Monoteismo violento e politeismo tollerante? E’ una leggenda

sacrifici umaniIl noto semiologo e filosofo italiano Umberto Eco ha riassunto in un breve articolo tutti i un cliché esistenti circa il rapporto tra monoteismo, politeismo e violenza. Con una imbarazzante sintesi ha ridotto in poche righe secoli di complessi sviluppi storici, accompagnandoli con luoghi comuni da bassa propaganda anticristiana.

«Nessun politeismo ha mai fomentato una guerra di grandi dimensioni per imporre i propri dèi», ha scritto Eco. «I due monoteismi che hanno scatenato invasioni per imporre un unico dio sono stati quello islamico e quello cristiano». Questa è la sua tesi, riciclata da Edward Gibbon, Hume, Comte e altri intellettuali illuministi. Ma ciò che sta dietro a queste posizioni della pubblicistica anticristiana è che, come ha spiegato Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale dell’Università di Perugia, «l’idea di verità, comunque intesa, rappresenta una minaccia per la democrazia la quale può vivere solo nell’orizzonte di un pluralismo scettico, in quel “politeismo dei valori” che, secondo Max Weber, era il plafond del mondo secolarizzato. Se verità=violenza allora tutto ciò che riconduce all’Uno, al Dio unico, è segno d’intolleranza. Dopo l’11 settembre questa è l’accusa che il post-modernismo rivolge alle religioni abramitiche: cristianesimo, ebraismo, islam». Il teologo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha affermato che «la compulsiva diffusione della formula, che interpreta il monoteismo religioso come l’ideologia radicale della volontà di potenza, è certamente frutto dell’ignoranza. Ma anche una semplificazione grave». La Commissione Teologia Internazionale ha pubblicato proprio qualche mese fa il documento “Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza”, che sfata il mito del legame tra monoteismo e violenza. Senza negare gli abusi storici commessi in nome di Dio da parte di molti cristiani, si spiega che «l’aggressività con la quale viene riproposto questo ‘teorema’ si concentra essenzialmente nella denuncia radicale del cristianesimo».

Il cristianesimo viene colpevolizzato ma è l’unico che afferma che la verità non la si possiede ma è un incontro, l’incontro con Gesù («io sono la via, la verità e la vita»). E questa verità, questo incontro può solo essere una proposta e non un’imposizione, ed ogni volta che è stato, è o sarà imposto, si tradirà la sua vera natura. Come ha spiegato Papa Francesco, «a volte si pensa ancora che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà. Paolo VI ha parole illuminanti al riguardo: “Sarebbe un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà è un omaggio a questa libertà” (Esort, ap. Evangelii nuntiandi, 80). Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo».

Se dunque l’accusa filosofica al cristianesimo non regge, è anche errata storicamente. Umberto Eco, ad esempio, usa come esempio di “violenza cristiana” le crociate, che sarebbero state indette «per imporre il loro dio su quello degli islamici» e il colonialismo il quale «ha sempre giustificato le sue conquiste con il progetto virtuoso di cristianizzare le popolazioni conquistate». Stupisce come Eco ignori -come chiunque sa- che le crociate nacquero per difendere e liberare i pellegrini cristiani a Gerusalemme, seviziati e rapiti dai califfi islamici. Per quanto riguarda il colonialismo, trattato su UCCR in un lungo dossier, la Chiesa cattolica non invitò mai a cristianizzare nessuno e, anzi, si alleò ai nativi (pensiamo alla famosa battaglia di Mbororé, dove gesuiti e indigeni respinsero i colonizzatori) proteggendoli ed emettendo una serie di bolle papali in cui venne condannata la loro schiavitù o l’esproprio dei loro beni. «Con l’autorità apostolica e attraverso questo documento stabiliamo e dichiariamo che i predetti Indios, e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla nostra religione, non si possono privare della libertà e del dominio della loro proprietà», ha scritto nella bolla “Veritas Ipsa” Papa Paolo III nel 1537. Le conversioni, forzate o meno, vennero attuate dai colonizzatori occidentali, i quali però vanno in parte giustificati dal fatto che si trovarono di fronte ad un raccapricciante spettacolo di violente religioni politeiste, i cui dèi pretendevano sacrifici umani, cannibalismo e omicidi. E’ stato anche dimostrato che il popolo Azteco, ad esempio, smise di praticare sacrifici umani e altre violente forme autoctone di culto proprio proprio grazie alla conversione cristiana di molti dei suoi membri, forzata o meno che fosse (Koschorke, “A History of Christianity in Asia, Africa, and Latin America” 2007, pag. 31–32; McManners, Oxford Illustrated History of Christianity 1990, pag 318).

