Ivan Scalfarotto: «la coppia omosessuale vuole farselo, il figlio»

Utero in affittoCi scuseranno i nostri lettori se riprendiamo un’intervista dell’ottobre scorso -di cui avevamo già accennato sulla nostra pagina Facebook-, ma ci è tornata in mente con la trasmissione “Questioni di famiglia” andata in onda ieri su Rai3, dove la (solita) coppia di uomini con “figli” è stata presentata come “nuova famiglia” («descrivendo la famiglia “tradizionale” come luogo di tutti i mali e la “famiglia gay” come paradiso in terra», ha commentato Mario Adinolfi), sorvolando furbescamente sul come siano stati “ottenuti” quei bambini.

Ed ecco che allora è tornata alla mente l’intervista di “Repubblica” all’on. Ivan Scalfarotto, deputato del PD e sottosegretario alle riforme costituzionali, nonché punta di diamante dell’attivismo Lgbt in Italia. Oltre ad accusare di “omofobia” la proposta di legge renziana sulle unioni civili (termine che ormai ha perso ogni confine e viene utilizzato contro tutto e contro tutti, anche contro una legge del genere!), Scalfarotto ha affermato con tranquillità: «L’urgenza è l’adozione del figlio del partner. È una fattispecie più frequente. La prima scelta di una coppia omosessuale è di farselo, il figlio. Mentre l’adozione è molto complessa».

La coppia omosessuale vorrebbe “farsi” un figlio? Una frase infelice, buttata lì da Scalfarotto forse senza nemmeno pensarci. Ma è una scelta linguistica -probabilmente fortuita- che rivela una cruda verità. Quella cruda verità che ieri sera in televisione è stata ben nascosta per un vago senso di pudore. Come due omosessuali potrebbero “farselo” il figlio? C’è un unico modo per “farsi” un figlio: prendere una povera donna indiana o ucraina bisognosa di denaro -dunque schiavizzandola, con il benestare delle femministe- perché metta a disposizione un pezzo del suo corpo, l’utero, per poi strappargli dalla braccia la creatura in lei cresciuta in quei 9 mesi di intima e profonda relazione tra madre e figlio (cioè il prodotto che i due omosessuali hanno ordinato e poi pagato). Si chiama “utero in affitto”, anche se preferiscono chiamarlo con un più anonimo “maternità surrogata” o, meglio ancora, “Gestazione Per Altri”, a cui molti -i più svegli- hanno già preferito la semplice sigla GPA. Il linguaggio è importante e quando si nasconde qualcosa è sempre un campanello d’allarme.

Ecco come la femminista Ritanna Armeni, rispondendo ad una sua amica, descrive il mercato di bambini: «Mi dai continue lezioni a proposito della sostenibilità del pianeta, dei disastri che il mondo occidentale ha provocato nei paesi in via di sviluppo, sulla rovina delle foreste, sullo sfruttamento abominevole che le multinazionali fanno del lavoro delle donne e degli uomini di quei paesi. Riterresti giusto, moralmente accettabile che alcune donne – le ricche occidentali – che ormai sono riuscite nella loro carriera e possono economicamente permetterselo, paghino altre donne di quel mondo già colpito e sfruttato affittando il loro utero? E’ coerente con i tuoi principi – che sono anche i miei – accettare con serenità che le donne della parte più povera del mondo vendano il proprio corpo per permetterci carriera e denaro?».

E’ la moderna forma di schiavitù, la mercificazione del corpo e, sopratutto, la compravendita o il contrabbando di esseri umani. Il tutto con il benestare dell’élite intellettuale occidentale: si chiamano “nuovi diritti” o “diritto alla genitorialità”. Un “diritto incoercibile”, lo ha affermato il cattolico Giuseppe Tesauro, presidente della Corte costituzionale italiana: «La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile». “Incoercibile”, ovvero non può essere frenato, non ha limiti. Ha risposto Papa Francesco pochi giorni fa criticando la concezione che sia «una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono». Si arriva, così, ai sempre più numerosi casi di discriminazione eugenetica, come accaduto quando una coppia non ha voluto prendere uno dei due gemelli nato da “madre surrogata” thailandese in quanto affetto da Sindrome di Down (è la squallida legge del mercato: hanno pagato per avere della merce buona e hanno rifiutano quella “difettosa”). Oppure discriminazione razziale: una coppia lesbica ha denunciato la banca del seme di Chicago poiché essa ha fornito sperma di un uomo di colore, mentre loro avevano pagato per avere il seme di un donatore specificatamente bianco.

«Purtroppo le donne sono usate come mezzo di produzione, e rese oggetti del processo» afferma la dott.ssa Carmel Shalev, docente di Bioetica all’Università di Haifa. Oltre «all’uso fraudolento della maternità surrogata per creare e vendere i neonati», c’è anche il problema delle donne per il «doppio standard delle cure per interventi medici invasivi che arrecano danni alla salute, compresa l’infertilità come effetto collaterale. Le procedure mediche spesso comportano violazioni dell’integrità fisica e dell’autonomia del paziente». In molti casi «le donne sono state private della loro libertà e confinate per tutta la durata della gravidanza in situazione di custodia, controllate ventiquattro ore su ventiquattro». Come ha spiegato Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, «l’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie».

Giuseppina La Delfa, presidente dell’associazione omosessuale “Famiglie Arcobaleno”, dopo aver incredibilmente affermato che per un bambino «non importa se siano uno, due o diciotto» i genitori, in una intervista di un anno fa ha preferito glissare sull’argomento dell’utero in affitto spiegando: «non parlo dell’India, proprio perché è un mondo che non conosco». Ha invece voluto parlare «della maternità per altri come viene praticata in Canada o negli Stati Uniti quella che noi di “Famiglie Arcobaleno” conosciamo bene e promuoviamo». Ovvero: madre generosa regala il suo neonato appena concepito ad una coppia omosessuale: «È un regalo immenso e senza prezzo che fanno a chi non può farlo. Io le ammiro e le ringrazio». Regalare il neonato? Davvero le “Famiglie Arcobaleno” possono promuovere il regalo di neonati? Possibile che si possa paragonare un essere umano ad un pacchetto regalo, confezionato da una donna che poi con generosità lo regala a chi ne ha bisogno o ai suoi amici gay più cari? Magari con un bel fiocco rosso in testa, per festeggiare il Natale?

In ogni caso né La Delfa né Scalfarotto hanno voluto commentare la recente sentenza della Corte di Cassazione che ha sbarrato la strada alla maternità surrogata in quanto essa «si pone oggettivamente in conflitto» con «la dignità umana – costituzionalmente tutelata – della gestante e l’istituto dell’adozione». Per la legge, ha concluso la Cassazione, chi conduce in Italia un bambino nato tramite utero in affitto, anche se munito di un certificato di nascita estero, è soltanto un «genitore apparente», per cui il minore va considerato «in stato di abbandono», ed è considerato adottabile da parte del tribunale dei minori.

La redazione

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