere “duro” per aver stabilito che l’unica possibilità di ricevere i sacramenti, per i divorziati risposati, è quella di vivere come fratello e sorella? Ovviamente non lo farai perché sai benissimo che Nostro Signore, Giovanni Battista, San Paolo, Padre Pio, Giovanni Paolo II non avevano alcuna intenzione di maltrattare i peccatori ma volevano soltanto guidarli verso l’eterna s salvezza. Cosa ti autorizza dunque a pensare (se non un giudizio temerario, che è un peccato) che Coloro che ribadiscono l’insegnamento del Magistero della Chiesa siano “duri” e che si sentano migilori degli altri (“puri”), e non siano invece fedeli seguaci di Cristo, i quali come il loro Mestro, come il Battista, come san Paolo, come Padre Pio, come Giovanni Paolo II abbiano a cuore solo e soltanto la salvezza eterna dei propri fratelli che essi amano come loro stessi?

                • Giuseppe ha detto in risposta a lorenzo

                  Caro Lorenzo, in base a ciò che scrivi devo pensare che le tue domande non erano tese ad approfondire insieme l’insegnamento del Magistero, ma solo a voler mettere in difficoltà il tuo interlocutore, da te giudicato “duro e puro”. A questo punto ho il dovere di farti notare che l’unico ad emettere giudizi, temerari in questo caso (e quindi colpevoli) sei stato tu. Chi scrive ha solo ribadito l’insegnamento della Chiesa e i suoi comandamenti, i quali non servono a “maltrattare” i peccatori, ma semplicemente a condurli verso la salvezza eterna. Forse vuoi accussare Nostro Signore di essere “duro” per aver detto all’adultera “non peccare più? O il precursore, Giovanni Battista per aver accusato Erode Antipa di una unione illegittima, fino al punto di farsi tagliare la testa? Era duro San Paolo che ha scritto “non illudetevi ne ladri, né adulteri, né sodomiti (…) entreranno nel Regno dei Cieli? Vuoi accusare di durezza Padre Pio perché cacciava via dal confessionale, senza assoluzione, coloro che si presentavano senza le dovute disposizioni interiori (da conosciute per vie soprannaturali)? Vuoi accusare anche San Giovanni Paolo II di essere “duro” per aver stabilito che l’unica possibilità di ricevere i sacramenti, per i divorziati risposati, è quella di vivere come fratello e sorella? Ovviamente non lo farai perché sai benissimo che Nostro Signore, Giovanni Battista, San Paolo, Padre Pio, Giovanni Paolo II non avevano alcuna intenzione di maltrattare i peccatori ma volevano soltanto guidarli verso l’eterna s salvezza. Cosa ti autorizza dunque a pensare (se non un giudizio temerario, che è un peccato) che Coloro che ribadiscono l’insegnamento del Magistero della Chiesa siano “duri” e che si sentano migilori degli altri (“puri”), e non siano invece fedeli seguaci di Cristo, i quali come il loro Mestro, come il Battista, come san Paolo, come Padre Pio, come Giovanni Paolo II abbiano a cuore solo e soltanto la salvezza eterna dei propri fratelli che essi amano come loro stessi?

                  • lorenzo ha detto in risposta a Giuseppe

                    Mia intenzione era semplicemente quella di far rilevare che quando il Papa scrive “che il discernimento dei Pastori deve sempre farsi “distinguendo adeguatamente”, con uno sguardo che discerna bene le situazioni”, non mette in alcun modo in discussione la millenaria dottrina della Chiesa, ma cerca di incarnare nella realtà della vita reale l’Amore di Dio che si estrinseca nella Misericordia ed è superiore alla legge.

                    Credi forse che S. Pio, mandando assolti alcuni e non altri, non discernesse tra persone che avevano fatto lo stesso peccato in base alla legge?

            • Dario* ha detto in risposta a lorenzo

              Ad onor del vero bisogna dire che il tuo esempio limite ricorda da vicino gli esempi tirati in ballo dai promulgatori della causa abortista. Per inciso, non ho alcuna intenzione di offenderti né giudico le tue posizioni, volevo solo darti con spirito fraterno un possibile spunto di riflessione

      • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

        Giuseppe, guarda che alcune cose sono già cambiate. In passato ad esempio di credeva che chiunque fosse fuori dalla Chiesa Cattolica, qualora non ci fosse almeno il battesimo di desiderio, si sarebbe dannato, compresi i martiri cristiani ortodossi morti sotto il comunismo.

        Oggi nessuno crede più questo, anzi il CVII ha affermato che anche gli appartenenti ad altre religioni, se rifiutano Cristo in buona Fede (senza, cioè, essere convinti dentro di se della Verità che gli hanno portato i missionari, rifiutandoLo quindi senza colpa) possono salvarsi. Certo non per meriti di Allah o degli dei indù, ma per i mezzi straordinari di salvezza di Cristo.

        Pertanto alcune cose sono GIÀ cambiate. Non confondere il Magistero infallibile e i dogmi teologici (ovviamente immutabili) con la pastorale e le dottrine non infallibili. La Chiesa non è un monolite fuori dal tempo, ma incarna il Vangelo OGGI.

        • Giuseppe ha detto in risposta a Vincent Vega

          Caro Vincent, mi dispiace correggerti ma il motto di sant’Ambrogio “extra Ecclesia nulla salus” (al di fuori della Chiesa non vi è salvezza). E’ sempre valido e non è mai cambiato. Ciò che invece nel tempo si è approfondito e compreso meglio sono i confini della Chiesa. LO stesso dicasi per il battesimo di desiderio che è necessario per la salvezza dei non battezzati. Per (mia) comodità ti riporto come ha risposto ad una obiezione simile alla tua il teologo domenicano Padre Angelo Bellon: “Rimane sempre vero che per essere salvati è necessario far parte della Chiesa. Infatti per essere salvati è necessario essere rivestiti della grazia di Cristo. Nessuno può salvarsi, e cioè avere remissione dei peccati se non per i meriti della passione di Cristo. Né può essere rivestito della grazia santificante se non perché gliela dà Cristo. 3. La Chiesa ha sempre insegnato che la comunicazione della grazia non è legata ai sacramenti (gratia non alligatur sacramentis). Dio la comunica anche al di fuori dei sacramenti. E poiché vuole che tutti gli uomini si salvino, la offre a tutti. 4. Nel momento in cui ogni persona acquista la grazia, fa parte della Chiesa. Non farà parte del corpo visibile della Chiesa, perché rimane mussulmano o buddista. Ma fa parte dell’anima della Chiesa, e cioè di ciò che è proprio della Chiesa, di ciò che la unisce vitalmente a Cristo nell’ordine soprannaturale. 5. Far parte del corpo della Chiesa è importante. Ma far parte del corpo della Chiesa ed essere privi della grazia non permette di entrare in paradiso. Mentre entra in paradiso chi fa parte solo dell’anima della Chiesa, ma non del suo corpo. 6. Pertanto rimane sempre vera l’affermazione “extra Ecclesia nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza).
          Ma intendendo per Chiesa quello che la Chiesa ha sempre inteso: e cioè almeno l’appartenenza all’anima della Chiesa. Così questa affermazione veniva intesa anche nei secoli passati. Darle il significato esclusivo dell’appartenenza al corpo visibile della Chiesa è sempre stato ritenuto erroneo. Il Signore stesso ha detto: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori” (Lc 13,25-28). 7. Chi in buona fede non crede in Cristo, mentre crede alla propria religione e si comporta secondo il dettame della retta coscienza, può ricevere la grazia santificante. La Chiesa ha sempre insegnato che Dio non nega la grazia a chi fa quello che si deve fare (facienti quod in se est, Deus non denegat gratiam). Quanti tra i non battezzati sono inconsapevoli di possedere la grazia santificante, ma la possiedono! E questo è sufficiente per essere salvati. 8. Do ragione la tuo interlocutore quando dice che la Chiesa oggi ha testi molto belli sulla salvezza di chi non le appartiene visibilmente. Ma la sostanza è la stessa. Potrei dire che è stata esplicitata in maniera più diffusa. 9. L’espressione “verità falsa” è una contraddizione negli stessi termini. Perché o si tratta di falsità o si tratta di verità. Più correttamente avrebbe potuto parlare di dottrine false. 10. Dì pure al tuo interlocutore che la Chiesa fa bene attenzione a non entrare in contraddizione con quanto ha insegnato in materia di fede e di morale. Perché è più consapevole di lui che quanto è vero una sola volta, è vero sempre (quod semel verum, sempre verum), soprattutto se questa verità è stata sottoscristta, come ha promesso Cristo, anche in Cielo.

          • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

            Per Giuseppe

            Guarda che abbiamo detto la stessa cosa!
            Riprendo dal tuo post

            “Chi in buona fede non crede in Cristo, mentre crede alla propria religione e si comporta secondo il dettame della retta coscienza, può ricevere la grazia santificante. La Chiesa ha sempre insegnato che Dio non nega la grazia a chi fa quello che si deve fare (facienti quod in se est, Deus non denegat gratiam). Quanti tra i non battezzati sono inconsapevoli di possedere la grazia santificante, ma la possiedono! E questo è sufficiente per essere salvati.”

            Perciò l’induista che, seppur in buona Fede, non si converte, o magari aggiunge Cristo al pantheon dei suoi dei, può salvarsi. Esattamente come dicevo io.
            Perciò non mi hai contraddetto, anzi. 🙂

            Un tempo invece si pensava che uno scismatico ortodosso morto martire per Cristo rischiasse la dannazione. Come vedi le cose sono cambiate molto, e posso garantirti che una volta la si pensava così eccome, se vuoi ti tiro fuori dei documenti antichi con le citazioni.

            • Giuseppe ha detto in risposta a Vincent Vega

              stiamo certamente dicendo la stessa cosa. Non ci accordiamo sulla “evoluzione” del concetto. Tu parli di cambiamento dottrinale, il preferisco parlare di approfondimento e di maggior comprensione, p se preferisci di riforma nella continuita. Ti ringrazio per i dcumenti ma mi è sufficiente la tua parola che esistono.

          • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

            Per farti capire che il cambiamento (in bene!) c’è stato, ti cito Firmiliano, Vescovo di Cesarea di Cappadocia, nel 258 scriveva, in una lettera a Cipriano

            “Cum vero et arca Noe nihil aliud fuerit quam Sacrametum Ecclesiae Christi, quae tunc, omnibus foris pereuntibus, eos solos servavit qui intra arcam fuerunt, manifeste instruimur ad Ecclesiae unitatem perspiciendam, quemadmodum et Apostolus Petrus posuit dicens… (citazione di 1 Pt. 3, 21) sic et nuns quicumque in Ecclesia cum Christo non sunt, foris peribunt, nisi ad unicum et salutare Ecclesiae lavacrum per paenitentiam convertantur” Cf. PL. 3, p. 1168.

            ” Poiché l’arca di Noè non fu altro che il sacramento della chiesa di Cristo, che portò in salvo solamente coloro che erano all’interno dell’arca mentre tutti quelli che erano fuori perirono,… così anche ora tutti coloro che non sono nella chiesa con Cristo, periranno al di fuori, a meno che facendo penitenza si convertano all’unico e salutare lavacro della chiesa.”

            Lo stesso Cipriano, nella Epistola ad Jubaianum: PL 3, pp. 1123-1124 scriveva, un paio d’anni prima “Gli eretici non hanno nulla, perfino il loro martirio non serve a nulla e neppure le loro penitenze valgono qualcosa davanti a Dio, poiché salus extra ecclesiam non est.”

            Perciò all’epoca si pensava davvero che persino un martire morto per Cristo ma non facente parte della Chiesa non si salvasse, mentre oggi non è affatto così, anzi. Col tempo abbiamo conosciuto Dio sempre meglio.

      • Gabriele ha detto in risposta a Giuseppe

        La situazione irregolare resta sempre tale. La diminuzione della colpa riguarda non il caso oggettivo, ma la responsabilità soggettiva. Il papa non dice che la colpa mortale non è tale oppure che lo è ma non esclude la comunione, è la persona che non ha una colpa tale da meritare l’esclusione. Ricordiamo che la prassi generale non è cambiata, i divorziati risposati ancora non possono fare la comunione, ma Bergoglio proviene da una lunga esperienza a stretto contatto con la gente di tutti i giorni, perciò cerca di coniugare il rispetto della dottrina con le esigenze della vita comune (guardando le cose dal loro punto di vista), perchè se la Chiesa non deve mai smettere di indicare l’ideale (e non mi sembra che Francesco sminuisca) la realtà è quella che è, e la Chiesa ha sempre saputo calare i propri ideali nella realtà senza imporli dall’alto (come invece fanno le ideologie).
        Ci possono essere, quindi, persone non colpevoli che vivono una situazione colpevole: è giusto punirle?
        E’ un argomento delicato, se ne rende conto anche Francesco, che non parla mai di comunione per i divorziati risposati(rendendola così solo una possibilità, non l’unica strada) e per evitare una casistica troppo creativa richiama al rispetto della verità e della prassi di sempre, invitando i sacerdoti a non fare scandalo e a non diventare macchinette distribuitrici di ostie.
        Non dobbiamo poi essere ingenui, è ovvio che purtroppo ci saranno quelli che interpreteranno tale documento a loro uso e consumo provocando diversi abusi (per questo comprendo le preoccupazioni di molti), ma io trovo che la dottrina è comunque rispettata, la vedo in continuità (del resto, Francesco cita spesso documenti dei suoi predecessori) col magistero precedente, e le apparenti contraddizioni riguardano un ‘pragmatismo misericordioso’ che cerca di non buttare con l’acqua sporca anche il bambino.
        Tutto questo è in linea con quanto detto da Francesco sul preferire una Chiesa incidentata mentre compie il suo dovere piuttosto che una istituzione linda perchè chiusa in se stessa.
        E in fondo, non potrebbe avere ragione? Il mondo è ridotto molto male, bisogna darsi da fare e nel farlo bisogna anche sporcarsi le mani, confidando nel fatto che Gesù ha già vinto il mondo e la sua assistenza non verrà mai meno, ed io vedo già un esempio di tale assistenza in questo documento, che mantiene la sostanza della dottrina.
        Ben vengano comunque le critiche, perchè documenti perfetti non esistono, ma devono essere critiche costruttive, e senza dimenticare l’et-et cattolico, e quindi facendo attenzione a non saltare tutti i punti sicuramente positivi.

