L’ontologica differenza tra l’uomo e l’animale, ne parla il filosofo Sergio Givone

scimmia uomo 

di Sergio Givone*
*ordinario di Filosofia ed estetica presso l’Università degli Studi di Firenze

da “Luce d’addio. Dialoghi dell’amore ferito” (Olschki 2016)

 

Baghdad, Mosul e Damasco hanno poco a che fare con Orlando, Parigi e New York. Ma è sempre la stessa violenza? Si, è sempre la stessa. Cambiano i modi e le forme del suo manifestarsi, ma in fondo… Questo fondo è ciò che da sempre si è deciso chiamare l’animo umano, è lì che va stanata se vogliamo capirci qualcosa. Lì abitano le ossessioni e i fantasmi che la generano. A cominciare dall’idea demoniaca che solo la violenza possa eliminare la violenza e portare la pace.

Lo schema è il seguente. Poiché l’altro e il diverso minacciano la nostra identità, invece di mettere in questione questa pretesa identità preferiamo opporci all’altro, al diverso, allo straniero. Fino al loro annientamento. Sperando così di ricompattare l’identità sociale a rischio di disgregazione. Ma a essere innescata è una spirale che sancisce il trionfo della violenza, non la sua limitazione. Lo si vede tanto nelle faide tribali quanto nelle guerre fra gli Stati, come nel caso del terrorismo.

Tutto ciò fa pensare che la violenza sia una pulsione connaturata all’essere umano e che le occasioni scatenanti possano essere molteplici, praticamente infinite. Ma dire che la violenza appartiene all’uomo per natura si presta a più di un equivoco. Che cos’è infatti “natura” per l’uomo? E’ la sua provenienza. E’ l’antica selva da cui proviene e in cui è stato forgiato il suo carattere, il suo peculiare modo di essere. Non a caso la nostra origine è posta in quello che si chiama stato di natura. Ossia lo stato dove vige una sola legge: uccidere o essere uccisi. E dove homo homini lupus.

C’è però da dubitare che la nostra origine sia davvero quella. Con ciò non si vuole assolutamente mettere in discussione l’evoluzione della specie. Ma alzare lo sguardo su un piano di ordine superiore, il piano etico. Bisogna farlo, non si può non farlo, dal momento che l’uomo è bensì natura, ma anche cultura. Ebbene, se immaginiamo la vita dell’uomo nello stato di natura (e non è poi così difficile, visto che l’uomo nello stato di natura ricade sempre di nuovo, oggi come ieri, e lo dimostra proprio la violenza di cui è capace), dobbiamo concludere che quello stato non è affatto originario. Noi non siamo fatti per esso (“fatti non foste per vivere come bruti”). Non siamo fatti per uccidere o essere uccisi. Siamo fatti per altro. In una parola: per essere quelli che dovremmo essere, ossia creature capaci di moralità.

Lo dimostra una semplice considerazione. L’uomo che si comporta come nello stato di natura non è un uomo. E’ un animale selvaggio, una bestia, un mostro, ma non un uomo. Ancor più dell’antropologia, la metafisica aiuta a far luce su questo tratto fondamentale dell’essere umano. Nello stato di natura l’uomo appare spaesato e perso. Come precipitato in un mondo che non è il suo. La violenza lo degrada. Qualsiasi atto di violenza lo svilisce, lo rende indegno. Non così l’animale. La vita dell’animale è pura violenza. Ma l’animale che aggredisce e uccide poi torna in pace con se stesso e con il suo mondo. Al contrario nell’uomo non c’è violenza che si lasci ricomporre senza strascico. Tanto che l’uomo, dopo aver ucciso, arriva a profanare il cadavere della sua vittima: lo ha fatto Achille su Ettore e lo fa chiunque partecipi ad un genocidio. Ed è proprio questo di più, questo eccesso a evidenziare la contraddizione. A questo proposito la metafisica parla di una decaduta e di una natura originalmente integra, a significare l’abdicazione dell’uomo alla propria umanità.

Allora la violenza da dove viene? Dobbiamo scendere ancora più a fondo in quel fondo senza fondo che è l’anima dell’uomo. Per trovare che cosa? Per trovare ciò per cui l’uomo è davvero fatto, per trovare la vera origine dell’uomo. L’uomo non è fatto per fare il male. L’uomo è fatto per fare il bene o il male. E se è fatto per fare il bene o il male, questo vuol dire che l’uomo si trova originariamente, in ogni momento della sua vita a scegliere: fra il sì e il no, fra l’essere e il non essere, fra la vita e la morte. E’ il momento vertiginoso della libertà. Vertiginoso perché non è che esperienza del nulla, come ben sa chi non è da nulla costretto, a nulla vincolato, ma nondimeno deve scegliere, deve decidere.

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