La centralità dell’uomo e la discontinuità con l’animale

Evoluzione FacchiniPoco prima di Natale, il quotidiano della Santa Sede, l’Osservatore Romano, ha pubblicato un estratto del nuovo libro dell’antropologo e paleontologo Fiorenzo Facchini, professore emerito di Antropologia dell’Università di Bologna, intitolato: Evoluzione. Cinque questioni nel dibattito attuale (Jaca Book 2012).

Facchini inquadra inizialmente la questione-chiave riconoscendo che «quando si affronta il tema della evoluzione ciò che riguarda l’uomo assume sempre un particolare interesse. Ammettere che anche noi abbiamo una storia che ci ha preceduti non come uomini, ma come membri di un raggruppamento animale suscita non di rado qualche difficoltà. Nello stesso tempo riconoscere le origini animali dell’uomo per taluni ha come conseguenza ovvia che siamo animali come gli altri», tanto che c’è «una fitta schiera di antropologi, zoologi ed etologi che accentuano la condizione biologica che accomuna l’uomo con gli animali e vogliono mettere in ombra o non riconoscere la specificità umana».

L’uomo è una scimmia più intelligente, si legge o si sente dire frequentemente dalla vulgata riduzionista. »Si ha l’impressione», commenta Facchini, «che alcuni abbiano quasi pudore a riconoscersi uomini, differenti dagli animali, il timore di cadere in un sorta di etnocentrismo». Sembra quasi che l’uomo debba scusarsi di essere uomo, notava G.G. Simpson, ma «questo atteggiamento appare più ideologico che scientifico, si ispira a una filosofia decisamente riduzionista». Anche Darwin stesso ha parlato di continuità e gradualità evolutiva come ipotesi dell’esistenza di differenza soltanto di grado fra l’uomo e l’animale, ma «questa affermazione appare più propriamente di carattere filosofico, nella linea del naturalismo riduzionistico e non tiene adeguatamente conto di ciò che è specifico del comportamento umano, che appare qualitativamente diverso, perché caratterizzato dalla cultura, pur nella continuità biologica tra ominide non umano e uomo».

L’estratto del libro prosegue indicando l’attuale datazione dell’apparizione dell’uomo moderno o Homo sapiens (in Africa circa 150.000 anni fa), sottolineando che «è soprattutto sulle discontinuità che può essere sviluppato il discorso per cogliere l’identità dell’uomo come specie. Esse riguardano essenzialmente il comportamento che manifesta aspetti e interessi che non sono più di ordine biologico. La maggiore discontinuità nel comportamento dell’uomo rispetto all’animale viene ritenuta da molti il linguaggio simbolico», e «le manifestazioni dell’arte e le pratiche funerarie», nelle quali «si dimostra chiaramente una discontinuità rispetto al mondo animale. Esse non appartengono propriamente alla sfera biologica. La cultura si caratterizza come capacità di progetto e di simbolo, entrambi rivelatori di intelligenza astrattiva, di coscienza e autodeterminazione». Altri esempi possono essere le manifestazioni che rivelano senso estetico o religioso, i prodotti della tecnologia strumentale e della organizzazione del territorio, direttamente legati a strategie di sussistenza, i quali «rivelano intelligenza astrattiva nel prefigurare lo strumento che si vuole ottenere proiettandolo nel futuro e, quindi, capacità di progetto.»

La discontinuità culturale, inoltre, si documenta grazie al «simbolismo di ordine spirituale, svincolati da necessità di ordine biologico, espressioni di una vita sociale più intensa e di interessi extrabiologici, come quelli riferibili alla sfera dell’arte e della religione». L’adattamento culturale, oltre a quello biologico è proprio soltanto dell’uomo e indica «la capacità progettuale e innovativa che caratterizza il comportamento umano. Nel caso dell’uomo la differenza è rappresentata dal fatto che non è un comportamento stereotipo, dettato dal Dna o dall’imprinting o da altri fattori non intenzionali, ma è un comportamento pensato e trasmesso anche per via non parentale, che può anche andare contro l’interesse dell’individuo o della specie. L’uomo ha la capacità di intervenire nei processi di adattamento modificando sia l’ambiente per adattarlo a sé, sia il proprio comportamento per adattarsi all’ambiente. Di conseguenza l’uomo ha la possibilità di modificare e anche contrastare intenzionalmente la selezione naturale operata dall’ambiente. Ciò rappresenta un caso unico nella natura».

In questo senso, si conclude, «la centralità che la teoria darwiniana toglie all’uomo, considerandolo come un evento fortuito, gli viene restituita dalla sua unicità nella responsabilità che ha nella gestione dell’ambiente. La discontinuità culturale e la discontinuità ecologica suggeriscono una discontinuità di altro ordine, di carattere ontologico, sul piano dell’essere, che invece non viene ammessa in una concezione riduzionista, secondo la quale lo psichismo riflesso e la coscienza sono ricondotte all’attività neuronale e ai geni. A nostro modo di vedere le differenze espresse dal comportamento culturale non sono della stessa natura di quelle fisiche, cioè quantitative, ma qualitative, perché si collocano a un livello diverso da quello biologico e implicano proprietà che non sono riconducibili a quelle di ordine fisico, chimico o biologico. L’autocoscienza, come capacità di riconoscere sé e gli altri, come consapevolezza di esistere è propria dell’uomo. Nell’autocoscienza c’è la capacità di abbracciare il passato e il futuro, oltre al presente, non in termini deterministici. L’uomo sa e sa di conoscere, pensa e sa di pensare». Il pensiero, la coscienza, la libertà, il senso morale e religioso esprimono un’attività intrinsecamente non determinata da proprietà biologiche e sono esclusivi dell’uomo.