  8. Giuseppe ha detto

    Caro Lorenzo, ti rispondo volentieri, ma non con una mia opinione personale, la quale non avrebbe alcun valore, come tutti i “secondo me” in questioni di fede. Ti rispondo invece con il Magistero della Chiesa, perché è ubbidendo ad essa che noi cattolici abbiamo la ragionevole certezza di compiere la volontà di Dio e di fare il nostro vero bene. Dunque, la dottrina ci insegna che in certi casi (violenza fisica o psicologica, grave pericolo per l’educazione dei figli, ecc.) la separazione non solo è lecita, ma addirittura opportuna e dopo l’abbandono del coniuge per i gravi e fondati motivi citati si può accedere tranquillamente alla Comunione perché non si è commesso alcun peccato. Lo stesso si può dire se si sceglie di vivere sotto lo stesso tetto con una persona che promette un aiuto, per esempio nella crescita e nel mantenimento dei figli. Cosa non è lecito, allora? Non è lecito soltanto praticare atti sessuali nella nuova unione, perché non si tratta del coniuge legittimo (a meno che non ci sia stato un annullamento del precedente matrimonio e la nuova unione sia stata sigillata con il sacramento). Qual è allora la soluzione? Quella che è stata chiaramente espressa nella Enciclica Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II (enciclica citata spesso nell’Esortazione di Francesco): vale a dire vivere come fratello e sorella. E cosa significa questo? Occorre una promessa solenne davanti a un notaio con conseguente scomunica Latae sentantiae ed esilio immediato nel caso non si mantenesse la promessa? Nulla di tutto questo. La Chiesa conosce bene le debolezze dell’uomo. Si chiede, oltre al pentimento, il proposito sincero di non commettere il peccato di adulterio. Se poi il penitente dovesse cadere per debolezza potrà rinnovare il sincero proposito (sincero, Ripeto! Non ipocrita). Il tuo caso, dunque, una soluzione ce l’ha. Ma possiamo estremizzarlo ulteriormente: supponiamo che il nuovo marito sia un ateo convinto e che dinanzi al cammino di conversione della compagna si irrigidisca e non accetti la piena continenza sessuale minacciando la partner di essere abbandonata al suo destino. Bene, anche in questo caso la donna dovrà insistere con la continenza sessuale anche correndo il grave rischio di un abbandono. Si tratta di una inutile e insensibile rigidezza da parte della Chiesa? No al contrario. La Chiesa Mater et Magistra ha unicamente a cuore la salvezza eterna dei suoi figli e questa salvezza viene prima di ogni altra cosa, fossero anche beni materiali di prima necessità. Chiunque di noi, se dovesse scegliere tra la salvezza eterna e il benessere su questa terra, sceglierebbe la prima. Ma allora, tu dirai continuando il caso in esame, quella donna è condannata all’inferno qualora continuasse a concedersi carnalmente per non essere abbandonata? La Chiesa non dice questo, perché ci insegna che insieme alle vie ordinarie della Grazia (i sacramenti) ci sono anche vie straordinarie che solo Dio conosce. E’ possibile che date le attenuanti e la sofferenza per la situazione di disordine, il Signore conceda comunque lo stato di Grazia a quella donna, e che alla fine ella si salvi. Ma queste vie straordinarie di accesso alla Grazia non potranno mai essere ratificate dal confessore concedendo l’accesso all’Eucaristia, perché il giudizio del confessore si deve basare solo sull’aspetto oggettivo (gli atti intrinsecamente cattivi di cui parlavo prima).

    • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

      Per Giuseppe

      Sulla piena avvertenza ti consiglio questo scritto di Trianello, un teologo laureato alla Pontificia Lateranense

      https://pellegrininellaverita.com/2016/04/01/lineamenti-di-teologia-cattolica-07-i-sacramenti/#comment-20840

      “L’elemento chiave qui credo sia “si confessano dei peccati che, sebbene si prenda atto che siano considerati tali”. Si sa che la Chiesa li considera tali, ma non si riesce a pentirsene. Ora, tralasciando la distinzione tra contrizione perfetta e contrizione imperfetta (in forza della quale riceve il perdono dei propri peccati anche chi non ne comprende l’intrinseca cattiveria ma se ne pente per timore del giudizio divino), un peccato per essere mortale deve essere avvertito come tale. Se mettiamo io ho commesso un peccato che la Chiesa considera gravissimo, ma non ne realizzo la gravità o l’intrinseca peccaminosità, allora c’è un margine perché la misericordia di Dio possa lavorare e perché io mi possa ugualmente salvare. Se io, in buona fede, non mi pento dei miei peccati è perché non riesco a considerarli tali, perché non riesco, in fondo, a scorgerne la peccaminosità, per cui si può dire che non ho piena avvertenza dei medesimi che, oggettivamente, sono peccati, ma, soggettivamente, non mi appaiono come tali.”

      E la piena avvertenza è necessaria perché il peccato sia mortale.

      • Giuseppe ha detto in risposta a Vincent Vega

        Si tratta del concetto teologico della ignoranza invincibile che però mal si adatta ai casi di cui abbiamo discusso. Perdonami ma non ho il tempo di elaborare risposte articolate. Faccio nuovamente copia/incolla dalle risposte di Padre Angelo Bellon; “Non è necessario rifiutare coscientemente Dio per andare all’inferno.
        È sufficiente rifiutare Dio implicitamente, come del resto ha ricordato in maniera così chiara il Signore nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna»” (Mt 25,41-46).
        Come vedi, costoro che vengono condannati neanche pensavano a Dio. Di fatto agivano senza che Dio fosse la regola del loro comportamento.2. La tua amica ha detto che al termine della nostra vita tutti andremo in Paradiso a meno che…Quando è stata fatta una domanda simile a Gesù Cristo, questi non ha risposto dicendo: tutti si salvano, a meno che…Si legge invece nel Vangelo: “Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete»” (Lc 13,23-25).
        Vedi come è diverso il linguaggio dell’amica da quello evangelico. Eppure non possiamo dubitare che Cristo ne sappia ben di più della tua interlocutrice! 3. Dal Vangelo emerge l’urgenza della salvezza, l’urgenza della conversione. San Pietro, che è stato testimone della predicazione di Gesù, dice: “E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore?” (1 Pt 4,18). Gesù richiama molte volte alla vigilanza. “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24,42-44).
        4. Nell’affermazione dell’amica c’è qualcosa d’altro che viene sottinteso e che cioè vi sia peccato grave o mortale solo quando si rifiuta esplicitamente Dio. La Sacra Scrittura nega che il peccato mortale si riduca a questo. San Giovanni dice: “Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Gv 2,4). Prima di Giovanni, Gesù stesso aveva detto: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama” (Gv 14,21). Il Magistero della Chiesa insiste su questo. Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor ha detto: “Si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di opzione fondamentale, come oggi si suol dire, contro Dio, concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto dell’amore. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità” (VS 70). 5. Ti ringrazio di aver attirato l’attenzione sull’equivoco di identificare il peccato mortale col rifiuto esplicito di Dio. Ti faccio solo un esempio: quanti compiono adulterio e non lo fanno per rifiutare espl citamente o coscientemente Dio. Vi cascano per debolezza.
        Ma è una debolezza tragica, perché esclude dal Regno di Dio e porta all’inferno. San Paolo dice: “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,9-10). Come vedi, san Paolo non dice: “viene escluso dal Regno di Dio chi rifiuta coscientemente Dio”. Per esservi escluso è sufficiente trasgredire in maniera consapevole i suoi comandamenti.
        Una obiezione simile (e altrettanto infondata) è quella della opzione fondamentale:
        ecco la risposta di Bellon:
        1. quello che hai capito dell’opzione fondamentale corrisponde a verità.
        Essa indica l’orientamento di fondo della persona verso il bene, anzi verso un particolare bene.
        2. Tutti compiamo un’opzione di fondo.
        Anzi ne compiamo tante.
        Ad esempio è opzione fondamentale quella scelta per la quale ci si decide a seguire Cristo.
        Ma è opzione fondamentale anche quella di sposarsi o di consacrarsi al Signore.
        Ugualmente è opzione fondamentale sposarsi con una determinata persona o consacrarsi seguendo un particolare carisma.
        3. Questo sta ad indicare che nella nostre vita compiamo molte scelte, ma alcune sono più importanti di altre, perché orientano non solo un’azione, ma l’intera esistenza.
        4. Fin qui non si dice nulla di nuovo.
        Ogni persona attesta che è così.
        5. Ma alcuni, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, ne hanno approfittato per dire che si compie un peccato grave solo quando si muta l’opzione di fondo e cioè si fa un’opzione di fondo per il male.
        Sicché se una persona ha fatto un’opzione di fondo per Dio, sebbene i suoi atti talvolta possano essere contraddittori con l’opzione fatta, tuttavia finché non la ribaltano non si può parlare di peccato mortale.
        Allora il peccato mortale non vi sarebbe nelle singole azioni, ma solo nell’opzione di fondo.
        Per fare degli esempi a tutto campo: non andare a Messa alla domenica non sarebbe peccato grave finché non si muta l’opzione fondamentale per Dio.
        Compiere adulterio non sarebbe peccato grave finché non si muta opzione di fondo per Dio.
        Ugualmente uccidere una persona innocente non sarebbe peccato mortale finché non si muta l’opzione di fondo per Dio.
        Rubare non sarebbe peccato mortale finché non si muta l’opzione di fondo per Dio.
        6. Tutti capiscono che c’è qualcosa che non funziona in queste affermazioni, perché in questo modo si viene a scusare ogni azione.
        Anzi, non vi sarebbero più azioni intrinsecamente buone o cattive, ma tutto dipenderebbe dall’intenzione per cui uno le compie.
        7. Ora, sebbene l’intenzione di una persona sia molto importante per determinarne la colpevolezza, tuttavia non è né l’unico né il primo elemento per giudicare della bontà o della malizia di un atto.
        Vi sono infatti azioni che di sua natura, indipendentemente dall’intenzione per cui uno le compie, sono in se stesse buone o cattive. Ne va di mezzo il bene della persona stessa o della società.
        Per cui: uccidere un innocente e rubare sono sempre azioni di suo cattive, perché ledono gravemente la pace e la concordia all’interno della società.
        Bestemmiare è sempre un male perché esprime avversione nei confronti di Dio, ci separa da Lui, mentre proprio Lui è il bene al quale siamo diretti.
        Insultare o maltrattare una persona è sempre un male perché le si toglie il rispetto che le si deve.
        8. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Veritatis splendor, ripresenta con le seguenti parole il concetto di opzione fondamentale malamente inteso: “Nella logica delle posizioni sopra accennate, l’uomo potrebbe, in virtù di un’opzione fondamentale, restare fedele a Dio, indipendentemente dalla conformità o meno di alcune sue scelte e dei suoi atti determinati alle norme o regole morali specifiche. In ragione di un’opzione originaria per la carità, l’uomo potrebbe mantenersi moralmente buono, perseverare nella grazia di Dio, raggiungere la propria salvezza, anche se alcuni dei suoi comportamenti concreti fossero deliberatamente e gravemente contrari ai comandamenti di Dio, riproposti dalla Chiesa” (VS 68).
        9. Ed ecco la risposta del Papa: “In realtà, l’uomo non si perde solo per l’infedeltà a quella opzione fondamentale, mediante la quale si è consegnato ‘tutto a Dio liberamente’.
        Egli, con ogni peccato mortale commesso deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta la legge (cfr. Gc 2,8-11); pur conservandosi nella fede, egli perde la ‘grazia santificante’, la ‘carità’ e la ‘beatitudine eterna’. ‘La grazia della giustificazione – insegna il Concilio di Trento -, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l’infedeltà, che fa perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi peccato mortale’” (VS 68).
        E conclude dicendo che “si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di opzione fondamentale, come oggi si suol dire, contro Dio, concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto dell’amore.
        Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L’orientamento fondamentale può, quindi, essere radicalmente modificato da atti particolari” (VS 70, cfr. RP 17).
        In ogni azione l’uomo mette sempre se stesso e talvolta riduce l’opzione fondamentale fatta solo a qualcosa di generico che viene contraddetto dai fatti.
        9. Del resto tutto questo è secondo la logica di quanto ha detto il Signore: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!»” (Mt 7, 21-23).
        Infatti anche quelli che ascoltano la sua predicazione e vanno a Messa la domenica di fatto ribadiscono la loro opzione fondamentale per Dio.
        Ma questa non è ancora sufficiente per risultare graditi a Dio.
        Per essergli graditi è necessario essere in grazia e con l’anima purificata da ogni peccato mortale.

        • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

          Ripeto Giuseppe, c’è una certa differenza tra queste cose che hai riportato e le ultime indicazioni della Chiesa, che puntano più sulla Misericordia. Siccome nè io nè te siamo Papi direi di accettarle, no?
          Poi vedi tu, ma proprio ora che ci si sta emancipando da un concetto eccessivamente legalistico di Fede io direi di non disprezzarlo.

        • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

          Per Giuseppe

          “Si tratta del concetto teologico della ignoranza invincibile che però mal si adatta ai casi di cui abbiamo discusso.”

          Mal si adatta? Tutt’altro. La pastorale moderna mette la legge per l’uomo e non l’uomo per la legge, come in passato. Io direi di non disprezzare questo momento.

          • enrico ha detto in risposta a Vincent Vega

            @ Vincent Vega

            Da ultimo, non comprendo bene quando si afferma “ci si sta emancipando da un concetto eccessivamente legalistico di Fede io direi di non disprezzarlo”.
            Dante forse non pone in purgatorio eretici? e Catone che è morto suicida non è guardiano del purgatorio?
            Posso sbagliarmi ma a me sembra che certe posizioni nascondano più una sfiducia nella misercordia che il contrario.
            Infatti la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati, tant’è che il buon ladrone, che a tutti gli effetti, era un ladrone tanto da meritare la morte, si pente e si salva.
            Ma rimane un ladrone.
            Nulla di nuovo quindi.
            Ma se non ci sono dei paletti, che sono la legge, come possiamo discernere quando sbagliamo?
            Se il giudizio di cosa sia sbagliato è soggettivo, cosa vieta di autoassolverci sempre o per contrario cadere nello scrupolo più disperato.
            Quindi:
            O si pongono condizioni chiare per cui un nuovo matrimonio diventa lecito, e quindi si da pure un segno evidente di questo, almeno con una benedizione, oppure a me pare un gran casino.

            A me sembra così.

            • Vincent Vega ha detto in risposta a enrico

              Per Enrico

              “Da ultimo, non comprendo bene quando si afferma “ci si sta emancipando da un concetto eccessivamente legalistico di Fede io direi di non disprezzarlo”.
              Dante forse non pone in purgatorio eretici? e Catone che è morto suicida non è guardiano del purgatorio?

              Ma le anime del Purgatorio sono comunque salve! Il punto non è questo, il punto è che per secoli si è andati affermando che una donna che si risposa è meritevole di DANNAZIONE ETERNA, e che due ventenni che hanno rapporti prematrimoniali se muoiono in quello stato senza riuscire a pentirsi perchè non capiscono cosa stanno facendo di male si dannano.

              Oggi invece si è compreso meglio anche il concetto di piena avvertenza, spiegato bene da Trianello più sopra.

              “O si pongono condizioni chiare per cui un nuovo matrimonio diventa lecito, e quindi si da pure un segno evidente di questo, almeno con una benedizione, oppure a me pare un gran casino.”

              La benedizione la praticano già i nostri fratelli Ortodossi. Chissà. Non possiamo pretendere tutto e subito Enrico, la Chiesa sta riformando se stessa ma ci vuole tempo, non si può fare tutto in una volta. Già i dottori della Legge e i farisei scassano le palle così figurati con cambiamenti troppo subitanei! 😀

              Confidiamo nel Papa e nello Spirito Santo che lo guida! UBI PETRUS IBI ECCLESIA!

      • enrico ha detto in risposta a Vincent Vega

        @ Vincent Vega

        Perfetto Vincent Vega.
        Io sono d’accordo.
        Può anche darsi, anzi è probabile che i peccati mortali siano pochi, rispetto a quelli che facciamo rispetto materie gravi, ma questo giudizio spetta solo a Dio, poichè solo lui conosce il nostro cuore.
        E’ la differenza fra discernimento e giudizio, ed è per questo che l’uomo non può giudicare un altro uomo, infatti di nessun uomo la Chiesa afferma con certezza che si trovi all’inferno.
        E’ a noi obbligo di confessare i nostri peccati, e nemmeno noi possiamo sapere se sono veniali o mortali, però il proponimento a non commetterli più deve esserci, pure per i veniali.
        Secondo lei la Chiesa deve occuparsi della forma o del giudizio, che spetta a Dio solo?

        • Vincent Vega ha detto in risposta a enrico

          Dammi del tu, Enrico. 🙂

          “E’ a noi obbligo di confessare i nostri peccati, e nemmeno noi possiamo sapere se sono veniali o mortali, però il proponimento a non commetterli più deve esserci, pure per i veniali.
          Secondo lei la Chiesa deve occuparsi della forma o del giudizio, che spetta a Dio solo?”

