Le calamità naturali e l’esistenza di Dio: la risposta del cristianesimo

catastrofeDurante un recente intervento, Papa Francesco ha toccato un tema molto sensibile: «Ogni giorno, purtroppo, le cronache riportano notizie brutte: omicidi, incidenti, catastrofi», ha detto. «Gesù conosce la mentalità superstiziosa dei suoi ascoltatori e sa che essi interpretano quel tipo di avvenimenti in modo sbagliato. Infatti pensano che, se quegli uomini sono morti così crudelmente, è segno che Dio li ha castigati per qualche colpa grave che avevano commesso; come dire: “se lo meritavano”. E invece il fatto di essere stati risparmiati dalla disgrazia equivaleva a sentirsi “a posto”. Loro “se lo meritavano”; io sono “a posto”».

Ed invece, ha proseguito il Papa, «Gesù rifiuta nettamente questa visione, perché Dio non permette le tragedie per punire le colpe, e afferma che quelle povere vittime non erano affatto peggiori degli altri. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”?».

Non è Dio il responsabile del male del mondo, ci dicono il Papa e il Vangelo. E nemmeno è colpa dei peccati dell’uomo. Lo stesso Gesù, si potrebbe aggiungere, lo ha spiegato: «Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”» (Gv 9,1). Di chi è la responsabilità, allora? Dell’uomo, quando usa male la libertà che gli è stata donata, e lo fa quando è tentato dal Male, dal Maligno, che «ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente», spiega il Papa. La responsabilità è anche della natura, poiché soggetta a leggi evolutive indipendenti le quali -spesso assieme al contributo umano (desertificazione, disboscamento, abusi edilizi, inquinamento ecc.)-, provoca disastri ecologici, malattie e catastrofi. Proprio un recente studio, ad esempio, ha dimostrato che la causa del 70-90% dei tumori non è la “sfortuna”, ma fattori ambientali (inquinamento, di cui l’uomo è colpevole) e scelta di stili di vita errati.

La vera domanda allora è: perché Dio, buono e onnipotente, non interviene e permette il male? Il Creatore ci ha donato una libertà e una coscienza, abbiamo quindi tutti gli strumenti per scegliere il bene, eppure spesso scegliamo il male. Quello cristiano è un Dio che non impedisce o condiziona la libertà umana, sarebbe una violenza, ma rispetta le scelte della sua creatura, anche se da esse ne segue un male verso altri uomini. Dopo Auschwitz, bisogna chiedersi dov’era l’uomo, la sua umanità, non dov’era Dio. Egli era negli uomini che lo avevano nel cuore e lo testimoniavano, come padre Massimiliano Kolbe che si offrì volontario al posto di un padre di famiglia quando i nazisti scelsero le persone da mandare nelle camere a gas.  L’intervento di Dio è sempre (o quasi, miracoli a parte) a livello personale, in chi lo accoglie. Non interviene nemmeno quando il male (terremoti, inondazioni ecc.) è dovuto totalmente alla casualità della natura.

In un bell’editoriale della Civiltà Cattolica del 2005 si legge giustamente: «le leggi che governano la natura sono state volute da Dio, certamente Egli potrebbe arrestarne o cambiarne il corso, ma non lo fa se non in casi estremamente rari, per esempio nel caso dei miracoli, per dare un segno specialissimo della sua presenza di amore nella storia umana. D’altra parte, la terra è affidata agli uomini che hanno il compito e la responsabilità di» custodirla al meglio. Potrebbero limitare i danni delle catastrofi naturali ma, purtroppo, non è in questa direzione che si muovono oggi la scienza e la tecnica, ecco perché il grande richiamo di Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sii”. «Sta qui il peccato più grave, di cui si rende colpevole l’uomo di oggi, poiché contraddice in maniera gravissima il disegno di Dio sugli uomini, che è sempre un disegno di amore e di salvezza. Non è dunque questione di chiamare in causa Dio per i disastri naturali, mettendone in dubbio la bontà e la provvidenza. A questo proposito, possiamo osservare che generalmente si ha un’idea non esatta della “provvidenza” di Dio. Si pensa cioè che essa consista nell’evitare alle persone di incorrere in situazioni che possono danneggiarle nella vita, nella salute e nei beni. Ma Dio non è il “tappabuchi” della malvagità, dell’insipienza e della pigrizia degli uomini, e neppure degli effetti disastrosi di eventi naturali: perciò non interviene per evitare le conseguenze disastrose di eventi naturali e di comportamenti umani colpevoli o imprevidenti. La sua provvidenza consiste nel fatto che Dio sa ricavare il bene per gli uomini anche dalle più dolorose e tragiche situazioni in cui li pongono gli eventi disastrosi della natura o la loro malvagità e insipienza».

Dio permette il male -sia quando la causa è l’uomo sia quando è la natura-, non perché è indifferente ma perché da esso è capace di trarne un bene maggiore per l’uomo. Il male è una condizione necessaria dell’esistenza umana, Dio stesso si è coinvolto con l’uomo patendo l’incredibile ingiustizia della passione e della morte in croce. E da questo male ne ha tratto un bene più grande: la Resurrezione, ovvero la vittoria definitiva sulla morte che ha dato pieno senso all’esistenza dell’uomo. La croce è un mezzo per un bene maggiore, questo è il metodo di Dio. «Dio non viene a “tenere una lezione” sul dolore», ha spiegato Papa Francesco, «non viene neanche ad eliminare dal mondo la sofferenza e la morte; viene piuttosto a prendere su di sé il peso della nostra condizione umana, a portarla fino in fondo, per liberarci in modo radicale e definitivo».

Nessuna religione riesce a stare di fronte al male del mondo senza scandalizzarsi, senza imbarazzarsi. Quella atea, ancora di più, esaspera la frustrazione degli uomini perché riconduce tutto in modo superstizioso al caso, alla “fortuna” e alla “sfortuna”. Soltanto il cristiano, al contrario, può rispondere, capisce il senso del male perché la croce di Cristo è all’origine della sua fede. Spesso, paradossalmente, vede addirittura fortificata la sua posizione o, giunge alla conversione come è accaduto all’ex ateo militante Scott Coren, diventato cristiano dopo il male accaduto a sua figlia.

Le catastrofi naturali sono anche un monito alla precarietà esistenziale della vita umana, una sfida mortale allo scientismo, all’onnipotenza della tecnica e alla superba idea di autonomia dell’uomo. «Dio non ci ha tirati fuori dai guai, Dio è il gancio per tirarci fuori da essi. Questo gancio è il crocifisso», ha spiegato il filosofo Peter Kreeft. Il male nel mondo è il monito più efficace per l’uomo perché pensi alla sua salvezza e riconosca l’Unico che può permetterla e rispondere al suo bisogno. Meglio una vita santa vissuta nella malattia che un vita sana destinata a divenire polvere.

La redazione
(articolo inserito nell’archivio dedicato alle tematiche teologiche)

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