Lo storico ebreo Gary Krupp: «odiavo Pio XII, poi ho scoperto che è stato un eroe»

Pio xii 5Sono cresciuto odiando Pio XII, poi ho scoperto che era un eroe”. A parlare così è l’ebreo Gary Krupp, fondatore della “Pave the Way Fondation”. Lo studioso ha infatti raccontato di come considerasse il pontefice un “collaboratore di Hitler”, ma poi dopo aver appreso la notizia che il Fuhrer era intenzionato ad invadere il Vaticano e a fare prigioniero Pio XII, cominciò a consultare diversi archivi scoprendo come gli ebrei dell’epoca nutrissero verso la Chiesa profonda gratitudine nei confronti della sua azione contro le politiche razziali.

Grazie allo studio di molti storici (Michael Hesemann, William Doino, Ronald Rychlak…), infatti, si sono scoperte molte attività di Pio XII a favore degli ebrei come l’invio di denaro a favore dei perseguitati o l’aiuto a nascondersi all’interno delle stesse mura vaticane. Uno di questi interventi lo si può vedere durante la razzia del ghetto di Roma nell’ottobre del ’43: in quell’occasione il pontefice inviò suo nipote, Carlo Pacelli, dal vescovo Alois Hudal, prelato malvisto nella curia per le sue simpatie tedesche e che nel dopoguerra aiuterà a far scappare alcuni criminali nazisti, affinché facesse pressioni al generale Reiner Stahel per fare fermare le deportazioni.

Più di mille ebrei romani furono deportati dalla città, ma la maggioranza di essi riuscì a salvarsi grazie anche all’aiuto della Chiesa che offrì loro rifugio in conventi e monasteri. Ad esempio, nel convento delle suore oblate agostiniane più di cento ebrei, a cui si devono aggiungere anche ex militari e civili, trovarono rifugio «per espresso desiderio, ma senza obbligo, del Santo Padre Pio XII, che per primo riempie la villa di rifugiati il Vaticano, la villa di Castelgandolfo, San Giovanni in Laterano» come scrisse nel suo diario la religiosa Francesca Teresa.

Anche nei paesi occupati la Chiesa svolse un ruolo importante a salvaguardia degli israeliti. In Francia i vescovi, pur ribadendo in maggioranza la propria fedeltà al maresciallo Philippe Petain, il “vincitore di Verdun”, e la loro lealtà al potere costituito, si opposero però alla politica antisemita del governo, sostenuti in questo da papa Pio XII. Essi aiutarono gli ebrei facendoli passare la linea di confine in Spagna o Svizzera, procurandogli falsi certificati di battesimo o nascondendogli in scuole, canoniche o altri rifugi. Il cardinale Gerlier nel 1942 espresse la sua inquietudine, a nome di tutti i vescovi, sul trattamento a cui erano sottoposti ebrei che disconosceva «i diritti essenziali di ogni essere umano e le regole fondamentali della carità». Lo stesso Pio XII intervenne direttamente protestando con il maresciallo Petain,tramite il nunzio Valeri, affermando di disapprovare le norme antisemite adottate dal governo di Vichy, e il Vaticano inviò consistenti somme a favore dell’Opera di San Raffaele per l’emigrazione degli israeliti.

Non soltanto gli ebrei beneficiarono però della rete di carità della Chiesa. Anche molti antifascisti riuscirono ad avere salva la vita grazie all’intervento di molti ecclesiastici. Ad esempio, il prete modenese, don Mario Rocchi, morto lo scorso anno, aiutò durante la guerra molti soldati inglesi al punto che la stessa Regina Elisabetta II in segno di riconoscenza donerà a quest’ultimo cinque milioni di lire (contributi verranno però anche dagli ufficiali e parenti dei soldati salvati) con i quali riuscirà a costruire la Città dei Ragazzi dove tutt’ora vivono e studiano circa 250 giovani (Il prete che salvò gli inglesi dai nazisti…).

Del resto, a difendere Pio XII dalla fantascientifica opera “Il Vicario”, fu anche l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede durante la guerra, sir d’Arcy Osborne, che scriverà, in una lettera al “Times” del 20 maggio 1963, che «Pio XII è stato il personaggio più calorosamente comprensivo, gentile, generoso, affettuoso (e fra parentesi, santo) che io abbia avuto il privilegio di conoscere nel corso di una lunga vita (…) Sono certo che papa Pio XII sia stato malgiudicato in modo grossolano nel dramma di Herr Hochhuth.» (citato in O. Chadwick, Gran Bretagna e Vaticano durante la seconda guerra mondiale, Milano 2007 p. 476).

Mattia Ferrari

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