          La Chiesa non può occuparsi del giudizio, naturalmente, che spetta solo a Dio. Alla fine dobbiamo seguire la nostra coscienza, se non abbiamo turbe mentali e non siamo psicopatici o dei demoni incarnati malvagi (che possono trovare cosa buona e giusta anche l’ammazzare dei bambini dopo averli stuprati) ci dirà la cosa giusta da fare.

    • Vincent Vega ha detto in risposta a Giuseppe

      Riguardo a quello che hai scritto il Papa ha dato disposizioni diverse, ovvero di discernere caso per caso. Perciò chi siamo noi per impedirglielo?

    • Giorgio ha detto in risposta a Giuseppe

      Giuseppe sono d’accordo, la tua mi sembra una risposta saggia e teologicamente avveduta, in linea col Magistero di sempre della Chiesa e con l’enciclica di un Papa Santo. Nella confusione il rischio di cadere nella casistica è davvero troppo elevato e l’azzardo morale è dietro l’angolo.

  9. sara ha detto

    Sinceramente la trovo tutta du una elevatezza tale da essere ineguagliabile….

    Per quanto riguarda qualche parola utilizzata in questo documento e facilmente interpretabile e’ una questione che riguarda la Pastorale piu’ Che la dottrina. Dunque sara’ un problema sei pastori usare troppo buonismo o scambiare la bonta’ e misericordia con l’integrazione, il peccato soggettivo al posto del peccato oggettivo e quindi una forma di relativismo dottrinale.

    In ultimo sinceramente, se posso esprimere la Mia modesta opinione direi Che oggi come oggi c’e’ uno scandalo tale del male e un mondo cosi’ in degrado Che fare i cavilli al documento sarebbe come avere un panno sudicio e preoccuparsi degli aloni…

  10. giulia ha detto

    Mi domando cosa si siano bevuti quelli dell’UCCR per affermare una tale castroneria!!

  11. enrico ha detto

    Infine cara redazione dell’UCCR
    Io trovo Socci esagerato, di per se non approvo la sua foga.
    Certo che però il “Chi sono io per giudicare” a Socci non si applica.

  12. Beatrice ha detto

    Scalfari di questo Papa ha detto una cosa che condivido in pieno, una cosa che dal suo punto di vista è positiva, ma dal mio è l’aspetto in assoluto più inquietante di tutto questo pontificato: prima c’era solo la distinzione tra peccato e peccatore, odia il peccato e ama il peccatore era il precetto da rispettare, ora questo Papa ha proprio abolito il peccato, tutto diventa giustificabile soggettivamente, l’uomo è visto come un bambino idiota che non è in grado di compiere delle scelte men che meno di assumersi le sue responsabilità, la colpa è sempre altrove, è di Dio che mi ha dato una vita orribile, è del prete cattivo novello fariseo che applica la legge divina alla lettera e che bastona i fedeli nel confessionale, è della società, del contesto esterno che sembra condizionare in modo vincolante il comportamento degli individui, ma in tutto questo dov’è finito il libero arbitrio? L’uomo invece è creato libero da Dio e anche se molti degli eventi che accadono nella sua vita sfuggono al suo controllo, ha sempre la possibilità di scegliere tra il bene e il male. Gesù diceva la verità senza giri di parole o espressioni ambigue, perché aveva fiducia nell’uomo e nella sua capacità di scegliere e perseguire il bene anche quando era sprofondato negli abissi del peccato e sembrava non ci fosse più speranza per lui di uscirne, andava da prostitute e pubblicani, ma non per giustificare le loro scelte e dir loro “è colpa della società”, “è colpa degli altri che non vi hanno aiutato a uscire dalla miseria”, andava da loro per mostrare che erano migliori di quello che erano diventati e che potevano ancora scegliere di cambiare vita mettendo in pratica le cose che insegnava. Il buon ladrone l’ha fatto ed è stato il primo a entrare in Paradiso, Maria Maddalena l’ha fatto ed è stata la prima a vedere Gesù risorto. A Papa Francesco, Spadaro, Kasper, Marx, Galantino, Forte, Baldisseri, Melloni, Mancuso, e tutta l’allegra brigata, manca non solo la fede in Gesù e nella sua Parola, perché non puoi dirmi che credi nell’indissolubilità del matrimonio e comportarti come se Cristo avesse predicato l’opposto, a tutti questi signori manca proprio la fiducia nell’uomo e nella sua capacità di elevarsi con l’aiuto della grazia divina da una vita di peccato a una vita nuova in Cristo. La chiamata alla santità è per tutti, non solo per pochi predestinati, uomini e donne eccezionali che sono nati così ed è quindi impensabile imitarli. Uno dei primi libri pubblicati da don Bosco con la collana delle “Letture cattoliche” è la vita di S. Zita e di S. Isidoro, testi che raccontano le vite di una santa serva e di un santo contadino, perché voleva che il pubblico popolare a cui si rivolgeva si immedesimasse nelle vicende e traesse esempio da queste figure. Don Bosco ha salvato tanti giovani da una vita sbandata, perché questa fiducia nella bontà dell’uomo ce l’aveva, sapeva che per essere puri agli occhi di Dio non occorreva né cultura, né ricchezza, ma solo buona volontà: “di quante cose adunque abbiamo bisogno per farci santi? Di una sola: bisogna volerlo!”.

    • lorenzo ha detto in risposta a Beatrice

      Scrivere: “… Molti non percepiscono che il messaggio della Chiesa sul matrimonio e la famiglia sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù, il quale nel contempo proponeva un ideale esigente e non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera…” , significa forse mettere in dubbio l’indissolubilità del matrimonio?

      Prima di blaterare a vanvera perché non ti informi?

      • Beatrice ha detto in risposta a lorenzo

        Mi sembra un dato di fatto palese che l’esortazione permetta l’accesso dei divorziati risposati al Sacramento dell’Eucaristia, contraddicendo il magistero recente di un Papa Santo e di un Papa ancora vivo. La nota “351” lo dice chiaramente: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).” Questo non solo per me ma per il principio logico di non contraddizione significa mettere in dubbio l’indissolubilità del matrimonio. Ora a te starà anche bene, a me no, perché l’amore per Gesù non mi permette di andare avanti come se nulla fosse successo. La sua Parola, la sua dottrina è stata tradita da colui che ha il compito di difenderla dagli attacchi del mondo e del suo principe. Tu sei libero di pensarla come vuoi, ma io starò sempre dalla parte di Gesù.

    • Hilario ha detto in risposta a Beatrice

      Beatrice, non mi pare proprio che il Papa abbia abolito il peccato… Ha semplicemente detto che le situazioni umane, anche quelle di sofferenza come un divorzio, sono infinitamente eterogenee, ed applicare una dottrina generale per tutte, oltre che ad essere una mancanza di misericordia, è umanamente sbagliato.

      Ti faccio una domanda: se una donna ha divorziato dal proprio compagno perché questo la massacrava di botte e poi ha deciso di risposarsi con un uomo che la ama e la rispetta, che peccato ha commesso? Per quale motivo questa donna dovrebbe essere esclusa dall’Eucaristia?

      • sara ha detto in risposta a Hilario

        Pero’ vedi Hilario, credo che gli esempi non siano il Massimo per esprimere l’intenzione del messaggio del Papa…perche’ attenzione: Lui non cambia la dottrine, e afferma nel documento Che il Matrimonio e’ un sacramento inscioglibile..dunque non va preso alla leggera..perche’ secondo il tuo ragionamento ogni Donna potrebbe trovare un motivo per lasciare il proprio marito.

        Inoltre la Chiesa gia’ prevede in casi in Cui e’ in pericolo la Vita dei figli o della donna la nullita’ del matrimonio. Altro e’ un marito burbero magari Che ti ama poco secondo la tua percezione e quindi secondo il tuo metro di misura cambi marito a seconda di come ti senti amata.

        Ma vedi, molto matrimoni si sono santificati, alcuni nel bene altri nel male… Le difficolta’ esistono e tenendo presente Che l’amore e’ anche accettazione sacrificio e rinuncia per l’altro.. Ogni caso raro, perche’ di casistica rara so tratta, deve essere vagliato da Chi ha il compito e il potere di farlo Grazie al sacramento concessogli, ossia il Prete.