«Certamente c’è un rapporto o interfaccia tra sfera biologica e sfera mentale, tra sentimenti e reazioni sul piano biologico neuronale, tra comportamenti e stimolazioni esterne», afferma Facchini, ma «il divario ontologico non comporta separazione, ma distinzione sul piano dell’essere, con interazione o interfaccia tra sfera biologica e sfera mentale». Il pensiero di Facchini risulta così essere in linea con quello del genetista Theodosius Dobzhansky, coautore della sintesi moderna, il quale ha affermato: «La diversità degli organismi diviene ragionevole e comprensibile se il Creatore ha creato il mondo vivente non per capriccio, ma attraverso l’evoluzione spinta dalla selezione naturale. E’ sbagliato ritenere creazione ed evoluzione come alternative che si escludono a vicenda. Io sono un creazionista e un evoluzionista. Evoluzione è il modo con cui Dio e Natura creano» (T. Dobzhansky, Nothin in Biology Makes Sense except in the Light of Evolution, The American Biology Teacher, 1973, p.129).

 

Qui sotto la presentazione del libro al Meeting di Comunione e Liberazione nell’agosto 2012

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

4 commenti a La centralità dell’uomo e la discontinuità con l’animale

« nascondi i commenti

  1. beppina ha detto

    La caratterizzazione del fatto che l’uomo si pone il problema del perché delle cose e del perché della coscienza di se, ha avuto dunque un inizio e, probabilmente, avrà una fine con la fine della sua era fisica.
    Probabilmente sta in questa valutazione puramente temporale la risposta del perché la storia dell’uomo non é la semplice storia di una specie animale (non moriremo solo perché alla vita segue logicamente la morte…) ne può considerarsi la storia di esseri evoluti destinati a ricondurre lo scopo della propria esistenza ad accontentarsi del livello di conoscenza acquisito (se ci siamo evoluti é perché non siamo semplici animali…). Ed é in questo contesto che va giustificata la necessaria ricerca trascendente dell’assoluto come unica realtà infinita ed invariabile che supera la realtà quadrimensionale della semplice valutazione fisica.

    0
  2. Michele Forastiere ha detto

    Interessante la citazione di Dobzhansky!
    E, a proposito del famoso mito “DNA umano = DNA scimpanzé al 95%”… potrebbe essere interessante anche dare un’occhiata a questo recente lavoro:
    http://www.sciencedaily.com/releases/2012/11/121106201124.htm
    (“Umani, scimpanzé e le scimmie condividono il DNA ma non i meccanismi regolatori dei geni”)
    Perché è importante? Beh, basta pensare al fatto che, a quanto pare, il contributo all’evoluzione dei fattori di trascrizione (per l’appunto dei meccanismi regolatori dell’espressione dei geni) sia – almeno – altrettanto importante di quello del DNA stesso:
    http://www.sciencedaily.com/releases/2013/01/130117133356.htm
    (“Identificata una nuova chiave della complessità degli organismi”).

    0
  3. Andrea C. ha detto

    L’unica cosa su cui mi trovo in disaccordo é questa parte: ” L’uomo ha la capacità di intervenire nei processi di adattamento modificando sia l’ambiente per adattarlo a sé…”. Seppure con entità molto inferiore esistono molti esempi in natura di animali che modicano e rispondono ai cambiamenti dell’ambiente: dai semplici ragni con le loro tele, gli uccelli con la costruzione di nidi! Alle formiche che coltivano funghi http://formiche.myblog.it/archive/2008/03/26/le-formiche-oricoltrici.html
    Fino a una particolare specie di scimmie che ha imparato a selezionare alcune pietre per nutrirsi di alcune noci:
    http://www.istc.cnr.it/it/question/una-scimmia-sa-usare-gli-utensili
    Recensione interessante, acquisterò sicuramente il libro

    0
  4. Michele Silvi ha detto

    “Cinque questioni nel dibattito attuale”, ma ciò che è qui nell’articolo lo aveva già scritto Konrad Lorenz nel 74, quasi 40 anni fa.
    Spettacolare il punto in cui, in “e l’uomo incontrò il cane”, il padre dell’etologia arriva ad affermare:
    “È pur vero che ancora oggi nell’uomo c’è tutto l’animale, ma non certo tutto l’uomo è nell’animale. Il nostro metodo filogenetico di indagine, che necessariamente parte dal gradino più basso, cioè dall’animale, ci mostra con particolare evidenza proprio l’ elemento essenzialmente umano, cioè quelle alte creazioni della ragione e dell’etica che non sono mai state presenti nel regno animale, e questo appunto perché noi le poniamo in rilievo staccandole da quello sfondo di antiche, storiche qualità e capacità che ancor oggi l’uomo ha in comune con gli animali più evoluti. Dire che gli animali sono migliori dell’uomo è semplicemente una BESTEMMIA; anche per la mente critica del naturalista, che non nomina con futile presunzione il nome di Dio. Quella frase rappresenta un satanico rifiuto dell’ evoluzione creativa nel mondo degli organismi viventi.”

    0
« nascondi i commenti