Occorre inoltre ricordare, come ha fatto il prof. Borghesi, che l’alternativa fra un monoteismo necessariamente violento e un politeismo presuntivamente tollerante, oltre ad essere un’indebita semplificazione è anche «una contrapposizione fortemente ideologica, perché il politeismo antico non fu affatto pacifico dacché le guerre tra popoli, come in Omero, sono al contempo guerre tra dèi». Infatti tra le storiche (e tolleranti!) religioni politeiste che non avrebbero mai scatenato invasioni o guerre religiose, oltre ai violenti e disumani culti dei Maya, Atzechi e Incas, occorre ricordare anche quelli degli antichi egizi. Infatti, come ha spiegato Daniel Timmer, professore di Antico Testamento presso l’University of Sudbury, le conquiste dei faraoni egiziani venivano attribuite agli dei, «rendendo chiaro che le azioni militari dell’impero egiziani attraverso i secoli sono casi di violenza religiosa». Lo stesso, spiega, vale per tutte le popolazioni politeiste -come gli assiri e i babilonesi- in cui vi era un’identificazione tra il re e la divinità, «che esercitava la sua violenta autorità nel nome del dio». Per questo si evince che «Babilonia, Egitto, e l’Assiria furono tre contesti costantemente politeisti e promossero la violenza in modo non meno efficace o diretta» di quella viene di solito attribuita ai monoteismi.

Non è un caso che Umberto Eco parli di politeismi citando solo Roma e Atene e tralasciando tutte le società politeiste precedenti come quelle appena descritte. Ha scritto: «Greci e Romani non volevano conquistare la Persia o Cartagine per imporre i propri dèi. Avevano preoccupazioni territoriali ed economiche ma, dal punto di vista religioso, non appena incontravano nuovi dèi di popoli esotici, li accoglievano nel loro pantheon». Se Eco si dimentica la violenza dell’imperialismo ellenico nei confronti della religione ebraica (cf. 1 Mac 1-14; 2 Mac 3-10), basterebbe leggere la “Repubblica” e le “Leggi” di Platone per conoscere i particolari di uno stato totalitario dove i culti da ammettere nella polis andavano strettamente sorvegliati e i dissidenti religiosi spediti in istituti di rieducazione, e in seguito uccisi se non si fossero conformati ai precetti religiosi. Ad Atene, Protagora ed Annassagora vennero processati per le loro idee religiose e nel capo d’accusa di Socrate, trascritto da Platone, è «non crede negli dèi della patria». A Roma, invece, l’introduzione di un culto straniero richiedeva l’autorizzazione della politica da parte del Senato e vi furono spesso casi di violente reazioni della politica pagana a credenze religiose, ad esempio contro alcune espressioni del culto metroaco e del culto dionisiaco. Quest’ultimo venne proibito a Roma. Tra il 60 e il 40 a.C. il Senato romano ordinò la distruzione di tutti i templi, gli altari e le statue dedicate a Iside e Serapide, dopo il 30 a.C. vennero perseguitati tutti i culti greco-egiziani, nel 21 a.C. Agrippa proibì i culti alessandrini, nel 19 a.C. Tiberio fece uccidere tutti i sacerdoti del tempio di Iside ecc.. Senza dimenticare la moltitudine di cristiani martirizzati per la lor fede, come lo stesso Eco riconosce: «i primi cristiani sono stati martirizzati non perché riconoscevano il dio di Israele (fatti loro), ma perché negavano legittimità agli altri dèi». Per l’appunto: la religione politeistica dell’impero romano perseguitò con specifico accanimento il cristianesimo, colpevole di rifiutare l’incensazione dell’imperatore come figura divina. La risposta si espresse nella testimonianza non violenta e nell’accettazione del martirio cristiano.

Per sostenere la sua accusa, oltre a Roma e Atene, Eco cita anche il subcontinente indiano il quale «non ha mai cercato di esportare le proprie divinità, e l’impero cinese è stata una grande entità territoriale, senza la credenza in una sola entità creatrice del mondo, e (sino a oggi) non ha mai tentato di estendersi anche in Europa o in America. Caso mai la Cina lo fa ora, ma con mezzi economici e senza impegno religioso, disposta a comprare industrie e azioni in Occidente, ma che la gente continui a credere in Gesù, in Allah o in Iahve non gli fa né caldo né freddo». A quanto pare il noto semiologo cade nella fallacia di considerare il politeismo come tollerante solo perché le società politeiste non hanno indetto guerre religiose per imporre i loro dei. Oltre al fatto che tra le società politeiste vanno incluse -come già detto- anche quelle assire, babilonesi ed egiziane, le cui conquiste erano religiose, è storicamente errato dimenticare che Roma e Atene, anche se non sono note per le “guerre religiose”, erano intolleranti verso i diversi culti religiosi al loro interno. Occorrerebbe parlare anche delle teocrazie buddiste del Tibet e del Buthan, che si sono combattute per due secoli con grande spargimento di sangue. Ancora oggi nelle società induiste è proibito il proselitismo di appartenenti ad altre religioni e tantissimi cristiani subiscono conversioni forzate. E lo stesso è accaduto e accade nelle (tolleranti) società buddhiste.

La tesi del monoteismo violento e del politeismo tollerante è l’ennesima leggenda nera illuminista, ma essa come abbiamo visto è insostenibile filosoficamente e storicamente. E’ Gesù Cristo che ha chiesto: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano» (Lc 6,27) e, come spiegato dalla Commissione Teologica Internazionale, è «il Figlio, nel suo amore per il Padre, che attira la violenza su di sé risparmiando amici e nemici (ossia tutti gli uomini). Il Figlio, che affronta e vince la morte ignominiosa, allestita come dimostrazione della sua impotenza, annienta in un solo atto il potere del peccato e la giustificazione della violenza».

La redazione

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