        Per questo io ci andrei piano con gli esempi..

        • Hilario ha detto in risposta a sara

          Io sono sposato e i genitori di mia moglie tengono corsi prematrimoniali, quindi figurati se non credo nell’indissolubilità del Matrimonio. L’intenzione del messaggio del Papa mi sembra proprio quella di evitare generalizzazioni su una tematica, di per sè, molto delicata.

          Quando dici

          secondo il tuo ragionamento ogni Donna potrebbe trovare un motivo per lasciare il proprio marito.

          , in realtà, con il mio esempio, ho sostenuto il contrario. Il Matrimonio Cattolico è un sacramento indissolubile; ci sono però casi limite (e ribadisco “limite”), come quello che ho citato, in cui è oggettivamente impossibile, per una donna, stare insieme al proprio marito. E il discorso della nullità non è così semplice, perché se il Matrimonio era inizialmente valido, ovvero non viziato, non puoi richiederla.

          Ricordiamoci sempre che negare l’Eucaristia è una cosa molto grossa, quindi il Papa ha voluto proprio dire che bisogna andarci piano con le generalizzazioni, valutando caso per caso per distinguere matrimoni finiti per una banalità (tipo il coniuge che che scappa con il, o la, ventenne) da matrimoni finiti per cause ben più serie (tipo una moglie maltrattata).

          E questo non intacca minimamente l’indissolubilità del sacramento.

          • Andrea ha detto in risposta a Hilario

            Quelli che non possono accedere alla comunione non sono i divorziati, ma i divorziati risposati.

            • Hilario ha detto in risposta a Andrea

              Si, infatti l’esempio che avevo fatto riguardava un’ipotetica situazione in cui una donna maltrattata si risposava

              • Andrea ha detto in risposta a Hilario

                Appunto la Chiesa ammette che in casi estremi come questi, vi possa essere la separazione degli sposi e la fine della loro coabitazione. Ma mai e poi mai può ammettere, o comunque avallare, una seconda unione (almeno che non venga riconosciuto nullo il primo matrimonio).
                Quello che sinceramente mi sembra pericolosissimo di questa Esortazione Apostolica di Papa Francesco è proprio l’aver preso in considerazione la possibilità di casi limiti dove poter dare la comunione a coloro che si sono risposati dopo un divorzio.
                Cosa che il Catechismo della Chiesa Cattolica esclude categoricamente.
                Allora sarebbe come giustificare il caso limite di una donna che abortisce perchè stata stuprata. La Chiesa anche in questo caso mai giustifica o può ammettere questo.
                E’ una cosa pericolosissima dicevo perchè si tratterebbe di una piccola fessura attraverso la quale può passare l’acqua la quale piano piano potrà erodere le fondamenta stessa della Chiesa!!

                • Hilario ha detto in risposta a Andrea

                  Ma non ti sembra che applicare una dottrina generale, senza considerare la situazione umana, sia una sottospecie di fariseismo del 2000? Il fin dei conti i farisei osservavano attentamente ogni singolo precetto della Legge, ma mi pare che Cristo, giusto qualche volta, li abbia rivoltati…

                  L’umanità è un insieme di situazioni infinitamente eterogenee e complesse, non è possibile applicare una dottrina che riesca a coprire ogni singolo caso con un unico precetto. Bisogna tener conto anche della sofferenza delle persone che giungono a situazioni difficili. La dottrina serve, perché la Chiesa è una comunità di persone e, come ogni comunità, va regolamentata; ma una Chiesa che antepone un precetto alla persona è la Chiesa di Cristo, che si è fatto uomo proprio per condividere la nostra condizione anche nella sofferenza, o la Chiesa della Legge?

                  • Andrea ha detto in risposta a Hilario

                    Non ha valore quello che sembra a me o a te. Ha valore solo quello che la Chiesa insegna da duemila anni a questa parte e “propone” di credere come definitivo, fondato sulla Sacra Scrittura e la Tradizione.

                    Altrimenti dovremmo dire che Gesù, nel dire quello che ha detto sull’indissolubilità del matrimonio, sia sia comportato da fariseo. E’ infatti un po’ la stessa cosa che gli risposero i discepoli dopo che affermò “Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”.
                    I discepoli gli risposero infatti:” Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene.”

                    Furono proprio i farisei coloro che avevano allargato le maglie dei casi nei quali il marito poteva ripudiare la moglie!! E non Gesù, che in quel passo del vangelo difende l’indissolubilità del matrimonio (e la possibilità di passare a nuove nozze), senza se e senza ma.

                    • Hilario ha detto in risposta a Andrea

                      La Chiesa avanza con la storia, la Chiesa è innestata nella storia. Dire che ha valore solo quello che la essa insegna da duemila anni a questa parte rischia di rivoltarsi contro la tua tesi, perché l’insegnamento della Chiesa non è sempre stato uguale a sé stesso. E non potrebbe essere altrimenti; il deposito della Tradizione non è un monolite eternamente dato ed immutabile nei secoli dei secoli, ma è il frutto della riflessione della Chiesa che opera nel mondo, che cerca di capire qual’è il modo migliore di annunciare il Vangelo di Cristo nel tempo in cui vive ed opera. Basta leggere qualche autore della Scolastica (o anche pre-scolastico) per rendersene conto.

                      Gesù in quel passo ha difeso l’indissolubilità del Matrimonio sulla quale, ripeto, non ho il minimo dubbio. Ha negato senza se e senza ma la possibilità di passare a nuove nozze? Benissimo, infatti il Papa non ha detto che i secondi o terzi matrimoni possono essere celebrati in Chiesa.

                      Ma Gesù ha anche detto che chi passa a seconde o terze nozze non è degno di ricevere il suo corpo o che deve essere escluso dalla Chiesa (perché di fatto negare l’Eucaristia significa questo)? Non mi pare proprio. E ribadisco: il Papa non ha eliminato l’indissolubilità del Matrimonio (proprio perché, altrimenti, andrebbe contro il Vangelo), ma ha semplicemente detto che possono esserci dei casi molto gravi e particolari di persone divorziate e risposate in cui negare l’Eucaristia non sarebbe giusto. E ha chiesto ai pastori della Chiesa di fare un attento discernimento su tali casi.

              • Andrea ha detto in risposta a Hilario

                Ecco a proposito cosa dice il CCC

                “1650. Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza”.
                Non parla di casi limite. Questo modo di ragionare, ovvero quello dei casi limite, è lo stesso che nei paesi occidentali ha introdotto leggi in aperto contrasto alla Legge di Dio, come divorzio e aborto.

                • Hilario ha detto in risposta a Andrea

                  Infatti ho detto che sui casi comuni sono d’accordo. Ma i casi limite ci sono e vanno gestiti anch’essi.

                  • Andrea ha detto in risposta a Hilario

                    Il Catechismo non ammette casi particolari e limiti. Questo il punto.
                    Cosa che fu ribadita nel 1994 dalla Congregazione per la dottrina della Fede, in risposta a varie proposte di permettere eccezioni pastorali a questa dottrina la quale oltre a ribadire quanto scritto nel CCC, aggiunse, riferendosi all’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di GPII:””La struttura dell’Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni”.
                    E ora invece si ammettono casi, situazioni differenti, nei quali modificare questa prassi. Non pericoloso. Di più!

                    • Hilario ha detto in risposta a Andrea

                      Hai detto bene: è una prassi, non un dogma. Una prassi può anche essere modificata per andare incontro ad esigenze particolari, la Chiesa lo ha sempre fatto.

                  • Giuseppe ha detto in risposta a Hilario

                    Caro Hilario, nelle tue affermazioni ti fai portavoce di ipotesi teologiche, lo storicismo e la discontinuità nel Magistero che non soltanto non sono contenuti nel Magistero, ma addirittura lo contraddicono. Gli alfieri dello storicismo e della discontinuità sono Kung, Rahner, Manucuso, Bianchi, scuola di Bologna, tutti teologi (o presunti tali) di dubbia dotttrina. Benedetto XVI nel suo mirabile Magistero ha chiarito una volta per tutte le galsità di queste tesi. Egli dice che la fede di offi è espansione della fede di ieri e che è sbagliato affermare che sia altra cosa dalla fede di ieri.
                    Di qui l’importanza della Tradizione. Benedetto XVI ha detto che “la Tradizione è il Vangelo vivo, annunciato dagli Apostoli nella sua integrità, in base alla pienezza della loro esperienza unica e irripetibile: per opera loro la fede viene comunicata agli altri, fino a noi, fino alla fine del mondo. La Tradizione, pertanto, è la storia dello Spirito che agisce nella storia della Chiesa attraverso la mediazione degli Apostoli e dei loro successori, in fedele continuità con l’esperienza delle origini” (3.5.2006).
                    Tu dici ancora: Gesù ha anche detto che chi passa a seconde o terze nozze non è degno di ricevere il suo corpo o che deve essere escluso dalla Chiesa (perché di fatto negare l’Eucaristia significa questo)? Non mi pare proprio. E ha chiesto ai pastori della Chiesa di fare un attento discernimento su tali casi. Ma a parte che lo dice San Paolo (adulteri non entreranno nel regno dfei cieli, e altrobe, chi mangia e beve il Corpo e il Sangue di Cristo indegnamente mangia e beve la propria condanna), lo dice chiaranente il Catechismo a cui dobbiamo totale obbbedienza.
                    Poi aggingi: il Papa non ha eliminato l’indissolubilità del Matrimonio (proprio perché, altrimenti, andrebbe contro il Vangelo), ma ha semplicemente detto che possono esserci dei casi molto gravi e particolari di persone divorziate e risposate in cui negare l’Eucaristia non sarebbe giusto. Qiesta è una frase che attribuisci al Papa ma che non risulta da nessuna parte dell’Esortazione e nulla nel testo scritto può giustificare questa tua arbitraria interpretazione. Il Papa dice invece che nulla cambia nella situazione canonica di queste persone, perché la cosa è stata precedentemente esaminata e giudicata dal papa Giovanni Paolo II in seguito al Sinodo dei vescovi sulla famiglia svoltosi agli inizi degli anni Ottanta. In questi termini interpretativi si sono espressi illustri teologi come il teologo domenicano P. Thomas Michelet, docente incaricato all’Angelicum di Roma. Tu ne sai pià di lui?

                    • Hilario ha detto in risposta a Giuseppe

                      Caro Giuseppe, non attribuirmi cose che non ho detto. Non ho parlato di discontinuità del Magistero, né tantomeno ho detto che la fede di oggi è diversa dalla fede di ieri. Ho detto che l’insegnamento (che è il modo in cui la Chiesa trasmette la fede e non la fede stessa) è cambiato nel corso dei secoli perché è soggetto alla riflessione che la Chiesa opera nel tempo, la quale non stravolge certo il deposito della Rivelazione che Cristo ha dato, ma adatta il modo di trasmetterla. Vorresti forse negare che, nel corso dei secoli, la Chiesa, attraverso Concili, Sinodi e teologi, ha cambiato certe prassi ed abitudini (non parlo, quindi, di dogmi di fede) per meglio svolgere la sua missione pastorale?

                      Per quanto riguarda quanto affermato nell’esortazione, ne riporto un passo:

                      Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».[349]In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».[350] A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.[351] Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».[352] La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.

                      Nella nota “351” viene detto: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).

                      Mi pare di capire, quindi, che l’accesso ai sacramenti non sia del tutto precluso, ma sia da valutare effettuando un serio discernimento dei singoli casi.

                      Per quanto riguarda il Catechismo della Chiesa Cattolica, riporto il paragrafo citato anche dal Papa nell’esortazione post-sinodale:

                      L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali

                      Non è vero, quindi, che il CCC considera tutti i casi allo stesso modo e non ammette “casi particolari”; afferma, anzi, che la responsabilità di un’azione può addirittura essere annullata in certe situazioni.

                      Per concludere, non pretendo certo di saperne di più, come dici tu, di un teologo domenicano; il fatto di essere un laico, però, non mi (e non ci) impedisce di dialogare e discutere, e perfino di avere un’opinione, sui contenuti della dottrina della Chiesa.

                  • Giuseppe ha detto in risposta a Hilario

                    Caro Hilario Non era mia intenzione negarti la possibilità di avere una tua opinione. Non tutte gli aspetti che possono riguardare la fede sono stati definiti dal Magistero e su questioni opinabili ognuno di noi è libero di farsi le opinioni che meglio crede. Bisogna però avere chiaro quali sono gli aspetti definiti sui quali NON è lecito avere una propria opinione (pena l’eresia) e quali no. Come sai per il Magistero dogmatico occorre il totale assenso, per quello ordinario (almeno) il religioso ossequio. Prendo dunque atto con gioia che tu, in obbedienza al Magistero non sostieni il principio della discontinuità e mi trovi del tutto d’accordo con la tua seguente affermazione: l’insegnamento (che è il modo in cui la Chiesa trasmette la fede e non la fede stessa) è cambiato nel corso dei secoli perché è soggetto alla riflessione che la Chiesa opera nel tempo, la quale non stravolge certo il deposito della Rivelazione che Cristo ha dato, ma adatta il modo di trasmetterla. Per quanto riguarda l’Esortazione che riporti, la prima parte rimprovera i casi in cui si adopera il Magistero non con l’intenzione di salvare le anime ma con quella di “disprezzare” i peccatori. Sappiamo tuti che il Papa è molto sensibile a questo aspetto e la storia ci insegna che queste cose possono effettivamente accadere (vedi i Giansenisti). E’ chiaro che il Papa non intende dire che accompagnare un peccatore verso la conversione in ossequio al
                    Magistero sia un gesto da “cuore durp”. Vuole invece dire che bisogna farlo con sincero amore per il peccatore e con il vivo desiderio di aiutarlo nel cammino della salvezza. Ciò che è criticato dal Papa è il cuore duro non la dottrina (altrimenti ci sarebbe da condannare anche Gesù e San Paolo come ho spiegato in precedenza. Inoltre è ovvio che il cuore duro lo si può trovare anche in quei pastori che (come avviene da tempo In Germania) concedono p’Eucaristia senza che il peccatore abbia le giuste disposizioni. Per quanto riguarda la seconda parte della tua citazione, e in particolare per quanto riguarda la nota 351: «Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale», si legge nella nota, «dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. Qui si applica quanto ho affermato in un altro documento: cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), ,NON è AFFATTO chiarito a quale disciplina sacramentale si faccia riferimento. Potrebbe infatti trattarsi per esempio della confessione e dell’unzione degli infermi, e non ci sarebbe contrasto alcuno tra questi sacramenti e l’insegnamento della Chiesa. Ovviamente se si trattasse dell’eucaristia ci sarebbe contrasto, o per meglio dire “discontinuità”, ma nell’Esortazione si dice chiaramente che rimane interamente valida la Veritatis Splendor dove è scritto che “se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla”. LO conferma la stessa Esortazione che al paragrafo 303 dice: «Dato che nella stessa legge [morale] non c’è gradualità (cfr. Familiaris consortio, 34), questo discernimento [quello fatto dal divorziato risposato sulla sua situazione] non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità […] proposte dalla Chiesa».
                    Non ti pare che se il Papa avesse voluto includere nelle eccezioni caso per caso anche L’Eucaristia lo avrebbe scritto chiaramente, invece di ricorrere ad una nota a piè di pagina dove si parla genericamente di sacramenti?
                    Per quanto riguarda il Catechismo il punto nr. 1650 è di una chi9arezza cristallina: Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza”. Se ci fossero eccezioni sarebbero state indicate oppure ci sarebbe stato il richiamo al punto da te citato (come fa altrove il Catechismo con i suoi rimandi).

          • sara ha detto in risposta a Hilario

            Puo’ darsi Che sia come dici tu.
            Non volevo andare contro il tuo ragionamento o affermare Che tu non credi nel matrimonio, ma semplicemente Che la logica di Dio Che agisce Grazie al discernimento dei Preti, non e’ uguale alla nostra logica.

            Cristo ci insegna anche a Vivere l’ impossibile Hilario, senno’ ovvio Che umanamente seguire Cristo non sarebbe possibile e la logica del mondo Che ti dice: Perche’ dovresti soffrire? Ponendoti in tentazioni di felicita’, come Cristo nel deserto, ti porterebbe a scegliere cio’ che piu’ ti aggrada.

            Lo scandalo della sofferenza e’ la logica del mondo a cui si propongono tutte le soluzioni e tutti i mali possibili per l’accesso sfrenato ad una felicita’ da te.

            Non hai figli?
            Comprateli
            Sei depresso?
            Ammazzati
            Non vuoi figli?
            Abortisci
            Non vuoi mariti pressanti o violenti?
            Divorzia.

            ” Non di solo pane vive l ‘uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca dI Dio”.

            ” le mie vie non sono le vostre Vie e i miei pensiero non sono i vostri pensiero”..

            E’ questa la risposta giusta.

            • Hilario ha detto in risposta a sara

              Il discorso sulla logica del mondo è chiarissimo, infatti non voglio certo promuovere il relativismo. Cristo ci insegna a vivere l’impossibile, ma non ci chiede di rinunciare alla nostra umanità e alla nostra dignità di uomini per viverlo.

              Una moglie che viene massacrata di botte dal marito e sopporta questo scempio, mette da parte la sua dignità di essere umano e di donna, perché diventa succube di un uomo che può disporre di lei come meglio crede. Tutto qui, nessun relativismo, nessuna messa in discussione dell’indissolubilità del Matrimonio, nessuna idea di accettare come buoni e validi tutti i comportamenti che troppo spesso ci vengono proposti da una società sbandata. Solo umanità, nient’altro.

              • Beatrice ha detto in risposta a Hilario

                Una volta ho sentito fare questa obiezione della donna picchiata dal marito a un prete che difendeva la pratica della Chiesa di escludere i divorziati risposati dall’Eucaristia. Il prete rispose che nel caso di pericolo di vita della donna o dei figli è necessaria la separazione anche dal punto di vista della Chiesa e che in casi come questi è quasi certa la possibilità di ottenere un annullamento del matrimonio, perché se il marito è violento in maniera pericolosa evidentemente ha problemi psicologici seri di cui la donna sicuramente non era a conoscenza al momento delle nozze. Oltretutto saprai che questo Papa ha ulteriormente facilitato le procedure per ottenere l’annullamento, aumentando tra l’altro il numero dei motivi validi per vedersi riconosciuto nullo il precedente matrimonio: pensi davvero che una donna in quella situazione non riuscirebbe ad avere subito l’annullamento? Comunque questi casi-limite sono esattamente gli argomenti con cui i radicali hanno portato avanti le loro battaglie per far approvare tutte le leggi ingiuste contro vita e famiglia degli ultimi anni. Per esempio per far approvare la legge sull’aborto si portavano le storie tragiche di ragazzine tredicenni stuprate, dicendo che era una crudeltà costringerle a partorire. Risultato: oggi a milioni di bambini innocenti viene negato il diritto alla vita e molte donne si trovano a dover affrontare gravi depressioni a causa della loro scelta. Questi casi-limite vengono oggi usati anche per cercare di far approvare la legge sull’eutanasia. Mi spiace, ma io la penso come San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e mi batterò sempre contro la dittatura del relativismo che sta spadroneggiando in tutto il mondo e ora ahimè anche all’interno della Chiesa.

                • Hilario ha detto in risposta a Beatrice

                  Non è detto che una donna in quelle condizioni riesca ad avere certamente l’annullamento. Un conto è se il marito ha problemi psicologici di cui la donna non era a conoscenza; in questo caso, l’annullamento è certo. Ma poniamo il caso di un marito in perfette condizioni psico-fisiche che, a seguito della perdita del lavoro, inizia a bere e, ubriaco, a picchiare la moglie. In questo caso, quali sarebbero gli estremi per l’annullamento? Il fatto che il marito ha una personalità debole che non gli consente di affrontare la perdita del lavoro con la giusta maturità? Non direi proprio, perché magari nemmeno lui, prima di sposarsi, avrebbe mai pensato di arrivare a tale estremo. E il Codice di Diritto Canonico afferma che se il matrimonio non è viziato in origine, è perfettamente valido.

                  Ripeto: i casi limiti ci sono e vanno affrontati. Sarà 1 caso su 100.000? Benissimo: che risposta diamo a quel caso? Anch’io la penso come Benedetto XVI, tanto che la mia libreria è piena delle sue opere… Lui ha avuto il merito di riprendere con forza il tema del rapporto tra fede e ragione.

                  Effettuare un serio discernimento a livello pastorale sui casi limite non significa cedere alla dittatura del relativismo, ma esercitare la nostra principale facoltà, la ragione, per capire come la Chiesa può accompagnare e non escludere le persone che vivono una situazione difficile.

    • sara ha detto in risposta a Beatrice

      Io capisco Cosa Vuoi Dire Beatrice..e’ una paura Che sinceramente nutro anche io..e cioe’ Che si voglia fare entrare il Relativismo anche all’interno della Chiesa.

      Siamo nel tempo della Confusione spirituale in Cui sembra si parlino tante lingue Che non s’intendono fra loro.

      Ma confido sempre nello Spirito Santo Che non abbandonera’ mai la sua Chiesa, obbedienza a Pietro quindi…Sempre!

      • Beatrice ha detto in risposta a sara

        Sull’obbedienza cieca e incondizionata ti rispondo con le parole della Madonna, colei che ha detto subito sì a Dio e che si definiva la serva del Signore. Durante un’estasi avuta il 28 aprile 1986, Cornacchiola sente la Vergine dirgli: “vedi figlio mio, anche se chi dà un ordine ti sembra che sbagli, tu sei tenuto a ubbidire, a meno che quest’ordine tocchi la fede, la morale e la carità. Allora no!”. Questo passo lo puoi leggere a pag. 174 del libro “Il veggente” di Saverio Gaeta. Come vedi esistono casi particolari in cui il cristiano non solo può disobbedire, ma deve farlo! Anche San Pietro lo dice chiaramente: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At.5, 29). Gli apostoli hanno disobbedito ai farisei, che erano i capi religiosi dell’epoca, predicando a tutte le genti il Vangelo di Cristo e venendo perseguitati come eretici per questo. Il cristiano a cui viene chiesto di adorare l’imperatore romano come un dio, deve disubbidire all’autorità civile piuttosto che rinnegare la sua fede disubbidendo in tal modo a Dio. I cristeros in Messico si sono ribellati contro le ingiuste leggi promulgate dai governi massoni che impedivano la pratica religiosa ai cattolici e tra loro c’è stato anche un ragazzino morto martire che diventerà presto santo, Josè Sanchez del Rio. In un’omelia molto bella in cui veniva commentato il passo del ritrovamento di Gesù al tempio da parte dei genitori che erano in ansia perché non sapevano dove fosse, il prete disse che apparentemente sembra qui che Gesù si comporti da figlio ribelle, che pensa solo a fare quello che vuole allontanandosi dai genitori senza dir loro nulla e senza minimamente preoccuparsi del dolore causato. In realtà, però, disse il sacerdote, Gesù non si ribella ai suoi genitori, ma obbedisce a Dio, che è diverso. E così tutte le volte che il cristiano si trova costretto a scegliere tra obbedire a Dio e obbedire a qualsiasi uomo, padre, madre, autorità civile o religiosa, deve sempre e comunque scegliere di obbedire a Dio, perché è a Lui che poi dovremo rendere conto delle nostre scelte. Il beato John Henry Newman, teologo molto amato da Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, scrisse nella Lettera al Duca di Norfolk: “Se il Papa o la Regina esigessero da me una “obbedienza assoluta”, lui o lei trasgredirebbero le leggi della società umana: a nessuno di loro io devo un’obbedienza assoluta!”

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